21-7-2017  CATECHESI SULLA CARITÀ - LA COSA PIU' GRANDE DEL MONDO di Enrico Drummond

L'ANALISI 2/4

Generosità. « La Carità non è in­vidiosa ». Questa è la Carità in gara con altri. Qualunque opera buona in­traprendiate troverete sempre chi fa la stessa cosa e probabilmente me­glio di voi. Non siate invidiosi. L'in­vidia è un sentimento di astio verso coloro che sono sulla nostra stessa linea, un sentimento di rapacità e di detrazione. Molto spesso nemmeno l'attività cristiana costituisce una protezione contro i sentimenti poco cristiani. Questo, che di tutti i senti­menti indegni che oscurano l'anima cristiana è il più riprovevole, ci aspetta inevitabilmente sulla soglia di qualsiasi impresa, se non siamo fortificati dalla grazia della genero­sità. Una cosa sola dovrebbe vera­mente invidiare il cristiano, ed è il cuore aperto, ricco, generoso che « non invidia ».

 

E poi, dopo aver imparato tutto questo, un'altra cosa dovete impa­rare: l'Umiltà, per mettere un sug­gello sulle vostre labbra e dimen­ticare quello che avete fatto. Dopo aver fatto del bene, dopo che la Carità è penetrata nel mondo e ha fatto il sino magnifico lavoro, rien­trate nell'ombra e non dite niente di quanto è avvenuto. La Carità si na­sconde anche ai suoi stessi sguardi. La Carità ha persino ragione della verità. « La Carità non si vanta, non si gonfia ».

Il quinto ingrediente di questo summum bonum, in certo qual modo inaspettato, è la

 

Cortesia. Questa è Carità nella società, Carità in rap­porto al norme di buona educazio­ne. « La Carità non si comporta in modo sconveniente ». Si è detto che la buona educazione è Carità nelle quisquilie. " cortesia si può defini­re Carità nelle piccole cose. E il solo segreto della buona educazione è la Carità. La Carità non può compor­tarsi in modo sconveniente. Potete introdurre la persona più rozza nella migliore società: se ha nel cuore un fondo di Carità non si comporterà in modo sconveniente. Caryle ha detto di Roberto Burns che in Europa non c'era gentiluomo più autentico del poeta contadino. E ciò perché egli amava ogni cosa, il topo, la mar­gherita e ogni cosa, grande o pic­cola, che Dio ha creato. Così, con quel semplice passaporto, egli pote­va mescolarsi a gente di qualsiasi ambiente e frequentare i principi e re, quando non era nella sua casetta sulle rive dell'Ayr. Conoscete il si­gnificato della parola gentiluomo. Si­gnifica un uomo gentile: un uomo che fa le cose con gentilezza, con Carità. Tutto il mistero sta lì. L'uo­mo gentile non può, per la sua stes­sa natura, fare una cosa non gentile, non da gentiluomo. L'anima non gen­tile, l'essere insensibile agli altri, in­capace di simpatia non può fare al­trimenti. «La Carità non si compor­ta in modo sconveniente ».

 

Altruismo. « La Carità non cerca il proprio interesse ». Notate bene.

Nemmeno l'interesse proprio. L'uo­mo si preoccupa, e giustamente, dei suoi diritti. Ma viene il giorno in cui l'uomo può esercitare un diritto superiore: quello di rinunziare ai suoi diritti. San Paolo non ci invita a rinunziare ai nostri diritti. La Ca­rità va molto oltre. La Carità esige che noi non li ricerchiamo affatto, che li ignoriamo, che noi eliminiamo qualsiasi elemento personale dai no­stri calcoli. Non è difficile rinun­ziare ai nostri diritti. Sono spesso esteriori. La difficoltà è di rinun­ziare a noi stessi. Ancora più diffici­le è il non volere nulla per noi stessi. Dopo aver cercato, acquisito, guada­gnato, meritato qualcosa, per quanto ci concerne, ne abbiamo già preso la crema. Piccolo sacrificio allora, for­se, rinunciarci. Mentre il non cerca­re, il considerare ogni individuo non per quello che ha ma per quello che gli altri hanno, id opus est. « Cerchi grandi cose per te stesso? » dice il profeta, « non cercarle ». Perché? Perché non c'è grandezza alcuna nel­le cose, le cose non possono essere grandi. La sola grandezza sta nel­l'Amore non egoista. Persino il rin­negamento di se stessi è nullo di per sé, anzi è quasi un errore. Solo un grande scopo o un Amore più poten­te può giustificare questo rinnega­mento. Non esistono difficoltà per l'Amore, niente è difficile. Credo che il giogo di Cristo sia leggero, il « giogo » di Cristo è solo il Suo at­teggiamento più facile, più felice di qualsiasi altro. La lezione più evi­dente dell'insegnamento di Cristo è che non c'era felicità nel possedere o nel ricevere, ma solo nel dare. Ri­peto, non c'è felicità nel possedere o nel ricevere ma solo nel dare. E metà dell'umanità segue una pista sbagliata nell'inseguire la felicità. Essi credono che la felicità consista nel possedere, nell'ottenere e nel far­si servire dal prossimo. Mentre con­siste nel dare e nel servire gli altri. Quello di voi che vuole essere più degli altri, dice il Cristo, si metta al servizio degli altri. Chi vuole essere felice ricordi che c'è una sola via: è fonte di maggiore benedizione, di maggiore felicità il dare che il ricevere.

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L'ANALISI 1/4

Dopo aver confrontato la Carità con queste cose, San Paolo ci presenta in tre versetti molto brevi una analisi impressionante di quella « co­sa suprema ». Ascoltate. La Carità, egli ci dice, è una cosa complessa.

Come la luce. Allo stesso modo che lo scienziato prende un raggio di luce e lo fa passare attraverso un prisma e voi lo vedete uscire dal­l'altro lato del prisma diviso nei co­lori che lo compongono, rosso, bleu, e giallo e viola e arancio e gli altri colori dell'iride, così San Paolo fa passare questa cosa, la Carità, attra­verso il meraviglioso prisma del suo intelletto ispirato ed essa esce dal­l'altra parte divisa nei suoi elemen­ti. E in quelle poche parole noi ab­biamo quello che si potrebbe chia­mare lo Spettro della Carità, l'ana­lisi della Carità. Osservate gli ele­menti che la compongono. Vi accor­gerete che hanno dei nomi comuni, che sono virtù di cui si parla ogni giorno, che sono cose che possono essere messe in pratica da ogni indi­viduo, qualunque sia il posto che oc­cupa nella vita; vi accorgerete che sono tante piccole cose, tante virtù ordinarie, quelle che costituiscono il summum bonum. Lo Spettro della Carità ha nove componenti:

Pazienza « La carità sopporta ogni cosa »

Benevolenza «La Carità è benevola»

Generosità «La Carità non invi­dia»

Umiltà «La Carità non si van­ta, non si gonfia»

Cortesia «La Carità non si com­porta in modo sconve­niente»

Magnanimità «Non sospetta il male»

Altruismo «Non cerca il proprio interesse»

Buon carattere «Non si inasprisce»

Sincerità «Non gode dell'ingiu­stizia, ma gioisce nel­la verità».

 

Pazienza, benevolenza, generosità, umiltà, cortesia, altruismo, buon ca­rattere, magnanimità, sincerità: co­stituiscono il dono supremo, la sta­tura dell'uomo perfetto. Notate che tutte sono in rapporto con l'uomo, in rapporto con la vita, in rapporto con l'oggi che ben conosciamo e col domani che ci aspetta e non con la misteriosa eternità. Taluni parlano solo dell'amore verso Dio; ma Cristo parlò pure molto della Carità verso il prossimo. La religione non è una cosa strana o una sovrastruttura, ma l'ispirazione della vita secolare, il respiro dello spirito eterno attraver­so il mondo temporale. La cosa su­prema, in breve, non consiste in una « cosa » ma nell'ulteriore rifinitura dei molteplici gesti e parole che co­stituiscono la somma di ogni sin­gola giornata.

Il tempo stringe, e non posso che accennare sorvolando a ognuno di questi ingredienti. La Carità è Pa­zienza. Questo è l'atteggiamento nor­male della Carità. La Carità è pas­siva, aspetta a cominciare, non ha premura; è calma, è pronta a fare il suo lavoro quando viene chiama­ta, ma nel frattempo dà prova di uno spirito mite e quieto. La Carità soffre ogni cosa, sopporta ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa. Perché la Carità capisce e quindi aspetta.

 

Benevolenza. Carità fattiva. Avete mai notato quanta parte della Sua vita Cristo ha trascorsa facendo cose buone, semplicemente facendo cose buone? Datevi una scorsa, tenendo presente questo pensiero, e scopri­rete che Egli ha trascorso gran par­te del Suo tempo semplicemente fa­cendo felice la gente, beneficando la gente. C'è una sola cosa al mon­do più grande della felicità, ed è la santità: e non dipende da noi; ma quello che Dio ha messo nelle nostre mani è la felicità degli esseri che ci circondano e questo dipende in gran parte dal nostro atteggiamento be­nevolo verso di loro.

« La cosa più grande, che un uo­mo possa fare per il Padre celeste, dice qualcuno, è di essere gentile verso gli altri Suoi figli ». Mi chiedo come mai noi non siamo tutti più buoni di quel che siamo. Quanto ve ne sarebbe bisogno! Che cosa faci­le! Come agisce istantaneamente! Co­me rimane indelebile! Come si ri­paga generosamente. Poiché non c'è debitore al mondo più stimabile, più superbamente stimabile della Cari­tà. « La Carità non viene mai me­no ». Carità significa successo, feli­cità, vita. «La Carità, dice il poeta Browning, è energia vitale».

« Poiché la vita con le sue gioie e (i suoi dolori) Le sue speranze i suoi timori Non altro è che la nostra possibi­lità di conoscere l'amore Quale potrebbe essere, è stato «ed è ».

Dove c'è Amore c'è Dio. Chi vive nell'Amore vive in Dio. Dio è amo­re, dunque amate. Senza calcoli, sen­za distinzioni, senza rinvii, amate. Date a piene mani, ai poveri, cosa molto facile, ma anche ai ricchi, che spesso ne hanno ancora più bisogno; e ancor più ai vostri pari, cosa dif­ficilissima, e per i quali ciascuno di noi fa forse meno che per qualsia­si altro. C'è una differenza tra il cer­care di far piacere e rendere felici. Rendete felici. Questo è l'inesauribi­le e anonimo trionfo di uno spirito che ama realmente. « Viviamo una volta sola; qualsiasi cosa buona pos­siamo fare per un essere umano, qualsiasi servizio possiamo rendere, rendiamolo adesso. Non tardiamo, non trascuriamo alcuna possibilità perché non passeremo mai più per quella strada ».

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Ognuno di noi si è posto il gran­de problema di tutti i tempi, dall'antichità ad oggi: qual'è il summum bonum, il bene supremo? Tu hai la vita davanti: puoi viverla una volta: qual'è la cosa più nobile, il dono supremo da deside­rare?

Molti ritengono che la cosa più grande in campo religioso sia la Fede. Per essi questa grande parola è la nota dominante della religio­ne. Io vi ho condotti, invece, nel ca­pitolo che ho letto or ora, alla sor­gente della Cristianità: e abbiamo visto: « la più grande di tutte è la Carità » San Paolo parlava della fe­de proprio un momento prima: « An­che se io avessi una fede tale da smuovere le montagne, se non ho la carità, non sono nulla ». Lungi dal­l'ignorarla, San Paolo fa di proposi­to il confronto: ora rimangono la fede, la speranza e la Carità e, sen­za un attimo di esitazione, « la più grande di tutte è la Carità ».

Non è un partito preso. L'uomo è portato a raccomandare ai suoi si­mili il lato più caratteristico del suo temperamento: l'amore non era il lato caratteristico di Saulo. L'osser­vatore attento scoprirà nella perso­nalità di San Paolo una meraviglio­sa dolcezza che cresce e matura col passar degli anni; ma la mano che scrisse: « la più grande di tutte è la Carità », è macchiata di sangue quando l'incontriamo per la prima volta, persecutore dei cristiani.

L'epistola ai Corinti non è la sola a designare la Carità come il summum bonum. Gli autori fondamen­tali della Cristianità sono d'accordo su questo punto. San Pietro dice: « Soprattutto usatevi reciprocamente una fervida Carità ». Soprattutto. E San Giovanni va anche oltre: « Dio è Carità ». Ricordate un'altra profonda osservazione di San Pao­lo: « L'amore è l'adempimento della legge ». Avete mai pensato che co­sa intendeva dire con questo? Per gli uomini di quel tempo la strada che portava al Paradiso consisteva nell'osservare i Dieci Comandamen­ti e gli altri cento e più comanda­menti derivati, che essi si erano fabbricati. Gesù Cristo disse: « Io vi insegnerò una via più semplice. Vi basterà fare una cosa sola e fa­rete queste cento e più altre cose senza bisogno di pensarci. Amando adempirete interamente la legge senza, accorgervene. Potete subito rendervi conto da voi stessi che non può essere diversamente. Prendete uno qualunque dei comandamenti: « Non avrai altro Dio al mio cospet­to ». Se un uomo ama Dio non oc­corre dirgli una cosa del genere. L'amore è l'adempimento di quella legge. « Non nominare il nome di Dio invano ». Chi, amando Dio, so­gnerebbe di nominarlo invano? « Ri­cordati del giorno di festa per san­tificarlo ». Non sarebbe egli ben fe­lice di avere un giorno su sette da dedicare più esclusivamente all'og­getto del suo amore? L'amore adem­pirebbe tutte queste leggi che ri­guardano Dio. Allo stesso modo non sogneresti mai di dire a chi amasse il suo prossimo di onorare suo padre e sua madre. Non potrebbe farne a meno. Sarebbe assurdo dirgli di non uccidere. Sarebbe un insulto sugge­rirgli di non rubare. Come si può de­rubare colui che si ama? Superfluo pregarlo di non dir falsa testimo­nianza contro il vicino. Se lo ama è l'ultima cosa che farebbe. E non vi verrebbe in mente di sconguirarlo di non desiderarne i beni; stanno me­glio in mano loro che nella sua. Per­tanto: « l'Amore è l'adempimento della legge ». E' la regola per mette­re in pratica tutte le regole, il nuovo comandamento per osservare tutti i vecchi comandamenti, il segreto del­la vita cristiana svelato da Cristo.

Ora San Paolo l'aveva imparato; e in questo superbo elogio egli ci ha dato la più meravigliosa e originale descrizione esistente del summum bonum. Possiamo dividerlo in tre parti. All'inizio del breve capitolo troviamo la Carità confrontata, al centro la Carità analizzata, verso la fine la Carità difesa come dono su­premo.

IL CONFRONTO

San Paolo incomincia con il con­fronto tra la Carità e altre cose mol­to apprezzate dagli uomini di quel tempo. Non cercherò di esaminare queste cose in dettaglio. La loro in­feriorità è già evidente.

San Paolo confronta la Carità con l'eloquenza. Nobile dono, quello di far vibrare l'anima e la volontà del­l'uomo spronandolo ad alteazioni e ad imprese sacre. San Paolo dice: « Quand'anche io parlassi il linguag­gio degli uomini e degli angeli, se non ho la Carità, sono come un ra­me risonante e un tintinnare cem­balo ». E sappiamo tutti perché. Tutti abbiamo provato l'aridità delle parole senza emozione, il vuoto, l'in­dicibile inutilità dell'eloquenza che non sia fondata sulla Carità.

San Paolo la confronta con il dono di profezia. La confronta con la co­noscenza dei misteri. La confronta con la fede. La confronta con la be­neficenza.

Perché mai la Carità vale più del­la fede? A che serve aver fede? La fede è il legame intellettuale tra l'anima e Dio. E qual'è il fine di questo legame tra l'uomo e Dio? Rendere 1'uomo simile a Dio. Ma Dio è Carità. Dunque la fede si compie nella Carità che è fine di tutte le virtù. E' quindi evidente che la Carità vale più della fede.

Così pure la Carità vale più della beneficenza perché il tutto vale più di una parte. La beneficenza è solo una piccola porzione della Carità, una delle infinite vie della Carità, e può anche esistere ed esiste di fatto, molta beneficenza senza Carità. E' molto facile gettar una moneta a un mendicante per la strada; di soli­to è più facile darla che rifiutarla. Eppure ci può talvolta essere Carità in un rifiuto. Noi cerchiamo di libe­rarci per mezzo di quella moneta dai sentimenti di compassione che na­scono in noi dallo spettacolo della miseria. E' troppo a buon mercato, troppo a buon mercato per noi e spesso troppo caro per il mendican­te. Se noi lo amassimo realmente, faremmo per lui molto di più o molto di meno.

In seguito San Paolo confronta la Carità col sacrificio e col martirio. E qui mi rivolgo al piccolo gruppo di futuri missionari - vorrei chia­mare alcuni di voi con questo appel­lativo per la prima volta - e vi in­vito a tener presente che, anche se darete il vostro corpo per essere ar­so, se non avete la Carità non vi servirà a nulla, a nulla! Non potete portare al mondo pagano niente di più grande dell'impronta e del ri­flesso della Carità Divina sul vostro carattere. Quello è il linguaggio uni­versale. Vi occorreranno anni per parlare il cinese o a dialetti dell'In­dia. Dal giorno in cui sbarcherete, quel linguaggio della Carità, capito da tutti, spanderà inconsapevolmen­te il fiume della sua eloquenza. Mis­sionario è l'uomo, prima ancora di ciò che dice. Il suo carattere è il suo messaggio. Nel cuore dell'Afri­ca, nella regione dei Grandi Laghi, ho incontrato dei negri, uomini e donne che ricordavano il solo uomo bianco che avessero mai visto, Davi­de Livingstone, e sulle orme dei suoi passi nel Continente Nero, il viso degli uomini ancora si illumina parlando del buon Dottore pietoso che passò da quelle parti anni ad­dietro. Essi non potevano capire le sue parole, ma sentivano che il suo cuore era vibrante di Carità. Portate ciel nuovo campo di lavoro, dove in­tendete anche fissare la vostra esistenza quel fascino semplice e la vostra missione sarà un successo. Non potete portare niente di più co­me non dovete portare niente di me­no. Inutile partire portando meno di questo. Potrete raggiungere qualsiasi perfezione, essere pronti a qualsiasi sacrificio, ma se date il vostro cor­po per essere arso e non avete la Carità, tutto sarà inutile a voi e alla causa di Cristo.