PASSIONE E MORTE DI GESU' per i ragazzi

scarica         L'orto del Getsemani: un abisso di sofferenza

Dopo la cena, Gesù e gli undici si diressero verso il monte degli Ulivi e si fermarono in un orto, chiamato Getsemani. Vicino a Gesù, c'erano Pietro, Giacomo e Giovanni.

La notte era cupa, in cielo la nebbia velava la luna. Intorno a loro gli alberi di ulivo sembravano scheletri con le braccia protese verso l'alto. Gesù rabbrividì, provò una tristezza sconfinata... «La mia anima è triste fino alla morte», gli sfuggì e i tre amici lo guardarono preoccupati.

Gesù li pregò di restare lì a pregare e lui si allontanò ancora di qualche passo. Solo nel buio della notte, si inginocchiò in terra, giunse le mani e si rivolse al Padre: «Padre, Padre mio amatissimo».

Che succedeva? Gli sembrava di pregare nel vuoto, non si era mai sentito così solo. Sperimentava il silenzio di Dio, il vuoto più immenso che si possa provare. «Padre», insisté Gesù, cercando di rompere quel silenzio che lo agghiacciava, «se è possibile allontana da me questo calice, ma non come voglio io, come vuoi tu sia fatto!».

Fu così grande lo strazio che Gesù provò in quelle ore nell'orto del Getsemani che la sua fronte si coprì di gocce, ma non erano gocce di sudore, erano gocce di sangue.

Quando tornò dai tre apostoli, li trovò addormentati. «Andiamo», invitò. «è giunta l'ora». Fu scosso da un brivido. «Colui che mi tradisce sta arrivando», annunziò con un filo di voce.  

L'arresto di Gesù

Infatti all'ingresso dell'orto di Getsemani era giunta una gran folla, inviata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dai farisei.

Quando Gesù individuò Giuda tra la folla, si fermò.

Giuda avanzò verso di lui, senza smettere di guardarlo. Per un attimo si sentì potentissimo, invincibile, più grande e più forte del suo Maestro.

Giuda aveva detto a Caifa che avrebbe indicato Gesù baciandolo.

«Salve, Maestro», lo salutò. «Salve, amico. Perché sei venuto qui?». Giuda accostò le labbra al viso di Gesù e lo baciò. Allora gli apostoli e i discepoli e quanti avevano amato Gesù fuggirono. 

 

Nel cuore dell'abbandono

Gesù fu condotto in casa del sommo sacerdote legato come un malfattore.

I discepoli lo avevano abbandonato, si erano rifugiati nelle tane della loro paura, terrorizzati che l'amicizia con Gesù potesse in qualche modo comprometterli.

Maria, la madre, avrebbe voluto seguirlo. Avrebbe dato la vita per condividere la sorte di suo figlio. Ma non poteva fare niente. Poteva solo pregare e piangere, circondata dalle pie donne, sue amiche.

Intorno a Caifa gli altri sacerdoti, i componenti del sinedrio, gli scribi e i farisei condividevano la sua esultanza. Finalmente si sarebbero liberati di quel tipo che li accusava continuamente mettendo il popolo contro di loro.

«A morte!», giuravano a se stessi. «Bisogna condannarlo a morte!».

Era l'unico modo per liberarsene definitivamente. Caifa cercava un motivo valido per condannarlo. Cominciarono a interrogare vari testimoni, ma le loro accuse, spesso palesemente false, non giustificavano una condanna a morte.

Finalmente si presentò un uomo e indicò Gesù, con disprezzo.

«Costui ha detto di essere capace di distruggere il tempio di Dio e riedificarlo in tre giorni!», accusò.

«Hai anche detto che sei il Figlio di Dio?», incalzò Caifa. «Sì», rispose Gesù. «Sono il Figlio di Dio».

Come poteva rispondere in maniera diversa? Il sommo sacerdote esultò. Era stato più facile del previsto incastrare Gesù.

«Ha bestemmiato!», urlò stracciandosi le vesti, mostrandosi scandalizzato e offeso. «è inutile ascoltare altri testimoni, tutti abbiamo udito la sua bestemmia».

«è reo di morte!», urlarono gli altri in coro.

La bestemmia, a quei tempi, era un reato punibile con la morte. Gesù sentiva l'odio di quella gente salire come una marea e sommergerlo. Non si difendeva, non diceva una sola parola e quella calma esasperava ancora di più i suoi nemici.

Lo insolentirono, gli sputarono in faccia, lo schiaffeggiarono.

Povero Gesù! Stava lì inerme, indifeso. Forse si chiedeva che colpa aveva avuto, perché quegli uomini lo odiassero tanto.

L'unica sua colpa era stata quella di amarli.  

Nel cuore del tradimento

Pietro e un altro apostolo, forse Giovanni, avevano seguito Gesù da lontano. Faceva freddo e nel cortile della casa di Calfa i soldati avevano acceso un fuoco, per riscaldarsi.

Anche Pietro vi si avvicinò. Aveva freddo, freddo dentro il cuore.

«Tu sei amico di quel tipo, non è vero?», gli chiese una donna. «Sei amico di quel nazareno».

«Io?», Pietro si mostrò sbalordito. «Ma cosa dici? Chi l'ha mai conosciuto quel tipo?».

Poco dopo, un uomo, osservandolo al riflesso del fuoco, gli ripeté la stessa domanda: «Sei uno degli amici di Gesù, non è vero?».

Pietro si ribellò con rabbia: «Anche tu con questa idiozia! Ma come ti viene in mente? Non sono mai stato amico di quell'uomo!».

Un soldato però lo riconobbe. «Ma la volete piantare di dire queste assurdità?», urlò Pietro pieno di furore. «Non conosco quel tipo, non ho mai avuto niente a che fare con lui!».

In quel momento nella notte rischiarata dalla prima luce dell'alba si udì chiarissimo il canto di un gallo: «Chicchiricchì». «Prima che il gallo canti mi rinnegherai tre volte», ripeté nel cuore di Pietro la voce di Gesù.

«No!», si disperò lui in silenzio. «No!». Scappò fuori, lontano da quel cortile, da quel fuoco, lontano da Gesù e dal luogo dove lo aveva rinnegato.

Ma era da se stesso che avrebbe voluto fuggire, da quel se stesso egoista, vigliacco e ingrato che aveva abbandonato Gesù.

Allora pianse amaramente.  

L'amico senza perdono

La notizia che il sinedrio aveva condannato a morte Gesù si sparse. Il mattino dopo il prigioniero sarebbe stato consegnato a Pilato, il governatore romano. Infatti, nella Giudea, una sentenza di morte non era valida senza la firma di quell'autorità.

Anche Giuda l'apprese. Vagava per le strade di Gerusalemme e non trovava pace. Il Maestro sarebbe morto, lo avrebbero ucciso e lui era il primo responsabile di quella morte infame.

«Perché l'ho tradito?», si chiedeva Giuda. Ricordava il primo incontro con Gesù, quando il desiderio di stare sempre con lui lo aveva spinto a seguirlo. Come era stato fiero e felice quando lo aveva incluso tra i suoi dodici amici più cari!

Furente di dolore, Giuda si recò al tempio, dai sacerdoti che gli avevano dato il denaro per tradire Gesù.

«Non voglio il vostro sporco denaro!», urlò gettando le monete in terra. Quelli lo guardavano, senza scomporsi. Giuda urlò il suo rimorso, la sua disperazione. «Ho tradito un innocente. Non li voglio questi soldi!».

«è un problema tuo, non nostro», precisò freddamente uno degli anziani. «Te la devi vedere con te stesso».

Giuda lo sapeva, nessuno poteva aiutarlo. Forse solo Gesù ne sarebbe stato capace. Lo avrebbe chiamato «amico» ancora, e lui avrebbe posato sulla spalla di Gesù quella sua testa sbagliata, che pulsava di dolore e si sarebbe finalmente sentito in pace.

Ma Gesù era in prigione per colpa sua! Lo avrebbero ucciso all'alba, per colpa sua!

«No!», urlò Giuda nella notte.

In fretta prese una corda e si impiccò al ramo di un albero, pensando ancora e sempre a Gesù.

Che modo sbagliato di chiedergli perdono!  

Gesù e Pilato

Il mattino dopo Gesù fu condotto da Pilato, il governatore romano.

«è un malfattore», urlava la folla. «Deve essere condannato a morte!».

Pilato era perplesso:  quell'uomo mite che lo guardava con occhi così tristi non gli sembrava un malfattore!

«Ma che reati ha commesso?», si informò. «Ha bestemmiato!», lo accusarono.

I sacerdoti temettero che quella colpa non sembrasse troppo grave a uno straniero come Pilato. «Sobilla il popolo contro i romani», inventarono. «Vuole mettersi al posto dell'imperatore, sostiene che è lui il re dei giudei». «Sei veramente il re dei giudei?», chiese Pilato a Gesù. «Tu lo dici», rispose.

Pilato intuiva che quel prigioniero non era un delinquente. Avrebbe voluto aiutarlo, ma non sapeva come fare. Aveva paura di inimicarsi la folla, di cui sentiva l'odio per Gesù.

Gli venne un'idea: era giunto a Gerusalemme Erode, il tetrarca della Galilea; decise che avrebbe mandato quell'uomo da lui.

«Tu sei di Nazaret, non è vero?», chiese a Gesù. «Ti manderò da Erode, ti giudicherà lui».

Soddisfatto della decisione, mandò il prigioniero da Erode.

Erode aveva sentito mille volte parlare dei miracoli che Gesù faceva e lo invitò a compierne qualcuno.

«Sei Gesù, il famoso Nazareno», gli disse. «Mostra anche a me il tuo potere, fai qualche bel miracolo davanti a me».

Gesù non rispose una parola. «Mostrami la tua potenza», insistette Erode. «Fammi vedere cosa sei capace di fare».

Si scontrava sempre e solo con il silenzio di Gesù e questo silenzio lo esasperò.

Così rimandò il prigioniero da Pilato, mentre tutta la corte rideva di lui.

Lo stratagemma di Pilato non aveva funzionato; il prigioniero era di nuovo davanti a lui e Pilato si sentiva confuso. Tra l'altro uno dei servi, poco prima, gli aveva riferito una strana ambasciata da parte di sua moglie.

Sua moglie gli raccomandava di trattare quel prigioniero con giustizia perché aveva sognato Gesù e nel sogno aveva sofferto terribilmente a causa sua.

Pilato era superstizioso e non sapeva cosa fare. voleva salvare quel poverino, ma non voleva esasperare la folla. Ebbe un'altra idea. Ogni anno aveva l'abitudine, in occasione della ricorrenza della Pasqua, di liberare un prigioniero.

Quell'anno scelse, per contrapporlo a Gesù, un certo Barabba, un delinquente noto per la sua crudeltà, e ora in carcere per reati gravi, omicidi e rapine.

«Chi volete che liberi, Gesù o Barabba?», chiese alla folla.

«Barabba!», risposero subito i sacerdoti, i farisei, gli scribi.

«Barabba!», fece eco la folla...

Preferivano un ladro, un delinquente, un assassino a Gesù di Nazaret!

«Che devo fare di Gesù?».

«Sia crocifisso! Sia crocifisso!».  

Nel cuore della sconfitta

A quelle grida i soldati incominciarono a deridere Gesù: «Ecco il re dei giudei!», lo schernivano.

Alcuni intrecciarono una corona di spine e gliela misero sul capo con tanta forza che le spine penetrarono nella carne e la fronte di Gesù si imperlò di gocce di sangue.    

Gli misero nella mano destra una canna, simbolo del la regalità, e con quella stessa canna lo percuotevano.

«Ecco il re dei giudei!», ripetevano, e veramente quell'uomo sanguinante, lacero, impaurito che cercava di schivare le bastonate riparandosi il viso con le mani non sembrava un re, ma il più derelitto degli uomini!    

 

Sotto il peso della croce

Era la mattina del venerdì quando la processione che conduceva il condannato al supplizio lasciò il pretorio.

La meta era il Golgota, una piccola altura fuori Gerusalemme.

Gesù avanzava a fatica, curvo sotto il peso della croce. Aveva il corpo piagato dalle ferite della flagellazione, la corona di spine era un tormento che si acuiva a ogni passo: il viso era una maschera di sangue, polvere, lacrime e sudore.

I suoi amici erano spariti nel nulla. Di tutta la gente che lo aveva osannato era rimasto solo un povero, sparuto gruppetto di donne, tra le quali c'era Maria, sua madre.

La poverina aveva seguito il processo e la condanna a morte. Aveva sofferto sulla sua carne i colpi della flagellazione e sulla fronte sentiva la puntura delle spine. Lo vedeva pochi passi davanti e si chiedeva come riuscisse ancora a reggere tutto quello strazio. La sorreggeva Giovanni, l'apostolo più giovane, il più caro a Gesù.

Insieme a Gesù salirono al colle altri due prigionieri, due malfattori comuni che sarebbero stati giustiziati con lui. Gesù barcollò. I soldati forse pensarono che non sarebbe arrivato vivo al luogo della crocifissione. Fermarono allora un uomo, un certo Simone di Cirene, che si trovava per caso a passare di lì.

«Porta tu questa croce!», gli ordinarono i soldati e lui li guardò spaventato.

il condannato provò un attimo di sollievo. Forse dalle labbra aride e spaccate uscì un debole «Grazie». Nei suoi occhi annebbiati si accese il barlume di un sorriso.

Simone di Cirene intuì la sofferenza terribile di quel pover'uomo e fu contento che la sua strada, incrociandosi con quella di lui, gli avesse consentito di aiutarlo.  

Gesù perdona i suoi nemici

Finalmente il triste drappello giunse sulla cima della collina: era circa mezzogiorno e i tre condannati dovevano essere crocifissi.

L'eco del primo colpo di martello che inchiodava a un braccio della croce un polso di Gesù risuonò cupo nell'aria. Poi il secondo colpo, il secondo chiodo. Gesù strinse le labbra, ingoiò il grido di dolore che sembrava squarciargli il cuore.

La croce fu issata. Alla destra e alla sinistra di Gesù furono poste le croci dei due ladroni.

I sacerdoti, i soldati, i farisei e gli scribi, tutti quelli che passavano continuavano a deridere Gesù.

«Re dei giudei!», lo schernivano, leggendo sul suo capo l'iscrizione che giustificava la sua condanna. «Tu che sei capace di distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni, salva te stesso».

«Figlio mio! Figlio mio dolcissimo...», singhiozzava Maria accasciata ai piedi della croce, priva di forze, ferita a morte. La spada che tanti anni prima le era stata annunziata ora le trapassava il cuore. Purtroppo però non la uccideva, anche se lei avrebbe preferito mille volte morire con lui.

Gesù dall'alto guardava tutti, straziato dalla disperazione di sua madre e anche dall'euforia dei suoi nemici. Ma pure in quei momenti di sofferenza indicibile provava amore e una immensa pietà per quegli uomini che non avevano capito niente del suo messaggio.

«Padre», pregò, «perdonali perché non sanno quello che fanno». Uno dei due delinquenti, crocifisso vicino a lui, lo apostrofò con rabbia. «Se sei veramente il Figlio di Dio, dimostralo, maledizione», bestemmiò, «salvati e salva anche noi».

L'altro ladrone lo sentì.

«Sta' zitto, noi abbiamo fatto un sacco di delitti e meritiamo questo castigo. Questo poverino invece è innocente, capisci? Non ha mai fatto niente di male».

Tentò di volgere il capo verso di lui. «Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno», supplicò. Debolmente, faticosamente, Gesù fece cenno di sì. «Stasera sarai con me in paradiso», lo rassicurò.   

Un altro dono di Gesù: una mamma

Forse Maria udì la promessa di Gesù. Forse invidiò il ladrone che avrebbe condiviso la sorte di suo figlio e sarebbe stato con lui per sempre, da quella sera.

Le sfuggì un singhiozzo e Giovanni, il discepolo prediletto che le stava vicino, con un gesto impulsivo e tenero le cinse le spalle con un braccio, la strinse a sé. Pure nella nebbia causatagli dalla sofferenza Gesù li vide abbracciati. Indicò Giovanni. «Donna», disse, «ecco tuo figlio». Poi disse a Giovanni: «Ecco tua madre».

Maria comprese. Suo figlio morendo lasciava una pesantissima eredità d'amore: le consegnava tutto il genere umano.

Sentì pesare sul suo cuore il dolore di tutti gli uomini in ogni tempo, in ogni luogo, e questo dolore universale rese più sopportabile lo strazio perché il suo unico figlio moriva.

«Figli miei», pianse e in un abbraccio immaginario si strinse al petto tutta l'umanità, «non vi lascerò soli».  

Un'eternità di dolore

Ogni minuto sembrava un secolo tanta era la sofferenza. «Ho sete», si lamentò a un certo punto Gesù.

Sotto la croce c'era un vaso pieno di aceto. Un soldato, inzuppata una spugna, la pose in cima a una canna, l'accostò alle labbra spaccate e sanguinanti di Gesù.

Ma la tortura continuava.

«Padre», invocò silenziosamente, «dove sei?».

Non lo sentiva, non lo vedeva, era come se una nube nera gli nascondesse il volto di Dio e quell'assenza di Dio, in quell'ora tragica, era il tormento più insopportabile.

Si sentì abbandonato, sconfitto dall'ingratitudine di quegli uomini per i quali moriva e dal suo cuore straziato sgorgò un grido: «Padre! Perché mi hai abbandonato?».

E in quel momento, finalmente, invocato dall'amore e dalla nostalgia del figlio, il Padre rispose. Era lì, con lui, a sorreggere le braccia della croce, soffrendo le sue stesse pene.

«Padre», gli si affidò Gesù, «ti consegno la mia anima». Reclinò il capo e mori.  

L'ora dei prodigi

Erano le tre del pomeriggio. Il sole si oscurò, una cupa, inspiegabile notte avvolse la terra. Le rocce esplosero, spaccandosi in mille frammenti, il suolo sussultò, come ferito a morte. Alcune tombe si scoperchiarono e il velo del tempio si squarciò in due parti. Le pietre gemevano strani boati.

Sul Golgota tutti osservarono sgomenti questi fenomeni. Nessuno più rideva.

Un centurione romano impulsivamente si inginocchiò sotto la croce, alzò gli occhi a guardare Gesù.

«Costui era veramente il Figlio di Dio!», esclamò.

«Era il Figlio di Dio, ma era anche mio figlio», piangeva Maria. «Era il mio figlio adorato». Giovanni pensava che non l'avrebbe lasciata più, l'avrebbe accolta in casa sua e affettuosamente cercava di staccarla da quella terra sulla quale il dolore pareva averla inchiodata.

Intanto la frase pronunziata dal centurione sollevava mille echi nelle strade di Gerusalemme.

«Era veramente il Figlio di Dio!».

Molti fuggivano terrorizzati, cercavano rifugio nelle proprie case, incalzati da rimorso e paura. L'aria pareva rabbrividire di sgomento, un evento strano e misterioso si era consumato lì sulla collina vicino a Gerusalemme.