26-2-2017 CATECHESI SULLA CARITÀ

LA CARITA’ NELLA DIVINA VOLONTÀ

Agosto 15, 1899 Vol. 2 - La carità ordina tutte le virtù. 

Il mio dolcissimo Gesù questa mattina è venuto tutto festoso, portando un nembo di graziosissimi fiori tra le mani e mettendosi nel mio cuore, con quei fiori ora si circondava la testa, ora se li teneva tra le mani, tutto ricreandosi e compiacendosi. Mentre festeggiava con questi fiori, parendo di aver fatto grande acquisto, si è voltato a me e mi ha detto: “Diletta mia, questa mattina sono venuto per mettere nel tuo cuore in ordine tutte le virtù. Le altre virtù possono stare separate l’una dall’altra, ma la carità lega ed ordina tutto.  Ecco quello che voglio fare in te, ordinare la carità.”

Io gli ho detto: “Mio solo ed unico Bene, come potete fare ciò essendo io tanto cattiva e piena di difetti ed imperfezioni? Se la carità è ordine, questi difetti e peccati non sono disordine che tengono tutto in scompiglio e rivoltata l’anima mia?” 

E Gesù:  “Io purificherò tutto e la carità metterà tutto in ordine. E poi, quando a un’anima la faccio partecipe delle pene della mia Passione, non ci possono essere colpe gravi, al più qualche difetto veniale involontario, ma il mio amore, essendo fuoco, consumerà tutto ciò che è imperfetto nell’anima tua.”

Così pareva che Gesù mi purificasse e ordinasse tutta; poi versava come un rivolo di miele dal suo cuore nel mio e con quel miele innaffiava tutto il mio interno, in modo che tutto ciò che stava in me restava ordinato, unito e con l’impronta della carità. (...)

 

27.12.1899 – La Carità dev’essere perfetta. Gesù è giusto con i giusti. Vol. 3

Continuava a farsi vedere ad ombra ed a lampo. Mentre mi trovavo in un mare d’amarezza per la sua assenza, in un istante vi si è fatto vedere dicendomi: “La carità dev’essere come un ammanto che deve coprire tutte le tue azioni, in modo che tutto deve rilucere di perfetta carità. Che significa quel dispiacerti quando non soffri? Che la tua carità non è perfetta, perché il soffrire per amor mio e il non soffrire per mio amore, senza la tua volontà, è tutto l’istesso.” Ed è scomparso lasciandomi più amareggiata di prima, volendo toccare un tasto troppo per me delicato, e che Lui stesso mi ha infuso. Onde dopo aver versato amare lacrime nello stato mio miserabile, e sopra l’assenza del mio adorabile Gesù, è ritornato e mi ha detto: “Con le anime giuste mi porto con giustizia, anzi ricompensandole duplicatamente per la loro giustizia, col favorirle delle grazie più grandi e col parlarle di parole giuste e di santità.” Io però mi trovavo tanto confusa e cattiva, che non ardivo di dire una sola parola, anzi continuavo a versare lacrime sulla mia miseria. E Gesù, volendomi infondere fiducia, ha messo la sua mano sotto della mia testa per sollevarla, che non mi reggeva, ed ha soggiunto:  “Non temere, Io sono lo scudo dei tribolati.” Ed è scomparso.

 

18.09.1900 - La carità verso il prossimo predispone a tutte le virtù; la sua mancanza, a tutti i vizi. A che servono i desideri di Luisa di finire la sua vita terrena per arrivare in Cielo. Vol. 4

Questa mattina, il mio adorabile Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, e mi faceva vedere i tanti mali che si fanno contro la carità del prossimo, quanta pena facevano al pazientissimo Gesù, pareva che li riceveva Lui stesso; onde tutto afflitto mi ha detto: “Figlia mia, chi fa danno al prossimo fa danno a sé stesso, ed uccidendo il prossimo uccide l’anima sua, e siccome la carità predispone l’anima a tutte le virtù, così non avendo la carità, predispone l’anima a commettere ogni sorta di vizi.” (…)

 

29.10.1900 - Conforto di Luisa, bevendo al costato del Signore. La Carità deve regnare. Vol. 4

(…)

Dopo ciò, vedevo insieme con Gesù altre persone, e ha detto: “La cosa più essenziale e necessaria in un’anima, è la carità; se non ci sta la carità, succede come a quelle famiglie o regni che non hanno reggitori, tutto è sconvolto, le più belle cose restano oscurati, non si vede nessuna armonia, chi vuol fare una cosa e chi un’altra. Così succede nell’anima dove non regna la carità, tutto è in disordine, le più belle virtù non armonizzano tra loro; ecco perciò la carità si chiama regina, perché ha regine, ordine e dispone tutto.”

 

Gennaio 16, 1901 Vol. 4 - Gesù Cristo le spiega l’ordine della carità. La carità più gradita al Signore è soccorrere in primo luogo le anime del Purgatorio e in secondo luogo quelli che sono in questa vita più uniti a Gesù e sono nel bisogno; infine, soccorrere chi non è unito a Gesù, a seconda del tipo di aiuto.

Continuando a vederlo un po’ adirato col mondo, io volevo occuparmi a placarlo, ma Lui mi ha distratto col dirmi: “La carità più accettevole a Me è per quelli che mi sono più vicini, onde i più vicini a Me sono le anime purganti, perché confermate nella mia grazia e non c’è nessuna opposizione tra la mia Volontà e la loro, vivono continuamente in Me, mi amano ardentemente, e son costretto a vederle in Me stesso soffrire, impotenti da per sé stesse a darsi il minimo sollievo. Oh! come è straziato il mio cuore dalla posizione di quelle anime, perché non mi sono lontane ma vicine, non solo vicine, ma dentro di Me, e come è gradito al mio cuore chi s’interessa per loro. Supponi tu che avessi una madre, una sorella che convivessero teco in uno stato di dolore, incapaci d’aiutarsi da per sé stesse, ed un’altro estraneo che vivesse fuori della tua abitazione, in uno stato pur di dolori, ma che si può aiutare da per sé stesso; non gradiresti tu di più, se una persona si occupasse a sollevare la tua madre o la tua sorella, che l’estraneo che può aiutarsi da per sé stesso?” 

Ed io: “Certamente, oh! Signore.”

Poi ha soggiunto:  “La seconda carità più accettevole al mio cuore, è per quelle che sebbene vivono su questa terra, ma si avvicinano quasi alle anime purganti, cioè, mi amano, fanno sempre la mia Volontà, s’interessano delle cose mie come se fossero proprie, or, se questi tali si trovano oppressi, bisognosi, in stato di sofferenze, ed una si occupa a sollevarle ed aiutarle, al mio cuore riesce più gradita che se si facessero ad altri.”

Ora Gesù si è ritirato, ed io, trovandomi in me stessa, mi pareva che non fossero cose che andassero secondo la verità. Onde nel ritornare il mio adorabile Gesù, mi ha fatto capire che ciò che mi aveva detto era secondo la verità, solo rimaneva da dire sulle membra da Lui separate, che sono i peccatori, che chi si occupasse a riunire queste membra, molto accetevole sarebbe al suo cuore.  La differenza che c’è è questa: Che trovandosi un peccatore oppresso dentro ad una sventura, ed uno si occupasse non a convertirlo, ma a sollevarlo ed aiutarlo materialmente, il Signore gradirebbe più questo che se si facessero a quelli che stanno nell’ordine della grazia, perché se questi soffrono è un prodotto sempre, o dell’amore di Dio verso di esse, o dell’amor loro verso di Dio, e se i peccatori soffrono, il Signore vede in loro l’impronta della colpa e della loro ostinata volontà. Così mi é parso di capire; del resto lascio il giudizio a chi tiene il diritto di giudicarmi, se va o no va secondo la verità.

 

Luglio 23, 1901 Vol. 4 - Gesù parla della sua Volontà e della carità.

Trovandomi con tanti dubbi sul mio stato, nel venire il mio adorabile Gesù mi ha detto:  “Figlia, non temere, quello che ti raccomando è di starti sempre uniformata alla mia Volontà; ché quando nell’anima c’è la Volontà Divina, non hanno forza di entrare nell’anima, né la volontà diabolica, né l’umana, a farne gioco dell’anima.” Dopo ciò mi pareva di vederlo crocifisso, ed avendomi il Signore partecipato non solo le sue pene, ma alcune sofferenze d’un altra persona, ha soggiunto: “Questa è la vera carità: Distruggere sé stesso per dare la vita ad altri, e prendere sopra di sé i mali altrui, e darmi beni propri.”

 

Settembre 8, 1905 Vol. 6 - La vera carità è fare il bene al prossimo, perché è immagine di Dio.

Trovandomi nel solito mio stato, quando appena è venuto il benedetto Gesù, mi ha detto: “Figlia mia, la vera carità è quando facendo il bene al prossimo, lo fà perché è mia immagine. Tutta la carità che esce da questo ambiente non si può dire carità; se l’anima vuole il merito della carità, non deve mai uscire da questo ambiente di riguardare in tutto la mia immagine. Tanto vero che sta in questo la vera carità, che la stessa carità mia non esce mai da questo ambiente; tanto ama la creatura perché immagine mia; e se col peccato deforma questa immagine mia, non mi sento più d’amarla, anzi l’aborrisco; e tanto conservo le piante, gli animali, perché servono alle mie immagini, e la creatura deve modificare tutta sé stessa all’esempio del suo Creatore.”

 

02.09.1908 - Il segno della vera carità verso il prossimo. Vol. 8

Vi passo giorni amari per le continue privazioni del benedetto Gesù. Onde appena è venuto e mi ha detto: "Figlia mia, il segno per conoscere se uno ha vera carità è se ama i poveri, perché se ama i ricchi ed a loro si presta, può essere perché spera o perché ottiene, o perché li simpatizza, o per la nobiltà, per l’ingegno, per il bel dire, ed anche per timore; ma se ama i poveri, li aiuta, li sovviene, è perché vede in essi l’immagine di Dio, quindi non guarda la rozzezza, l’ignoranza, la sgarbatezza, la miseria. Attraverso di queste miserie, come da dentro d’un vetro, vede Iddio, da Cui tutto spera, e l’ama, l’aiuta, li consola, come se farebbe a Dio stesso, ecco il bel tipo della vera virtù, che da Dio incomincia ed in Dio finisce; ma ciò che incomincia della materia, materia produce e nella materia finisce. Per quanto pare splendida e virtuosa la carità, non sentendo il tocco divino, né chi la fa né chi la riceve, restano infastiditi, annoiati e stanchi, e se occorre se ne servono per commettere difetti."

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Vol. 1- La creatura deve morire a stessa per vivere solo in Gesù: necessità dello spirito di mortificazione e della carità.

(…) “La carità - mi diceva - è una virtù che dà vita e splendore a tutte le altre, in modo che senza di essa sono tutte morte; l’occhio mio non riceve nessuna attrattiva e sopra il mio Cuore non hanno nessuna forza [tutte le virtù senza la carità]; statti dunque attenta e fa’ che le tue opere, anche le minime, siano investite dalla carità, cioè: in Me, con Me e per Me” -. 

Dunque, andiamo da capo [nel parlare] della mortificazione. “Voglio - mi diceva - che in tutte le cose tue, anche necessarie, siano fatte per spirito di sacrifizio. Vedi, le tue opere non possono essere riconosciute da Me come mie se non hanno l’impronta della mortificazione.  Come la moneta non è riconosciuta dai popoli se non contiene in se stessa l’immagine del loro re, anzi viene disprezzata e non curata, così è delle tue opere: se non hanno l’innesto con la mia croce, non possono avere nessun valore. Vedi, adesso non si tratta di distruggere le creature, ma te stessa; di farti morire per vivere in Me solamente e della mia stessa Vita. È vero che ti costerà di più di quello che hai fatto [finora], ma fatti coraggio, non temere, non tu farai, ma [sarò] Io che opererò in te”. (…)

 

Vol. 1 - Continua  sulle  tre  virtù  teologali.  LA CARITÀ.

(…) il mio diletto Gesù ritornava e parlava della Carità, dicendomi: “Alla Fede ed alla Speranza sottentra la Carità, e questa congiunge tutto il resto insieme delle altre due, in modo da formarne una sola, mentre sono tre. Eccoti, o sposa mia, adombrata nelle tre virtù teologali la Trinità delle Divine Persone”. Poi proseguì: “Se la Fede fa credere, la Speranza fa sperare, la Carità fa amare. Se la Fede è luce e serve di vista all’anima, la Speranza, che è l’alimento della Fede, somministra all’anima il coraggio, la pace, la perseveranza e tutto il resto. La Carità, che è la sostanza di questa luce e di questo alimento, è come quell’unguento dolcissimo e odorosissimo che penetrando dappertutto, lenisce, raddolcisce le pene della vita.  La Carità rende dolce il patire e fa giungere anche a desiderarlo. L’anima che possiede la Carità spande odore dappertutto, le sue opere, fatte tutte per amore, danno un odore graditissimo;  e qual’è questo odore? È l’odore di Dio stesso. Le altre virtù rendono l’anima solitaria e quasi rustica con le creature; la Carità invece, essendo sostanza che unisce, unisce i cuori, ma dove? In Dio. La Carità essendo unguento odorosissimo si spande dappertutto e con tutti. La Carità fa soffrire con gioia i più spietati tormenti, e giunge a non saper stare senza il patire, e quando se ne vede priva dice al suo Sposo Gesù: “Sostenetemi coi frutti, qual’è il patire, perché languisco d’amore, e dove altro posso mostrarti il mio amore [se non] che nel patire per Te?” La Carità brucia, consuma tutte le altre cose, ed anche le stesse virtù, e converte tutte in sé. Insomma, è qual regina che vuol regnare dappertutto, e che non vuol cederla a nessuno”.

 

13.03.1899 - La Carità: l’Amore di Dio, che tutte le cose create portano all’uomo, mentre lo esortano ad amare. Vol. 2

Questa mattina il diletto Gesù non si faceva vedere secondo il solito, tutto affabilità e dolcezza, ma severo, la mia mente me la sentivo in un mare di confusione e l’anima mia tanto afflitta ed annichilita, specialmente per i castighi visti nei giorni passati, vedendolo in quell’aspetto non ardivo dirgli niente; ci guardavamo, ma in silenzio. Oh! Dio, che pena.  Quando in un momento ho visto anche il confessore e Gesù mandando un raggio di luce intellettuale ha detto queste parole: “Carità, la carità non è altro che uno sbocco dell’Essere Divino, e questo sbocco l’ho diffuso su tutto il creato, dimodochè tutto il creato parla dell’amore che porto all’uomo, e tutto il creato insegna il modo come deve amarmi: Cominciando dall’essere più grande fino al più piccolo fiorellino del campo, vedi, dice all’uomo: “Col mio soave odore e con lo starmi sempre rivolto al cielo, cerco di mandare un omaggio al mio Creatore; anche tu, fa che tutte le tue azioni siano odorose, sante, pure, non fare che col cattivo odore delle tue azioni offendi il mio Creatore.” Deh! oh uomo, ci ripete il fiorellino:  “Non essere così insensato di tener l’occhio fisso alla terra, ma alzalo al Cielo, vedi, lassù è il tuo destino, la tua patria, lassù il mio e tuo Creatore che ti aspetta.”

L’acqua che continuamente scorre sotto i nostri occhi ci dice ancora: “Vedi, dalle tenebre sono uscita e tanto devo scorrere e correre, fin quando che giungerò a seppellirmi nel luogo donde uscii. Anche tu, oh uomo, corri, ma corri nel seno di Dio, da dove uscisti. Deh! ti prego, non correre le vie storte, le vie che menano al precipizio, altrimenti, guai a te!”

Anche le bestie più selvatiche ci ripetono: “Vedi oh uomo come devi essere selvatico per tutto ciò che non è Dio; vedi, quando noi vediamo che qualche uno che si avvicina a noi, coi nostri ruggiti mettiamo tanto spavento che nessuno ardisce d’avvicinarsi più, di disturbare la nostra solitudine. Anche tu, quando il lezzo delle cose terrene, ossia le tue passioni violente, stanno per farti infangare e farti cadere nel precipizio delle colpe, coi ruggiti della tua preghiera e col ritirarti dalle occasioni in cui ti trovi, sarai salvo da ogni pericolo.”

Così di tutti gli altri esseri, che dirli tutti sarebbe troppo lungo, ad unanime voce risuonano fra loro e ci ripetono: “Vedi, oh uomo, per amor tuo ci ha creato il nostro Creatore e tutti a tuo servizio ne stiamo e tu non essere tanto ingrato, ama, ti prego, ama, ti ripeto, ama il nostro Creatore.”

Dopo di ciò, il mio amabile Gesù mi disse: “Questo è il tutto che voglio:  Amare Dio ed il prossimo per amor mio. Vedi quanto ho amato l’uomo, ed esso è tanto ingrato; come vuoi tu che non li castighi?” Nell’atto stesso mi parvi di vedere una grandine terribile ed un terremoto che deve fare notabile danno, fino a distruggere le piante e gli uomini. Allora, con tutta l’amarezza dell’anima mia gli ho detto: “Mio sempre ed amabile Gesù, perché tanto adesso sdegnato? Se l’uomo è ingrato, non è tanta la malizia quanto la debolezza. Oh! se vi conoscessero un poco, oh! come starebbero umili e palpitanti, perciò, placatevi. Almeno vi raccomando Corato e quelli che a me appartengono.”  Nell’atto di dire così mi pareva che anche a succedere qualche cosa, a confronto di quello che succederà negli altri paesi, sarà niente.

 

18.03.1899 - La Carità è il motivo della preghiera di Luisa. La Carità è semplice come Dio. Vol. 2

Questa mattina seguitava ancora il mio diletto Gesù a farsi vedere da dentro il cuore mio e vedendolo un poco più carino, mi feci coraggio e l’incominciai a pregare che non mandasse tanti castighi. E Gesù mi disse: “Che ti muove oh mia figlia a pregarmi che non castighi le creature?”

Io subito risposi: “Perché sono tue immagini e dovendo le creature soffrire, verresti Tu stesso a soffrire.” Allora Gesù mandando un sospiro, mi disse: “Mi è tanto cara la carità, che tu non puoi comprenderlo. La carità è semplice, come l’Essere mio, che sebbene è immenso, è pure semplicissimo, tanto che non c’è parte in cui non vi penetra. Così la carità, essendo semplice, si diffonde dappertutto, non ha riguardo di nessuno, amico o nemico, cittadino o forestiero, tutti ama.”

 

12.05.1899 - La Carità perfetta ha come unica intenzione far piacere a Gesù. Egli comunica a Luisa le sue dolcezze e le sue amarezze. Vol. 2

Questa mattina il mio adorabile Gesù, continuando a farsi vedere afflitto, mi ha trasportato fuori di me stessa e mi faceva vedere le varie offese che riceveva, ed io l’ho incominciato a pregare di nuovo che versasse in me le sue amarezze. Gesù da principio non mi dava retta e solo mi ha detto: “Figlia mia, la carità allora è perfetta quando è fatta per il solo fine di piacermi ed allora è della vera e viene riconosciuta da Me quando è spogliata del tutto.”

Io, prendendo occasione dalle sue stesse parole gli ho detto: “Gesù mio caro, è per questo appunto che voglio che Tu versi in me le proprie amarezze, per poterti sollevare da tante pene, e se ti prego che risparmi pur le creature, è perché ricordo bene che Tu in altre occasioni, dopo che avevi castigato le creature, nel vederle soffrire tanto la povertà che altre cose, molto anche hai sofferto. Invece, quando io sono stata accorta e ti ho pregato ed importunato fino a stancarti, tanto che ti sei ben compiaciuto di versare in me, risparmiando loro, dopo ne sei pur restato molto contento, non ve ne ricordate? E poi, non sono tue immagini?”

Gesù, vedendosi convinto, mi ha detto: “Per te è necessario contentarti, avvicinati e bevi al mio costato.” Così feci, mi avvicinai per bere al costato, ma invece di venire l’amarezza, succhiavo un sangue dolcissimo, che tutta m’inebriava d’amore e di dolcezza, si, ne ero contenta, ma non era questa la mia intenzione, perciò a Lui rivolta gli dissi: “Caro mio bene, che fai? Non è amaro quello che viene, ma dolce. Deh! ti prego, versa Tu in me le tue proprie amarezze.” E Gesù guardandomi benignamente, mi disse: “Continua a bere, che appresso verrà l’amaro.”

Così, mettendomi di nuovo al costato, dopo che continuò a venire il dolce, venne anche l’amaro. Ma chi può dire l’intensità dell’amarezza? Dopo che mi saziai di bere mi levai e guardando la testa che teneva la corona di spine, la tolsi e la conficcai sulla mia testa e Gesù pareva tutto condiscendente, mentre in altre volte non aveva ciò permesso. Quanto era bello vedere Gesù dopo che versò le sue amarezze! pareva quasi disarmato, senza fortezza, ma tutto mansueto, come un umile agnellino, tutto condiscendente. Io avvertì che l’ora era tardissima e siccome il confessore era stato subito questa mattina a chiamarmi all’ubbidienza, quindi, non è che sapevo che dovevo essere chiamata dall’ubbidienza, che all’ubbidienza Gesù mi lascia libera, perciò a Lui rivolta gli ho detto: “Gesù dolcissimo, non permettere che io sia di disturbo alla famiglia e di fastidio al confessore col farlo venire di nuovo, deh! ti prego, fammi Tu stesso ritornare in me stessa.” Gesù mi ha detto: “Figlia mia, non ti voglio lasciare quest’oggi.” (...)

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LA DIFESA 2/2

«Ora rimangono la fede, la speranza e la Carità - ma la più grande di tutte è la Carità».

Di queste tre cose, due passeran­no: poiché la fede diventerà visione, e la speranza diventerà godimento. Ma la Carità deve durare. Dio, Dio Eterno è Carità. Agognate quindi quel dono imperituro, il solo valore che avrà corso nell'Universo, quando tutti gli altri valori del mon­do saranno inutili e fuori corso. Pri­ma di darvi ad altre cose, datevi alla Carità, rispettando le proporzioni delle cose. Fate che almeno il primo grande scopo della vostra esistenza sia quello di realizzare il vostro ca­rattere, costruendolo sulla base del­la Carità.

Ho detto che questa cosa è eter­na. Avete mai notato che San Gio­vanni associa continuamente la Ca­rità e la fede con la vita eterna? Chiunque si affida a Lui, cioè chiunque Lo ama - poiché la fidu­cia è soltanto la strada che mena all'amore - ha la vita eterna. Il Vangelo offre all'uomo la vita. Non offrite mai un sorso di Vangelo. Non offrite solamente gioia o so­lamente pace o solamente riposo o solamente salvezza: dite loro che Cristo è venuto per dare agli uomi­ni una vita più abbondante di quel­la che hanno, una vita prodiga di amore, e perciò di salvezza per loro stessi e piena di possibilità per alle­viare e redimere l'umanità. Solo al­lora il Vangelo può imposessarsi dell'uomo per intero, corpo, anima e spirito, e distribuire a ciascuna delle parti che compongono la sua natura, il suo compito e la sua ri­compensa. Molti dei messaggi cor­renti si rivolgono ad una sola parte della natura umana. Offrono pace, non vita, fede non amore, riabilita­zione non rigenerazione. E gli uo­mini si distaccano presto d'una si­mile religione perché in realtà non ha mai fatto presa su di loro. La loro natura non ne era interamente permeata. Non veniva loro offerta una corrente di vita più profonda né più lieta di quella vissuta fino allora. Questo prova che solo un amore più completo può gareggiare con l'amore del mondo.

Abbondanza d'amore vuol dire ab­bondanza di vita, e amore eterno vuol dire vita eterna. Quindi la vi­ta eterna è indissolubilmente legata all'amare. Vogliamo vivere eterna­mente per la stessa ragione per cui vogliamo vivere domani. Perché vo­lete vivere domani? Perché qualcu­no vi ama, qualcuno che volete ve­dere domani e amare a vostra vol­ta. Nessun'altra ragione spiega il nostro desiderio di vivere se non quello di amare e di essere riamati. Un uomo si suicida quando non ha nessuno che lo ama. Finché ha de­gli amici, della gente che lo ama e che egli ama, egli vivrà: perché vivere è amare. Anche soltanto l'af­fetto di un cane può tenerlo in vi­ta: tolto questo, tolto il contatto con la vita, non ha nessuna ragione di vivere. L'energia vitale è venuta meno. Anche la vita eterna è cono­scenza di Dio e Dio è amore. Que­sta è la definizione stessa di Cristo. Meditatela: « Questa è la vita eterna, che essi possano conoscere Te, solo vero Dio, e conoscere Gesù Cri­sto che Tu hai mandato ». L'Amo­re deve essere eterno. E' ciò che è Dio. In ultima analisi dunque Amore significa Vita. L'Amore non viene mai meno e la vita non viene mai meno finché c'è Amore. Ecco la filosofia di quanto ci mostra San Paolo, la ragione per cui nella na­tura delle cose la Carità deve essere la cosa suprema, perché è destina­ta a durare, perché è Vita Eterna. Quella Vita è una cosa che stiamo vivendo ora, non una cosa che avremo al momento di morire: ab­biamo ben poche possibilità di ot­tenerla quando morremo, se non la viviamo ora. Non esiste peggior de­stino in questo mondo che quello di vivere e invecchiare solo, senza amare e senza essere amato. Essere perduto vuol dire vivere senza es­sere rigenerato, senza amare e senza essere amato; essere salvato vuol dire amare, e colui che vive nel­l'amore vive già in Dio, poiché Dio è amore.

Ora ho quasi terminato. Quanti - di voi vorranno seguirmi e leggere questo capitolo una volta la setti­mana per i prossimi tre mesi? Un uomo fece così e la sua vita intera - ne fu cambiata. Volete provare? E' per la cosa più grande del mon­do. Potreste incominciare a leggerlo ogni giorno, specie quei versetti che descrivono il carattere perfetto. « La Carità sopporta tutto ed è benevola; la Carità non è invidiosa, la Carità non si vanta ». Portate questi ingre­dienti nella vostra vita. Allora tutto ciò che farete sarà eterno. E' una cosa che merita. Merita dedicarvi del tempo. Nessuno può diventare santo nel sonno e per assolvere la condizione posta occorrono préghie­re, meditazioni e tempo; allo stes­so modo che per perfezionarsi su qualsiasi piano, fisico o spirituale, occorre preparazione e cura. Volge­tevi a quest'unica cosa: a qualun­que costo cambiate questo caratte­re trascendente contro il vostro. Se guardate la vostra vita a ritroso, vi accorgerete che i momenti salienti, i momenti in cui avete veramente vissuto sono i momenti in cui avete agito per spirito di Carità. Rian­dando al passato con la memoria, al di sopra e al di là dei piaceri ef­fimeri della vita, risaltano quei mo­menti supremi in cui avete avuto modo di compiere degli atti di bontà inavvertiti in favore di coloro che vi circondano; cose troppo piccole perché possa meritare di parlarne ma che pure vi danno la sensazione di essere entrate nella vostra vita eterna. Ho visto quasi tutte le cose meravigliose che Dio ha fatto, ho provato quasi tutti i piaceri che Dio ha progettato per l'uomo: eppure guardando indietro io vedo emergere dalla vita già trascorsa quattro o cinque brevi esperienze in cui l'amor di Dio si rifletteva in una modesta imitazione, in un mio piccolo atto d'amore cose che sopravvivono alla nostra vita. Tutto il resto è transito­rio. Ogni altro bene è frutto di fan­tasia. Ma gli atti d'amore che tutti ignorano - e ignoreranno sempre - quelli non fallano mai.

Nel Vangelo di San Matteo, dove il Giorno del Giudizio ci è illustrato con l'immagine di Colui che, seduto su un trono divide le pecore dalle capre, il banco di prova per l'uomo non è « come ho creduto » ma « co­me ho amato ». Il banco di prova della religione, la prova finale della religione, non quello che ho fatto, né quello che ho creduto, né quello che ho realizzato, ma la maniera con cui ho praticato la Carità di ogni giorno. Per ciò che non abbiamo fatto, cioè per i peccati di omissione, noi sare­mo giudicati. Non potrebbe essere altrimenti. Infatti, rifiutare la Carità significa negazione dello spirito di Cristo, segno che non l'abbiamo mai conosciuto, che per noi Egli ha vis­suto invano. Significa che Egli non ha suggerito nulla - al nostro pensie­ro, che non ha ispirato niente nella nostra vita, che non siamo mai stati neppure una sola volta abbastanza vicino a Lui da essere toccati dal fascino della Sua compassione per il mondo. Significa che: « Ho vissuto per me, ho pensato per me, per me solo e nessun altro come se Gesù non fosse mai vissuto. E’ come se Egli non fosse mai morto ». E' davanti al Figlio dell'Uomo che tutte le nazioni del mondo saranno convocate. E' alla presenza dell'Uma­nità che saremo accusati. E lo spet­tacolo medesimo, la sola vista di es­sa umanità giudicherà silenziosa­mente ciascuno di noi. Saranno pre­senti coloro che abbiamo incontrato e aiutato; o la moltitudine ignorata cui avremo negato compassione o rispetto. Nessun altro testimonio occorrerà convocare. Nessun'altra accusa, se non quella di mancanza di Carità, ci sarà mossa. Non ingan­natevi. Le parole che un giorno ascolterà ciascuno di noi parleranno di vita, di poveri e di affamati, di ricovero e di vestiario, di bicchieri di acqua fresca in nome di Gesù Cristo. Chi è Cristo? Colui che ha dato da mangiare agli affamati, ve­stito gli ignudi, visitato gli infermi. Dove è Cristo? Chiunque avrà accol­to un piccolo fanciullo nel Mio no­me avrà ricevuto Me. E chi appar­tiene a Cristo? Chiunque ama è nato da Dio.

 

Non permettete mai che qualcuno venga a voi senza che se ne vada via migliore e più contento. Siate l'espressione della bontà di Dio; bontà sui vostri volti, bontà nei vostri occhi, bontà nel vostro sorriso, bontà nel vostro cordiale saluto.

Ai bambini, ai poveri, a tutti coloro che soffrono e sono abbandonati, date sempre un gioioso sorriso. Date a loro non solo le vostre cure, a ma anche il vostro cuore.

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LA DIFESA 1/2

Ora, come conclusione, vorrei ag­giungere poche frasi sul perché San Paolo abbia scelto la Carità come il bene supremo. E' un perché de­gno di nota. Eccolo in una parola: perché la Carità è durevole. « La Ca­rità, insiste San Paolo, non viene mai meno ». Quindi San Paolo ini­zia un altro dei suoi mirabili elenchi di cose considerate grandi e le spie­ga una ad una. Egli accenna alle cose che gli uomini pensavano dovessero durare e dimostra come sia­no tutte effimere, temporanee, tran­sitorie.

« Le profezie passeranno ». Era la grande ambizione delle madri di quei tempi, che il loro ragazzo di­ventasse un profeta. Da secoli Dio non aveva parlato per bocca di un profeta e a quei tempi il profeta era più grande del re. Gli uomini aspettavano ansiosamente la venuta di un altro messaggero e pendevano dal suo labbro quando egli appariva, come dalla voce stessa di Dio. San Paolo dice: « Le profezie passeran­no ». La Bibbia è piena di profezie. Una dopo l'altra sono « passate », cioè essendosi avverate, il loro com­pito si è esaurito e non hanno altro compito che alimentare la fede dei credenti.

Poi San Paolo parla delle lingue. Quella era un'altra cosa molto am­bita. « Le lingue scompariranno ». Come tutti sanno, molti secoli sono passati da quando le lingue sono apparse in questo mondo. Eppure sono scomparse. Date alla parola il senso che volete. Anche prendendo la parola « lingua » in senso pura­mente figurato come lingua in gene­rale (che non era affatto il senso che vi dava San Paolo), vi troverete tut­tavia una verità in senso generico. Pensate alla lingua in cui questi capitoli sono stati scritti - il greco - esso è scomparso. Prendete il la­tino, l'altra lingua importante di quei tempi: è scomparso da molto tempo. Guardate la lingua indiana: sta scomparendo. La lingua del Pae­se di Galles, l'irlandese, lo scozze­se delle Highlands, stanno scompa­rendo sotto i nostri occhi. Il libro di lingua inglese più letto in questi anni, a parte la Sacra Scrittura, è una delle opere di Dikens, Il giorna­le di Pickwick. E' scritto nel gergo londinese. Gli esperti ci assicurano che fra cinquuant'anni sarà incom­prensibile per il medio lettore in­glese.

San Paolo va oltre e con audacia anche maggiore aggiunge: « La co­noscenza passerà ». La sapienza de­gli antichi dov'è? del tutto scom­parsa. Uno scolaretto del giorno d'oggi sa più di quanto non sapesse Isacco Newton. La sua conoscenza è scomparsa. Il giornale di ieri che gettate nel fuoco, è conoscenza che svanisce. Le vecchie edizioni delle grandi enciclopedie si comprano per pochi soldi. Le cognizioni che esse contengono sono caduche. Il vapo­re ha sostituito la carrozza, l'elettri­cità ha sostituito il vapore e gettato nell'oblio infinete invenzioni anche recenti. Guglielmo Thomson, una delle persone più autorevoli nel mo­mento attuale diceva l'altro giorno: « La macchina a vapore sta per scomparire ». « Le scienze scompa­riranno ». Nel cortile di ogni offici­na c'è un mucchio di lamiere di ferro, qualche ruota contorta, qualche leva, qualche molla rotta e ar­rugginita: vent'anni fa ciò costitui­va l'orgoglio della città; la gente ac­correva dalle campagne per vedere la grande invenzione, ora è cosa su­perata: ha fatto il suo tempo. E tut­ta la scienza e la filosofia di cui ci vantiamo oggi saranno presto sor­passate. Fino a ieri la più quotata personalità della Facoltà di Medici­na dell'Università di Edimburgo era Giacomo Simpson, lo scopritore del cloroformio. L'altro giorno il Prof. Simpson, suo nipote e successore fu pregato dal bibliotecario dell'Uni­versità di indicargli le pubblicazio­ni sull'argomento che non servivano più: « Togliete e mettete in cantina qualsiasi pubblicazione che ha più di dieci anni » fu la risposta. Gia­como Simpson era un'autorità fino a pochi anni fa: da ogni parte del mondo venivano a consultarlo e ora tutto l'insegnamento di quell'epoca è dal più al meno superato dalla scienza. attuale. E così per ogni ra­mo della scienza. « Ora la nostra co­noscenza è parziale. Noi vediamo attraverso un vetro, oscuramente ».

Potreste citarmi qualcosa che è destinata a durare? Di molte cose San Paolo nemmeno si è degnato parlare. Non ha menzionato né il denaro né la fortuna né la gloria, ma ha scelto tra quelle che i più grandi uomini del suo tempo rite­nevano avessero qualche valore, e le ha decisamente scartate. San Pao­lo non aveva niente da obiettare contro tali cose, considerate in sé, egli si limita a dire che non avreb­bero durato. Erano cose grandi, ma non cose supreme. Ci sono cose che vanno più in là. Ciò che siamo, va al di là di ciò che facciamo, di ciò che possediamo. Molte cose che l'uomo dichiara peccaminose non lo sono; ma hanno un valore tempo­raneo. Questo è uno dei temi essen­ziali del Nuovo Testamento. San Giovanni dice del mondo, non che è nell'errore, ma semplicemente che « passa ». Ci sono tante cose splen­dide e piacevoli in questo mondo, cose grandi e nobili, ma non dure­ranno. Tutto ciò che è di questo mondo, il piacere degli occhi, il pia­cere della carne, l'orgoglio della vi­ta hanno una breve durata. Quindi, non amate il mondo. Nessuna cosa al mondo merita che un'anima im­mortale si dedichi a lei o dia la vita per lei. L'anima che non muore deve dedicarsi a qualcosa che non muore ed ecco le sole cose che non muoiono: «Ora rimangono la fede, la speranza e la Carità - ma la più grande di tutte è la Carità». Continua domani…

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L'ANALISI 4/4

Magnanimità e Sincerità. Magna­nimità è la grazia di accostamento verso la gente sospettosa. E il suo possesso è il gran segreto dell'in­fluenza personale. Scoprirete, riflet­tendo un momento, che la gente che ci influenza è quella che crede in noi. In un'atmosfera di sospetto la gente si chiude mentre in un'atmo­sfera di fiducia si espande, si sente incoraggiata, e si educa alla vita so­ciale. E' meraviglioso che in questo mondo duro e ostile esista ancora qua e là qualche rara creatura che non pensa male. La Carità « non pensa male », non cerca il movente, vede il lato buono di ogni azione, lo spiega con benevolenza. Delizioso vivere con questa mentalità. Che stimolo, che benedizione incontrarla anche per un giorno solo! Godere fiducia significa essere salvati. Se cerchiamo di influenzare o di solle­vare gli altri, ci accorgeremo presto che il successo è proporzionale alla loro fiducia nella nostra fiducia in loro poiché nessun uomo potrà ri­trovare il rispetto di se stesso finché non si sentirà rispettato dal pros­simo; la figura ideale che ci faccia­mo di lui diventa per lui la speran­za e il modello di quello che po­trebbe divenire.

 

«La Carità non si rallegra dell'in­giustizia, ma gode della verità ». Esprimo con « sincerità » il concetto contenuto nelle parole: « gode della verità». Poiché per colui che ama, la Verità sarà l'oggetto del suo amo­re non meno del prossimo. Egli ac­cetterà solo quello che è vero, sarà in cerca della verità con umiltà di spirito e senza pregiudizi e amerà quello che avrà scoperto a costo di qualsiasi sacrificio. Nelle parole di San Paolo è implicito più esatta­mente il dominio di sé, che rifugge dall'approfittare dei peccati altrui, la Carità che non si delizia nel rende­re pubbliche le debolezze altrui ma « copre ogni cosa », la sincerità di propositi che si sforza di vedere le cose come sono e si rallegra se le trova migliori di quanto il sospetto lasciasse temere o la calunnia insi­nuasse.

Quanto precede esprime il nostro tentativo di fare un'analisi dell'Amore. Ora, si tratta proprio di inserire queste cose nel nostro carattere. Questo è il lavoro supremo cui dob­biamo impegnarci in questo mon­do, per imparare la Carità. Forse che la vita non è piena di occa­sioni per imparare la Carità? Ognu­no di noi, uomini e donne, ha ogni giorno migliaia di queste occasioni. Il mondo non è un ricreatorio ma una palestra. La vita non è una va­canza, ma una educazione. E la so­la eterna lezione per tutti noi è come possiamo amare meglio. Che cosa fa dell'uomo un buon giocatore di foot-ball? L'esercizio. Che cosa fa dell'uomo un vero artista, un vero scultore, un vero musicista? L'eser­cizio. Che cosa fa dell'uomo un buon linguista, un buon stenografo? L'e­sercizio. Non c'è niente di capriccio­so nella religione. Valgono per lo spirito le stesse leggi, gli stessi si­stemi che per il corpo e per l'anima. Se l'uomo non tiene in esercizio le braccia non ne svilupperà i muscoli; e se non tiene l'anima in esercizio, non ne irrobustirà le fibre, non acquisterà né forza né bellezza spi­rituale. La Carità non è frutto di una emozione entusiastica. E' la ric­ca, solida, robusta, vigorosa espres­sione dell'intero compiuto carattere cristiano, è la natura simile a Cri­sto nel suo pieno sviluppo. E gli elementi che costituiscono questo carattere superiore si possono solo comporre con pratica incessante.

Non imprecate contro la vostra sorte. Non lamentatevi delle preoc­cupazioni incessanti, delle meschi­nità contingenti, delle vessazioni che dovete sopportare, delle piccole e sordide anime con cui siete in con­tatto per ragioni di lavoro od altro. Soprattutto non nutrite risentimen­to per le tentazioni che vi sono pro­poste; non siate perplessi se vi sem­bra che vi stringano sempre più da vicino, incessanti, nonostante la agonia, gli sforzi, le suppliche. Questo è l'esercizio che Dio ha vo­luto per voi, e questo esercizio compie la sua funzione rendendovi pazienti e umili e generosi e altrui­sti e buoni e cortesi. Non serbate rancore verso la mano che plasma l'immagine informe che ancora sta dentro di voi. Essa cresce in bel­lezza anche se non ve ne accorgete in mezzo alla vita. Non isolatevi. Rimanete in mezzo agli uomini, al­le cose, ai fastidi, alle difficoltà, agli ostacoli. Ricordatevi delle parole di Goethe: Es bildet ein Talent sich in der Stille, Doch ein Character in dem Strom der Welt. «Il talento si sviluppa nella solitudine - il talento della preghiera della fede della me­ditazione soprannaturale, - ma il Ca­rattere si forma nel turbine dei con­trasti umani ». E' lì soprattutto che gli uomini devono imparare la Cari­tà. Ma in qual modo? Per rendere la cosa meno difficile ho fatto cenno ad alcuni elementi della Carità. Ma sono solo elementi. La Carità in sé non si potrà mai definire. La luce è qualcosa di più che la somma dei suoi componenti: un etere ardente, abbagliante, tremolante. La Carità è qualcosa di più della totalità dei suoi elementi, una cosa palpitante, vibrante, sensibile, vivente. Mediante la sintesi di tutti i colori l'uomo può ottenere il colore bianco, non la luce. Mediante la sintesi di tutte le virtù possiamo ottenere la virtù, non la Carità.

Ma allora, come può questo tra­scendente complesso vivente essere convogliato nelle nostre anime? Noi impegniamo la nostra volontà per impossessarcene, cerchiamo di imi­tare coloro che lo posseggono, legi­feriamo intorno ad esso; vegliamo, preghiamo. Ma tutto questo da solo non riuscirà a portare la Carità nel­la nostra natura. La Carità è un ef­fetto: solamente se adempiremo le vere condizioni potremmo ottenere l'effetto. Volete che vi dica quale ne è la causa?

Cercate nella prima Epistola di San Giovanni: troverete le parole: « Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo ». Perché: ecco la causa: « perché Egli ci ha amati per primo »: e l'effetto è che noi amiamo, che Lo amiamo, che amia­mo tutti gli uomini, non potendo farne a meno. Egli ci ha amati, noi amiamo, amiamo tutti. Il nostro cuo­re si è lentamente modificato. Contemplate l'Amore di Cristo e sarete pieni di Carità. Mettetevi di fronte a quello specchio, nel riflesso del carattere di Gesù e vi trasformerete in quella stessa immagine, in tene­rezza da tenerezza. Non c'è altra via. Non si può amare su comando. Si può solo contemplare l'oggetto amabile, e innamorarsene e venire ad assomigliargli. Perciò osservate questo Carattere Perfetto, questa Vi­ta Perfetta. Guardate all'immenso sacrificio, a come Egli ha dato se stesso in olocausto, durante tutta la Sua vita, fino alla Croce del Calva­rio e sarete costretti ad amarlo. E amandolo, sarete costretti a diven­tare simili a Lui. Amore produce amore. E' un processo di induzione.

Mettete un pezzo di ferro in presenza di un corpo magnetico: quel pezzo di ferro si magnetizzerà per un certo tempo. Si carica di una forza di at­trazione semplicemente in presenza della forza originaria e finché li la­scerete uno accanto all'altro saran­no ambedue magnetizzati. Rimane­te a fianco di Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi e voi pu­re diverrete un centro, una forza di attrazione permanente; e come Lui, attirerete tutti gli uomini a voi, come Lui sarete attratti da tutti gli uomini. Questo è l'effetto inevitabile della Carità. Ogni individuo che sod­disfi a quella condizione non può non vedere realizzarsi quell'effetto in sé. Cercate di abbandonare l'idea che la religione ci viene misteriosa­mente, a caso, a capriccio. Essa ci viene per legge soprannaturale, di­vina. Eduardo Irving andò un giorno a trovare un ragazzo moribondo: entrato nella stanza, posò sempli­cemente la mano sul capo del ma­lato dicendo: Figlio mio, Dio ti ama, - e se ne andò. E il giovane si al­zò dal letto e prese a chiamare i famigliari dicendo: Dio mi ama! Dio mi ama! Quel ragazzo era trasfor­mato: La senszione che Dio lo aveva dominato, slegato e aveva incominciato a creare in lui un cuore nuovo. Così l'amore di Dio scioglie i cuori umani che non sanno amare e crea in loro l'uomo nuovo, che è paziente e umile e mite e altruista. E non c'è altra via per ottener­lo. Non c'è niente di misterioso: amiamo il prossimo, amiamo tutti, noi amiamo i nostri nemici perché Egli ci ha amati per primo.

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L'ANALISI 3/4

L'altro ingrediente è molto impor­tante: il Buon umore. «La Carità non si lascia provocare». Ben strano trovare qui questa affermazione. Si considera abitualmente il malumore come una debolezza molto innocua. Ne parliamo come di una semplice infermità di natura, una tara, una questione di temperamento, non una cosa da prendere in seria considera­zione nel giudicare il carattere di un individuo. Eppure qui, proprio nel centro di questa analisi della Carità, esso trova il suo posto: e la Bibbia a più riprese torna a condannarlo come uno degli elementi più distrut­tivi della natura umana.

Quando c'è un vizio nelle persone cosiddette virtuose, questo è il cat­tivo carattere. E' spesso la sola pec­ca in un carattere nobile sotto ogni altro aspetto. Conosciamo uomini e donne che sarebbero del tutto perfet­ti se non fosse di quella loro tenden­za ad essere facilmente rannuvolate, impulsive, suscettibili. Questa possi­bilità di coesistenza tra cattivo ca­rattere e alte qualità morali è uno dei più dolorosi problemi dell'etica. La verità è che esistono due grandi categorie di peccati: i peccati del corpo e i peccati di intenzione. Il Figliol Prodigo può servire di esem­pio per la prima, il Fratello Maggio­re per la seconda categoria. La so­cietà non ha dubbi nel giudicare che cosa sia peggio. Il vituperio cade, senza esitazione, sul Figliol Prodigo. Ma sarà poi così giusto? Noi non ab­biamo una bilancia per pesare i no­stri rispettivi peccati e i giudizi com­parativi non sono altro che parole umane, ma le deficienze della parte più elevata della nostra natura pos­sono essere meno veniali di quelle della parte più bassa e agli occhi di Colui che è Amore un peccato con­tro la Carità può apparire cento volte più spregevole. Nessuna forma di vizio - né il materialismo, né la sete di ricchezze, né l'ubriachezza - può scristianizzare la società come il cattivo carattere. Per amareggiare 1' esistenza, per disgregare le comu­nità, per distruggere i rapporti più sacri, per avvilire uomini e donne, per contrastare l'infanzia, insomma per causare dolori a titolo assoluta­mente gratuito, non c'è di meglio che il cattivo carattere. Osservate il Fra­tello Maggiore, morale, - laborioso, paziente, ligio al suo dovere - rico­nosciamogli tutte le sue qualità - osservate quest'uomo, questo fan­ciullo che se ne sta imbronciato fuo­ri della porta della casa paterna: « Era pieno di rabbia, sta scritto, e non voleva entrare ». Osservate l'ef­fetto di questo suo atteggiamento sul padre, sui servi, sulla gioia degli in­vitati. Pensate all'effetto sul Prodi­go: e quanti prodighi sono tenuti lontani dal Regno di Dio per colpa della mancanza di Carità di coloro che professano di esserci dentro? Come studio di carattere, analizzate il temporale a mano a mano che si addensa sulla fronte del Fratello Maggiore. Di che cosa è fatto? Di ge­losia, di rabbia, di orgoglio, di man­canza di Carità, di crudeltà, di sicu­rezza, di sé, di suscettibilità, di osti­nazione di musoneria: ecco gli in­gredienti di quest'anima buia e pri­va di Carità. Cambiando le propor­zioni, questi sono gli ingredienti di qualsiasi cattivo carattere. Dite voi se i peccati del corpo siano più condannabili che vivere in questi peccati di intenzione e imporli al prossimo? Forse che Cristo medesi­mo non ha precisamente risposto a questa domanda quando disse: « Io vi dichiaro che i pubblichiani e le donne perdute entreranno prima di voi nel Regno dei Cieli »? In verità non c'è posto in cielo per un atteg­giamento di questo genere. Un indi­viduo in queste disposizioni non sa­prebbe far altro che rendere il Pa­radiso insopportabile a tutti. Pertan­to, se un individuo di quel genere non rinasce di nuovo, non può, vera­mente non può entrare nel Regno dei Cieli. Infatti è assolutamente cer­to - e non dovete fraintendermi - che per entrare in Paradiso un uo­mo deve portarlo con sé.

Vedete dunque perché il cattivo carattere è significativo, non tanto per quel che è in sé, ma per quello che rivela. Ecco perché mi permetto di parlarne in termini così crudi. E' un banco di prova per la Carità, la rivelazione di una natura fondamen­talmente poco caritatevole. E' la feb­bre intermittente che mette in luce un malessere interno cronico; la bol­licina occasionale che, salendo alla superficie, tradisce un'avaria in pro­fondità, un campione dei più recon­diti prodotti dell'anima involontaria­mente lasciato sfuggire in un mo­mento di abbandono; in una paro­la, la prova lampante di ogni sorta di peccati orrendi e anticristiani. In­fatti un solo scatto di malumore sim­boleggia istantaneamente una man­canza di pazienza, una mancanza di gentilezza, di generosità, di cortesia.

Non basta perciò combattere il cat­tivo carattere. Bisogna risalire alla fonte e modificare il fondo della pro­pria natura, e gli umori rabbiosi scompariranno di per sé. Il cuore si ammorbidisce, non cacciandone via gli umori acidi, ma mettendovi den­tro qualcosa: un grande Amore, uno Spirito nuovo, lo Spirito di Cri­sto. Cristo, lo Spirito di Cristo com­penetrandosi con il nostro stesso spi­rito, raddolcisce, purifica, trasforma ogni cosa: solo questo può sradicare quello che è falso, può operare una trasformazione chimica, rinnovare, rigenerare e riabilitare l'uomo inte­riore. Gli uomini non si trasformano per azione del tempo o di un atto di volontà, ma per opera di Cristo.

Perciò lasciate che sia in voi lo spi­rito che era in Gesù Cristo.

Una volta di più, ricordatevi che questa è una questione di vita o di morte. Non posso fare a meno di in­sistere per voi, per me: non date scandalo col vostro cattivo carattere poiché: « Chi avrà scandalizzato uno, meglio sarebbe per lui che si met­tesse una pietra da macina intorno al collo e si gettasse nel mare pro­fondo ». In altre parole, il chiaro verdetto del Signore Gesù è questo: meglio non vivere piuttosto che vi­vere senza Amore. Meglio non vivere piuttosto che non amare.

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L'ANALISI 2/4

Generosità. « La Carità non è in­vidiosa ». Questa è la Carità in gara con altri. Qualunque opera buona in­traprendiate troverete sempre chi fa la stessa cosa e probabilmente me­glio di voi. Non siate invidiosi. L'in­vidia è un sentimento di astio verso coloro che sono sulla nostra stessa linea, un sentimento di rapacità e di detrazione. Molto spesso nemmeno l'attività cristiana costituisce una protezione contro i sentimenti poco cristiani. Questo, che di tutti i senti­menti indegni che oscurano l'anima cristiana è il più riprovevole, ci aspetta inevitabilmente sulla soglia di qualsiasi impresa, se non siamo fortificati dalla grazia della genero­sità. Una cosa sola dovrebbe vera­mente invidiare il cristiano, ed è il cuore aperto, ricco, generoso che « non invidia ».

 

E poi, dopo aver imparato tutto questo, un'altra cosa dovete impa­rare: l'Umiltà, per mettere un sug­gello sulle vostre labbra e dimen­ticare quello che avete fatto. Dopo aver fatto del bene, dopo che la Carità è penetrata nel mondo e ha fatto il sino magnifico lavoro, rien­trate nell'ombra e non dite niente di quanto è avvenuto. La Carità si na­sconde anche ai suoi stessi sguardi. La Carità ha persino ragione della verità. « La Carità non si vanta, non si gonfia ».

Il quinto ingrediente di questo summum bonum, in certo qual modo inaspettato, è la

 

Cortesia. Questa è Carità nella società, Carità in rap­porto al norme di buona educazio­ne. « La Carità non si comporta in modo sconveniente ». Si è detto che la buona educazione è Carità nelle quisquilie. " cortesia si può defini­re Carità nelle piccole cose. E il solo segreto della buona educazione è la Carità. La Carità non può compor­tarsi in modo sconveniente. Potete introdurre la persona più rozza nella migliore società: se ha nel cuore un fondo di Carità non si comporterà in modo sconveniente. Caryle ha detto di Roberto Burns che in Europa non c'era gentiluomo più autentico del poeta contadino. E ciò perché egli amava ogni cosa, il topo, la mar­gherita e ogni cosa, grande o pic­cola, che Dio ha creato. Così, con quel semplice passaporto, egli pote­va mescolarsi a gente di qualsiasi ambiente e frequentare i principi e re, quando non era nella sua casetta sulle rive dell'Ayr. Conoscete il si­gnificato della parola gentiluomo. Si­gnifica un uomo gentile: un uomo che fa le cose con gentilezza, con Carità. Tutto il mistero sta lì. L'uo­mo gentile non può, per la sua stes­sa natura, fare una cosa non gentile, non da gentiluomo. L'anima non gen­tile, l'essere insensibile agli altri, in­capace di simpatia non può fare al­trimenti. «La Carità non si compor­ta in modo sconveniente ».

 

Altruismo. « La Carità non cerca il proprio interesse ». Notate bene.

Nemmeno l'interesse proprio. L'uo­mo si preoccupa, e giustamente, dei suoi diritti. Ma viene il giorno in cui l'uomo può esercitare un diritto superiore: quello di rinunziare ai suoi diritti. San Paolo non ci invita a rinunziare ai nostri diritti. La Ca­rità va molto oltre. La Carità esige che noi non li ricerchiamo affatto, che li ignoriamo, che noi eliminiamo qualsiasi elemento personale dai no­stri calcoli. Non è difficile rinun­ziare ai nostri diritti. Sono spesso esteriori. La difficoltà è di rinun­ziare a noi stessi. Ancora più diffici­le è il non volere nulla per noi stessi. Dopo aver cercato, acquisito, guada­gnato, meritato qualcosa, per quanto ci concerne, ne abbiamo già preso la crema. Piccolo sacrificio allora, for­se, rinunciarci. Mentre il non cerca­re, il considerare ogni individuo non per quello che ha ma per quello che gli altri hanno, id opus est. « Cerchi grandi cose per te stesso? » dice il profeta, « non cercarle ». Perché? Perché non c'è grandezza alcuna nel­le cose, le cose non possono essere grandi. La sola grandezza sta nel­l'Amore non egoista. Persino il rin­negamento di se stessi è nullo di per sé, anzi è quasi un errore. Solo un grande scopo o un Amore più poten­te può giustificare questo rinnega­mento. Non esistono difficoltà per l'Amore, niente è difficile. Credo che il giogo di Cristo sia leggero, il « giogo » di Cristo è solo il Suo at­teggiamento più facile, più felice di qualsiasi altro. La lezione più evi­dente dell'insegnamento di Cristo è che non c'era felicità nel possedere o nel ricevere, ma solo nel dare. Ri­peto, non c'è felicità nel possedere o nel ricevere ma solo nel dare. E metà dell'umanità segue una pista sbagliata nell'inseguire la felicità. Essi credono che la felicità consista nel possedere, nell'ottenere e nel far­si servire dal prossimo. Mentre con­siste nel dare e nel servire gli altri. Quello di voi che vuole essere più degli altri, dice il Cristo, si metta al servizio degli altri. Chi vuole essere felice ricordi che c'è una sola via: è fonte di maggiore benedizione, di maggiore felicità il dare che il ricevere.

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L'ANALISI 1/4

Dopo aver confrontato la Carità con queste cose, San Paolo ci presenta in tre versetti molto brevi una analisi impressionante di quella « co­sa suprema ». Ascoltate. La Carità, egli ci dice, è una cosa complessa.

Come la luce. Allo stesso modo che lo scienziato prende un raggio di luce e lo fa passare attraverso un prisma e voi lo vedete uscire dal­l'altro lato del prisma diviso nei co­lori che lo compongono, rosso, bleu, e giallo e viola e arancio e gli altri colori dell'iride, così San Paolo fa passare questa cosa, la Carità, attra­verso il meraviglioso prisma del suo intelletto ispirato ed essa esce dal­l'altra parte divisa nei suoi elemen­ti. E in quelle poche parole noi ab­biamo quello che si potrebbe chia­mare lo Spettro della Carità, l'ana­lisi della Carità. Osservate gli ele­menti che la compongono. Vi accor­gerete che hanno dei nomi comuni, che sono virtù di cui si parla ogni giorno, che sono cose che possono essere messe in pratica da ogni indi­viduo, qualunque sia il posto che oc­cupa nella vita; vi accorgerete che sono tante piccole cose, tante virtù ordinarie, quelle che costituiscono il summum bonum. Lo Spettro della Carità ha nove componenti:

Pazienza « La carità sopporta ogni cosa »

Benevolenza «La Carità è benevola»

Generosità «La Carità non invi­dia»

Umiltà «La Carità non si van­ta, non si gonfia»

Cortesia «La Carità non si com­porta in modo sconve­niente»

Magnanimità «Non sospetta il male»

Altruismo «Non cerca il proprio interesse»

Buon carattere «Non si inasprisce»

Sincerità «Non gode dell'ingiu­stizia, ma gioisce nel­la verità».

 

Pazienza, benevolenza, generosità, umiltà, cortesia, altruismo, buon ca­rattere, magnanimità, sincerità: co­stituiscono il dono supremo, la sta­tura dell'uomo perfetto. Notate che tutte sono in rapporto con l'uomo, in rapporto con la vita, in rapporto con l'oggi che ben conosciamo e col domani che ci aspetta e non con la misteriosa eternità. Taluni parlano solo dell'amore verso Dio; ma Cristo parlò pure molto della Carità verso il prossimo. La religione non è una cosa strana o una sovrastruttura, ma l'ispirazione della vita secolare, il respiro dello spirito eterno attraver­so il mondo temporale. La cosa su­prema, in breve, non consiste in una « cosa » ma nell'ulteriore rifinitura dei molteplici gesti e parole che co­stituiscono la somma di ogni sin­gola giornata.

Il tempo stringe, e non posso che accennare sorvolando a ognuno di questi ingredienti. La Carità è Pa­zienza. Questo è l'atteggiamento nor­male della Carità. La Carità è pas­siva, aspetta a cominciare, non ha premura; è calma, è pronta a fare il suo lavoro quando viene chiama­ta, ma nel frattempo dà prova di uno spirito mite e quieto. La Carità soffre ogni cosa, sopporta ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa. Perché la Carità capisce e quindi aspetta.

 

Benevolenza. Carità fattiva. Avete mai notato quanta parte della Sua vita Cristo ha trascorsa facendo cose buone, semplicemente facendo cose buone? Datevi una scorsa, tenendo presente questo pensiero, e scopri­rete che Egli ha trascorso gran par­te del Suo tempo semplicemente fa­cendo felice la gente, beneficando la gente. C'è una sola cosa al mon­do più grande della felicità, ed è la santità: e non dipende da noi; ma quello che Dio ha messo nelle nostre mani è la felicità degli esseri che ci circondano e questo dipende in gran parte dal nostro atteggiamento be­nevolo verso di loro.

« La cosa più grande, che un uo­mo possa fare per il Padre celeste, dice qualcuno, è di essere gentile verso gli altri Suoi figli ». Mi chiedo come mai noi non siamo tutti più buoni di quel che siamo. Quanto ve ne sarebbe bisogno! Che cosa faci­le! Come agisce istantaneamente! Co­me rimane indelebile! Come si ri­paga generosamente. Poiché non c'è debitore al mondo più stimabile, più superbamente stimabile della Cari­tà. « La Carità non viene mai me­no ». Carità significa successo, feli­cità, vita. «La Carità, dice il poeta Browning, è energia vitale».

« Poiché la vita con le sue gioie e (i suoi dolori) Le sue speranze i suoi timori Non altro è che la nostra possibi­lità di conoscere l'amore Quale potrebbe essere, è stato «ed è ».

Dove c'è Amore c'è Dio. Chi vive nell'Amore vive in Dio. Dio è amo­re, dunque amate. Senza calcoli, sen­za distinzioni, senza rinvii, amate. Date a piene mani, ai poveri, cosa molto facile, ma anche ai ricchi, che spesso ne hanno ancora più bisogno; e ancor più ai vostri pari, cosa dif­ficilissima, e per i quali ciascuno di noi fa forse meno che per qualsia­si altro. C'è una differenza tra il cer­care di far piacere e rendere felici. Rendete felici. Questo è l'inesauribi­le e anonimo trionfo di uno spirito che ama realmente. « Viviamo una volta sola; qualsiasi cosa buona pos­siamo fare per un essere umano, qualsiasi servizio possiamo rendere, rendiamolo adesso. Non tardiamo, non trascuriamo alcuna possibilità perché non passeremo mai più per quella strada ».

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LA COSA PIU' GRANDE DEL MONDO di Enrico Drummond

Ognuno di noi si è posto il gran­de problema di tutti i tempi, dall'antichità ad oggi: qual'è il summum bonum, il bene supremo? Tu hai la vita davanti: puoi viverla una volta: qual'è la cosa più nobile, il dono supremo da deside­rare?

Molti ritengono che la cosa più grande in campo religioso sia la Fede. Per essi questa grande parola è la nota dominante della religio­ne. Io vi ho condotti, invece, nel ca­pitolo che ho letto or ora, alla sor­gente della Cristianità: e abbiamo visto: « la più grande di tutte è la Carità » San Paolo parlava della fe­de proprio un momento prima: « An­che se io avessi una fede tale da smuovere le montagne, se non ho la carità, non sono nulla ». Lungi dal­l'ignorarla, San Paolo fa di proposi­to il confronto: ora rimangono la fede, la speranza e la Carità e, sen­za un attimo di esitazione, « la più grande di tutte è la Carità ».

Non è un partito preso. L'uomo è portato a raccomandare ai suoi si­mili il lato più caratteristico del suo temperamento: l'amore non era il lato caratteristico di Saulo. L'osser­vatore attento scoprirà nella perso­nalità di San Paolo una meraviglio­sa dolcezza che cresce e matura col passar degli anni; ma la mano che scrisse: « la più grande di tutte è la Carità », è macchiata di sangue quando l'incontriamo per la prima volta, persecutore dei cristiani.

L'epistola ai Corinti non è la sola a designare la Carità come il summum bonum. Gli autori fondamen­tali della Cristianità sono d'accordo su questo punto. San Pietro dice: « Soprattutto usatevi reciprocamente una fervida Carità ». Soprattutto. E San Giovanni va anche oltre: « Dio è Carità ». Ricordate un'altra profonda osservazione di San Pao­lo: « L'amore è l'adempimento della legge ». Avete mai pensato che co­sa intendeva dire con questo? Per gli uomini di quel tempo la strada che portava al Paradiso consisteva nell'osservare i Dieci Comandamen­ti e gli altri cento e più comanda­menti derivati, che essi si erano fabbricati. Gesù Cristo disse: « Io vi insegnerò una via più semplice. Vi basterà fare una cosa sola e fa­rete queste cento e più altre cose senza bisogno di pensarci. Amando adempirete interamente la legge senza, accorgervene. Potete subito rendervi conto da voi stessi che non può essere diversamente. Prendete uno qualunque dei comandamenti: « Non avrai altro Dio al mio cospet­to ». Se un uomo ama Dio non oc­corre dirgli una cosa del genere. L'amore è l'adempimento di quella legge. « Non nominare il nome di Dio invano ». Chi, amando Dio, so­gnerebbe di nominarlo invano? « Ri­cordati del giorno di festa per san­tificarlo ». Non sarebbe egli ben fe­lice di avere un giorno su sette da dedicare più esclusivamente all'og­getto del suo amore? L'amore adem­pirebbe tutte queste leggi che ri­guardano Dio. Allo stesso modo non sogneresti mai di dire a chi amasse il suo prossimo di onorare suo padre e sua madre. Non potrebbe farne a meno. Sarebbe assurdo dirgli di non uccidere. Sarebbe un insulto sugge­rirgli di non rubare. Come si può de­rubare colui che si ama? Superfluo pregarlo di non dir falsa testimo­nianza contro il vicino. Se lo ama è l'ultima cosa che farebbe. E non vi verrebbe in mente di sconguirarlo di non desiderarne i beni; stanno me­glio in mano loro che nella sua. Per­tanto: « l'Amore è l'adempimento della legge ». E' la regola per mette­re in pratica tutte le regole, il nuovo comandamento per osservare tutti i vecchi comandamenti, il segreto del­la vita cristiana svelato da Cristo.

Ora San Paolo l'aveva imparato; e in questo superbo elogio egli ci ha dato la più meravigliosa e originale descrizione esistente del summum bonum. Possiamo dividerlo in tre parti. All'inizio del breve capitolo troviamo la Carità confrontata, al centro la Carità analizzata, verso la fine la Carità difesa come dono su­premo.

IL CONFRONTO

San Paolo incomincia con il con­fronto tra la Carità e altre cose mol­to apprezzate dagli uomini di quel tempo. Non cercherò di esaminare queste cose in dettaglio. La loro in­feriorità è già evidente.

San Paolo confronta la Carità con l'eloquenza. Nobile dono, quello di far vibrare l'anima e la volontà del­l'uomo spronandolo ad alteazioni e ad imprese sacre. San Paolo dice: « Quand'anche io parlassi il linguag­gio degli uomini e degli angeli, se non ho la Carità, sono come un ra­me risonante e un tintinnare cem­balo ». E sappiamo tutti perché. Tutti abbiamo provato l'aridità delle parole senza emozione, il vuoto, l'in­dicibile inutilità dell'eloquenza che non sia fondata sulla Carità.

San Paolo la confronta con il dono di profezia. La confronta con la co­noscenza dei misteri. La confronta con la fede. La confronta con la be­neficenza.

Perché mai la Carità vale più del­la fede? A che serve aver fede? La fede è il legame intellettuale tra l'anima e Dio. E qual'è il fine di questo legame tra l'uomo e Dio? Rendere 1'uomo simile a Dio. Ma Dio è Carità. Dunque la fede si compie nella Carità che è fine di tutte le virtù. E' quindi evidente che la Carità vale più della fede.

Così pure la Carità vale più della beneficenza perché il tutto vale più di una parte. La beneficenza è solo una piccola porzione della Carità, una delle infinite vie della Carità, e può anche esistere ed esiste di fatto, molta beneficenza senza Carità. E' molto facile gettar una moneta a un mendicante per la strada; di soli­to è più facile darla che rifiutarla. Eppure ci può talvolta essere Carità in un rifiuto. Noi cerchiamo di libe­rarci per mezzo di quella moneta dai sentimenti di compassione che na­scono in noi dallo spettacolo della miseria. E' troppo a buon mercato, troppo a buon mercato per noi e spesso troppo caro per il mendican­te. Se noi lo amassimo realmente, faremmo per lui molto di più o molto di meno.

In seguito San Paolo confronta la Carità col sacrificio e col martirio. E qui mi rivolgo al piccolo gruppo di futuri missionari - vorrei chia­mare alcuni di voi con questo appel­lativo per la prima volta - e vi in­vito a tener presente che, anche se darete il vostro corpo per essere ar­so, se non avete la Carità non vi servirà a nulla, a nulla! Non potete portare al mondo pagano niente di più grande dell'impronta e del ri­flesso della Carità Divina sul vostro carattere. Quello è il linguaggio uni­versale. Vi occorreranno anni per parlare il cinese o a dialetti dell'In­dia. Dal giorno in cui sbarcherete, quel linguaggio della Carità, capito da tutti, spanderà inconsapevolmen­te il fiume della sua eloquenza. Mis­sionario è l'uomo, prima ancora di ciò che dice. Il suo carattere è il suo messaggio. Nel cuore dell'Afri­ca, nella regione dei Grandi Laghi, ho incontrato dei negri, uomini e donne che ricordavano il solo uomo bianco che avessero mai visto, Davi­de Livingstone, e sulle orme dei suoi passi nel Continente Nero, il viso degli uomini ancora si illumina parlando del buon Dottore pietoso che passò da quelle parti anni ad­dietro. Essi non potevano capire le sue parole, ma sentivano che il suo cuore era vibrante di Carità. Portate ciel nuovo campo di lavoro, dove in­tendete anche fissare la vostra esistenza quel fascino semplice e la vostra missione sarà un successo. Non potete portare niente di più co­me non dovete portare niente di me­no. Inutile partire portando meno di questo. Potrete raggiungere qualsiasi perfezione, essere pronti a qualsiasi sacrificio, ma se date il vostro cor­po per essere arso e non avete la Carità, tutto sarà inutile a voi e alla causa di Cristo.