14-6-2018 -fine- CATECHESI SULLA VIRTÙ DELLA COSTANZA (Da. “Le Catechesi di Don Vincenzo Carone)

 

 

«IN TUTTE LE TUE OPERE RICORDATI DELLA TUA FINE E NON CADRAI MAI NEL PECCATO» (Sir 7, 36)

La familiare meditazione dei Novissimi è tauma­turgica: non lascia sonnecchiare.

Una miopìa oggi molto diffusa impedisce di guar­dare una spanna più in su delle tegole del tetto. Eppure, rimane vero anche per la nostra genera­zione che passa la scena di questo mondo (cf. 1 Cor 7, 31) e che non abbiamo quaggiù stabile di­mora, ma andiamo in cerca di quella futura (cf. Eb 13, 14).

Piano piano, non veniamo avvertiti, in varie ma­niere, che avanza inesorabile anche per noi "il mo­mento di sciogliere le vele" (2 Tm 4, 6), e del ren­diconto?

Pensiero sempre stimolante, provvidenziale come un pungolo che non permette di fermarsi o di rallen­tare la corsa, espresso tradizionalmente con massi­me del tipo:

. «Chi ha tempo, non aspetti tempo».

- «Il tempo che oggi hai, alla morte non l'avrai».

- «Di che cosa sarò contento in punto di morte?».

- «Che cosa mi giova `questo' per l'eternità?».

- «Ciò che non è eterno, è niente».

Specialmente durante gli esercizi spirituali, si cantava una specie di filastrocca, che suonava così: «Dio sempre ti è presente; in ogni luogo ti vede e sente. Pensa spesso che il peccato a Gesù la morte ha dato. Un'anima sola si ha: se si perde che sarà?

Presto finirà questa vita che hai; l'eternità non finisce mai».

Molto realisticamente il cardinale Arinze, conclu­dendo esercizi spirituali in Vaticano, ha detto: «Non arriva forse il momento in cui chi ha ser­vito a lungo Dio e la Chiesa, e adesso non sta bene, deve chiedere di essere sollevato dalle grandi re­sponsabilità per permettere a chi gode di maggior salute di prendere il timone?

Non è forse anche un modo per permettere al ma­lato di prepararsi meglio all'incontro con il Signo­re?

Senza dubbio le persone vicine al vescovo o al parroco che sono ammalati, esiteranno a pronun­ciare la parola `dimissioni' per non apparire ingra­ti, ma non dovrebbe forse essere l'ammalato stes­so a sollevare la questione?

In questo modo, sarebbe tutto più semplice, te­nendo conto che il Codice di diritto canonico chie­de e ammonisce di avere sempre in mente che la salvezza delle anime deve essere la legge suprema della Chiesa».

Il cardinale - affrontando poi il significato che as­sume il periodo durante il quale, più o meno consapevolmente, ci si avvicina al tramonto dell'esistenza - ha invitato non solo a `prepararsi per tempo', ma anche a riflettere sull'atteggiamento che in tali cir­costanze si deve tenere.

«Qualcuno - ha ricordato in proposito - ha os­servato che il servo di Dio Giovanni Paolo II ci ha insegnato più dalla sua sedia a rotelle che nelle 14 lettere ed encicliche...

Non è superfluo ricordare al sacerdote o al ve­scovo ciò che sanno, cioè il senso cristiano della morte. Tale considerazione li aiuterà a vivere con più serenità i momenti finali della loro vita in que­sta valle di lacrime.

La morte del cristiano ha grande valore quando viene vissuta in unione con Cristo.

Inoltre, la morte insegna a tutti in modo peren­torio la necessità di lasciare tutto, di seguire Gesù» (Sabato 7 marzo 2009, cappella Redemptoris Mater, Vaticano).

Gesù ci chiede il sacrificio di noi stessi, non solo come creature e come peccatori, ma soprattutto come partecipi delle sue responsabilità di Capo, che si è fatto vittima di espiazione.

Il divino Crocifisso vuole continuare la sua immo­lazione nella nostra: e non ci è lecito sottrarci a questo disegno di salvezza.

Certo, è un parlare duro.

Lo vedremo logico e lo vivremo `spontaneamen­te', quando, perseveranti fino alla fine, i nostri narcisismi si saranno trasformati in atti di puro amore.

Intanto, supplichiamo la divina Misericordia di elar­girci quella costanza che fa gli amici della Croce, gli autentici apostoli, i cittadini del cielo.

 

«IO SONO TRANQUILLO E SERENO COME BIMBO SVEZZATO IN BRACCIO A SUA MADRE» (Sal 130, 2)

In una riflessione così impegnativa come quella sulla costanza, che comprende il capitolo decisivo della perseveranza finale, più che mai avvertiamo il bisogno di poter contare su un segno di conso­lazione e di sicura speranza.

La salvezza eterna nostra e di coloro che ci sono affidati è il problema dei problemi.

Appunto: "Salvata l'anima, è salvato tutto; per­duta l'anima è perduto tutto".

Questo "segno di consolazione e di sicura speran­za" c'è e sappiamo chi è.

«Se noi ci chiediamo qual è la via centrale e di­ritta del nostro mondo terreno, che ci porta a quell'umanità di Cristo, nella quale troviamo la ri­velazione di Dio e la nostra salvezza, la risposta è pronta e bellissima: quella via è la Madonna, è Maria Santissima, è la Madre di Cristo, e perciò Madre di Dio e Madre nostra, ... la Cristifera, la por­tatrice di Cristo nel mondo» (Paolo VI).

Chi non ricorda la splendida affermazione di san Gio­vanni Damasceno:

«L'esserti devoto, o Vergine Maria, è un'arma di salvezza che Dio dà a coloro che vuol salvare»? Queste note conclusive seguono da vicino il Trat­tato della vera devozione a Maria di san Luigi Gri­gnion de Monfort.

Prima di riportare alla lettera quanto egli scrive circa la perseveranza finale nel contesto della forma di devozione alla Madonna, come Lui la propone, ricordiamo alcune sue convinzioni:

1. Quanto più lo Spirito Santo trova Maria, sua in­dissolubile Sposa, in un'anima, tanto più opera po­tentemente per formare Gesù Cristo in quest'anima e quest'anima in Gesù Cristo.

2. Nessuno può giungere ad un'intima unione con Nostro Signore e ad una perfetta fedeltà allo Spi­rito Santo, senza una grandissima unione con la Santissima Vergine ed una grande dipendenza dal suo soccorso.

3.1 più grandi Santi, e cioè le anime più ricche di grazia e di virtù, sono le più assidue a pregare la Vergine Maria e a contemplarLa continuamente come modello perfetto da imitare e come valido aiuto cui ricorrere.

4. Questi sono anche gli apostoli più ardenti i quali, senza attaccarsi a nulla, né stupirsi di nulla né met­tersi in pena per nulla, spandono la pioggia della Parola di Dio e della vita eterna, colpiscono in fron­te il diavolo e i suoi seguaci e convertono innu­merevoli anime.

Ed eccoci al tema specifico della perseveranza: «Ciò che persuaderà più efficacemente, in un certo senso, ad abbracciare questa forma di devo­zione a Maria, è il riconoscere in Lei un mezzo me­raviglioso di perseveranza nella virtù e di fe­deltà.

Come mai, infatti, non è durevole la conversio­ne della maggior parte dei peccatori?

Come mai si ricade tanto facilmente nel pec­cato?

Come mai la maggior parte dei buoni, anziché pro­gredire di virtù in virtù e acquistare nuove grazie, perde spesso anche quel po' di virtù e di grazie che aveva?

Questa grande disgrazia deriva dal fatto che l'uomo, pur essendo così corrotto, così debole e in­costante, si fida di se stesso, si appoggia alle sue proprie forze e si crede capace di custodire il te­soro delle sue grazie, virtù e meriti.

Ora, con questa devozione, si affida tutto quan­to si ha alla Vergine santa e fedele, costituendoLa depositaria universale di tutti i nostri beni di natu­ra e di grazia.

Alla sua fedeltà ci affidiamo; sulla sua potenza ci appoggiamo; sopra la sua misericordia e carità ci fondiamo, perché Ella conservi e aumenti le no­stre virtù e i nostri meriti, nonostante gli sforzi del demonio, del mondo e della carne per toglierceli.

Le diciamo, come un figlio buono direbbe alla madre e un servo fedele alla padrona: "Custodisci il deposito" (1 Tm 6, 20).

Mia buona madre e padrona, riconosco che per tua intercessione ho fin qui ricevuto da Dio più gra­zie che non meritassi, e so per mia funesta espe­rienza, che porto questo tesoro in un vaso fragilis­simo, e che sono troppo debole e misero per con­servarlo in me: "Io sono piccolo e disprezzato".

Ti prego, ricevi in deposito tutto ciò che possie­do, e conservamelo con la tua fedeltà e potenza. Se mi custodisci, non perderò nulla; se mi so­stieni, non cadrò; se mi proteggi, sono al sicuro dai miei nemici.

Oh! Quanto è felice chi ha dato tutto a Maria, e a Maria si affida e si abbandona in tutto e per tutto! Egli è tutto di Maria e Maria è tutta sua, e può dire arditamente con il salmista: "Maria è fatta per me";

oppure con il discepolo prediletto: "L'ho presa in luogo di ogni mio bene";

oppure con Gesù Cristo: "Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie".

Infine, il quinto e massimo bene che l'amabile Maria procura ai suoi fedeli devoti, è di interce­dere in loro favore presso suo Figlio, imploran­do con le sue preghiere la misericordia di Lui, e di unirli e tenerli uniti a Lui con un vincolo strettissimo.

Rebecca fece avvicinare Giacobbe al letto del padre, ed il buon vegliardo lo toccò, lo abbracciò, lo baciò con gioia, contento e soddisfatto com'era delle vivande ben preparate che gli erano state messe innanzi; poi, aspirati con molto piacere i profumi squisiti dei suoi abiti, esclamò: "Ecco l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signo­re ha benedetto".

Questo campo ben fiorito, il cui odore piace tanto al cuore del padre, non è altro che l'odore delle virtù e dei meriti di Maria: ella è il campo pieno di grazia, nel quale il Padre ha seminato, come chic­co di frumento degli eletti, il suo Figlio Unigeni­to.

Quanto è benvenuto presso Gesù Cristo un figlio profumato del buon odore di Maria! Quanto gli si unisce, prontamente e perfettamente!

Inoltre, dopo averli ricolmati di favori e dopo aver loro ottenuto la benedizione del Padre celeste e l'unione con Gesù Cristo, la Vergine santa man­tiene i suoi figli e servi fedeli in Gesù Cristo e Gesù Cristo in loro, li custodisce e li veglia continua­mente per timore che perdano la grazia di Dio e ca­dano nelle insidie dei loro nemici.

 

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«SEI STATO FEDELE NEL POCO... PRENDI PARTE ALLA GIOIA DEL TUO PADRONE» (Mt 25, 21)

Mio Dio, quanto grande e insistente la tristezza ge­nerata dalla nostra fragilità! Se fossimo costanti, invece, quanta gioia!

La gioia di chi, a prezzo di lotte e persino di mar­tirio, sta saldo, resiste, non cede e finalmente vince. In noi, chiamati a tempo pieno all'evangelizzazione e alla santità, sia la tristezza che la gioia hanno un timbro particolare, `riservato', che trova un ri­scontro nelle esigenze uniche dell'amore paterno e materno.

I nostri insuccessi sono insuccessi della famiglia di Dio a noi affidata; le nostre realizzazioni sono con­quiste di coloro di cui siamo responsabili.

La nostra sorte è legata indissolubilmente con la loro. Certe angosce, come talune gioie, riassumo­no nel nostro animo l'universo intero.

Fatto che merita la migliore attenzione.

Obbliga ad educare la sensibilità; ad equilibrare le forze fisiche, psichiche e spirituali; a sfruttare ogni dono di natura e di grazia; a stare abitualmente al passo del Maestro.

La fortezza che è pazienza, costanza, sopportazio­ne, magnanimità... ha delle sfumature delicate, che tutti cercano in noi per aprirsi alla fiducia: po­tremmo chiamarle carte di credibilità.

Ne facciamo un abbozzo con il quale sarà sempre utile confrontarsi:

- fortezza nella rettitudine del pensiero, delle pa­role e delle azioni;

- fortezza nel riconoscere i propri limiti ed errori e nell'accettare osservazioni e correzioni da qua­lunque parte vengano;

- fortezza nel ricominciare da capo senza indugi e senza piagnistei;

- fortezza nell'uso intelligente e costante dei ri­medi ai nostri mali;

- fortezza nel fare massimo conto delle grazie at­tuali, mediante le quali lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza;

- fortezza nel ricorrere a estremi rimedi qualora la situazione lo esiga;

- fortezza nel seguire con metodo un'autentica di­rezione spirituale;

- fortezza nell'assoggettarsi ad un orario di mas­sima e ad una regola di vita semplice, essenzia­le, ma altrettanto inflessibile;

- fortezza nella vigilanza sui propri difetti, sul pro­prio `groppo', sulla mosse dei nemici spirituali;

- fortezza nei comportamenti che attirano le bene­dizioni divine, quali l'umiltà, la fiducia, l'autocontrollo, la carità, l'orazione;

- fortezza nel mettere a tacere il rispetto umano;

- fortezza nel cogliere ogni buona occasione per an­nunciare il Vangelo;

- fortezza per affrontare con entusiasmo ogni ge­nere di persecuzione per il Regno di Dio;

- fortezza nella disponibilità leale e generosa all'obbedienza;

- fortezza, infine, nel credere che il Maestro è con noi sempre, nella prospera e avversa fortuna.

 

Queste ultime due righe sono l'eco di una pagina molto consolante del Decreto Presbyterorum ordi­nis:

«I Presbiteri non devono perdere di vista che nel loro lavoro non sono mai soli, perché hanno come sostegno l'onnipotenza di Dio. Abbiano fede in Cri­sto che li chiamò a partecipare del suo Sacerdozio; e con questa fede si dedichino con tutta l'anima fi­duciosamente al loro ministero, nella consapevo­lezza che potente è Iddio per aumentare in essi la carità.

E non dimentichino che hanno al loro fianco i pro­pri confratelli nel sacerdozio, anzi, tutti i fedeli del mondo» (n. 22 C).

È vero che non sempre abbiamo il sostegno dei fe­deli, e che non sempre riempiono con il loro inte­ressamento la solitudine che ci accerchia.

Questi vicini, li dobbiamo guardare con l'occhio della fede per scorgere in essi una rappresentanza dell'immensa Famiglia di Dio, la Chiesa, per la quale siamo sacerdoti.

Certamente il bene che operiamo nella carità non conosce confini né di spazio né di tempo, e nep­pure si arresta, di fronte all'ingratitudine e all'indifferenza.

Purtroppo dobbiamo constatare che siamo deboli nell'amore; e i rapporti, spesso freddi o indiffe­renti, tra noi sacerdoti e religiosi, ci mettono sotto accusa.

Eppure, nessuno come noi, sacerdoti e consacrati, dovrebbe tanto distinguersi nel mettere in pratica il comandamento nuovo! (cf. Gv 13, 34).

Nulla deve esserci al mondo di così bello e di così forte come il nostro cuore!

Paziente con i piccoli, con gli adolescenti, con gli ammalati, con i rozzi, con gli incivili, con gli scru­polosi, con i timidi, con gli atei...

Incline alla dolcezza, anche quando c'è da correg­gere o da sgridare.

Talvolta, si ha l'impressione ci sia più fumo che fiamma: più che amore, i nostri comportamenti ri­velano egoismo.

I buoni ne soffrono: essi che spesso hanno debo­lezze più passabili delle nostre.

Abbiamo il coraggio di domandare scusa per qual­che indelicatezza, qualche ritardo o impreparazio­ne? Chiediamo la carità delle preghiere a coloro che ci sono stati affidati?

«Non indugiare a visitare un malato, perché per questo sarai amato» (Sir 7, 35).

Soprattutto se l'infermo fosse un prete, un religio­so/a. Il prossimo più prossimo è il nostro confra­tello, nel quale Cristo Gesù vive il suo misterioso essere di sommo ed eterno sacerdote e di consa­crato del Padre.

È doverosa la preferenza di cercare il confratello che soffre. E quindi - con una grazia maggiore, de­rivante da questa visita - cercare tutti gli altri. Forti nella fede, non temeremo di domandare anche i miracoli alla Provvidenza divina a incoraggia­mento e a consolazione dei nostri figli spirituali: chi ha raggiunto lo stato dell'intimità divina dispone della potenza di Dio.

 

Ritorniamo alle pagine del Siracide:

«Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione.          ` Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire al tempo della seduzione» (Sir 2, 1-2).

Ci dobbiamo preparare: la robustezza (fisica, psi­chica e soprattutto morale) impegna ad un esercizio di volontà che faccia leva sul meglio assicura­toci dalla natura e dallo Spirito Santo.

- Lavoro manuale, movimento, ginnastica.

- Scelta delle cose ardue, che più costano, che meno accarezzano i sensi e la fantasia.

- Mortificazione della gola.

- Qualche esperienza di digiuno.

«Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po'. della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo.

Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una `terapia' per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio...

La fedele pratica del digiuno contribuisce inol­tre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore...

Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo fa­cilita un'interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza.

Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e la sete di Dio.

Al tempo stesso il digiuno ci aiuta a prendere co­scienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli...

Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo.

Proprio per mantenere vivo questo atteggiamen­to di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, in­coraggio le parrocchie e ogni altra comunità ad in­tensificare in Quaresima la pratica del digiuno per­sonale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina...» (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima, 3 febbraio 2009).

- Buoni viso a cattiva sorte.

- Sopportazione dei disagi della stagione, delle in­fermità, delle tentazioni più svariate.

- Ascetica autentica all'insegna del Vangelo e sulle orme dei Santi.

- Disprezzo per ogni forma di adulazione da qua­lunque parte arrivi.

- Non lamentarsi per quanto viene inferto di non gradito in casa e fuori.

- Accettazione di se stessi.

- Uguaglianza d'animo.

Poche indicazioni che sintetizzano un vastissimo programma di educazione-formazione umana e cri­stiana: ognuno può farci sopra una buona revisio­ne di vita, e sottolineare quel punto che lo ha colto nel segno.

All'inizio potrebbe bastare un solo impegno; ad esempio, quello della fedeltà alla celebrazione della Liturgia delle Ore.

Come potrebbe essere oggetto di attenzione parti­colare:

- il galateo nel mangiare;

- la pulizia della persona e delle proprie cose;

- la puntualità nella levata;

- la prudenza nella guida dell'auto;

- la fedeltà alla Confessione, almeno quindicinale.

 

 

 

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«HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA HO TERMINATO LA MIA CORSA» (2 Tm 4, 7)

Nel Vangelo, la costanza ha molti significati. Li in­dichiamo, riportando i passi corrispondenti:

* vigilanza (cf. Mt 24, 42.46; Lc 22, 46);

* laboriosità (cf. Lc 13, 6-9; Mt 20, 1-16; 25, 30);

* penitenza (cf. Mt 3, 8; Lc 5, 32; 13, 5; Mc 1, 15);

* austerità (cf. Lc 7, 24-25; Mt 7, 13-14);

* attaccamento alla croce (cf. Lc 9, 23; 14, 27; Gv 12, 24-25);

* perseveranza (cf. Lc 9, 62; Mt 10, 22; 24, 13);

* pazienza (cf. Lc 8, 15; 21, 19);

* sopportazione del Prossimo fino a conseguenze estreme (cf. Mt 5, 38-48; Lc 6, 30; Gv 15, 12­13);

* appassionata ricerca della volontà di Dio (cf. Mt 7, 21-23; Gv 8, 28-29; Le 8, 21);

* coraggiosa testimonianza fino al martirio (cf. Mt 10, 16-25; Gv 15, 18-21).

 

«Beato l'uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che Lo amano» (Gc 1, 12).

 

Corona della vita pensiamo possa significare quel­lo stato di intimità divina, vero paradiso in terra, e già fin d'ora anticipo della vita felice che ci at­tende nell'eternità.

Purtroppo, per molti questo dell'intimità con Dio rimane un paradiso perduto proprio a motivo dell'incostanza nel servizio di Dio.

È bene notare la causa per cui tanto pochi sono quelli che giungono a così alto stato di perfetta unione con Dio.

Ciò avviene non perché Dio voglia che pochi siano gli spiriti elevati, ché anzi vorrebbe che tutti fossero perfetti; ma perché trova pochi vasi capa­ci di un'opera così sublime.

La maggior parte li sperimenta nel poco, ma li trova fiacchi, tanto che subito rifuggono dalla fa­tica, e non vogliono assoggettarsi con virile pa­zienza al più lieve incomodo e mortificazione.

Quindi ne consegue che Iddio, non trovandoli forti e fedeli in quel poco cui faceva loro grazia cominciando a dirozzarli, vede bene che molto meno lo saranno nel molto, e perciò cessa di purificarli e di innalzarli dalla polvere mediante la fatica della mortificazione, per la quale farebbe bisogno di una costanza e fortezza maggiore di quella da essi mo­strata...

Quelli, infatti, cui Dio fa la grazia segnalata di sperimentarli con prove più interiori, avvantag­giandoli così in doni e meriti, è necessario che gli abbiano prestato molti servigi, abbiano mostrato molta pazienza e costanza» (San Giovanni della Croce, Fiamma viva d'amore).

San Tommaso d'Acquino scrive che la pazienza è radice e custode di tutte le virtù non perché ne sia la causa o le conservi direttamente, ma perché ne elimina gli ostacoli (cf. Summa II-II q. 136/2).

Tutti riconosciamo sommamente necessaria la pa­zienza, pur dovendo ammettere che non è il nostro forte: ogni caduta accusa la nostra poca pazienza, la non resistenza all'urto della prova.

Ci troviamo a pestare i piedi come persone `seccate', quando la Provvidenza ci domanda una dimostra­zione di fedeltà.

Facciamo addirittura il broncio, andiamo in crisi e vediamo frustrazioni dappertutto.

Sappiamo benissimo che anche chi vive nel mondo va soggetto a prove di ogni genere, non di rado molto più pesanti e insistenti delle nostre.

Ma, al momento della tentazione, chi se ne ricor­da?

Perseveranza e pazienza si fondono in una sintesi che traccia veramente il sentiero di quanti voglio­no seguire il Maestro non per divertimento, ma per condividere con Lui la redenzione.

Persevera chi è paziente.

Si arresta chi non è paziente.

Tradisce chi non è disposto a pagare di persona ogni giorno (cf. Lc 9, 23).

(…)

La Scrittura non cessa di iniziarci alla fortezza d'animo, virtù indispensabile per un autentico cam­mino con Dio:

«L'empio è preda delle sue iniquità, è catturato con le funi del suo peccato. Egli morirà per mancanza di disciplina, si perderà per la sua grande stoltezza» (Pro 5, 22-23).

 

Sottolineiamo la `mancanza di disciplina'. Disciplina è: la fedeltà a una regola, a un orario, a un programma.

È ricorso costante al sacramento della Penitenza, alla direzione spirituale.

E perché mai tanta paura della correzione che do­vremmo noi stessi questuare umilmente dai Con­fratelli?

«Chi ama la disciplina ama la scienza, chi odia la correzione è stolto» (Pro 12, 1).

(…)

Non può esistere l'intimità quando la fe­deltà è dubbia, o intermittente.

Intimità con Dio sì, ma nella disciplina che coin­volge tutto l'essere in un totale dono di sé all'Amore infinito.

O daremo a Dio qualche briciola soltanto?

 

«Se la vostra offerta non fosse totale, somiglie­reste a uno che mostra ad un altro una pietra pre­ziosa, gliela offre, lo prega di accettarla; ma quando questi stende la mano per prenderla davvero, ri­tira la pietra e la custodisce gelosamente.

Non possiamo permetterci scherzi di questo ge­nere con chi ne ha già sopportati tanti per noi... Se non abbandoneremo completamente al Signore la nostra volontà, perché disponga di noi e delle nostre cose come gli piace, non ci lascerà mai bere alla sua fonte di acqua viva» (Santa Teresa d'Avila).

 

A Dio si dà tutto o niente!

Non ci è domandato troppo?

I Santi ci rispondono in coro che è proprio dell'amore non avere misura e cimentarsi nell'impossibile. Sappiamo tutti qualche cosa degli incontabili sa­crifici sopportati da padre De Foucauld nella sua conversione e fra i Tuareg del deserto; e sappiamo da lui stesso il segreto della sua perseveranza: «Ho il Santo Sacramento, il migliore degli amici, a cui parlare giorno e notte».

L'Eucaristia a lungo adorata: ecco dove ci viene offerta tutta la forza necessaria per non venir meno sul sentiero della santità.

«Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: `Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino'. Si alzò, mangiò e bevve.

Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb» (1 Re 19, 7-8).

Purtroppo, è così facile cosificare l'adorabile Per­sona del SS. Sacramento!

È logico, allora, che questo dica poco o niente e che si finisca per abituarsi e addirittura per annoiarsi. L'Eucaristia non è nemmeno una preziosa reliquia; è il Cristo Risorto che siede alla destra del Padre e mi­steriosamente ma veramente presente in mezzo a noi. Verità sacrosanta, tutti la conosciamo.

Ma troppo facilmente la trascuriamo.

Certa `povertà' di ornamenti liturgici, di utensili, di paramenti, di lumi, di fiori e lo squallore di alcu­ni altari e tabernacoli non denunciano mancanza di fede e di amore?

Paradossalmente, proprio chi è veramente povero, non bada a spese per il decoro della chiesa e per quanto serve al culto eucaristico.

«Penetrato com'era dello spirito di Balley, il gio­vane Curato non poteva mancare d'annettere la più grande importanza alle cose del culto.

Se si compiaceva del denudamento del presbite­rio, nulla ai suoi occhi era abbastanza bello per dare alle cerimonie liturgiche dignità e splendore. Già avrebbe potuto formulare la riflessione che racco­glierà un giorno sulle sue labbra fr. Jérome: "La mia vecchia sottana s'accorda con una bella casula"...

Il Curato continuava a manifestare la sua gioia per l'arricchimento del materiale della chiesa, senza tuttavia credersi dispensato d'aggiungervi lui stes­so qualche cosa.

Era rapito, quando i mezzi glielo permettevano, di fare acquisti, mai troppo sontuosi a suo giudi­zio, per la casa di Dio.

La signorina d'Ars racconta che nel 1825 l'aveva accompagnato a Lione in un magazzino di arredi, per scegliervi qualche arredo liturgico. Ad ogni esi­bizione del mercante, ripeteva: "Non è abbastanza bello, ci vuole più bello ancora".

Fu probabilmente quel mercante che, manife­stando il suo stupore, tenne il discorso riferito da Guillaume Villier: "C'è in Bresse un piccolo cura­to che sembra non avere nulla e che acquista più di tutti gli altri, che vuole tutto ciò che c'è di più bello e che paga sempre in contanti"» (René Four­rey, Vita autentica del Curato d'Ars, pag. 148.151).

Ecco delle righe scultoree, uscite dalla penna di Padre Silvestrelli, che meritano di essere incorni­ciate e tenute sempre sotto gli occhi:

«Per noi preti e consacrati la sorte è segnata: se viene meno il culto eucaristico, non può assoluta­mente durare la stima per il mistero del nostro es­sere. Anzi, non credo possa più sussistere la fidu­cia nel nostro ministero, quando l'Eucaristia cessa di accenderci il cuore».

 

Non ci si sacrifica per una `cosa' da nulla.

Non si predica che in linea diretta con il fervore che dalla Messa si appicca al cuore e sulle labbra. Non ci si scomoda per una `cosa' insignificante. Come potremo vivere senza nutrirci di quel Pane vivo disceso dal cielo, che è il Dio-con-noi?

Di quale altro pane nutriremo i fedeli?

Dove mai potremo caricarci di quella grazia ne­cessaria per riportare sulla retta via una folla cre­scente di sbandati?

E vero che ci sono delle sofferenze tipiche di noi anime consacrate. Alcune però, non rientrano nel piano voluto dalla Provvidenza.

Ad esempio:

- certa solitudine non viene dal buon Dio;

- certa inquietudine velenosa e insopportabile non ce la propinano il sacerdozio o la vita religiosa;

- e tanto meno ci propinano il sentimento deva­stante dell'inutilità del nostro ministero.

 

La verità è che arrischiamo di condannarci a mo­rire di sete ai bordi di una Fonte d'acqua viva, zam­pillante per la vita eterna.

Non sarà che Gesù, rivolgendo anche a noi il suo sguardo triste, ci dica:

«Ma voi non volete venire a me per avere la vita»? (Gv 5, 40).

 

Certo, non basta avere la propria abitazione a fian­co della chiesa o ad un palmo dalla cappella, dal tabernacolo; ci vuole una sintonia spirituale, senti­ta, vissuta, con Colui che per un amore troppo gran­de vive nascosto nell'Eucaristia.

Allora, s'instaura un rapporto di intimità bellissi­ma con il Cristo e non manca più nulla per strari­pare di gioia ineffabile.

Situati sulle vette più alte, chi in pericolo come noi? Se non ci stringiamo alla Guida con un vin­colo di intensissimo affetto, quanto potremo resi­stere; quanto saremo fedeli?

«Signore, da chi andremo?» (Gv 6, 68).

 

Sostiamo qualche momento in preghiera aiutati dall' Imitazione di Cristo:

«Confidando nella tua grande bontà e misericor­dia, o Signore, mi accosto malato al Salvatore, af­famato e assetato alla fonte della vita, mendìco al Re del cielo, servo al Signore, creatura al Creato­re, desolato al mio piissimo Consolatore.

Donde o da chi proviene che Tu venga da me? Chi sono io, perché mi doni te stesso?

Come oserà il peccatore comparire davanti a Te e tu come ti degnerai di venire da un peccatore? Tu conosci il tuo servo, e sai che non ha nulla di buono in sé, perché tu gli faccia un simile dono. Pertanto confesso la mia miseria; riconosco la tua bontà, lodo la tua pietà, e ti ringrazio per la tua immensa carità» (Imitazione di Cristo, Libro V, cap. 2).

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«SII FEDELE FINO ALLA MORTE» (Ap 2, 10)

Sono di una singolare freschezza queste righe, scrit­te secoli fa, con le quali c'introduciamo in un tema sempre di attualità, che riassume tutti i problemi ine­renti la salvezza eterna: la perseveranza nel ser­vizio di Dio.

«Con ogni sforzo mostratevi degni di lode da­vanti a Dio per purezza di spirito, ed agli occhi degli uomini splendenti per la fedeltà nell'osservanza. Vi vedano sempre dediti e fedeli a tale servizio.

Cercate con cura quanto piace a Dio, desiderate solo quello e realizzatelo con entusiasmo. Impegnatevi a compiere ogni cosa nell'amore e per amore così che, grazie all'aiuto di Dio, abbia­te perseverante e stabile l'abito della carità... Tutta la vostra vita sia ordinata alla gloria di Dio, sempre ringraziandoLo per i suoi benefici e quello che non si conviene alla sua gloria consideratelo perso del tutto. Per voi ogni cosa sia nulla all'infuori di Dio e niente cercate di quello che è caduco... Ogni dolore che vi porta a Dio sia causa di gioia. Sia Dio per voi gaudio nell'onore, sollievo nella tristezza, difesa nella prova, cibo nel digiuno, ab­bondanza nella povertà e medicina che guarisce nella malattia.

Se quindi avete fame, Egli sia il vostro banchet­to; se avete sete vi sia vino aromatizzato; se nudi, Egli sia il vestito; se infermi, sia il vostro medico; se vegliate, Egli sia il vostro letto; se siete stanchi per il viaggio, Lui stesso vi sia ombra e riposo.

Ancora aggiungo: sia Dio lo specchio del vostro, cuore con il quale vi riordinate; sia il sigillo.con il quale siete segnati...

Se anche le vostre forze fisiche venissero a man­care, il vostro cuore arda sempre di grandi deside­ri a lode del Creatore...

Gli sia gradita la vostra vita e con perseverante fiducia attendeteLo» (Beato Umberto De Romans).

 

Purezza di spirito. Fedeltà. Entusiasmo.

A patto che siamo degli irriducibili essenzialisti. Chi può mai salire il monte del Signore se non colui che è sciolto, libero, semplice nel suo spirito? Siamo fatti per la fedeltà; per essere stabili, fermi, forti, perseveranti.

Virilità, austerità, magnanimità: chi non le ambisce come elementi d'una realizzazione vera e durevole? La costanza è il volto dei forti.

Essere forti in qualche fortunata circostanza non è gran cosa; potrebbe addirittura rivelarsi una auten­tica debolezza, come, purtroppo, succede tante volte oggi.

La costanza o fedeltà è uno stile abituale di vita, ottenuto da innumerevoli atti di adesione ai voleri di Dio nelle più minute circostanze, nel variare delle situazioni, nel mutare di umore, nelle tempeste del cuore.

Potrà sembrare impresa impossibile, stante l'innata debolezza della natura, condizionata dalla ferita ori­ginale e dall'ambiente sociale dominato dal relati­vismo.

Tuttavia, fatti su misura divina, soffriamo quando ci vengono a mancare le forze fisiche, e gemiamo quando le nostre facoltà spirituali si spuntano per una ragione qualunque.

I cedimenti sanno di crollo, di sconfitta, di morte. La fortezza, cui aspiriamo con tutto il nostro esse­re, virtù cardinale e dono dello Spirito Santo, è tra­guardo e punto di partenza insieme: pista di lancio per la conquista di ogni virtù umana e cristiana.

E premessa ad ogni progresso spirituale e ne è anche il premio.

La si conquista con un regime austero di vita.

Soprattutto, la si deve impetrare. Leggiamo nel Libro dei Proverbi: «Bontà e fedeltà non ti abbandonino; légale intorno al tuo collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore, e otterrai favore e buon successo agli occhi di Dio e degli uomini» (Pro 3, 3-4).

 

Bontà e fedeltà.

Separabili solo in teoria: nella pratica non si dà bontà senza fedeltà, né questa senza quella. L'ostinazione nel male è assurda inversione, come l'uso della libertà per peccare.

Se Dio ci domandasse una obbedienza saltuaria, non agirebbe da padre, perché favorirebbe la nostra instabilità; potremmo pensare che non Gliene im­porti più di tanto. Invece, pur sapendo di quale creta siamo impastati, il Signore si fa lottatore per noi, ci allena alla sopportazione delle prove, ci abilita alla fortezza.

È un'arte finissima: rivela il suo infinito amore. Giustamente Giacobbe non smetterà di lottare, fin­ché Dio non l'abbia benedetto:

«Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora.

Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.

Quegli disse: "Lasciami andare, perché è spun­tata l'aurora".

Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!"» (Gn 32, 25-27).

 

Non è forse una benedizione la fortezza d'animo?

Senza questa fortezza non è possibile parlare di fe­deltà.

Nell'inguaribile nostra mutabilità, Dio si esalta come un medico che si prodiga con tutto se stesso per la guarigione dei suoi malati.

Quando Egli abbassa lo sguardo sulle nostre piaghe (e l'instabilità si ritrova in tutte!), la nostra debolez­za prende vigore e l'inerme trova in Lui lo scudo. La nostra fedeltà è il trionfo della Fedeltà divina: senza questo solidissimo fondamento, nessuno po­trebbe sentirsi sicuro anche nelle prove ordinarie della vita; meno che meno nel terremoto delle passioni che mettono a soqquadro anche le persone più sante! È tristissimo lo spettacolo dell'umana infedeltà: quante menzogne subdole e insistenti dentro di noi e intorno a noi!

Chi può scagliare le prima pietra? «Salvami, Signore! Non c'è più un uomo fedele; è scomparsa la fedeltà tra i figli dell'uomo. Si dicono menzogne l'uno all'altro, labbra bugiarde parlano con cuore doppio» (Sal 11, 2- 3).

 

Quanti, anche tra le nostre file, si sono voltati in­dietro dopo aver messo mano all'aratro! (cf. Lc 9, 62).

Se ne contano alcune decine di migliaia.­

Viene da chiedersi: come si è spezzato l'arco dei forti? (cf. 1 Sam 2, 4).

Potrebbe darsi che l'iniziazione ad una severa disci­plina sia stata presentata come un lusso riservato a campioni, ad eroi; e non invece come un obbligo ur­gente e ineludibile per ogni discepolo del Maestro. Ciascun chiamato dovrebbe avere la `stoffa di Paolo! L'Apostolo, scrivendo ai Filippesi, si dice iniziato a tutto per la misteriosa forza che gli viene dall'Alto (cf. 4, 11-13).

Ai Corinti confida che le stesse infermità gli danno fiducia di essere potentemente aiutato da Colui che, da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cf. 2 Cor 8, 9).

Nella medesima Lettera, può affermare di essersi presentato come ministro di Dio «con molta fer­mezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle an­gosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni» (cf. 6, 4-5). L'arco dei forti potrebbe essersi spezzato per la troppa fiducia posta nei mezzi umani, naturali, nei propri talenti; come pure per non avere, a tempo giu­sto, respinto una delle tante suggestioni della so­cietà materialista e permissiva nella quale ci tocca vivere.

Come è possibile rimanere in piedi in mezzo a tanti che giacciono feriti e morti?

Rimane in piedi chi si fonda con una fiducia tanto più grande in Dio, quanto più cresce la consape­volezza della propria incostanza. Questi s'immede­sima nel salmista quando si rivolge al Signore con espressioni come le seguenti:

«La via di Dio è diritta, la parola del Signore è provata al fuoco; egli è scudo per chi in lui si rifugia... Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, la tua destra mi ha sostenuto, la tua bontà mi ha fatto crescere... Tu mi hai cinto di forza per la guerra, hai piegato sotto di me gli avversari» (Sal 17, 31.36.40).»

Siamo completamente fuori strada se poniamo la nostra speranza nella politica, nella cultura laicista, in uomini drogati dalla presunzione.

Ugualmente, mettiamo i nostri piedi in fallo se con­fidiamo in noi stessi.

«Chi confida nel suo senno è uno stolto» (Pro 28, 26).

Qualche volta Egli permette che "ci bruciamo le dita" perché la smettiamo di offrire incenso al no­stro 'io'.

 

«Rischio di dire uno sproposito, ma lo dico lo stes­so: il Signore ama tanto l'umiltà, che talvolta per­mette dei peccati gravi. Perché?

Perché coloro che li commettono rimangano umili, una volta pentitisi: non si è tentati di credersi mezzi angeli o mezzi santi, quando si sa di aver commesso delle colpe gravi» (Giovanni Paolo 1, Udienza Ge­nerale, 6 settembre 1978).

Altre volte, la Provvidenza lascia che qualcuno sac­cheggi i nostri averi e tesori a castigo dell'orgoglio, il nemico numero uno della fiducia nel Signore. Barcolliamo come ubriachi quando presumiamo di camminare da soli.

«Toglie la favella ai più veraci e priva del senno i vegliardi. Sui nobili spande il disprezzo e allenta la cintura ai forti. Toglie il senno ai capi del paese e li fa vagare per solitudini senza strade; vanno a tastoni per le tenebre, senza luce, e barcollano come ubriachi» (Gb 12, 20-21; 24-25).

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(Tratto da: “Lo conosci Gesù? Appunti di ascetica – 2009)

«AVETE SOLO BISOGNO DI COSTANZA» (Eb 10, 36

v. 32: «Richiamate alla memoria quei primi gior­ni nei quali, dopo essere stati illuminati, avete do­vuto sopportare una grande e penosa lotta,

v. 33. ora esposti pubblicamente a insulti e tri­bolazioni, ora facendovi solidali con coloro che ve­nivano trattati in questo modo.

v. 34. Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere spo­gliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi.

v. 35. Non abbandonate dunque la vostra fidu­cia, alla quale è riservata una grande ricompensa.

v. 36. Avete solo bisogno di costanza perché, dopo aver fatto la volontà di Dio, possiate giungere alla promessa» (Eb 10, 32-36).

 

«Versetto 32. L'esortazione incalza e propo­ne una serrata successione di voci verbali op­portunamente scelte: Richiamate alla memoria... non abbandonate (v. 35).

Magistrale passaggio dall'ammonimento au­stero all'incoraggiamento, onde arginare un pro­cesso di indebolimento, ridare fiducia e tanta forza a ciò che è minacciato.

La nuova esortazione è costruita su un pa­rallelo antitetico:

1. i cristiani continuino a richiamare alla me­moria;

2. non diano adito al pensiero di abbandonare la scelta fatta.

L'invito a ricordare è frequente nel genere let­terario parenetico e ha scopi pedagogici: fa rivi­vere il passato e lo rende influente sul presente.

Ricordare le difficoltà già vissute e accredi­tate a proprio vantaggio spiega, ai cristiani in­deboliti da nuove opposizioni, quanto essi siano di fatto già attrezzati per il nuovo confronto.

Si tratta solo di ricordare.

Sono trascorsi quei primi giorni, quelli della loro illuminazione, quando vennero incorpora­ti nella verità di Cristo mediante l'istruzione e il battesimo, quando vennero ferrati per aspri combattimenti, per una lotta aspra e penosa. Quale?

 

Versetto 33. Una serrata sintassi del tipo ora.., ora, fa da veicolo alla vivace descrizione all'appannaggio di quella prima esperienza cri­stiana definita lotta grande, che ora espone all'insulto, ora spinge alla solidarietà.

Il termine lotta appartiene al linguaggio ago­nistico e tutta la descrizione fa riferimento a uno spettacolo pubblico, nel teatro: oltraggi e tribolazioni a motivo della loro adesione alla fede cristiana; solidali con gli svantaggiati e i prigio­nieri, esposti al rischio di venire imprigionati; gioio­si di subire il sequestro dei propri beni.

Ora resi spettacolo pubblico, cioè puniti in pub­blico, da parte della competente autorità cittadina.

Ora ancora liberi, ma comunque ben tenuti d'occhio, seppero ora essere solidali con quanti andavano per la propria strada, quella del coraggio e della perseveranza...

Insulti e vessazioni-tribolazioni vanno intesi sul piano psicologico a motivo della fede e sul piano finanziario a motivo dei pagamenti, spesso esosi, dei processi, fino alla confisca dei beni...

Il fatto poi che in 11, 26 e in 13, 13 infamia espri­ma inequivocabilmente l'obbrobrio della croce, spin­ge a pensare che l'autore voglia esortare i destina­tari indeboliti nella fede a guardare a quell'obbrobrio e a non ripensarne la scelta e la sequela, decise al­lora con tanto entusiasmo...

È anche attendibile che Ebrei 10, 32 attinga ad una tradizione che vede nella metafora sportiva della lotta l'immagine descrittiva del combattimento etico. È anche verosimile che l'autore pensi alla lotta dei martiri: in entrambi i casi, un senso tra­slato che ben si coordina con quanto appena espo­sto.

Tuttavia, i dati qui riferiti, per quanto ampi nella loro descrizione, non bastano a datare la situazio­ne storica di riferimento.

 

Versetto 34. Con sintassi e infatti... e..., l'autore richiama la solidarietà di quei primi giorni, dan­done una prima causale: la spogliazione e la con­fisca dei beni. Essa può essere spiegata in base al rimborso delle spese dei processi penali a carico di cristiani. L'entità era stabilita dal magistrato con l'ausilio dei giurati. Essa, talora, poteva essere così elevata da compromettere la futura esistenza del penalizzato.

Senza opporsi alla violenza legalizzata della con­fisca abusiva, i destinatari della Lettera agli Ebrei ne presero atto e non esitarono a mostrare la loro parte­cipazione carica di attenzione a quanto succedeva...

Ed eccoci alla seconda causale: Vi siete resi par­tecipi delle sofferenze dei carcerati. Anzi, mostrando addirittura grande gioia, hanno già saputo attesta­re che nella loro scala dei valori i beni materiali hanno solo un peso transitorio e finalizzato a beni mag­giori: la vera vita, la fede, il godimento eterno...

Che cosa è dunque intervenuto di nuovo e di tanto grave da poter motivare l'incertezza subentrata a una fede tanto coraggiosa e testimoniata nella operosità?

La difficoltà di una individuazione precisa del momento storico non sembra essere giustificata dalla pronunziata preoccupazione escatologica dell'autore. Questi non è solo un consolatore, ma molto più uno che esorta alla combattività.

 

Versetto 35. Da qui la seconda esortazione all'imperativo aperta da un dunque: non c'è dun­que motivo alcuno di abbandonare una strada così ricca di franchezza. Perchè interrompere una così coraggiosa testimonianza nella fede? Al contrario, sollecitata dalla rischiosa situazione sociopolitica, la comunità cristiana ha tutti gli elementi per ge­stire la debolezza del momento...

Dopo tanta e combattiva resistenza nel servizio ai fratelli più aspramente perseguitati, fiducia e so­lidarietà sono un armamentario sperimentato ed è davvero incredibile che ora lo si lasci inattivo, con il rischio di perdere la grande ricompensa.

 

Versetto 36. È di perseveranza che avete infatti bisogno. Quando i tempi sono ingrati e insidiosi i rischi, la perseveranza è il volto della testimonianza. Ne deriva che la pazienza non è rassegnazione re­missiva, quasi un tacere `pro bono pacis'.

Tutt'altro! Essa è combattiva, costruttiva, radi­cata in terreno sicuro, stabile e irremovibile nelle decisioni consapevolmente prese...

Muoversi nella direzione di Dio porta all'ingresso del suo riposo eterno; muoversi nella direzione degli avvenimenti umani, affina la paziente costanza. Esercitata nella solidarietà, essa offre già oggi il pregustamento del riposo di Dio ai cristiani convenuti nella loro `assemblea' battesimale e pasquale, una sorta di riposo domenicale in parallelo con il ripo­so sabbatico. È lì che quella paziente costanza evol­ve fino a divenire in epoca protocristiana una virtù tra le più basilari» (Cesare Marcheselli, Lettera agli Ebrei, pag. 458ss.)

 

La presente meditazione offre una quantità enorme di considerazioni. Insisteremo sulle seguenti:

La costanza: dono e conquista.

L'inguaribile nostra instabilità.

Perseveranza a tutti i costi.

La devozione alla Santissima Vergine e la perse­veranza finale.

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Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.

La costanza è l’esercizio continuo di una virtù, è la successione ininterrotta di opere buone, è la convinzione profonda della verità e la indefettibile volontà di bene. La costanza si esprime nelle opere, ma si fonda e costruisce nell’essere. La costanza di qualsiasi virtù ha le sue origini nella vita divina, che è principio e fonte di ogni opera buona. Tutto ciò che allontana da Dio, diminuisce o interrompe il rapporto con Dio e, quindi, rompe la continuità della virtù e delle opere buone. La costanza è anzitutto stare sempre con Dio, convivere con Dio in Cristo, che è l’unico insostituibile Mediatore tra Dio e l’uomo. Ma come l’uomo è con Dio? “Se osservi la mia legge, tu mi ami e noi verremo in te e faremo stabile dimora in te” (Gv 14,23). La fonte della costanza è Dio; Egli comunica la sua divina immutabilità nell’uomo mediante la stabilità della sua presenza. La volontà umana non può, da sola, essere costante, la malizia ne ha corrotto l’essere e l’operare; è perciò necessario che Dio vi abiti stabilmente perché le ridoni una forza indefettibile, capace di opporsi ad ogni malizia che, essendo privazione di Dio, interrompe di conseguenza la continuità nel bene. Stare con Dio vuol dire fare la sua volontà, aver fede in Lui, sperare contro ogni speranza, amarlo specialmente nelle ore buie della prova che matura la pazienza, tempra l’unione con Dio e affonda le radici della costanza. Più si è con Dio e più si assimila il suo essere e il suo operare. L’amore e l’unione con Dio è forza contro il male, è fedeltà e costanza nel bene. “Io ti amo, o Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio baluardo, mio Dio, mia rupe sotto la quale mi rifugio, mio scudo, forza della mia salvezza, mia cittadella e mia roccaforte che io celebro” (Sal 17,2-3).
“Il Signore è per noi rifugio e baluardo, soccorso in ogni prova nell’angoscia, perciò noi non temiamo anche se la terra trema, pur se le montagne crollano nel mare, un fiume con i suoi canali rallegra la città del Signore, rende invulnerabile la dimora dell’Altissimo, Il Signore le sta al centro, così non vacillerà mai” (Sal 45,2-3.5-6). La costanza dona serenità, fiducia, fermezza e certezza di raggiungere il fine. Chi è costante prega e non ha paura della notte, è laborioso durante il giorno ed è sempre unito a Dio. E’ ordinato, gioioso e pacifico; non perde tempo, compie il suo dovere, ama i suoi fratelli. Riposa tranquillo e si leva prontamente. Ha sempre il cuore puro e lo spirito semplice, ama il bene e detesta l’iniquità. Non interrompe mai il suo cammino verso Dio e verso il prossimo, è umile con tutti, amabile con gli eguali e servo di chiunque ha bisogno di lui. Guarda sempre in alto, canta e cammina. Non si volta indietro, non guarda ciò che fanno gli altri, ma è proteso in avanti e segue solo Cristo. Solo chi è costante, corre e taglia tanti traguardi, oltrepassando una dopo l’altra le vette di ogni virtù. Dio detesta l’incostante ed ama con predilezione chi gli è fedele. A lui instancabilmente dona, perché da Lui immancabilmente riceve. Dio dona tutto se stesso e le sue cose solo a chi è costante, perché soltanto costui gli ha dato prova di non perdere nulla di ciò che ha avuto in dono. (Don Pierino)

 

Apriamo la Bibbia e cerchiamo di vedere come Dio aiuta colui che ha bisogno di forza e di coraggio. Dio il quale è pieno di misericordia, non abbandona colui che è oppresso dalle delusioni e dalle ingiustizie; è oppresso soprattutto perché ha bisogno di vincere le tentazioni. “E li vide mentre erano oppressi, ascoltando la loro preghiera, e si ricordò del suo testamento, e si pentì nella grandezza della sua misericordia”. Sta scritto: Si pentì, perché Dio cambiò quel che sembrava volesse fare: voleva dare una punizione severa a coloro che lo avevano abbandonato per seguire i desideri del loro cuore e delle loro passioni. In Dio tutte le cose sono immutabilmente fissate: Egli valuta le sue decisioni tenendo presente le possibilità che noi abbiamo di cambiare vita; essenziale è la volontà di sottrarci all’influsso di satana e agli allettamenti del mondo che ci ha portato lontano da Lui. Quando Dio interviene sollecitato dalla nostra preghiera e dalle nostre decisioni, insieme con la virtù della costanza, ci dona tutte le Grazie necessarie perché possiamo dare a coloro che sono attorno a noi, la testimonianza di un cristianesimo vissuto in maniera integrale. Nelle vicende liete e tristi delle giornate che si susseguono senza la speranza di vedere la luce, Dio interviene nella nostra storia e realizza per noi quello che ha pensato fin dall’eternità. Noi pensiamo che interviene quasi per un moto volontario improvviso, Egli invece, sollecitato dalla nostra volontà di cambiare vita, interviene per realizzare quello che invece ha disposto nel progetto della creazione e della redenzione del mondo“. E li vide mentre erano oppressi, ascoltando la loro preghiera; e si ricordò del suo testamento”, certamente del testamento eterno, “che aveva stabilito con Abramo” ; non di quello Vecchio destinato ad essere abolito, ma di quello Nuovo ed eterno che Gesù ha fatto tra l’umanità e Dio. “E si pentì nella grandezza della sua misericordia”. Egli compì quello che aveva stabilito, ma aveva appunto previsto che avrebbe concesso questo agli Israeliti pentiti che lo pregavano. La Scrittura ci parla anche della sorte di coloro che perseverano nei loro peccati, e rifiutano la Grazia della conversione. “Diventi la loro mensa una trappola al loro cospetto”. Perché: Al loro cospetto? Sarebbe bastato dire: “La loro mensa diventi una trappola” Ci sono alcuni che conoscono la loro colpevolezza e in essa con pertinacia insistono: a costoro si prepara la trappola al loro cospetto. Sono quanto mai pericolosi costoro: essi diffondono il loro stile di vita perverso; i mezzi di comunicazione sociale suggeriscono in maniera molto efficace, come bisogna organizzarsi e cosa bisogna fare. In parole povere, creano nel cuore di tanta gente la necessità di uno stile di vita che esclude qualsiasi riferimento alla morale cristiana. E guai se la Chiesa parla. Che cosa è detto infatti di coloro che escludono dal loro ambiente quelli che vogliono vivere secondo i principi del cristianesimo? “Se il Signore non fosse stato con noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi” . Hanno bisogno di una fede viva che ottiene molte Grazie da parte di Dio per resistere a quella che possiamo chiamare una vera e propria persecuzione. Che significa: vivi? Significa che noi abbiamo fatto il male, eravamo come loro, e loro sapevano che noi non dovevamo acconsentire, abbiamo avuto vergogna di dichiarare la nostra fede con il nostro comportamento. La trappola della perdizione è pronta davanti a loro, eppure non si correggono. Essendo la trappola dinanzi a loro, se non si convertono prima di morire, saranno colpiti dalla condanna che Cristo giudice pronunzierà, quando si presenteranno dinanzi a Lui. Vedono la trappola, vi mettono il piede dentro e chinano il collo perché siano presi al cappio. Quanto meglio sarebbe per loro allontanarsi dalla trappola, riconoscere il peccato, condannare l’errore, liberarsi dell’amarezza, passare nel Corpo di Cristo, cercare la gloria del Signore! Ma tanto forte è la presunzione, che la trappola sta lì, davanti ai loro occhi, ed essi vi cadono. “Siano oscurati i loro occhi, affinché non vedano”, Gesù dice: “hanno occhi e non vedono la proposta della loro Redenzione, hanno orecchi e non sentono la parola che li può salvare dall’inferno”. Il salmo continua. Hanno visto la verità senza ritrarne vantaggio; hanno perso la possibilità di capire l’importanza della Redenzione. Le parole: “Al loro cospetto diventi una trappola” non sono un desiderio che così accada, ma una profezia del futuro. Non lo dice augurandosi che le cose si verifichino, ma constata che purtroppo si verificheranno. Tutto questo accadrà certamente, e le cose non potranno andare diversamente da come è stato profetizzato. E siccome noi sappiamo dalla Storia della Salvezza che, quando lo Spirito di Dio predice delle cose ai malvagi, queste realmente accadono, dobbiamo anche noi ricavarne ammaestramento per poterle evitare. Questo è il vantaggio che ci deriva dalla comprensione delle Scritture: cioè, profittare delle stesse vicende dei nemici di Dio e della Chiesa. Tutto questo accadrà per loro “in retribuzione e in scandalo”. Ma sarà forse ingiusto che così accada? No, è giusto. Perché? Perché è “in retribuzione”. Ognuno riceverà da Dio quello che ha fatto: il bene se ha fatto il bene, il male se ha fatto il male. Non accadrebbe infatti ai malvagi una tal cosa se non fosse loro dovuta. Essi sono a se medesimi di scandalo.
Don Vincenzo