26-3-2017  CATECHESI SULL’ABBANDONO A DIO NELLA DV - FINE

Dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta piccola figlia della Divina Volontà

Febbraio 2, 1924  Volume 16

L’abbandono in Dio forma le ali per volare nell’ambito dell’Eternità. Cosa è l’Eternità.

Mi sentivo molto oppressa per la privazione del mio dolce Gesù, e per altre ragioni che non è necessario scriverle su carta; ed il mio amato Gesù, muovendosi nel mio interno e stringendomi a Sé per darmi la forza, ché mi sentivo soccombere, mi ha detto:  “Figlia mia, la mia Volontà è vita e moto di tutto; ma sai tu chi segue il suo moto e prende il volo nel mio Eterno Volere, in modo che gira come Esso gira nell’ambito dell’eternità, e si trova dove Esso si trova e fa ciò che Esso fa?  L’anima del tutto abbandonata nella mia Santa Volontà; l’abbandono sono le ali per volare insieme col mio Volere, come cessa l’abbandono così perde il volo e restano distrutte le ali. Sicché tutti sentono il moto, la vita della mia Volontà, ma vi restano al punto dove stanno, perché non c’è moto che non parta da Me, ma solo chi tiene le ali dell’abbandono in Me, che fa la stessa via della mia Volontà, sorvola su tutto, sí in Cielo che in terra, entra nell’ambito dell’eternità e gira in mezzo alle tre Divine Persone, penetra nei più intimi nascondigli di loro, è a giorno dei loro segreti e delle loro beatitudini.  Succede come ad una macchina, dove in mezzo c’è la prima ruota ed intorno tant’altre piccole rotelle, ma fisse; come si muove la prima ruota, tutte ricevono il moto, ma mai giungono a toccare la prima ruota, né nulla sanno di ciò che essa fa e dei beni che contiene; invece un’altra piccola rotella non è fissa, e per mezzo di un meccanismo gira sempre per tutte le rotelle, per trovarsi in ogni moto della prima ruota, per far di nuovo il suo giro; ora, questa rotella girante sa ciò che c’è nella prima ruota e vi prende parte ai beni che essa contiene.  Ora, la prima ruota è la mia Volontà; le rotelle fisse sono le anime abbandonate a sé stesse, il che le rende immobilizzate nel bene; la rotella girante è l’anima che vive nella mia Volontà; il meccanismo è l’abbandono tutto in Me, sicché ogni mancanza di abbandono in Me è un giro che perdi nell’ambito dell’Eternità.  Se sapessi che significa perdere un giro eterno!”…


Febbraio 10, 1924  Volume 16

Necessità del completo abbandono nella Divina Volontà. 

Stavo pensando tra me a tutto ciò che sta scritto in questi giorni passati, e dicevo tra me che non erano cose né necessarie né serie, potevo fare a meno di metterle su carta, ma l’ubbidienza l’ha voluto, ed io ero in dovere di dire il Fiat anche in questo. Ma mentre ciò pensavo, il mio amato Gesù mi ha detto: “Figlia mia, eppure era tutto necessario per far conoscere come si vive nel mio Volere, non dicendo tutto, tu faresti mancare una qualità del modo come vivere in Esso, e quindi non potranno avere il pieno effetto del vivere nella mia Volontà, come per esempio sull’abbandono del vivere nel mio Volere, se l’anima non vivesse del tutto abbandonata nella mia Volontà, sarebbe come una persona che vivesse in un sontuoso palazzo, e ora esce ad una finestra, ora ad un balcone, ora scende al portone, sicché la poveretta poco o di passaggio vi passa da qualche stanza, sicché non se ne intende né del regime, né del lavoro che ci vuole, né dei beni che ci sono, né ciò che può prendere e né ciò che può dare; chi sa quanti beni ci sono e lei non se ne intende, perciò non ama come dovrebbe amare, né fa quella stima che merita quel palazzo.  Ora, l’anima che vive nella mia Volontà e non è del tutto abbandonata in Essa, le riflessioni proprie, le cure di sé stessa, i timori, le turbazioni, non sono altro che finestre, balconi, portoni che si forma nella mia Volontà, che uscendo spesso spesso è costretta a vedere e sentire le miserie della vita umana, e siccome le miserie sono proprietà sua, e le ricchezze della mia Volontà sono mie, si attacca più alle miserie che alle ricchezze, onde non prenderà amore e né gusterà che significa vivere nel mio Volere; e avendosi formato il portone, un giorno o l’altro se ne andrà per vivere nel misero tugurio della sua volontà. 

Vedi dunque come è necessario il pieno abbandono in Me per vivere nella mia Volontà; Essa non ha bisogno delle miserie della volontà umana, la vuole a vivere insieme, bella come la usci dal suo seno, senza il misero corredo che si ha formato nell’esilio della vita; altrimenti ci sarebbe disparità che porterebbe dolore alla mia, ed infelicità alla volontà umana.  Vedi come è necessario far capire che ci vuole il pieno abbandono per vivere nella mia Volontà, e tu dici che non era necessario scrivere su ciò; ti compatisco, perché tu non vedi ciò che veggo Io, perciò lo prendi alla leggiera.…”

 

Ottobre 26, 1931  Volume 29

Effetti mirabili dell’abbandono nelle braccia di Gesù.

…Dopo di ciò seguendo il mio abbandono nel Volere Divino, mi sentivo tutta afflitta per la privazione del mio dolce Gesù, la sua privazione è come un martello che sempre batte per rincrudire maggiormente il dolore, e allora cessa di battere quando l’Ospite Divino esce dal suo nascondiglio per fare la sua visitina alla sua amata creatura, la sua dolce presenza, il suo tratto amabile fa risorgere dallo stesso dolore la gioia, ed il martello cessa il suo lavorìo crudele; ma non appena il Celeste Visitatore si ritira, incomincia il suo battere di nuovo, e la mia povera anima si sente tutt’occhio, tutt’orecchie, chi sa potesse vederlo e sentirlo di nuovo, ed ansiosa aspetta e riaspetta Colui che avendomi ferita, Lui solo tiene il potere di rimarginare la ferita che mi ha fatto, ahimè! troppo dolorosa. Ma mentre sfogavo il mio dolore, il mio dolce Gesù è ritornato ed abbracciando la povera anima mia mi ha detto:  “Figlia, sono qui, abbandonati nelle mie braccia e riposati in Me, il tuo abbandono in Me chiama il mio abbandono in te e forma il mio dolce riposo nell’anima tua. L’abbandono in Me forma la dolce e potente catena che mi lega tanto all’anima, che non posso svincolarmi da essa, fino a rendermi il suo caro e dolce prigioniero. L’abbandono in Me partorisce la vera fiducia, ed essa ha fiducia di Me, ed Io ho fiducia di lei, ho fiducia nel suo amore che non verrà mai meno, ho fiducia nei suoi sacrifizi che non mi rifiuterà mai nulla di ciò che voglio, e ho tutta la fiducia che posso compiere i miei disegni. L’abbandono in Me dice che mi dà libertà e sono libero di fare ciò che Io voglio, ed Io affidandomi a lei le manifesto i miei più intimi segreti. Perciò figlia mia, ti voglio tutta abbandonata nelle mie braccia, e quanto più abbandonata in Me, più sentirai il mio abbandono in te.”…

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Giugno 23, 1907 Volume 8

L’atto più bello è il abbandono nella Volontà di Dio.

Trovandomi nel mio solito stato, il benedetto Gesù non ci veniva, ed io stavo pensando tra me qual fosse l’atto più bello ed accetto a nostro Signore, che potesse più facilmente indurlo a farlo venire, il dolore delle proprie colpe o la rassegnazione? In questo mentre, quando appena è venuto e mi ha detto: "Figlia, l’atto più bello e che più mi piace è l’abbandono nella mia Volontà, ma tanto, da non ricordarsi che esista più il proprio essere, ma è tutto per essa il Divin Volere. Sebbene il dolore delle proprie colpe è buono e lodevole, ma non distrugge il proprio essere; ma l’abbandonarsi del tutto nella mia Volontà distrugge il proprio essere e riacquista l’Essere Divino. Quindi, l’anima con l’abbandonarsi nella mia Volontà, mi dà più onore, perché mi dà tutto quello che Io posso esigere dalla creatura, venendo a riacquistare in Me ciò che da Me era uscito, e l’anima viene a riacquistare ciò che solo dovrebbe riacquistare, cioè, riacquistando Iddio con tutti i beni che possiede lo stesso Dio, solo che fino a tanto che l’anima sta del tutto nella Volontà di Dio, riacquista Dio; e come esce da dentro la mia Volontà, così riacquista l’essere proprio con tutti i mali della corrotta natura."

 

Luglio 2, 1918  Volume 12

Come l’anima si abbandona in Gesù, Lui si abbandona nell’anima.

Stavo dicendo al mio amato Gesù: “Gesù, ti amo, ma il mio amore è piccolo, perciò ti amo nel tuo Amore per farlo grande; voglio adorarti con le tue adorazioni, pregare nella tua preghiera, ringraziarti nei tuoi ringraziamenti.”  Ora, mentre ciò dicevo, il mio amabile Gesù mi ha detto: “Figlia mia, come hai messo il tuo amore nel mio per amarmi, il tuo ha restato fissato nel mio e si è allungato ed allargato nel mio, e Mi son sentito amare come vorrei che la creatura Mi amasse; e come adoravi nelle mie adorazioni, pregavi, ringraziavi, così restavano fisse in Me, e mi sentivo adorare, pregare e ringraziare con le mie adorazioni, preghiere e ringraziamenti. Ah! figlia mia, ci vuole grande abbandono in Me, e come l’anima si abbandona in Me, così Io mi abbandono in lei, e riempiendola di Me faccio Io stesso ciò che essa deve fare per Me.  Se poi non si abbandona, allora ciò che fa resta fissato in lei, non in Me, e sento l’operato della creatura pieno d’imperfezioni e miserie, ciò che non potrà piacermi.”

 

Ottobre 18, 1921 Volume 13

La turbazione dell’anima è notte ed impedisce spuntare il Sole Gesù. La turbazione non è altro che mancanza d’abbandono in Dio.

Vi ho passato una giornata distratta per alcune cose sentite che non è qui necessario il dirle, ed anche un po’ turbata, e per quanto mi sforzavo non riuscivo di liberarmi, quindi per tutto il giorno non ho visto il mio dolce Gesù, la vita dell’anima mia, come se la turbazione fosse velo che mettendosi tra me e Lui, impediva di poterlo vedere.

Onde, a notte avanzata, la mia mente stanca si è quietata, ed il mio amabile Gesù, come se stesse ad aspettare, si è fatto vedere e dolente mi ha detto: "Figlia mia, tu oggi con la tua turbazione hai impedito che il sole della mia Persona spuntasse in te, la turbazione è nuvola tra Me e te che impedisce che i raggi scendano in te; e se non scendono i raggi, come puoi vedere il sole? Se sapessi che significa non far spuntare il mio sole, il gran male per te e per tutto il mondo, staresti ben attenta a non turbarti mai, perché per le anime turbate è sempre notte, e nella notte non sorge il sole; invece per le pacifiche è sempre giorno, ed Io, il mio sole a qualunque ora vuol sorgere, l’anima è sempre pronta a ricevere il bene della mia venuta. Poi, la turbazione non è altro che mancanza d’abbandono in Me, ed Io ti voglio tanto abbandonata nelle mie braccia, che neppure un pensiero devi avere di te, ed Io ci penserò a tutto. Non temere, il tuo Gesù non può farne a meno di prendere cura di te, di tenerti difesa da tutti, mi costi molto, molto ho messo in te, Io solo ho diritto su di te. Quindi, se i diritti sono miei, la custodia sarà tutta mia, perciò statti in pace e non temere."

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l’abbandono, conseguenza dell’amore. In questo racconto si conoscono chiaramente, come dicevamo, gli effetti che produce l’amore quando entra in un’anima, particolarmente quello dell’abbandono, cieco e totale, a chi si ama. Nella proporzione che questo cresce, cresce e si perfeziona anche l’amore, non essendoci altra cosa che tanto inclina la bontà e clemenza del Signore a comunicarsi all’anima quanto questa fiducia cieca in Lui, e questa consegna di se stesso e dei propri interessi temporali ed eterni nelle sue mani. Poiché è certo che non onora Dio né gli è gradito colui che gli offre qualcosa di ciò che suppone suo, ma colui che si rende degno di ricevere tutto da Lui. Questa fiducia cieca delle sue creature è ciò che più lo obbliga a favorirle e a fare gustare loro il suo amore. Ne consegue che fiducia, abbandono e amore vadano così uniti da potersi dire che si fondono in una sola cosa.

Questo aveva ben conosciuto ed era ben persuasa di questa verità quell’anima santa, di cui parla il Venerabile Giovanni Taulero, la quale – alla domanda di che cosa avrebbe fatto se, essendo vissuta in peccato, sentendosi toccata da Dio a convertirsi, le dicessero che le restava un’ora sola di vita -, rispose: “Confesserei con dolore i miei peccati e, per il rimanente tempo, mi abbandonerei alla volontà di Dio”.

Quanto dicono queste poche parole! Quanto chiaramente dimostrano che quell’anima non era macchiata di colpe, ma ardeva del fuoco del divino amore, il quale solo può far compiere un simile atto di generoso abbandono nel momento di tante paure ed angosce, nel quale si decide la sorte eterna dell’uomo. Il divino amore dà luce all’anima e le fa vedere e capire la sua incapacità di fare qualcosa di buono, e anche le fa sapere che cosa deve fare e come lo deve fare; poiché spesso, come dice Nostro Signore nel santo Vangelo, “ciò che è esaltato fra gli uomini è detestabile davanti a Dio” (cf. Lc 16, 15).

Compresa di questo, l’anima conosce che qualunque cosa di ciò che essa potrebbe fare, pensare, chiedere, sia riguardo alla propria vita passata sia a quella futura, può darsi che, sebbene apparentemente buona, non sia tale per lei, se Dio le chiede altra cosa per fini che noi ignoriamo, ma che Egli ha pieno diritto di esigere e realizzare liberamente in noi.

Affinché Dio possa agire liberamente, è necessario che l’anima gli si consegni con un atto di supremo abbandono, e lo lasci fare senza che ella faccia altro che accettare dalle sue mani quanto Egli dispone, per mezzo delle creature e delle circostanze e, spesso, mediante le cose più piccole e ordinarie. Anche se il Signore non esigesse che cose piccole, l’atto di abbandono o di consegna di sé nelle sue mani è sempre un grande atto, perché con esso si accetta tutto ciò che Egli dispone, senza alcuna eccezione o riserva. E’ unicamente l’amor di Dio che a volte fa compiere atti che sorprendono coloro che ignorano la causa e l’origine di tanta fortezza. Non sanno che là dentro, nel petto dei servi del Signore, c’è un motore divino che li muove a fare atti eroici e li fortifica e li sostiene a perseverare costantemente, spesso per lunghi anni e anche per tutta al vita, sotto il peso di grandi sofferenze, fatiche e umiliazioni, scontando, nella pace più serena e perfino con gioia, la penitenza e il castigo per le colpe che non hanno commesso. Simili frutti può darli soltanto l’albero dell’amore, profondamente radicato nel cuore di quelli che, abbandonandosi incondizionatamente alla provvidenza del Signore, lasciano a Lui la cura di se stessi e di tutte le loro cose, senza chiedere né godimenti né dolori, né gloria né umiliazioni, né vita né morte, ma soltanto la gioia di amarlo ogni giorno di più, e che il fuoco divino, di cui ardono, divampi in tutti i cuori. In questo non c’è dubbio né timore; così che non c’è quasi neppur bisogno che qualche maestro di spirito esamini le anime che camminano per questa via, poiché Gesù stesso nel santo Vangelo li assicura dicendo: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto” (cf. Lc 6, 44). E questo albero ha inoltre il privilegio di produrre frutti in ogni tempo (cf. Sal 1, 3; Ap 22, 2), essendo, come nessuno, piantato presso la corrente più abbondante dell’acqua della vita, o meglio, nelle corrente stessa, la quale unicamente dà vita, fecondità e vigore a tutta la vita spirituale. Questo fiume, che contiene tante ricchezze e produce così grandi beni, si chiama, così come l’albero e i frutti: Amore, amore divino.

Vero è, però, che, sebbene dia frutti in ogni tempo, non sempre sono riconosciuti da tutti. Solo Dio li vede tutti e se ne compiace.

Perché le creature li vedano, sarebbe necessario che conoscessero l’interiore di questi tali, o possedessero il medesimo grado di amore che essi hanno. Ma, malgrado ciò, a volte il Signore fa apparire così chiara e splendente la sua luce che tutti riconoscono che là c’è qualcosa di grande e che supera la naturale debolezza della creatura; qualcosa, infine, di soprannaturale e divino. E’ l’amore che tutto rende grande, soprannaturalizza e divinizza. O, meglio ancora, è lo stesso Dio Amore, che non incontrando ostacolo, vive e opera in essi, divinizzando, in certo modo, tutti i loro atti. Questo si conosce in modo speciale in circostanze inattese, in cui vengono sorpresi da qualche disgrazia, o li affligge, moralmente o fisicamente, qualche doloroso contrattempo, scompigliando le loro idee e i loro progetti.

E’ qui che tutti vedono i frutti di questo albero celeste, e si conosce con sicurezza dove affonda le sue radici. Succede a volte che diversi individui ricevano l’annuncio di qualche disgrazia: è allora che si conoscono subito questi tali, dal loro abbandono in Dio; poiché, come il santo Giobbe, ripetono il prezioso: “Sia benedetto il nome del Signore” (cf. Gb 1, 21). Mentre altri non possono rassegnarsi a portare croci che loro sembrano insopportabili, quelli invece le abbracciano in pace e finanche con gioia.

Ciò che Dio fa per le anime che agiscono in questo modo, la penna è incapace di descriverlo. Sono tali e tante le cure e le delicatezze del suo amore paterno verso di loro, da sembrare che questo divino Amante non abbia da fare altro che ascoltare i loro desideri per compiacerli, sia pure in cose insignificanti e materiali. Si china a fare la volontà di quelli che lo amano, se si può dire che l’abbiano ancora, poiché la loro volontà non è più che quella di Dio e del suo divin beneplacito.

Come dicono i Santi, l’atto di abbandono in Dio equivale a quello di amore perfetto; ed è tanto facile farlo per quelli che sono vissuti abbandonati in Dio, come per l’albero produrre il frutto a suo tempo.

Inoltre, Dio difende in modo speciale queste anime, e non permette che alcuno possa far loro danno. Le stesse cattive intenzioni con cui a volte le perseguitano i loro nemici, Egli le ordina al loro bene e profitto. Le protegge come la pupilla dei suoi occhi, ed esse, a loro volta, sempre più invaghite del suo delicato amore, non fanno altro che moltiplicare gli atti di abbandono fra le sue divine braccia, ripetendo: “Signore, sono tua; si faccia la tua volontà”.

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l’amore ci mette nelle mani di dio. Queste parole, con le quali il divino Maestro assicura i suoi eletti della sua delicata protezione, causano anche il riposo e il gaudio di chi ama veramente Dio. Se Gesù, Verità Eterna, non le avesse pronunciate, o chi ama le ignorasse, non c’è dubbio che l’anima stessa, in cui ha fatto presa il divino amore, subito arriverebbe a capire che è così, sentendo la tenerezza delle braccia paterne di Dio, che la portano e si cura di essa come la pupilla dei suoi occhi. Ne consegue l’affidamento di sé a chi si ama, con un completo abbandono, essendo questa una proprietà dell’amore e uno dei suoi principali caratteri.

Lungo il cammino della vita e nelle lotte con i tre nemici: il mondo, il demonio e la carne, che non desistono dal combattere anche l’anima amante di Dio, questa riposa tranquilla, come il bambino nel seno materno. L’amore stesso l’assicura dell’amore di Dio, di fronte al quale amore, quello delle madri non è più che un’ombra. L’anima di che ama davvero non ha bisogno che l’apostolo San Giovanni le dica di non temere, che nell’amore non c’è timore: “Nell’amore non c’è timore” (cf. 1 Gv 4, 18). Quando tutti temono dolori e disgrazie, e che il maggiore di tutti i mali, il peccato, macchi l’anima sua con qualche colpa nascosta che essa non conosce, o che qualche primo germe di questo funesto e terribile male vi si nasconda, colui che ama nulla teme. Allontana tutti i dubbi e timori e si abbandona fra le braccia di Colui che ama, a somiglianza dello stesso Apostolo dell’amore nell’ultima cena, quando il divino Maestro manifestò che tra gli apostoli c’era un traditore. Tutti si turbarono e temettero, egli invece reclinò sereno il capo sul petto di Colui per il quale il suo cuore palpitava, e riposava tranquillo, abbandonandosi all’amore. E così, prima ancora che san Giovanni ci dicesse, nella sua prima Lettera, che “nell’amore non c’è timore” (cf. 1 Gv 4, 18), l’amore stesso ci ha fatto vedere in esso questa sua caratteristica: l’abbandono incondizionato e riposante fra le braccia paterne di Dio. E’ lo Spirito stesso di Dio, che abita nei cuori che amano, che li assicura di essere figli di Dio e, come tali, amici e protetti da Lui.

Ordinariamente si vedono chiari questi effetti in quelli che si convertono a Dio o che, dopo una vita moralmente rilassata o fredda, ritornano al primitivo fervore. Quante difficoltà incontrano! Per andare avanti, essi cercano di aiutarsi con considerazioni e meditazioni, sia sui Novissimi sia sulla brevità e le vanità della vita, ma tutto si fa molto difficile per loro! E’ questo un periodo di tempo necessario nella vita spirituale, che quasi tutti devono trascorrere. Ma per quanto sia difficoltoso, è breve e tale deve essere, altrimenti si è molto esposti a tornare indietro dopo aver fatto i primi passi. E’ necessario persistere; quelli invece che non si impegnano ad andare avanti, non hanno pace né serenità. Sentono di non aver trovato ciò che speravano e che non possono essere felici. Ma sono all’inizio del cammino, e per trovare ciò di cui hanno bisogno, è necessario andare avanti. Se non lo fanno, sono esposti a lasciare tutto e tornare indietro.

Ecco quanto dissi a questo proposito, non molto tempo fa, ad un’anima convertita: “Quando cominciai a sentire le prime ispirazioni della grazia che mi invitava ad amare Dio, si presentò alla mia vista come un vasto campo di battaglia dove dovevo prepararmi a combattere. Vedevo dappertutto nemici che minacciavano. Mi sembrava molto difficile vincerli, dovendo sempre stare pronta a respingere i loro assalti, senza poter riposare un solo istante, fino alla morte. Lungo e penoso mi sembrava il lavoro di coloro che servono Dio, e pieno di difficoltà, preoccupazioni e timori il cammino della perfezione, a cui la grazia mi invitava. In mezzo a questi dubbi e lotte fra la grazia e la natura, mi sembrava un compito impossibile, almeno per le mie deboli forze, e stavo per rinunciare a tutto, quando un giorno entrai in una chiesa. I miei occhi, stanchi di vedere cose che non bastano a soddisfare le immense aspirazioni del mio cuore, guardavano dappertutto in cerca di qualche cosa di grande, di degno, ma che io non conoscevo né sapevo dove trovare.

D’ improvviso i miei occhi si posarono sui quadri della Via Crucis. Io conoscevo appena il significato di quella rappresentazione, ma il cuore lo dovette indovinare, poiché sentivo che si operava in esso una inspiegabile trasformazione. Vidi quel giovane che, davanti al giudice, ascoltava in silenzio la sua sentenza di morte di croce, e che abbracciava quel legno. Lo vidi cadere e rialzarsi. Di nuovo, oppresso dal peso del duro legno e dai dolori del suo corpo straziato che gli facevano lasciare orme sanguigne per dove passava, tornare a cadere e rialzarsi e continuare il doloroso cammino fino al luogo del supplizio. Lo vidi stendersi sulla Croce e, elevato in alto, morire dopo tre ore di straziante agonia. Lo vidi, infine, morto fra le braccia della sua giovane e afflitta Madre, la quale sembrava dirmi: “Questo stesso Gesù io te lo offrii a Betlem, piccolo bambino piangente e tremante di freddo, ma non lo accettasti e non gli apristi la porta del tuo cuore. Ora te l’offro di nuovo, insanguinato e morto per amor tuo; se a questa vista non ti risolvi ad amarlo e consacrarti a Lui, il tuo cuore è più duro delle pietre che si spaccarono alla sua morte…

L’anima mia era vinta: entrò in essa l’amore verso quei due esseri che tanto mi attiravano e mi convinsi. Feci subito un atto di abbandono, affidandomi ciecamente a quell’amore. Sparì allora, come per incanto, tutta la prospettiva di lotte e difficoltà che prima tanto mi scoraggiava, e non pensai ad altro che ad amare e a cercare di piacere, momento per momento, a Colui che amavo, senza preoccuparmi in nulla dell’avvenire; un avvenire che sembrò come se si nascondesse alla mia vista, per non lasciarmi vedere né sentire altro che luce, pace e amore…”. (continua…)

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CONSEGUENZE

 « quando penso a te esulto di gioia all'ombra delle tue ali » (Sal 63,7-8) 

Il numero sette è sempre piaciuto agli uomini: ha un suo fascino, una risonanza divina. Elencherò anch'io sette conseguenze di un vero atteggiamento di abbandono al Padre. 

La prima è vantaggiosa per Dio. Egli, nella giornata e nella storia di chi s'abbandona fiducioso a Lui può intervenire e rivelare concretamente la propria presenza, la propria paternità, la propria capacità di operare piccoli e grandi miracoli. Miracoli non sono solo eventi strepitosi, sono tutti gli interventi di Dio. Quando mi abbandono a Lui Egli gode di poter far risplendere il suo amore attento, delicato e premuroso, anche nelle circostanze più... profane del vivere. Chi ha provato sa cosa intendo dire. E ognuno può provare! 

La seconda conseguenza, come tutte le seguenti, è vantaggiosa per l'uomo. Quando assumo un atteggiamento filiale mi accorgo che nasce e cresce in me fiducia e fede. Scompare l'ansia, si scioglie l'eventuale angoscia e trepidazione. Vedo il futuro con ottimismo: e non è un ottimismo vuoto e illusorio, ma basato sulla certezza di Dio. Abbandonandomi a Lui, i miei piedi entrano su un terreno sicuro.

La gioia del cuore è la terza conseguenza. Impossibile esser contento fintanto che mi sento e mi voglio padrone della mia vita. Solo quando consegno la vita al Padre fa capolino in me il sorriso libero, la gioia serena di chi sa d'essere al sicuro ovunque, anche nella morte!

« Lo inondi di gioia dinanzi al tuo volto, perché confida nel Signore » (Sal 21,7). Anche gli Apostoli di Gesù sperimenteranno la gioia duratura e vera quando sapranno che il loro nome è scritto in cielo, quando cioè daranno piena fiducia all'amore del Padre!

L'altro effetto proveniente da un cuore affidato a Dio è la capacità d'essere generoso, d'essere disponibile alle necessità dei fratelli. Finché mi occupo io stesso delle mie ore e delle mie cose ho più la tendenza all'avarizia, o, per lo meno, alla chiusura del tempo e delle mani.

Come m'abbandono al Padre, i miei occhi vedono molto di più, diventano cannocchiali e microscopi. Riesco ad accorgermi di necessità piccole e di bisogni grandi dei fratelli, e riesco a dedicare loro maggiori energie e a comunicare loro fiduciosa serenità.

La quinta conseguenza è la lucidità con cui posso riconoscere sempre e ovunque la presenza del Padre. Egli è Colui « nel quale viviamo, ci muoviamo ed esistiamo », eppure com'è diffusa la mentalità e profonda convinzione che ci sono cose sacre e cose profane, che Dio non va mescolato con gli affari, che di Lui non occorre tener conto nelle piccole azioni e situazioni di ogni giorno! In pratica, l'ateismo convive con la fede, cerca compromessi con lei, si riserva spazi lunghi e quotidiani. Il mio abbandono a Dio elimina questo vuoto che assorbe coscienza e volontà. L'abbandonarmi fiducioso mi rende attento alla Presenza operante di Dio in ogni circostanza. 

Non vorrei dire troppo in fretta la sesta conseguenza: vorrei attendere ancora cinquant'anni, ma m'immagino che tu la vorrai conoscere subito. Ebbene, chi s'abbandona fiducioso al Padre mette i presupposti per una vita lunga! La pace e la serenità che pervade lo spirito dell'uomo che si lascia cadere nelle mani del Padre si diffonde nel suo corpo e in tutte le espressioni e dimensioni del suo essere.

Certo, anche il malato può abbandonarsi con decisione al volere di Dio e il sano può cadere malato o morire in gioventù! Ma è altrettanto sicuro che l'abbandono al Padre è predisposizione alla salute!

Non ultima conseguenza, ma ultima che vedo io ora, è il superamento dei bisogni, l'allontanamento della schiavitù del denaro e della fretta e frenesia del mondo. Quando t'abbandoni al Padre ti par quasi di « sedere nei cieli », di entrare in un nuovo ritmo di vita che ti permette di respirare, di esser libero, di non aver più necessità di nulla. Se ti vien a mancare qualcosa riesci a... far finta di non averla mai avuta, o di assimilarti al ritmo di chi cento o mille anni fa non lo sognava nemmeno! Quando mi abbandono al Padre l'unico mio programma diventa il vivere da figlio docile, semplice, il portare in cuore il suo amore in qualunque situazione mi venga a trovare. Una grande, immensa libertà, quale nemmeno si potrebbe immaginare!

Mi abbandono a Te, Padre!

Tu sei fedele, lascio cadere la mia vita nelle tue mani!

Tu sei sapiente, consegno a te i miei pensieri!

Tu sei misericordioso, presento a te il mio cuore incostante!

Tu sei santo, affido a Te il desiderio di una mia santità!

Tu sei buono, mi rallegro di Te!

Tu sei generoso, ti guardo col desiderio di imitarti

Tu sei Padre, m'abbandono sempre alla Tua guida!

Padre, eccomi, prendimi, lascio a te la responsabilità del mio vivere e del mio morire: Io sono tuo, figlio per Te! Come un bimbo sto in pace e attendo i tuoi cenni per obbedirti in tutto!

Fa di me ciò che tu hai pensato!

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FRUTTI DELL'ABBANDONO 

«Getta sul Signore il tuo affanno ed Egli ti sosterrà» (Sal 55, 23)  

Mi preme sottolineare che l'abbandono vero non è rinuncia all'impegno, ma è la fatica dell'impegnare la fede e l'amore al Padre. E' impegno a tenere un cuore di figlio fiducioso proprio quando verrebbe voglia di prendere iniziative al di fuori del volere manifesto di Dio, e al di fuori di uno spirito che rifletta l'amore e la pazienza dello Spirito Santo.

Quando mi manca questo abbandono cresce e prende spazio in me prima l'inquietudine, poi l'impazienza, la fretta, quindi la rabbia, e infine iniziative ricche di queste caratteristiche.

E' quando manca questo atteggiamento di abbandono che prende corpo in me la critica e l'accusa degli altri, la disobbedienza, la divisione del cuore dalle persone con cui Dio stesso mi chiama a vivere in unità. 

L'elenco delle situazioni negative potrebbe continuare: ma basta questo a farmi capire invece che il vero atteggiamento di abbandono è fonte di grandi beni. 

« Getta sul Signore il tuo affanno, ed Egli ti sosterrà », dice il salmista. Egli l'ha provato. « Affidati a Lui ed Egli ti aiuterà » dice il Siracide (2,6) e ancora: « Confidate in Lui: il vostro salario non verrà meno » (2, 8). « Considerate le generazioni passate e riflettete: chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? » (10). Nel libro dei Proverbi troviamo questa affermazione: « Confida nel Signore con tutto il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza » (3,5). L'abbandono è perciò il passaggio dalla fiducia in me stesso, dal fondarmi sulle mie forze, sulla bontà delle mie ragioni e decisioni alla fiducia in Dio, che ha strade insospettate d'intervento, che accorre usando una fantasia senza pari quando l'uomo - come nel caso di Gedeone! - gli fa affidamento.

Abbandonandomi a Lui non resta più addosso a me il peso della mia vita e delle mie pur gravose responsabilità. La vita mi diventa leggera, è sostenuta da Lui. Le mie responsabilità sono compiti che Egli mi ha dato: me ne darà le luci e le forze necessarie - a suo tempo - per portarli a termine: come è nelle sue mani la mia vita, così anche i compiti della mia vita.

La mia vita così non pesa più sui miei pensieri: posso vivere senza tensioni, con l'unico desiderio di essere obbediente a Dio: contento addirittura di far affidamento sulla sua paternità.

La mia vita poi non pesa più sui cuori altrui. Come divento insopportabile quando sono preoccupato! divento inquieto e semino attorno a me inquietudine, divento incapace di condurre i cuori a Dio. Sono come un cieco, non vedo più la meta. Sono senza Spirito Santo, che è Spirito di relazione d'amore al Padre e di accoglienza d'amore del Figlio: preoccupato di cose o di fatti sono ripiegato su di me, e mi ritrovo fuori dello Spirito di Dio! mi ritrovo appesantito e quasi schiacciato psicologicamente e fisicamente!

M'abbandono, ed ecco la leggerezza, ecco tornare il sorriso e la fiducia, ecco tornare la calma e la posatezza, il riposo interiore... e anche quello esteriore.

L'atteggiamento di abbandono al Padre è grande guadagno. E' un atto di fede che mi dà pure salute! « Salute sarà per il tuo corpo e un refrigerio per le tue ossa »! (Prov 3, 8).

Ma il mio atteggiamento di abbandono è soprattutto un grande dono al Padre: Egli è così nella possibilità di mostrare a me e a tutti che la sua attenzione paterna è concreta, che la sua mano interviene, che Egli è veramente Padre!

ESORTAZIONI 

« non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 6)   

Dicono: « come può saperlo Dio? C'è forse conoscenza nell'Altissimo? ».

Ecco, questi sono gli empi! Se avessi detto: « parlerò come loro »,

avrei tradito la generazione dei tuoi figli.

Riflettevo per comprendere: ma fu arduo agli occhi miei, finché non entrai nel santuario di Dio.

Quando si agitava il mio cuore e nell'intimo mi tormentavo io ero stolto e non capivo,

davanti a te stavo come una bestia.

Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra.

Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria.

La roccia del mio cuore è Dio!

 

Non è l'unico salmo che mi aiuta a pregare così, cioè a stabilire con Dio un rapporto di figliolanza piena, di abbandono fiducioso. Quando dubito, non dell'esistenza di Dio, ma della Sua concretezza accanto a me, sono un empio che tradisco coloro che credono. La mia intelligenza si rifiuta di comprendere: ho bisogno di vedere, di sperimentare, di provare per entrare nel “ santuario" della verità di Dio. 

Quando faccio piccoli atti di abbandono in piccole cose, allora mi accorgo che Dio non è assente! Ma devo dargli fiducia, (Sal 73,11ss) benché in piccole cose, perché Egli possa darmi la prova della sua capacità di intervento. Quali le occasioni?

Ne riferisco alcune banali, perché possibili ogni giorno a tutti: sono in ritardo: invece di inquietarmi, mi affido a Dio. Manca il denaro: invece di agitarmi, mi abbandono alla Provvidenza. C'è un contrattempo: al posto di arrabbiarmi, mi rimetto al Padre. Ecc. ecc...

Ogni ora porta i suoi pesi, ogni ora possiamo esercitarci in questo atteggiamento.

Gesù stesso lo esigeva dai suoi, dandone naturalmente l'esempio. La barca su cui dormiva si riempiva d'acqua. I suoi non erano ancora allenati all'abbandono concreto al Padre: preoccupati, oltre che svegliarlo, lo accusano di indifferenza di fronte al loro comune pericolo di morte. Ed egli: « perché siete così paurosi? non avete ancora fede? ».

E in un'altra occasione fa un lungo discorso per esortare all'indifferenza di fronte alle cose, e ai bisogni. Non è un'indifferenza irresponsabile, ma è una santa indifferenza: un atteggiamento cioè di libertà da ogni preoccupazione materiale, perché già c'è Colui che si è dichiarato responsabile della nostra vita. Una indifferenza santa, come è santo l'abbandono, perché in questo atteggiamento risplende la presenza e l'amore del Padre santo! « Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete... Il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno ». Sono i pagani che si preoccupano, perché essi non sanno d'avere un Padre. Essi non conoscono Dio se non parzialmente, ma ne ignorano totalmente la paternità.

Gli apostoli fanno eco a Gesù nelle loro lettere: Pietro (1 Pt 5,7) riprendendo il salmo 55 dice: « gettate in Lui ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di voi ». E Paolo ai Filippesi (4, 6 ss): « non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste... E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù ».

Questa è l'unica occupazione seria del cristiano: custodire cuore e mente in Gesù: affinché ciò possa avvenire, Dio è disposto a intervenire oltre le capacità dell'intelligenza.

 

COME ABBANDONARSI? 

« mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre» (Sal 52, 10b)

"Aiutati, che Dio t'aiuta", suona un noto proverbio nostrano. Ma questo proverbio, che è certamente nato dalla vita cristiana, viene interpretato talvolta alla maniera pagana. 

L'abbandono a Dio certamente non deve favorire la pigrizia, né il quietismo e la comodità. L'abbandono a Dio non è la concessione dell'ozio e del mangiare a ufo. Parole terribili sono riservate nella Scrittura all'ozioso e al pigro. 

L'abbandono non ha origini nella nostra umanità, che tende sempre all'egoismo e, quindi, a non far fatica. 

L’abbandono - il santo abbandono - ha origini nella presenza i Dio, nel tener conto della sua vicinanza e della sua promessa. E’ perciò anzitutto obbedienza e non esime dalla obbedienza costosa a Dio. 

Egli mi dà un compito, ce la metto tutta. Il suo compito può essere materiale, come il guadagnare il pane, o intellettuale o spirituale. Non mi esimo dallo svolgere il compito che Dio mi dona. 

Ma entro questo compito rimango sereno; rimango abbandonato Dio non mi dà il compito di fidarmi solo delle mie forze, né mi affida il compito di arrabbiarmi e nemmeno quello di affannarmi.

Obbedisco, agisco, faccio quanto mi è ordinato affidandomi a lui, confidando in Lui. 

Che significa allora quell' « aiutati che Dio t'aiuta »? o lo sento, caso mai, come un invito a compiere il mio dovere senza riservarmi spazi di pigrizia. Ma il mio dovere non me lo invento io, io non mi metto al posto di Colui « che opera tutto tutti ». Io sono e voglio restare « povero servo »: perciò dall' «aiutati» non posso disgiungere una buona dose di ascolto di Dio, di contemplazione, di disponibilità a Lui. Mi aiuto sì, ma dopo che ho compreso in quale direzione e con quali mezzi Dio vuole che io mi impegni. Altrimenti quella parola mi suona pagana, se non addirittura atea. Se cercassi di « aiutarmi » secondo i miei criteri, lascerei vivere e operare nel mio cuore certamente sentimenti d'egoismo e di egocentrismo, di vanità e soprattutto di materialismo. Chi usa questo proverbio in modo superficiale non si mette forse anche a lavorar di domenica, a intraprendere doppio lavoro, a vivere un ritmo asfissiante, se non addirittura a sfruttare il prossimo? Gli serve di più la prima parte della frase che la seconda. Viene portato a non dare molta fiducia a Dio. Non può pretendere l'aiuto da Lui chi gli disubbidisce nella pigrizia, né chi disubbidisce nell'avidità o nell'attivismo.

Il primo aiuto che Dio vuol dare all'uno e all'altro è che egli venga riconosciuto come Padre: Padre che dà responsabilità e affida compiti e nello stesso tempo Padre che provvede di persona alle necessità di chi gli si fa figlio.

Quando sto eseguendo i compiti che Dio mi ha affidato posso vivere nella pace e nella fiducia. Egli è fedele. Non mi mancherà nulla di ciò che serve perché la mia vita col mio lavoro diventi fruttuosa per il regno di Dio. E per il regno di Dio - in famiglia o in comunità più ampia - serve molto di più la pazienza e la serenità e la pace che diffondo quando m'imbatto in contrattempi, più che non un lavoro materialmente eseguito nei tempi e modi prestabiliti.

Per il Regno di Dio diventa fruttuosa la gioia e la fiducia con cui sopporto la malattia che m'impedisce opere importanti, più delle opere stesse. Per il Regno di Dio nel cuore dei bambini è certamente più fruttuoso del programma finito l'amore e la pazienza con cui li tratto mentre non mi lasciano terminare il programma!

Il "frutto" della nostra vita non lo possiamo calcolare materialmente, perché Dio lo calcola - semmai - spiritualmente!

Non è mai proclamato beato colui che s'affanna a terminare il lavoro, ma colui che diffonde spirito di povertà e spirito di mitezza e di pace! 

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«se non diventerete come bambini... » 

« Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio. Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre ». (Sal 52, 10)   

Una frase del profeta Isaia (30, 15) pone in evidente contrasto due parole: « nell'abbandono confidente sta la vostra forza »!  

Chi s'abbandona lo vediamo quasi spontaneamente come un rinunciatario, uno che non sa custodire e difendere e salvare la propria personalità. E questo di per sé non è escluso dall'atteggiamento dell'abbandonarsi, a meno che l'abbandono non sia invece un affidarsi, lasciare che si occupi di me un altro, Dio! A questo alludeva certamente Isaia con l'aggettivo "confidente"! Abbandono la mia vita, sapendo con piena fiducia che c'è un Padre che se ne occupa già! 

L'uomo, da quando scopre di non essere più bambino, o non vuole più esserlo, vuole conquistare la vita, essere padrone, determinare le proprie giornate e i propri minuti! E quante agitazioni e arrabbiature quando dei casi chiamati fortuiti o semplicemente imprevisti o disguidi vengono a condizionare le lucide scelte, le chiare previsioni... Ogni movimento di stizza o di rabbia o di prepotenza sono segno di una vita che vuol possedersi. E' il tragico riflesso della decisione di Adamo. Adamo, l'uomo, decide la propria vita autonomamente, come se Dio fosse diventato muto o come se Dio fosse sostituibile dalla propria volontà. L'uomo si ritrova subito non nudo di vestiti, ma nudo di gioia e di libertà. Ci sono tante di quelle cose che lo ostacolano, che gli impediscono di realizzare subito le sue decisioni o di realizzarle comunque! Egli si vede allora come un vinto, come un fallito, e reagisce come un lottatore o come un arreso. Diventa prepotente o rassegnato! 

L'abbandono di cui ora ci occupiamo è uno dei modi con cui l'uomo esprime il suo rapporto con Dio. E' l'atteggiamento con cui l'uomo dà concretezza alla Presenza del Padre. L'abbandono vissuto così non è passività, anche se così può sembrare all'occhio estraneo e superficiale, ma è grande e profonda attività. 

Senza una faticosa e - talvolta - dolorosa vittoria su se stessi e sull'influsso delle aspettative di coloro che mi circondano o dell'opinione corrente, non riesce possibile un vero abbandono. Abbandonarsi a Dio richiede mettere in atto una fede decisa, un amore pronto ad arrischiare la morte, una speranza contro ogni speranza. 

Per questo l'abbandonarsi a Dio dona forza, rende talmente forti da affrontare coraggiosamente e serenamente difficoltà e pericoli e situazioni impossibili: chi si abbandona a Dio tiene conto della forza di Dio! « Nell'abbandono confidente sta la vostra forza ».

don Vigilio Covi

L'ABBANDONO DI GESÙ

« Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito »  

Gesù, con il suo modo di rapportarsi al Padre, ci mostra fino a qual punto giunge il vero abbandono. Nel suo esser figlio vive un rapporto di piena fiducia e di amorevole obbedienza verso il Padre.

Egli sa, non solo che il Padre esiste, ma che è veramente papà e che vuole esercitare la sua paternità. Perciò Gesù si affida a Lui totalmente. Lo notiamo durante tutta la sua esistenza terrena, ma ce ne rendiamo conto in modo più forte nei momenti in cui Gesù viene tentato: nel deserto e sul Calvario.

Nel deserto Gesù viene tentato di usare in modo autonomo i poteri che gli vengono dal suo esser figlio di Dio. « Dato che sei figlio di Dio » - sembra suggerirgli la tentazione - « fa quello che un Dio può fare »! Questo pensiero - apparentemente "giusto" secondo un ragionamento logico - è riconosciuto diabolico da Gesù: è un pensiero che lo porterebbe a non esser più figlio, un pensiero che, rendendo il figlio indipendente dal Padre, lo priva della sua stessa identità di figlio. Se il figlio non riceve più vita dal padre, non riceve gli impulsi della vita e gli orientamenti della vita dal Padre, non può più chiamarsi figlio: non lo è più!

Gesù reagisce a questa tentazione semplicemente con l'abbandono al Padre. Sembra di poter cogliere nel suo cuore questo ragionamento: se io sono figlio di Dio, Dio mi è padre: mi occupo perciò solo di ciò di cui egli mi incarica, non faccio se non ciò che Egli mi indica, mi fido di Lui, Egli sa ciò di cui ho bisogno e provvede, proprio perché mi è Padre! Gesù rimane nell'abbandono totale alla paternità fedele di Dio.

Sul Calvario la situazione interiore di Gesù è identica, benché le condizioni esteriori siano molto più drammatiche. La tentazione si ripresenta allo stesso modo: se sei figlio di Dio, scendi!

Se Gesù considerasse l'esser figlio di Dio come un onore, come un'ambizione, come un motivo di vanto e di potenza, certo Egli non tarderebbe ad obbedire a quella voce. Ma Gesù considera come primo dovere, o, meglio, come suo continuo amore al Padre l'esser figlio, e perciò vuole mantenere viva e reale e pura anzitutto questa figliolanza.

Se sono figlio di Dio, Dio provvede certamente a me! ».

«Se sono figlio di Dio, voglio essergli obbediente! ».

«Se sono figlio di Dio, accetto quanto Egli sa e promette! »

«Padre, nelle tue mani affido il mio spirito »!

Con l'abbandono al Padre ogni tentazione è vinta! E il Padre interviene con tutta la sua onnipotenza: dà a Gesù il necessario per vivere, gli dà addirittura di moltiplicare i pani e gli dà sul Tabor e in altre occasioni una gloria molto più grande di quella che avrebbe ricevuto buttandosi illeso dal pinnacolo del Tempio! E al posto di un'autorità di dominio che provoca paura a chi la subisce e a chi la esercita, Gesù riceverà dal Padre un'autorevolezza tale che folle intere lo seguiranno e gli obbediranno! Ed il suo Spirito consegnato al Padre dalla croce non è finito nel nulla: continua ad animare dall'interno la Chiesa, suo nuovo corpo vivente ed operante nel mondo.

L'abbandono di Gesù al Padre è stato completo. La paternità di Dio in Lui si è potuta manifestare con pienezza! 

IL MIO ABBANDONO 

«se non ritornerete come bambini ... »  

L'abbandono di Gesù al Padre è regola per me. Egli, Gesù, è il Maestro ed Egli è il Signore.

So però che io giungerò ad un abbandono come Gesù e con Gesù, gradatamente, con un esercizio costante in piccole occasioni che mi si presentano. Voglio abbandonarmi a Dio semplicemente perché credo che Dio è Padre. Lo affermo spesso: credo in un solo Dio Padre onnipotente! Questo mio "credo" ha conseguenze!

La prima delle conseguenze è un'attenzione a ricevere da Dio gli impulsi della mia vita, a prender da Lui sentimenti e pensieri per il mio cuore. So che se la mia vita non ha la sua sorgente in Dio, se non nasce ora per ora da Lui non posso dirmi figlio, non posso chiamarlo Padre!

La seconda conseguenza è una grande fiducia: ho un Padre che è per davvero papà. Egli si occupa di me ogni giorno. Non è relegato, tanto per dire, alla casa di riposo come un padre che ha smesso il mestiere di papà e lo vado a vedere e salutare di quando in quando, nelle solennità Egli è oggi e sarà anche domani Padre nel pieno senso della parola. Mi posso abbandonare a Lui con fiducia. Il bambino che dà la mano al papà è l'immagine che rappresenta nel modo più vero questo mio atteggiamento interiore. Il bambino non ha paura, perché c'è il papà. il bambino non ha preoccupazioni per il domani, perché c'è il papà. Il bambino non domanda di capire tutto, perché il papà già sa.

Così io lascio la mia vita alla preoccupazione del Padre: Egli sa già il perché di ogni avvenimento, conosce il vero perché di ogni contrattempo. Nei contrattempi posso ringraziare, perché sono quelle le occasioni da me impreviste e imprevedibili attraverso cui il Padre guida e orienta direttamente la mia vita! 

Il Padre conosce i miei bisogni, quelli che avrò domani. Non me ne occupo perciò. Il bambino non chiede al proprio papà se ha provveduto al pane del giorno seguente; egli sa infatti che certe cose non occorre dirle al papà.

Nemmeno al Padre occorre dirle certe cose! Mi abbandono. Egli provvede.

Il Padre stesso invece si occupa di dirmi e suggerirmi cose che io non avrei mai pensato né creduto. E talvolta quello che Egli mi dice supera la mia intelligenza: allora mi abbandono alla Sua Parola, faccio ciò che Egli mi dice. Talvolta quello che Egli dice sembra impossibile. Ma se lo dice Lui lo farò: non ha agito così pure Abramo? e Maria?

Quando so che Dio si è impegnato con me chiedendomi obbedienza sto abbandonato a quell'obbedienza. Ci sono sempre ragioni e ragionamenti contrari all'ubbidire, ma vengono dallo spirito della mia mente e non dallo spirito di fede da cui scaturirebbe l'abbandono a Dio.

Se mi lascio andare ai miei ragionamenti prenderà sopravvento il mio io e Dio servirà solo ad avvallare i miei gusti, a giustificare le mie comodità, a rinforzare le mie idee. Prima esprimo me stesso e poi cerco Dio per far vedere a me stesso e agli altri che Egli è d'accordo con me! Se mi abbandono al Padre invece prima cerco la sua Parola e ad essa sottometterò la mia volontà! E per esser sicuro che quella Parola non è il riflesso del mio io - sempre astuto quando si tratta di farsi accontentare cercherò la Parola di Dio nell'obbedienza.

Allora il mio abbandono è concreto, è vero abbandono a Dio. 

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3. L'ABBANDONO FILIALE DI GESÙ

Meditiamo ora alcuni episodi evangelici che ci aiuta­no a contemplare Gesù, mirabile icona dell'abbandono.

1. L'arresto di Gesù (Gv 18).

Gesù è arrestato nel Giardino degli Ulivi. Pietro af­ferra la spada per difenderlo. Gesù è consapevole di es­sere, al contempo, sia di fronte ad un pericolo incom­bente, sia in compagnia del Padre Onnipotente che lo difenderà. «Padre mio... »

Accogliere e offrire.

Gesù sceglie la relazione filiale prima di tutto. Si af­fida alla volontà del Padre: «Non devo forse bere il calice che mi porge il Padre?»

2. «il Principe di questo mondo viene...» (Gv 14,30).

Il fatto.

Gesù sa tutto. È cosciente che il dramma che sta per consumarsi non gli lascia scampo. È perfettamente co­sciente dell'azione del Maligno che vuole distruggerlo.

Gesù ha appena dato da mangiare a cinquemila per­sone nel deserto (Gv 6). Sente la meraviglia e l'entusia­smo della folla: la gente lo vuole re, ma sa che dovrà spiegare che il suo regno non è di questo mondo, che il Figlio di Dio viene dall'Altissimo non per regnare ma per servire. Gesù sceglie, dunque, di accogliere la volontà di Dio per manifestare il Regno; va sulla montagna a pre­gare poiché sente di avere bisogno del Padre per vincere la tentazione di costruire un regno terreno. Tutto il Van­gelo ci parla dell'umanità del Figlio di Dio, una umanità in tutto simile alla nostra.

Scorgiamo in Gesù una duplice consapevolezza: quella di essere profondamente immerso nella concre­tezza della vita terrena e quella di essere chiamato ad una missione nel mondo e per il mondo, pur non fa­cendo parte di esso. Questa duplice consapevolezza provoca una scelta, costringe ad un atto libero, ma de­cisivo: rimettersi completamente alla Potenza del Padre nella scelta della Figliolanza battesimale: «Tu sei il Fi­glio mio prediletto». Nell'accogliere la propria essenza umana e divina, Gesù si rimette umilmente al volere del Padre ogni volta che una situazione o un avveni­mento lo chiama a porre i semi del Regno nei cuori delle persone, ma al contempo sa che, come Figlio di Dio, il Principe del Mondo non avrà nessun potere su di Lui (Gv 14,30).

L'accoglienza.

Ogni episodio della vita di Gesù ripropone simboli­camente la sua missione: rivelare al mondo il volto del Padre e la realtà del nostro essere figli di Dio. «Per questo sono venuto». È la comunione d'Amore fra il Padre e il Figlio che si rivela in tutta la sua sostanza: «Bisogna che il mondo sappia che amo il Padre e accolgo la Sua volon­tà».

3. «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,55-56).

Ecco un gruppo di greci (da sempre mal visti dal po­polo di Israele) che cercano Gesù. Il fatto meraviglia i discepoli. Poi, un fenomeno miracoloso rende manifesta ai presenti la Gloria del Maestro. Eppure Gesù sa che la sua vera Gloria si realizzerà attraverso l'abiezione e l'an­nientamento. Ecco allora un lieve conflitto interiore «Ora l'anima mia è turbata». Tuttavia, Egli non chiede a Dio che gli sia risparmiato questo destino, ma accoglie la Volontà divina e sceglie non la sua gloria ma quella del Padre che l'ha mandato. «Padre, glorifica il tuo nome». Ed ecco che subito si rivela la Comunione: «Io l'ho glo­rificato e lo glorificherò ancora».

Questa Comunione è l'Unione con il Padre che si consuma ogni giorno più intensamente nella misura in cui si rinnova quell'atto di accoglienza e di remissione al­la volontà d'Amore.

Ogni momento dell'esistenza di Gesù è occasione per rinnovare l'offerta più importante: «Eccomi, Padre, per compiere la Tua volontà», e di preparare l'estasi finale (uscita da sé) che sarà la morte in croce: «Padre, nelle Tue mani affido il mio spirito».

La Comunione perfetta e la salvezza eterna sono i frutti di questa immolazione totale e definitiva, sono le primizie dell'unione mistica del Figlio nel Padre. Gesù ora è il Signore, ma per opera del Padre. Gesù non ha cercato la propria signoria o il proprio riconoscimento personale. Tutto quel che ha desiderato è la gloria del Padre: «Io non cerco la mia gloria... io amo il Padre mio» (Gv 7). Ma il Padre non desidera altro che la gloria del Figlio. È l'eterna dinamica di scambio e di dono del Dio dell'Amore.

Un altro episodio del Vangelo ci mostra Gesù che in­segna ai discepoli a vivere in perenne stato di abbando­no ogni momento e ogni situazione della vita. L'episodio culmina con la gioia e la meraviglia dei discepoli di fron­te ai miracoli e alla sottomissione dei demoni nel Nome di Gesù (cfr. Lc 10,17). Gesù ascolta... ha assistito alla sconfitta di Satana quando i discepoli hanno invocato il Suo nome, ma li ammonisce ricordando loro la vera ori­gine di questa vittoria sul male. I discepoli sono di Cri­sto e dunque appartengono al mondo di Dio: «Non ral­legratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». Gesù li invita ad immergersi nell'amore di Dio: «Rallegratevi di essere in Dio, nel Padre e con me». Così Gesù rivela la gioia della Comunione con Dio. È in questa Comunione che il discepolo deve immergersi e lasciarsi dolcemente cullare. È in questa Comunione che percepiamo la com­pagnia di Dio e che diventiamo consapevoli di due realtà essenziali della nostra vita:

- la realtà - lieta o triste - della situazione nella quale ci troviamo inseriti (lo stato di vita, il momento contin­gente che stiamo attraversando); la realtà della nostra vi­ta in questo mondo.

- la realtà della nostra figliolanza in Dio Padre. «Sia­mo nati da Dio». «È piaciuto al Padre rivelare a voi il Re­gno». Solo nell'accettazione del nostro essere figli può realizzarsi l'abbandono sereno nelle braccia del Padre. Ecco la gioia! «Rallegratevi... perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

La Chiesa, che è annuncio e offerta di Cristo, non ha altra opera da svolgere che quella dell'abbandono. La Sposa di Cristo vive del Suo Spirito e prosegue in lei quello slancio di abbandono che Cristo stesso le ha ispi­rato. Lo Spirito realizza nella Chiesa il comando di Cri­sto: «Fate questo in memoria di me». La Chiesa rende vi­va la Presenza del Signore nel pane e nel vino; si tratta di un miracolo dello Spirito nella concretezza e nella po­vertà delle cose del mondo.

Nell'ultima Cena assistiamo all'atto di abbandono più intenso e misterioso. Gesù, «rapendo che veniva dal Padre e ad esso stava per tornare», prese del pane e del vino, uti­lizzò la povera e semplice materia creata e, offrendola al Padre, ne fece una realtà mistica e spirituale: «Questo è il mio Corpo... questo è il mio Sangue». È la potenza della Comunione a trasfigurare la materia; è l'alleanza e l'u­nità dell'uomo con Dio che trasforma le cose e le crea­ture rendendole nuove. Quale miracolo prodigioso! Ec­co in cosa consiste l'attitudine all'abbandono: svuotarsi per lasciar penetrare lo Spirito di Cristo in noi. Il movi­mento d'abbandono filiale di Cristo si rinnova nella di­namica della liturgia eucaristica affidata alla Chiesa. Ogni movimento d'abbandono in Cristo e nella Chiesa trova la sua sorgente e il suo fine solo e unicamente nel­l'Eucaristia.

Si tratta di lasciarsi andare dolcemente a questo ab­bandono che ci ispira lo Spirito. Ogni volta che vivremo autenticamente l'abbandono nella dimensione sacramen­tale, sapremo poi viverlo in pienezza nella quotidianità della nostra vita.

La dimensione di fede dell'abbandono e la dimensio­ne eucaristica si compenetrano fino ad identificarsi. L'u­na e l'altra per Cristo, con Cristo e in Cristo a gloria di Dio Padre e nell'unità dello Spirito Santo. È l'opera di Dio!

Tutto ciò che ci è chiesto è di accogliere quest'opera divina e di darle compimento nella piena adesione alla Parola, ponendo al centro delle nostre vite e dei nostri cuori quell'offerta fiduciosa e spontanea di tutto il no­stro essere che ci mette in perpetua comunione con il mondo di Dio.

Concludiamo contemplando Maria che fece una scelta radicale di abbandono accogliendo in se stessa quel Figlio donatole dallo Spirito.

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SECONDA FASE: ACCOGLIERE.

Il bimbo che ha preso coscienza del pericolo non per questo viene salvato: egli dovrà non solo vedere il peri­colo ma accoglierlo.

Il piccolo accetterà di accogliere il pericolo solo per­ché sa che il papà è più forte del cane; dovrà fidarsi com­pletamente dell'intervento paterno.

Anche noi, dopo aver preso coscienza del problema, possiamo rivolgerci a Dio e chiedergli di aiutarci ad ac­cettare non solo quel particolare momento di difficoltà, ma anche tutte le conseguenze previste dal disegno della Sua volontà. Questa piena e fiduciosa accoglienza della vita come dono del Padre ci permette di accettare ogni avvenimento lieto o triste dell'esistenza nella consapevo­lezza che la volontà di Dio su di noi è sempre una volontà di bene. Questa accoglienza è l'esatto contrario della ras­segnazione. Non si tratta di rinunciare a prendere le pro­prie decisioni o ad agire; sarebbe una rinuncia vigliacca che non ha nulla a che vedere con il Fiat evangelico. Se dico: «Signore, tutto questo mi scandalizza, mi rivolta, sono pieno di angoscia, ma accetto la tua volontà, poi­ché so che Tu non desideri la mia sofferenza, ma spesso permetti il male per far sbocciare da esso un bene superiore», solo così partecipo al Fiat di Cristo, solo così so­no interiormente libero.

Questo secondo atteggiamento che caratterizza l'ab­bandono è legato alla speranza, cioè a quella fede che si nutre di fiducia e che non si limita all'espressione del Credo: credo in Dio, credo in Gesù Figlio di Dio.

Come si realizza la prova del nostro Credo? Dov'è la nostra fiducia? La fede autentica è quella che, nella pro­va, come Maria al Calvario, non smette di credere che non è per mancanza di amore che Dio permette il male, ma solo per concederci un bene superiore che non pos­siamo ancora vedere e comprendere. Questa speranza senza limiti è la condizione dell'abbandono più difficile da vivere. Se abbiamo difficoltà a praticare l'abbandono è perché non sappiamo continuare a sperare anche quando ogni speranza sembra perduta.

Dobbiamo fare a questo punto una breve digressione sul tema del male e del peccato. Infatti nel discorso svi­luppato fin qui si potrebbe essere indotti a pensare che Dio voglia che noi compiamo il male. Non è così. Dio detesta a tal punto il peccato che si è fatto uomo per li­berarci definitivamente da esso.

Ben lungi dall'entrare a patti con il peccato indivi­duale o collettivo, ciò che dobbiamo fare, semplicemen­te, è riconoscere di essere peccatori; ciò che dobbiamo desiderare è l'umiltà di cuore che permetterà alla poten­za di Cristo di trasformare la nostra debolezza e di trarre dal male il bene pensato per noi.

Il peccato può diventare occasione per una straordi­naria conversione, per un miracoloso risveglio spirituale; pensiamo a S. Pietro o alla Maddalena. Ciò che conta è imparare a scorgere in noi i momenti in cui facciamo re­sistenza alla Grazia.

Può apparire paradossale. Eppure, per la vita spirituale, può essere rischioso tanto fare il bene quanto compiere il male. I farisei, ad esempio, facevano tutto bene, ma compiacevano solo se stessi, e fu per questo che si tennero lontani da Gesù accusandolo. I peccatori del Vangelo sono persone che hanno compiuto il male; ma alcuni di loro, come Giuda, si sono richiusi in se stes­si e hanno preferito allontanarsi da Gesù, altri si sono re­cati da Lui in lacrime e, dopo aver ricevuto il Suo per­dono, sono diventati i suoi migliori amici.

I nostri limiti, le nostre debolezze, le nostre fragilità anziché allontanarci dal Signore, ci fanno meglio com­prendere l'infinita grandezza del Suo amore. Possiamo dire al Signore: «Il Tuo amore è immenso, non Ti lasci mai scoraggiare dal nostro peccato».

Ciò che importa a Dio non sono le nostre azioni buo­ne o cattive. Dio guarda al cuore. Quando compiamo un'azione buona o cattiva Dio ci vuole rivolti verso di Lui e non verso noi stessi intenti a compiacere il nostro amor proprio o a crogiolarci nel rimorso. Se sapremo guardare al Signore in ogni istante, rinasceremo ad ogni istante e, anche dopo il peccato, verremo rigenerati per­ché resi partecipi della Sua vita divina.

Il peccato stesso può, dunque, diventare occasione per una rinascita spirituale, per sperimentare la grandezza della misericordia di Dio. Il peccato può anche sorpren­dere quell'anima che, pur essendosi protesa verso un ideale di purezza, si ritrova a compiacere se stessa o a cercare le lodi del prossimo per il bene compiuto.

TERZA FASE: OFFRIRE.

Il fanciullo che ha realizzato il pericolo dal punto di vista oggettivo e soggettivo e lo ha fatto suo accettando­lo, cosa farà ora? Correrà a gettarsi nelle braccia del pa­dre. È il culmine della fiducia e dell'amore. Accade così anche per noi quando ci affidiamo a Dio. Fu così anche per Gesù quando sulla Croce esclamò: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», ma poi subito aggiun­se: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito».

È dalla nostra disponibilità ad affidarci al Signore che si misura il nostro amore per Lui.

Quando ci siamo soffermati ad analizzare la nostra preoccupazione dal punto di vista oggettivo e soggettivo, quando l'abbiamo accolta come dono di Dio, ciò che ci resta da fare è offrire tutto al Signore. Non si tratta di dimenticare o negare ad ogni costo la preoccupazione. Al contrario, bisogna guardarla bene in faccia, esaminar­la minuziosamente, fin dalle origini, dai motivi che la tengono viva, ma poi bisogna proibirsi di restare soli con essa e ancor meno di lottare contro di essa. Bisogna ac­coglierla e offrirla al Signore.

In realtà, quando ci disponiamo all'offerta non affi­diamo a Dio solo il nostro problema, ma offriamo anche noi stessi.

Il culmine dell'abbandono sarà allora l'offerta di tutto il nostro essere: senza maschere, nudi e poveri di fronte al Signore, con il nostro fardello di miseria e di peccato. Questo slancio del cuore riscalda l'anima ed è una forza irresistibile. È lo Spirito Santo che si impadronisce di noi. È l'amore che ci spinge a lasciarci cullare fiduciosi nella tenerezza divina.

Questo terzo aspetto del movimento di abbandono è dunque intimamente connesso allo Spirito d'amore il cui primo compito è quello di unire il Padre al Figlio. Nes­sun individuo è in grado di offrire da se stesso la propria miseria se non ha fatto, almeno una volta, esperienza dell'amore di Dio nella propria anima. Nulla, quaggiù sulla terra, ci lega più intimamente a Dio di questa of­ferta radicale e incondizionata di noi stessi.

E quando, davanti ad un ostacolo o ad un problema, siamo stati capaci di praticare l'abbandono, cosa accade o, meglio, cosa cambia?

Da un lato non cambia nulla; dall'altro tutto è differente. Io non mi identifico più con la mia preoccupazio­ne, anche se l'ho fatta mia accettandola e non rinnegan­dola. La ragione ha avuto la meglio sulla confusione emotiva ed affettiva; ora essa può aiutarmi a vedere le cose con obiettività. La volontà ha ripreso tutto il suo vi­gore e la sua efficacia di azione. Nel mio essere final­mente unificato e pacificato, la grazia può agire e le mie azioni ritrovano efficacia. Certo sono sempre io che pen­so e prendo le mie decisioni, ma questa volta a partire da Dio, su ispirazione dello Spirito. È così che i Santi parlano o tacciono al momento opportuno, pregano o agiscono secondo il bisogno.

Questo abbandono è un abisso senza fondo, smisu­rato almeno quanto l'Amore e la misericordia di Dio. L'abbandono ci avvicina a Dio, ma più ci scopriamo vi­cini più sentiamo di poterci avvicinare ancora a Lui. Dobbiamo tuttavia avere l'accortezza di non considerare l'abbandono come un fine, ma come il mezzo che ci ri­conduce in seno al Padre.

Gesù, quando si rimise alla volontà di Dio, fu esau­dito dal Padre. Non c'è dubbio che dopo un abbandono definitivo ed assoluto in Gesù l'anima può fare l'espe­rienza dello Spirito che sonda i segreti dell'anima. Que­sto abbandono definitivo ed assoluto ci apre la porta ver­so l'infinito.

Cercheremo ora di meditare sugli esempi di abban­dono filiale di Gesù nel Vangelo.

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IL MOVIMENTO D’ABBANDONO

Che cos'è? Come praticarlo?

Non è un metodo, né una tecnica per rafforzare l'i­dentità del proprio «io» davanti a se stessi, agli altri o a Dio. Ripetiamolo: non ha nulla a che vedere con la no­stra vita psichica, relazionale o sociale; esso attiene uni­camente alla nostra vita con Dio e in Dio. Non è nep­pure un'evasione o una fuga dalla realtà, né tantomeno una sorta di abdicazione nei confronti della vita per «la­sciar fare a Dio».

Il movimento di abbandono richiede un enorme sforzo-senza-sforzo, che è contemporaneamente una lotta contro se stessi e uno slancio del cuore verso Dio e ver­so il prossimo.

Si tratta di partecipare direttamente al movimento spirituale proprio ed essenziale del Figlio di Dio che si volge al Padre. Ma poiché il Figlio di Dio si è fatto uo­mo, questo movimento integra direttamente le nostre fa­coltà, la nostra ottica ma oltrepassandole per aprirci a Dio e agli altri e liberarci dalla tentazione egoistica al ri­piegamento.

Questo movimento spirituale è semplice ma molto ricco.

Esso ci ricorda, per molti aspetti, ciò che accade nella respirazione. La respirazione è un gesto semplice e na­turale. Ma se diciamo ad un bambino: «Attento, respi­ra!», egli sarà come preso dal panico e non riuscirà più a respirare come prima. La respirazione è l'atto più sem­plice che compiamo nella nostra giornata ed è un pro­cesso di scambio: inspirare ed espirare.

Allo stesso modo anche l'amore è un atto estrema­mente semplice. E tuttavia presuppone l'accoglienza e l'accettazione della persona amata così com'è e in segui­to il dono totale a lei in un trasporto affettivo che vibra di scambio continuo e reciproco.

Tutta la vita di relazione, d'altra parte, in ogni situa­zione, si nutre di scambi vicendevoli fra le persone, pro­prio come accade in amore.

Come praticarlo?

Non si può fare un'analisi razionale e una descrizione precisa di ciò che accade quando si comincia a praticare l'abbandono. È un'attitudine spirituale che si acquisisce a poco a poco e che consiste, anzitutto, in una disponi­bilità serena dell'anima all'accettazione e all'accoglienza di ogni avvenimento della vita. L'individuo impara a vi­vere l'abbandono cercando, come primo passo, di domi­nare il proprio caparbio desiderio di autonomia e di au­tosufficienza, per tentare poi di lasciarsi andare ad una mansueta e fiduciosa accoglienza della Grazia.

La tensione verso la libertà può diventare lacerante, mentre l'apertura docile alla Grazia può aiutare a ritro­vare l'unità.

Affidarsi alle mani del Padre è lasciarsi invadere da una vita nuova. In questo consiste il Mistero di obbe­dienza della Croce e della Risurrezione di Cristo. Il cri­stiano, inchiodato alla croce del mondo, deve imparare l'obbedienza di Cristo in ogni istante della sua vita af­fannosa e caotica. La creatura totalmente abbandonata è quella che sa fare obbedienza di fronte ad ogni evento della propria esistenza ricavandone tutto il bene possibi­le per se stesso e per i quelli che le stanno vicino.

«Se uno è in Cristo, è una creatura nuova», dice S. Pao­lo (2 Cor 5,17). L'apertura incondizionata al dono di Dio e l'abbandono permettono alla creatura di rivestirsi di novità nella verità e di trasformarsi a immagine del proprio Creatore (Col 3,10). Grazie all'abbandono l'ani­ma, alle prese con le situazioni quotidiane - pensieri, preoccupazioni, tentazioni, sofferenze o, al contrario, soddisfazioni, consolazioni, piaceri, gioie - riesce a non farsi soffocare da esse, ma ne fa un'occasione preziosa di crescita spirituale e di arricchimento. L'anima abbando­nata si affida completamente alla volontà di Dio, ma non smette mai di usare la ragione per affrontare i problemi e rifiuta ogni soluzione semplicistica che si affidi al quie­tismo e alla passività.

Sul piano pratico tutto è molto semplice: ci si apre a Dio in uno slancio che S. Giovanni della Croce chiama «anagogico», cioè mistico e divino. Questo slancio con­siste nel rompere definitivamente con l'abitudine a risol­vere tutto partendo da se stessi, facendo affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Si tratta di fare un «salto» in Dio, aprendosi alla Grazia e, quando ci si ri­trova fra le braccia del Padre, è il momento di affidargli ogni preoccupazione, ogni turbamento, ogni sofferenza. È solo così che Dio può intervenire nell'agire umano e concedere il suo aiuto. Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28). Siamo noi a pensare, a decidere, ad agire, ma è Dio che ispira i no­stri pensieri e le nostre azioni.

Per S. Paolo, l'uomo carnale è l'uomo che si fida solo di se stesso, mentre l'uomo spirituale è colui che si af­fida completamente a Dio. I figli di Dio agiscono ispirati dallo Spirito Santo.

S. Giovanni della Croce riteneva che l'anima che pra­tica assiduamente l'abbandono non ha più alcun moto spontaneo se non quello che la fa volgere a Dio per com­piere la Sua volontà. L'attitudine all'abbandono diventa un riflesso istintivo, un'abitudine continua che entra a far parte del nostro modo di essere.

S. Teresa di Gesù Bambino ha saputo tradurre l'es­senza dell'abbandono nei momenti di forza e di debo­lezza del suo spirito, nella quotidianità e nella semplicità dei gesti grandi e piccoli della sua giornata. Ha fatto suo questo slancio dell'anima facendolo diventare il palpito e il respiro di tutta la sua esistenza.

L'abbandono è un moto semplice dell'anima, ma per viverne l'essenza bisogna coglierne i molteplici aspetti e attraversarne le diverse fasi. È per questo motivo che è molto difficile praticare l'abbandono in ogni istante della giornata. Tenteremo ora di dare una spiegazione logica delle diverse fasi attraverso cui si può giungere allo stato di abbandono.

Presenteremo le diverse fasi in sequenza logica, an­che se, nella pratica, esse non si realizzano necessaria­mente una in conseguenza dell'altra. Sono dimensioni spirituali che possono anche sovrapporsi l'una all'altra o realizzarsi in un ordine inverso rispetto a quello qui pre­sentato.

Queste tre dimensioni sono: vedere, accogliere, offrire.

PRIMA FASE: VEDERE.

Si tratta di prendere coscienza, con obiettività e pre­cisione, della nostra situazione scendendo nel profondo del nostro essere e valutando il nostro stato fisico, emo­tivo e spirituale nei confronti del problema. L'analisi do­vrà essere fatta da due prospettive diverse:

- quella oggettiva: valuto la situazione così com'è, nella sua realtà concreta.

- quella soggettiva: constato senza remore o inutili il­lusioni le reazioni sensibili, intellettuali, emotive che la situazione provoca in me.

Facciamo un esempio: un bimbetto tutto preso dal suo nuovo giocattolo si immerge completamente nel suo trastullo. Mentre gioca, si identifica a tal punto nel ruolo da dimenticare persino papà e mamma. Sopraggiunge un grosso cane rabbioso: cosa farà il bimbo? Continuerà il gioco ignorando il cane e rifiutando inconsciamente il pericolo? Si getterà in una lotta furiosa contro l'animale? Tenterà di mettersi in salvo? In ogni caso verrà divorato. Se, al contrario, il bimbo prenderà coscienza del perico­lo dal punto di vista oggettivo: «Il cane è grosso e io sono piccolo», nonché dal punto di vista soggettivo: «Ho paura», allora si renderà conto immediatamente di non essere solo e di avere un papà e una mamma a cui chie­dere aiuto.

Imparare a vedere significa affrontare ogni problema con la consapevolezza di non essere soli; percepire la compagnia di Dio è riscoprire la grazia del sentirsi figli. Il primo passo della fede è rammentare di avere un Pa­dre premuroso in cielo e, nella tenerezza del Suo ab­braccio, riscoprire la presenza e l'aiuto dei fratelli che ci vivono accanto. (continua…)