13-4-‘17   CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESÙ NELLA DIVINA VOLONTÀ

Tratta da: “Selezione di capitoli sulla Passione di nostro Signore dagli scritti di Luisa Piccarreta

VENTIQUATTRESIMA ORA – DALLE 4 ALLE 5 DEL POMERIGGIO - LA SEPOLTURA DI GESÙ.  MARIA SANTISSIMA DESOLATA

Ottobre 1914, Volume 11

…Un giorno stavo facendo l’ora quando la Celeste Mamma diede sepoltura a Gesù, ed io la seguii per tenerle compagnia nella sua amara desolazione per compatirla.  Questa non era solito di farla sempre, solo qualche volta, ora stavo indecisa se dovevo farla o no, e Gesù benedetto, tutto amore e come se mi pregasse mi ha detto:  “Figlia mia, non voglio che la tralasci, la farai per amor mio in onore della mia Mamma.  Sappi che ogni qualvolta tu la fai, la mia Mamma si sente come se stesse in persona in terra e ripetere la sua vita, e quindi riceve essa quella gloria ed amore che diede a Me sulla terra, ed Io sento come se stesse di nuovo la mia Mamma in terra, le sue tenerezze materne, il suo amore e tutta la gloria che Ella mi diede, quindi ti terrò in conto di madre.”

Onde, abbracciandomi, mi sentivo dire zitto zitto:  “Mamma mia, mamma.”  E mi suggeriva ciò che fece e soffrì in quest’ora la dolce Mamma, ed io la seguii, e d’allora in poi non l’ho più tralasciato aiutata dalla sua grazia.


16 Aprile 1927, Volume 21

Come la Vergine Santissima, nei suoi dolori trovava il segreto della forza nella Volontà Divina.

…Dopo di ciò stavo pensando al dolore quando la mia Mamma dolente e trafitta nel cuore si separò da Gesù, lasciandolo morto nel sepolcro e pensavo tra me:  “Come può essere possibile che ebbe tanta forza di lasciarlo.  E’ vero ch’era morto, ma era sempre il corpo di Gesù, come il suo amore materno non la consumò piuttosto per non farle dare un passo solo lontano da quel corpo estinto?  Eppure lo lasciò.  Che eroismo, che fortezza!”  Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù si è mosso nel mio interno e mi ha detto:  “Figlia mia, vuoi tu sapere come la mia Mamma ebbe la forza di lasciarmi?  Tutto il segreto della forza stava nella mia Volontà regnante in Lei.  Essa viveva di Volontà Divina, non umana e perciò conteneva la forza immensurabile.  Anzi tu devi sapere che quando la mia trafitta Mamma mi lasciò nel sepolcro, il mio Volere la teneva immersa in due mari immensi, l’uno di dolore e l’altro più esteso di gioie, di beatitudini e mentre quello del dolore le dava tutti i martiri, quello della gioia le dava tutti i contenti e la sua bell’anima mi seguì nel limbo e assistete alla festa che mi fecero tutti i patriarchi, i profeti, suo padre e sua madre, il nostro caro San Giuseppe; il limbo diventò Paradiso con la mia presenza ed Io non potetti farne a meno di fare partecipe Colei che mi era stata inseparabile nelle mie pene, di farla assistere a questa prima festa delle creature e fu tanta la sua gioia, che ebbe la forza di separarsi dal mio corpo, ritirandosi e aspettando il compimento della mia Risurrezione come compimento della Redenzione.  La gioia la sosteneva nel dolore ed il dolore la sosteneva nella gioia.  Chi possiede il mio Volere non può mancare né forza, né potenza, né gioia, ma tutto tiene a sua disposizione.  Non lo sperimenti in te stessa quando sei priva di Me e ti senti consumare?  La luce del Fiat Divino forma il suo mare, ti felicita e ti dà la vita.”


24 Novembre 1923, Volume 16

La storia della Divina Volontà.  Come la Vergine per l’opera della Redenzione fece suoi tutti gli atti della Divina Volontà e preparò il cibo ai suoi figli, anche Luisa deve farlo per l’opera del Fiat Voluntas Tua.

Stavo facendo l’ora della passione quando la mia Mamma addolorata ricevette il suo morto Figlio nelle sue braccia, e lo  depose nel sepolcro, e nel mio interno dicevo:  “Mamma mia, insieme con Gesù ti metto nelle tue braccia tutte le anime, affinché tutte le riconosca per tuoi figli, ad uno ad uno li scriva nel tuo cuore, li deponga nelle piaghe di Gesù; sono i figli del tuo dolore immenso, e tanto basta perché li riconosca e ami, ed io voglio mettere tutte le generazioni nella Volontà Suprema, affinché nessuno vi manchi, e a nome di tutti vi do conforti, compatimenti e sollievi divini.”  Ora, mentre ciò dicevo, il mio dolce Gesù si è mosso nel mio interno e mi ha detto:  “Figlia mia, se sapessi quale fu il cibo con cui alimentò tutti questi figli la mia dolente Mamma.”

Ed io:  “Quale fu, o mio Gesù?”  E Lui di nuovo:  “Siccome tu sei la mia piccina, scelta da Me per la missione del mio Volere e vivi in quel Fiat in cui fosti creata, voglio farti sapere la storia del mio Eterno Volere, le sue gioie ed i suoi dolori, i suoi effetti, il suo valore immenso, ciò che fece, ciò che ricevette, e chi prese a cuore la sua difesa.  I piccoli sono più attenti ad ascoltarmi perché non hanno la mente ripiena d’altre cose, sono come digiuni di tutto, e se si vuol dare altro cibo fanno schifo, perché essendo piccini sono abituati a prendere il solo latte della mia Volontà, che più che madre amorosa li tiene attaccati al suo divin petto per alimentarli abbondantemente, ed essi stanno con le boccucce aperte ad aspettare il latte dei miei insegnamenti, ed Io mi diverto molto; oh! com’è bello vederli ora sorridere, ora gioire e ora piangere nel sentirmi narrare la storia della mia Volontà!  Dunque, l’origine della mia Volontà è eterna, mai entrò il dolore in Essa; tra le Divine persone questa Volontà era in somma concordia, anzi una sola; in ogni atto che emetteva fuori, tanto ad intra quanto ad extra, ci dava infinite gioie, nuovi contenti, felicità immensa, e quando volemmo uscire fuori la macchina della Creazione, quanta gloria, quant’armonie e onore non ci diede?  Come si sprigionò il Fiat, questo Fiat diffuse la nostra bellezza, la nostra luce, la nostra potenza, l’ordine, l’armonia, l’amore, la santità, tutto, e Noi restammo glorificati dalle stesse virtù nostre, vedendo per mezzo del nostro Fiat la fioritura della nostra Divinità adombrata in tutto l’universo.  Il nostro Volere non si arrestò, gonfio d’amore come stava volle creare l’uomo, e tu sai la storia di esso, perciò passo avanti. 

Ah! fu proprio lui che recò il primo dolore al mio Volere, cercò d’amareggiare Colui che tanto lo amava, che lo aveva reso felice.  Il mio Volere pianse più che tenera madre, piange il suo figlio storpio e cieco solo perché si è sottratto dalla Volontà della madre; il mio Volere voleva essere il primo agente nell’uomo, non per altro che per dargli nuove sorprese d’amore, di gioie, di felicità, di luce, di ricchezze, voleva sempre dare, ecco perciò voleva agire, ma l’uomo volle fare la sua volontà e la ruppe con la Divina; mai l’avesse fatto! il mio Volere si ritirò, e lui precipitò nell’abisso di tutti i mali.  Ora, per rannodare di nuovo queste due Volontà, ci voleva uno che contenesse in sé una Volontà Divina e perciò, Io, Verbo Eterno, amando con un amore eterno quest’uomo, decretammo fra le Divine Persone che prendessi umana carne per venire a salvarlo e rannodare le due Volontà spezzate.  Ma dove scendere?  Chi doveva essere colei che doveva prestare la sua carne al suo Creatore?  Ecco perciò scegliemmo una creatura, ed in virtù dei meriti previsti del futuro Redentore fu esentata dalla colpa di origine, il suo volere ed il Nostro furono uno solo, fu questa Celeste Creatura che comprese la storia della nostra Volontà; Noi, come a piccina tutto le narrammo, il dolore del nostro Volere e come l’uomo ingrato con lo spezzare la sua volontà con la Nostra, aveva ristretto il nostro Volere nella cerchia divina, come inceppandolo nei suoi disegni, impedendo che potesse comunicargli i suo beni, e lo  scopo per cui era stato creato; per Noi il dare è felicitarci e rendere felice chi da Noi riceve, è arricchire senza impoverire, è dare ciò che Noi siamo per natura e formarlo nella creatura per grazia, è uscire da Noi per dare ciò che possediamo; col dare il nostro amore si sfoga, il nostro Volere fa festa; se non dovevamo dare, a che pro formare la Creazione? 

Sicché, solo il non poter dare ai nostri figli, alle nostre care immagini, era come un lutto per la nostra Suprema Volontà; solo nel vedere l’uomo operare, parlare, camminare, senza il connesso del nostro Volere, perché da lui spezzato, e che dovevano correre a lui se era con Noi correnti di grazie, di luce, di santità, di scienza, ecc., e non potendolo, il nostro Volere si atteggiava a dolore; in ogni atto di creatura era un dolore, perché vedevamo quell’atto vuoto del valore divino, privo di bellezza e di santità, tutto dissimile dagli atti nostri.  Oh! come comprese la Celeste Piccina questo nostro sommo dolore ed il gran male dell’uomo nel sottrarsi dal nostro Volere, oh! quante volte Lei pianse a calde lacrime per il nostro dolore e per la sua grande sventura, e perciò Lei, temendo, non volle concedere neppure un atto di vita alla sua volontà, perciò si mantenne piccola, perché il suo volere non ebbe vita in Lei, come poteva farsi grande?  Ma ciò che non fece Essa, fece il nostro Volere:  La crebbe tutta bella, santa, divina; la arricchì tanto, che la fece la più grande di tutti, era un prodigio del nostro Volere, prodigio di grazia, di bellezza, di santità, ma Essa si mantenne sempre piccola, tanto che non scendeva mai dalle nostre braccia, e preso a petto suo la nostra difesa, ricambiò tutti gli atti dolenti del Supremo Volere, e non solo stava Lei tutta in ordine alla nostra Volontà, ma fece suoi tutti gli atti delle creature, assorbendo in Sé tutta la nostra Volontà respinta da loro, la riparò, l’amò, e tenendola come a deposito nel suo cuore verginale, preparò il cibo della nostra Volontà a tutte le creature. 

Vedi dunque con quale cibo alimenta i suoi figli questa Madre amantissima?  Le costò tutta la sua vita, pene inaudite, la stessa Vita del Figlio suo, per fare in Lei il deposito abbondante di questo cibo della mia Volontà, per tenerlo pronto per alimentare tutti i suoi figli qual Madre tenera e amorosa, Lei non poteva amare di più i suoi figli, col dar loro questo cibo il suo amore era giunto all’ultimo grado, sicché, a tanti titoli che Essa tiene, il più bel titolo che si le potesse dare, è di Madre e Regina della Volontà Divina.”

Ora figlia mia, se ciò fece la mia Mamma per l’opera della Redenzione, anche tu per l’opera del Fiat Voluntas tua, la tua volontà non deve avere vita in te, e facendo tuoi tutti gli atti della mia Volontà di ciascuna creatura, li deponi in te, e mentre a nome di tutti contraccambierai la mia Volontà, formerai in te tutto il cibo necessario per alimentare tutte le generazioni col cibo della mia Volontà.  Ogni detto, ogni effetto, ogni conoscenza in più di Essa, sarà un gusto di più che troveranno in questo cibo, in modo che con avidità lo mangeranno; tutto ciò che ti dico sul mio Volere, servirà a stuzzicare l’appetito e a fare che nessun altro cibo prendano a costo di qualunque sacrifizio.  Se si dicesse che un cibo è buono, restituisce le forze, sana gli infermi, contiene tutti i gusti, anzi dà la vita, l’abbellisce, la felicita; chi non farebbe qualunque sacrifizio per prendere questo cibo?  Tale sarà della mia Volontà, per farla amare, desiderare, è necessaria la conoscenza, perciò sii attenta, ricevi in te questo deposito del mio Volere, affinché qual seconda Madre prepari il cibo ai nostri figli, così imiterai la mia Mamma.  Ti costerà anche a te, ma a rispetto della mia Volontà qualunque sacrifizio ti sembrerà nulla.  Falla da piccina, non scendere mai dalle mie braccia, ed Io continuerò a narrarti la storia della mia Volontà.”

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27 Gennaio 1919, Volume 12

Le tre ferite mortali del cuore di Gesù.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù, nel venire, mi faceva vedere il suo adorabile cuore tutto pieno di ferite che scaturivano fiumi di sangue, e tutto dolente mi ha detto:  “Figlia mia, tra tante ferite che contiene il mio cuore, vi sono tre ferite che mi danno pene mortali e tale acerbità di dolore, da sorpassare tutte le altre ferite insieme, e queste sono:  Le pene delle mie anime amanti.  Quando veggo un’anima tutta mia soffrire per causa mia, torturata, conculcata, pronta a soffrire anche la morte più dolorosa per Me, Io sento le sue pene come se fossero mie e forse di più ancora.  Ah! l’amore sa aprire squarci più profondi, tanto da non far sentire le altre pene.  In questa prima ferita entra per prima la mia cara Mamma, oh! come il suo cuore trafitto per causa delle mie pene traboccava nel mio, e ne sentiva al vivo tutte le sue trafitture e, nel vederla morente e non morire per causa della mia morte, Io sentivo nel mio lo strazio, la crudezza del suo martirio, e sentivo le pene della mia morte che sentiva il cuore della mia cara Mamma, ed il mio cuore ne moriva insieme, sicché tutte le mie pene unite insieme innanzi alle pene della mia Mamma, sorpassavano tutto; era giusto che la mia Celeste Mamma avesse il primo posto nel mio cuore, tanto nel dolore quanto nell’amore, perché ogni pena sofferta per amor mio, aprivano mari di grazie e di amore, che si riversavano nel suo cuore trafitto; in questa ferita entrano tutte le anime che soffrono per causa mia e per solo amore, in questa entri tu, e quantunque tutti mi offendessero e non mi amassero, Io trovo in te l’amore che può supplirmi per tutti, e perciò, quando le creature mi cacciano, mi costringono a farmi fuggire da loro, Io lesto lesto vengo a rifugiarmi in te come a mio nascondiglio, e trovando il mio amore, non il loro, e penante solo per Me, dico:  Non mi pento di aver creato cielo e terra, e d’avere tanto sofferto.  Un’anima che mi ama e che pena per Me è tutto il mio contento, la mia felicità, il mio compenso di tutto ciò che ho fatto, e mettendo come da parte tutto il resto, mi delizio e scherzo con lei. 

Però, questa ferita d’amore nel mio cuore, mentre è la più dolorosa, da sorpassare tutto, contiene due effetti nel medesimo tempo:  Mi dà intenso dolore e somma gioia, amarezza indicibile e dolcezza indescrivibile, morte dolorosa e vita gloriosa.  Sono gli eccessi del mio amore, inconcepibili a mente creata; e difatti, quanti contenti non trovava il mio cuore nei dolori della mia trafitta Mamma?

La seconda ferita mortale del mio cuore è l’ingratitudine.  La creatura coll’ingratitudine, chiude il mio cuore, anzi lei stessa vi mena la chiave a doppie girate, ed il mio cuore ne gonfia perché vuol versare grazie, amore, e non può, perché la creatura me l’ha chiuso e vi ha messo il sugello coll’ingratitudine, ed Io vo in delirio, smanio senza speranza che questa ferita mi sia rimarginata, perché la ingratitudine me la va sempre inasprendo, dandomi pena mortale.

La terza è l’ostinazione.  Che ferita mortale al mio cuore; l’ostinazione è la distruzione di tutti i beni che ho fatto verso la creatura; è la firma di dichiarazione che mette la creatura di non più conoscermi, di non appartenermi più, è la chiave dell’inferno, cui la creatura va a precipitarsi; ed il mio cuore ne sente lo strappo, mi si fa in pezzi, e mi sento portar via uno di quei pezzi.  Che ferita mortale è l’ostinazione.

Figlia mia, entra nel mio cuore e prendi parte a queste mie ferite, compatisci il mio cuore straziato, soffriamo insieme e preghiamo.”  Io sono entrata nel suo cuore, come era doloroso, ma bello, soffrire e pregare con Gesù.


26 Febbraio 1922, Volume 14

Come Gesù ci copri di bellezza nella Redenzione.

Stavo pensando al gran bene che il benedetto Gesù ci ha fatto col redimerci, e Lui tutto bontà mi ha detto:  “Figlia mia, Io creai la creatura bella, nobile, di origine eterno e divino, piena di felicità e degna di Me; il peccato la rovinò da cima a fondo, la snobilitò, la deformò e la rese la creatura più infelice, senza poter crescere, perché il peccato le arrestava la crescenza e la copriva di piaghe, da mettere ribrezzo solo a vederla.  Ora, la mia Redenzione riscattò la creatura dalla colpa, e la mia Umanità non fece altro che come una tenera madre col suo neonato, che non potendo prendere altro cibo per dare la vita al suo bimbo, si apre il seno ed attacca al suo petto il suo bimbo, e dal suo sangue convertito in latte gli somministra l’alimento per dargli la vita. 

Più che madre la mia Umanità si fece aprire in sé stessa a colpi di sferze, tanti fori, quasi come tante mammelle, che mandavano fuori fiumi di sangue per fare che i miei figli, attaccandosi, potessero succhiare l’alimento per ricevere la vita e sviluppare la loro crescenza, e con le mie piaghe coprivo la loro deformità e li rendevo più belli di prima, e se nel crearli li creai cieli tersissimi e nobili, nella Redenzione li ornai tempestandoli di stelle fulgidissime delle mie piaghe per coprire le loro bruttezze e renderli più belli; alle loro piaghe e deformità Io attaccavo i diamanti, le perle, i brillanti delle mie pene, per nascondere tutti i loro mali e vestirli d’una magnificenza da superare lo stato della loro origine, perciò con ragione la Chiesa dice:  “Felice colpa”, perché con la colpa venne la Redenzione, e la mia Umanità non solo li alimentò col suo sangue, li vestì con la sua stessa Persona e li fregiò con la sua stessa bellezza, ma ora le mie mammelle sono sempre piene per alimentare i miei figli.  Quale non sarà la condanna di coloro che non vogliono attaccarsi per ricevere la vita e crescere, ed essere coperti delle loro deformità?”


12 Aprile 1928, Volume 24

Analogia tra l’Eden ed il Calvario. Non si forma un regno con un solo atto. Necessità della Morte e Resurrezione di nostro Signore.

Stavo facendo il mio giro nel Fiat Divino e accompagnavo il mio dolce Gesù nelle pene della sua passione e seguendolo nel Calvario, la mia povera mente si è soffermata a pensare alle pene strazianti di Gesù sulla croce, e Lui movendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, il Calvario è il nuovo Eden dove veniva restituito al genere umano ciò che perdette col sottrarsi dalla mia Volontà.  Analogia tra il Calvario e l’Eden:  Nell’Eden l’uomo perdette la grazia, sul Calvario l’acquista; nell’Eden gli fu chiuso il Cielo, perdette la sua felicità e si rese schiavo del nemico infernale, qui nel nuovo Eden, gli viene riaperto il Cielo, riacquista la pace, la felicità perduta e resta incatenato il demonio, e l’uomo libero dalla sua schiavitù; nell’Eden si oscurò e ritirò il Sole del Fiat Divino e per l’uomo fu sempre notte, simbolo del sole che si ritirò dalla faccia della terra nelle tre ore della mia tremenda agonia sulla croce, che non potendo sostenere lo strazio del suo Creatore, causa dell’umano volere che con tanta perfidia aveva ridotto la mia Umanità, il sole inorridito si ritirò, e come Io spirai, ricomparve di nuovo e continuò il suo corso di luce, così il Sole del mio Fiat, i miei dolori, la mia morte richiamarono di nuovo il Sole del mio Volere a regnare in mezzo alle creature. 

Sicché il Calvario formò l’aurora che chiamava il Sole del mio eterno Volere a splendere di nuovo in mezzo alle creature.  L’aurora dice certezza che deve uscire il sole, così l’aurora che formai nel Calvario, assicura, sebbene sono due mila anni circa, chiamerà il Sole del mio Volere a regnare di nuovo in mezzo alle creature; nell’Eden il mio amore restò sconfitto da parte di esse, qui trionfa e vince la creatura; nel primo Eden l’uomo riceve la condanna di morte all’anima e al corpo, nel secondo resta sciolto dalla condanna e viene riconfermata la resurrezione dei corpi con la resurrezione della mia Umanità.  Ci sono molti rapporti tra l’Eden ed il Calvario, e ciò che l’uomo là perdette, qui riacquista; nel regno dei miei dolori tutto vien ridato e riconfermato l’onore, la gloria della povera creatura, per mezzo delle mie pene e della mia morte.

L’uomo col sottrarsi dalla mia Volontà formò il regno dei suoi mali, delle sue debolezze, passioni e miserie, ed Io volli venire sulla terra, volli tanto soffrire, permisi che la mia Umanità fosse lacerata, strappate le carni a brandelli, tutta piena di piaghe, e volli anche morire per formare per mezzo di tante mie pene e morte, il regno opposto ai tanti mali che si era formato la creatura.  Per formare un regno non si forma con un solo atto, ma con molti e molti atti, e quanto più atti, tanto più grande e glorioso si rende un regno, sicché la mia morte era necessaria al mio amore, con la mia morte dovevo dare il bacio di vita alle creature, e dalle tante mie ferite dovevo far sbucare tutti i beni per formare il regno dei beni alle creature.  Quindi le mie piaghe sono sorgenti che sgorgano di beni, e la mia morte è sorgente da dove sgorga la vita a pro di tutti.

E come fu necessaria la morte, fu necessaria al mio amore la Resurrezione, perché l’uomo col fare la sua volontà perdette la vita del mio Volere, ed Io volli risorgere per formare non solo la resurrezione dei corpi, ma la resurrezione della vita della mia Volontà in essi, sicché se Io non avessi risorto, la creatura non poteva risorgere di nuovo nel mio Fiat, li mancherebbe la virtù, il vincolo della resurrezione nella mia, e quindi il mio amore si sentiva incompleto, si sentiva che poteva far di più e non lo faceva, onde sarei restato col duro martirio d’un amore non completato; che poi l’uomo ingrato non se ne serve di tutto ciò che ho fatto, il male e tutto è suo, ed il mio amore possiede e gode il suo pieno trionfo.”
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“TUTTO É CONSUMATO”…

9 Maggio 1912, Volume 11

Come ci possiamo consumare nell’amore.

Questa mattina trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando come ci possiamo consumare nell’amore, ed il benedetto Gesù nel venire mi ha detto:  “Figlia mia, se la volontà non vuole altro che Me solo, se l’intelletto non si occupa d’altro che a conoscere Me, se la memoria non si ricorda di altro che di Me, eccoti consumate le tre potenze dell’anima nell’amore.  Così dei sensi:  Se parla solo di Me, se sente solo ciò che riguarda Me, se si gustano le sole cose mie, se si opera e si cammina solo per Me, se il cuore ama Me solo, se i desideri desiderano solo Me, eccoti la consumazione nell’amore formata nei sensi.  Figlia mia, l’amore ha un dolce incanto e rende l’anima cieca a tutto ciò che non è amore, e la rende tutt’occhio a tutto ciò che è amore, sicché per chi ama, qualunque cosa la volontà incontra, se è amore, diventa tutt’occhio, se no, diventa cieca, stupida e non capisce nulla; così la lingua, se deve parlare d’amore si sente scorrere nella sua parola tanti occhi di luce e diventa eloquente, se no, diventa balbuziente e finisce coll’ammutilirsi; così di tutto il resto.”


21 Maggio 1913, Volume 11

Come si forma la vera consumazione.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, Io voglio la vera consumazione in te, non fantastica, ma vera, ma in modo semplice ed attuabile.  Supponi che ti venisse un pensiero che non è per Me, tu devi distruggerlo e sostituire il divino, e così avrai fatto la consumazione del pensiero umano ed avrai acquistato la vita del pensiero divino; così se l’occhio vuol guardare cosa che mi dispiace o che non si riferisce a Me, e l’anima si mortifica, ha consumato l’occhio umano e acquistato l’occhio della vita divina, e così il resto del tuo essere.  Oh! come queste novelle vite divine me le sento scorrere in Me e prendono parte a tutto il mio operare, le amo tanto queste vite, che per amor loro cedo a tutto.  Le prime sono qeste anime innanzi a Me, e se le benedico, attraverso di loro vengono benedetti gli altri, sono le prime beneficiate, amate, e per mezzo loro vengono beneficiati ed amati gli altri.”


7 Agosto 1918, Volume 12

La consumazione di Gesù nell’anima.

Mi lamentavo con Gesù della sua privazione e dicevo tra me:  “Tutto è finito, che giorni amari, il mio Gesù si è eclissato, si è ritirato da me; come posso più vivere?”  Mentre ciò ed altri spropositi dicevo, il mio sempre amabile Gesù, con una luce intellettuale che da Lui mi veniva, mi ha detto:  “Figlia mia, la mia consumazione sulla croce continua ancora nelle anime.  Quando l’anima è ben disposta e mi dà vita in sé, Io rivivo in lei come dentro della mia Umanità.  Le fiamme del mio amore mi bruciano, sento le smanie di attestarlo alle creature e di dire:  “Vedete quanto vi amo, non sono contento di avermi consumato sulla croce per amore vostro, ma voglio consumarmi in quest’anima per amore vostro, ché mi ha dato vita in sé.”  E perciò faccio sentire all’anima la consumazione della mia Vita in lei.  L’anima si trova come alle strette, soffre agonie mortali, non sentendo più la Vita del suo Gesù in lei si sente consumare.  Come sente mancare la mia Vita in lei, di cui era abituata a vivere, si dibatte, trema, quasi come la mia Umanità sulla croce quando la mia Divinità, sottraendole la forza la lasciò morire.  Questa consumazione nell’anima non è umana, ma tutta divina, ed Io sento la soddisfazione come un’altra mia Vita Divina si fosse consumata per amore mio, come difatti non è la sua vita che si è consumata, ma la mia che più non sente, più non vede, e le sembra che Io sia morto per lei.  Ed alle creature rinnovo gli effetti della mia consumazione e all’anima le raddoppio la grazia e la gloria, sento il dolce incanto, le attrattive della mia Umanità, che mi faceva fare quello che Io volevo.  Perciò lasciami fare anche tu ciò che voglio in te, lasciami libero, ed Io svolgerò la mia Vita.”…


“Padre, nelle Tue mani raccomando il mio spirito”…

16 Ottobre 1921, Volume 13

Come fu concepito Gesù, così faceva rinascere tutte le creature in Lui, e le partorì sulla Croce, nell’ultimo anelito della sua Vita.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere che da dentro la sua santissima Umanità uscivano tutte le creature, e tutto tenerezza mi ha detto:  “Figlia mia, guarda il gran prodigio dell’incarnazione, come fui concepito e si formò la mia Umanità, così facevo rinascere tutte le creature in Me, sicché nella mia Umanità, mentre rinascevano in Me, sentivo tutti i loro atti distinti, nella mente contenevo ciascun pensiero di creatura, buoni e cattivi, i buoni li confermavo nel bene, li circondavo con la mia grazia, li investivo con la mia luce, affinché rinascendo dalla santità della mia mente fossero degni parti della mia intelligenza; i cattivi, poi, li riparavo, ne facevo la penitenza, moltiplicavo i miei pensieri all’infinito per dare la gloria al Padre di ciascun pensiero delle creature.  Nei miei sguardi, nelle mie parole, nelle mie mani, nei miei piedi, e fin nel mio cuore, contenevo gli sguardi, le parole, le opere, i passi, i cuori di ciascuno, e rinascendo in Me tutto restava confermato nella santità della mia Umanità, tutto riparato e per ogni offesa soffrii una pena speciale.  Ed avendoli fatti rinascere tutti in Me, li portai in Me tutto il tempo della mia Vita, e sai quando li partorii?  Li partorii sulla croce, nel letto dei miei acerbi dolori tra atroci spasimi, nell’ultimo anelito della mia Vita, e come Io morii, così rinascevano loro alla novella vita, tutti suggellati ed improntati di tutto l’operato della mia Umanità; non contento di averli fatto rinascere, a ciascuno davo tutto ciò che avevo fatto per tenerli difesi ed al sicuro.  Vedi che santità contiene l’uomo?  La santità della mia Umanità, mai poteva mettere alla luce figli indegni e dissimili da Me, perciò amo tanto l’uomo, perché è parto mio; ma l’uomo è sempre ingrato e giunge a non conoscere il Padre che lo ha partorito con tanto amore e dolore.”

Dopo ciò si faceva vedere tutto in fiamme, e Gesù restava bruciato e consumato in quelle fiamme, e non si vedeva più, non si vedeva altro che fuoco, ma poi si vedeva rinascere di nuovo, e poi restava un’altra volta consumato nel fuoco.  Onde ha soggiunto:  “Figlia mia, Io brucio, l’amore mi consuma, è tanto l’amore, le fiamme che mi bruciano, che muoio d’amore per ciascuna creatura.  Non fu di solo pene che morii, ma le morti d’amore sono continue, eppure non vi è chi mi dia per refrigerio il suo amore.”

 

VENTITREESIMA ORA - DALLE 3 ALLE 4 DEL POMERIGGIO - GESÙ MORTO È TRAPASSATO CON UN COLPO DI LANCIA.  LA DEPOSIZIONE DALLA CROCE

4 Luglio 1910, Volume 9

Grandezza e sublimità della morte.

“…Sono sei ore della mia Passione che diedi agli uomini per bene morire, le tre dell’orto furono per aiuto dell’agonia, le tre della croce per aiuto all’ultimo anelito della morte.  Dopo questo, chi non deve guardare la morte con sorriso?  Molto più per chi mi ama, per chi cerca di sacrificarsi sulla mia stessa croce.  Vedi com’è bella la morte e come le cose si cambiano?  In vita fui disprezzato, gli stessi miracoli non fecero gli effetti della mia morte; fin sulla croce ci furono insulti, ma non appena spirato, la morte ebbe la forza di cambiare le cose, tutti si percotevano il petto, confessandomi per vero Figlio di Dio, gli stessi miei discepoli presero coraggio, ed anche quegli occulti si fecero arditi e domandarono il mio corpo, dandomi onorevole sepoltura; Cielo e terra a piena voce mi confessarono Figlio di Dio.  La morte è qualcosa di grande, di sublime; e questo succede anche per i miei stessi figli:  In vita disprezzati, conculcati, quelle stesse virtù, che come luce dovrebbero guizzare chi li circondano, restano mezzo velate; i loro eroismi nel patire, le loro abnegazioni, il loro zelo per le anime, gettano chiarezze e dubbi nei circostanti, ed Io stesso permetto questi veli per conservare con più sicurezza la virtù dei miei cari figli.  Ma non appena muoiono, questi veli, non essendo più necessari, Io li ritiro, e i dubbi si fanno certezze, la luce si fa chiara, e questa luce fa apprezzare i loro eroismo, si fanno stima di tutto, ed anche delle cose più piccole, sicché ciò che non si può fare in vita, supplisce la morte.  E questo per quello che succede di qua; e per quello che succede di là è proprio sorprendente ed invidiabile a tutti i mortali.”

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12 Marzo 1923, Volume 15

Privazione di Gesù e effetto che essa produce.  Come Gesù soffri la privazione della Divinità.

Mi sentivo morire di pena per la privazione del mio dolce Gesù, e se viene è come lampo che sfugge; onde non potendone più ed avendo di me compassione, è uscito da dentro il mio interno, ed io appena visto gli ho detto:  “Amor mio, che pena, mi sento morire senza di Te, ma morire senza morire, che è la più dura delle morti, io non so come la bontà del tuo cuore può sopportare nel vedermi solo per causa tua in stato di morte continua.”

E Gesù:   “Figlia mia, coraggio, non ti abbattere troppo, non sei sola nel soffrire questa pena, ma anch’Io la soffrii, come pure la mia cara Mamma, oh! quanto più dura della tua, quante volte la mia gemente Umanità, sebbene era inseparabile dalla Divinità, pure per dare luogo all’espiazione, alle pene, essendo queste intangibile per Lei, Io rimanevo solo, e la Divinità come appartata da Me.   Oh! come la sentivo questa privazione, ma ciò era necessario.   Tu devi sapere che quando la Divinità mise fuori l’opera della Creazione, mise anche fuori tutta la gloria, tutti i beni e felicità che ciascuna creatura doveva ricevere, non solo in questa vita ma pure nella patria celeste.   Ora, tutta la parte che toccava alle anime perdute rimaneva sospesa, non aveva a chi darsi; ond’Io dovendo completare tutto ed assorbire tutto in Me, mi esibii a soffrire la privazione che gli stessi dannati soffrono nell’inferno.   Oh! quanto mi costò questa pena, mi costò pena d’inferno e morte spietata, ma era necessario.   Dovendo assorbire tutto in Me, tutto ciò che uscì da Noi nella Creazione, tutta la gloria, tutti i beni e felicità, per farli uscire da Me di nuovo in campo per tutti quelli che volessero fruirne, dovevo assorbire tutte le pene e la stessa privazione della mia Divinità, ora, tutti questi beni assorbiti in Me dell’opera della Creazione tutta, essendo Io il capo da cui ogni bene discende su tutte le generazioni, vo trovando anime che mi somiglino nelle pene, nelle opere, per poter partecipare tanta gloria e felicità che la mia Umanità contiene, e siccome non tutte le anime vogliono fruirne, né tutte sono vuote di loro stesse e delle cose di quaggiù per potermi far conoscere e poi sottrarmi, ed in questi vuoti di loro stesse e della mia conoscenza acquistata formare questa pena della mia privazione, e nella privazione che soffre viene ad assorbire in lei questa gloria della mia Umanità che altri respingono, se Io non fosse stato quasi sempre con te, tu non mi avresti conosciuto né amato, e questo dolore della mia privazione tu non lo sentivi né potevi formarsi in te, in te mancherebbe il seme e l’alimento di questo dolore.   Oh! quante anime sono prive di Me, e forse sono anche morte, queste si dolgono se son prive d’un piccolo piacere, d’una bagattella qualsiasi, ma prive di Me non hanno nessun dolore e neppure un pensiero, sicché questo dolore dovrebbe consolarti, perché ti porta il certo segno che son venuto da te e che mi hai conosciuto, e che il tuo Gesù vuol mettere in te la gloria, i beni, la felicità che gli altri respingono.”

 

VENTIDUESIMA ORA - DALLE 2 ALLE 3 DEL POMERIGGIO - TERZA ORA DI AGONIA SULLA CROCE.  QUINTA, SESTA E SETTIMA PAROLA DI GESÙ.  LA MORTE DI GESÙ

“HO SETE!”…

4 Luglio 1910, Volume 9

L’agonia dell’orto fu in modo speciale per aiuto ai moribondi, l’agonia della croce fu per aiuto dell’ultimo punto, proprio per l’ultimo respiro.

Continuando il mio solito stato pieno di privazioni e d’amarezza, stavo pensando all’agonia di Nostro Signore, ed il Signore mi disse:  “Figlia mia, volli soffrire in modo speciale l’agonia dell’orto, per dare aiuto a tutti i moribondi a ben morire.  Vedi bene come si combina la mia agonia con l’agonia dei cristiani:  Tedi, tristezze, angoscie, sudore di sangue; sentivo la morte di tutti e di ciascuno, come se realmente morissi per ciascuno in particolare, quindi sentivo in Me i tedi, le tristezze, le angosce di ciascuno, ed a tutti prestavo con le mie, aiuto, conforto, speranza, per fare che come Io sentivo le loro morti in Me, così loro potessero avere grazia di morire tutti in Me, come dentro d’un solo fiato, col mio fiato, e subito beatificarli con la mia Divinità.

Se l’agonia dell’orto fu in modo speciale per i moribondi, l’agonia della croce fu per aiuto dell’ultimo punto, proprio per l’ultimo respiro.  Tutte e due sono agonie, ma una diversa dall’altra:  L’agonia dell’orto, piena di tristezze, di timori, d’affanni, di spaventi; l’agonia della croce, piena di pace, di calma imperturbabile, e se gridai ho sete, era sete insaziabile che tutti potessero spirare nel mio ultimo respiro; e vedendo che molti uscivano da dentro il mio ultimo respiro, per il dolore gridai ‘sitio!’, e questo sitio continuo ancora a gridare a tutti ed a ciascuno, come campanello alla porta d’ogni cuore:  “Ho sete di te, oh! anima.  Deh! non uscire da Me, ma entra in Me e spira con Me.”…


20 Aprile 1938, Volume 36

Come il ‘sitio’ di Gesù sulla croce, continua ancora a gridare ad ogni cuore:  “Ho sete.” 

Il mio volo continua nel Voler Divino, e sento il bisogno di far mio tutto ciò che ha fatto, mettervi il mio piccolo amore, i miei baci affettuosi, le mie adorazioni profonde, il mio grazie per tutto ciò che ha fatto e sofferto per me e per tutti, ed essendo giunta al punto quando il mio caro Gesù fu crocifisso ed innalzato in croce tra spasimi atroci e pene inaudite, con accento tenero e compassionevole, che si sentiva spezzare il cuore, mi ha detto:  “Figlia mia buona, la pena che più mi trafisse sulla croce fu la mia sete ardente, mi sentivo bruciare vivo, tutti gli umori vitali erano usciti dalle mie piaghe, cui come tante bocche bruciavano e sentivano una sete ardente, che volevano dissetarsi, tanto, che non potendo contenermi gridai:  “Sitio!”  Questo sitio, rimase sempre in atto di dire:  “Ho sete.”  Non finisco mai di dirlo, con le mie piaghe aperte e con la mia bocca bruciata dico sempre:  “Io brucio, ho sete, deh! dammi una gocciolina del tuo amore per darmi un piccolo refrigerio alla mia sete ardente.”  Sicché in tutto ciò che fa la creatura, Io le ripeto sempre con la mia bocca aperta e bruciata:  “Dammi da bere, ho sete ardente.”  E siccome la mia Umanità slogata, piagata, aveva un solo grido:  “Ho sete!” perciò, come la creatura cammina, Io grido ai suoi passi con la mia bocca arsa:  “Dammi i tuoi passi fatti per mio amore per dissetarmi.”  Se opera, le chiedo le sue opere fatte solo per mio amore per refrigerio della mia sete ardente; se parla, le chiedo le sue parole; se pensa, le chiedo i suoi pensieri, come tante goccioline d’amore per ristoro della mia sete ardente.  Non era la mia sola bocca che bruciava, ma tutta la mia Santissima Umanità sentiva l’estremo bisogno d’un bagno di refrigerio al fuoco ardente d’amore che mi bruciava, e siccome era per la creatura che Io bruciavo in mezzo a pene strazianti, perciò loro solo potevano, col loro amore, smorzare la mia sete ardente e darmi il bagno di refrigerio alla mia Umanità. 

Ora, questo grido: “Sitio”, lo lasciai nella mia Volontà, e prendeva l’impegno di farlo sentire in ogni istante alle orecchie delle creature, per muoverle a compassione della mia sete ardente, per dare a loro il mio bagno d’amore e ricevere il loro bagno d’amore, ancorché fossero piccole goccioline, per ristoro della sete che mi divora, ma chi mi ascolta?  Chi ha di Me compassione?  Solo chi vive nella mia Volontà, tutti gli altri fanno i sordi, e forse accrescono con le loro ingratitudini la mia sete, che mi rende irrequieto, senza speranza di ristoro.  E non solo il mio sitio, ma tutto ciò che feci e dissi, nella mia Volontà sto sempre in atto di dire alla mia Mamma dolente:  “Madre, ecco i figli tuoi.”  E la metto al loro fianco per aiuto, per guida, per farla amare da figli, ed Essa in ogni istante si sente mettere dal Figlio suo al fianco dei suoi figli, ed oh! come li ama da Mamma, e dà a loro la sua Maternità, per farmi amare come Lei mi ama, non solo, ma col dare la sua Maternità mette il perfetto amore tra le creature, affinché si amino tra loro con amore materno, che è amore di sacrifizio, di disinteresse e costante.  Ma chi riceve tutto questo bene?  Chi vive nel nostro Fiat sente la Maternità della Regina, Lei, si può dire, mette in bocca ai suoi figli il cuore materno, affinché succhino e ricevano la Maternità del suo amore, le sue dolcezze e tutte le sue doti, di cui è arricchito il suo materno cuore.

Figlia mia, chi vuol trovarci, chi vuol ricevere tutti i nostri beni e la stessa Madre mia, deve entrare nella nostra Volontà e deve rimanervi dentro, Essa non solo ci è Vita, ma forma intorno a Noi, con la sua immensità, la nostra abitazione, in cui mantiene tutti i nostri atti, parole e tutto ciò che siamo, sempre in atto.  Le cose nostre non escono dalla nostra Volontà, chi le vuole si deve contentare di far vita insieme con Essa, e allora tutto è suo, nulla le viene negato, e se vogliamo darle e non vive nel nostro Volere, non le apprezzerà, non le amerà, non si sentirà il diritto di farle sue, e quando le cose non si fanno proprie, l’amore non sorge e muore.”…

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22 Marzo 1938, Volume 35

L’ultima spia d’amore nel punto della morte.

“…La nostra Bontà, il nostro Amore è tanto, che tentiamo tutte le vie, usiamo tutti i mezzi per strapparlo dal peccato, per metterlo in salvo, e se non ci riusciamo in vita, facciamo l’ultima sorpresa d’amore nel punto della morte.  Or, tu devi sapere che in quel punto è l’ultima spia d’amore che facciamo alla creatura, e la corrediamo di grazie, di luce, di bontà; ci mettiamo tali tenerezze d’amore, da ammollire e vincere i cuori più duri, e quando la creatura si trova tra la vita e la morte, tra il tempo che finisce e sta per incominciare l’Eternità, quasi nell’atto che l’anima sta per uscire dal corpo, Io, il tuo Gesù, mi faccio vedere con una amabilità che rapisce, con una dolcezza che incatena e raddolcisce le amarezze della vita, specie di quel punto estremo; poi, il mio sguardo, la guardo, ma con tanto amore da strapparle un atto di dolore, un atto d’amore, un’adesione alla mia Volontà.  Ora, in quel punto di disinganno, nel vedere, nel toccare con mano quanto le abbiamo amato e amiamo, sentono tale dolore che si pentono di non averci amato, e riconoscono la nostra Volontà come principio e compimento della loro vita, e come soddisfazione accettano la morte, per compiere un atto di nostra Volontà.  Perché tu devi sapere che se la creatura non facesse neppure un atto di Volontà di Dio, le porte del Cielo non vengono aperte, né viene riconosciuta come erede della patria celeste, né gli angeli e i santi la possono ammettere fra loro, né lei vorrebbe entrarci, perché conoscerebbe che non le appartiene.  Perciò senza della nostra Volontà non vi è né Santità vera, né salvezza, e quanti ne vengono salvati in virtù di questa nostra spia tutta d’amore, meno che i più perversi e ostinati, sebbene converrà loro fare la lunga tappa del purgatorio.  Perciò il punto della morte è la nostra pesca giornaliera, il ritrovamento dell’uomo smarrito.”

Dopo ha soggiunto:  “Figlia mia, il punto della morte è l’ora del disinganno, e tutte le cose si presentano in quel punto, l’una dopo l’altra, per dirle addio, la terra per te è finita, incomincia per te l’eternità.  Succede per la creatura come quando si trova chiusa in una stanza, e le vien detto:  “Dietro a questa stanza vi è un’altra stanza, nella quale vi è Dio, il paradiso, il purgatorio, l’inferno, insomma l’eternità.”  Ma essa nulla vede; se le sente asserire dagli altri, e siccome quelli che le dicono neppure le veggono, le dicono in modo quasi da non farsi credere, non dando una grande importanza da far credere realtà, certezza, ciò che dicono in parole.  Ora, un bel giorno cadono le mura, e vede con gli occhi ciò che prima le dicevano; vede il suo Dio Padre, che con tanto amore la ha amato; i benefizi, uno per uno che le ha fatto, e lesi tutti i diritti di amore che gli doveva; come la sua vita era di Dio, non sua.  Tutto le si fa davanti, eternità, paradiso, purgatorio, inferno; la terra le sfugge, i piaceri le voltano le spalle, tutto sparisce, e solo le è presente ciò che sta in quella stanza di cui sono cadute le mura, qual è l’eternità.  Che cambiamento succede per la povera creatura.  La mia Bontà è tanta che voglio tutti salvi, che permetto che queste mura cadano quando le creature si trovano tra la vita e la morte, tra l’uscire l’anima dal corpo per entrare nell’eternità, affinché almeno mi facciano un atto di dolore e di amore, e riconoscano la mia Volontà adorabile sopra di loro.  Posso dire che do loro un’ora di verità, per metterle in salvo.  Oh! se tutti sapessero le mie industrie d’amore che faccio nell’ultimo punto della vita, affinché non mi sfuggano dalle mie mani più che paterne, non aspetterebbero quel punto, ma mi amerebbero per tutta la vita.”


“DONNA, ECCO TUO FIGLIO.  FIGLIO, ECCO TUA MADRE”…

18 Dicembre 1920, Volume 12

Contraccambio d’amore e di ringraziamento per tutto quello che Dio operò nella Mamma Celeste.

Stavo tutta afflitta senza del mio Gesù, e mentre pregavo me l’ho sentito vicino, che mi diceva:  “Ah figlia mia, le cose peggiorano, quale turbine entrerà per sconvolgere tutto, regnerà quanto dura una turbine e finirà come finisce la turbine.  Al governo italiano gli manca il terreno sotto dei piedi e non sa dove deve andare a parare.  Giustizia di Dio!”

Dopo ciò mi son sentita fuori di me stessa, e mi son trovata insieme col mio dolce Gesù, ma tanto stretta con Lui e Lui con me, che quasi non potevo vedere la sua Divina Persona; ed io non so come ho detto:  “Mio dolce Gesù, mentre sono avvinta a Te voglio attestarti il mio amore, la mia gratitudine e tutto ciò che la creatura è in dovere di fare, per avere creato la nostra Regina Mamma Immacolata, la più bella, la più santa, ed un portento di grazia, arricchendola di tutti i doni e facendola anche nostra Madre.  E questo lo faccio a nome delle creature passate, presenti e future; voglio prendere al volo ciascun atto di creatura, parola, pensiero, palpito e passo, ed in ciascuno di essi dirti che ti amo, ti ringrazio, ti benedico, ti adoro, per tutto ciò che hai fatto alla mia e tua Celeste Mamma.”  Gesù ha gradito il mio atto, ma tanto che mi ha detto:  “Figlia mia, con ansia aspettavo questo tuo atto a nome di tutte le generazioni.  La mia giustizia, il mio amore ne sentivano il bisogno di questo contraccambio, perché grandi sono le grazie che scendono su tutti per avere tanto arricchito la mia Mamma; eppure non hanno mai una parola, un grazie da dirmi.”…


10 Ottobre 1925, Volume 18

La Santissima Vergine ripete all’anima che vive nella Divina Volontà, ciò che fece a suo Figlio.

…Onde dopo vedevo la mia Mamma Celeste col bambino Gesù fra le braccia, che se lo baciava e metteva al suo petto per dargli il suo purissimo latte, ed io le ho detto:  “Mamma mia, e a me nulla mi dai?  Deh! permettimi almeno che metta il mio ti amo tra la tua bocca e quella di Gesù mentre vi baciate, affinché in tutto ciò che fate corra insieme il mio piccolo ti amo.  E Lei a me:  “Figlia mia, mettelo pure il tuo piccolo ti amo non solo nella bocca, ma in tutti gli atti che passano tra Me e mio Figlio.  Tu devi sapere che in tutto ciò che facevo verso del mio Figlio, intendevo di farlo verso quelle anime che dovevano vivere nella Volontà Divina, perché stando in Essa erano disposte a ricevere tutti quegli atti che Io facevo verso di Gesù, e trovavo spazio sufficiente dove deporli.  Sicché, se Io baciavo mio Figlio, baciavo loro, perché le trovavo insieme con Lui nella sua Suprema Volontà.  Erano loro le prime come schierate in Lui, ed il mio amore materno mi spingeva a farle parte di ciò che facevo a mio Figlio.  Grazie grandi ci volevano per chi doveva vivere in questa Santa Volontà, ed Io mettevo a loro disposizione tutti i miei beni, le mie grazie, i miei dolori, per loro aiuto, per difesa, per fortezza, per appoggio, per luce, ed Io mi sentivo felice e onorata con gli onori più grandi, di avere per figli miei i figli della Volontà del Padre Celeste, la quale anch’Io possedevo, e perciò li guardavo pure come parti miei.  Anzi, di loro si può dire ciò che si dice di mio Figlio:  Che le prime generazioni trovavano la salvezza nei meriti del futuro Redentore, così queste anime in virtù della Volontà Divina operante in loro, queste future figlie, sono quelle che implorano incessantemente la salvezza, le grazie alle future generazioni; sono con Gesù e Gesù in loro, e ripetono insieme con Gesù ciò che contiene Gesù.  Perciò, se vuoi che ti ripeta ciò che feci a mio Figlio, fa che ti trovi sempre nella sua Volontà, ed Io ti sarò larga dei miei favori.”


 “MIO DIO, MIO DIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?”…

4 Gennaio 1919, Volume 12

Effetti delle pene sofferte nella Volontà di Dio.

Continuando il mio solito stato, stavo tutta afflitta per la privazione del mio dolce Gesù.  Cercavo però di starmi unita con Lui, facendo le ore della passione, era proprio quella di Gesù sulla croce, quando al meglio, l’ho sentito nel mio interno, che giungendo le mani e con voce articolata ha detto:  “Padre mio, accetta il sacrifizio di questa mia figlia, il dolore che sente della mia privazione; non vedi come soffre?  Il dolore la rende come senza vita, priva di Me, tanto che, sebbene nascosto son costretto a soffrirlo insieme per darle forza, altrimenti soccomberebbe.  Deh! o Padre, accettalo unito al dolore che sentii sulla croce quando fui abbandonato anche da Te, e concedi che la privazione che sente di Me sia luce, conoscenza, Vita Divina nelle altre anime, e tutto ciò che impetrai Io col mio abbandono.”

Detto ciò si è nascosto di nuovo.  Io mi sentivo come impietrita dal dolore, e sebbene piangendo, ho detto:  “Vita mia Gesù, ah! sì, dammi le anime, ed il vincolo più forte che ti costringa a darmele sia la pena straziante della tua privazione, e questa pena corre nella tua Volontà affinché tutti sentano il tocco della mia pena ed il mio grido incessante e si arrendano.”

Onde, verso sera, il benedetto Gesù è venuto appena ed ha soggiunto:  “Figlia e rifugio mio, che dolce armonia faceva la tua pena oggi nella mia Volontà.  La mia Volontà è in Cielo, e la tua pena trovandosi nella mia Volontà, armonizzava in Cielo e col suo grido chiedeva alla Trinità Sacrosanta anime, e la mia Volontà scorrendo in tutti gli angeli e santi, la tua pena chiedeva a loro anime, tanto che tutti sono rimasti colpiti dalla tua armonia, ed insieme con la tua pena tutti hanno gridato innanzi alla mia Maestà:  ‘Anime, anime!’.  La mia Volontà scorreva in tutte le creature e la tua pena ha toccato tutti i cuori, ed ha gridato a tutti:  ‘Salvatevi, salvatevi!’.  Questa mia Volontà si accentrava in te e come fulgido sole si metteva a guardia di tutti per convertirli.  Vedi che gran bene, eppure chi si studia di conoscere il valore, il prezzo incalcolabile del mio Volere?”


2 Agosto 1922, Volume 14

omiglianza nella pena più grande di Gesù:  l’allontanamento della Divinità nelle pene.

Trovandomi nel solito mio stato, mi vedevo tutta confusa e come separata dal mio dolce Gesù, tanto che nel venire gli ho detto:  “Amor mio, come le cose son cambiate per me, prima mi sentivo tanto immedesimata con Te che non avvertivo nessuna divisione tra me e Te, e nelle stesse pene che soffrivo Tu eri con me.  Ora tutto al contrario, se soffro mi sento divisa da Te, e se ti veggo innanzi a me o dentro di me, è nell’aspetto di un giudice che mi condanna alla pena, alla morte, e non più prendi parte alle pene che Tu stesso mi dai, eppure mi dici: elevati sempre più; invece io discendo.”  E Gesù spezzando il mio dire mi ha detto:  “Figlia mia, quanto t’inganni, questo ne avviene perché tu hai accettato, ed Io ho segnato le morti e le pene che Io subii per ciascuna creatura.  Anche la mia Umanità si trovava in queste dolorose condizioni, Essa era inseparabile della mia Divinità, eppure, essendo la mia Divinità intangibile nelle pene, né capace di poter soffrire ombra di pene, la mia Umanità si trovava sola nel patire, e la mia Divinità era solo spettatrice delle pene e morti che Io subivo, anzi mi era giudice inesorabile, che voleva il fio d’ogni pena di ciascuna creatura.  Oh! come la mia Umanità tremava, restava schiacciata innanzi a quella luce e Maestà Suprema nel vedermi coperto delle colpe di tutti, e delle pene e morti che ciascuno meritava! fu la pena più grande della mia Vita, che mentre ero una sol cosa con la Divinità ed inseparabile, nelle pene rimanevo solo e come appartato. 

Onde, se ti ho chiamato alla mia somiglianza, che maraviglia che mentre mi senti in te mi vedi spettatore delle tue pene che Io stesso t’infliggo e ti senti come separata da Me?  Eppure la tua pena non è altro che l’ombra della mia, e come la mia Umanità non restò mai separata dalla Divinità, così t’assicuro che mai tu resti separata da Me, sono gli effetti che provi, ma allora più che mai formo una sola cosa con te, perciò coraggio, fedeltà e non temere.”

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1 Settembre 1922, Volume 14

L’amore respinto si converte in fuoco di castigo.  L’anima che vive nella Divina Volontà partecipa alle pene dell’amore respinto.  La pena di Gesù di sentirsi soffocare sulla Croce. 

Trovandomi nel solito, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere tutto affannato ed oppresso, ma quello che l’opprimeva di più erano le fiamme del suo amore, che mentre uscivano da Lui per sprigionarsi, erano costrette dall’ingratitudine umana ad imprigionarsi di nuovo.  Oh! come il suo cuore santissimo ne restava soffogato dalle sue stesse fiamme, e chiedeva refrigerio.  Onde mi ha detto:  “Figlia mia, sollevami, che non ne posso più; le mie fiamme mi divorano, lasciami allargare il tuo cuore per potervi mettere il mio amore respinto ed il dolore del mio stesso amore, ahi! le pene del mio amore superano tutte le mie pene insieme.”

Ora, mentre ciò diceva, metteva la sua bocca al posto del mio cuore e lo alitava forte, in modo che mi sentivo gonfiare, poi me lo toccava con le sue mani, come se lo volesse allargare e ritornava ad alitarlo; io mi sentivo come se volessi crepare, ma non dandomi retta ritornava ad alitarlo.  Dopo che lo ha alitato ben bene, con le sue mani lo ha chiuso, come se mettesse un suggello, in modo che non c’era speranza che potessi ricevere sollievo, dicendomi:  “Figlia del cuor mio, ho voluto chiudere col mio suggello il mio amore ed il mio dolore che ho messo in te, per farti sentire quanto è terribile la pena dell’amore contenuto, dell’amore respinto.  Figlia mia, pazienza, tu soffrirai molto, è la pena più dura; ma è il tuo Gesù, la tua vita, che vuole questo sollievo da te.”

Lo sa solo Gesù quello che sentivo e soffrivo, perciò credo che sia meglio farne a meno di dirlo sulla carta.  Onde avendo passato una giornata da sentirmi continuamente morire, alla notte, ritornando il mio dolce Gesù, voleva ritornare a più gonfiarmi la parte del cuore, ed io gli dicevo:  “Gesù, non ne posso più; non posso contenere quello che tengo, e vuoi aggiungere altro?”  E Lui prendendomi fra le sue braccia per darmi la forza, mi ha detto:  “Figlia mia, coraggio, lasciami fare, è necessario, altrimenti non ti darei tanta pena, i mali sono giunti a tanto, che c’è tutta la necessità che tu soffra al vivo le mie pene, come se di nuovo stessi vivente sulla terra.  La terra sta per sprigionare fiamme per castigare le creature; il mio amore che corre verso di loro per coprirle di grazie, respinto si cambia in fuoco per colpirle, sicché l’umanità si trova in mezzo a due fuochi: fuoco dal Cielo e fuoco dalla terra.  Sono tanti i mali, che questi fuochi stanno per unirsi, e le pene che ti faccio soffrire scorrono in mezzo a questi due fuochi ed impediscono che si uniscano insieme; se ciò non facessi, per la povera umanità è tutto finito.  Perciò lasciami fare, Io darò la forza e sarò con te.”

Ora, mentre ciò diceva, ritornava ad alitarmi, ed io, come se non ne potessi più, lo pregavo che mi toccasse con le sue mani per sostenermi e darmi la forza, e Gesù mi ha toccato, sì, prendendomi il cuore fra le mani e stringendolo tanto forte che lo sa Lui solo quello che mi ha fatto sentire.  Ma non contento di ciò mi ha stretto forte la gola con le sue mani, che mi sentivo spezzare le ossa, i nervi della gola, da sentirmi soffocare.  Onde dopo che mi ha lasciato in quella posizione per qualche tempo, tutto tenerezza mi ha detto:  “Coraggio, in questo stato si trova la presente generazione, e di tutte le classi, sono tali e tante le passioni che la dominano, che sono affogate dalle stesse passioni e dai vizi più brutti, il marciume, il fango è tanto che sta per sommergerle; ecco perciò ho voluto farti soffrire la pena di soffocarti la gola, questa è pena degli eccessi estremi, ed Io non potendo sostenere più nel vedere l’umanità soffocata dai suoi stessi mali, ne ho voluto da te una riparazione.  Ma sappi però che questa pena la soffrii anche Io quando mi crocifissero, mi stirarono tanto sulla croce, che tutti i nervi me li stirarono tanto, che me li sentivo spezzare, attorcigliare, e quelli della mia gola ne portarono una pena e stiratura maggiore, da sentirmi soffocato.  Era il grido dell’umanità sommersa dalle passioni, che stringendomi la gola, mi affogava di pene.  Fu tremenda ed orribile questa mia pena, come mi sentivo stirare i nervi, le ossa della gola, da sentirmeli spezzare tutti i nervi della testa, della bocca, fin degli occhi; fu tale la tensione che ogni piccolo moto mi faceva sentire pene mortali.  Ora mi rendevo immobile, ed ora mi contorcevo tanto, che sbattevo in modo orribile sulla croce, che gli stessi nemici ne restavano terrorizzati.  Perciò ripeto, coraggio, la mia Volontà ti darà forza a tutto.”


VENTESIMA ORA - DA MEZZOGIORNO ALL’1 - PRIMA ORA DI AGONIA SULLA CROCE.  LA PRIMA PAROLA DI GESÙ

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!”…

16 Novembre 1922, Volume 14

Effetti dell’assoluzione nella Divina Volontà. 

… Onde dopo stavo ricevendo l’assoluzione, ed io dicevo in me:  “Mio Gesù, nel tuo Volere voglio riceverla.”  E Gesù, subito, senza darmi tempo ha soggiunto:  “Ed Io nella mia Volontà ti assolvo, e mentre assolvo te, il mio Volere mette in via le parole dell’assoluzione per assolvere chi vuol essere assolto e per perdonare chi vuole il perdono.  Il mio Volere prende tutto, non prende uno solo, ma chi è disposto prende più che tutti.”


21 Ottobre 1925, Volume 18

Il dolore di Gesù sta sospeso nella Divina Volontà aspettando il peccatore.

…Stavo continuando il fondermi nella Volontà Divina, dolendomi di ciascun offesa che sia stata fatta al mio Gesù, dal primo fino all’ultimo uomo che verrà sulla terra, e mentre mi dolevo chiedevo perdono, ma mentre ciò facevo dicevo tra me:  “Mio Gesù, amor mio, non mi basta dolermi e chiederti perdono, ma vorrei annientare qualunque peccato per fare che mai, mai più, Tu fossi offeso.”  E Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, Io ebbi un dolore speciale per ciascun peccato, e sopra del mio dolore pendeva il perdono al peccatore.  Ora, questo mio dolore sta sospeso nella mia Volontà aspettando il peccatore quando mi offende, affinché dolendosi d’avermi offeso scenda il mio dolore a dolersi insieme col suo, e subito dargli il perdono; ma quanti mi offendono e non si dolgono?  Ed il mio dolore e perdono stanno sospesi nella mia Volontà e come isolati.  Grazie figlia mia, grazie che vieni nella mia Volontà a far compagnia al mio dolore e al mio perdono.  Continua pure a girare nella mia Volontà, e facendo tuo il mio stesso dolore, grida per ogni offesa: ‘Dolore, perdono!’, affinché non sia Io solo a dolermi e ad impetrare il perdono, ma abbia la compagnia della piccola figlia del mio Volere che si duole insieme con Me.”

 

VENTUNESIMA ORA - DALL’1 ALLE 2 DEL POMERIGGIO - SECONDA ORA DI AGONIA SULLA CROCE.  SECONDA, TERZA E QUARTA PAROLA DI GESÙ

“Oggi sarai con Me in Paradiso”…

21 Novembre 1926, Volume 20

Tenerezza di Gesù per il punto della morte.

Mi sentivo tutta afflitta per la morte improvvisa di una mia sorella, il timore che il mio amabile Gesù non la tenesse con Sé mi straziava l’animo mio e nel venire il mio Sommo Bene Gesù gli ho detto la mia pena e Lui tutto bontà mi ha detto:  “Figlia mia, non temere, non c’è forse la mia Volontà che supplisce a tutto, agli stessi sacramenti e a tutti gli aiuti che si possono dare ad una povera morente?  Molto più quando non c’è la volontà della persona di non voler ricevere i sacramenti e tutti gli aiuti della chiesa che come madre dà in quel punto estremo.  Sai, il mio Volere nel rapirla dalla terra improvvisamente me l’ha fatto circondare dalla tenerezza della mia Umanità, il mio cuore umano e divino ha messo in campo d’azione le mie fibre più tenere, in modo che i suoi difetti, le sue debolezze, le sue passioni sono state guardate e pesate con tale finezza di tenerezza infinita e divina; e quando Io metto in campo la mia tenerezza non posso farne a meno d’aver compassione e di lasciarla passare in buon porto, come trionfo della tenerezza del tuo Gesù.  E poi, non sai tu che dove mancano gli aiuti umani, abbondano gli aiuti divini?  Tu temi che non c’era nessuno dintorno e se voleva aiuto, non aveva a chi chiederlo.  Ah! fglia mia, in quel punto gli aiuti umani cessano, non hanno né valore, né effetto, perché entrano nell’atto solo e primo col loro Creatore ed in questo atto primo a nessuno l’è dato d’entrare e poi, a chi non è un perverso, la morte improvvisa serve per non far mettere in campo l’azione diabolica, le sue tentazioni, i timori che con tanta arte getta nei moribondi, perché se lo sente rapire senza poterlo né tentare, né seguire.  Perciò ciò che si crede dagli uomini disgrazia, molte volte è più che grazia.”…

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2 Settembre 1910, Volume 9

Si deve badare a quello che si deve fare, e non alle chiacchiere.

Stavo pensando a Gesù che portava al calvario la croce, specie quando incontrò le donne, che dimenticò i suoi dolori e si occupò di consolare e di esaudire, istruire insieme quelle povere donne.  Come tutto era amore in Gesù.  Aveva bisogno Lui di essere consolato, ed invece consola, e in che stato consola, era coperto tutto di piaghe, trafitto il capo da pungentissime spine, ansante e quasi morendo sotto la croce, e consola gli altri, che esempio, che scorno per noi, che basta una piccola croce per farci dimenticare il dovere di consolare gli altri!  Onde ricordavo quante volte, trovandomi io oppressa dalle sofferenze o dalle privazioni di Gesù che mi trafiggevano, mi laceravano il mio interno da parte a parte, e trovandomi attorniata di persone, Gesù mi spingeva ad imitarlo in questo passo della sua Passione; ed io, sebbene amareggiata fino nelle midolla delle ossa, mi sforzavo di dimenticare me stessa per consolare ed istruire gli altri.  Ed ora, trovandomi libera ed esente di trattare con persone, mercè e grazie all’ubbidienza, ne ringraziavo Gesù che non mi trovavo più in questi incontri; mi sento di respirare un’aria più libera di potermi occupare solo di me stessa. 

E Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, eppure per Me era un sollievo e mi sentivo come ristorato, specie in quelli che veramente venivano per far del bene.  In questi tempi manca veramente chi getti il vero spirito interno nelle anime, perché non avendone, non sanno infonderlo negli altri, e m’imparano le anime ad essere permalose, scrupolose, leggiere, senza vero fondo di distacco da tutto e da tutti, e questo produce virtù sterili, che fanno per sbocciare e muoiono.  E certuni credono di far progresso nelle anime perché giungono alla minutezza ed alla scrupolosità; ma invece di progresso sono veri inceppi che rovinano le anime, ed il mio amore ne resta digiuno in queste tali.  Onde, avendoti Io molto dato di lume sulle vie interne, ed avendoti fatto comprendere la verità delle vere virtù e del vero amore, trovandoti nella verità, Io potevo per bocca tua far comprendere agli altri la verità della vera via delle virtù, ed Io ne sentivo contento.”

Ed io:  “Ma Gesù benedetto, dopo il sacrifizio che io facevo, quelli poi andavano dicendo delle chiacchiere, e l’ubbidienza giustamente ha proibito la venuta delle persone.”  E Gesù:  “Questo è lo sbaglio, che si bada alle chiacchiere e non al bene che si deve fare.  Anche a Me ne dissero delle chiacchiere, e se avessi badato a questo, non avrei compiuto la Redenzione dell’uomo, perciò si deve badare a quello che si deve fare e non a quello che si dice, e le chiacchiere restano a conto di chi le dice.”


DICIANNOVESIMA ORA - DALLE 11 A MEZZOGIORNO - GESU’ E CROCIFISSO

18 Novembre 1913, Volume 11

Quando la volontà é opposta alla Divina, l’una forma la croce dell’altra.  Tanto di bene può produrre la croce, per quanto connesso tiene l’anima con la Volontà di Dio.

Stavo pensando al mio povero stato e come anche la croce è sbandita da me, e Gesù nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, quando due volontà sono opposte tra loro, una forma la croce dell’altra, così tra Me e le creature:  Quando la loro volontà è opposta alla mia, Io formo la croce loro e loro la croce mia, sicché Io sono l’asta lunga della croce e loro la corta, che incrociandosi formano la croce.  Ora, quando la volontà dell’anima si unisce con la mia, le aste non restano più incrociate, ma unite tra loro, e quindi la croce non è più croce, hai capito?  E poi, Io santificai la croce, non Me la croce, sicché non è la croce che santifica, è la rassegnazione alla mia Volontà che santifica la croce, onde anche la croce tanto di bene può operare, per quanto connesso tiene con la mia Volontà, non solo ciò, la croce santifica, crocifigge parte della persona, ma la mia Volontà non risparmia nulla, santifica tutto e crocifigge i pensieri, i desideri, la volontà, gli affetti, il cuore, tutto, ed essendo luce, la mia Volontà fa vedere all’anima la necessità di questa santificazione e crocifissione completa, in modo che essa stessa m’incita a voler compiere il lavorio della mia Volontà su di lei.  Sicché la croce, le altre virtù, purché abbiano qualche cosa si contentano, e se possono inchiodare la creatura con tre chiodi, ne menano trionfi; invece la mia Volontà, non sapendo fare opere incomplete, non si contenta di tre chiodi, ma di tanti chiodi per quanti atti di mia Volontà dispongo sulla creatura.”


15 Maggio 1920, Volume 12

La Divina Volontà forma nell’anima la crocifissione completa.

Mi lamentavo col mio dolce Gesù dicendogli:  “Dove sono le tue promesse?  Non più croce, non più somiglianza con Te, tutto è svanito e non mi resta che piangere la mia dolorosa fine.”  E Gesù, muovendosi mi ha detto nel mio interno:  “Figlia mia, la mia crocifissione fu completa, e sai perché?  Perché fu fatta nella Volontà Eterna del Padre mio.  In questa Volontà la croce si fece tanto lunga e larga, da abbracciare tutti i secoli, da penetrare in ogni cuore presente, passato e futuro, in modo che restavo crocifisso in ciascun cuore di creatura, questa Divina Volontà metteva chiodi a tutto il mio interno, ai miei desideri, agli affetti e palpiti miei, posso dire che non avevo vita propria, ma la Vita della Volontà eterna, che rinchiudeva in Me tutte le creature ed a cui voleva che rispondessi per tutto.  Mai la mia crocifissione poteva essere completa ed distesa tanto da abbracciare tutti, se il Voler eterno non ne fosse l’attore.

Anche in te la crocifissione voglio che sia completa e distesa a tutti.  Ecco perciò il continuo richiamo nel mio Volere, le spinte a portare innanzi alla Maestà Suprema tutta l’umana famiglia, ed a nome di tutti emettere gli atti che loro non fanno.  L’oblio di te, la mancanza di riflessioni personali, non sono altri che chiodi che mette la mia Volontà.  La mia Volontà non sa fare cose incomplete e piccole, e facendosi corona intorno all’anima, la vuole in Sé, e distendendola in tutto l’ambiente del suo Voler eterno, vi mette il suggello del suo completamento.  Il mio Volere svuota tutto l’umano dall’interno della creatura, e vi mette tutto il divino, e per essere più sicuro, va suggellando tutto l’interno con tanti chiodi, per quanti atti umani possono aver vita nella creatura, sostituendoli con tanti atti divini, e così vi forma le vere crocifissione e non per un tempo, ma per tutta la vita.”


6 Giugno 1922, Volume 14

Vivendo nella Divina Volontà, la croce e la santità si fanno simile a quelle di Gesù.

Stavo pensando tra me:  “Come mai il mio buon Gesù ha cambiato con me, prima tutto si dilettava nel farmi patire, tutto era partecipazione di chiodi e croce; adesso tutto è svanito, non più si diletta nel farmi patire, e se qualche volta soffro mi guarda con una indifferenza, non mostra più quel gusto d’una volta.”  Ora, mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù muovendosi nel mio interno, sospirando mi ha detto:  “Figlia mia, quando ci sono i gusti maggiori, i gusti minori perdono il loro diletto, la loro attrattiva, e perciò si guardano con indifferenza.  La croce lega la grazia, ma chi l’alimenta, chi la fa crescere a debita statura?  La mia Volontà.  E’ lei sola che completa tutto e fa compiere i miei più alti disegni nell’anima, e se non fosse per la mia Volontà, la stessa croce, per quanto potere e grandezza contiene, può far rimanere le anime a mezza strada.  Oh! quanti soffrono, e siccome manca l’alimento continuo della mia Volontà, non giungono alla meta, al disfacimento del volere umano, ed il Voler Divino non può dare l’ultimo colpo, l’ultima pennellata della santità divina. 

Vedi, tu dici che sono svaniti chiodi e croce, falso figlia mia, falso, prima la tua croce era piccola, incompleta, ora la mia Volontà elevandoti nella mia Volontà, la tua croce si fa grande, ed ogni atto che fai nel mio Volere è un chiodo che riceve il tuo volere, e vivendo nella mia Volontà, la tua si stende tanto da diffonderti in ogni creatura, e mi dà per ciascuna quella vita che ho dato loro per ridarmi l’onore, la gloria, lo scopo perché l’ho creato.  Vedi, la tua croce si stende non solo per te, ma per ciascuna creatura, sicché dovunque vedo la tua croce; prima la vedevo solo in te, ora la veggo dappertutto.  Quel fonderti nella mia Volontà, senza nessuno interesse personale, ma solo per darmi quello che tutti dovrebbero darmi, e per dare a tutti tutto il bene che il mio Volere contiene, è solo della Vita Divina, non umana; sicché solo la mia Volontà è quella che forma questa santità divina nell’anima.  Onde le tue croci primiere erano santità umana, e l’umano per quanto santo, non sa fare cose grandi, ma piccole, molto meno elevare l’anima alla santità e alla fusione dell’operato del suo Creatore, resta sempre nella restrizione di creatura, ma la mia Volontà abbattendo tutte le barriere umane, la getta nell’immensità divina, e tutto si fa immenso in lei:  Croce, chiodi, santità, amore, riparazione, tutto; la mia mira in te non era la santità umana, sebbene era necessario che prima facessi le cose piccole in te, e perciò tanto mi dilettavo.

Ora, avendoti fatto passare oltre e dovendoti far vivere nel mio Volere, vedendo la tua piccolezza, il tuo atomo abbracciare l’immensità per darmi per tutti e per ciascuno amore e gloria per ridarmi tutti i diritti di tutta la Creazione, questo mi diletta tanto, che tutte le altre cose non mi danno più gusto.  Onde la tua croce, i tuoi chiodi, sarà la mia Volontà che tenendo crocifissa la tua completerà in te la vera crocifissione, non ad intervallo, ma perpetua, tutta simile alla mia, che fui concepito crocifisso e morii crocifisso, alimentata la mia croce della sola Volontà eterna, e perciò per tutti e per ciascuno Io fui crocifisso.  La mia croce suggellò tutti col suo emblema.”

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3 Ottobre 1928, Volume 24

Scambio tra Gerusalemme e Roma.  Iddio nel creare l’uomo mise in lui tanti germi di felicità per quante cose creava.

La mia povera mente pensava a tante cose sulla Divina Volontà, specie come poteva venire il suo regno, come poteva diffondersi e tant’altre cose che non è necessario scriverle sulla carta, ed il mio amato Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, se Roma tiene il primato della mia Chiesa, lo deve a Gerusalemme, perché il principio della Redenzione fu proprio a Gerusalemme; di quella patria scelsi dalla piccola città di Nazzaret la mia Madre Vergine, Io nacqui nella piccola città di Betlem, tutti i miei apostoli furono di detta patria, e sebbene questa, ingrata non volle conoscermi e rigettò i beni della mia Redenzione, non si può negare che l’origine, il principio, le prime persone che ricevettero il bene di Essa furono di questa città, i primi banditori del vangelo, quelli che fondarono in Roma il cattolicisimo, furono i miei apostoli, tutti di Gerusalemme, cioè di questa patria. 

Ora ci sarà uno scambio, se Gerusalemme diede la vita della religione e quindi della Redenzione a Roma, Roma darà a Gerusalemme il regno della Divina Volontà, ed è tanto vero questo, che come scelsi una Vergine dalla piccola città di Nazzaret per la Redenzione, così ho scelto un’altra vergine in una piccola città d’Italia appartenente a Roma, a cui è stata affidata la missione del regno del Fiat Divino, che dovendosi conoscere a Roma come si conobbe a Gerusalemme la mia venuta sulla terra, Roma avrà il grande onore di ricambiare Gerusalemme del gran bene ricevuto da essa, cioè della Redenzione, col farla conoscere il regno della mia Volontà.  E allora Gerusalemme si ricrederà della sua ingratitudine e abbraccerà la vita della religione che diede a Roma, e riconoscente riceverà da Roma la vita ed il gran dono del regno della mia Volontà Divina, e non solo Gerusalemme, ma tutte le altre nazioni riceveranno da Roma il gran dono del regno del mio Fiat, i primi banditori di Esso, il suo vangelo tutto pieno di pace, di felicità e di ripristinamento della Creazione dell’uomo.  E non solo le mie manifestazioni porteranno santità, gioie, pace e felicità, ma tutta la Creazione facendo gara con esse sprigionerà da ogni cosa creata ciascuna felicità che contiene e le riverserà sopra le creature, perché Noi nel creare l’uomo mettevamo nel suo essere tutti i germi delle felicità che ciascuna cosa creata possedeva, disponendo l’interno dell’uomo come un terreno in cui conteneva tutti i germi delle felicità, tanto, da tenere in sé tutti i gusti per assaporare e ricevere in sé tutte le felicità delle cose create, se non possedesse l’uomo questi germi, le mancherebbe il gusto, l’odorato per poter gustare ciò che Dio aveva messo fuori di Lui in tutta la Creazione. 

Ora, l’uomo col peccare ammalò tutti questi germi di felicità che Iddio nel crearlo gli aveva infuso e perciò perdette il gusto di poter godere tutte le felicità che ci sono nella Creazione; successe come ad un povero malato che non gode tutti i gusti che ci sono nei cibi, anzi sente il peso, lo stesso cibo si converte in dolore, tutto le nausea, e se lo prende, non perché lo gusti, ma per non morire, invece uno sano sente gusto, forza, calore, perché il suo stomaco tiene forza di assimilare i beni che ci sono nei cibi e gode di essi.  Così successe nell’uomo, col peccare ammalò i germi, la stessa forza di poter gustare tutte le felicità che ci sono nella Creazione, e molte volte si convertono in dolore; ora, col ritornare l’uomo nel mio Fiat Divino, i germi acquisteranno la sanità e acquisterà la forza di assimilare e gustare tutte le felicità che ci sono nell’ordine della Creazione, sicché per lui si formerà una gara di felicità, tutto le sorriderà e ritornerà l’uomo felice come Iddio lo aveva creato.”

 

DICIOTTESIMA ORA - DALLE 10 ALLE 11 DEL MATTINO - GESU’ PRENDE LA CROCE E SI AVVIA AL CALVARIO, DOVE E’ SPOGLIATO

27 Luglio 1906, Volume 7

Nella croce Gesù dotò le anime, e le sposò a Sé.

Questa mattina, facendosi vedere il mio adorabile Gesù abbracciato alla croce, stava pensando nel mio interno quali furono i suoi pensieri nel ricevere la croce.  E Lui mi ha detto:  “Figlia mia, quando ricevetti la croce, me l’abbracciai come il mio più caro tesoro, perché nella croce dotai le anime e le sposai a Me.  Or, guardando la croce, la sua lunghezza e larghezza, Io ne giubilai, perché vedevo in essa le doti sufficienti a tutte le mie spose, e nessuna poteva temere di non potersi sposare con Me, tenendo Io in proprio pugno, nella croce, il prezzo della loro dote, però con questa sola condizione, che se l’anima accetta i piccoli donativi che Io l’invio, che sono le croci, come pegno che mi accetta per Sposo, lo sposalizio viene formato e gli faccio la donazione della dote.  Se poi non accetta i donativi, cioè, non rassegnandosi alla mia Volontà, resta sciolta ogni cosa, e ad onta che Io voglio dotarla non posso, perché per formare uno sposalizio ci vuole sempre la volontà d’ambe le parti, e l’anima non accettando i donativi, significa che non vuole accettare lo sposalizio.”


24 Febbraio 1922, Volume 14

La croce di chi vive nella Divina Volontà si fa simile a quella di Gesù.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre adorabile Gesù si faceva vedere nell’atto di prendere la croce per metterla sulle sue santissime spalle, e mi ha detto:  “Figlia mia, quando ricevetti la croce la guardai da cima a fondo, per vedere il posto di ciascun’anima che prendevano nella mia croce, e fra tante, guardai con più amore e feci più attenzione speciale per quelle che sarebbero state rassegnate e avrebbero fatto vita nella mia Volontà.  Le guardai e vidi la loro croce lunga e larga come la mia, perché la mia Volontà suppliva a ciò che alla loro croce mancava, e l’allungava e l’allargava quanto la mia.  Oh! come spiccava la tua croce lunga, lunga di tanti anni di letto, sofferta solo per compiere la mia Volontà.  La mia era solo per compiere la Volontà del mio Padre Celeste, la tua per compiere la mia, l’una faceva onore all’altra, e siccome l’una e l’altra contenevano la stessa misura, si confondevano insieme.

Ora, la mia Volontà ha virtù di rammollire la durezza, di raddolcire l’amarezza, d’allungare ed allargare le cose corte, così quando mi sentii la croce sulle mie spalle, sentivo la morbidezza, la dolcezza della croce delle anime che avrebbero sofferto nel mio Volere, ah! il mio cuore ebbe un respiro di sollievo, e la morbidezza delle croci di queste fece adattare la croce sulle mie spalle, da sprofondarsi tanto che mi fece una piaga profonda, e sebbene mi diede acerbo dolore, sentivo insieme la morbidezza e la dolcezza delle anime che avrebbero sofferto nel mio Volere.  E siccome la mia Volontà è eterna, il loro patire, le loro riparazioni, i loro atti correvano in ogni goccia del mio sangue, in ogni piaga, in ogni offesa; il mio Volere le faceva trovarsi come presenti alle offese passate, dacché il primo uomo peccò, alle presenti ed alle future.  Erano proprio loro che mi ridavano i diritti del mio Volere, ed Io, per amor loro decretavo la Redenzione, e se gli altri vi entrano, è per cagione di queste che vi prendono parte.  Non c’è bene, né in Cielo né in terra, che Io conceda che non sia per causa loro.”


17 Dicembre 1903, Volume 6

La adorazione che fece la Vergine Santissima quando incontrò Gesù che portava la Croce. 

Continuando il mio solito stato, per pochi istanti ho visto il benedetto Gesù con la croce sulle spalle, nell’atto d’incontrarsi con la sua Santissima Madre, ed io gli ho detto:  “Signore, che cosa fece la vostra Madre in questo incontro dolorosissimo?”

E Lui:  “Figlia mia, non fece altro che un atto d’adorazione profondissimo e semplicissimo, e siccome l’atto quanto più semplice, altrettanto facile ad unirsi con Dio, Spirito Semplicissimo, perciò in questo atto s’infuse in Me e continuò ciò che operavo Io stesso nel mio interno; e questo mi fu sommamente gradito, che se mi avesse fatto qualunque altra cosa più grande, perché il vero spirito d’adorazione in questo consiste:  Che la creatura sperde sé stessa e si trova nell’ambiente divino, e adora tutto ciò che opera Dio, e con Lui si unisce.  Credi tu che sia vera adorazione quella che la bocca adora, e la mente sta ad altro?  Ossia, la mente adora e la volontà sta lontana da Me?  Oppure, che una potenza mi adora e le altre stanno tutte disordinate?  No, Io voglio tutto per Me, e tutto ciò che le ho dato in Me, e questo è l’atto più grande di culto, d’adorazione che la creatura può farmi.”


12 Novembre 1910, Volume 10

Per quanti modi si dona l’anima a Dio, in altrettanti si dona Lui all’anima.

Stavo pensando al benedetto Gesù quando portava la croce al calvario, specie quando incontrò la Veronica, che l’offerì il pannolino per fare che si rasciugasse il volto tutto grondante di sangue, e dicevo al mio amabile Gesù:  “Amor mio, Gesù, cuore del mio cuore, se la Veronica t’offrì il panno, io non già intendo d’offerirti pannolini per rasciugarvi il sangue, ma ti offro il mio cuore, il mio palpito continuo, tutto il mio amore, la mia piccola intelligenza, il respiro, la circolazione del sangue, i movimenti, tutto il mio essere a rasciugarvi il sangue, e non solo il tuo volto, ma tutta la tua santissima Umanità, intendo di sminuzzarmi in tanti pezzi quante sono le tue piaghe, i tuoi dolori, le tue amarezze, le goccie di sangue che spargi, per mettere a tutte le tue sofferenze, dove il mio amore, dove un lenitivo, dove un bacio, dove una riparazione, dove un compatimento, dove un ringraziamento, ecc., non voglio che resti nessuna particella del mio essere, nessuna goccia del mio sangue che non si occupasse di Te, e sai, o Gesù la ricompensa che ne voglio?  E’ che in tutte le più piccole particelle del mio essere m’imprimi, mi suggelli la tua immagine, acciocché trovandoti in tutto e dovunque, possa moltiplicare il mio amore.”  E tant’altri spropositi che dicevo.  Ora, avendo fatto la comunione, e guardando in me stessa, vedevo in tutte le particelle del mio essere tutto intero Gesù dentro d’una fiamma, e questa fiamma diceva amore, e Gesù mi ha detto:  “Ecco contentata la figlia mia, in quanti modi si è data a Me, in altrettanti e triplici modi mi son donato a lei.”

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1 Luglio 1924, Volume 17

Il sangue di Gesù è difesa delle  creature presso i diritti della Divina Giustizia.  Chi si dona a Dio perde i suoi diritti e acquista il diritto divino alla felicità.

Mi sentivo molto oppressa per la privazione del mio adorabile Gesù.  Oh! come mi sanguina il cuore e mi sento sottoposta a subire morti continue! Mi sentivo che non ne potevo più senza di Lui, e che più duro non poteva essere il mio martirio, e mentre cercavo di seguire il mio Gesù nei diversi misteri della sua Passione, sono giunta ad accompagnarlo al mistero della sua dolorosa flagellazione.  In questo mentre si è mosso nel mio interno riempiendomi tutta dalla sua adorabile Persona; io nel vederlo gli volevo dire il duro mio stato, e Gesù imponendomi silenzio mi ha detto:  “Figlia mia, preghiamo insieme, ci sono certi tristi tempi in cui la mia giustizia, non potendo contenersi per i mali delle creature, vorrebbe allagare la terra di nuovi flagelli, e perciò è necessaria la preghiera nella mia Volontà, che allargandosi su tutti si mette a difesa delle creature, e con la sua potenza impedisce che la mia giustizia si avvicini alla creatura per colpirla.”

Come era bello e commovente il sentire pregare Gesù!  E siccome lo stavo accompagnando nel doloroso mistero della flagellazione, si faceva vedere diluviante sangue, e sentivo che diceva:  “Padre mio, ti offro questo mio sangue, deh! fa che copra tutte le intelligenze delle creature, e renda vani tutti i loro mali pensamenti, attutisca il fuoco delle loro passioni e faccia risorgere intelligenze sante.  Questo sangue copra i loro occhi e faccia velo alla loro vista, affinché non le entri il gusto dei piaceri cattivi, e non s’insozzino del fango della terra.  Copra e riempia la bocca questo mio sangue, e renda morte le loro labbra alle bestemmie, alle imprecazioni, a tutte le loro parole cattive.  Padre mio, questo mio sangue copra le loro mani, e li metta terrore di tante azioni nefande.  Questo sangue circoli nella nostra Volontà Eterna per coprire tutti, per difendere e per essere arma difentitrice a pro delle creature presso i diritti della nostra giustizia.”

Ma chi può dire il modo come Gesù pregava e tutto ciò che diceva?  Onde dopo ha fatto silenzio, e mi sentivo nel mio interno che Gesù prendesse nelle sue mani la piccola e povera anima mia, la stringeva, la ritoccava, la guardava, ed io gli ho detto:  “Amor mio, che fai?  C’è qualche cosa in me che ti dispiace?”  E Lui:  “Sto operando ed allargando l’anima tua nella mia Volontà, e poi, non debbo dare conto a te di quello che faccio, perché essendoti tutta a Me donata hai perduto i tuoi diritti, tutti i diritti sono miei.  Sai qual’è il solo tuo diritto?  Che la mia Volontà sia tua e ti somministri tutto ciò che può renderti felice nel tempo e nell’eternità.”


DICIASSETTESIMA ORA - DALLE 9 ALLE 10 DEL MATTINO - GESU’ E’ CORONATO DI SPINE.   PRESENTATO AL POPOLO: “ECCO L’UOMO!” GESU’ E’ CONDANNATO A MORTE

12 Ottobre 1903, Volume 5

Significati della coronazione di spine.

Questa mattina vedevo il mio adorabile Gesù nel mio interno, coronato di spine, e nel vederlo in quel modo gli ho detto:  “Dolce mio Signore, perché il vostro capo invidiò il flagellato vostro corpo che aveva tanto sofferto e tanto sangue avea versato, e non volendo il capo restare da meno del corpo, onorato col fregio del patire, istigaste voi stesso i nemici a coronarvi con una sì dolorosa e tormentosa corona di spine?”

E Gesù:  “Figlia mia, molti significati contiene questa coronazione di spine, e per quanto ne dicessi resta sempre molto da dire, perché è quasi incomprensibile alla mente creata il perché il mio capo volle tenersi onorato con l’avere la sua porzione distinta e speciale, non generale, d’una sofferenza e spargimento di sangue a parte, facendo quasi a gara col corpo; il perché fu ché essendo il capo che unisce tutto il corpo e tutta l’anima, di modo che il corpo senza il capo è niente tanto che si può vivere senza delle altre membra, ma senza del capo è impossibile, essendo la parte essenziale di tutto l’uomo, tanto vero, che se il corpo pecca o fa del bene, è il capo che dirige, non essendo altro il corpo che uno strumento, onde, dovendo il mio capo restituire il regime ed il dominio, e meritargli nelle menti umane che entrassero nuovi cieli di grazie, nuovi mondi di verità, e ribattere nuovi inferni di peccati fino a farsi vili schiavi di vili passioni, e volendo coronare tutta l’umana famiglia di gloria, di onore e di decoro, perciò volli coronare ed onorare in primo la mia Umanità, sebbene con una corona di spine dolorosissima, simbolo della corona immortale che restituivo alle creature, tolta dal peccato.  Oltre di ciò, la corona di spine significa che non c’è gloria ed onore senza spine, che non ci può mai essere dominio di passioni, acquisto di virtù, senza sentirsi pungere fin dentro la carne e lo spirito, e che il vero regnare sta nel donare sé stesso, colle punture della mortificazione e del sacrifizio; inoltre queste spine significavano che vero ed unico Re sono Io, e chi solo mi costituisce Re del proprio cuore, gode pace e felicità, ed Io la costituisco regina del mio proprio regno.  Onde, tutti quei rivoli di sangue che sgorgavano dal mio capo, erano tanti fiumicelli che legavano l’intelligenza umana alla conoscenza della mia sovranità sopra di loro.”

Ma chi può dire tutto ciò che sento nel mio interno?  Non ho parole ad esprimerlo; anzi quel poco che ho detto mi pare di averlo detto sconnesso, e così credo che deve essere nel parlare le cose di Dio, per quanto alto e sublime uno ne possa parlare, essendo Lui increato e noi creati, non si può dire di Dio che balbettando.


24 Aprile 1915, Volume 11

Come ciò che soffrì Gesù nella corona di spine è incomprensibile a mente creata.  Molto più dolorosi che quelle spine, s’inchiodavano nella sua mente tutti i pensieri cattivi delle creature.

Trovandomi nel solito mio stato stavo pensando quanto soffrì il benedetto Gesù nell’essere coronato di spine, e Gesù facendosi vedere mi ha detto:  “Figlia mia, i dolori che soffrii furono incomprensibili a mente creata; molto più dolorosi che quelle spine, s’inchiodavano nella mia mente tutti i pensieri cattivi delle creature, in modo che di tutti questi pensieri delle creature nessuno mi sfuggiva, tutti li sentivo in Me, sicché non solo sentivo le spine, ma anche il ribrezzo delle colpe che quelle spine infigeavano in Me.”

Onde, ho fatto per guardare l’amabile Gesù, e vedevo la sua santissima testa circondata come da una raggiera di spine che gli usciva da dentro.  Tutti i pensieri delle creature stavano in Gesù, e da Gesù passavano in loro, e da loro a Gesù, e vi restavano come concatenati insieme.  Oh! come soffriva Gesù!  Poi ha soggiunto:  “Figlia mia, solo le anime che vivono nella mia Volontà possono darmi vere riparazioni e raddolcirmi spine sì pungenti, perché vivendo nella mia Volontà, la mia Volontà si trova dappertutto, e loro, trovandosi in Me ed in tutti, scendono nelle creature e salgono a Me, e mi portano tutte le riparazioni e mi raddolciscono, e fanno cambiare nelle menti le tenebre in luce.”


19 Agosto 1922, Volume 14

Le pene della Passione furono ombre e similitudine delle pene interne.

Trovandomi nel solito mio stato, il dolce Gesù mi faceva subire parte delle sue pene e delle sue morti che soffrì per ciascuna creatura.  Dalle mie piccole pene comprendevo quanto atroci e mortali erano state le pene di Gesù, onde mi ha detto:  “Figlia mia, le mie pene sono incomprensibili all’umana natura, e le stesse pene della mia Passione furono ombre o similitudine delle mie pene interne.  Le mie pene interne mi erano inflitte da un Dio onnipotente, cui nessuna fibra poteva scansarne il colpo; quelle della mia Passione mi erano inflitte dagli uomini, cui non avendo né l’onnipotenza né l’onniveggenza, non potevano fare ciò che essi stessi volevano, né penetrarvi in tutte le mie singole fibre.  Le mie pene interne erano incarnate, e la mia stessa Umanità era trasmutata in chiodi, in spine, in flagelli, in piaghe, in martirio, così crudeli che mi davano morti continue, queste erano inseparabili da Me, formavano la mia stessa Vita; invece quelle della mia Passione erano estranei a Me, erano spine e chiodi che si potevano conficcare, e volendo si potevano anche togliere, ed il solo pensiero che una pena si può togliere è un sollievo; ma le mie pene interne, che erano formate della stessa carne, non c’era nessuna speranza che mi si potessero togliere, né scemare l’acutezza d’una spina, il trafiggermi dei chiodi. 

Le mie pene interne furono tali e tante, che le pene della mia Passione le potrei chiamare sollievi e baci che davano alle mie pene interne, che unendosi insieme davano l’ultimo attestato del mio grande ed eccessivo amore per salvare le anime.  Le mie pene esterne erano voci che chiamavano tutti ad entrare nel pelago delle mie pene interne, per farli comprendere quanto mi costava la loro salvezza.  E poi, dalle tue stesse pene interne comunicate da Me, puoi comprendere in qualche modo l’intensità continua delle mie.  Perciò, fatti coraggio, è l’amore che a ciò mi spinge.”

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SEDICESIMA ORA - DALLE 8 ALLE 9 DEL MATTINO - GESU’ E’ RIPORTATO A PILATO E POSPOSTO A BARABBA. GESU’ E’ FLAGELLATO

1 Aprile 1922, Volume 14

Il passo più umiliante della Passione di Gesù fu l’essere vestito e trattato da pazzo.  Ogni pena che soffri Gesù, non era altro che l’eco delle pene che meritavano le creature.

…Onde, poi ho seguito le ore della Passione, e seguivo il mio dolce Gesù nell’atto quando fu vestito e trattato da pazzo.  La mia mente si perdeva in questo mistero, e Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, il passo più umiliante della mia Passione fu proprio questo, l’essere vestito e trattato da pazzo, divenni il trastullo dei giudei, lo straccio loro; umiliazione più grande non poteva sostenere la mia infinita sapienza.  Eppure, era necessario che Io, Figlio d’un Dio, soffrissi questa pena?  L’uomo, peccando, diventa pazzo, pazzia più grande non può darsi, e da re qual è, diventa schiavo e trastullo di vilissime passioni che lo tiranneggiano, e più che pazzo lo incatenano a loro bell’agio, gettandolo nel fango e coprendolo delle cose più sporche, oh! che gran pazzia è il peccato, in questo stato l’uomo mai poteva essere ammesso innanzi alla Maestà Suprema, perciò volli Io sostenere questa pena così umiliante, per impetrare all’uomo che uscisse da questo stato di pazzia, offrendomi Io al mio Celeste Padre a sostenere le pene che meritava la loro pazzia.  Ogni pena che soffrii nella mia Passione non era altro che l’eco delle pene che meritavano le creature, quel eco rimbombava su di Me e mi sottoponeva a pene, a schermi, a derisioni, a beffe, ed a tutti i tormenti.”


9 Febbraio 1922, Volume 14

Il corpo straziato di Gesù è il vero ritratto dell’uomo che commette peccato.  Gesù nella flagellazione si fece strappare a brandelli le carni, si ridusse tutto una piaga per ridonare di nuovo la vita all’uomo.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo seguendo le ore della Passione ed il mio dolce Gesù, mentre lo accompagnavo nel mistero della sua dolorosa flagellazione, si faceva vedere tutto scarnificato, il suo corpo denudato non solo delle sue vesti, ma anche delle sue carni, le sue ossa si potevano numerare uno per uno; il suo aspetto era non solo straziante ma orribile a vedersi, che incuteva timore, spavento, riverenza ed amore insieme.  Io mi sentivo muta innanzi ad una scena sí straziante, avrei voluto far chi sa che cosa per sollevare il mio Gesù, ma non sapevo far nulla, la vista delle sue pene mi dava la morte e Gesù tutto bontà mi ha detto:  “Diletta figlia mia, guardami bene per conoscere a fondo le mie pene.  Il mio corpo è il vero ritratto dell’uomo che commette il peccato; il peccato lo spoglia delle vesti della mia grazia, ed Io per ridonarla di nuovo mi feci spogliare delle mie vesti.  Il peccato lo deforma e mentre è la più bella creatura che uscì dalle mie mani, si rende la più brutta e fa schivo e ribrezzo; Io ero il più bello degli uomini, e per ridonare la bellezza all’uomo, posso dire che la mia Umanità prese la forma, la più brutta, guardami come sono orrido, mi feci a via di sferzate scorticare la pelle, da non più conoscermi.  Il peccato non solo toglie la bellezza, ma forma piaghe profonde, marciose e cancrenose che rodono le parti più intime, gli consumano gli umori vitali, sicché tutto ciò che fa sono opere morte, scheletrite, gli strappano la nobiltà della sua origine, la luce della sua ragione e diventa cieco, ed Io, per riempire la profondità delle sue piaghe, mi feci strappare a brandelli le carni, mi ridussi tutto una piaga, e col versare a fiumi il sangue feci scorrere gli umori vitali nella sua anima, per ridonargli di nuovo la vita.  Ah! se non avessi in Me la fonte della vita della mia Divinità, che come ad ogni pena che mi davano la mia Umanità moriva, essa mi sostituiva la vita, Io sarei morto fin dal principio della mia Passione.

Ora, le mie pene, il mio sangue, le mie carni cadute a brandelli stanno sempre in atto di dar vita all’uomo, e l’uomo respinge il mio sangue per non ricevere la vita, calpesta le mie carni per restare piagato, oh! come sento il peso dell’ingratitudine.”  E gettandosi nelle mie braccia ha rotto in pianto.  Io me l’ho stretto al mio cuore, ma Lui piangeva forte, che strazio veder piangere Gesù!  Avrei voluto soffrire qualunque pena per non farlo piangere.  Onde l’ho compatito, l’ho baciato le piaghe, l’ho rasciugato le lacrime, e Lui come riconfortato ha soggiunto:  “Sai come faccio Io?  Come un padre che ama molto suo figlio, e questo figlio è cieco, deforme, zoppo; ed il padre che lo ama fino alla follia, che fa?  Si cava gli occhi, si strappa le gambe, si scortica la pelle, e glieli dà al figlio e dice:  “Sono più contento di restare io cieco, zoppo, deforme, purché vegga te, mio figlio, che vedi, che cammini, che sei bello.”  Oh! come è contento quel padre ché vede suo figlio guardare coi suoi occhi, camminare con le sue gambe e coperto con la sua bellezza; ma quale sarebbe il dolore del padre se vedesse che il suo figlio, ingrato gli getta via gli occhi, le gambe, la pelle, e si contenta di restar brutto qual è?  Tale sono Io, a tutto ci ho pensato, ma essi, ingrati formano il mio più acerbo dolore.”


14 Gennaio 1924, Volume 16

La Divina Volontà era tutto per l’uomo, e con Essa non aveva bisogno di nulla.  Prima di essere flagellato, Gesù volle essere spogliato per dare di nuovo alla creatura le veste regale della Divina Volontà.

Stavo accompagnando il mistero della flagellazione, compatendo il mio dolce Gesù quando si vide così confuso in mezzo a nemici, spogliato delle sue vesti, sotto una tempesta di colpi, ed il mio amabile Gesù, uscendo dal mio interno nello stato in cui si trovava quando fu flagellato mi ha detto:  “Figlia mia, vuoi tu sapere la causa perché fui spogliato quando fui flagellato?  In ogni mistero della mia Passione, prima mi occupavo di rinsaldare la rottura tra la volontà umana e la Divina, e poi alle offese che produsse questa rottura.  Onde, l’uomo quando nell’eden spezzò i vincoli dell’unione tra la Volontà Suprema e la sua, si spogliò delle vesti regali della mia Volontà e si vestì dei miseri cenci della sua, debole, incostante, impotente a far nulla di bene.  La mia Volontà gli era un dolce incanto in cui lo teneva assorbito in una luce purissima, che non gli faceva conoscere altro che il suo Dio, da cui era uscito, il quale non gli dava altro che felicità senza numero, ed era tanto assorbito dal tanto dare che gli faceva il suo Dio, che non si dava nessun pensiero di sé stesso.  Oh! come era felice l’uomo, e come la Divinità si dilettava nel dare a lui tante particelle del suo Essere per quanto la creatura ne può ricevere, per farlo simile a Sé.  Onde, non appena spezzò l’unione della nostra Volontà con la sua, perdette la veste regale, perdette l’incanto, la luce, la felicità; guardò sé stesso senza la luce della mia Volontà, e guardandosi senza l’incanto che lo teneva assorbito, si conobbe, ebbe vergogna, ebbe paura di Dio, tanto che la stessa natura sentì i suoi tristi effetti, sentì il freddo e la nudità, e sentì il vivo bisogno di coprirsi, e come la nostra Volontà lo teneva al porto di felicità immense, così la sua lo mise al porto delle miserie. 

La nostra Volontà era tutto per l’uomo, ed in Essa trovava tutto; era giusto che essendo uscito da Noi e vivendo come un nostro tenero figlio nel nostro Volere, vivesse del nostro, e questo Volere doveva sostituirsi a tutto ciò che a lui occorreva; quindi, come volle vivere del suo volere, ebbe bisogno di tutto, perché il volere umano non tiene potere di potersi sostituire a tutti i bisogni, né tiene in sé la fonte del bene, perciò fu costretto a procurarsi con stento le cose necessarie alla vita.  Vedi dunque che significa non stare unito con la mia Volontà?  Oh! se tutti la conoscessero, come avrebbero un solo sospiro:  che il mio Volere venga a regnare sulla terra.  Sicché se Adamo non si fosse sottratto dalla Volontà Divina, anche la sua natura non avrebbe avuto bisogno di vesti, non avrebbe sentito la vergogna della sua nudità, né sarebbe stato soggetto a soffrire il freddo, il caldo, la fame, la debolezza, ma queste cose naturali erano quasi nulla, erano piuttosto simboli del gran bene che aveva perduto la sua anima.

Onde figlia mia, prima d’essere legato alla colonna per essere flagellato, volli essere spogliato per soffrire e riparare la nudità dell’uomo quando si spogliò della veste regale della mia Volontà; sentii in Me tale confusione e pena nel vedermi così denudato in mezzo a nemici che si facevano beffe di Me, che piansi per la nudità dell’uomo e offrii al mio Celeste Padre la mia nudità, per fare che l’uomo fosse rivestito di nuovo della veste regale della mia Volontà, e per sborso, affinché ciò non mi fosse negato, offrii il mio sangue, le mie carni strappate a brani, mi feci spogliare non solo delle vesti, ma anche della mia pelle, per poter pagare il prezzo e soddisfare al delitto di questa nudità dell’uomo; versai tanto sangue in questo mistero che in nessun altro ne versai tanto, tanto che bastava a coprirlo come d’una seconda veste, e veste di sangue per coprirlo di nuovo, così riscaldarlo, lavarlo, per disporlo a ricevere la veste regale della mia Volontà.”

Io nel sentir ciò, sorpresa ho detto:  “Mio amato Gesù, come mai può essere possibile che l’uomo col sottrarsi dalla tua Volontà, ebbe bisogno di vestirsi, ebbe vergogna, paura, eppure Tu facesti sempre la Volontà del Celeste Padre, eri una sola cosa con Lui; la tua Mamma non conobbe mai il suo volere, eppure aveste bisogno di vesti, di cibo, e sentiste il freddo ed il caldo.”

E Gesù ha soggiunto:  “Eppure figlia mia è proprio così.  Se l’uomo sentì vergogna della sua nudità e fu soggetto a tante miserie naturali, fu proprio appunto perché perdette il dolce incanto della mia Volontà, e sebbene il male lo fece l’anima, non il corpo, ma però indirettamente fu come complice della cattiva volontà dell’uomo, la natura restò come profanata dal mal volere dell’uomo, quindi l’una e l’altro dovevano sentire la pena del male fatto.  In riguardo a Me, certo che feci sempre la Volontà Suprema, ma Io non venni a trovare l’uomo innocente, l’uomo prima che peccasse, ma venni a trovare l’uomo peccatore e con tutte le sue miserie, e dovetti accomunarmi con loro, prendere su di Me tutti i loro mali e assoggettarmi alle necessità della vita, come se fossi uno di loro.  Ma in Me c’era questo prodigio, che se il volessi, di nulla avevo bisogno, né di vesti, né di cibo, né di altro.  Ma non volli servirmene per amore dell’uomo, volli in tutto sacrificarmi, anche nelle cose più innocenti create da Me stesso, per attestargli il mio ardente amore, anzi ciò serviva ad impetrare dal mio Divin Padre, che per riguardo mio e della mia volontà tutta sacrificata a Lui, restituisse all’uomo la nobile veste regale della nostra Volontà.”

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1 Dicembre 1922, Volume 15

Gesù operò e soffrì tutto nella Divina Volontà, aprendo tante vie per le creature.  Cos’é la verità.

Stavo pensando alla Passione del mio dolce Gesù, e mi sentivo quelle pene a me vicino, come se allora allora le soffrisse, e guardandomi mi ha detto:  “Figlia mia, Io soffrii tutte le pene nella mia Volontà, e come le soffrii aprivano tante vie nella mia Volontà per giungere a ciascuna creatura.  Se non avessi sofferto nella mia Volontà, che involge tutto, le mie pene non sarebbero giunte fino a te ed a ciascuno, sarebbero restate con la mia Umanità, anzi, con averle sofferto nella mia Volontà, non solo aprivano tante vie per andare a loro, ma ne aprivano tante altre per far entrare le creature fino a Me ed unirsi con quelle pene, e darmi ciascuna le pene che con le loro offese mi dovevano dare in tutto i corso dei secoli, e mentre Io ero sotto la tempesta dei colpi, la mia Volontà mi portava ciascuna creatura a colpirmi, sicché non furono solo quelli che mi flagellarono, ma le creature di tutti i tempi, che con le loro offese avrebbero concorso alla barbara flagellazione; e così in tutte le altre pene, la mia Volontà mi portava tutti, nessuno mancava all’appello, tutti erano a Me presenti, nessuno mi sfuggì, perciò le mie pene furono, oh! quanto più dure, più molteplici di quelle che si videro. 

Onde se vuoi che le offerte delle mie pene, la tua compassione e riparazione, le tue piccole pene, non solo giungano fino a Me, ma facciano le stesse vie delle mie, fa che tutto entri nel mio Volere, e tutte le generazioni riceveranno gli effetti.  E non solo le mie pene, ma anche le mie parole, perché dette nella mia Volontà giungevano a tutti, come per esempio, quando Pilato mi domandò se Io fosse Re, Io rispose:  “Il mio regno non è di questo mondo, se di questo mondo fosse, milioni di legioni di angeli mi difenderebbero; e Pilato, nel vedermi sì povero, umiliato, disprezzato, si meravigliò e disse più marcato:  “Come, Re sei Tu?”  Ed Io con fermezza risposi a lui ed a tutti quelli che si trovano al suo posto:  “Re Io sono, e son venuto nel mondo ad insegnare la verità, e la verità è che non sono i posti, i regni, le dignità, il diritto del comando, che fanno regnare l’uomo, che lo nobilitano, che lo innalzano su tutti; anzi queste cose sono schiavitù, miserie, che lo fanno servire a vili passioni, ad uomini ingiusti, commettendo anch’egli tanti atti d’ingiustizia che lo snobilitano, lo gettano nel fango e gli attirano l’odio dei suoi dipendenti, sicché le ricchezze sono schiavitù, i posti sono spade con cui molti restano uccisi o feriti, il vero regnare è la virtù, lo spogliamento di tutto, il sacrificarsi per tutti, il sottoporsi a tutti, e questo è il vero regnare, che vincola tutti e si fa amare da tutti, onde il mio regno non avrà mai fine, ed il tuo è vicino a perire.”  E queste parole nella mia Volontà le facevo giungere all’orecchio di tutti quelli che si trovano in posti di autorità, per far loro conoscere il grande pericolo in cui si trovano, e per mettere in guardia coloro che aspirano ai posti, alle dignità, al comando.”

 

5 Luglio 1923, Volume 15

Gesù presentato dai giudei a Pilato.  Qual è il vero regno.  Tutto ciò che Gesù disse e fece contiene misteri profondi e insegnamenti sublimi.

Stavo accompagnando il mio penante Gesù nelle ore della sua amarissima Passione, specie quando Gesù fu presentato dai giudei a Pilato ed accusato, e Pilato, non contento delle semplici accuse che gli facevano, ritornava alle interrogazioni per trovare, o causa sufficiente per condannarlo o per liberarlo.   E Gesù, prendendo il suo dire nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, tutto è mistero profondo nella mia Vita, ed insegnamenti sublimi, in cui l’uomo deve specchiarsi per imitarmi.  

Tu devi sapere che era tanta la superbia dei giudei, specie per la finta santità che professavano, per cui erano tenuti per uomini retti e coscienziosi, che credevano che solo col presentarmi loro e dire che mi avevano trovato colpevole e reo di morte, Pilato doveva crederli, e senza farli subire nessuno interrogatorio doveva condannarmi, molto più che dovevano fare con un giudice gentile che non aveva né conoscenza di Dio né coscienza.   Ma Iddio dispose diversamente per confonderli e per insegnare ai superiori che per quanto buoni e santi compariscano le persone che accusano un povero reo, non credergli facilmente, ma quasi impacciarle con tante interrogazioni per vedere se c’è la verità, oppure sotto quell’abito di bontà c’è qualche gelosia, rancore, o per strappare dai superiori, facendosi strada nei loro cuori, qualche posto o dignità ambita; lo scrutinio fa conoscere le persone, le confonde e si mostra che non si ha fiducia di loro, e non vedendosi apprezzati si tolgono il pensiero di ambire posti o di accusare altri.   Quanto male fanno quei superiori quando ad occhi chiusi, fidandosi d’una finta bontà, non di una virtù probata, li mettono in posto o danno ascolto a chi accusa di qualche reità.   Quanto non restarono umiliati i giudei nel non essere creduti facilmente da Pilato nel subire tante interrogazioni, e se cedette a condannarmi, non fu perché li credette, ma forzato e per non perdere il posto, questo li confuse, in modo che restò come marchio sulla loro fronte una estrema confusione ed una umiliazione profonda; molto più, che scorgevano in un giudice gentile più rettitudine e più coscienza che in loro; quanto è necessario e giusto lo scrutinio, getta luce, calma nei veri buoni e confusione nei cattivi.  

E quando volendo scrutinare anche Me, mi domandò Pilato:   “Re sei Tu?  E dov’è il tuo regno?”  Io volli dare un’altra sublime lezione col dire:   “Re Io sono.”  E volevo dire:   “Ma sai tu qual’è il mio regno?  Il mio regno sono i mie dolori, il mio sangue, le mie virtù; questo è il vero regno, che non fuori di Me, ma dentro di Me posseggo, ciò che si possiede di fuori non è vero regno né sicuro dominio, perché ciò che non sta dentro dell’uomo, può essere tolto, usurpato, e sarà costretto a lasciarlo; invece ciò che c’è dentro, nessuno potrà toglierlo, il dominio sarà eterno dentro di lui.   Le caratteristiche del mio regno sono le mie piaghe, le spine, la croce, dove non faccio come gli altri re, che fanno vivere i popoli fuori di loro, mal sicuri, se occorre digiuni; Io no, chiamo i miei popoli ad abitare nelle stanze delle mie piaghe, fortificati e difesi dai miei dolori, dissetati dal mio sangue, sfamati dalle mie carni, e solo questo è il vero regnare, tutti gli altri regni sono regni di schiavitù, di pericoli e di morte, nel mio regno c’è la vera vita.   Quanti insegnamenti sublimi, quanti misteri profondi nelle mie parole, ogni anima dovrebbe dire a sé stessa nelle pene e dolori, nelle umiliazioni ed abbandoni da tutti, nel praticare le vere virtù:  questo è il mio regno, non soggetto a perire, nessuno me lo può togliere né toccare, anzi il mio regno è eterno e divino, simile a quello del mio dolce Gesù, i miei dolori e pene me lo certificano e rendono il regno più fortificato ed agguerrito, che nessuno potrà muovermi battaglia in vista della mia grande fortezza.   Questo è regno di pace, che dovrebbero ambire tutti i figli miei.”

 

16 Settembre 1921, Volume 13

Gesù schernito da Erode. Come queste pene sono rinnovate dalle creature.  Gesù dell’operare formava le nostre opere nel Divin Volere.

Stavo facendo l’ora della Passione quando il mio dolce Gesù si trovava nel palazzo di Erode vestito da pazzo e burlato, ed il mio sempre amabile Gesù, facendosi vedere mi ha detto:  “Figlia mia, non fui solo allora vestito da pazzo, schernito e burlato, ma le creature continuano a darmi queste pene, anzi sono in continue burle, e da tutte le specie di persone:  Se una persona si confessa e non mantiene i suoi propositi di non offendermi, è una burla che mi fa; se un sacerdote confessa, predica, amministra sacramenti, e la sua vita non corrisponde alle parole che dice e alla dignità dei sacramenti che amministra, tante burle mi fa per quante parole dice, per quanti sacramenti amministra, e mentre Io nei sacramenti gli ridavo la vita novella, loro mi danno scherni, burle, e col profanarli mi preparano la veste per vestirmi da pazzo; se i superiori comandano il sacrifizio ai sudditi, la virtù, la preghiera, il disinteresse, e loro menano la vita comoda, viziosa, interessata, sono tante burle che mi fanno; se i capi civili ed ecclesiastici vogliono l’osservanza delle leggi, e loro sono i primi trasgressori, sono burle che mi fanno, oh! quante burle mi fanno, sono tante che ne sono stanco, specie quando sotto al bene vi mettono il veleno del male, oh! come si prendono giuoco di Me, come se Io fossi il loro trastullo ed il loro passatempo, ma la mia giustizia presto o tardi si burlerà di loro col punirli severamente.  Tu prega e riparami queste burle che tanto mi addolorano, e che sono causa di non farmi conoscere chi Io sia.”

Dopo, essendo ritornato di nuovo, e siccome io stavo fondendomi tutta nel Divin Volere, mi ha detto:  “Figlia carissima del mio Volere, Io sto con ansia aspettando queste tue fusioni nella mia Volontà, tu devi sapere che come Io pensavo nella mia Volontà, così venivo informando i tuoi pensieri nella mia Volontà, preparandone il posto; come operavo, informavo le tue opere nel mio Volere, e così di tutto il resto.  Ora, ciò che Io facevo, non lo facevo per Me, che non avevo bisogno, ma per te, e perciò ti aspetto nella mia Volontà che tu venga a prendere i posti che ti preparò la mia Umanità, e sopra le mie informazioni  vieni a fare le tue, ed allora ne sono contento e ne ricevo completa gloria, quando ti veggo fare ciò che feci Io.”


24 Novembre 1922, Volume 14

Gesù dinanzi ad Erode.  Effetti della parola e sguardo di Gesù. 

Stavo pensando al mio dolce Gesù quando fu presentato ad Erode, e dicevo tra me:  “Com’è possibile che Gesù, tanto buono, non si benignò di dirgli una parola e dargli uno sguardo?  Chi sa che quel perfido cuore, alla potenza del suo sguardo non si fosse convertito?”  E Gesù facendosi vedere mi ha detto:  “Figlia mia, era tanta la sua perversità ed indisposizione d’animo, che non meritò che lo guardassi e gli dicessi una parola; e se ciò facessi si sarebbe reso maggiormente colpevole, perché ogni mia parola, o sguardo, sono vincoli di più che si formano tra Me e la creatura.  Ogni parola è un’unione maggiore, una strettezza di più; e come l’anima si sente guardata, la grazia incomincia il suo lavorio.  Se lo sguardo o la parola è stato dolce, benigna, dice:  Come era bella, penetrante, soave, melodiosa, come non amarlo?  Se poi è stato uno sguardo o parola maestosa, sfolgorante di luce, dice:  Che maestà, che grandezza, che luce penetrante, come mi sento piccola, come son misera, quante tenebre in me innanzi a quella luce sì sfolgorante.  Se ti volessi dire la potenza, la grazia, il bene che porta la mia parola o sguardo, quanti libri ti farei scrivere…” 


4 Gennaio 1927,  Volume 20

Come chi vuole sentire la verità e non la vuole eseguire resta bruciato.

Dopo ciò stavo seguendo il mio appassionato Gesù nella Passione, e giunta al punto quando Erode lo tempestava di domande e Lui taceva, pensavo tra me:  “Se Gesù avesse parlato, forse quello si convertiva.”  E Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, Erode non mi domandò per conoscere la verità, ma per curiosarmi e farsi una burla di Me e se Io avessi risposto avrei fatto una burla di lui, perché quando manca la volontà di conoscere la verità e di eseguirla, manca l’umore nell’anima per ricevere il calore che porta con sé la luce delle mie verità; questo calore non trovando l’umido per far germogliare e fecondare la verità, brucia di più e fa seccare il bene che può produrre.  Succede come al sole, che quando non trova l’umido alle piante, il suo calore serve per seccare e bruciare la vita delle piante; ma se trova l’umido fa dei prodigi, perciò la verità è bella, è amabile, è la ristoratrice e fecondatrice delle anime, al suo calore e luce forma prodigi di sviluppo, di grazie e di santità, ma per chi ama di conoscerla per eseguirla; ma per chi non ama di eseguirla, la verità si burla di loro, invece di restare burlata.”

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3 Dicembre 1926, Volume 20

Come la prigione di Gesù è simbolo della prigione dell’umana volontà.

…Dopo di ciò stavo a seguire il mio appassionato Gesù nella sua dolorosa prigione, che stando legato ad una colonna, nel modo barbaro come lo avevano legato, non poteva stare fermo, appoggiato alla colonna, ma penzoloni, con le gambe incurvate legate ad essa e quindi tentennava ora a destra, ora a sinistra.  Ed io abbracciandomi alle sue ginocchia per farlo stare fermo e riordinandogli i capelli tutti sconvolti, che gli coprivano fin il suo volto adorabile, non mancandogli neppure gli sputi che tanto l’avevano imbrattato.  Oh! come avrei voluto slegarlo per liberarlo da quella posizione sì dolorosa e umiliante.  Ed il mio prigioniero Gesù tutto afflitto mi ha detto:  “Figlia mia, sai tu perché permisi che fossi messo anche in prigione nel corso della mia Passione?  Per liberare l’uomo dalla prigione della volontà umana.  Guardala come è orrida la mia prigione, era un piccolo luogo che serviva per racchiudere le immondizie ed escrementi delle creature, sicché la puzza era intollerabile, l’oscurità era densa, non mi lasciarono neppure una piccola lampadina, la mia posizione era straziante, imbrattato di sputi, coi capelli sconvolti, addolorato in tutte le membra, legato, neppure disteso, ma curvo, non mi potevo aiutare in nessun modo, neppure togliermi i capelli davanti agli occhi che mi molestavano.  Questa mia prigione è la vera similitudine della prigione che forma la volontà umana delle creature, la puzza che esala è orribile, l’oscurità è densa, molte volte non le resta neppure la piccola lampadina della ragione, sono sempre irrequieti, sconvolti, imbrattati da passioni più vili.  Oh! come c’è da piangere su questa prigione dell’umana volontà, come la sentii al vivo in questa prigione il male che aveva fatto alle creature; fu tanto il mio dolore che versai amare lacrime e pregai il mio Celeste Padre che liberasse le creature da questa prigione tanto ignominiosa e dolorosa.  Anche tu prega insieme con Me che le creature si sprigionano della loro volontà.”


25 Dicembre 1926, Volume 20

Differenza tra la grotta e la prigionia della Passione.

…Onde dopo di ciò stavo pensando com’era infelice quella grotta dove il bambinello Gesù era nato, com’era esposta a tutti i venti, al freddo, da intirizzire dal gelo, invece di uomini c’erano le bestie che gli facevano compagnia.  Perciò pensavo quale potesse essere più infelice e dolorosa, la prigione della notte della sua Passione o la grotta di Betlemme?  Ed il mio dolce bambino ha soggiunto:  “Figlia mia, non c’è da paragonarsi l’infelicità della prigione della mia Passione, con la grotta di Betlemme.  Nella grotta tenevo la mia Mamma vicino, anima e corpo, era insieme con Me, quindi tenevo tutte le gioie della mia cara Mamma e Lei teneva tutte le gioie di Me, figlio suo, che formavano il nostro Paradiso.  Le gioie di Madre col possedere il figlio sono grandi, le gioie di possedere una Madre sono più grandi ancora, Io trovavo tutto in Lei e Lei trovava tutto in Me.  Poi c’era il mio caro Padre San Giuseppe che mi faceva da padre ed Io sentivo tutte le sue gioie che sentiva per causa mia.  Invece nella mia Passione furono tutte interrotte le nostre gioie, perché dovevamo dare luogo al dolore e sentivamo tra Madre e Figlio il grande dolore della vicina separazione, almeno sensibile, che doveva succedere con la mia morte.  Nella grotta le bestie mi riconobbero e onorandomi cercavano di riscaldarmi col loro fiato, nella prigione neppure gli uomini mi riconobbero e per insultarmi mi coprirono di sputi e di obbrobri, perciò non c’è da paragonarsi l’una coll’altra.”

 

QUATTORDICESIMA ORA - DALLE 6 ALLE 7 DEL MATTINO - GESU’ DI NUOVO INNANZI A CAIFA,  CHE CONFERMA LA CONDANNA A MORTE E LO INVIA A PILATO

21 Settembre 1921, Volume 13

Gesù dinanzi a Caifa.  L’operato della Divina Volontà é luce.    

Onde dopo son tornata in me stessa, ed era l’ora quando il mio amato Gesù usciva dalla prigione e portato di nuovo innanzi a Caifa, ed io ho cercato di accompagnarlo in questo mistero e Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, quando fui presentato a Caifa era pieno giorno, ed era tanto l’amore che Io avevo verso le creature, che uscivo in quest’ultimo giorno innanzi al pontefice tutto deformato, piagato, per ricevere la condanna di morte; ma quante pene doveva costarmi questa condanna, ed Io queste pene  le convertivo in giorni eterni in cui circondavo ciascuna creatura, affinché fugandole le tenebre, ognuna trovasse la luce necessaria per salvarsi ed a sua disposizione la mia condanna di morte per trovarvi la lor vita.  Sicché ogni pena ed ogni bene che Io facevo, era un giorno di più che davo alla creatura; e non solo Io, ma anche il bene che fanno le creature è sempre giorno che formano, come il male è notte.  Succede come quando una persona tiene una luce e si trovano vicino dieci, venti persone, ad onta che la luce non è di tutte, ma di una, li altri godono della luce, possono lavorare, leggere, e mentre loro fruiscono della luce, non fanno nessun danno alla persona che la possiede.  Così è del bene operare, non solo è giorno per essa, ma può far giorno chi sà a quant’altri.  Il bene è sempre comunicativo ed il mio amore non solo mi spingeva a Me, ma dava grazia alle creature che mi amano di formare tanti giorni a pro dei loro fratelli, per quante opere buone vanno facendo.”

QUINDICESIMA ORA - DALLE 7 ALLE 8 DEL MATTINO - GESU’ INNANZI A PILATO; PILATO LO MANDA AD ERODE

22 Novembre 1921, Volume 13

La pena che più trafisse a Gesù nella sua Passione fu la finzione.

…Onde dopo è ritornato ed ha soggiunto:  “Figlia mia, la pena che più mi trafisse nella mia Passione fu l’affettazione dei farisei, fingevano giustizia ed erano i più ingiusti; fingevano santità, regolarità, ordine, ed erano i più perversi, fuori d’ogni regola ed in pieno disordine, e mentre fingevano d’onorare Iddio, onoravano sé stessi, il proprio interesse, il comodo proprio, perciò la luce non poteva entrare in loro, perché i loro modi affettati ne chiudevano le porte, e la finzione era la chiave che a doppie girate, serrandole a morte, ostinatamente impediva anche qualche barlume di luce, tanto, che trovò più luce Pilato idolatra, perché tutto ciò che fece e disse non partiva da finzione, ma al più dal timore, che gli stessi farisei, ed Io mi sento più tirato verso il peccatore più perverso, non finto, che verso quelli che sono più buoni, ma finti.  Oh! come mi fa schifo chi apparentemente fa il bene, finge d’essere buono, prega, ma dentro vi cova il male, il proprio interesse, e mentre le labbra pregano, il suo cuore è lontano da Me, e nell’atto stesso di fare il bene pensa come soddisfare le sue passioni brutali.  Poi, l’uomo finto, nel bene che apparentemente fa e dice non è capace di dar luce agli altri, avendone suggellate le porte, quindi agiscono da diavoli incarnati, che molte volte sotto aspetto di bene attirano l’uomo, e questi vedendo il bene si fanno tirare, ma quando al più bello della via, li precipitano nelle colpe più gravi.  Oh! quanto sono più sicure le tentazioni sotto aspetto di colpa, che quelle sotto aspetto di bene, così è più sicuro trattare con persone perverse che con persone buone, ma finte, quanto veleno non nascondono, quante anime non avvelenano?  Se non fosse per le finzioni e tutti si facessero conoscere per quel che sono, si toglierebbe la radice del male dalla faccia della terra, e tutti resterebbero disingannati.”

 

1 Giugno 1922, Volume 14

Gesù dinanzi a Pilato.  Che cosa è la verità.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo seguendo le ore della passione del mio dolce Gesù, specie quando fu presentato a Pilato, il quale gli domandò qual’era il suo regno, ed il mio sempre amabile Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, fu la prima volta nella mia Vita terrena che ebbi che ci fare con un preside gentile, il quale mi domandò qual’era il mio regno, ed Io gli risposi che il mio regno non è di questo mondo; se di questo mondo fosse, migliaia di legioni di angeli mi difenderebbero.  Ma con ciò aprivo ai gentili il mio regno e comunicavo loro le mie celesti dottrine, tanto che Pilato mi domandò:  “Come, Re sei Tu?”  Ed Io subito gli risposi:  “Re Io sono, e son venuto nel mondo ad insegnare la verità.”  Con ciò, Io volevo farmi via nella mente di lui per farmi conoscere, tanto che come colpito mi domandò:  “Che cosa è la verità?” 

Ma non aspettò la mia risposta, non ebbi il bene di farmi capire, gli avrei detto:  “La verità sono Io, tutto in Me è verità:  Verità è la mia pazienza in mezzo a tanti insulti; verità è il mio sguardo dolce fra tante derisioni, calunnie, disprezzi; verità sono i miei modi affabili, attraenti, in mezzo a tanti nemici, che mentre loro mi odiano Io li amo, e mentre vogliono darmi la morte Io voglio abbracciarli e dar loro la vita; verità sono le mie parole dignitose e piene di sapienza celeste; tutto in Me è verità.  La verità è più che sole maestoso, che per quanto si voglia calpestare, sorge più bello, più luminoso, da far vergogna agli stessi nemici e di atterrarli innanzi ai suoi stessi piedi.  Pilato mi domandò con sincerità d’animo, ed Io fui pronto a rispondergli, invece Erode mi domandò con malignità e per curiosarmi, ed Io non risposi, sicché a chi vuole sapere le cose sante con sincerità, Io mi rivelo più di quello che si vuole; invece, a chi vuol saperle con malignità e per curiosarle, Io mi nascondo, e mentre loro si vogliono far beffe di Me, Io confondo loro e me ne faccio beffe di loro.  Ma siccome la mia persona portava con sé la verità, sicché anche innanzi ad Erode fece il suo ufficio, il mio silenzio alle domande tempestose di Erode, il mio sguardo modesto, l’aria tutta piena di dolcezza, di dignità, di nobiltà della mia stessa persona, erano tutte verità, e verità operanti.”

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TREDICESIMA ORA - DALLE 5 ALLE 6 DEL MATTINO - GESU’ NELLA PRIGIONE

4 Dicembre 1918, Volume 12

Effetti della prigione di Gesù nella Passione.

Questa notte l’ho passato insieme con Gesù in prigione, lo compativo, mi stringevo alle sue ginocchia per sostenerlo, e Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, nella mia Passione volli soffrire anche la prigione per liberare la creatura dalla prigione della colpa.  Oh! che prigione orrida è per l’uomo il peccato, le sue passioni lo incatenano da vile schiavo, e la mia prigionia e le mie catene lo sprigionavano e lo scioglievano.  Per le anime amanti la mia prigionia le formava la prigione d’amore dove starsi al sicuro e difese da tutti e da tutto, e le sceglieva per tenerle come prigioni e tabernacoli viventi, che mi dovevano riscaldare dalle freddezze dei tabernacoli di pietra, molto più dalle freddezze delle creature, che imprigionandomi in loro mi fanno morire di freddo e di fame, ecco perciò molte volte lascio le prigioni dei tabernacoli e vengo nel tuo cuore, per riscaldarmi dal freddo, per ristorarmi col tuo amore, e quando ti veggo andare in cerca di Me nei tabernacoli delle chiese, Io ti dico:  “Non sei tu la mia vera prigione d’amore per Me?  Cercami nel tuo cuore ed amami.”

 

29 Ottobre 1921, Volume 13

Significato ed effetti delle tre ore di prigionia di Gesù.

Questa notte l’ho passato in veglia, e la mia mente spesso volava al mio Gesù legato nella prigione, volevo abbracciarmi a quelle ginocchia che tentennavano per la dolorosa e crudele posizione con cui i nemici lo avevano legato, volevo pulirlo da quegli sputi di cui era imbrattato.  Ma mentre ciò pensavo, il mio Gesù, la mia vita, mi si è fatto vedere come in fitte tenebre, in cui appena si scorgeva la sua adorabile persona, e singhiozzando mi ha detto:  “Figlia, i nemici mi lasciarono solo in prigione, legato orribilmente ed all’oscuro, sicché d’intorno tutto erano fitte tenebre, oh! come mi affliggeva questa oscurità, avevo le vesti bagnate dalle acque sporche del torrente, sentivo la puzza della prigione e degli sputi di cui ero imbrattato, avevo i capelli in disordine, senza una mano pietosa che me li togliesse davanti agli occhi e della bocca, le mani avvinte dalle catene, e l’oscurità non mi permetteva di vedere il mio stato, ahimé, troppo doloroso ed umiliante.  Oh! quante cose diceva questo mio stato sì doloroso in questa prigione. 

In prigione vi stetti tre ore; con ciò volli riabilitare le tre età del mondo: quella della legge di natura, quella della legge scritta e quella della legge di grazia; volevo sprigionarli tutti, riunendoli tutti insieme e dargli la libertà di figli miei.  Con lo stare tre ore volli riabilitare le tre età dell’uomo: la fanciullezza, la gioventù e la vecchiezza, volli riabilitarlo quando pecca per passione, per volontà e per ostinazione, oh! come l’oscurità che vedevo intorno a Me mi faceva sentire le fitte tenebre che produce la colpa nell’uomo, oh! come lo piangevo e gli dicevo:  Oh! uomo, sono le tue colpe che mi hanno gettato in queste fitte tenebre cui Io soffro per darti la luce, sono le tue nefandezze chi così mi hanno imbrattato, di cui l’oscurità non mi permette neppure di vederle; guardami, sono l’immagine delle tue colpe; se vuoi conoscerle, guardale in Me!

Sappi però che nell’ultima ora che vi stetti in prigione spuntò l’alba, e dalle fessure entrò qualche barlume di luce, oh! come respirò il mio cuore nel potermi vedere il mio stato sì doloroso, ma ciò significava quando l’uomo stanco della notte della colpa, la grazia come alba si fa intorno a lui, mandandogli barlumi di luce per richiamarlo, perciò il mio cuore diede un sospiro di sollievo, ed in quest’alba vidi te, mia diletta prigioniera, cui il mio amore doveva legarti in questo stato, e che non mi avresti lasciato solo nell’oscurità della prigione, aspettando l’alba ai miei piedi, e seguendo i miei sospiri avresti pianto con Me la notte dell’uomo; questo mi sollevò ed offrii la mia prigionia per darti la grazia di seguirmi.  Ma un altro significato conteneva questa prigione e questa oscurità, era la lunga mia dimora della mia prigionia nei tabernacoli, la solitudine in cui sono lasciato, con cui molte volte non ho a chi dire una parola o dargli uno sguardo d’amore; altre volte sento nella santa ostia le impressioni dei tocchi indegni, la puzza di mani marciose e fangose, e non vi è chi mi tocchi con mani pure e mi profumi col suo amore, e quante volte l’ingratitudine umana mi lascia all’oscuro, senza la misera luce d’una lampadina, sicché la mia prigione dura e durerà ancora, e siccome siamo tutti e due prigionieri -tu prigioniera nel letto solo per amor mio, Io prigioniero per te-, col mio amore legare con le catene che mi tengono avvinto tutte le creature.  Così ci faremo compagnia a vicenda e mi aiuterai a stendere le catene per legare tutti i cuori al mio amore.”

Ora dopo stavo pensavo tra me:  “Quante piccole cose si sanno di Gesù, mentre ha fatto tanto, perché così poco hanno parlato di tutto ciò che il mio Gesù ha operato e sofferto.”  E ritornando di nuovo ha soggiunto:  “Figlia mia, tutti sono avari con Me, anche i buoni, quanta avarizia hanno con Me, quante restrizioni, quante cose non manifestano di ciò che li dico e comprendono di me, e tu, quante volte non sei avara con Me?  Quante volte o non scrivi ciò che ti dico, o non lo manifesti, è un atto d’avarizia che usi con Me, perché ogni conoscenza in più che si fa di Me, è una gloria e un amore di più che riscuoto dalle creature.  Quindi sii attenta, e sii più liberale con Me, ed Io sarò più liberale con te.”

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DECIMA ORA - DALLE 2 ALLE 3 DI NOTTE - GESU’ E’ PRESENTATO AD ANNA

31 Maggio 1899, Volume 2

I contrasti sevono per far più rilucere la verità a suo tempo. 

Questa mattina, stando nel mio solito stato, il mio adorabile Gesù è venuto e nell’atto stesso ho veduto il confessore.  Gesù si mostrava un po’ dispiaciuto con lui, perché pareva che il confessore volesse che tutti approvassero che fosse opera di Dio il fatto mio, e voleva quasi convincere col manifestare qualche cosa del mio interno ad altri sacerdoti.  Gesù si è voltato al confessore e gli ha detto:  “Questo è impossibile, e fui Io, ed ebbi dei contrari e da persone delle più riguardevoli ed anche da sacerdoti ed altre dignità, ebbero chi ridire sulle mie sante opere, fino a tacciarmi da indemoniato.  Questi contrasti, anche da persone religiose, Io li permetto per fare che a suo tempo potesse più rilucere la verità.  Che vuoi consigliarti per due o tre sacerdoti dei più buoni e santi ed anche dotti, per averne lume ed anche per fare ciò che voglio Io nelle cose da farsi, qual’è il consiglio dei buoni e la preghiera, questo Io lo permetto, ma il resto no, no; sarebbe un voler farne sciupio delle opere mie e metterle in burla, ciò che molto Mi dispiace.”

Poi disse a me:  “Quello che voglio da te è un operare retto e semplice, che del pro e contro delle creature non ti curare, lasciale pensare come vogliono, senza prenderti il minimo fastidio, che il volere che tutti fossero favorevoli è un voler fuorviare dall’imitazione della mia Vita.”


UNDICESIMA ORA - DALLE 3 ALLE 4 DEL MATTINO - GESU’ IN CASA DI CAIFA

22 Dicembre 1910, Volume 10

Per poter operare cose grandi per Dio, è necessario distruggere la stima propria, il rispetto umano e la propria natura.

Continuando il mio solito stato, vedevo innanzi alla mia mente vari sacerdoti, ed il benedetto Gesù diceva:  “Per essere abili ad operare cose grandi per Dio, è necessario distruggere la stima propria, il rispetto umano e la propria natura, per rivivere della vita divina e far conto solo della stima di Nostro Signore e di ciò che riguarda l’onore e la gloria sua; è necessario stritolare, spolverizzare ciò che concerne l’umano, per poter vivere di Dio; ed ecco, non voi, ma Dio in voi parlerà, opererà, e le anime e le opere a voi affidate faranno splendidi effetti, ed avrete i frutti da voi e da Me desiderati, come l’opera delle riunioni dei sacerdoti detta a te innanzi, ed uno di questi potrebbe essere abile a promuovere ed anche ad effettuare quest’opera, ma un po’ di stima propria, di timore vano, di rispetto umano lo rende inabile, e la grazia quando trova l’anima circondata da queste bassezze, vola e non si ferma, e il sacerdote resta uomo e opera da uomo, ed ha nel suo operare gli effetti che può avere un uomo, non gia gli effetti che può avere un sacerdote animato dallo spirito di Gesù Cristo.”


28 Gennaio 1911, Volume 10

La Chiesa sta agonizzante, ma non morrà.

…Vedevo sacerdoti, e Gesù ha continuato a dirmi:  “Figlia mia, la Chiesa in questi tempi sta agonizzante, ma non morrà, anzi risorgerà più bella.  I sacerdoti buoni si dibattono per una vita più spogliata, più sacrificata, più pura; i cattivi sacerdoti si dibattono per una vita più interessata, più comoda, più sensuale, tutta terrena, Io parlo a loro, ma non a loro, parlo a loro, cioè a quei pochi buoni, fossero anche uno per paese, a questi parlo e comando, prego, supplico che facciano queste case di riunione, salvandomi i sacerdoti che verranno in questi asili, rendendoli sciolti affatto da qualunque legame di famiglia, e da questi pochi buoni si rifarà la mia Chiesa della sua agonia, questi sono il mio appoggio, le mie colonne, la continuazione della vita della Chiesa.  Io non parlo a loro, cioè a tutti quei che non si sentono di svincolarsi da qualunque vincolo di famiglia, perché se parlo non sono certamente ascoltato, anzi al solo pensare di rompere ogni vincolo, restano indignati, ah! purtroppo sono abituati a bere la tazza dell’interesse e di altro, che mentre è dolcezza alla carne, è veleno all’anima, questi tali finiranno di bere la cloaca del mondo.  Io voglio salvarli a qualunque costo, ma non sono ascoltato, quindi parlo, ma è per loro come se non parlassi.”


4 Settembre 1918, Volume 12

Lamenti di Gesù per i Sacerdoti.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù appena è venuto e mi ha detto:  “Figlia mia, le creature vogliono sfidare la mia giustizia, non vogliono arrendersi, e perciò la mia giustizia fa il suo corso contro la creatura, e queste di tutte le classi; neppure quelli che si dicono miei ministri, e forse più degli altri.  Che veleno tengono, e avvelenano chi li avvicina, invece di mettere Me nelle anime, vogliono mettersi loro, vogliono farsi circondare, farsi conoscere, ed Io ne resto da parte.  Il loro contatto velenoso invece di raccogliere le anime, me le distraggono; invece di ritirate, le rendono più libere, più difettose, tanto, che si veggono anime che non hanno contatto con loro più buone, più ritirate, sicché non posso fidarmi di nessuno; sono costretto a permettere che i popoli vadano lontano dalle chiese, dai sacramenti, affinché il loro contatto non me le avveleni di più e le renda più cattive.  Il mio dolore è grande, le piaghe del mio cuore sono profonde, perciò prega, ed unita con quei pochi buoni che ci sono, compatisci il mio acerbo dolore.”


7 Aprile 1919, Volume 12

Pochi capi buoni basteranno per riformare il mondo. 

…Dopo mi ha trasportato in mezzo alle creature, ma chi può dire ciò che facevano?  Solo dico che il mio Gesù con accento doloroso ha soggiunto:  “Che disordine nel mondo, però questo disordine è colpa dei capi, tanto civili quanto ecclesiastici; la loro vita interessata e corrotta non aveva forza di correggere i sudditi, quindi hanno chiuso gli occhi sopra i mali delle membra, perché già rimproveravano i mali propri, e se lo hanno fatto, è stato tutto in modo superficiale, perché non avendo in loro la vita di quel bene, come potevano infonderlo negli altri?  E quante volte questi capi perversi hanno anteposto i cattivi ai buoni, tanto che i pochi buoni sono restati scossi da questo agire dei capi.  Perciò farò colpire i capi in modo speciale.”

Ed io:  “Risparmiate i capi della Chiesa, già sono pochi, se Voi li colpisci mancheranno i reggitori.”  E Gesù:  “Non ti ricordi che con dodici apostoli fondai la mia Chiesa?  Così, quei pochi che resteranno basteranno a riformare il mondo.  Il nemico è già alle loro porte, le rivoluzioni sono già in campo, le nazioni nuoteranno nel sangue, i capi saranno dispersi; prega, prega e soffri, affinché il nemico non abbia la libertà di mettere tutto in rovina.”

 

DODICESIMA ORA - DALLE 4 ALLE 5 DEL MATTINO - GESU’ IN BALIA DEI SOLDATI

2 Gennaio 1919, Volume 12

Come in Gesù, nelle anime tutto deve tacere.

Questa mattina il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere sotto d’una tempesta di colpi, e col suo sguardo dolce mi guardava, chiedendomi aiuto e rifugio.  Io mi son lanciata verso Gesù per sottrarlo da quei colpi e chiuderlo nel mio cuore, e Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, la mia Umanità sotto i colpi dei flagelli taceva, e non solo taceva la bocca, ma tutto in Me taceva:  Taceva la stima, la gloria, la potenza, l’onore; ma con muto linguaggio ed eloquentemente parlava la mia pazienza, l’umiliazione, le mie piaghe, il mio sangue, l’annientamento quasi fino alla polvere del mio Essere; ed il mio amore ardente per la salute delle anime metteva un eco a tutte le mie pene.  Ecco mia figlia il vero ritratto delle anime amanti, tutto deve tacere in loro ed intorno a loro:  Stima, gloria, piaceri, onori, grandezze, volontà, creature; e se le avesse, deve essere come sorda e come se niente vedesse, ed invece deve sottentrare in lei la mia pazienza, la mia gloria, la mia stima, le mie pene, ed in tutto ciò che fa, che pensa, che ama, non sarà altro che amore, il quale avrà un eco solo col mio e mi chiederà anime.  Il mio amore per le anime è grande, come voglio che tutti si salvino, perciò vado in cerca di anime che mi amino e che prese delle stesse follie del mio amore, soffrano e mi chiedano anime.  Ma ahimè! quanto scarso è il numero che mi dà ascolto!”

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OTTAVA ORA - DA MEZZANOTTE ALL’1 - LA CATTURA DI GESU’

16 Novembre 1921, Volume 13

Il peccato è catena che lega l’uomo, e Gesù volle essere legato per spezzare le sue catene.

Questa mattina, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere tutto legato, legate le mani, i piedi, la vita; dal collo gli scendeva una doppia catena di ferro, ma era legato tanto stretto, da togliere il moto alla sua divina persona.  Che dura posizione, da far piangere anche le pietre, ed il mio sommo bene Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, nel corso della mia Passione tutte le altre pene facevano a gara, ma si davano il cambio, ed una dava il luogo all’altra, quasi come sentinelle montavano a farmi il peggio, per darsi il vanto che una era stata più brava dell’altra, ma le funi non me le tolsero mai, dacché fui preso fino al monte calvario fui sempre legato, anzi aggiungevano sempre funi e catene per timore che potessi fuggire, e per farsi più giuoco di Me; ma quanti dolori, confusioni, umiliazioni e cadute mi procurarono queste catene!  Ma sappi però che in queste catene c’era gran mistero e grande espiazione:  L’uomo, nel cominciare a cadere nel peccato resta legato con le catene del suo stesso peccato, se è grave sono catene di ferro, se veniale sono catene di funi; onde, fa per camminare nel bene e sente l’inceppo delle catene e resta inceppato nel passo, l’inceppo che sente lo snerva, lo debilita e lo porta a nuove cadute; se opera sente l’inceppo nelle mani e quasi resta come se non avesse mani per fare il bene; le passioni, vedendolo così legato fanno festa e dicono:  E’ nostra la vittoria, e da re qual è, lo rendono schiavo di passioni brutali.  Com’è abominevole l’uomo nello stato di colpa, ed Io per spezzargli le sue catene volli essere legato, e non volli mai essere senza catene, per tenere sempre pronte le mie per spezzare le sue, e quando i colpi, le spinte mi facevano cadere, Io gli stendevo le mani per snodarlo e renderlo libero di nuovo.”

Ma mentre ciò diceva, io vedevo quasi tutte le genti avvinte da catene, che facevano pietà e pregavo Gesù che toccasse con le sue catene le loro catene, affinché dal tocco delle sue restassero tutte frantumate quelle delle creature.


18 Marzo 1922, Volume 14

La colpa incatena l’anima e la inceppa nel fare il bene.  Il riposo di Dio e dell’anima.

Stavo accompagnando il mio dolce Gesù nelle sue pene della Passione, e Lui facendosi vedere mi ha detto:  “Figlia mia, la colpa incatena l’anima e la inceppa nel fare il bene: la mente sente la catena della colpa e resta impedita di comprendere il bene, la volontà sente la catena che l’avvolge e si sente intorpidita ed invece di voler il bene vuole il male, il desiderio incatenato si sente tarpare le ali per volare a Dio.  Oh! come mi fa compassione vedere l’uomo incatenato dalle sue stesse colpe, ecco perciò la prima pena che volli soffrire nella Passione furono le catene, volli essere legato per sciogliere l’uomo dalle sue catene.  Quelle catene che Io soffrii si convertirono, non appena mi toccarono, in catene d’amore, le quali toccando l’uomo, bruciavano e spezzavano le sue e lo legavano con le mie amorose catene.  Il mio amore è operativo, non sa stare se non opera, perciò per tutti e per ciascuno preparai ciò che ci vuole per riabilitarlo, per sanarlo, per abbellirlo di nuovo, tutto feci affinché se si decide trovi tutto pronto ed a sua disposizione, perciò tengo pronte le mie catene, per bruciare le sue; i brandelli delle mie carni per coprire le sue piaghe e fregiarlo di bellezza; il mio sangue per ridargli la vita; tutto ho pronto.  Tengo a riserbo per ciascuno ciò che ci vuole, ma il mio amore vuol darsi, vuole operare; sento una smania, una forza irresistibile che non mi dà quieta se non do, e sai che faccio?  Quando veggo che nessuno prende, accentro le mie catene, i brandelli delle mie carni, il mio sangue, in chi li vuole e mi ama, e lo tempesto di bellezza, inanellandolo tutto con le mie catene d’amore, gli centuplico la vita di grazia, e così il mio amore si sfoga e si quieta.”

Ma mentre ciò diceva, vedevo che le sue catene, i brandelli delle sue carni, il suo sangue, correvano su di me, e Lui si divertiva applicandoli su di me e inanellandomi tutta.  Quanto è buono Gesù, sia sempre benedetto!  Onde dopo è ritornato ed ha soggiunto:  “Figlia mia, sento il bisogno che la creatura riposi in Me ed Io in lei, ma sai tu quando la creatura riposa in Me ed Io in lei?  Quando la sua intelligenza pensa a Me e mi comprende, lei riposa nell’intelligenza del suo Creatore, e quella del Creatore trova il suo riposo nella mente creata.  Quando la volontà umana si unisce con la Volontà Divina, le due volontà si abbracciano e riposano insieme.  Se l’amore umano si eleva su tutte le cose create, ed ama solo il suo Dio, che bel riposo trovano a vicenda Dio e l’anima!  Chi dà riposo, lo trova, Io le faccio da letto e la tengo nel più dolce sonno, avvinta fra le mie braccia, perciò tu vieni e riposa nel mio seno.”


NONA ORA - DALL’1 ALLE2 DI NOTTE - GESU’, SBALZATO DA UNA RUPE, CADE NEL TORRENTE CEDRON

22 Gennaio 1913, Volume 11

La tripla Passione di Gesù: la passione dell’Amore, la passione del peccato, e la passione per mano dei Giudei.  Gesù é gettato nel torrente Cedron.

Stavo pensando alla Passione del mio sempre amabile Gesù, specie ciò che soffrì nell’orto; mi son trovata tutta immersa in Gesù e mi ha detto:  “Figlia mia, la mia prima Passione fu l’amore, perché l’uomo nel peccare, il primo passo che da nel male è la mancanza d’amore, quindi, mancando l’amore precipita nella colpa; onde l’Amore per rifarsi in Me di questa mancanza d’amore delle creature, mi fece soffrire più di tutti, quasi mi stritolò più che sotto d’un torchio, mi dette tante morti per quante creature ricevono la vita.

Il secondo passo che succede nella colpa è defraudare la gloria di Dio, ed il Padre per rifarsi della gloria tolta dalle creature, mi fece soffrire la Passione del peccato, cioè, che ogni colpa mi dava una Passione speciale; se la Passione fu una, il peccato, invece, furono tante Passioni per quante colpe si commetteranno fino alla fine del mondo; e così si rifece la gloria del Padre.

Il terzo effetto che produce la colpa è la debolezza nell’uomo, e perciò volli soffrire la Passione per mani dei giudei, cioè la mia terza Passione, per rifare l’uomo della forza perduta.

Sicché con la Passione dell’amore si rifece e si mise a giusto livello l’Amore, con la Passione del peccato si rifece e si mise a livello la gloria del Padre, con la Passione dei giudei si mise a livello e si rifece la forza delle creature.  Tutto ciò soffrii nell’orto, fu tale e tanta la sofferenza, le morti che subii, gli spasimi atroci, che sarei morto davvero se la Volontà del Padre fosse giunta che Io morissi.”

Poi passai a pensare quando il mio amabile Gesù, dai nemici fu menato nel torrente Cedron.  Il benedetto Gesù si faceva vedere in un aspetto che moveva a pietà, tutto bagnato di quelle acque sporche e mi ha detto:  “Figlia mia, nel creare l’anima l’ammantai d’un manto di luce e di bellezza, il peccato toglie questo manto di luce e di bellezza e vi mette un manto di tenebre e bruttezza, rendendola schifosa e nauseante; ed Io per togliere questo manto così lurido che il peccato mette all’anima, permisi che i giudei mi menassero in questo torrente, ove restai come ammantato dentro e fuori di Me, perché queste acque putride mi entrarono fin nelle orecchie, nelle narici, nella bocca, tanto, che i giudei facevano schifo a toccarmi.  Ah! quanto mi costò l’amore delle creature, fino a rendermi nauseante a Me stesso!”

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SETTIMA ORA - DALLE 11 A MEZZANOTTE - LA TERZA ORA DI AGONIA NELL'ORTO DI GETSEMANI

19 Novembre 1921, Volume 13

I due appoggi di Gesù nel Getsemani. Per conoscere le verità è necessario che ci sia la volontà e il desiderio di conoscerle. La verità é semplice.

Stavo facendo compagnia al mio Gesù agonizzante nell’orto di Getsemani, e per quanto mi era possibile lo compativo, lo stringevo forte al mio cuore cercando di tergergli i sudori mortali, ed il mio dolente Gesù, con voce fioca e spirante mi ha detto:  “Figlia mia, dura e penosa fu la mia agonia nell’orto, forse più penosa di quella della croce, perché se questa fu compimento e trionfo su tutti, qui nell’orto fu principio, ed i mali si sentono più prima che quando sono finiti, ma in questa agonia la pena più straziante fu quando mi si fecero innanzi uno per uno tutti i peccati, la mia Umanità ne comprese tutta l’enormità, ed ogni delitto portava l’impronta “morte ad un Dio”, armato di spada per uccidermi.  Innanzi alla Divinità la colpa mi compariva così orrida e più orribile della stessa morte; nel capire solo che significa peccato, Io mi sentivo morire e ne morivo davvero, gridai al Padre e fu inesorabile; non ci fu uno che almeno mi desse un aiuto per non farmi morire, gridai a tutte le creature che avessero pietà di Me, ma invano, sicché la mia Umanità languiva e stavo per ricevere l’ultimo colpo della morte, ma sai tu chi ne impedì l’esecuzione e sostenne la mia Umanità a non morire?  Prima fu la mia inseparabile Mamma, Lei nel sentirmi chiedere aiuto volò al mio fianco e mi sostenne, ed Io poggiai il mio braccio destro su di Lei, la guardai quasi morente e trovai in Essa l’immensità della mia Volontà integra, senza mai esserne stata rottura tra la Volontà mia e la sua.  La mia Volontà è Vita, e siccome la Volontà del Padre era irremovibile, e la morte mi veniva dalle creature, un’altra creatura che racchiudeva la Vita della mia Volontà mi dava la vita, ed ecco che la Mamma mia, nel portento della mia Volontà, mi concepì e mi fece nascere nel tempo ed ora mi dà una seconda volta la vita per farmi compiere l’opera della Redenzione. 

Poi guardai a sinistra e trovai la piccola figlia del mio Volere, trovai te come prima, col seguito delle altre figlie della mia Volontà; e siccome la mia Mamma la volli con Me come primo anello della misericordia, cui dovevamo aprire le porte a tutte le creature, perciò volli poggiare la destra; a te ti volli come primo anello di giustizia, per impedire che si sgravasse su tutte le creature come si meritano, perciò volli poggiare la sinistra, affinché la sostenessi insieme con Me.  Onde, con questi due poggi Io mi sentii ridare la vita, e come se nulla avessi sofferto, con passo fermo andai incontro ai nemici, ed in tutte le pene che soffrii nella mia Passione, molte di esse capaci di darmi la morte, questi due poggi non mi lasciavano mai, e quando mi vedevano pressoché a morire, con la mia Volontà che contenevano mi sostenevano e mi davano come tanti sorsi di vita.  Oh! i prodigi del mio Volere, chi mai può numerarli e calcolarne il valore?  Perciò amo tanto chi vive del mio Volere, riconosco in lei il mio ritratto, i nobili miei lineamenti, sento il mio stesso alito, la mia voce, e se non l’amassi defrauderei Me stesso, sarei come un padre senza generazione, senza il nobile corteggio della sua corte e senza la corona dei suoi figli, e se non avessi la generazione, la corte, la corona, come potrei chiamarmi Re?  Sicché il mio regno viene formato di quelli che vivono nella mia Volontà, da questo regno scelgo la Madre, la Regina, i figli, i ministri, l’esercito, il popolo, Io sono tutto per loro e loro sono tutti per Me.”

Ora dopo stavo pensando a ciò che Gesù mi diceva, e dicevo tra me:  “Come si fa a mettere in pratica?”  E Gesù ritornando ha soggiunto:  “Figlia mia, le verità per conoscerle, è necessario che ci stia la volontà, il desiderio di conoscerle.  Supponi una stanza cui stanno chiuse le imposte, per quanto sole stia fuori la stanza si rende sempre all’oscuro; ora, aprire le imposte significa voler la luce, ma ciò non basta, se non profitta della luce per riordinare la stanza, spolverarla, mettersi al lavoro, quasi per non ammazzare la luce che le viene data e rendersi ingrato.  Così non basta tenere volontà di conoscere le verità, se alla luce della verità che lo illumina non cerca di spolverarsi delle sue debolezze e di riordinarsi secondo la luce della verità che conosce, ed insieme con la luce della verità mettersi al lavoro, facendone sostanza propria, in modo da trasparire dalla sua bocca, dalle sue mani, dal suo portamento la luce della verità che ha assorbito, allora sarebbe come se ammazzasse la verità, e col non metterla in pratica sarebbe starsi in pieno disordine innanzi alla luce.  Povera stanza piena di luce ma tutta scompigliata, sottosopra ed in pieno disordine, ed una persona dentro che non si cura di riordinarla, quale pietà non farebbe?  Tale è chi conosce le verità e non le mette in pratica.

Sappi però che in tutte le verità come primo alimento entra la semplicità, se le verità non fossero semplici, non sarebbero luce e non potrebbero penetrarvi nelle menti umane per illuminarle, e dove non c’è luce non si possono discernere gli oggetti; la semplicità non solo è luce, ma è come l’aria che si respira, che mentre non si vede dà la respirazione a tutto, e se non fosse per l’aria, la terra e tutti resterebbero senza moto, sicché, se le virtù, le verità non portano l’impronta della semplicità, saranno senza luce e senza aria.”

 

8 Aprile 1922, Volume 14

La Santissima Trinità concorreva nella creazione dell’uomo.  Dolore di Gesù nel vedere deformate la volontà, la intelligenza e la memoria dell’uomo.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando al dolore che soffrì il mio dolce Gesù nell’orto del Getsemani, quando si presentarono innanzi alla sua santità tutte le nostre colpe; e Gesù, tutto afflitto, nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, il mio dolore fu grande ed incomprensibile a mente creata, specie quando vidi l’intelligenza umana deformata, la mia bella immagine che feci riprodurre in lei, non più bella, ma brutta, orrida.  Io la dotai di volontà, intelletto e memoria, nella prima rifulgeva il mio Celeste Padre, cui come atto primo comunicava la sua potenza, la sua santità, la sua altezza, per cui elevava la volontà umana investendola della sua stessa santità, potenza e nobiltà, lasciandovi tutte le correnti aperte tra Lui e la volontà umana, affinché sempre più si arricchisse dei tesori della mia Divinità; tra la volontà umana e Divina non c’era né tuo né mio, ma tutto in comune, con reciproco accordo, era immagine nostra, cosa nostra, sicché lei ci adombrava, quindi la vita nostra doveva essere la sua, e perciò costituiva come atto primo la sua volontà libera, indipendente, come era, come atto primo la Volontà del mio Celeste Padre, ma questa volontà quanto si è deturpata, da libera si è resa schiava di vilissime passioni, ah! è lei il principio di tutti i mali dell’uomo, non si riconosce più, come è scesa dalla sua nobiltà, fa schivo a guardarla. 

Ora, come atto secondo vi concorsi Io, Figlio di Dio, dotandola d’intelletto, comunicandole la mia sapienza, la scienza di tutte le cose, affinché conoscendole potesse gustare e felicitarsi nel bene.  Ma, ahimè! che sentina di vizi è l’intelligenza della creatura, della scienza se n’è servita per disconoscere il suo Creatore.  E poi, come atto terzo vi concorse lo Spirito Santo, dotandola di memoria, affinché ricordandosi di tanti benefici, potesse stare in continue correnti d’amore, in continui rapporti, l’amore doveva coronarla, abbracciarla ed informare tutta la sua vita.  Ma come resta contristato l’Eterno Amore!  Questa memoria si ricorda dei piaceri, delle ricchezze e fino di peccare, e la Trinità Sacrosanta viene messa fuori dei doni dati alla sua creatura.  Il mio dolore fu indescrivibile nel vedere la deformità delle tre potenze dell’uomo, avevamo formato la nostra reggia in lui, e lui ci aveva cacciati fuori.” (…)

 

Luglio 4, 1910

L’agonia dell’orto fu in modo speciale per aiuto ai moribondi, l’agonia della croce fu per aiuto dell’ultimo punto, proprio per l’ultimo respiro.

Continuando il mio solito stato pieno di privazioni e d’amarezza, stavo pensando all’agonia di Nostro Signore, ed il Signore mi disse: "Figlia mia, volli soffrire in modo speciale l’agonia dell’orto, per dare aiuto a tutti i moribondi a ben morire. Vedi bene come si combina la mia agonia con l’agonia dei cristiani: Tedi, tristezze, angoscie, sudore di sangue; sentivo la morte di tutti e di ciascuno, come se realmente morissi per ciascuno in particolare, quindi sentivo in Me i tedi, le tristezze, le angosce di ciascuno, ed a tutti prestavo con le mie, aiuto, conforto, speranza, per fare che come Io sentivo le loro morti in Me, così loro potessero avere grazia di morire tutti in Me, come dentro d’un solo fiato, col mio fiato, e subito beatificarli con la mia Divinità.(…)

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4 Gennaio 1924, Volume 16

Con le parole di Gesù nell’orto:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat”, contrattò col suo Celeste Padre che la Volontà Divina prendesse il suo primo posto d’onore nella creatura.

Stavo pensando alle parole di Gesù nell’orto quando disse:  Padre, se è possibile, passi da Me questo calice, ma però non mea voluntas, sed Tua Fiat.”  Ed il mio dolce Gesù, muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, credi tu che fu il calice della mia Passione per cui dicevo al Padre:  “Padre, se è possibile passi da Me questo calice?”  No, non affatto, era il calice della volontà umana che conteneva tale amarezza e pienezza di vizi, che la mia volontà umana unita alla Divina provò tale ribrezzo, terrore e spavento, che gridai:  “Padre, se è possibile passi da Me questo calice.”  Com’è brutta la volontà umana senza della Volontà Divina, che quasi come dentro di un calice si rinchiuse dentro di ciascuna creatura.  Non c’è male nelle generazioni, di cui essa non sia l’origine, il seme, la fonte, ed Io vedendomi coperto di tutti questi mali che ha prodotto l’umana volontà, innanzi alla santità della mia mi sentivo morire, e sarei morto difatti se la Divinità non mi avesse sostenuto.  Ma sai tu perché soggiunsi, e per ben tre volte:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat?”  Io sentivo sopra di Me tutte le volontà delle creature unite insieme, tutti i loro mali, e a nome di tutti gridai al Padre:  “Non più la volontà umana sia fatta sulla terra, ma la Divina; la volontà umana sia sbandita e la Tua vi regni.”  Sicché fin d’allora, e lo volli fare sin dal principio della mia Passione, perché era la cosa che più m’interessava e la più importante, di chiamare sulla terra il Fiat Voluntas tua come in Cielo così in terra.  Io ero a nome di tutti che dicevo:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat.”  Fin d’allora Io costituivo l’epoca del Fiat Voluntas tua sulla terra; e col dirlo per ben tre volte, nella prima la impetravo, nella seconda la facevo scendere, nella terza la costituivo regnante e dominatrice.  E come dicevo:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat”, Io intendevo di svuotare le creature della loro volontà e riempirle della Divina.

Prima di morire, perché non mi restavano che ore, Io volli contrattare col mio Celeste Padre il mio primo scopo per cui venni sulla terra, che la Volontà Divina prendesse il suo primo posto d’onore nella creatura.  Era stato questo il primo atto dell’uomo, cioè sottrarsi dalla Volontà Suprema, e quindi la nostra prima offesa, tutti gli altri mali di lui entrano nell’ordine secondario, ed Io dovetti prima realizzare lo scopo del Fiat Voluntas tua come in Cielo così in terra, e poi formare con le mie pene la Redenzione, perché la stessa Redenzione entra nell’ordine secondario; è sempre la mia Volontà che tiene il primato in tutte le cose, e sebbene dei frutti della Redenzione si videro gli effetti, ma fu in virtù di questo contratto che Io feci col mio Divin Padre, che il suo Fiat doveva venir a regnare sulla terra, realizzando il vero scopo della creazione dell’uomo ed il mio primo scopo per cui venni sulla terra, che potette ricevere i frutti della Redenzione; altrimenti avrebbe mancato l’ordine alla mia sapienza; se il principio del male fu la sua volontà, Io questa dovevo ordinare e ristabilire, riunire Volontà Divina e umana, e sebbene si videro prima i frutti della Redenzione, questo dice nulla; la mia Volontà è qual Re, che sebbene è il primo fra tutti, arriva l’ultimo, precedendolo per suo onore e decoro i suoi popoli, eserciti, ministri, principi e tutta la corte regale.  Sicché prima erano necessari i frutti della mia Redenzione per far trovare la corte regale, i popoli, gli eserciti, i ministri, all’altezza della Maestà della mia Volontà.

Ma sai tu chi fu la prima a gridare insieme con Me:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat”?  Fu la mia piccola neonata nella mia Volontà, la mia piccola figlia, che ebbe tale ribrezzo, tale spavento della sua volontà, che tremante si strinse a Me e gridò insieme con Me:  “Padre, se è possibile passi da me questo calice della mia volontà”, e piangendo soggiungesti insieme con Me:  “Non mea voluntas, sed Tua Fiat.”  Ah! sì, fosti tu insieme con Me in quel primo contratto col mio Celeste Padre, perché ci voleva una creatura almeno che doveva rendere valido questo contratto, altrimenti, a chi donarlo?  A chi affidarlo?  E per rendere più sicura la custodia del contratto, ti feci dono di tutti i frutti della mia Passione, schierandoli intorno a te come un esercito formidabile, che mentre tiene il suo regale corteggio alla mia Volontà, fa guerra accanita alla tua volontà, perciò, coraggio nello stato in cui ti trovi, smetti il pensiero che Io possa lasciarti, andrebbe a scapito del mio Volere, essendo che tengo il contratto della mia Volontà deposto in te.  Onde stati in pace, è la mia Volontà che ti prova, che vuole non solo purgarti ma distruggere anche l’ombra della tua volontà, onde con tutta pace segui il volo nel mio Volere, non ti dar pensiero di nulla, il tuo Gesù farà in modo che tutto ciò che potrà succedere dentro e fuori di te, farà risaltare maggiormente la mia Volontà, e allargherà in te i confini della mia nella tua volontà umana; sono Io che manterrò la battuta nel tuo interno, affinché diriga tutto in te secondo il mio Volere.  Io non mi occupai d’altro che della sola Volontà del Padre mio, e siccome tutte le cose stanno in Essa, perciò mi occupai di tutto; e se una preghiera insegnai, non fu altra che la Volontà Divina si faccia come in Cielo così in terra, ma era la preghiera che racchiudeva tutto.  Sicché Io non mi aggiravo che intorno alla Volontà Suprema, le mie parole, le mie pene, le mie opere, i miei palpiti erano pregni di Volontà Celeste.  Così voglio che faccia tu, devi tanto girare intorno ad Essa, da farti bruciare dall’alito eterno del fuoco della mia Volontà, in modo da perdere qualunque altra conoscenza, e di null’altro sapere che solo e sempre il mio Volere.”

 

Febbraio 4, 1922

L’amore ramingo e respinto dà in singhiozzo di pianto.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere tutto affannato, il suo respiro era fuoco, e stringendomi a Sé mi ha detto: "Figlia mia, voglio refrigerio alle mie fiamme, voglio sfogare il mio amore, ma il mio amore è respinto dalle creature. Tu devi sapere che Io nel creare l’uomo, misi fuori da dentro la mia Divinità una quantità d’amore che doveva servire come vita primaria delle creature, per arricchirsi, per sostenersi, per fortificarsi, e per aiuto in tutti i loro bisogni, ma l’uomo respinge quest’amore ed il mio amore va ramingo dacché fu creato l’uomo e gira sempre senza mai fermarsi, e respinto d’uno corre ad un altro per darsi, e come è respinto dà in singhiozzo di pianto, sicché l’incorrispondenza forma il singhiozzo di pianto dell’amore.

Onde, mentre il mio amore va ramingo e corre per darsi, se vede uno debole, povero, dà in singhiozzo di pianto e gli dice: "Ahi, se non mi facessi andare ramingo e mi avessi dato alloggio nel tuo cuore, saresti stato forte e nulla ti mancherebbe." Se vede un altro caduto nella colpa dà in singhiozzo: "Ahi! se mi avessi dato l’entrata nel tuo cuore non saresti caduto." Per quell’altro che vede trascinato dalle passioni, infangato di terra, l’amore piange e singhiozzando gli ripete: "Ahi! se avessi preso il mio amore, le passioni non avrebbero vita su di te, la terra non ti toccherebbe, il mio amore ti basterebbe per tutto." Sicché in ogni male dell’uomo, piccolo oppure grande, lui ha un singhiozzo di pianto e continua ad andar ramingo per darsi all’uomo, e quando nell’orto del Getsemani si presentarono tutti i peccati innanzi alla mia Umanità, ogni colpa aveva il singhiozzo del mio amore, e tutte le pene della mia Passione, ogni colpo di flagello, ogni spina, ogni piaga, era accompagnata dal singhiozzo del mio amore, perché se l’uomo avesse amato, nessun male poteva venire; la mancanza d’amore ha germogliato tutti i mali ed anche le mie stesse pene.

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SESTA ORA - DALLE 10 ALLE 11 DELLA NOTTE - LA SECONDA ORA DI AGONIA NELL'ORTO DI GETSEMANI

Luglio 20, 1922

Il vivere nel Divin Volere innesta nell’anima tutto ciò che la Divina Volontà fece e le fece soffrire alla Umanità di Gesù.

(…) la mia Volontà eterna impose alla mia Umanità che accettasse tante morti per quante creature dovevano aver vita alla luce del giorno, e la mia Umanità accettò con amore queste morti, tanto che il Volere eterno fece tanti segni nella mia Umanità, per quante morti dovevo subire. (…)

Luglio 28, 1922

Somiglianza dell’anima con Gesù, non solo nelle morti di dolori, ma anche in quelle d’amore.

Mi sentivo tutta immersa nel suo Santissimo Volere, ed il mio dolce Gesù, nel venire mi ha detto:  “Figlia mia, immedesima la tua intelligenza con la mia, affinché circoli in tutte le intelligenze delle creature, e riceva il vincolo di ciascun pensiero di esse, per sostituirli con tant’altri pensieri fatti nel mio Volere, ed Io riceva la gloria come se tutti i pensieri fossero fatti nel modo divino.  Allarga il tuo volere nel mio, nessuna cosa deve sfuggire che non resti presa nella rete della tua e mia Volontà, il mio Volere in Me ed il mio Volere in te, devono confondersi insieme e tenere gli stessi confini interminabili, ma ho bisogno che il tuo volere si presti a distendersi nel mio e non gli sfugga nessuna cosa da Me creata, affinché in tutte le cose senta l’eco della Volontà Divina nella volontà umana, affinché vi generi la mia somiglianza.  Vedi figlia mia, Io subii doppie morti per ciascuna creatura, una d’amore e l’altra di pena, perché nel crearla la creai un complesso tutto d’amore, per cui non doveva uscire da essa altro che amore, tanto che il mio ed il suo dovevano stare in continue correnti, ma l’uomo non solo non mi amò, ma ingrato mi offese, ed Io dovevo rifare il mio Divin Padre di questa mancanza d’amore, e dovetti accettare una morte d’amore per ciascuno, ed un’altra di dolore per le offese.”

Ma mentre ciò diceva, vedevo il mio dolce Gesù tutto una fiamma, che lo consumava e gli dava morte per ciascuno, anzi vedevo che ogni pensiero, parola, moto, opera, passo, ecc., erano tante fiamme che consumavano Gesù e lo vivificavano.

Onde Gesù ha soggiunto:  “Non vorresti tu la mia somiglianza?  Non vorresti tu accettare le morti d’amore come accettasti le morti di dolore?”  Ed io: “Ah! mio Gesù, io non so che mi sia successo; sento ancora gran ripugnanza per aver accettato quelle di dolore, come potrei accettare quelle d’amore che mi sembrano più dure?  Io tremo al solo pensarlo, la mia povera natura si annienta di più, si disfà.  Aiutami, dammi la forza, ché mi sento che non posso tirare più avanti.”

E Gesù, tutto bontà e deciso ha soggiunto:  “Povera figlia mia, coraggio, non temere né volerti turbare per la ripugnanza che senti; anzi, per rassicurarti ti dico che anche questa è una mia somiglianza.  Devi sapere che anche la mia Umanità, per quanto santa, desiderosa al sommo di patire, sentiva questa ripugnanza, ma non era la mia, erano tutte le ripugnanze delle creature che sentivano nel fare il bene, nell’accettare le pene che meritavano, e dovevo subire queste pene che mi torturavano non poco, per dare a loro l’inclinazione al bene e renderle più dolci le pene, tanto che nell’orto gridai al Padre:  “Se è possibile passi da Me questo calice.”  Credi tu che fui Io?  Ah no! t’inganni, Io amavo il patire fino alla follìa, amavo la morte per dar vita ai miei figli; era il grido di tutta quanta l’umana famiglia, che echeggiava nella mia Umanità, ed Io, gridando insieme con loro per dar loro forza, ripetetti per ben tre volte:  “Se è possibile passi da Me questo calice.”  Io parlavo a nome di tutti, come se fossero cosa mia, ma mi sentivo schiacciare; sicché la ripugnanza che senti non è tua, è l’eco della mia; se fosse tua mi sarei ritirato, perciò, figlia mia, volendo generare da Me un’altra mia immagine, voglio che accetti, ed Io stesso voglio segnare nella tua volontà allargata e consumata nella mia, queste mie morti d’amore.”  E mentre ciò diceva, con la sua santa mano mi segnava, ed è scomparso.  Sia tutto a gloria di Dio.

 

Agosto 2, 1922

Somoglianza nella pena più grande di Gesù: l’allontanamento della Divinità nelle pene

Agosto 2, 1922

Somoglianza nella pena più grande di Gesù: l’allontanamento della Divinità nelle pene.

Trovandomi nel solito mio stato, mi vedevo tutta confusa e come separata dal mio dolce Gesù, tanto che nel venire gli ho detto: "Amor mio, come le cose son cambiate per me, prima mi sentivo tanto immedesimata con Te che non avvertivo nessuna divisione tra me e Te, e nelle stesse pene che soffrivo Tu eri con me. Ora tutto al contrario, se soffro mi sento divisa da Te, e se ti veggo innanzi a me o dentro di me, è nell’aspetto di un giudice che mi condanna alla pena, alla morte, e non più prendi parte alle pene che Tu stesso mi dai, eppure mi dici: elevati sempre più; invece io discendo." E Gesù spezzando il mio dire mi ha detto: "Figlia mia, quanto t’inganni, questo ne avviene perché tu hai accettato, ed Io ho segnato le morti e le pene che Io subii per ciascuna creatura. Anche la mia Umanità si trovava in queste dolorose condizioni, Essa era inseparabile della mia Divinità, eppure, essendo la mia Divinità intangibile nelle pene, né capace di poter soffrire ombra di pene, la mia Umanità si trovava sola nel patire, e la mia Divinità era solo spettatrice delle pene e morti che Io subivo, anzi mi era giudice inesorabile, che voleva il fio d’ogni pena di ciascuna creatura. Oh! come la mia Umanità tremava, restava schiacciata innanzi a quella luce e Maestà Suprema nel vedermi coperto delle colpe di tutti, e delle pene e morti che ciascuno meritava! fu la pena più grande della mia Vita, che mentre ero una sol cosa con la Divinità ed inseparabile, nelle pene rimanevo solo e come appartato.

Onde, se ti ho chiamato alla mia somiglianza, che maraviglia che mentre mi senti in te mi vedi spettatore delle tue pene che Io stesso t’infliggo e ti senti come separata da Me? Eppure la tua pena non è altro che l’ombra della mia, e come la mia Umanità non restò mai separata dalla Divinità, così t’assicuro che mai tu resti separata da Me, sono gli effetti che provi, ma allora più che mai formo una sola cosa con te, perciò coraggio, fedeltà e non temere." 

 

Ottobre 3, 1922

Necessità che la Vergine fosse a giorno delle pene interne di Gesù.

(…) "Figlia mia, non ti abbattere, quando la mia Volontà lo vuole, anche tu devi cedere, e poi, non è altro che un passo della mia Vita, e la mia stessa Vita nascosta, le mie pene interne e tutto ciò che feci, ebbero sempre almeno uno, due spettatori, e questo con ragione, per necessità e per ottenere lo scopo delle stesse mie pene. Quindi il primo spettatore fu il mio Celeste Padre, cui nulla poteva sfuggirgli, essendo Lui stesso colui che m’infliggeva le pene era attore e spettatore. Se mio Padre non vedeva e non sapeva nulla, come potevo soddisfarlo, dargli la gloria, piegarlo alla vista delle mie pene a misericordia per il genere umano? Ecco lo scopo andava fallito.

In secondo, di tutte le mie pene della mia Vita nascosta fu spettatrice la mia Mamma, ed era necessario, se Io ero venuto dal Cielo in terra per patire, non per Me, ma per il bene altrui, dovevo avere almeno una creatura in cui dovevo poggiare quel bene che contenevano le mie pene, e quindi muovere la mia cara Mamma a ringraziarmi, a lodarmi, ad amarmi, a benedirmi e farla ammirare l’eccesso della mia bontà; tanto che Lei, presa, rapita, commossa alla vista delle mie pene, mi pregava che in vista del gran bene che le portavano le mie pene, non la facessi esente d’immedesimarla con le mie stesse pene per soffrirle, per darmi il ricambio ed essere mia perfetta imitatrice. Se la mia Mamma nulla vedesse, non avrei avuto la mia prima imitatrice, nessun grazie, nessuna lode; le mie pene, il bene che contenevano restavano senza effetto, perché non conoscendole nessuno, non potevo fare il primo poggio, sicché lo scopo del gran bene che doveva ricevere la creatura andava sperduto, vedi quanto era necessario che almeno una sola fosse a giorno delle mie pene.(…)

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QUINTA ORA - DALLE 9 ALLE 10 DELLA NOTTE - LA PRIMA ORA DI AGONIA NELL'ORTO DI GETSEMANI

25 Novembre 1909, Volume 9

Tanto in Gesù come nelle anime, il primo lavorio lo fa l’Amore.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando all’agonia di Gesù nell’orto; e facendosi vedere appena il benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, gli uomini non fecero altro che lavorare la scorza della mia Umanità, e l’amore eterno mi lavorò tutto il di dentro, sicché nella mia agonia, non gli uomini, ma l’amore eterno, l’amore immenso, l’amore incalcolabile, l’amore nascosto mi aprì larghe ferite, mi trafisse con chiodi infuocati, mi coronò con spine ardenti, mi abbeverò con fiele bollente; sicché la mia povera Umanità, non potendo contenere tante specie di martiri in un medesimo tempo, sboccò fuori larghi rivi di sangue, si contorceva e giunse a dire:  Padre, se è possibile togliete da Me questo calice, però non la mia, ma la tua Volontà sia fatta.”  Ciò che non fece nel resto della Passione.  Sicché tutto ciò che soffrii nel corso della Passione, lo soffrii tutto insieme nell’agonia, ma in modo più intenso, più doloroso, più intimo, perché l’amore mi penetrò fin nelle midolla delle ossa e nelle fibre più intime del cuore, dove mai potevano giungere le creature, ma l’amore a tutto arriva, non c’è cosa che gli possa resistere.  Onde il mio primo carnefice fu l’amore.  Perciò nel corso della Passione non ci fu in Me neppure uno sguardo bieco verso di chi mi faceva da carnefice, perché tenevo un carnefice più crudo, più attivo in Me, qual era l’amore, e dove i carnefici esterni non giungevano, o qualche particella veniva risparmiata, l’amore riprendeva il suo lavoro e in nulla mi risparmiava.  E così è in tutte le anime, il primo lavoro lo fa l’amore, e quando l’amore ha lavorato e la ha riempito di sé, quello che si vede di bene all’esterno, non è altro che lo sbocco del lavorio che l’amore ha fatto nell’interno.”


20 Novembre 1922, Volume 14

Correnti d’amore tra Dio e l’uomo.

Stavo pensando come il mio dolce Gesù stando nell’orto soffrì tante pene, ma non da parte delle creature, perché Lui era solo, anzi abbandonato da tutti, ma da parte del suo Eterno Padre.  Erano correnti d’amore tra Lui ed il Celeste Padre, ed in queste correnti venivano messe tutte le creature, in cui ci stava tutto l’amore d’un Dio per ciascuna di loro, e tutto l’amore che ciascuna doveva a Dio, e mancando questo veniva a soffrire pene da superare tutte le altre pene, tanto che sudò vivo sangue.  Ed il mio dolce Gesù, stringendomi al suo cuore per essere sollevato mi ha detto:  “Figlia mia, le pene dell’amore sono le più strazianti.  Vedi, in queste correnti d’amore tra Me e il Padre mio c’è tutto l’amore che mi dovevano tutte le creature, quindi c’è l’amore tradito, l’amore negato, l’amore respinto, l’amore sconosciuto, l’amore calpestato, ecc. 

Oh! come mi giunge trafiggente al mio cuore, da sentirmi morire; tu devi sapere che nel creare l’uomo fissai tante correnti d’amore tra Me e lui; non mi bastava d’averlo creato, no, dovevo mettere tante correnti d’amore tra Me e lui, che non ci doveva essere parte di esso in cui non scorressero queste correnti, sicché nell’intelligenza dell’uomo correva la corrente d’amore della mia sapienza, nell’occhio correva la corrente del amore della mia luce, nella bocca la corrente d’amore della mia parola, nelle mani la corrente d’amore della santità delle mie opere, nella volontà la corrente d’amore della mia, e così di tutto il resto.  L’uomo era stato fatto per stare in continue comunicazioni col suo Creatore, e come poteva stare in comunicazione con Me se le mie correnti non correvano nelle sue?  Col peccato spezzò tutte queste correnti e restò diviso da Me; sai tu come successe?  Guarda il sole, tutta la sua luce batte sulla superficie della terra e la investe tanto da far sentire il suo calore, tanto al vivo e reale che porta la fecondità, la vita a tutto ciò che la terra produce, sicché il sole e la terra, si può dire, stanno in comunicazione fra loro.  Oh! come sono più strette le mie comunicazioni tra l’uomo ed Io, vero sole eterno. 

Ora, se una creatura potesse aver potere di spezzare tra la terra e il sole la corrente della luce che batte sulla superficie, qual male non farebbe mai?  Il sole ritirerebbe a sé tutta la corrente della luce, la terra resterebbe all’oscuro, senza fecondità e senza vita.  Qual pena meriterebbe egli mai?  Tutto ciò fece l’uomo nella Creazione, ed Io scesi dal Cielo in terra per riunire di nuovo tutte queste correnti d’amore, ma, oh! quanto mi costò, e l’uomo continua la sua ingratitudine e ritorna a spezzarmi le correnti da Me aggiustate!”


30 Ottobre 1924, Volume 17

La Passione dell’Amore non corrisposto.

…Dopo di ciò, mi son messa col pensiero vicina al mio Gesù nell’orto del Getsemani, e lo pregavo che mi facesse penetrare in quell’amore con cui tanto mi amò; ed il mio Gesù, muovendosi di nuovo nel fondo del mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, entra nel mio amore, né uscirne mai, e corri appresso di esso, o fermati nel mio stesso amore per ben comprendere quanto ho amato la creatura.  Tutto è amore in Me verso di essa.  La Divinità nel creare questa creatura si propose d’amarla sempre, sicché, in ogni cosa di dentro e fuori di lei, doveva correre verso di lei con un continuo ed incessante nuovo atto d’amore.  Quindi posso dire che in ogni pensiero, sguardo, parola, respiro, palpito, ed in tutto il resto della creatura, vi corre un atto d’amore eterno.  Ma se la Divinità si proposi d’amarla sempre ed in ogni cosa questa creatura, era perché voleva riscuotere in ogni cosa il ricambio del nuovo ed incessante amore della creatura, voleva dar amore per ricevere amore, voleva amar per essere riamata, ma non fu così!  La creatura non solo non volle mantenere l’battuta dell’amore, né rispondere all’eco dell’amore del suo Creatore, ma respinse quest’amore, lo disconobbe e l’offese.  A questo affronto la Divinità non si arrestò, ma continuò il suo nuovo ed incessante amore verso la creatura, e siccome la creatura non lo riceveva, restavano riempiti Cieli e terra, aspettando chi doveva prendere quest’amore per averne il ricambio, perché Iddio quando decide, propone, tutti gli eventi in contrario non lo mutano, ma resta immutabile nella sua immutabilità. 

Ecco perciò passando ad un altro eccesso d’amore, venni Io, Verbo del Padre, sulla terra, e prendendo una Umanità, raccolsi in Me tutto questo amore che riempiva Cielo e terra per ricambiare la Divinità con altrettanto amore per quanto ne aveva dato e ne doveva dare alle creature, e mi costituii amore di ciascun pensiero, di ogni sguardo, d’ogni parola, palpito, moto e passo di ciascuna creatura; perciò fu la mia Umanità lavorata anche nella più piccola fibra di Essa dalle mani dell’eterno amore del mio Celeste Padre, per darmi capacità di poter racchiudere tutto l’amore che la Divinità voleva dare alle creature, per darle l’amore di tutte e costituirmi amore di ciascun atto di creatura.  Sicché ogni tuo pensiero è coronato dai miei incessanti atti d’amore; non c’è cosa in te e fuori di te, che non sia circondata dai miei ripetuti atti d’amore, perciò la mia Umanità in quest’orto geme, affanna, agonizza, si sente stritolata sotto il peso di tanto amore, perché amo e non sono riamato.  Le pene dell’amore sono le più acerbe, le più crudeli, sono pene senza pietà, più dolorose della mia stessa Passione!  Oh! se mi amassero, il peso di tanto amore si renderebbe leggero, perché l’amore riamato resta appagato e soddisfatto nell’amore stesso di chi ama; ma non riamato va in follia, delira, e si sente ricambiato con un atto di morte quell’amore da lui uscito.  Vedi dunque come fu più acerba e dolorosa la Passione del mio amore, perché se nella mia Passione fu una sola la morte che mi diedero, invece nella Passione dell’amore, tante morti mi fecero subire per quanti atti d’amore uscirono da Me e non ne fui ricambiato.  Perciò vieni tu, figlia mia, a ricambiarmi di tanto amore, nella mia Volontà troverai come in atto tutto questo amore, fallo tuo e costituisciti insieme con Me, amore di ciascun atto di creatura, per ricambiarmi dell’amore di tutti.”

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24 Marzo 1922, Volume 14

Chi vive nella Divina Volontà, coi suoi atti supplisce alla moltiplicazione della Vita Sacramentale di Gesù.

Continuando il mio solito stato, il mio sempre amabile Gesù nel venire mi ha detto:  “Figlia mia, come l’anima emette i suoi atti nel mio Volere, così moltiplica la mia Vita, sicché se fa dieci atti nella mia Volontà, dieci volte mi moltiplica; se ne fa venti, cento, mille e più ancora, tante volte di più resto moltiplicato.  Succede come nella consacrazione sacramentale, quante ostie mettono, tante volte di più resto moltiplicato, la differenza che c’è, è che nella consacrazione sacramentale ho bisogno delle ostie per moltiplicarmi e del sacerdote che mi consacri.  Nella mia Volontà per restare moltiplicato, ho bisogno degli atti della creatura, ove più che ostia viva, non morta come quelle ostie prima di consacrarmi, la mia Volontà mi consacra e mi chiude nell’atto della creatura, ed Io resto moltiplicato ad ogni loro atto fatto nella mia Volontà, perciò il mio amore tiene il suo sfogo completo con le anime che fanno la mia Volontà e vivono nel mio Volere, sono loro sempre quelle che suppliscono non solo a tutti gli atti che mi dovrebbero le creature, ma alla stessa mia Vita Sacramentale. 

Quante volte resta inceppata la mia Vita Sacramentale nelle poche ostie in cui Io resto consacrato, perché pochi sono i comunicandi, altre volte mancano sacerdoti che mi consacrino, e la mia Vita Sacramentale non solo non resta moltiplicata quanto vorrei, ma resta senza esistenza.  Oh! come il mio amore ne soffre, vorrei moltiplicare la mia Vita tutti i giorni in tante ostie per quante creature esistono, per darmi a loro, ma invano aspetto, la mia Volontà resta senza effetto, ma di ciò che ho deciso, tutto avrà compimento, perciò prendo un’altra piega e mi moltiplico in ogni atto vivo della creatura fatto nel mio Volere, per farmi supplire alla moltiplicazione delle Vite Sacramentali.  Ah! si, solo le anime che vivono nel mio Volere suppliranno a tutte le comunioni che non fanno le creature, a tutte le consacrazioni che non si fanno dai sacerdoti; in loro troverò tutto, anche la stessa moltiplicazione della mia Vita Sacramentale.  Perciò ti ripeto che la tua missione è grande, a missione più alta, più nobile, sublime e divina non potrei sceglierti, non c’è cosa che non accentrerò in te, anche la moltiplicazione della mia Vita, farò dei nuovi prodigi di grazia non mai fatti finora.  Perciò ti prego, sii attenta, siimi fedele, fa che la mia Volontà abbia vita sempre in te, ed Io nel mio stesso Volere in te, troverò tutta completata l’opera della Creazione, coi pieni miei diritti, e tutto ciò che voglio.”


6 Luglio 1922, Volume 14

Chi vive nella Divina Volontà é depositario della Vita Sacramentale di Gesù.  

…Onde, dopo ciò ho seguito le altre ore della passione, e mentre seguivo la cena eucaristica, il mio dolce Gesù si è mosso nel mio interno, e con la punta del suo dito ha bussato forte nel mio interno, tanto che lo ho sentito con le mie orecchie, e ho detto tra me:  “Che vorrà Gesù che bussa?”  E Lui, chiamandomi mi ha detto:  “Non bastava bussarti per sentirmi, ma anche chiamarti per essere ascoltato.  Senti figlia mia, mentre istituivo la cena eucaristica chiamai tutti intorno a Me, guardai tutte le generazioni, dal primo all’ultimo uomo, per dare a tutti la mia Vita Sacramentale, e non una volta, ma tante volte per quante volte ha bisogno del cibo corporale.  Io volevo costituirmi come cibo dell’anima, ma mi trovai molto male vedendo che questa mia Vita Sacramentale restava circondata da disprezzi, da noncuranze ed anche da morte spietata.  Mi sentii male, provai tutte le strette della morte della mia Sacramentale Vita sì straziante e ripetuta; guardai meglio, feci uso della potenza del mio Volere e chiamai intorno a Me le anime che sarebbero vissute nel mio Volere.  Oh! come mi sentivo felice, mi sentivo circondato da queste anime, cui la potenza della mia Volontà le teneva come inabissate, e che come centro della loro vita era il mio Volere; vidi in loro la mia immensità e mi trovai ben difeso da tutti, ed a loro affidai la mia Vita Sacramentale.  La depositai in loro affinché non solo ne avessero cura, ma mi ricambiassero per ogni ostia consacrata con una vita loro.  E questo succede connaturale, perché la mia Vita Sacramentale è animata dalla mia Volontà eterna; la vita di queste anime, come centro di vita è il mio Volere, sicché quando si forma la mia Vita Sacramentale, il mio Volere agente in Me agisce in loro ed Io sento la loro vita nella mia Vita Sacramentale, si moltiplicano con Me in ciascuna ostia, ed Io sento darmi vita per vita. 

Oh! come esultai nel vedere te per prima, che in modo speciale ti chiamai a formar vita nel mio Volere!  Feci il mio primo deposito di tutte le mie Vite Sacramentali, ti affidai alla mia potenza ed alla mia immensità del Volere Supremo, affinché ti rendessero capace di ricevere questo deposito, e fin d’allora tu eri a Me presente, e ti costituii depositrice della mia Vita Sacramentale, e in te a tutte le altre che avrebbero vissuto nel mio Volere.  Ti diedi il primato su tutto, e con ragione, perché il mio Volere non è sottoposto a nessuno, e fin sugli apostoli, sui sacerdoti, perché se loro mi consacrano ma non restano vita insieme con Me, anzi mi lasciano solo, obliato, non curandosi di Me; invece queste sarebbero state vita nella mia stessa Vita, inseparabili da Me, perciò ti amo tanto, è il mio stesso Volere che amo in te.”


16 Aprile 1927, Volume 21

Partecipazione della Vergine Santissima alla istituzione dell’Eucarestia.  Come Nostro Signore fece il deposito della sua Vita Sacramentale nel Suo Cuore.  Ufficio di Maria Santissima in questo Sacramento.

Stavo facendo l’ora quando Gesù istituii la Santissima Eucaristia e Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, quando faccio un atto, primo guardo se vi è almeno una creatura dove mettere il deposito dell’atto mio, affinché prendesse il bene che faccio, lo tenga custodito e ben difeso.  Ora quando istituii il Santissimo Sacramento cercai questa creatura e la mia Regina Mamma si offrii Lei a ricevere quest’atto mio ed il deposito di questo gran dono dicendomi:  “Figlio mio, se ti offrii il mio seno e tutto l’essere mio nel tuo concepimento per tenerti custodito e difeso, ora ti offro il mio cuore materno per ricevere questo gran deposito e schiero intorno alla tua Vita Sacramentale i miei affetti, i miei palpiti, il mio amore, i miei pensieri, tutta Me stessa per tenerti difeso, corteggiato, amato, riparato, prendo io l’impegno di contraccambiarti del gran dono che fai, fidati della Mamma tua ed Io ci penserò alla difesa della tua Vita Sacramentale; e siccome Tu stesso mi hai costituita Regina di tutta la Creazione, tengo il diritto di  schierare in torno a Te tutta la luce del sole per omaggio e adorazione, le stelle, il cielo, il mare, tutti gli abitatori dell’aria, tutto metto intorno a Te per darti amore e gloria.”

Ora, assicurandomi dove potevo mettere questo gran deposito della mia Vita Sacramentale e fidandomi della Mamma mia che mi aveva dato tutte le prove della sua fedeltà, istituii il Santissimo Sacramento.  Era la sola degna creatura che poteva custodire, difendere e riparare l’atto mio.  Vedi dunque quando le creature mi ricevono, Io scendo in loro insieme cogli atti della mia inseparabile Mamma e solo per questo posso durare la mia Vita Sacramentale.  Perciò è necessario che scelga prima una creatura quando voglio fare un’opera grande degna di Me, primo per tenere il luogo dove mettere il mio dono, secondo per averne il contraccambio.  Anche nell’ordine naturale fanno così, se l’agricoltore vuol gettare il seme, non lo getta in mezzo alla strada, ma va in cerca del piccolo terreno, primo lo lavora, vi forma il solco e poi vi getta il seme e per esserne sicuro lo copre di terra, aspettando con ansia il ricolto per contraccambiarsi del suo lavoro e del seme che ha fidato alla terra.  Un’altro vuol formare un bello oggetto, prima prepara le materie prime, il luogo dove metterlo e poi lo forma.  Così pure ho fatto per te, ti scelsi, ti preparai e poi ti affidai il gran dono delle manifestazioni della mia Volontà e come affidai alla mia diletta Madre la sorte della mia Vita Sacramentale, così ho voluto fidarmi di te, affidandoti la sorte del regno della mia Volontà.”…

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TERZA ORA - DALLE 7 ALLE 8 DELLA SERA - LA CENA LEGALE

9 Ottobre 1921, Volume 13

Nell’ultima Cena Gesù diede a Luisa il posto d’onore tra Lui e Giovanni.  Diede Sé stesso come cibo a tutti, per ricevere cibo da tutti.  La volontà nell’uomo è ciò che lo fa più simile al suo Creatore.  La volontà umana è il deposito di tutto l’operato dell’uomo.

Stavo pensando nell’atto che il mio dolce Gesù faceva l’ultima cena coi suoi discepoli, ed il mio amabile Gesù nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, mentre cenavo coi miei discepoli, non erano loro soli che avevo d’intorno, ma tutta l’umana famiglia, una per una le avevo a Me vicino, le conobbi tutte, le chiamai per nome; chiamai anche te, ti diedi il posto di onore tra Me e Giovanni e ti costituii piccola segretaria del mio Volere, e mentre dividevo l’agnello porgendolo ai miei apostoli, lo davo a tutti ed a ciascuno.  Quell’agnello svenato, arrostito, fatto in pezzi, parlava di Me, era il simbolo della mia Vita e di come dovevo ridurmi per amore di tutti, ed Io volli darlo a tutti come cibo prelibato che rappresentava la mia Passione, perché tutto ciò che feci, dissi e soffrì, il mio amore convertiva in cibo dell’uomo, ma sai tu perché chiamai tutti e li diedi l’agnello a tutti?  Perché anch’Io volevo il cibo da loro, ogni cosa che facessero volevo che fosse cibo per Me:  Volevo il cibo del loro amore, delle opere, delle parole, di tutto.”

Ed io:  “Amor mio, come può essere che diventa cibo per Voi il nostro operato?”  E Gesù:  “Non è di solo pane che si può vivere, ma di ciò che la mia Volontà dà virtù da poter far vivere; e se il pane alimenta l’uomo è perché Io lo voglio.  Ora, ciò che la creatura dispone con la sua volontà di formarme del suo operato, quella forma prende, se del suo operato vuol formarmi il cibo, mi forma il cibo; se amore, mi dà l’amore; se riparazione, mi forma la riparazione; e se nella sua volontà mi vuole offendere, del suo operato mi forma il coltello per ferirmi, e forse anche per uccidermi.”

Poi ha soggiunto:  “La volontà nell’uomo è quello che più rassomiglia al suo Creatore, nella volontà umana ci ho messo parte della mia immensità e della mia potenza, e dandole il posto d’onore l’ho costituita regina di tutto l’uomo e depositrice di tutto il suo operato.  Come le creature tengono le casse dove conservare le loro robe per tenerle custodite, così l’anima tiene la sua volontà per conservare e custodire tutto ciò che pensa, che dice e che opera, neppure un pensiero sperderà.  Ciò che non può fare con l’occhio, con la bocca, con le opere, lo può fare con la volontà, in un istante può volere mille beni e mille mali, la volontà fa volare il pensiero al Cielo, nelle parti più lontane e fin negli abissi; si può impedire che operi, che vegga, che parli, ma tutto ciò lo può fare nella volontà, ma tutto ciò che fa e vuole formano un atto e lo lasciano in deposito nel suo stesso volere, oh! come la volontà si può estendere, quanti beni e quanti mali non può contenere?  Perciò, tra tutto voglio il volere dell’uomo, perché se ho questo, ho tutto, la fortezza è vinta.”


QUARTA ORA - DALLE 8 ALLE 9 DELLA SERA - LA CENA EUCARISTICA

4 Novembre 1926, Volume 20

La lavanda dei piedi.  Come la Divina Volontà scende ancora più in basso, mettendosi sotto i piedi delle creature con un atto continuo, per sostenerle.  

…Nel Vangelo si legge con meraviglia quand’Io prostrato ai piedi dei miei apostoli gli lavai i piedi e non passai avanti neppure il perfido Giuda, quest’atto, certo molto umile ed indicibile tenerezza, che la Chiesa ne fa memoria, ma fu una sol volta che Io feci quest’atto.  Invece la mia Volontà scende più nel basso, si mette sotto dei piedi con un atto continuato per sostenerli, per rendere la terra ferma, affinché non precipitino nell’abisso, eppure nessuna attenzione.  E la nobile Regina aspetta con pazienza invitta, velata per tanti secoli in tutte le cose create, che la sua Volontà sia conosciuta e quando sarà conosciuta romperà i tanti veli che la nascondono e farà conoscere che cosa ha fatto per tanti secoli per amor dell’uomo, dirà cose inaudite, eccessi d’amore non mai pensati da nessuno.  Ecco perciò parlandoti della mia Volontà ti parlo spesso della Creazione, perché Essa è vita di tutte le cose create e per mezzo di esse da vita a tutti e questa vita vuol essere conosciuta per venire il regno dell’Eterno Fiat.  Dovunque la mia Volontà è velata:  E’ velata nel vento e da dentro quei veli gli porta la sua refrigerante freschezza, come carezzandolo ed il suo alito rigeneratore per rigenerarlo continuamente a nuova vita sempre crescente di grazia, e la nobile Regina velata nel vento si sente respingere le sue carezze in offese e la sua freschezza in ardori di passioni umane, ed il suo alito rigeneratore in ricambio di alito mortale alla sua grazia, ed Essa scuote i suoi veli ed il vento si cambia in furore, e con la sua impetuosità trascina gente, città, e regioni, come se fossero piume, facendo conoscere la potenza della nobile Regina che nasconda nel vento.  Non c’è cosa creata dove la mia Volontà non è velata e perciò tutte aspettano che sia conosciuta e che venga il regno del Fiat Supremo ed il suo pieno trionfo.”


18 Giugno 1923, Volume 15

Prodigi, meraviglie, eccessi d’amore di Gesù nel instituire il Santissimo Sacramento, e nel comunicare Sé stesso.

Mi sentivo tutta assorbita nella Santissima Volontà di Dio, ed il benedetto Gesù mi faceva presenti, come in atto, tutti gli atti della sua Vita sulla terra; e siccome lo avevo ricevuto sacramentato nel mio povero cuore, mi faceva vedere come in atto, nel suo Santissimo Volere, quando il mio dolce Gesù, istituendo il Santissimo Sacramento, comunicò Sé stesso.   Quante meraviglie, quanti prodigi, quanti eccessi d’amore in questo comunicare Sé stesso, la mia mente si sperdeva in tanti prodigi divini, ed il mio sempre amabile Gesù mi ha detto:  “Figlia diletta del mio Supremo Volere, la mia Volontà contiene tutto, conserva tutte le opere divine come in atto e niente si fa sfuggire, e a chi in Essa vive vuol far conoscere i beni che contiene.   Onde voglio farti conoscere la causa perché volli ricevere Me stesso nell’istituire il Santissimo Sacramento.  

Il prodigio era grande ed incomprensibile a mente umana; la creatura ricevere un Uomo e Dio, racchiudere nell’essere finito l’infinito, ed a questo Essere infinito dargli gli onori divini, il decoro, l’abitazione degna di Lui, era tanto astruso ed incomprensibile questo mistero, che gli stessi apostoli, mentre credettero con facilità all’incarnazione ed a tant’altri misteri, dinanzi a questo rimasero turbati ed il loro intelletto ricalcitrava alla credenza, e ci volle il mio dire ripetuto per arrenderli; quindi come fare?  Io che lo istituivo dovevo pensarci a tutto, che mentre la creatura doveva ricevermi, alla Divinità non dovevano mancare gli onori, il decoro divino, l’abitazione degna di Dio.   Perciò figlia mia, mentre istituivo il Santissimo Sacramento, la mia Volontà Eterna unita alla mia volontà umana, fece presenti tutte le ostie che fino alle fine dei secoli dovevano subire la consacrazione sacramentale, ed Io una per una le guardai e le consumai, e vidi la mia Vita Sacramentale in ogni ostia, palpitante, che voleva darsi alle creature.   La mia Umanità, a nome di tutta l’umana famiglia, prese l’impegno per tutti e diede l’abitazione in sé stessa a ciascun ostia, e la mia Divinità, che  era inseparabile da Me, circondò ogni ostia sacramentale con onori, lodi e benedizioni divine per fare degno decoro alla mia Maestà, sicché ogni ostia sacramentale fu deposta in Me, e contiene l’abitazione della mia Umanità ed il corteggio degli onori della mia Divinità, altrimenti come potevo discendere nella creatura?  E fu solo per questo che tollerai i sacrilegi, le freddezze, le irriverenze, le ingratitudini, essendo che ricevendo Me stesso misi in salvo il mio decoro, gli onori, l’abitazione che ci voleva alla mia stessa persona.   Se non avessi ricevuto Me stesso, Io non avrei potuto scendere in loro, ed a loro avrebbe mancato la via, la porta, i mezzi per ricevermi.  

Così è mio solito in tutte le opere mie, le faccio una volta per dare vita a tutte le altre volte che si ripetono, unendole al primo atto come se fosse un atto solo, cosicché la potenza, l’immensità, l’onniveggenza della mia Volontà, mi fece abbracciare tutti i secoli, mi fece presenti i comunicandi e tutte le ostie sacramentali, e ricevetti tante volte Me stesso per far passare da Me, Me stesso in ogni creatura.   Chi mai ha pensato a tanto mio amore?  Che per scendere nei cuori delle creature, Io dovevo ricevere Me stesso per mettere in salvo i diritti divini, e poter dare a loro non solo Me stesso, ma gli stessi atti che Io feci nel ricevermi, per disporle e dargli quasi il diritto di potermi ricevere.”

Io son rimasta meravigliata, e come se volessi dubitare, e Gesù ha soggiunto:  “Perché ne dubiti?  Non è questo forse l’operare da Dio?  E questo solo atto, formare tanti atti per quanti ne vogliono fruire, mentre è un solo atto?  Non fu lo stesso per l’atto dell’incarnazione, della mia Vita e della mia Passione?  Una sol volta m’incarnai, una fu la mia Vita, una la Passione, eppure questa incarnazione, Vita e Passione è per tutti e per ciascuno, come se fosse per lui solo, sicché stanno ancora come in atto e per ciascuno, come se ora mi stessi incarnando e soffrendo la mia Passione, se ciò non fosse non opererei da Dio, ma da creatura, che non contenendo un potere divino, non può farsi di tutti né può darsi a tutti.

Ora figlia mia, voglio dirti un altro eccesso del mio amore:   Chi fa la mia Volontà e vive in Essa, viene ad abbracciare l’operato della mia Umanità, perché Io amo tanto che la creatura si renda simile a Me, e siccome il mio Volere ed il suo sono uno solo, Esso si prende piacere e trastullandosi, depone nella creatura tutto il bene che contengo, e faccio il deposito in lei delle stesse ostie sacramentali.   La mia Volontà che essa contiene le presta e le circonda con decoro, omaggi ed onori divini, ed Io tutto a lei affido, perché sono certo di mettere al sicuro il mio operato, perché la mia Volontà si fa attore, spettatore e custode di tutti i miei beni, delle mie opere e della mia stessa Vita.”

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SELEZIONE DI CAPITOLI RIGUARDANTI CIASCUNA DELLE 24 ORE DELLA PASSIONE

Nota introduttiva:  Gli Scritti di Luisa contengono diversi capitoli in cui Nostro Signore espande e arricchisce il significato e l’insegnamento delle diverse Ore della Passione.  Alcuni di questi capitoli sono stati raccolti e raggruppati sotto l’Ora corrispondente.  Sarà molto utile leggere e meditare spesso questi capitoli, al fine di approfondire la nostra conoscenza e comprensione del significato di ciascuna Ora, per espandere e consolidare sempre più la nostra partecipazione agli atti interiori di Nostro Signore, mentre facciamo le Ore della Passione e in ogni momento della giornata. 

 

PRIMA ORA - DALLE 5 ALLE 6 DEL POMERIGGIO - GESÙ SI CONGEDA DALLA SUA MADRE SS.

28 Novembre 1920, Volume 12

Quando Gesù vuol dare, chiede.  Effetti della benedizione di Gesù.

Stavo pensando quando il mio dolce Gesù, per dar principio alla sua dolorosa Passione, volle andare dalla sua Mamma a chiederle la sua benedizione; ed il benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, quante cose dice questo mistero, Io volli andare a chiedere la benedizione alla mia cara Mamma per darle l’occasione di chiedermi anche Lei la benedizione.  Erano troppi i dolori che doveva sopportare, ed era giusto che la mia benedizione la rafforzasse. 

E’ mio solito, che quando voglio dare, chiedo; e la mia Mamma mi comprese subito, tanto vero, che non mi benedisse se non quando mi chiese la mia benedizione, e dopo benedetta da Me, mi benedisse Lei.  Ma questo non è tutto, per creare l’universo dissi un Fiat, e col solo Fiat riordinai ed abbellii cielo e terra.  Nel creare l’uomo, il mio alito onnipotente gli infuse la vita.  Nel dar principio alla mia Passione, volli con la mia parola onnipotente e creatrice benedire la mia Mamma, ma non era solo Lei che benedivo, nella mia Mamma vedevo tutte le creature, era Lei che teneva il primato su tutto, ed in Lei benedivo tutti e ciascuno; anzi, benedivo ciascun pensiero, parola, atto, ecc.; benedivo ciascuna cosa che doveva servire alla creatura, come quando il mio Fiat onnipotente creò il sole, e questo sole, senza diminuire di luce né di calore, sta facendo il suo corso per tutti e per ciascuno dei mortali; così la mia parola creatrice, benedicendo, restava in atto di benedire sempre sempre, senza mai cessare di benedire, come mai cesserà di dare la sua luce il sole a tutte le creature.  Ma non è tutto ancora, con la mia benedizione volli rinnovare i pregi della Creazione; volli chiamare il mio Celeste Padre a benedire, per comunicare alla creatura la potenza; volli benedirla a nome mio e dello Spirito Santo, per comunicarle la sapienza e l’amore, e così rinnovare la memoria, l’intelletto e la volontà della creatura, restituendola sovrana di tutto.

Sappi però che nel dare voglio, e la mia cara Mamma comprese e subito mi benedisse, non solo per Sé, ma a nome di tutti.  Oh! se tutti potessero vedere questa mia benedizione, la sentirebbero nell’acqua che bevono, nel fuoco che li riscalda, nel cibo che prendono, nel dolore che li affligge, nei gemiti della preghiera, nei rimorsi della colpa, nell’abbandono delle creature, in tutto sentirebbero la mia parola creatrice che gli dice, ma sventuratamente non sentita:  “Ti benedico in nome del Padre, di Me, Figlio, e dello Spirito Santo, ti benedico per aiutarti, ti benedico per difenderti, per perdonarti, per consolarti, ti benedico per farti santo.”  E la creatura farebbe eco alle mie benedizioni, col benedirmi anche lei in tutto.  Questi sono gli effetti della mia benedizione, cui la mia Chiesa, ammaestrata da Me, mi fa eco e quasi in tutte le circostanze, nell’amministrazione dei sacramenti ed altro, dà la sua benedizione.”


6 Luglio 1922, Volume 14

Benedizione di Gesù alla sua Mamma. 

Stavo pensando ed accompagnando Gesù nell’ora della Passione quando si portò alla Divina Mamma per chiederle la santa benedizione, ed il mio dolcissimo Gesù nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, prima della mia Passione volli benedire la mia Mamma ed essere da Lei benedetto, ma non fu alla sola Mamma che benedissi, ma a tutte le creature, non solo animate ma anche inanimate; vidi le creature deboli, coperte di piaghe, povere, il mio cuore ebbe un palpito di dolore e di tenera compassione e dissi:  “Povera umanità, come sei decaduta, voglio benedirti, affinché risorga dal tuo decadimento, la mia benedizione imprima in te il triplice suggello della potenza, della sapienza e dell’amore delle Tre Divine Persone, e ti restituisca la forza, ti sani e ti arricchisca, e per circondarti di difesa benedico tutte le cose da Me create, affinché tu le riceva tutte benedette da Me:  Ti benedico la luce, l’aria, l’acqua, il fuoco, il cibo, affinché resti come inabissata e coperta con le mie benedizioni, e siccome tu non la meritavi, perciò volli benedire la mia Mamma, servendomi di Lei come canale per far pervenire a te le mie benedizioni.  E come mi ricambiò la Mamma mia con le sue benedizioni, così voglio che le creature mi ricambino con le loro benedizioni; ma ahimè! invece di ricambio di benedizioni, mi ricambiano con offese e maledizioni, perciò, figlia, entra nel mio Volere e portandoti sulle ali di tutte le cose create suggella tutte con le benedizioni che tutti mi dovrebbero, e porta al mio dolente e tenero cuore le benedizioni di tutti.”

Onde dopo aver fatto ciò, come per compensarmi mi ha detto:  “Figlia diletta mia, ti benedico in modo speciale, ti benedico il cuore, la mente, il moto, la parola, il respiro, tutta e tutto ti benedico.”…


SECONDA ORA - DALLE 6 ALLE 7 DEL POMERIGGIO - GESÙ SI SEPARA DALLA SUA MADRE SS. E SI AVVIA AL CENACOLO

9 Maggio 1913, Volume 11

Gesù e la sua Mamma erano inseparabili.  Come Maria SS. svolse il suo ufficio di Madre.

Mentre pregavo stavo pensando a quel punto quando Gesù si licenziò della Madre Santissima per andare a soffrire la sua Passione, e dicevo tra me:  “Come è possibile che Gesù si potette separare dalla cara Mamma, e Lei da Gesù?”  Ed il benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, certo che non ci poteva essere separazione tra Me e la mia dolce Mamma, la separazione fu solo apparentemente, Io e Lei eravamo fusi insieme, ed era tale e tanta la fusione che Io restai con Lei, e Lei venne con Me, sicché si può dire che ci fu una specie di bilocazione.  Ciò succede anche alle anime quando sono unite veramente con Me, e se pregando fanno entrare nelle loro anime come vita la preghiera, succede una specie di fusione e di bilocazione, Io dovunque mi trovo porto loro con Me ed Io resto con loro.

Figlia mia, tu non puoi comprendere bene ciò che fu la mia diletta Mamma per Me; Io venendo in terra non ci potevo stare senza Cielo, ed il mio Cielo fu la mia Mamma.  Tra Me e lei ci passava tale elettricità, che neppure un pensiero sfuggiva che non l’attingesse dalla mia mente, e questo attingere da Me la parola, e la volontà, ed il desiderio, e l’azione ed il passo, insomma tutto, formava in questo Cielo il sole, le stelle, la luna e tutti i godimenti possibili che può darmi la creatura, e può essa stessa godere.  Oh! come mi deliziavo in questo Cielo, oh! come mi sentivo rinfrancato e rifatto di tutto, anche i baci che mi dava la mia Mamma mi racchiudevano il bacio di tutta l’umanità, e mi restituiva il bacio di tutte le creature; dovunque me la sentivo la mia dolce Mamma, me la sentivo nel respiro, e se era affannoso me lo sollevava; me la sentivo nel cuore, e se era amareggiato me lo raddolciva; nel passo, e se era stanco mi dava lena e riposo, e chi può dirti come me la sentivo nella Passione?  Ad ogni flagello, ad ogni spina, ad ogni piaga, ad ogni goccia del mio sangue, dovunque me la sentivo e mi faceva l’uffizio di mia vera Madre.  Ah! se le anime mi corrispondessero, se tutto attingessero da Me, quanti Cieli e quante madri avrei sulla terra!”

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I DOLORI E LE PENE DI MARIA SANTISSIMA

3 Ottobre 1922, Volume 14

Necessità che la Vergine fosse a giorno delle pene interne di Gesù.

Continuando il mio solito stato, mi sentivo oppressa perché il benedetto Gesù spesso permette di farmi soffrire mentre sta presente il confessore, e mi lamentavo con Lui dicendogli:  “Amor mio, vi prego, vi supplico, non permettete più che soffra alla presenza di nessuno, fa che tutto passi tra me e Te, e che Tu solo sia a giorno delle mie pene.  Deh! contentami, dammi la parola che non lo farai più, anzi, fatemi soffrire il doppio, son contenta purché tutto sia nascosto e tra me e Te.”  E Gesù spezzando il mio dire mi ha detto:  “Figlia mia, non ti abbattere, quando la mia Volontà lo vuole, anche tu devi cedere, e poi, non è altro che un passo della mia Vita, e la mia stessa Vita nascosta, le mie pene interne e tutto ciò che feci, ebbero sempre almeno uno, due spettatori, e questo con ragione, per necessità e per ottenere lo scopo delle stesse mie pene.  Quindi il primo spettatore fu il mio Celeste Padre, cui nulla poteva sfuggirgli, essendo Lui stesso colui che m’infliggeva le pene era attore e spettatore.  Se mio Padre non vedeva e non sapeva nulla, come potevo soddisfarlo, dargli la gloria, piegarlo alla vista delle mie pene a misericordia per il genere umano?  Ecco lo scopo andava fallito. 

In secondo, di tutte le mie pene della mia Vita nascosta fu spettatrice la mia Mamma, ed era necessario, se Io ero venuto dal Cielo in terra per patire, non per Me, ma per il bene altrui, dovevo avere almeno una creatura in cui dovevo poggiare quel bene che contenevano le mie pene, e quindi muovere la mia cara Mamma a ringraziarmi, a lodarmi, ad amarmi, a benedirmi e farla ammirare l’eccesso della mia bontà; tanto che Lei, presa, rapita, commossa alla vista delle mie pene, mi pregava che in vista del gran bene che le portavano le mie pene, non la facessi esente d’immedesimarla con le mie stesse pene per soffrirle, per darmi il ricambio ed essere mia perfetta imitatrice.  Se la mia Mamma nulla vedesse, non avrei avuto la mia prima imitatrice, nessun grazie, nessuna lode; le mie pene, il bene che contenevano restavano senza effetto, perché non conoscendole nessuno, non potevo fare il primo poggio, sicché lo scopo del gran bene che doveva ricevere la creatura andava sperduto, vedi quanto era necessario che almeno una sola fosse a giorno delle mie pene. 

Se ciò fu per Me, voglio che sia anche di te, anzi ti dico che voglio il confessore agente insieme con Me, spettatore e depositario delle pene che ti faccio soffrire, affinché anche lui partecipi al bene, ed avendolo insieme possa eccitarlo di più nella fede ed infondergli luce ed amore, per fargli comprendere le verità che ti vado manifestando.”…


23 Marzo 1923, Volume 15

Dolori della Celeste Mamma, e come il Fiat agì in essi.

Stavo pensando ai dolori della mia Mamma Celeste, ed il mio amabile Gesù muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, il primo Re dei dolori fui Io, ed essendo Io uomo e Dio, dovevo tutto accentrare in Me per avere il primato su tutto, anche sugli stessi dolori.   Quelli della mia Mamma non erano altro che i riverberi dei miei, che riflettendo in Lei le partecipavano tutti i dolori miei, che trafiggendola, la riempirono di tale amarezza e pena, da sentirsi morire ad ogni riverbero dei miei dolori, ma l’amore la sosteneva e le ridava la vita, perciò non solo per onore, ma con diritto di giustizia fu la prima Regina dell’immenso mare dei suoi dolori.”

Onde mentre ciò diceva, mi pareva di vedere la mia Mamma di fronte a Gesù, e tutto ciò che conteneva Gesù, i dolori e le trafitture di quel cuore santissimo, riflettevano nel cuore dell’addolorata Regina, ed a quei riflessi si formavano tante spade nel cuore della trafitta Mamma, e queste spade erano suggellate da un Fiat di luce, in cui Ella restava circonfusa in mezzo a tanti Fiat di luce fulgidissima che le davano tanta gloria, che mancano i vocaboli per narrarla. 

Quindi Gesù ha ripreso il suo dire:  “Non furono i dolori che costituirono Regina la mia Mamma e la fecero rifulgere di tanta gloria, ma il mio Fiat onnipotente, cui intrecciava ogni suo atto e dolore e si costituiva vita di ogni suo dolore, sicché il mio Fiat era l’atto primo che formava la spada, dandole l’intensità del dolore che voleva.   Il mio Fiat poteva mettere in quel cuore trafitto quanti dolori voleva, aggiungere trafitture a trafitture, pene sopra pene, senza l’ombra della minima resistenza, anzi si sentiva onorata che il mio Fiat si costituiva vita anche d’un suo palpito, ed il mio Fiat le diede gloria completa e la costituì vera e legittima Regina.

Ora, chi saranno le anime in cui possa riflettere i riverberi dei miei dolori e della mia stessa Vita?  Quelle che avranno per vita il mio Fiat, questo Fiat assorbirà in loro i miei riflessi, ed Io sarò largo nel partecipare ciò che il mio Volere opera in Me, perciò nella mia Volontà aspetto le anime, per darle il vero dominio e la gloria completa d’ogni atto e pena che possano soffrire.   Fuori della mia Volontà, l’operare ed il patire Io non lo riconosco, potrei dire:   “Non ho che darti, qual è la volontà che ti ha animato nel far e soffrire ciò?  Da quella fatti ricompensare.”  Molte volte il fare il bene, il patire, senza che la mia Volontà entri in mezzo, possono essere misere schiavitù che degenerano in passioni, mentre solo il mio Volere dà il vero dominio, le vere virtù, la vera gloria da trasmutare l’umano in divino.”


28 Aprile 1926, Volume 19

Come la Vergine Santissima superò tutti nelle pene.

…Onde dopo stavo pensando tra me:  “La mia Regina Mamma è vero che fece il più grande dei sacrifizi, che nessun altro ha fatto, cioè, col non voler conoscere affatto la sua volontà, ma solo quella di Dio, ed in ciò abbracciò tutti i dolori, tutte le pene, fino all’eroismo del sacrifizio di sacrificare il proprio Figlio per compiere il Voler Supremo, ma una volta fece questo sacrifizio, tutto ciò che soffrì dopo fu l’effetto del suo primo atto, né ebbe a lottare come noi, nelle diverse circostanze, negli incontri imprevisti, nelle perdite inaspettate, è sempre lotta, fino a sanguinare il proprio cuore per timore di cedere alla nostra guerreggiante volontà umana; con quanta attenzione bisogna stare che il Voler Supremo tenga sempre il suo posto d’onore e la supremazia su tutto, e molte volte rincrudisce più la lotta che la stessa pena.” 

Ma mentre ciò pensavo, il mio amabile Gesù si è mosso nel mio interno dicendomi:  “Figlia mia, tu ti sbagli, non fu uno il massimo sacrifizio della mia Mamma, ma furono tali e tanti per quanti dolori, pene, circostanze, incontri fu esposta la sua e la mia esistenza; le pene in Lei erano sempre raddoppiate, perché le mie pene erano più che pene sue, e poi la mia sapienza non cambiò direzione con la Mamma mia, in ogni pena che doveva toccarle Io le domandavo sempre se voleva accettarle, per sentirmi ripetere da Lei quel Fiat in ogni pena, in ogni circostanza ed anche in ogni suo palpito; quel Fiat mi risuonava sì dolce, sì soave ed armonioso, che lo volevo sentir ripetere in ogni istante della sua vita e perciò le domandavo sempre:  “Mamma, vuoi far questo?  Vuoi soffrire questa pena?”  Ed a Lei il mio Fiat portava i mari dei beni che contiene e le faceva capire l’intensità della pena che accettava, e questo capire con luce divina ciò che passo passo doveva patire, le dava tale un martirio, che infinitamente supera alla lotta che subiscono le creature, perché mancando in Lei il germe della colpa, mancava il germe della lotta, e la mia Volontà doveva trovare un altro ritrovato per fare che non fosse minore delle altre creature nel patire, perché dovendo acquistare con giustizia il diritto di Regina dei dolori, doveva superare tutte le creature insieme nelle pene. 

E quante volte non l’hai provato tu stessa, che mentre non sentivi nessuna lotta, il mio Volere, facendoti capire le pene a cui ti sottoponeva, tu restavi impietrita dalla forza del dolore, e mentre restavi disfatta nella pena, tu eri la piccola agnellina nelle mie braccia, pronta ad accettare altre pene a cui il mio Volere ti voleva sottoposta; ahi! non soffrivi tu più della stessa lotta?  La lotta è segno di passioni veementi, mentre la mia Volontà, se porta il dolore, dà l’intrepidezza, e con la conoscenza dell’intensità della pena gli dà tale merito, che solo può dare una Volontà Divina.  Perciò come faccio con te, che in ogni cosa che voglio da te ti domando prima se vuoi, se accetti, cosí facevo con la Mamma mia, affinché il sacrifizio sia sempre nuovo e mi dà occasione di conversare con la creatura, di trattenermi con lei, ed il mio Volere abbia il suo campo d’azione divina nella volontà umana.”

Ora mentre stavo scrivendo ciò che sta scritto qui sopra, non ho potuto andare più avanti perché la mia mente è restata alienata dai sensi da un canto bello ed armonioso, accompagnato da un suono non mai sentito, questo canto chiamava tutti in attenzione ed armonizzava con tutta la Creazione e con la patria celeste.  Tutto ciò lo scrivo per obbedire.  Mentre sentivo il canto il mio Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, senti com’è bello!  Questo suono e canto è un cantico nuovo, formato dagli angeli come omaggio, gloria ed onore al connubio della Volontà Divina con la tua volontà umana, è tanta la gioia di tutto il Cielo e della Creazione tutta, che non potendola contenere suona e canta.” Detto ciò mi son trovata in me stessa.

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16 Febbraio 1923, Volume 15

La Croce che le diede la Divina Volontà a Nosotro Signore. Gesù per operare la Redenzione perfetta e completa, doveva farla nell’ambito dell’Eternità.

Stavo facendo la mia solita adorazione al crocifisso ed abbandonandomi tutta nel suo amabile Volere, ma mentre ciò facevo ho sentito che il mio amato Gesù si moveva nel mio interno, e mi diceva:  “Figlia mia, su, su, presto, affrettati, fa il tuo corso nel mio Volere, va ripassando tutto ciò che fece la mia Umanità nella Suprema Volontà, affinché ai miei atti ed a quelli della mia Mamma unisca i tuoi.   E’ decretato che se una creatura non entra nel Volere Eterno per rendere triplici i nostri atti, questo Supremo Volere non scende sulla terra per fare la sua via nelle umane generazioni, vuole il corteggio dei triplici atti per farsi conoscere; perciò affrettati.”

Gesù ha fatto silenzio, ed io mi son sentita come sbalzata nel Santo Volere Eterno, ma non so dire quello che facevo, so solo dire che trovavo tutti gli atti di Gesù, ed io vi mettevo il mio.   Onde dopo ha ripreso il suo dire:  “Figlia mia, quante cose farà conoscere la mia Volontà di ciò che operò la mia Umanità in questa Volontà Divina; la mia Umanità per operare la Redenzione perfetta e completa, doveva farla nell’ambito dell’eternità, ecco la necessità d’una Volontà Eterna.   Se la mia volontà umana non avesse con sé una Eterna, tutti i miei atti sarebbero atti determinati e finiti; invece, con questa erano interminabili ed infiniti, perciò le mie pene, la mia croce, dovevano essere interminabili ed infinite, e la Volontà Divina faceva trovare alla mia Umanità tutte queste pene e croci, tanto che Lei mi distendeva su tutta l’umana famiglia, dal primo all’ultimo uomo, ed Io assorbivo tutte le specie di pene in Me, ed ogni creatura formava la mia croce, sicché la mia croce fu tanto lunga quanto è e sarà la lunghezza di tutti i secoli, e larga quanto sono le umane generazioni.   Non fu la sola piccola croce del Calvario dove mi crocifissero gli ebrei, questa non era altro che una similitudine della lunga croce in cui mi teneva crocifisso la Suprema Volontà, sicché ogni creatura formava la lunghezza e la larghezza della croce, e come la formavano restavano innestate nella stessa croce, ed il Voler Divino distendendomi su di essa e crocifiggendomi, non solo faceva mia la croce, ma di tutti quelli che formavano detta croce.  Ecco perciò avevo bisogno dell’ambito dell’eternità dove dovevo tenere questa croce, lo spazio terrestre non basterebbe per contenerla.   Oh! quanto mi ameranno quando conosceranno ciò che fece la mia Umanità nella Divina Volontà, ciò che mi fece soffrire per amor loro.   La mia croce non fu di legno, no, furono le anime, erano loro che me le sentivo palpitanti nella croce in cui mi distendeva la Divina Volontà, e nessuna mi faceva sfuggire, a tutte dava il posto, e per dare posto a tutte mi distendeva in modo sì straziante e con pene sì atroci, che le pene della Passione potrei chiamarle piccole e sollievi.  

Perciò affrettati, affinché il mio Volere faccia conoscere tutto ciò che il Voler Eterno operò nella mia Umanità, questa conoscenza riscuoterà tanto amore, che si piegheranno a farlo regnare in mezzo ad essi.”

Ora, mentre ciò diceva mostrava tanta tenerezza e tanto amore, che io meravigliata gli ho detto:   “Amor mio, perché mostri tanto amore quando parli della tua Volontà, che pare come se da dentro Te vorresti uscire un altro Te stesso per il grande amore che provi, mentre se parli di altro non si vede in Te questo eccesso d’amore.”  E Lui:   “Figlia mia, vuoi saperlo?  Quando Io parlo della mia Volontà per farla conoscere dalla creatura, Io voglio infonderle la mia Divinità, perciò un altro Me stesso, ed il mio amore esce tutto in campo per far ciò, e l’amo come Me stesso.   Ecco perché tu vedi che mentre parlo del mio Volere, il mio amore sembra come se straripasse dai suoi confini per formare la sede della mia Volontà nel cuore della creatura, invece quando parlo di altro, sono le mie virtù che infondo, ed a seconda le virtù che le vado manifestando, ora la amo da Creatore, or da Padre, or da Redentore, or da Maestro, or da Medico, ecc.; quindi non c’è quell’esuberanza d’amore di quando voglio formare un altro Me stesso.”


29 Maggio 1923, Volume 15

Come è sempre Iddio il primo ad operare nell’anima.

Stavo accompagnando il mio dolce Gesù nelle sue pene, specie in ciò che soffrì nell’orto del Getsemani, e mentre lo compativo, muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, il primo a formare il lavorìo delle mie pene nella mia Umanità fu il mio Celeste Padre, perché solo Lui teneva la forza ed il poter di creare il dolore e di metterci quanti gradi di dolore ci volevano, per potersi soddisfare del debito delle creature per quanto ce ne volevano; le creature furono secondarie, perché non tenevano nessun potere su di Me, né virtù di creare il dolore per quanta intensità volevano; e questo succede in tutte le creature, come nel creare l’uomo il primo lavorìo tanto nell’anima tanto nel corpo lo fece il mio Divin Padre, quanta armonia, quanta felicità non formò con le sue proprie mani nella natura umana?  Tutto è armonia nell’uomo e felicità, la sola parte esterna, quante armonie e felicità non contiene?  L’occhio vede, la bocca esprime, i piedi camminano, ma le mani operano e prendono le cose dove sono giunti i piedi.   Se l’occhio poteva vedere e non avesse la bocca per esprimersi, se avesse i piedi per camminare e non avesse le mani per operare, non sarebbe una infelicità, una disarmonia nell’umana natura?  E poi, le armonie e felicità dell’anima umana, la volontà, l’intelletto, la memoria, quante armonie e felicità non contengono?  Basta dire che sono parti della felicità ed armonia dell’Eterno, Iddio creava il vero eden personale nell’anima e nel corpo dell’uomo, eden tutto celeste, e poi gli diede per abitazione l’eden terrestre; tutto era armonia e felicità nella natura umana, e sebbene il peccato sconvolse quest’armonia e felicità, ma non distrusse del tutto tutto il bene che Iddio aveva creato nell’uomo.

Sicché, come Iddio creò con le proprie mani tutta la felicità ed armonia nella creatura, così creò in Me tutti i dolori possibili, per rifarsi dell’ingratitudine umana e fare uscire dal mare dei miei dolori la felicità perduta, e l’accordo all’armonia sconvolta.  

E questo succede a tutte le creature quando devo eleggerle a santità distinta o a disegni miei speciali, sono le mie proprie mani che lavorano nell’anima, ed ora vi creo il dolore, ora l’amore, ora le cognizioni delle verità celesti, è tanta la mia gelosia, che non voglio che nessuno me la tocchi, e se permetto che le creature le facciano qualche cosa, è sempre in ordine secondario, ma il primato lo tengo Io, e me la vado formando a secondo il mio disegno.”

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19 Agosto 1922, Volume 14 

Le pene che la Divinità inflingeva nell’interno di Gesù. Le pene della Passione furono ombre e similitudine delle pene interne.

Trovandomi nel solito mio stato, il dolce Gesù mi faceva subire parte delle sue pene e delle sue morti che soffrì per ciascuna creatura.  Dalle mie piccole pene comprendevo quanto atroci e mortali erano state le pene di Gesù, onde mi ha detto:  “Figlia mia, le mie pene sono incomprensibili all’umana natura, e le stesse pene della mia Passione furono ombre o similitudine delle mie pene interne.  Le mie pene interne mi erano inflitte da un Dio onnipotente, cui nessuna fibra poteva scansarne il colpo; quelle della mia Passione mi erano inflitte dagli uomini, cui non avendo né l’onnipotenza né l’onniveggenza, non potevano fare ciò che essi stessi volevano, né penetrarvi in tutte le mie singole fibre. 

Le mie pene interne erano incarnate, e la mia stessa Umanità era trasmutata in chiodi, in spine, in flagelli, in piaghe, in martirio, così crudeli che mi davano morti continue, queste erano inseparabili da Me, formavano la mia stessa Vita; invece quelle della mia Passione erano estranei a Me, erano spine e chiodi che si potevano conficcare, e volendo si potevano anche togliere, ed il solo pensiero che una pena si può togliere è un sollievo; ma le mie pene interne, che erano formate della stessa carne, non c’era nessuna speranza che mi si potessero togliere, né scemare l’acutezza d’una spina, il trafiggermi dei chiodi. 

Le mie pene interne furono tali e tante, che le pene della mia Passione le potrei chiamare sollievi e baci che davano alle mie pene interne, che unendosi insieme davano l’ultimo attestato del mio grande ed eccessivo amore per salvare le anime.  Le mie pene esterne erano voci che chiamavano tutti ad entrare nel pelago delle mie pene interne, per farli comprendere quanto mi costava la loro salvezza.  E poi, dalle tue stesse pene interne comunicate da Me, puoi comprendere in qualche modo l’intensità continua delle mie.  Perciò, fatti coraggio, è l’amore che a ciò mi spinge.”

 

Novembre 16, 1921
Il peccato è catena che lega l’uomo, e Gesù volle essere legato per spezzare le sue catene.

Questa mattina, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere tutto legato, legate le mani, i piedi, la vita; dal collo gli scendeva una doppia catena di ferro, ma era legato tanto stretto, da togliere il moto alla sua divina persona. Che dura posizione, da far piangere anche le pietre, ed il mio sommo bene Gesù mi ha detto: "Figlia mia, nel corso della mia Passione tutte le altre pene facevano a gara, ma si davano il cambio, ed una dava il luogo all’altra, quasi come sentinelle montavano a farmi il peggio, per darsi il vanto che una era stata più brava dell’altra, ma le funi non me le tolsero mai, dacché fui preso fino al monte calvario fui sempre legato, anzi aggiungevano sempre funi e catene per timore che potessi fuggire, e per farsi più giuoco di Me; ma quanti dolori, confusioni, umiliazioni e cadute mi procurarono queste catene! Ma sappi però che in queste catene c’era gran mistero e grande espiazione: L’uomo, nel cominciare a cadere nel peccato resta legato con le catene del suo stesso peccato, se è grave sono catene di ferro, se veniale sono catene di funi; onde, fa per camminare nel bene e sente l’inceppo delle catene e resta inceppato nel passo, l’inceppo che sente lo snerva, lo debilita e lo porta a nuove cadute; se opera sente l’inceppo nelle mani e quasi resta come se non avesse mani per fare il bene; le passioni, vedendolo così legato fanno festa e dicono: E’ nostra la vittoria, e da re qual è, lo rendono schiavo di passioni brutali. Com’è abominevole l’uomo nello stato di colpa, ed Io per spezzargli le sue catene volli essere legato, e non volli mai essere senza catene, per tenere sempre pronte le mie per spezzare le sue, e quando i colpi, le spinte mi facevano cadere, Io gli stendevo le mani per snodarlo e renderlo libero di nuovo."

Ma mentre ciò diceva, io vedevo quasi tutte le genti avvinte da catene, che facevano pietà e pregavo Gesù che toccasse con le sue catene le loro catene, affinché dal tocco delle sue restassero tutte frantumate quelle delle creature. (Volume 13, 16 novembre 1921)

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20 Marzo 1919, Volume 12

Le morti e le pene che la Divinità faceva soffrire all’Umanità di Gesù per ogni anima, non furono solo d’intenzione ma reali.  Luisa ne prende parte. 

La mia povera mente me la sentivo immersa nelle pene del mio amabile Gesù, e siccome mi era stato detto che sembrava impossibile che Gesù potesse soffrire tante morti e tante pene per ciascuno come sta detto di sopra, il mio Gesù mi ha detto:  “Figlia mia, il mio Volere contiene il potere di tutto, bastava che solo il volesse, che ciò potesse succedere; e se ciò non fosse, allora il mio Volere, nel potere, doveva contenere un limite, mentre in tutte le cose mie sono senza limiti ed infinito, ed è perciò che tutto ciò che voglio, faccio.  Ah! quanto poco sono compreso dalle creature, perciò non amato.  Onde, vieni tu nella mia Umanità, e ti farò veder e toccare con mano ciò che ti ho detto.”

In questo mentre mi son trovata in Gesù, cui l’era inseparabile la Divinità ed il Volere Eterno; e questo Volere, sol che lo voleva, creava le morti ripetute, le pene senza numero, i colpi senza flagelli, le punture acutissime senza spine, con una facilità, come quando con un solo Fiat creava miliardi di stelle, non ci vollero tanti Fiat per quante stelle creava, ma bastò uno solo; ma con ciò non uscì alla luce una sola stella e le altre rimasero nella mente divina, oppure nell’intenzione, ma tutte in realtà uscirono, e ciascuna ebbe la luce propria per ornare la nostra atmosfera; così pareva nel cielo dell’Umanità santissima di Nostro Signore, che il Divin Volere col suo Fiat creatore, creava la vita e la morte per quante volte voleva. 

Onde, trovandomi in Gesù, mi son trovata a quel punto quando Gesù soffriva la flagellazione dalle mani divine solo che il Voler Eterno l’ha voluto, senza colpi, senza sferze, le carni dell’Umanità di Gesù cadevano a brandelli, si formavano i solchi profondi, ma in modo sì straziante nelle parti più intime.  Era tanta l’ubbidienza di Gesù a quel Voler Divino, che da per sé stessa si scioglieva, ma in modo sì doloroso, che la flagellazione che gli davano i Giudei, si può dire che fu l’immagine, o l’ombra di quella che subiva da parte del Voler Eterno, e poi, solo che il Voler Divino voleva, quell’Umanità si componeva; così succedeva quando subiva le morti per ciascun’anima, e tutto il resto.  Io ho preso parte a queste pene di Gesù, ed oh! come comprendevo al vivo che il Voler Divino può farci morire quante volte vuole e poi ridarci la vita. 

Oh! Dio, sono cose inenarrabili, eccessi d’amore, misteri profondi, quasi inconcepibili a mente creata; io mi sentivo incapace di ritornare alla vita, all’uso dei sensi, al moto dopo quelle pene sofferte ed il mio benedetto Gesù mi ha detto:  “Figlia del mio Volere, il mio Volere ti ha dato le pene ed il mio Volere ti ridona la vita, il moto e tutto.  Ti chiamerò spesso nella mia Divinità a prendere parte alle tante morti e pene che in realtà soffrii per ciascun’anima, non come pensano alcuni, che fu solo nella mia Volontà o che solo intendevo di dar vita a ciascuno.  Falso! falso! non conoscono il prodigio, l’amore ed il potere del mio Volere; tu che ne hai conosciuto in qualche modo la realtà delle tante morti subite per tutti, non metterne dubbio, ma amami e siimi riconoscenti per tutti, e starai pronta quando il mio Volere ti chiami.”


8 Maggio 1919, Volume 12

Causa e necessità delle pene che la Divinità diede all’Umanità di Gesù.  Causa perchè ha ritardato in farle conoscere.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando alle pene del mio adorabile Gesù, specie a quelle che le fece patire la Divinità alla santissima Umanità di Nostro Signore.  In questo mentre, mi son sentita tirare dentro del cuore del mio Gesù, e vi prendevo parte alle pene del suo cuore santissimo che gli faceva soffrire la Divinità nel corso della sua Vita sulla terra.  Queste pene sono ben diverse da quelle che il benedetto Gesù soffrì nel corso della sua Passione per mano dei giudei, sono pene che quasi non si possono dire.  Io, da quel poco che prendevo parte, so dire che vi sentivo un dolore acuto, acerbo, accompagnato da uno strappo dello stesso cuore, da sentirmi in realtà morire; che poi Gesù quasi con un prodigio del suo amore mi ridava la vita. 

Onde il mio dolce Gesù, dopo che ho sofferto, mi ha detto:  “Figlia delle mie pene, sappi che le pene che mi diedero i giudei furono ombra a quelle che mi diede la Divinità, e ciò era giusto per ricevere piena soddisfazione.  L’uomo, peccando, non solo offende la Maestà Suprema esternamente, ma anche internamente, e deturpa nel suo interno la parte divina che gli fu infusa nel crearlo, sicché il peccato prima si forma nell’interno dell’uomo, e poi esce all’esterno, anzi, molte volte è la parte più minima che esce all’esterno; il molto resta nell’interno.  Ora, le creature erano incapaci di penetrare nel mio interno e farmi soddisfare con pene la gloria del Padre, che con tante offese del loro interno gli avevano negato; molto più che queste offese ferivano la parte più nobile della creatura, qual è l’intelletto, la memoria e la volontà, dove vi è suggellata l’immagine divina; chi doveva dunque prendere quest’impegno, se la creatura era incapace?  Perciò fu quasi necessario che la Divinità stessa, prendesse questo impegno e mi facesse da carnefice amoroso, e per quanto amoroso più esigente, per ricevere piena soddisfazione per tutti i peccati fatti nell’interno dell’uomo. 

La Divinità voleva l’opera completa e la piena soddisfazione della creatura, si dell’interno che dell’esterno, sicché nella Passione che mi diedero i giudei, soddisfeci la gloria esterna del Padre, che le creature gli avevano tolto; nella Passione che mi diede la Divinità in tutto il corso della mia Vita, soddisfeci il Padre per tutti i peccati dell’interno dell’uomo, da ciò potrai comprendere che le pene che soffrii per le mani della Divinità, superano di gran lungo le pene che mi diedero le creature, anzi, quasi non possono paragonarsi insieme e sono meno accessibili alla mente umana.  Come dall’interno dell’uomo all’esterno c’é gran differenza, molto più c’é differenza tra le pene che m’inflisse la Divinità a quelle delle creature che mi diedero nell’ultimo della mia Vita, le prime erano strappi crudeli, dolori sovrumani, capaci di darmi morte, e ripetute morti nei parti più intime, si dell’anima che del corpo; neppure una fibra mi era risparmiata; nelle seconde erano dolori acerbi, ma non strappi capaci di darmi morte ad ogni pena, ma la Divinità ne teneva il potere ed il Volere. 

Ah! quanto mi costa l’uomo, ma l’uomo ingrato non si cura di Me e non cerca di comprendere quanto l’ho amato e sofferto per lui, tanto che neppure ha giunto a capire tutto ciò che soffrii nella Passione che mi diedero le creature, e se non capiscono il meno, come possono il più che ho sofferto per loro?  Perciò ritardo a rivelare le pene innumerevoli ed inaudite che mi diede la Divinità per causa loro, ma il mio amore vuole sfogo e ricambio d’amore, perciò chiamo te nell’immensità ed altezza del mio Volere, dove tutte queste pene stanno in atto, e tu non solo vi prendi parte, ma a nome di tutta l’umana famiglia le onori e vi dai il ricambio d’amore, ed insieme con Me sostituisci a tutto ciò che le creature sono obbligate, ma con sommo mio dolore e con sommo loro danno, non si danno nessun pensiero.”


4 Giugno 1919, Volume 12

Gesù doveva soffrire l’ingiustizia, l’odio, le burle perché la Redenzione fosse completa, e siccome la Divinità era incapace di dargli queste pene, ecco perché nell’ultimo dei suoi giorni mortali soffrì la Passione da parte delle creature.

Stavo pensando alla Passione del mio sempre amabile Gesù, specie quando si trovò sotto la tempesta dei flagelli, e pensavo tra me:  “Quando Gesù potette soffrire di più, nelle pene che la Divinità gli aveva fatto soffrire in tutto il corso della sua Vita, oppure nell’ultimo giorno da parte dei giudei?”  Ed il mio dolce Gesù, con una luce che mi mandava all’intelletto mi ha detto:  “Figlia mia, le pene che mi diede la Divinità superano di gran lunga le pene che mi diedero le creature, si nella potenza come nell’intensità e molteplicità e lunghezza di tempo; ma però non ci fu ingiustizia né odio, ma sommo amore, accordo d’ambi le parte di tutte e Tre le Divine Persone, impegno che Io avevo preso su di Me di salvare le anime a costo di subire tante morti per quante creature uscivano fuori alla luce della Creazione, e che il Padre con sommo amore mi aveva accordato. 

Nella Divinità non esiste né può esistere, né l’ingiustizia né l’odio, quindi incapace di farmi soffrire queste pene, ma l’uomo col peccato aveva commesso somma ingiustizia, odio, ecc., ed Io per glorificare il Padre completamente, dovevo soffrire l’ingiustizia, l’odio, le burle, ecc., ecco ché l’ultimo dei miei giorni mortali soffrii la Passione da parte delle creature, dove furono tante le ingiustizie, gli odi, le burle, le vendette, le umiliazioni che usarono contro di Me, che la mia povera Umanità la resero l’obbrobrio di tutti, tanto da non sembrare che fosse uomo; mi sfigurarono tanto che loro stessi avevano orrore a guardarmi; ero l’abiezione ed il rifiuto di tutti, sicché potrei chiamarle due Passioni distinte. 

Le creature non mi potevano dare tante morti né tante pene per quante creature e peccati si dovevano fare da esse, erano incapaci, e perciò la Divinità ne prese l’impegno, ma con sommo amore e d’accordo d’ambi le parti.  D’altronde la Divinità era incapace d’ingiustizia, ecc.; sottentrarono le creature, e completai in tutto l’opera della Redenzione.  Quanto mi costano le anime, ed è per ciò che l’amo tanto.”

Un altro giorno stavo pensando tra me:  “Il mio amato Gesù me ne ha detto tanto, ed io, sono stata attenta a fare ciò che mi ha insegnato?  Oh! come scarseggio nel contentarlo, come mi sento inabilitata a tutto, sicché i tanti suoi insegnamenti saranno a mia condanna.”  Ed il mio dolce Gesù, muovendosi nel mio interno mi ha detto:  “Figlia mia, perché ti affliggi?  Gli insegnamenti del tuo Gesù mai serviranno a condannarti, ancorché facessi una sol volta ciò che ti ho insegnato, nel cielo dell’anima tua è sempre una stella che ci metti, perché come Io distesi un cielo sulla natura umana, ed il mio Fiat tempestò di stelle, così ho disteso un cielo nel fondo dell’anima, ed il Fiat del bene che fa, perché ogni bene è frutto del mio Volere, viene ed abbellisce di stelle questo cielo, sicché, se fa dieci beni, vi mette dieci stelle; se mille beni, mille stelle.  Onde, pensa piuttosto a ripetere quanto più puoi i miei insegnamenti, per tempestare di stelle il cielo dell’anima tua, affinché il cielo della tua anima non sia inferiore al cielo che splende sul vostro orizzonte, ed ogni stella vi porterà l’impronta dell’insegnamento del tuo Gesù.  Quanto onore mi farai!”

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Ottobre 6, 1921
Il peccato è il punto nero dell’uomo, ma lo stato di grazia e di operare il bene è il punto luminoso dell’uomo.

Stavo pregando ed adorando le piaghe del mio crocifisso Gesù, e pensavo tra me: "Quanto è brutto il peccato, che ha ridotto il mio sommo bene in uno stato così straziante." Ed il mio sempre amabile Gesù, poggiando la sua santissima testa sulla mia spalla, sospirando mi ha detto: "Figlia mia, non solo è brutto il peccato, ma orribile, è il punto nero dell’uomo! Mentre pecca subisce una trasformazione brutale, tutto il bello che gli ho dato si copre d’una bruttezza orribile a vedersi, e non solo il senso che pecca, ma tutto l’uomo corre insieme, sicché, peccato il pensiero, il palpito, il respiro, il moto, il passo; la volontà ha trascinato l’uomo ad un sol punto, e da tutto il suo essere manda fitte tenebre che lo accecano ed un’aria velenosa che lo avvelena, tutto è nero intorno a lui, tutto è micidiale, e chiunque a lui si avvicina si mette in uno stato pericolante, orribile e spaventoso, tal’è l’uomo nello stato di peccato."

Io sono rimasta atterrita e Gesù ha ripreso: "Se orribile è l’uomo nello stato di colpa, è pure bello nello stato di grazia e di operare il bene; il bene, fosse anche il più piccolo è il punto luminoso dell’uomo; mentre fa il bene subisce una trasformazione celestiale, angelica e divina; il suo buon volere trascina tutto il suo essere ad un punto solo, sicché bene è il pensiero, la parola, il palpito, il moto, il passo, tutto è luce dentro e fuori di lui, la sua aria è balsamica e vitale, e chiunque s’avvicina si mette al sicuro. Com’è bella, graziosa, attraente, amabile, speciosa, l’anima in grazia nel fare il bene, che Io stesso ne resto innamorato, ogni bene che fa è una sfumatura di bellezza di più che acquista, è una somiglianza di più col suo Creatore che lo fa distinguere per suo figlio, è un potere divino che mette al traffico. Ogni beni che fa sono i portavoci tra il Cielo e la terra, sono le poste, i fili elettrici che mantengono le comunicazioni con Dio." (Volume 13, 6-10-1921)

 

18 Marzo 1919, Volume 12

Pene che Gesù soffrì dal momento della sua Incarnazione, avento concepito tulle le anime in Sé stesso.

Continuando il mio solito stato, il mio sempre amabile Gesù, facendosi vedere, mi ha tirato nell’immensità del suo Santissimo Volere, in cui faceva vedere come in atto il suo concepimento nel seno della Mamma Celeste.  Oh! Dio, che abisso d’amore.  Ed il mio dolce Gesù mi ha detto:  “Figlia del mio Volere, vieni a prendere parte alle prime morti ed alle pene che soffrì la mia piccola Umanità dalla mia Divinità nell’atto del mio concepimento.  Come fui concepito, concepii insieme con Me tutte le anime, passate, presenti e future, come mia propria Vita, concepii insieme le pene e le morti che per ciascuna dovevo soffrire.  Dovevo incorporare tutto in Me, anime, pene e morte che ciascuna doveva subire, per dire al Padre:  “Padre mio, non più guarderai la creatura, ma Me solo, ed in Me troverai tutti, ed Io soddisfarò per tutti.  Quante pene vuoi, te le darò; vuoi che subisca ciascuna morte per ognuno, la subirò; tutto accetto purché dia vita a tutti.”   Ecco perciò ci voleva un Volere e potere divino, per darmi tante morti e tante pene, ed un potere e Volere Divino a farmi soffrire; e siccome nel mio Volere stanno in atto tutte le anime e tutte le cose, sicché non in modo astrattivo o intenzionale come qualcuno può pensare, ma in realtà, tenevo in Me tutti immedesimati, con Me formavano la mia stessa Vita, in realtà morivo per ciascuno e soffrivo le pene di tutti.  E’ vero che ci concorreva un miracolo della mia onnipotenza, il prodigio del mio immenso Volere: senza della mia Volontà, la mia Umanità non avrebbe potuto trovare ed abbracciare tutte le anime, né poter morire tante volte. 

Onde la mia piccola Umanità, come fu concepita, incominciò a soffrire l’alternative delle pene e delle morti, e tutte le anime nuotavano in Me come dentro d’un vastissimo mare, formavano membra delle mie membra, sangue del mio sangue, cuore del mio cuore.  Quante volte la mia Mamma, prendendo il primo posto nella mia Umanità, sentiva le mie pene e le mie morti e ne moriva insieme con Me, come mi era dolce trovare nell’amore della mia Mamma l’eco del mio, sono misteri profondi dove l’intelletto umano, non comprendendo bene, pare che si smarrisce, perciò, vieni nel mio Volere e prendi parte alle morti ed alle pene che subii non appena fu compiuto il mio concepimento.  Da ciò potrai comprendere meglio quello che ti dico.”

Non so dire come mi son trovata nel seno della mia Regina Mamma, dove vedevo l’Infante Gesù piccolo piccolo; ma sebbene piccino, conteneva tutto; dal suo cuore s’è spiccato un dardo di luce nel mio, e come mi penetrava sentivo darmi morte, e come usciva mi ritornava la vita.  Ogni tocco di quel dardo produceva un dolore acutissimo, da sentirmi disfare ed in realtà morire, e poi col suo stesso tocco mi sentivo rivivere, ma io non ho parole giuste ad esprimermi e perciò faccio punto...

 

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LA PASSIONE DIVINA DI GESÙ

Nota introduttiva:  La Passione  Divina di Nostro Signore, come Gesù ci insegna in questi Scritti, é la Passione che la Divinità stessa inflisse all’Umanità di Gesù.  Questa Passione, che supera ogni umana comprensione, é rivelata da Gesù a Luisa e apre un nuovo ed immenso orizzonte per la comprensione, la contemplazione e la meditazione delle sofferenze inaudite del Verbo Incarnato per la Redenzione dell’umanità, le quali vanno ben al di là della Sua Passione corporale nell’ultimo giorno della Sua vita, e della Sua Passione morale dovuta all’ingratitudine e rifiuto dell’uomo.  La Passione Divina di Gesù cominciò nel momento della Sua Incarnazione e durò tutta la Sua vita.  Maria Santissima, la quale visse di quella stessa Volontà Divina che per amore dell’uomo infliggeva queste pene al Verbo Incarnato, era pienamente consapevole di essa e ne prese parte.   

 

4 Febbraio 1919, Volume 12

La Passione interna che la Divinità fece soffrire all’Umanità di Gesù nel trascorso di tutta la sua Vita.

Continuando il mio solito, per circa tre giorni mi sentivo sperduta in Dio, molte volte il buon Gesù mi tirava dentro della sua santissima Umanità, ed io nuotavo nel mare immenso della Divinità, oh! quante cose si vedevano, come si vedeva chiaro tutto ciò che operava la Divinità nella Umanità, e spesso e spesso il mio Gesù interrompeva le mie sorprese e mi diceva:  “Vedi figlia mia con che eccesso d’amore amai la creatura, la mia Divinità fu gelosa di affidare alla creatura il compito della Redenzione facendomi soffrire la Passione.  La creatura era impotente a farmi morire tante volte per quante creature erano uscite e dovevano uscire alla luce del creato, e per quanti peccati mortali avrebbe avuto la disgrazia di commettere.  La Divinità voleva vita per ciascuna vita di creatura, e vita per ciascuna morte che col peccato mortale si dava.  Chi poteva essere così potente su di Me, a darmi tante morti, se non che la mia Divinità?  Chi avrebbe avuto la forza, l’amore, la costanza di vedermi tante volte morire, se non che la mia Divinità?  La creatura si sarebbe stancata e venuta meno. 

E non ti credere che questo lavorio della mia Divinità incominciò tardi, ma non appena fu compiuto il mio concepimento, fin nel seno della mia Mamma, cui molte volte era a giorno delle mie pene e restava martirizzata e sentiva la morte insieme con Me.  Sicché fin dal seno materno la mia Divinità prese l’impegno di carnefice amoroso, ma perché amoroso più esigente ed inflessibile, tanto, che neppure una spina fu risparmiata alla mia gemente Umanità, né un chiodo, ma non come le spine, i chiodi, i flagelli che soffrii nella Passione che mi diedero le creature, che non si moltiplicavano, quanti me ne mettevano, tanti ne restavano; invece, quelli della mia Divinità si moltiplicavano ad ogni offesa, sicché tante spine per quanti pensieri cattivi, tanti chiodi per quante opere indegne, tanti colpi per quanti piaceri, tante pene per quanta diversità di offese; perciò erano mari di pene, spine, chiodi e colpi innumerevoli.  Innanzi alla Passione che mi diede la Divinità, la Passione che mi diedero le creature l’ultimo dei miei giorni non fu altro che ombra, immagine di ciò che mi fece soffrire la mia Divinità nel corso della mia Vita, perciò amo tanto le anime, sono vite che mi costano, sono pene inconcepibili a mente creata, perciò entra dentro della mia Divinità e vedi e tocca con mano ciò che soffrii.”

Io non so come mi trovavo dentro dell’immensità divina, ed ereggeva trono di giustizia per ogni creatura, a cui il dolce Gesù doveva rispondere per ogni atto di creatura, subirne le pene, la morte, pagare il fio di tutto; e Gesù come dolce agnellino restava ucciso dalle mani divine, per risorgere e subire altre morti.  Oh! Dio, oh! Dio, che pene straziante, morire per risorgere, e risorgere per sottoporsi a morte più straziante.  Io mi sentivo morire nel vedere ucciso il mio dolce Gesù, tante volte avrei voluto risparmiare una sola morte a Colui che tanto mi ama.  Oh! come comprendevo bene che solo la Divinità poteva far soffrire tanto il mio dolce Gesù, e poteva darsi il vanto di avere amato gli uomini fino alla follia e all’eccesso, con pene inaudite e con amore infinito.  Perciò, né all’angelo né all’uomo teneva in mano questo potere, di poter amarci con tanto eroismo di sacrifizio come un Dio.  Ma chi può dire tutto?  La mia povera mente nuotava in quel mare immenso di luce, di amore e di pene, e restavo come affogata senza saperne uscire; e se il mio amabile Gesù non mi tirava nel piccolo mare della sua santissima Umanità, in cui la mente non restava così inabissata senza poter vedere nessun confine, io non avrei potuto dire un acca. 

Onde, dopo ciò il mio dolce Gesù ha soggiunto:  “Figlia diletta, parto della mia Vita, vieni nella mia Volontà, viene a vedere quanto c’é da sostituire a tanti atti miei sospesi ancora, non sostituiti da parte delle creature.  La mia Volontà dev’essere in te come la prima ruota dell’orologio, se essa cammina tutte le altre ruote camminano e l’orologio segna le ore, i minuti, sicché tutto l’accordo sta nel moto della prima ruota, e se la prima ruota non ha moto, resta fermato.  Così la prima ruota in te dev’essere la mia Volontà, che deve dare il moto ai tuoi pensieri, al tuo cuore, ai tuoi desideri, a tutto, e siccome la mia Volontà è ruota di centro del mio Essere, della Creazione, e di tutto, il tuo moto uscendo da questo centro verrà a sostituire a tanti atti delle creature, che moltiplicandosi nei moti di tutti come moto di centro, verrà a deporre al mio Trono da parte delle creature gli atti loro, sostituendosi a tutto, perciò sii attenta, la tua missione è grande, è tutta divina.”