26-3-‘17   CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESÙ NELLA DIVINA VOLONTÀ

Tratta da: “Selezione di capitoli sulla Passione di nostro Signore dagli scritti di Luisa Piccarreta

4 Gennaio 1924, Volume 16

Con le parole di Gesù nell’orto:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat”, contrattò col suo Celeste Padre che la Volontà Divina prendesse il suo primo posto d’onore nella creatura.

Stavo pensando alle parole di Gesù nell’orto quando disse:  Padre, se è possibile, passi da Me questo calice, ma però non mea voluntas, sed Tua Fiat.”  Ed il mio dolce Gesù, muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, credi tu che fu il calice della mia Passione per cui dicevo al Padre:  “Padre, se è possibile passi da Me questo calice?”  No, non affatto, era il calice della volontà umana che conteneva tale amarezza e pienezza di vizi, che la mia volontà umana unita alla Divina provò tale ribrezzo, terrore e spavento, che gridai:  “Padre, se è possibile passi da Me questo calice.”  Com’è brutta la volontà umana senza della Volontà Divina, che quasi come dentro di un calice si rinchiuse dentro di ciascuna creatura.  Non c’è male nelle generazioni, di cui essa non sia l’origine, il seme, la fonte, ed Io vedendomi coperto di tutti questi mali che ha prodotto l’umana volontà, innanzi alla santità della mia mi sentivo morire, e sarei morto difatti se la Divinità non mi avesse sostenuto.  Ma sai tu perché soggiunsi, e per ben tre volte:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat?”  Io sentivo sopra di Me tutte le volontà delle creature unite insieme, tutti i loro mali, e a nome di tutti gridai al Padre:  “Non più la volontà umana sia fatta sulla terra, ma la Divina; la volontà umana sia sbandita e la Tua vi regni.”  Sicché fin d’allora, e lo volli fare sin dal principio della mia Passione, perché era la cosa che più m’interessava e la più importante, di chiamare sulla terra il Fiat Voluntas tua come in Cielo così in terra.  Io ero a nome di tutti che dicevo:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat.”  Fin d’allora Io costituivo l’epoca del Fiat Voluntas tua sulla terra; e col dirlo per ben tre volte, nella prima la impetravo, nella seconda la facevo scendere, nella terza la costituivo regnante e dominatrice.  E come dicevo:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat”, Io intendevo di svuotare le creature della loro volontà e riempirle della Divina.

Prima di morire, perché non mi restavano che ore, Io volli contrattare col mio Celeste Padre il mio primo scopo per cui venni sulla terra, che la Volontà Divina prendesse il suo primo posto d’onore nella creatura.  Era stato questo il primo atto dell’uomo, cioè sottrarsi dalla Volontà Suprema, e quindi la nostra prima offesa, tutti gli altri mali di lui entrano nell’ordine secondario, ed Io dovetti prima realizzare lo scopo del Fiat Voluntas tua come in Cielo così in terra, e poi formare con le mie pene la Redenzione, perché la stessa Redenzione entra nell’ordine secondario; è sempre la mia Volontà che tiene il primato in tutte le cose, e sebbene dei frutti della Redenzione si videro gli effetti, ma fu in virtù di questo contratto che Io feci col mio Divin Padre, che il suo Fiat doveva venir a regnare sulla terra, realizzando il vero scopo della creazione dell’uomo ed il mio primo scopo per cui venni sulla terra, che potette ricevere i frutti della Redenzione; altrimenti avrebbe mancato l’ordine alla mia sapienza; se il principio del male fu la sua volontà, Io questa dovevo ordinare e ristabilire, riunire Volontà Divina e umana, e sebbene si videro prima i frutti della Redenzione, questo dice nulla; la mia Volontà è qual Re, che sebbene è il primo fra tutti, arriva l’ultimo, precedendolo per suo onore e decoro i suoi popoli, eserciti, ministri, principi e tutta la corte regale.  Sicché prima erano necessari i frutti della mia Redenzione per far trovare la corte regale, i popoli, gli eserciti, i ministri, all’altezza della Maestà della mia Volontà.

Ma sai tu chi fu la prima a gridare insieme con Me:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat”?  Fu la mia piccola neonata nella mia Volontà, la mia piccola figlia, che ebbe tale ribrezzo, tale spavento della sua volontà, che tremante si strinse a Me e gridò insieme con Me:  “Padre, se è possibile passi da me questo calice della mia volontà”, e piangendo soggiungesti insieme con Me:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat.”  Ah! sì, fosti tu insieme con Me in quel primo contratto col mio Celeste Padre, perché ci voleva una creatura almeno che doveva rendere valido questo contratto, altrimenti, a chi donarlo?  A chi affidarlo?  E per rendere più sicura la custodia del contratto, ti feci dono di tutti i frutti della mia Passione, schierandoli intorno a te come un esercito formidabile, che mentre tiene il suo regale corteggio alla mia Volontà, fa guerra accanita alla tua volontà, perciò, coraggio nello stato in cui ti trovi, smetti il pensiero che Io possa lasciarti, andrebbe a scapito del mio Volere, essendo che tengo il contratto della mia Volontà deposto in te.  Onde stati in pace, è la mia Volontà che ti prova, che vuole non solo purgarti ma distruggere anche l’ombra della tua volontà, onde con tutta pace segui il volo nel mio Volere, non ti dar pensiero di nulla, il tuo Gesù farà in modo che tutto ciò che potrà succedere dentro e fuori di te, farà risaltare maggiormente la mia Volontà, e allargherà in te i confini della mia nella tua volontà umana; sono Io che manterrò la battuta nel tuo interno, affinché diriga tutto in te secondo il mio Volere.  Io non mi occupai d’altro che della sola Volontà del Padre mio, e siccome tutte le cose stanno in Essa, perciò mi occupai di tutto; e se una preghiera insegnai, non fu altra che la Volontà Divina si faccia come in Cielo così in terra, ma era la preghiera che racchiudeva tutto.  Sicché Io non mi aggiravo che intorno alla Volontà Suprema, le mie parole, le mie pene, le mie opere, i miei palpiti erano pregni di Volontà Celeste.  Così voglio che faccia tu, devi tanto girare intorno ad Essa, da farti bruciare dall’alito eterno del fuoco della mia Volontà, in modo da perdere qualunque altra conoscenza, e di null’altro sapere che solo e sempre il mio Volere.”

 

Febbraio 4, 1922

L’amore ramingo e respinto dà in singhiozzo di pianto.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere tutto affannato, il suo respiro era fuoco, e stringendomi a Sé mi ha detto: "Figlia mia, voglio refrigerio alle mie fiamme, voglio sfogare il mio amore, ma il mio amore è respinto dalle creature. Tu devi sapere che Io nel creare l’uomo, misi fuori da dentro la mia Divinità una quantità d’amore che doveva servire come vita primaria delle creature, per arricchirsi, per sostenersi, per fortificarsi, e per aiuto in tutti i loro bisogni, ma l’uomo respinge quest’amore ed il mio amore va ramingo dacché fu creato l’uomo e gira sempre senza mai fermarsi, e respinto d’uno corre ad un altro per darsi, e come è respinto dà in singhiozzo di pianto, sicché l’incorrispondenza forma il singhiozzo di pianto dell’amore.

Onde, mentre il mio amore va ramingo e corre per darsi, se vede uno debole, povero, dà in singhiozzo di pianto e gli dice: "Ahi, se non mi facessi andare ramingo e mi avessi dato alloggio nel tuo cuore, saresti stato forte e nulla ti mancherebbe." Se vede un altro caduto nella colpa dà in singhiozzo: "Ahi! se mi avessi dato l’entrata nel tuo cuore non saresti caduto." Per quell’altro che vede trascinato dalle passioni, infangato di terra, l’amore piange e singhiozzando gli ripete: "Ahi! se avessi preso il mio amore, le passioni non avrebbero vita su di te, la terra non ti toccherebbe, il mio amore ti basterebbe per tutto." Sicché in ogni male dell’uomo, piccolo oppure grande, lui ha un singhiozzo di pianto e continua ad andar ramingo per darsi all’uomo, e quando nell’orto del Getsemani si presentarono tutti i peccati innanzi alla mia Umanità, ogni colpa aveva il singhiozzo del mio amore, e tutte le pene della mia Passione, ogni colpo di flagello, ogni spina, ogni piaga, era accompagnata dal singhiozzo del mio amore, perché se l’uomo avesse amato, nessun male poteva venire; la mancanza d’amore ha germogliato tutti i mali ed anche le mie stesse pene.

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SESTA ORA - DALLE 10 ALLE 11 DELLA NOTTE - LA SECONDA ORA DI AGONIA NELL'ORTO DI GETSEMANI

Luglio 20, 1922

Il vivere nel Divin Volere innesta nell’anima tutto ciò che la Divina Volontà fece e le fece soffrire alla Umanità di Gesù.

(…) la mia Volontà eterna impose alla mia Umanità che accettasse tante morti per quante creature dovevano aver vita alla luce del giorno, e la mia Umanità accettò con amore queste morti, tanto che il Volere eterno fece tanti segni nella mia Umanità, per quante morti dovevo subire. (…)

Luglio 28, 1922

Somiglianza dell’anima con Gesù, non solo nelle morti di dolori, ma anche in quelle d’amore.

Mi sentivo tutta immersa nel suo Santissimo Volere, ed il mio dolce Gesù, nel venire mi ha detto:  “Figlia mia, immedesima la tua intelligenza con la mia, affinché circoli in tutte le intelligenze delle creature, e riceva il vincolo di ciascun pensiero di esse, per sostituirli con tant’altri pensieri fatti nel mio Volere, ed Io riceva la gloria come se tutti i pensieri fossero fatti nel modo divino.  Allarga il tuo volere nel mio, nessuna cosa deve sfuggire che non resti presa nella rete della tua e mia Volontà, il mio Volere in Me ed il mio Volere in te, devono confondersi insieme e tenere gli stessi confini interminabili, ma ho bisogno che il tuo volere si presti a distendersi nel mio e non gli sfugga nessuna cosa da Me creata, affinché in tutte le cose senta l’eco della Volontà Divina nella volontà umana, affinché vi generi la mia somiglianza.  Vedi figlia mia, Io subii doppie morti per ciascuna creatura, una d’amore e l’altra di pena, perché nel crearla la creai un complesso tutto d’amore, per cui non doveva uscire da essa altro che amore, tanto che il mio ed il suo dovevano stare in continue correnti, ma l’uomo non solo non mi amò, ma ingrato mi offese, ed Io dovevo rifare il mio Divin Padre di questa mancanza d’amore, e dovetti accettare una morte d’amore per ciascuno, ed un’altra di dolore per le offese.”

Ma mentre ciò diceva, vedevo il mio dolce Gesù tutto una fiamma, che lo consumava e gli dava morte per ciascuno, anzi vedevo che ogni pensiero, parola, moto, opera, passo, ecc., erano tante fiamme che consumavano Gesù e lo vivificavano.

Onde Gesù ha soggiunto:  “Non vorresti tu la mia somiglianza?  Non vorresti tu accettare le morti d’amore come accettasti le morti di dolore?”  Ed io: “Ah! mio Gesù, io non so che mi sia successo; sento ancora gran ripugnanza per aver accettato quelle di dolore, come potrei accettare quelle d’amore che mi sembrano più dure?  Io tremo al solo pensarlo, la mia povera natura si annienta di più, si disfà.  Aiutami, dammi la forza, ché mi sento che non posso tirare più avanti.”

E Gesù, tutto bontà e deciso ha soggiunto:  “Povera figlia mia, coraggio, non temere né volerti turbare per la ripugnanza che senti; anzi, per rassicurarti ti dico che anche questa è una mia somiglianza.  Devi sapere che anche la mia Umanità, per quanto santa, desiderosa al sommo di patire, sentiva questa ripugnanza, ma non era la mia, erano tutte le ripugnanze delle creature che sentivano nel fare il bene, nell’accettare le pene che meritavano, e dovevo subire queste pene che mi torturavano non poco, per dare a loro l’inclinazione al bene e renderle più dolci le pene, tanto che nell’orto gridai al Padre:  “Se è possibile passi da Me questo calice.”  Credi tu che fui Io?  Ah no! t’inganni, Io amavo il patire fino alla follìa, amavo la morte per dar vita ai miei figli; era il grido di tutta quanta l’umana famiglia, che echeggiava nella mia Umanità, ed Io, gridando insieme con loro per dar loro forza, ripetetti per ben tre volte:  “Se è possibile passi da Me questo calice.”  Io parlavo a nome di tutti, come se fossero cosa mia, ma mi sentivo schiacciare; sicché la ripugnanza che senti non è tua, è l’eco della mia; se fosse tua mi sarei ritirato, perciò, figlia mia, volendo generare da Me un’altra mia immagine, voglio che accetti, ed Io stesso voglio segnare nella tua volontà allargata e consumata nella mia, queste mie morti d’amore.”  E mentre ciò diceva, con la sua santa mano mi segnava, ed è scomparso.  Sia tutto a gloria di Dio.

 

Agosto 2, 1922

Somoglianza nella pena più grande di Gesù: l’allontanamento della Divinità nelle pene

Agosto 2, 1922

Somoglianza nella pena più grande di Gesù: l’allontanamento della Divinità nelle pene.

Trovandomi nel solito mio stato, mi vedevo tutta confusa e come separata dal mio dolce Gesù, tanto che nel venire gli ho detto: "Amor mio, come le cose son cambiate per me, prima mi sentivo tanto immedesimata con Te che non avvertivo nessuna divisione tra me e Te, e nelle stesse pene che soffrivo Tu eri con me. Ora tutto al contrario, se soffro mi sento divisa da Te, e se ti veggo innanzi a me o dentro di me, è nell’aspetto di un giudice che mi condanna alla pena, alla morte, e non più prendi parte alle pene che Tu stesso mi dai, eppure mi dici: elevati sempre più; invece io discendo." E Gesù spezzando il mio dire mi ha detto: "Figlia mia, quanto t’inganni, questo ne avviene perché tu hai accettato, ed Io ho segnato le morti e le pene che Io subii per ciascuna creatura. Anche la mia Umanità si trovava in queste dolorose condizioni, Essa era inseparabile della mia Divinità, eppure, essendo la mia Divinità intangibile nelle pene, né capace di poter soffrire ombra di pene, la mia Umanità si trovava sola nel patire, e la mia Divinità era solo spettatrice delle pene e morti che Io subivo, anzi mi era giudice inesorabile, che voleva il fio d’ogni pena di ciascuna creatura. Oh! come la mia Umanità tremava, restava schiacciata innanzi a quella luce e Maestà Suprema nel vedermi coperto delle colpe di tutti, e delle pene e morti che ciascuno meritava! fu la pena più grande della mia Vita, che mentre ero una sol cosa con la Divinità ed inseparabile, nelle pene rimanevo solo e come appartato.

Onde, se ti ho chiamato alla mia somiglianza, che maraviglia che mentre mi senti in te mi vedi spettatore delle tue pene che Io stesso t’infliggo e ti senti come separata da Me? Eppure la tua pena non è altro che l’ombra della mia, e come la mia Umanità non restò mai separata dalla Divinità, così t’assicuro che mai tu resti separata da Me, sono gli effetti che provi, ma allora più che mai formo una sola cosa con te, perciò coraggio, fedeltà e non temere." 

 

Ottobre 3, 1922

Necessità che la Vergine fosse a giorno delle pene interne di Gesù.

(…) "Figlia mia, non ti abbattere, quando la mia Volontà lo vuole, anche tu devi cedere, e poi, non è altro che un passo della mia Vita, e la mia stessa Vita nascosta, le mie pene interne e tutto ciò che feci, ebbero sempre almeno uno, due spettatori, e questo con ragione, per necessità e per ottenere lo scopo delle stesse mie pene. Quindi il primo spettatore fu il mio Celeste Padre, cui nulla poteva sfuggirgli, essendo Lui stesso colui che m’infliggeva le pene era attore e spettatore. Se mio Padre non vedeva e non sapeva nulla, come potevo soddisfarlo, dargli la gloria, piegarlo alla vista delle mie pene a misericordia per il genere umano? Ecco lo scopo andava fallito.

In secondo, di tutte le mie pene della mia Vita nascosta fu spettatrice la mia Mamma, ed era necessario, se Io ero venuto dal Cielo in terra per patire, non per Me, ma per il bene altrui, dovevo avere almeno una creatura in cui dovevo poggiare quel bene che contenevano le mie pene, e quindi muovere la mia cara Mamma a ringraziarmi, a lodarmi, ad amarmi, a benedirmi e farla ammirare l’eccesso della mia bontà; tanto che Lei, presa, rapita, commossa alla vista delle mie pene, mi pregava che in vista del gran bene che le portavano le mie pene, non la facessi esente d’immedesimarla con le mie stesse pene per soffrirle, per darmi il ricambio ed essere mia perfetta imitatrice. Se la mia Mamma nulla vedesse, non avrei avuto la mia prima imitatrice, nessun grazie, nessuna lode; le mie pene, il bene che contenevano restavano senza effetto, perché non conoscendole nessuno, non potevo fare il primo poggio, sicché lo scopo del gran bene che doveva ricevere la creatura andava sperduto, vedi quanto era necessario che almeno una sola fosse a giorno delle mie pene.(…)

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QUINTA ORA - DALLE 9 ALLE 10 DELLA NOTTE - LA PRIMA ORA DI AGONIA NELL'ORTO DI GETSEMANI

25 Novembre 1909, Volume 9

Tanto in Gesù come nelle anime, il primo lavorio lo fa l’Amore.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando all’agonia di Gesù nell’orto; e facendosi vedere appena il benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, gli uomini non fecero altro che lavorare la scorza della mia Umanità, e l’amore eterno mi lavorò tutto il di dentro, sicché nella mia agonia, non gli uomini, ma l’amore eterno, l’amore immenso, l’amore incalcolabile, l’amore nascosto mi aprì larghe ferite, mi trafisse con chiodi infuocati, mi coronò con spine ardenti, mi abbeverò con fiele bollente; sicché la mia povera Umanità, non potendo contenere tante specie di martiri in un medesimo tempo, sboccò fuori larghi rivi di sangue, si contorceva e giunse a dire:  Padre, se è possibile togliete da Me questo calice, però non la mia, ma la tua Volontà sia fatta.”  Ciò che non fece nel resto della Passione.  Sicché tutto ciò che soffrii nel corso della Passione, lo soffrii tutto insieme nell’agonia, ma in modo più intenso, più doloroso, più intimo, perché l’amore mi penetrò fin nelle midolla delle ossa e nelle fibre più intime del cuore, dove mai potevano giungere le creature, ma l’amore a tutto arriva, non c’è cosa che gli possa resistere.  Onde il mio primo carnefice fu l’amore.  Perciò nel corso della Passione non ci fu in Me neppure uno sguardo bieco verso di chi mi faceva da carnefice, perché tenevo un carnefice più crudo, più attivo in Me, qual era l’amore, e dove i carnefici esterni non giungevano, o qualche particella veniva risparmiata, l’amore riprendeva il suo lavoro e in nulla mi risparmiava.  E così è in tutte le anime, il primo lavoro lo fa l’amore, e quando l’amore ha lavorato e la ha riempito di sé, quello che si vede di bene all’esterno, non è altro che lo sbocco del lavorio che l’amore ha fatto nell’interno.”


20 Novembre 1922, Volume 14

Correnti d’amore tra Dio e l’uomo.

Stavo pensando come il mio dolce Gesù stando nell’orto soffrì tante pene, ma non da parte delle creature, perché Lui era solo, anzi abbandonato da tutti, ma da parte del suo Eterno Padre.  Erano correnti d’amore tra Lui ed il Celeste Padre, ed in queste correnti venivano messe tutte le creature, in cui ci stava tutto l’amore d’un Dio per ciascuna di loro, e tutto l’amore che ciascuna doveva a Dio, e mancando questo veniva a soffrire pene da superare tutte le altre pene, tanto che sudò vivo sangue.  Ed il mio dolce Gesù, stringendomi al suo cuore per essere sollevato mi ha detto:  “Figlia mia, le pene dell’amore sono le più strazianti.  Vedi, in queste correnti d’amore tra Me e il Padre mio c’è tutto l’amore che mi dovevano tutte le creature, quindi c’è l’amore tradito, l’amore negato, l’amore respinto, l’amore sconosciuto, l’amore calpestato, ecc. 

Oh! come mi giunge trafiggente al mio cuore, da sentirmi morire; tu devi sapere che nel creare l’uomo fissai tante correnti d’amore tra Me e lui; non mi bastava d’averlo creato, no, dovevo mettere tante correnti d’amore tra Me e lui, che non ci doveva essere parte di esso in cui non scorressero queste correnti, sicché nell’intelligenza dell’uomo correva la corrente d’amore della mia sapienza, nell’occhio correva la corrente del amore della mia luce, nella bocca la corrente d’amore della mia parola, nelle mani la corrente d’amore della santità delle mie opere, nella volontà la corrente d’amore della mia, e così di tutto il resto.  L’uomo era stato fatto per stare in continue comunicazioni col suo Creatore, e come poteva stare in comunicazione con Me se le mie correnti non correvano nelle sue?  Col peccato spezzò tutte queste correnti e restò diviso da Me; sai tu come successe?  Guarda il sole, tutta la sua luce batte sulla superficie della terra e la investe tanto da far sentire il suo calore, tanto al vivo e reale che porta la fecondità, la vita a tutto ciò che la terra produce, sicché il sole e la terra, si può dire, stanno in comunicazione fra loro.  Oh! come sono più strette le mie comunicazioni tra l’uomo ed Io, vero sole eterno. 

Ora, se una creatura potesse aver potere di spezzare tra la terra e il sole la corrente della luce che batte sulla superficie, qual male non farebbe mai?  Il sole ritirerebbe a sé tutta la corrente della luce, la terra resterebbe all’oscuro, senza fecondità e senza vita.  Qual pena meriterebbe egli mai?  Tutto ciò fece l’uomo nella Creazione, ed Io scesi dal Cielo in terra per riunire di nuovo tutte queste correnti d’amore, ma, oh! quanto mi costò, e l’uomo continua la sua ingratitudine e ritorna a spezzarmi le correnti da Me aggiustate!”


30 Ottobre 1924, Volume 17

La Passione dell’Amore non corrisposto.

…Dopo di ciò, mi son messa col pensiero vicina al mio Gesù nell’orto del Getsemani, e lo pregavo che mi facesse penetrare in quell’amore con cui tanto mi amò; ed il mio Gesù, muovendosi di nuovo nel fondo del mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, entra nel mio amore, né uscirne mai, e corri appresso di esso, o fermati nel mio stesso amore per ben comprendere quanto ho amato la creatura.  Tutto è amore in Me verso di essa.  La Divinità nel creare questa creatura si propose d’amarla sempre, sicché, in ogni cosa di dentro e fuori di lei, doveva correre verso di lei con un continuo ed incessante nuovo atto d’amore.  Quindi posso dire che in ogni pensiero, sguardo, parola, respiro, palpito, ed in tutto il resto della creatura, vi corre un atto d’amore eterno.  Ma se la Divinità si proposi d’amarla sempre ed in ogni cosa questa creatura, era perché voleva riscuotere in ogni cosa il ricambio del nuovo ed incessante amore della creatura, voleva dar amore per ricevere amore, voleva amar per essere riamata, ma non fu così!  La creatura non solo non volle mantenere l’battuta dell’amore, né rispondere all’eco dell’amore del suo Creatore, ma respinse quest’amore, lo disconobbe e l’offese.  A questo affronto la Divinità non si arrestò, ma continuò il suo nuovo ed incessante amore verso la creatura, e siccome la creatura non lo riceveva, restavano riempiti Cieli e terra, aspettando chi doveva prendere quest’amore per averne il ricambio, perché Iddio quando decide, propone, tutti gli eventi in contrario non lo mutano, ma resta immutabile nella sua immutabilità. 

Ecco perciò passando ad un altro eccesso d’amore, venni Io, Verbo del Padre, sulla terra, e prendendo una Umanità, raccolsi in Me tutto questo amore che riempiva Cielo e terra per ricambiare la Divinità con altrettanto amore per quanto ne aveva dato e ne doveva dare alle creature, e mi costituii amore di ciascun pensiero, di ogni sguardo, d’ogni parola, palpito, moto e passo di ciascuna creatura; perciò fu la mia Umanità lavorata anche nella più piccola fibra di Essa dalle mani dell’eterno amore del mio Celeste Padre, per darmi capacità di poter racchiudere tutto l’amore che la Divinità voleva dare alle creature, per darle l’amore di tutte e costituirmi amore di ciascun atto di creatura.  Sicché ogni tuo pensiero è coronato dai miei incessanti atti d’amore; non c’è cosa in te e fuori di te, che non sia circondata dai miei ripetuti atti d’amore, perciò la mia Umanità in quest’orto geme, affanna, agonizza, si sente stritolata sotto il peso di tanto amore, perché amo e non sono riamato.  Le pene dell’amore sono le più acerbe, le più crudeli, sono pene senza pietà, più dolorose della mia stessa Passione!  Oh! se mi amassero, il peso di tanto amore si renderebbe leggero, perché l’amore riamato resta appagato e soddisfatto nell’amore stesso di chi ama; ma non riamato va in follia, delira, e si sente ricambiato con un atto di morte quell’amore da lui uscito.  Vedi dunque come fu più acerba e dolorosa la Passione del mio amore, perché se nella mia Passione fu una sola la morte che mi diedero, invece nella Passione dell’amore, tante morti mi fecero subire per quanti atti d’amore uscirono da Me e non ne fui ricambiato.  Perciò vieni tu, figlia mia, a ricambiarmi di tanto amore, nella mia Volontà troverai come in atto tutto questo amore, fallo tuo e costituisciti insieme con Me, amore di ciascun atto di creatura, per ricambiarmi dell’amore di tutti.”

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24 Marzo 1922, Volume 14

Chi vive nella Divina Volontà, coi suoi atti supplisce alla moltiplicazione della Vita Sacramentale di Gesù.

Continuando il mio solito stato, il mio sempre amabile Gesù nel venire mi ha detto:  “Figlia mia, come l’anima emette i suoi atti nel mio Volere, così moltiplica la mia Vita, sicché se fa dieci atti nella mia Volontà, dieci volte mi moltiplica; se ne fa venti, cento, mille e più ancora, tante volte di più resto moltiplicato.  Succede come nella consacrazione sacramentale, quante ostie mettono, tante volte di più resto moltiplicato, la differenza che c’è, è che nella consacrazione sacramentale ho bisogno delle ostie per moltiplicarmi e del sacerdote che mi consacri.  Nella mia Volontà per restare moltiplicato, ho bisogno degli atti della creatura, ove più che ostia viva, non morta come quelle ostie prima di consacrarmi, la mia Volontà mi consacra e mi chiude nell’atto della creatura, ed Io resto moltiplicato ad ogni loro atto fatto nella mia Volontà, perciò il mio amore tiene il suo sfogo completo con le anime che fanno la mia Volontà e vivono nel mio Volere, sono loro sempre quelle che suppliscono non solo a tutti gli atti che mi dovrebbero le creature, ma alla stessa mia Vita Sacramentale. 

Quante volte resta inceppata la mia Vita Sacramentale nelle poche ostie in cui Io resto consacrato, perché pochi sono i comunicandi, altre volte mancano sacerdoti che mi consacrino, e la mia Vita Sacramentale non solo non resta moltiplicata quanto vorrei, ma resta senza esistenza.  Oh! come il mio amore ne soffre, vorrei moltiplicare la mia Vita tutti i giorni in tante ostie per quante creature esistono, per darmi a loro, ma invano aspetto, la mia Volontà resta senza effetto, ma di ciò che ho deciso, tutto avrà compimento, perciò prendo un’altra piega e mi moltiplico in ogni atto vivo della creatura fatto nel mio Volere, per farmi supplire alla moltiplicazione delle Vite Sacramentali.  Ah! si, solo le anime che vivono nel mio Volere suppliranno a tutte le comunioni che non fanno le creature, a tutte le consacrazioni che non si fanno dai sacerdoti; in loro troverò tutto, anche la stessa moltiplicazione della mia Vita Sacramentale.  Perciò ti ripeto che la tua missione è grande, a missione più alta, più nobile, sublime e divina non potrei sceglierti, non c’è cosa che non accentrerò in te, anche la moltiplicazione della mia Vita, farò dei nuovi prodigi di grazia non mai fatti finora.  Perciò ti prego, sii attenta, siimi fedele, fa che la mia Volontà abbia vita sempre in te, ed Io nel mio stesso Volere in te, troverò tutta completata l’opera della Creazione, coi pieni miei diritti, e tutto ciò che voglio.”


6 Luglio 1922, Volume 14

Chi vive nella Divina Volontà é depositario della Vita Sacramentale di Gesù.  

…Onde, dopo ciò ho seguito le altre ore della passione, e mentre seguivo la cena eucaristica, il mio dolce Gesù si è mosso nel mio interno, e con la punta del suo dito ha bussato forte nel mio interno, tanto che lo ho sentito con le mie orecchie, e ho detto tra me:  “Che vorrà Gesù che bussa?”  E Lui, chiamandomi mi ha detto:  “Non bastava bussarti per sentirmi, ma anche chiamarti per essere ascoltato.  Senti figlia mia, mentre istituivo la cena eucaristica chiamai tutti intorno a Me, guardai tutte le generazioni, dal primo all’ultimo uomo, per dare a tutti la mia Vita Sacramentale, e non una volta, ma tante volte per quante volte ha bisogno del cibo corporale.  Io volevo costituirmi come cibo dell’anima, ma mi trovai molto male vedendo che questa mia Vita Sacramentale restava circondata da disprezzi, da noncuranze ed anche da morte spietata.  Mi sentii male, provai tutte le strette della morte della mia Sacramentale Vita sì straziante e ripetuta; guardai meglio, feci uso della potenza del mio Volere e chiamai intorno a Me le anime che sarebbero vissute nel mio Volere.  Oh! come mi sentivo felice, mi sentivo circondato da queste anime, cui la potenza della mia Volontà le teneva come inabissate, e che come centro della loro vita era il mio Volere; vidi in loro la mia immensità e mi trovai ben difeso da tutti, ed a loro affidai la mia Vita Sacramentale.  La depositai in loro affinché non solo ne avessero cura, ma mi ricambiassero per ogni ostia consacrata con una vita loro.  E questo succede connaturale, perché la mia Vita Sacramentale è animata dalla mia Volontà eterna; la vita di queste anime, come centro di vita è il mio Volere, sicché quando si forma la mia Vita Sacramentale, il mio Volere agente in Me agisce in loro ed Io sento la loro vita nella mia Vita Sacramentale, si moltiplicano con Me in ciascuna ostia, ed Io sento darmi vita per vita. 

Oh! come esultai nel vedere te per prima, che in modo speciale ti chiamai a formar vita nel mio Volere!  Feci il mio primo deposito di tutte le mie Vite Sacramentali, ti affidai alla mia potenza ed alla mia immensità del Volere Supremo, affinché ti rendessero capace di ricevere questo deposito, e fin d’allora tu eri a Me presente, e ti costituii depositrice della mia Vita Sacramentale, e in te a tutte le altre che avrebbero vissuto nel mio Volere.  Ti diedi il primato su tutto, e con ragione, perché il mio Volere non è sottoposto a nessuno, e fin sugli apostoli, sui sacerdoti, perché se loro mi consacrano ma non restano vita insieme con Me, anzi mi lasciano solo, obliato, non curandosi di Me; invece queste sarebbero state vita nella mia stessa Vita, inseparabili da Me, perciò ti amo tanto, è il mio stesso Volere che amo in te.”


16 Aprile 1927, Volume 21

Partecipazione della Vergine Santissima alla istituzione dell’Eucarestia.  Come Nostro Signore fece il deposito della sua Vita Sacramentale nel Suo Cuore.  Ufficio di Maria Santissima in questo Sacramento.

Stavo facendo l’ora quando Gesù istituii la Santissima Eucaristia e Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, quando faccio un atto, primo guardo se vi è almeno una creatura dove mettere il deposito dell’atto mio, affinché prendesse il bene che faccio, lo tenga custodito e ben difeso.  Ora quando istituii il Santissimo Sacramento cercai questa creatura e la mia Regina Mamma si offrii Lei a ricevere quest’atto mio ed il deposito di questo gran dono dicendomi:  “Figlio mio, se ti offrii il mio seno e tutto l’essere mio nel tuo concepimento per tenerti custodito e difeso, ora ti offro il mio cuore materno per ricevere questo gran deposito e schiero intorno alla tua Vita Sacramentale i miei affetti, i miei palpiti, il mio amore, i miei pensieri, tutta Me stessa per tenerti difeso, corteggiato, amato, riparato, prendo io l’impegno di contraccambiarti del gran dono che fai, fidati della Mamma tua ed Io ci penserò alla difesa della tua Vita Sacramentale; e siccome Tu stesso mi hai costituita Regina di tutta la Creazione, tengo il diritto di  schierare in torno a Te tutta la luce del sole per omaggio e adorazione, le stelle, il cielo, il mare, tutti gli abitatori dell’aria, tutto metto intorno a Te per darti amore e gloria.”

Ora, assicurandomi dove potevo mettere questo gran deposito della mia Vita Sacramentale e fidandomi della Mamma mia che mi aveva dato tutte le prove della sua fedeltà, istituii il Santissimo Sacramento.  Era la sola degna creatura che poteva custodire, difendere e riparare l’atto mio.  Vedi dunque quando le creature mi ricevono, Io scendo in loro insieme cogli atti della mia inseparabile Mamma e solo per questo posso durare la mia Vita Sacramentale.  Perciò è necessario che scelga prima una creatura quando voglio fare un’opera grande degna di Me, primo per tenere il luogo dove mettere il mio dono, secondo per averne il contraccambio.  Anche nell’ordine naturale fanno così, se l’agricoltore vuol gettare il seme, non lo getta in mezzo alla strada, ma va in cerca del piccolo terreno, primo lo lavora, vi forma il solco e poi vi getta il seme e per esserne sicuro lo copre di terra, aspettando con ansia il ricolto per contraccambiarsi del suo lavoro e del seme che ha fidato alla terra.  Un’altro vuol formare un bello oggetto, prima prepara le materie prime, il luogo dove metterlo e poi lo forma.  Così pure ho fatto per te, ti scelsi, ti preparai e poi ti affidai il gran dono delle manifestazioni della mia Volontà e come affidai alla mia diletta Madre la sorte della mia Vita Sacramentale, così ho voluto fidarmi di te, affidandoti la sorte del regno della mia Volontà.”…

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TERZA ORA - DALLE 7 ALLE 8 DELLA SERA - LA CENA LEGALE

9 Ottobre 1921, Volume 13

Nell’ultima Cena Gesù diede a Luisa il posto d’onore tra Lui e Giovanni.  Diede Sé stesso come cibo a tutti, per ricevere cibo da tutti.  La volontà nell’uomo è ciò che lo fa più simile al suo Creatore.  La volontà umana è il deposito di tutto l’operato dell’uomo.

Stavo pensando nell’atto che il mio dolce Gesù faceva l’ultima cena coi suoi discepoli, ed il mio amabile Gesù nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, mentre cenavo coi miei discepoli, non erano loro soli che avevo d’intorno, ma tutta l’umana famiglia, una per una le avevo a Me vicino, le conobbi tutte, le chiamai per nome; chiamai anche te, ti diedi il posto di onore tra Me e Giovanni e ti costituii piccola segretaria del mio Volere, e mentre dividevo l’agnello porgendolo ai miei apostoli, lo davo a tutti ed a ciascuno.  Quell’agnello svenato, arrostito, fatto in pezzi, parlava di Me, era il simbolo della mia Vita e di come dovevo ridurmi per amore di tutti, ed Io volli darlo a tutti come cibo prelibato che rappresentava la mia Passione, perché tutto ciò che feci, dissi e soffrì, il mio amore convertiva in cibo dell’uomo, ma sai tu perché chiamai tutti e li diedi l’agnello a tutti?  Perché anch’Io volevo il cibo da loro, ogni cosa che facessero volevo che fosse cibo per Me:  Volevo il cibo del loro amore, delle opere, delle parole, di tutto.”

Ed io:  “Amor mio, come può essere che diventa cibo per Voi il nostro operato?”  E Gesù:  “Non è di solo pane che si può vivere, ma di ciò che la mia Volontà dà virtù da poter far vivere; e se il pane alimenta l’uomo è perché Io lo voglio.  Ora, ciò che la creatura dispone con la sua volontà di formarme del suo operato, quella forma prende, se del suo operato vuol formarmi il cibo, mi forma il cibo; se amore, mi dà l’amore; se riparazione, mi forma la riparazione; e se nella sua volontà mi vuole offendere, del suo operato mi forma il coltello per ferirmi, e forse anche per uccidermi.”

Poi ha soggiunto:  “La volontà nell’uomo è quello che più rassomiglia al suo Creatore, nella volontà umana ci ho messo parte della mia immensità e della mia potenza, e dandole il posto d’onore l’ho costituita regina di tutto l’uomo e depositrice di tutto il suo operato.  Come le creature tengono le casse dove conservare le loro robe per tenerle custodite, così l’anima tiene la sua volontà per conservare e custodire tutto ciò che pensa, che dice e che opera, neppure un pensiero sperderà.  Ciò che non può fare con l’occhio, con la bocca, con le opere, lo può fare con la volontà, in un istante può volere mille beni e mille mali, la volontà fa volare il pensiero al Cielo, nelle parti più lontane e fin negli abissi; si può impedire che operi, che vegga, che parli, ma tutto ciò lo può fare nella volontà, ma tutto ciò che fa e vuole formano un atto e lo lasciano in deposito nel suo stesso volere, oh! come la volontà si può estendere, quanti beni e quanti mali non può contenere?  Perciò, tra tutto voglio il volere dell’uomo, perché se ho questo, ho tutto, la fortezza è vinta.”


QUARTA ORA - DALLE 8 ALLE 9 DELLA SERA - LA CENA EUCARISTICA

4 Novembre 1926, Volume 20

La lavanda dei piedi.  Come la Divina Volontà scende ancora più in basso, mettendosi sotto i piedi delle creature con un atto continuo, per sostenerle.  

…Nel Vangelo si legge con meraviglia quand’Io prostrato ai piedi dei miei apostoli gli lavai i piedi e non passai avanti neppure il perfido Giuda, quest’atto, certo molto umile ed indicibile tenerezza, che la Chiesa ne fa memoria, ma fu una sol volta che Io feci quest’atto.  Invece la mia Volontà scende più nel basso, si mette sotto dei piedi con un atto continuato per sostenerli, per rendere la terra ferma, affinché non precipitino nell’abisso, eppure nessuna attenzione.  E la nobile Regina aspetta con pazienza invitta, velata per tanti secoli in tutte le cose create, che la sua Volontà sia conosciuta e quando sarà conosciuta romperà i tanti veli che la nascondono e farà conoscere che cosa ha fatto per tanti secoli per amor dell’uomo, dirà cose inaudite, eccessi d’amore non mai pensati da nessuno.  Ecco perciò parlandoti della mia Volontà ti parlo spesso della Creazione, perché Essa è vita di tutte le cose create e per mezzo di esse da vita a tutti e questa vita vuol essere conosciuta per venire il regno dell’Eterno Fiat.  Dovunque la mia Volontà è velata:  E’ velata nel vento e da dentro quei veli gli porta la sua refrigerante freschezza, come carezzandolo ed il suo alito rigeneratore per rigenerarlo continuamente a nuova vita sempre crescente di grazia, e la nobile Regina velata nel vento si sente respingere le sue carezze in offese e la sua freschezza in ardori di passioni umane, ed il suo alito rigeneratore in ricambio di alito mortale alla sua grazia, ed Essa scuote i suoi veli ed il vento si cambia in furore, e con la sua impetuosità trascina gente, città, e regioni, come se fossero piume, facendo conoscere la potenza della nobile Regina che nasconda nel vento.  Non c’è cosa creata dove la mia Volontà non è velata e perciò tutte aspettano che sia conosciuta e che venga il regno del Fiat Supremo ed il suo pieno trionfo.”


18 Giugno 1923, Volume 15

Prodigi, meraviglie, eccessi d’amore di Gesù nel instituire il Santissimo Sacramento, e nel comunicare Sé stesso.

Mi sentivo tutta assorbita nella Santissima Volontà di Dio, ed il benedetto Gesù mi faceva presenti, come in atto, tutti gli atti della sua Vita sulla terra; e siccome lo avevo ricevuto sacramentato nel mio povero cuore, mi faceva vedere come in atto, nel suo Santissimo Volere, quando il mio dolce Gesù, istituendo il Santissimo Sacramento, comunicò Sé stesso.   Quante meraviglie, quanti prodigi, quanti eccessi d’amore in questo comunicare Sé stesso, la mia mente si sperdeva in tanti prodigi divini, ed il mio sempre amabile Gesù mi ha detto:  “Figlia diletta del mio Supremo Volere, la mia Volontà contiene tutto, conserva tutte le opere divine come in atto e niente si fa sfuggire, e a chi in Essa vive vuol far conoscere i beni che contiene.   Onde voglio farti conoscere la causa perché volli ricevere Me stesso nell’istituire il Santissimo Sacramento.  

Il prodigio era grande ed incomprensibile a mente umana; la creatura ricevere un Uomo e Dio, racchiudere nell’essere finito l’infinito, ed a questo Essere infinito dargli gli onori divini, il decoro, l’abitazione degna di Lui, era tanto astruso ed incomprensibile questo mistero, che gli stessi apostoli, mentre credettero con facilità all’incarnazione ed a tant’altri misteri, dinanzi a questo rimasero turbati ed il loro intelletto ricalcitrava alla credenza, e ci volle il mio dire ripetuto per arrenderli; quindi come fare?  Io che lo istituivo dovevo pensarci a tutto, che mentre la creatura doveva ricevermi, alla Divinità non dovevano mancare gli onori, il decoro divino, l’abitazione degna di Dio.   Perciò figlia mia, mentre istituivo il Santissimo Sacramento, la mia Volontà Eterna unita alla mia volontà umana, fece presenti tutte le ostie che fino alle fine dei secoli dovevano subire la consacrazione sacramentale, ed Io una per una le guardai e le consumai, e vidi la mia Vita Sacramentale in ogni ostia, palpitante, che voleva darsi alle creature.   La mia Umanità, a nome di tutta l’umana famiglia, prese l’impegno per tutti e diede l’abitazione in sé stessa a ciascun ostia, e la mia Divinità, che  era inseparabile da Me, circondò ogni ostia sacramentale con onori, lodi e benedizioni divine per fare degno decoro alla mia Maestà, sicché ogni ostia sacramentale fu deposta in Me, e contiene l’abitazione della mia Umanità ed il corteggio degli onori della mia Divinità, altrimenti come potevo discendere nella creatura?  E fu solo per questo che tollerai i sacrilegi, le freddezze, le irriverenze, le ingratitudini, essendo che ricevendo Me stesso misi in salvo il mio decoro, gli onori, l’abitazione che ci voleva alla mia stessa persona.   Se non avessi ricevuto Me stesso, Io non avrei potuto scendere in loro, ed a loro avrebbe mancato la via, la porta, i mezzi per ricevermi.  

Così è mio solito in tutte le opere mie, le faccio una volta per dare vita a tutte le altre volte che si ripetono, unendole al primo atto come se fosse un atto solo, cosicché la potenza, l’immensità, l’onniveggenza della mia Volontà, mi fece abbracciare tutti i secoli, mi fece presenti i comunicandi e tutte le ostie sacramentali, e ricevetti tante volte Me stesso per far passare da Me, Me stesso in ogni creatura.   Chi mai ha pensato a tanto mio amore?  Che per scendere nei cuori delle creature, Io dovevo ricevere Me stesso per mettere in salvo i diritti divini, e poter dare a loro non solo Me stesso, ma gli stessi atti che Io feci nel ricevermi, per disporle e dargli quasi il diritto di potermi ricevere.”

Io son rimasta meravigliata, e come se volessi dubitare, e Gesù ha soggiunto:  “Perché ne dubiti?  Non è questo forse l’operare da Dio?  E questo solo atto, formare tanti atti per quanti ne vogliono fruire, mentre è un solo atto?  Non fu lo stesso per l’atto dell’incarnazione, della mia Vita e della mia Passione?  Una sol volta m’incarnai, una fu la mia Vita, una la Passione, eppure questa incarnazione, Vita e Passione è per tutti e per ciascuno, come se fosse per lui solo, sicché stanno ancora come in atto e per ciascuno, come se ora mi stessi incarnando e soffrendo la mia Passione, se ciò non fosse non opererei da Dio, ma da creatura, che non contenendo un potere divino, non può farsi di tutti né può darsi a tutti.

Ora figlia mia, voglio dirti un altro eccesso del mio amore:   Chi fa la mia Volontà e vive in Essa, viene ad abbracciare l’operato della mia Umanità, perché Io amo tanto che la creatura si renda simile a Me, e siccome il mio Volere ed il suo sono uno solo, Esso si prende piacere e trastullandosi, depone nella creatura tutto il bene che contengo, e faccio il deposito in lei delle stesse ostie sacramentali.   La mia Volontà che essa contiene le presta e le circonda con decoro, omaggi ed onori divini, ed Io tutto a lei affido, perché sono certo di mettere al sicuro il mio operato, perché la mia Volontà si fa attore, spettatore e custode di tutti i miei beni, delle mie opere e della mia stessa Vita.”

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SELEZIONE DI CAPITOLI RIGUARDANTI CIASCUNA DELLE 24 ORE DELLA PASSIONE

Nota introduttiva:  Gli Scritti di Luisa contengono diversi capitoli in cui Nostro Signore espande e arricchisce il significato e l’insegnamento delle diverse Ore della Passione.  Alcuni di questi capitoli sono stati raccolti e raggruppati sotto l’Ora corrispondente.  Sarà molto utile leggere e meditare spesso questi capitoli, al fine di approfondire la nostra conoscenza e comprensione del significato di ciascuna Ora, per espandere e consolidare sempre più la nostra partecipazione agli atti interiori di Nostro Signore, mentre facciamo le Ore della Passione e in ogni momento della giornata. 

 

PRIMA ORA - DALLE 5 ALLE 6 DEL POMERIGGIO - GESÙ SI CONGEDA DALLA SUA MADRE SS.

28 Novembre 1920, Volume 12

Quando Gesù vuol dare, chiede.  Effetti della benedizione di Gesù.

Stavo pensando quando il mio dolce Gesù, per dar principio alla sua dolorosa Passione, volle andare dalla sua Mamma a chiederle la sua benedizione; ed il benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, quante cose dice questo mistero, Io volli andare a chiedere la benedizione alla mia cara Mamma per darle l’occasione di chiedermi anche Lei la benedizione.  Erano troppi i dolori che doveva sopportare, ed era giusto che la mia benedizione la rafforzasse. 

E’ mio solito, che quando voglio dare, chiedo; e la mia Mamma mi comprese subito, tanto vero, che non mi benedisse se non quando mi chiese la mia benedizione, e dopo benedetta da Me, mi benedisse Lei.  Ma questo non è tutto, per creare l’universo dissi un Fiat, e col solo Fiat riordinai ed abbellii cielo e terra.  Nel creare l’uomo, il mio alito onnipotente gli infuse la vita.  Nel dar principio alla mia Passione, volli con la mia parola onnipotente e creatrice benedire la mia Mamma, ma non era solo Lei che benedivo, nella mia Mamma vedevo tutte le creature, era Lei che teneva il primato su tutto, ed in Lei benedivo tutti e ciascuno; anzi, benedivo ciascun pensiero, parola, atto, ecc.; benedivo ciascuna cosa che doveva servire alla creatura, come quando il mio Fiat onnipotente creò il sole, e questo sole, senza diminuire di luce né di calore, sta facendo il suo corso per tutti e per ciascuno dei mortali; così la mia parola creatrice, benedicendo, restava in atto di benedire sempre sempre, senza mai cessare di benedire, come mai cesserà di dare la sua luce il sole a tutte le creature.  Ma non è tutto ancora, con la mia benedizione volli rinnovare i pregi della Creazione; volli chiamare il mio Celeste Padre a benedire, per comunicare alla creatura la potenza; volli benedirla a nome mio e dello Spirito Santo, per comunicarle la sapienza e l’amore, e così rinnovare la memoria, l’intelletto e la volontà della creatura, restituendola sovrana di tutto.

Sappi però che nel dare voglio, e la mia cara Mamma comprese e subito mi benedisse, non solo per Sé, ma a nome di tutti.  Oh! se tutti potessero vedere questa mia benedizione, la sentirebbero nell’acqua che bevono, nel fuoco che li riscalda, nel cibo che prendono, nel dolore che li affligge, nei gemiti della preghiera, nei rimorsi della colpa, nell’abbandono delle creature, in tutto sentirebbero la mia parola creatrice che gli dice, ma sventuratamente non sentita:  “Ti benedico in nome del Padre, di Me, Figlio, e dello Spirito Santo, ti benedico per aiutarti, ti benedico per difenderti, per perdonarti, per consolarti, ti benedico per farti santo.”  E la creatura farebbe eco alle mie benedizioni, col benedirmi anche lei in tutto.  Questi sono gli effetti della mia benedizione, cui la mia Chiesa, ammaestrata da Me, mi fa eco e quasi in tutte le circostanze, nell’amministrazione dei sacramenti ed altro, dà la sua benedizione.”


6 Luglio 1922, Volume 14

Benedizione di Gesù alla sua Mamma. 

Stavo pensando ed accompagnando Gesù nell’ora della Passione quando si portò alla Divina Mamma per chiederle la santa benedizione, ed il mio dolcissimo Gesù nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, prima della mia Passione volli benedire la mia Mamma ed essere da Lei benedetto, ma non fu alla sola Mamma che benedissi, ma a tutte le creature, non solo animate ma anche inanimate; vidi le creature deboli, coperte di piaghe, povere, il mio cuore ebbe un palpito di dolore e di tenera compassione e dissi:  “Povera umanità, come sei decaduta, voglio benedirti, affinché risorga dal tuo decadimento, la mia benedizione imprima in te il triplice suggello della potenza, della sapienza e dell’amore delle Tre Divine Persone, e ti restituisca la forza, ti sani e ti arricchisca, e per circondarti di difesa benedico tutte le cose da Me create, affinché tu le riceva tutte benedette da Me:  Ti benedico la luce, l’aria, l’acqua, il fuoco, il cibo, affinché resti come inabissata e coperta con le mie benedizioni, e siccome tu non la meritavi, perciò volli benedire la mia Mamma, servendomi di Lei come canale per far pervenire a te le mie benedizioni.  E come mi ricambiò la Mamma mia con le sue benedizioni, così voglio che le creature mi ricambino con le loro benedizioni; ma ahimè! invece di ricambio di benedizioni, mi ricambiano con offese e maledizioni, perciò, figlia, entra nel mio Volere e portandoti sulle ali di tutte le cose create suggella tutte con le benedizioni che tutti mi dovrebbero, e porta al mio dolente e tenero cuore le benedizioni di tutti.”

Onde dopo aver fatto ciò, come per compensarmi mi ha detto:  “Figlia diletta mia, ti benedico in modo speciale, ti benedico il cuore, la mente, il moto, la parola, il respiro, tutta e tutto ti benedico.”…


SECONDA ORA - DALLE 6 ALLE 7 DEL POMERIGGIO - GESÙ SI SEPARA DALLA SUA MADRE SS. E SI AVVIA AL CENACOLO

9 Maggio 1913, Volume 11

Gesù e la sua Mamma erano inseparabili.  Come Maria SS. svolse il suo ufficio di Madre.

Mentre pregavo stavo pensando a quel punto quando Gesù si licenziò della Madre Santissima per andare a soffrire la sua Passione, e dicevo tra me:  “Come è possibile che Gesù si potette separare dalla cara Mamma, e Lei da Gesù?”  Ed il benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, certo che non ci poteva essere separazione tra Me e la mia dolce Mamma, la separazione fu solo apparentemente, Io e Lei eravamo fusi insieme, ed era tale e tanta la fusione che Io restai con Lei, e Lei venne con Me, sicché si può dire che ci fu una specie di bilocazione.  Ciò succede anche alle anime quando sono unite veramente con Me, e se pregando fanno entrare nelle loro anime come vita la preghiera, succede una specie di fusione e di bilocazione, Io dovunque mi trovo porto loro con Me ed Io resto con loro.

Figlia mia, tu non puoi comprendere bene ciò che fu la mia diletta Mamma per Me; Io venendo in terra non ci potevo stare senza Cielo, ed il mio Cielo fu la mia Mamma.  Tra Me e lei ci passava tale elettricità, che neppure un pensiero sfuggiva che non l’attingesse dalla mia mente, e questo attingere da Me la parola, e la volontà, ed il desiderio, e l’azione ed il passo, insomma tutto, formava in questo Cielo il sole, le stelle, la luna e tutti i godimenti possibili che può darmi la creatura, e può essa stessa godere.  Oh! come mi deliziavo in questo Cielo, oh! come mi sentivo rinfrancato e rifatto di tutto, anche i baci che mi dava la mia Mamma mi racchiudevano il bacio di tutta l’umanità, e mi restituiva il bacio di tutte le creature; dovunque me la sentivo la mia dolce Mamma, me la sentivo nel respiro, e se era affannoso me lo sollevava; me la sentivo nel cuore, e se era amareggiato me lo raddolciva; nel passo, e se era stanco mi dava lena e riposo, e chi può dirti come me la sentivo nella Passione?  Ad ogni flagello, ad ogni spina, ad ogni piaga, ad ogni goccia del mio sangue, dovunque me la sentivo e mi faceva l’uffizio di mia vera Madre.  Ah! se le anime mi corrispondessero, se tutto attingessero da Me, quanti Cieli e quante madri avrei sulla terra!”

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I DOLORI E LE PENE DI MARIA SANTISSIMA

3 Ottobre 1922, Volume 14

Necessità che la Vergine fosse a giorno delle pene interne di Gesù.

Continuando il mio solito stato, mi sentivo oppressa perché il benedetto Gesù spesso permette di farmi soffrire mentre sta presente il confessore, e mi lamentavo con Lui dicendogli:  “Amor mio, vi prego, vi supplico, non permettete più che soffra alla presenza di nessuno, fa che tutto passi tra me e Te, e che Tu solo sia a giorno delle mie pene.  Deh! contentami, dammi la parola che non lo farai più, anzi, fatemi soffrire il doppio, son contenta purché tutto sia nascosto e tra me e Te.”  E Gesù spezzando il mio dire mi ha detto:  “Figlia mia, non ti abbattere, quando la mia Volontà lo vuole, anche tu devi cedere, e poi, non è altro che un passo della mia Vita, e la mia stessa Vita nascosta, le mie pene interne e tutto ciò che feci, ebbero sempre almeno uno, due spettatori, e questo con ragione, per necessità e per ottenere lo scopo delle stesse mie pene.  Quindi il primo spettatore fu il mio Celeste Padre, cui nulla poteva sfuggirgli, essendo Lui stesso colui che m’infliggeva le pene era attore e spettatore.  Se mio Padre non vedeva e non sapeva nulla, come potevo soddisfarlo, dargli la gloria, piegarlo alla vista delle mie pene a misericordia per il genere umano?  Ecco lo scopo andava fallito. 

In secondo, di tutte le mie pene della mia Vita nascosta fu spettatrice la mia Mamma, ed era necessario, se Io ero venuto dal Cielo in terra per patire, non per Me, ma per il bene altrui, dovevo avere almeno una creatura in cui dovevo poggiare quel bene che contenevano le mie pene, e quindi muovere la mia cara Mamma a ringraziarmi, a lodarmi, ad amarmi, a benedirmi e farla ammirare l’eccesso della mia bontà; tanto che Lei, presa, rapita, commossa alla vista delle mie pene, mi pregava che in vista del gran bene che le portavano le mie pene, non la facessi esente d’immedesimarla con le mie stesse pene per soffrirle, per darmi il ricambio ed essere mia perfetta imitatrice.  Se la mia Mamma nulla vedesse, non avrei avuto la mia prima imitatrice, nessun grazie, nessuna lode; le mie pene, il bene che contenevano restavano senza effetto, perché non conoscendole nessuno, non potevo fare il primo poggio, sicché lo scopo del gran bene che doveva ricevere la creatura andava sperduto, vedi quanto era necessario che almeno una sola fosse a giorno delle mie pene. 

Se ciò fu per Me, voglio che sia anche di te, anzi ti dico che voglio il confessore agente insieme con Me, spettatore e depositario delle pene che ti faccio soffrire, affinché anche lui partecipi al bene, ed avendolo insieme possa eccitarlo di più nella fede ed infondergli luce ed amore, per fargli comprendere le verità che ti vado manifestando.”…


23 Marzo 1923, Volume 15

Dolori della Celeste Mamma, e come il Fiat agì in essi.

Stavo pensando ai dolori della mia Mamma Celeste, ed il mio amabile Gesù muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, il primo Re dei dolori fui Io, ed essendo Io uomo e Dio, dovevo tutto accentrare in Me per avere il primato su tutto, anche sugli stessi dolori.   Quelli della mia Mamma non erano altro che i riverberi dei miei, che riflettendo in Lei le partecipavano tutti i dolori miei, che trafiggendola, la riempirono di tale amarezza e pena, da sentirsi morire ad ogni riverbero dei miei dolori, ma l’amore la sosteneva e le ridava la vita, perciò non solo per onore, ma con diritto di giustizia fu la prima Regina dell’immenso mare dei suoi dolori.”

Onde mentre ciò diceva, mi pareva di vedere la mia Mamma di fronte a Gesù, e tutto ciò che conteneva Gesù, i dolori e le trafitture di quel cuore santissimo, riflettevano nel cuore dell’addolorata Regina, ed a quei riflessi si formavano tante spade nel cuore della trafitta Mamma, e queste spade erano suggellate da un Fiat di luce, in cui Ella restava circonfusa in mezzo a tanti Fiat di luce fulgidissima che le davano tanta gloria, che mancano i vocaboli per narrarla. 

Quindi Gesù ha ripreso il suo dire:  “Non furono i dolori che costituirono Regina la mia Mamma e la fecero rifulgere di tanta gloria, ma il mio Fiat onnipotente, cui intrecciava ogni suo atto e dolore e si costituiva vita di ogni suo dolore, sicché il mio Fiat era l’atto primo che formava la spada, dandole l’intensità del dolore che voleva.   Il mio Fiat poteva mettere in quel cuore trafitto quanti dolori voleva, aggiungere trafitture a trafitture, pene sopra pene, senza l’ombra della minima resistenza, anzi si sentiva onorata che il mio Fiat si costituiva vita anche d’un suo palpito, ed il mio Fiat le diede gloria completa e la costituì vera e legittima Regina.

Ora, chi saranno le anime in cui possa riflettere i riverberi dei miei dolori e della mia stessa Vita?  Quelle che avranno per vita il mio Fiat, questo Fiat assorbirà in loro i miei riflessi, ed Io sarò largo nel partecipare ciò che il mio Volere opera in Me, perciò nella mia Volontà aspetto le anime, per darle il vero dominio e la gloria completa d’ogni atto e pena che possano soffrire.   Fuori della mia Volontà, l’operare ed il patire Io non lo riconosco, potrei dire:   “Non ho che darti, qual è la volontà che ti ha animato nel far e soffrire ciò?  Da quella fatti ricompensare.”  Molte volte il fare il bene, il patire, senza che la mia Volontà entri in mezzo, possono essere misere schiavitù che degenerano in passioni, mentre solo il mio Volere dà il vero dominio, le vere virtù, la vera gloria da trasmutare l’umano in divino.”


28 Aprile 1926, Volume 19

Come la Vergine Santissima superò tutti nelle pene.

…Onde dopo stavo pensando tra me:  “La mia Regina Mamma è vero che fece il più grande dei sacrifizi, che nessun altro ha fatto, cioè, col non voler conoscere affatto la sua volontà, ma solo quella di Dio, ed in ciò abbracciò tutti i dolori, tutte le pene, fino all’eroismo del sacrifizio di sacrificare il proprio Figlio per compiere il Voler Supremo, ma una volta fece questo sacrifizio, tutto ciò che soffrì dopo fu l’effetto del suo primo atto, né ebbe a lottare come noi, nelle diverse circostanze, negli incontri imprevisti, nelle perdite inaspettate, è sempre lotta, fino a sanguinare il proprio cuore per timore di cedere alla nostra guerreggiante volontà umana; con quanta attenzione bisogna stare che il Voler Supremo tenga sempre il suo posto d’onore e la supremazia su tutto, e molte volte rincrudisce più la lotta che la stessa pena.” 

Ma mentre ciò pensavo, il mio amabile Gesù si è mosso nel mio interno dicendomi:  “Figlia mia, tu ti sbagli, non fu uno il massimo sacrifizio della mia Mamma, ma furono tali e tanti per quanti dolori, pene, circostanze, incontri fu esposta la sua e la mia esistenza; le pene in Lei erano sempre raddoppiate, perché le mie pene erano più che pene sue, e poi la mia sapienza non cambiò direzione con la Mamma mia, in ogni pena che doveva toccarle Io le domandavo sempre se voleva accettarle, per sentirmi ripetere da Lei quel Fiat in ogni pena, in ogni circostanza ed anche in ogni suo palpito; quel Fiat mi risuonava sì dolce, sì soave ed armonioso, che lo volevo sentir ripetere in ogni istante della sua vita e perciò le domandavo sempre:  “Mamma, vuoi far questo?  Vuoi soffrire questa pena?”  Ed a Lei il mio Fiat portava i mari dei beni che contiene e le faceva capire l’intensità della pena che accettava, e questo capire con luce divina ciò che passo passo doveva patire, le dava tale un martirio, che infinitamente supera alla lotta che subiscono le creature, perché mancando in Lei il germe della colpa, mancava il germe della lotta, e la mia Volontà doveva trovare un altro ritrovato per fare che non fosse minore delle altre creature nel patire, perché dovendo acquistare con giustizia il diritto di Regina dei dolori, doveva superare tutte le creature insieme nelle pene. 

E quante volte non l’hai provato tu stessa, che mentre non sentivi nessuna lotta, il mio Volere, facendoti capire le pene a cui ti sottoponeva, tu restavi impietrita dalla forza del dolore, e mentre restavi disfatta nella pena, tu eri la piccola agnellina nelle mie braccia, pronta ad accettare altre pene a cui il mio Volere ti voleva sottoposta; ahi! non soffrivi tu più della stessa lotta?  La lotta è segno di passioni veementi, mentre la mia Volontà, se porta il dolore, dà l’intrepidezza, e con la conoscenza dell’intensità della pena gli dà tale merito, che solo può dare una Volontà Divina.  Perciò come faccio con te, che in ogni cosa che voglio da te ti domando prima se vuoi, se accetti, cosí facevo con la Mamma mia, affinché il sacrifizio sia sempre nuovo e mi dà occasione di conversare con la creatura, di trattenermi con lei, ed il mio Volere abbia il suo campo d’azione divina nella volontà umana.”

Ora mentre stavo scrivendo ciò che sta scritto qui sopra, non ho potuto andare più avanti perché la mia mente è restata alienata dai sensi da un canto bello ed armonioso, accompagnato da un suono non mai sentito, questo canto chiamava tutti in attenzione ed armonizzava con tutta la Creazione e con la patria celeste.  Tutto ciò lo scrivo per obbedire.  Mentre sentivo il canto il mio Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, senti com’è bello!  Questo suono e canto è un cantico nuovo, formato dagli angeli come omaggio, gloria ed onore al connubio della Volontà Divina con la tua volontà umana, è tanta la gioia di tutto il Cielo e della Creazione tutta, che non potendola contenere suona e canta.” Detto ciò mi son trovata in me stessa.

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16 Febbraio 1923, Volume 15

La Croce che le diede la Divina Volontà a Nosotro Signore. Gesù per operare la Redenzione perfetta e completa, doveva farla nell’ambito dell’Eternità.

Stavo facendo la mia solita adorazione al crocifisso ed abbandonandomi tutta nel suo amabile Volere, ma mentre ciò facevo ho sentito che il mio amato Gesù si moveva nel mio interno, e mi diceva:  “Figlia mia, su, su, presto, affrettati, fa il tuo corso nel mio Volere, va ripassando tutto ciò che fece la mia Umanità nella Suprema Volontà, affinché ai miei atti ed a quelli della mia Mamma unisca i tuoi.   E’ decretato che se una creatura non entra nel Volere Eterno per rendere triplici i nostri atti, questo Supremo Volere non scende sulla terra per fare la sua via nelle umane generazioni, vuole il corteggio dei triplici atti per farsi conoscere; perciò affrettati.”

Gesù ha fatto silenzio, ed io mi son sentita come sbalzata nel Santo Volere Eterno, ma non so dire quello che facevo, so solo dire che trovavo tutti gli atti di Gesù, ed io vi mettevo il mio.   Onde dopo ha ripreso il suo dire:  “Figlia mia, quante cose farà conoscere la mia Volontà di ciò che operò la mia Umanità in questa Volontà Divina; la mia Umanità per operare la Redenzione perfetta e completa, doveva farla nell’ambito dell’eternità, ecco la necessità d’una Volontà Eterna.   Se la mia volontà umana non avesse con sé una Eterna, tutti i miei atti sarebbero atti determinati e finiti; invece, con questa erano interminabili ed infiniti, perciò le mie pene, la mia croce, dovevano essere interminabili ed infinite, e la Volontà Divina faceva trovare alla mia Umanità tutte queste pene e croci, tanto che Lei mi distendeva su tutta l’umana famiglia, dal primo all’ultimo uomo, ed Io assorbivo tutte le specie di pene in Me, ed ogni creatura formava la mia croce, sicché la mia croce fu tanto lunga quanto è e sarà la lunghezza di tutti i secoli, e larga quanto sono le umane generazioni.   Non fu la sola piccola croce del Calvario dove mi crocifissero gli ebrei, questa non era altro che una similitudine della lunga croce in cui mi teneva crocifisso la Suprema Volontà, sicché ogni creatura formava la lunghezza e la larghezza della croce, e come la formavano restavano innestate nella stessa croce, ed il Voler Divino distendendomi su di essa e crocifiggendomi, non solo faceva mia la croce, ma di tutti quelli che formavano detta croce.  Ecco perciò avevo bisogno dell’ambito dell’eternità dove dovevo tenere questa croce, lo spazio terrestre non basterebbe per contenerla.   Oh! quanto mi ameranno quando conosceranno ciò che fece la mia Umanità nella Divina Volontà, ciò che mi fece soffrire per amor loro.   La mia croce non fu di legno, no, furono le anime, erano loro che me le sentivo palpitanti nella croce in cui mi distendeva la Divina Volontà, e nessuna mi faceva sfuggire, a tutte dava il posto, e per dare posto a tutte mi distendeva in modo sì straziante e con pene sì atroci, che le pene della Passione potrei chiamarle piccole e sollievi.  

Perciò affrettati, affinché il mio Volere faccia conoscere tutto ciò che il Voler Eterno operò nella mia Umanità, questa conoscenza riscuoterà tanto amore, che si piegheranno a farlo regnare in mezzo ad essi.”

Ora, mentre ciò diceva mostrava tanta tenerezza e tanto amore, che io meravigliata gli ho detto:   “Amor mio, perché mostri tanto amore quando parli della tua Volontà, che pare come se da dentro Te vorresti uscire un altro Te stesso per il grande amore che provi, mentre se parli di altro non si vede in Te questo eccesso d’amore.”  E Lui:   “Figlia mia, vuoi saperlo?  Quando Io parlo della mia Volontà per farla conoscere dalla creatura, Io voglio infonderle la mia Divinità, perciò un altro Me stesso, ed il mio amore esce tutto in campo per far ciò, e l’amo come Me stesso.   Ecco perché tu vedi che mentre parlo del mio Volere, il mio amore sembra come se straripasse dai suoi confini per formare la sede della mia Volontà nel cuore della creatura, invece quando parlo di altro, sono le mie virtù che infondo, ed a seconda le virtù che le vado manifestando, ora la amo da Creatore, or da Padre, or da Redentore, or da Maestro, or da Medico, ecc.; quindi non c’è quell’esuberanza d’amore di quando voglio formare un altro Me stesso.”


29 Maggio 1923, Volume 15

Come è sempre Iddio il primo ad operare nell’anima.

Stavo accompagnando il mio dolce Gesù nelle sue pene, specie in ciò che soffrì nell’orto del Getsemani, e mentre lo compativo, muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, il primo a formare il lavorìo delle mie pene nella mia Umanità fu il mio Celeste Padre, perché solo Lui teneva la forza ed il poter di creare il dolore e di metterci quanti gradi di dolore ci volevano, per potersi soddisfare del debito delle creature per quanto ce ne volevano; le creature furono secondarie, perché non tenevano nessun potere su di Me, né virtù di creare il dolore per quanta intensità volevano; e questo succede in tutte le creature, come nel creare l’uomo il primo lavorìo tanto nell’anima tanto nel corpo lo fece il mio Divin Padre, quanta armonia, quanta felicità non formò con le sue proprie mani nella natura umana?  Tutto è armonia nell’uomo e felicità, la sola parte esterna, quante armonie e felicità non contiene?  L’occhio vede, la bocca esprime, i piedi camminano, ma le mani operano e prendono le cose dove sono giunti i piedi.   Se l’occhio poteva vedere e non avesse la bocca per esprimersi, se avesse i piedi per camminare e non avesse le mani per operare, non sarebbe una infelicità, una disarmonia nell’umana natura?  E poi, le armonie e felicità dell’anima umana, la volontà, l’intelletto, la memoria, quante armonie e felicità non contengono?  Basta dire che sono parti della felicità ed armonia dell’Eterno, Iddio creava il vero eden personale nell’anima e nel corpo dell’uomo, eden tutto celeste, e poi gli diede per abitazione l’eden terrestre; tutto era armonia e felicità nella natura umana, e sebbene il peccato sconvolse quest’armonia e felicità, ma non distrusse del tutto tutto il bene che Iddio aveva creato nell’uomo.

Sicché, come Iddio creò con le proprie mani tutta la felicità ed armonia nella creatura, così creò in Me tutti i dolori possibili, per rifarsi dell’ingratitudine umana e fare uscire dal mare dei miei dolori la felicità perduta, e l’accordo all’armonia sconvolta.  

E questo succede a tutte le creature quando devo eleggerle a santità distinta o a disegni miei speciali, sono le mie proprie mani che lavorano nell’anima, ed ora vi creo il dolore, ora l’amore, ora le cognizioni delle verità celesti, è tanta la mia gelosia, che non voglio che nessuno me la tocchi, e se permetto che le creature le facciano qualche cosa, è sempre in ordine secondario, ma il primato lo tengo Io, e me la vado formando a secondo il mio disegno.”

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19 Agosto 1922, Volume 14 

Le pene che la Divinità inflingeva nell’interno di Gesù. Le pene della Passione furono ombre e similitudine delle pene interne.

Trovandomi nel solito mio stato, il dolce Gesù mi faceva subire parte delle sue pene e delle sue morti che soffrì per ciascuna creatura.  Dalle mie piccole pene comprendevo quanto atroci e mortali erano state le pene di Gesù, onde mi ha detto:  “Figlia mia, le mie pene sono incomprensibili all’umana natura, e le stesse pene della mia Passione furono ombre o similitudine delle mie pene interne.  Le mie pene interne mi erano inflitte da un Dio onnipotente, cui nessuna fibra poteva scansarne il colpo; quelle della mia Passione mi erano inflitte dagli uomini, cui non avendo né l’onnipotenza né l’onniveggenza, non potevano fare ciò che essi stessi volevano, né penetrarvi in tutte le mie singole fibre. 

Le mie pene interne erano incarnate, e la mia stessa Umanità era trasmutata in chiodi, in spine, in flagelli, in piaghe, in martirio, così crudeli che mi davano morti continue, queste erano inseparabili da Me, formavano la mia stessa Vita; invece quelle della mia Passione erano estranei a Me, erano spine e chiodi che si potevano conficcare, e volendo si potevano anche togliere, ed il solo pensiero che una pena si può togliere è un sollievo; ma le mie pene interne, che erano formate della stessa carne, non c’era nessuna speranza che mi si potessero togliere, né scemare l’acutezza d’una spina, il trafiggermi dei chiodi. 

Le mie pene interne furono tali e tante, che le pene della mia Passione le potrei chiamare sollievi e baci che davano alle mie pene interne, che unendosi insieme davano l’ultimo attestato del mio grande ed eccessivo amore per salvare le anime.  Le mie pene esterne erano voci che chiamavano tutti ad entrare nel pelago delle mie pene interne, per farli comprendere quanto mi costava la loro salvezza.  E poi, dalle tue stesse pene interne comunicate da Me, puoi comprendere in qualche modo l’intensità continua delle mie.  Perciò, fatti coraggio, è l’amore che a ciò mi spinge.”

 

Novembre 16, 1921
Il peccato è catena che lega l’uomo, e Gesù volle essere legato per spezzare le sue catene.

Questa mattina, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere tutto legato, legate le mani, i piedi, la vita; dal collo gli scendeva una doppia catena di ferro, ma era legato tanto stretto, da togliere il moto alla sua divina persona. Che dura posizione, da far piangere anche le pietre, ed il mio sommo bene Gesù mi ha detto: "Figlia mia, nel corso della mia Passione tutte le altre pene facevano a gara, ma si davano il cambio, ed una dava il luogo all’altra, quasi come sentinelle montavano a farmi il peggio, per darsi il vanto che una era stata più brava dell’altra, ma le funi non me le tolsero mai, dacché fui preso fino al monte calvario fui sempre legato, anzi aggiungevano sempre funi e catene per timore che potessi fuggire, e per farsi più giuoco di Me; ma quanti dolori, confusioni, umiliazioni e cadute mi procurarono queste catene! Ma sappi però che in queste catene c’era gran mistero e grande espiazione: L’uomo, nel cominciare a cadere nel peccato resta legato con le catene del suo stesso peccato, se è grave sono catene di ferro, se veniale sono catene di funi; onde, fa per camminare nel bene e sente l’inceppo delle catene e resta inceppato nel passo, l’inceppo che sente lo snerva, lo debilita e lo porta a nuove cadute; se opera sente l’inceppo nelle mani e quasi resta come se non avesse mani per fare il bene; le passioni, vedendolo così legato fanno festa e dicono: E’ nostra la vittoria, e da re qual è, lo rendono schiavo di passioni brutali. Com’è abominevole l’uomo nello stato di colpa, ed Io per spezzargli le sue catene volli essere legato, e non volli mai essere senza catene, per tenere sempre pronte le mie per spezzare le sue, e quando i colpi, le spinte mi facevano cadere, Io gli stendevo le mani per snodarlo e renderlo libero di nuovo."

Ma mentre ciò diceva, io vedevo quasi tutte le genti avvinte da catene, che facevano pietà e pregavo Gesù che toccasse con le sue catene le loro catene, affinché dal tocco delle sue restassero tutte frantumate quelle delle creature. (Volume 13, 16 novembre 1921)

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20 Marzo 1919, Volume 12

Le morti e le pene che la Divinità faceva soffrire all’Umanità di Gesù per ogni anima, non furono solo d’intenzione ma reali.  Luisa ne prende parte. 

La mia povera mente me la sentivo immersa nelle pene del mio amabile Gesù, e siccome mi era stato detto che sembrava impossibile che Gesù potesse soffrire tante morti e tante pene per ciascuno come sta detto di sopra, il mio Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, il mio Volere contiene il potere di tutto, bastava che solo il volesse, che ciò potesse succedere; e se ciò non fosse, allora il mio Volere, nel potere, doveva contenere un limite, mentre in tutte le cose mie sono senza limiti ed infinito, ed è perciò che tutto ciò che voglio, faccio.  Ah! quanto poco sono compreso dalle creature, perciò non amato.  Onde, vieni tu nella mia Umanità, e ti farò veder e toccare con mano ciò che ti ho detto.”

In questo mentre mi son trovata in Gesù, cui l’era inseparabile la Divinità ed il Volere Eterno; e questo Volere, sol che lo voleva, creava le morti ripetute, le pene senza numero, i colpi senza flagelli, le punture acutissime senza spine, con una facilità, come quando con un solo Fiat creava miliardi di stelle, non ci vollero tanti Fiat per quante stelle creava, ma bastò uno solo; ma con ciò non uscì alla luce una sola stella e le altre rimasero nella mente divina, oppure nell’intenzione, ma tutte in realtà uscirono, e ciascuna ebbe la luce propria per ornare la nostra atmosfera; così pareva nel cielo dell’Umanità santissima di Nostro Signore, che il Divin Volere col suo Fiat creatore, creava la vita e la morte per quante volte voleva. 

Onde, trovandomi in Gesù, mi son trovata a quel punto quando Gesù soffriva la flagellazione dalle mani divine solo che il Voler Eterno l’ha voluto, senza colpi, senza sferze, le carni dell’Umanità di Gesù cadevano a brandelli, si formavano i solchi profondi, ma in modo sì straziante nelle parti più intime.  Era tanta l’ubbidienza di Gesù a quel Voler Divino, che da per sé stessa si scioglieva, ma in modo sì doloroso, che la flagellazione che gli davano i Giudei, si può dire che fu l’immagine, o l’ombra di quella che subiva da parte del Voler Eterno, e poi, solo che il Voler Divino voleva, quell’Umanità si componeva; così succedeva quando subiva le morti per ciascun’anima, e tutto il resto.  Io ho preso parte a queste pene di Gesù, ed oh! come comprendevo al vivo che il Voler Divino può farci morire quante volte vuole e poi ridarci la vita. 

Oh! Dio, sono cose inenarrabili, eccessi d’amore, misteri profondi, quasi inconcepibili a mente creata; io mi sentivo incapace di ritornare alla vita, all’uso dei sensi, al moto dopo quelle pene sofferte ed il mio benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia del mio Volere, il mio Volere ti ha dato le pene ed il mio Volere ti ridona la vita, il moto e tutto.  Ti chiamerò spesso nella mia Divinità a prendere parte alle tante morti e pene che in realtà soffrii per ciascun’anima, non come pensano alcuni, che fu solo nella mia Volontà o che solo intendevo di dar vita a ciascuno.  Falso! falso! non conoscono il prodigio, l’amore ed il potere del mio Volere; tu che ne hai conosciuto in qualche modo la realtà delle tante morti subite per tutti, non metterne dubbio, ma amami e siimi riconoscenti per tutti, e starai pronta quando il mio Volere ti chiami.”


8 Maggio 1919, Volume 12

Causa e necessità delle pene che la Divinità diede all’Umanità di Gesù.  Causa perchè ha ritardato in farle conoscere.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando alle pene del mio adorabile Gesù, specie a quelle che le fece patire la Divinità alla santissima Umanità di Nostro Signore.  In questo mentre, mi son sentita tirare dentro del cuore del mio Gesù, e vi prendevo parte alle pene del suo cuore santissimo che gli faceva soffrire la Divinità nel corso della sua Vita sulla terra.  Queste pene sono ben diverse da quelle che il benedetto Gesù soffrì nel corso della sua Passione per mano dei giudei, sono pene che quasi non si possono dire.  Io, da quel poco che prendevo parte, so dire che vi sentivo un dolore acuto, acerbo, accompagnato da uno strappo dello stesso cuore, da sentirmi in realtà morire; che poi Gesù quasi con un prodigio del suo amore mi ridava la vita. 

Onde il mio dolce Gesù, dopo che ho sofferto, mi ha detto:  “Figlia delle mie pene, sappi che le pene che mi diedero i giudei furono ombra a quelle che mi diede la Divinità, e ciò era giusto per ricevere piena soddisfazione.  L’uomo, peccando, non solo offende la Maestà Suprema esternamente, ma anche internamente, e deturpa nel suo interno la parte divina che gli fu infusa nel crearlo, sicché il peccato prima si forma nell’interno dell’uomo, e poi esce all’esterno, anzi, molte volte è la parte più minima che esce all’esterno; il molto resta nell’interno.  Ora, le creature erano incapaci di penetrare nel mio interno e farmi soddisfare con pene la gloria del Padre, che con tante offese del loro interno gli avevano negato; molto più che queste offese ferivano la parte più nobile della creatura, qual è l’intelletto, la memoria e la volontà, dove vi è suggellata l’immagine divina; chi doveva dunque prendere quest’impegno, se la creatura era incapace?  Perciò fu quasi necessario che la Divinità stessa, prendesse questo impegno e mi facesse da carnefice amoroso, e per quanto amoroso più esigente, per ricevere piena soddisfazione per tutti i peccati fatti nell’interno dell’uomo. 

La Divinità voleva l’opera completa e la piena soddisfazione della creatura, si dell’interno che dell’esterno, sicché nella Passione che mi diedero i giudei, soddisfeci la gloria esterna del Padre, che le creature gli avevano tolto; nella Passione che mi diede la Divinità in tutto il corso della mia Vita, soddisfeci il Padre per tutti i peccati dell’interno dell’uomo, da ciò potrai comprendere che le pene che soffrii per le mani della Divinità, superano di gran lungo le pene che mi diedero le creature, anzi, quasi non possono paragonarsi insieme e sono meno accessibili alla mente umana.  Come dall’interno dell’uomo all’esterno c’é gran differenza, molto più c’é differenza tra le pene che m’inflisse la Divinità a quelle delle creature che mi diedero nell’ultimo della mia Vita, le prime erano strappi crudeli, dolori sovrumani, capaci di darmi morte, e ripetute morti nei parti più intime, si dell’anima che del corpo; neppure una fibra mi era risparmiata; nelle seconde erano dolori acerbi, ma non strappi capaci di darmi morte ad ogni pena, ma la Divinità ne teneva il potere ed il Volere. 

Ah! quanto mi costa l’uomo, ma l’uomo ingrato non si cura di Me e non cerca di comprendere quanto l’ho amato e sofferto per lui, tanto che neppure ha giunto a capire tutto ciò che soffrii nella Passione che mi diedero le creature, e se non capiscono il meno, come possono il più che ho sofferto per loro?  Perciò ritardo a rivelare le pene innumerevoli ed inaudite che mi diede la Divinità per causa loro, ma il mio amore vuole sfogo e ricambio d’amore, perciò chiamo te nell’immensità ed altezza del mio Volere, dove tutte queste pene stanno in atto, e tu non solo vi prendi parte, ma a nome di tutta l’umana famiglia le onori e vi dai il ricambio d’amore, ed insieme con Me sostituisci a tutto ciò che le creature sono obbligate, ma con sommo mio dolore e con sommo loro danno, non si danno nessun pensiero.”


4 Giugno 1919, Volume 12

Gesù doveva soffrire l’ingiustizia, l’odio, le burle perché la Redenzione fosse completa, e siccome la Divinità era incapace di dargli queste pene, ecco perché nell’ultimo dei suoi giorni mortali soffrì la Passione da parte delle creature.

Stavo pensando alla Passione del mio sempre amabile Gesù, specie quando si trovò sotto la tempesta dei flagelli, e pensavo tra me:  “Quando Gesù potette soffrire di più, nelle pene che la Divinità gli aveva fatto soffrire in tutto il corso della sua Vita, oppure nell’ultimo giorno da parte dei giudei?”  Ed il mio dolce Gesù, con una luce che mi mandava all’intelletto mi ha detto:  “Figlia mia, le pene che mi diede la Divinità superano di gran lunga le pene che mi diedero le creature, si nella potenza come nell’intensità e molteplicità e lunghezza di tempo; ma però non ci fu ingiustizia né odio, ma sommo amore, accordo d’ambi le parte di tutte e Tre le Divine Persone, impegno che Io avevo preso su di Me di salvare le anime a costo di subire tante morti per quante creature uscivano fuori alla luce della Creazione, e che il Padre con sommo amore mi aveva accordato. 

Nella Divinità non esiste né può esistere, né l’ingiustizia né l’odio, quindi incapace di farmi soffrire queste pene, ma l’uomo col peccato aveva commesso somma ingiustizia, odio, ecc., ed Io per glorificare il Padre completamente, dovevo soffrire l’ingiustizia, l’odio, le burle, ecc., ecco ché l’ultimo dei miei giorni mortali soffrii la Passione da parte delle creature, dove furono tante le ingiustizie, gli odi, le burle, le vendette, le umiliazioni che usarono contro di Me, che la mia povera Umanità la resero l’obbrobrio di tutti, tanto da non sembrare che fosse uomo; mi sfigurarono tanto che loro stessi avevano orrore a guardarmi; ero l’abiezione ed il rifiuto di tutti, sicché potrei chiamarle due Passioni distinte. 

Le creature non mi potevano dare tante morti né tante pene per quante creature e peccati si dovevano fare da esse, erano incapaci, e perciò la Divinità ne prese l’impegno, ma con sommo amore e d’accordo d’ambi le parti.  D’altronde la Divinità era incapace d’ingiustizia, ecc.; sottentrarono le creature, e completai in tutto l’opera della Redenzione.  Quanto mi costano le anime, ed è per ciò che l’amo tanto.”

Un altro giorno stavo pensando tra me:  “Il mio amato Gesù me ne ha detto tanto, ed io, sono stata attenta a fare ciò che mi ha insegnato?  Oh! come scarseggio nel contentarlo, come mi sento inabilitata a tutto, sicché i tanti suoi insegnamenti saranno a mia condanna.”  Ed il mio dolce Gesù, muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, perché ti affliggi?  Gli insegnamenti del tuo Gesù mai serviranno a condannarti, ancorché facessi una sol volta ciò che ti ho insegnato, nel cielo dell’anima tua è sempre una stella che ci metti, perché come Io distesi un cielo sulla natura umana, ed il mio Fiat tempestò di stelle, così ho disteso un cielo nel fondo dell’anima, ed il Fiat del bene che fa, perché ogni bene è frutto del mio Volere, viene ed abbellisce di stelle questo cielo, sicché, se fa dieci beni, vi mette dieci stelle; se mille beni, mille stelle.  Onde, pensa piuttosto a ripetere quanto più puoi i miei insegnamenti, per tempestare di stelle il cielo dell’anima tua, affinché il cielo della tua anima non sia inferiore al cielo che splende sul vostro orizzonte, ed ogni stella vi porterà l’impronta dell’insegnamento del tuo Gesù.  Quanto onore mi farai!”

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Ottobre 6, 1921
Il peccato è il punto nero dell’uomo, ma lo stato di grazia e di operare il bene è il punto luminoso dell’uomo.

Stavo pregando ed adorando le piaghe del mio crocifisso Gesù, e pensavo tra me: "Quanto è brutto il peccato, che ha ridotto il mio sommo bene in uno stato così straziante." Ed il mio sempre amabile Gesù, poggiando la sua santissima testa sulla mia spalla, sospirando mi ha detto: "Figlia mia, non solo è brutto il peccato, ma orribile, è il punto nero dell’uomo! Mentre pecca subisce una trasformazione brutale, tutto il bello che gli ho dato si copre d’una bruttezza orribile a vedersi, e non solo il senso che pecca, ma tutto l’uomo corre insieme, sicché, peccato il pensiero, il palpito, il respiro, il moto, il passo; la volontà ha trascinato l’uomo ad un sol punto, e da tutto il suo essere manda fitte tenebre che lo accecano ed un’aria velenosa che lo avvelena, tutto è nero intorno a lui, tutto è micidiale, e chiunque a lui si avvicina si mette in uno stato pericolante, orribile e spaventoso, tal’è l’uomo nello stato di peccato."

Io sono rimasta atterrita e Gesù ha ripreso: "Se orribile è l’uomo nello stato di colpa, è pure bello nello stato di grazia e di operare il bene; il bene, fosse anche il più piccolo è il punto luminoso dell’uomo; mentre fa il bene subisce una trasformazione celestiale, angelica e divina; il suo buon volere trascina tutto il suo essere ad un punto solo, sicché bene è il pensiero, la parola, il palpito, il moto, il passo, tutto è luce dentro e fuori di lui, la sua aria è balsamica e vitale, e chiunque s’avvicina si mette al sicuro. Com’è bella, graziosa, attraente, amabile, speciosa, l’anima in grazia nel fare il bene, che Io stesso ne resto innamorato, ogni bene che fa è una sfumatura di bellezza di più che acquista, è una somiglianza di più col suo Creatore che lo fa distinguere per suo figlio, è un potere divino che mette al traffico. Ogni beni che fa sono i portavoci tra il Cielo e la terra, sono le poste, i fili elettrici che mantengono le comunicazioni con Dio." (Volume 13, 6-10-1921)

 

18 Marzo 1919, Volume 12

Pene che Gesù soffrì dal momento della sua Incarnazione, avento concepito tulle le anime in Sé stesso.

Continuando il mio solito stato, il mio sempre amabile Gesù, facendosi vedere, mi ha tirato nell’immensità del suo Santissimo Volere, in cui faceva vedere come in atto il suo concepimento nel seno della Mamma Celeste.  Oh! Dio, che abisso d’amore.  Ed il mio dolce Gesù mi ha detto:  “Figlia del mio Volere, vieni a prendere parte alle prime morti ed alle pene che soffrì la mia piccola Umanità dalla mia Divinità nell’atto del mio concepimento.  Come fui concepito, concepii insieme con Me tutte le anime, passate, presenti e future, come mia propria Vita, concepii insieme le pene e le morti che per ciascuna dovevo soffrire.  Dovevo incorporare tutto in Me, anime, pene e morte che ciascuna doveva subire, per dire al Padre:  “Padre mio, non più guarderai la creatura, ma Me solo, ed in Me troverai tutti, ed Io soddisfarò per tutti.  Quante pene vuoi, te le darò; vuoi che subisca ciascuna morte per ognuno, la subirò; tutto accetto purché dia vita a tutti.”   Ecco perciò ci voleva un Volere e potere divino, per darmi tante morti e tante pene, ed un potere e Volere Divino a farmi soffrire; e siccome nel mio Volere stanno in atto tutte le anime e tutte le cose, sicché non in modo astrattivo o intenzionale come qualcuno può pensare, ma in realtà, tenevo in Me tutti immedesimati, con Me formavano la mia stessa Vita, in realtà morivo per ciascuno e soffrivo le pene di tutti.  E’ vero che ci concorreva un miracolo della mia onnipotenza, il prodigio del mio immenso Volere: senza della mia Volontà, la mia Umanità non avrebbe potuto trovare ed abbracciare tutte le anime, né poter morire tante volte. 

Onde la mia piccola Umanità, come fu concepita, incominciò a soffrire l’alternative delle pene e delle morti, e tutte le anime nuotavano in Me come dentro d’un vastissimo mare, formavano membra delle mie membra, sangue del mio sangue, cuore del mio cuore.  Quante volte la mia Mamma, prendendo il primo posto nella mia Umanità, sentiva le mie pene e le mie morti e ne moriva insieme con Me, come mi era dolce trovare nell’amore della mia Mamma l’eco del mio, sono misteri profondi dove l’intelletto umano, non comprendendo bene, pare che si smarrisce, perciò, vieni nel mio Volere e prendi parte alle morti ed alle pene che subii non appena fu compiuto il mio concepimento.  Da ciò potrai comprendere meglio quello che ti dico.”

Non so dire come mi son trovata nel seno della mia Regina Mamma, dove vedevo l’Infante Gesù piccolo piccolo; ma sebbene piccino, conteneva tutto; dal suo cuore s’è spiccato un dardo di luce nel mio, e come mi penetrava sentivo darmi morte, e come usciva mi ritornava la vita.  Ogni tocco di quel dardo produceva un dolore acutissimo, da sentirmi disfare ed in realtà morire, e poi col suo stesso tocco mi sentivo rivivere, ma io non ho parole giuste ad esprimermi e perciò faccio punto...

 

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LA PASSIONE DIVINA DI GESÙ

Nota introduttiva:  La Passione  Divina di Nostro Signore, come Gesù ci insegna in questi Scritti, é la Passione che la Divinità stessa inflisse all’Umanità di Gesù.  Questa Passione, che supera ogni umana comprensione, é rivelata da Gesù a Luisa e apre un nuovo ed immenso orizzonte per la comprensione, la contemplazione e la meditazione delle sofferenze inaudite del Verbo Incarnato per la Redenzione dell’umanità, le quali vanno ben al di là della Sua Passione corporale nell’ultimo giorno della Sua vita, e della Sua Passione morale dovuta all’ingratitudine e rifiuto dell’uomo.  La Passione Divina di Gesù cominciò nel momento della Sua Incarnazione e durò tutta la Sua vita.  Maria Santissima, la quale visse di quella stessa Volontà Divina che per amore dell’uomo infliggeva queste pene al Verbo Incarnato, era pienamente consapevole di essa e ne prese parte.   

 

4 Febbraio 1919, Volume 12

La Passione interna che la Divinità fece soffrire all’Umanità di Gesù nel trascorso di tutta la sua Vita.

Continuando il mio solito, per circa tre giorni mi sentivo sperduta in Dio, molte volte il buon Gesù mi tirava dentro della sua santissima Umanità, ed io nuotavo nel mare immenso della Divinità, oh! quante cose si vedevano, come si vedeva chiaro tutto ciò che operava la Divinità nella Umanità, e spesso e spesso il mio Gesù interrompeva le mie sorprese e mi diceva:  “Vedi figlia mia con che eccesso d’amore amai la creatura, la mia Divinità fu gelosa di affidare alla creatura il compito della Redenzione facendomi soffrire la Passione.  La creatura era impotente a farmi morire tante volte per quante creature erano uscite e dovevano uscire alla luce del creato, e per quanti peccati mortali avrebbe avuto la disgrazia di commettere.  La Divinità voleva vita per ciascuna vita di creatura, e vita per ciascuna morte che col peccato mortale si dava.  Chi poteva essere così potente su di Me, a darmi tante morti, se non che la mia Divinità?  Chi avrebbe avuto la forza, l’amore, la costanza di vedermi tante volte morire, se non che la mia Divinità?  La creatura si sarebbe stancata e venuta meno. 

E non ti credere che questo lavorio della mia Divinità incominciò tardi, ma non appena fu compiuto il mio concepimento, fin nel seno della mia Mamma, cui molte volte era a giorno delle mie pene e restava martirizzata e sentiva la morte insieme con Me.  Sicché fin dal seno materno la mia Divinità prese l’impegno di carnefice amoroso, ma perché amoroso più esigente ed inflessibile, tanto, che neppure una spina fu risparmiata alla mia gemente Umanità, né un chiodo, ma non come le spine, i chiodi, i flagelli che soffrii nella Passione che mi diedero le creature, che non si moltiplicavano, quanti me ne mettevano, tanti ne restavano; invece, quelli della mia Divinità si moltiplicavano ad ogni offesa, sicché tante spine per quanti pensieri cattivi, tanti chiodi per quante opere indegne, tanti colpi per quanti piaceri, tante pene per quanta diversità di offese; perciò erano mari di pene, spine, chiodi e colpi innumerevoli.  Innanzi alla Passione che mi diede la Divinità, la Passione che mi diedero le creature l’ultimo dei miei giorni non fu altro che ombra, immagine di ciò che mi fece soffrire la mia Divinità nel corso della mia Vita, perciò amo tanto le anime, sono vite che mi costano, sono pene inconcepibili a mente creata, perciò entra dentro della mia Divinità e vedi e tocca con mano ciò che soffrii.”

Io non so come mi trovavo dentro dell’immensità divina, ed ereggeva trono di giustizia per ogni creatura, a cui il dolce Gesù doveva rispondere per ogni atto di creatura, subirne le pene, la morte, pagare il fio di tutto; e Gesù come dolce agnellino restava ucciso dalle mani divine, per risorgere e subire altre morti.  Oh! Dio, oh! Dio, che pene straziante, morire per risorgere, e risorgere per sottoporsi a morte più straziante.  Io mi sentivo morire nel vedere ucciso il mio dolce Gesù, tante volte avrei voluto risparmiare una sola morte a Colui che tanto mi ama.  Oh! come comprendevo bene che solo la Divinità poteva far soffrire tanto il mio dolce Gesù, e poteva darsi il vanto di avere amato gli uomini fino alla follia e all’eccesso, con pene inaudite e con amore infinito.  Perciò, né all’angelo né all’uomo teneva in mano questo potere, di poter amarci con tanto eroismo di sacrifizio come un Dio.  Ma chi può dire tutto?  La mia povera mente nuotava in quel mare immenso di luce, di amore e di pene, e restavo come affogata senza saperne uscire; e se il mio amabile Gesù non mi tirava nel piccolo mare della sua santissima Umanità, in cui la mente non restava così inabissata senza poter vedere nessun confine, io non avrei potuto dire un acca. 

Onde, dopo ciò il mio dolce Gesù ha soggiunto:  “Figlia diletta, parto della mia Vita, vieni nella mia Volontà, viene a vedere quanto c’é da sostituire a tanti atti miei sospesi ancora, non sostituiti da parte delle creature.  La mia Volontà dev’essere in te come la prima ruota dell’orologio, se essa cammina tutte le altre ruote camminano e l’orologio segna le ore, i minuti, sicché tutto l’accordo sta nel moto della prima ruota, e se la prima ruota non ha moto, resta fermato.  Così la prima ruota in te dev’essere la mia Volontà, che deve dare il moto ai tuoi pensieri, al tuo cuore, ai tuoi desideri, a tutto, e siccome la mia Volontà è ruota di centro del mio Essere, della Creazione, e di tutto, il tuo moto uscendo da questo centro verrà a sostituire a tanti atti delle creature, che moltiplicandosi nei moti di tutti come moto di centro, verrà a deporre al mio Trono da parte delle creature gli atti loro, sostituendosi a tutto, perciò sii attenta, la tua missione è grande, è tutta divina.”