20-4-2018 - CATECHESI SULLA PAZIENZA  LA PAZIENZA (Sant’Agostino)

 

 

La sorgente della pazienza.

15. 12. Dobbiamo ora chiederci da dove procede la vera pazienza, degna del nome di virtù. Ci sono infatti di quelli che l’attribuiscono alle forze della volontà umana, non a quelle che ricevono dall’aiuto divino, ma a quelle che hanno dal libero arbitrio. Ora questo errore nasce dalla superbia ed è l’errore di coloro che abbondano, secondo le parole del salmo: Obbrobrio per quelli che abbondano e disprezzo per i superbi 20. Non è quindi questa la pazienza dei poveri, che non perisce in eterno 21. Quei poveri che la ricevono da quel ricco al quale si dice: Sei tu il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni 22; dal quale viene ogni regalo ottimo e ogni dono perfetto 23; a lui grida il bisognoso e il povero che loda il suo nome, e chiedendo, cercando e bussando dice: Mio Dio, liberami dalla mano del peccatore, dalla mano di chi trasgredisce la legge e dell’uomo iniquo, perché tu sei, Signore, la mia pazienza, la mia speranza fin dalla mia giovinezza 24. Ma questa gente stracolma [di sé] non si degna di presentarsi mendicante dinanzi a Dio per ricevere da lui la vera pazienza. Vantandosi della loro falsa pazienza, vogliono confondere il proposito dell’indigente, la cui speranza è il Signore 25. Non pensano che, essendo uomini, coll’attribuire un risultato così grande alla propria volontà, che è volontà umana, incorrono nella condanna della Scrittura: Maledetto ogni uomo che ripone nell’uomo la sua speranza 26. Ma ecco che costoro in forza della stessa loro volontà accecata dalla superbia sopportano stenti ed asperità per non dispiacere alla gente o per evitare mali maggiori o per compiacere se stessi o per amore del loro orgoglio presuntuoso. In tal caso, riguardo alla [loro] pazienza bisognerebbe dire quel che l’apostolo san Giacomo dice della sapienza: Questa sapienza non proviene dall’alto, ma è sapienza terrena, animalesca, diabolica 27. Perché infatti non equiparare la falsa pazienza dei superbi alla loro falsa sapienza? In realtà la vera pazienza viene a noi da colui dal quale ci deriva la vera sapienza. A lui canta quel povero di spirito che dice: A Dio è soggetta la mia anima, perché da lui è la mia pazienza 28.

 

Pazienza e volontà umana.

16. 13. Essi rispondono facendo questi ragionamenti: Se la volontà umana senza alcun aiuto di Dio ma con le sole forze del libero arbitrio sopporta tanti mali gravi e orribili, sia nell’animo che nel corpo, per godere del piacere di questa vita mortale e dei peccati; perché allo stesso modo la medesima volontà con le stesse forze del libero arbitrio e senza aspettarsi alcun aiuto da parte di Dio, ma sufficiente a se stessa per la naturale possibilità, non sopporta pazientemente per la giustizia e la vita eterna qualunque fatica o dolore dovesse capitare? Dicono ancora: La volontà dei malvagi è capace, senza l’aiuto divino, di far loro affrontare tormenti per l’iniquità anche prima che altri vengano a torturarli; la volontà di coloro che amano i passatempi della vita terrena, senza l’aiuto di Dio, riesce a far sì che essi perseverino nella menzogna, pur in mezzo a tormenti quanto mai atroci e prolungati, affinché non abbiano a confessare i loro delitti ed essere puniti con la morte. E non sarà in grado la volontà dei giusti, senza l’aiuto d’una forza che le venga dall’alto, di sopportare qualsiasi pena per la bellezza che è propria della giustizia e per amore della vita eterna?

 

Pazienza, carità e aiuto divino.

17. 14. Quelli che dicono queste cose non comprendono che tra i malvagi uno è tanto più resistente a sopportare qualunque male, quanto in lui è maggiore l’amore del mondo, mentre tra i giusti uno è tanto più forte a sopportare qualunque male, quanto in lui è maggiore l’amore di Dio. Ma l’amore del mondo ha la sua origine dall’arbitrio della volontà, il suo progresso dal diletto del piacere e la sua fermezza dal vincolo dell’abitudine, mentre la carità di Dio è diffusa nei nostri cuori, non certamente da noi, ma dallo Spirito Santo che ci è stato dato 29. Perciò la pazienza dei giusti viene da colui per mezzo del quale è diffusa la loro carità. Lodando e inculcando questa carità l’Apostolo dice che essa, fra gli altri pregi, possiede anche quello di sopportare ogni cosa. La carità, dice, è longanime, e dopo un poco: La carità sopporta tutto 30. Quanto maggiore è dunque nei santi la carità di Dio tanto più facile è per loro sopportare ogni cosa per ciò che amano. Parimenti è dei peccatori: quanto più è grande in loro la cupidigia mondana tanto più riescono a sopportare tutto per soddisfare le loro voglie disordinate. Pertanto la vera pazienza dei giusti deriva da quella sorgente da cui deriva la carità divina; la falsa pazienza dei malvagi deriva dalla sorgente da cui proviene la cupidigia mondana. Ecco quanto dice al riguardo l’apostolo Giovanni: Non amate il mondo né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, non c’è in lui l’amore del Padre, poiché tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e ambizione secolaresca, e questo non proviene dal Padre ma dal mondo 31. E questa concupiscenza, che non proviene dal Padre ma dal mondo, quanto più è forte e ardente nell’uomo, tanto più quest’uomo diviene paziente di fronte ai disagi e ai dolori che deve affrontare per ciò che desidera. Ne segue, come abbiamo già detto, che una tale pazienza non discende dall’alto, mentre viene dall’alto la pazienza dei santi, che scende dal Padre della luce. Pertanto l’una è terrena, l’altra celeste; l’una animale, l’altra spirituale; l’una diabolica, l’altra divinizzatrice. E la ragione di ciò è che la concupiscenza per la quale i peccatori sopportano tenacemente ogni male deriva dal mondo, mentre deriva da Dio la carità per la quale i buoni sopportano con fortezza tutti i loro mali. Va quindi da sé che l’uomo con la sua volontà, senza l’aiuto di Dio, ha risorse sufficienti per avere la pazienza falsa; e questo uomo diviene tanto più ostinato quanto più cupido, tanto più resistente di fronte ai mali quanto più cresce in malvagità. Quanto alla vera pazienza invece, la volontà umana non è in grado di conseguirla senza l’aiuto divino che la infiammi. Ora questo fuoco è lo Spirito Santo; e finché questo Spirito non viene ad infiammarla d’amore per il Bene inalterabile, la volontà non sarà mai capace di sopportare il male che l’affligge.

 

Doni di Dio, la carità e la pazienza.

18. 15. Come attestano gli autori divinamente ispirati, Dio è amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui 32. Chi pretende di poter avere la carità di Dio senza l’aiuto di Dio, che altro pretende se non che si possa avere Dio senza Dio? Ora, quale cristiano oserebbe dire questo, se non lo direbbe nessuno che sia soltanto sano di mente? Nell’Apostolo invece ecco come esulta la pazienza vera, pia, fedele, che per bocca dei santi dice: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Dunque non per merito nostro ma per virtù di colui che ci ha amati. Poi prosegue aggiungendo: Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né potenze, né presente né avvenire, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore 33. È questa la carità di Dio che è stata diffusa nei nostri cuori: non conquistata da noi ma diffusa dallo Spirito Santo che ci è stato donato 34. Viceversa è della concupiscenza dei cattivi, che è all’origine della loro falsa pazienza: essa non proviene dal Padre, come dice l’apostolo Giovanni, ma dal mondo 35.

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La pazienza di Giobbe.

11. 9. L’ira di questo nemico ebbe ad esperimentare il santo Giobbe: da lui fu aspramente provato con le due specie di tentazione, ma in tutt’e due riuscì vincitore con l’immutabile forza della pazienza e le armi della pietà. In principio, rimanendo illeso il corpo, soffrì la perdita di tutto ciò che aveva; e così, prima che il suo corpo subisse tormenti, il suo animo fu lacerato dalla perdita di quei beni che gli uomini hanno più a cuore, e, siccome si pensava che egli servisse Dio in vista di quei beni, ne doveva seguire che perdendoli avrebbe bestemmiato contro di lui. Fu colpito anche dalla morte improvvisa di tutti i figli: li aveva avuti uno dopo l’altro, li perse tutti in una volta; e se erano stati numerosi, questo non fu per accrescere la sua gioia ma per aumentare la sventura. Quando gli toccò di soffrire tutti questi mali, egli rimase fermo nella fedeltà a Dio, sempre unito alla volontà di colui che non avrebbe potuto perdere se non per una scelta della sua propria volontà; e, a posto di tutto quello che perse, gli rimase colui che glielo toglieva, colui nel quale avrebbe trovato ciò che era imperituro. A togliergli i beni infatti non era stato il maligno che l’aveva voluto danneggiare, ma colui che aveva dato a lui il potere di farlo.

 

Giobbe più avveduto di Adamo.

12. 9. Il nemico lo aggredì anche nel corpo, e lo colpì non solo nei beni che sono al di fuori dell’uomo ma anche nella sua stessa persona, in ogni parte dove gli fu possibile. Dalla testa ai piedi dolori di fuoco, vermi che uscivano, putridume che colava; ma in quel corpo in disfacimento l’animo restava integro e sopportava con pietà inalterata e pazienza invitta gli orribili tormenti d’una carne imputridita. Accanto a lui c’era la moglie, ma al marito non dava alcun aiuto, anzi lo esortava a bestemmiare Dio. Il diavolo, che a Giobbe aveva rapito i figli, nel lasciargli la moglie non si comportò da inesperto nell’arte del nuocere, avendo imparato già in Eva quanto una donna può rendersi utile al tentatore 14. Solo che questa volta non s’imbatte in un altro Adamo, da poter prendere al laccio tramite la donna. Fra i dolori, costui fu più accorto che non quell’altro fra gli allori: quello era nel godimento e fu vinto, questi era nella sofferenza e vinse; quello credette alle lusinghe, questo non si piegò di fronte ai tormenti. E c’erano anche gli amici: non per confortarlo nella sventura, ma per avanzare sospetti sulla sua colpevolezza. Non credevano infatti che un uomo colpito da tanti mali potesse essere innocente, e la loro lingua pronunziava accuse di colpe che erano estranee alla sua coscienza. E così mentre il corpo soffriva atroci dolori, anche l’anima era flagellata da infondate rampogne. Ma ecco Giobbe sopportare nel corpo i propri dolori, nel cuore le calunnie altrui. Rimproverava alla moglie la stoltezza, agli amici insegnava la sapienza, in tutto conservava la pazienza.

 

Deprecabile l’impazienza dei donatisti.

13. 10. Guardino a Giobbe quei tali che si danno la morte quando sono ricercati perché vivano. Togliendosi la vita presente essi si escludono anche da quella futura. Quand’anche li si costringesse a rinnegare Cristo o a commettere peccati contro la giustizia, come succedeva ai veri martiri, essi dovrebbero sopportare tutto con pazienza anziché darsi la morte per impazienza. Se infatti ci si potesse suicidare lecitamente per schivare le sofferenze, il santo Giobbe si sarebbe ucciso senz’altro per sottrarsi ai mali così gravi che la crudeltà del diavolo gli aveva causato negli averi, nei figli e nelle membra del corpo. Ma egli non lo fece. Impensabile infatti che un uomo sapiente come lui compisse su se stesso un gesto che nemmeno la moglie insipiente aveva osato suggerirgli. E se gliel’avesse suggerito, si sarebbe anche in tal caso buscata la risposta che ascoltò quando suggerì la bestemmia: Hai parlato come una donna stupida. Se dalla mano di Dio abbiamo ricevuto i beni, perché non dovremmo accettare anche i mali? 15 Quanto a lui, avrebbe perduto la pazienza sia che fosse morto bestemmiando, come voleva la moglie, sia che fosse morto uccidendosi, come nemmeno lei aveva osato proporgli. In ogni caso sarebbe stato del numero di coloro di cui è stato detto: Guai a chi perde la pazienza! 16 Invece di sottrarsi alle pene, le avrebbe accresciute in quanto, dopo la morte del corpo, sarebbe incorso nei supplizi riservati ai bestemmiatori, o agli omicidi, o a chi è peggio dei parricidi. Il parricida infatti è colpevole più d’ogni altro omicida, poiché uccide non solo un uomo ma un consanguineo, e fra gli stessi parricidi uno è ritenuto tanto più crudele quanto più prossimo è il congiunto che uccide. Ora chi uccide se stesso è peggiore di tutti i parricidi, perché nessuno è vicino a noi più di noi stessi. Quanto dunque non sarà grave la colpa di quei miseri che si infliggono da se stessi delle pene in questa vita e di là debbono scontare non solo quelle dovute alla loro empietà verso Dio ma anche quelle dovute alla crudeltà verso se stessi? Ma essi, per di più, presumono gli onori dei martiri! Anche se avessero sostenuto la persecuzione per una vera testimonianza a Cristo e si fossero uccisi per sfuggire ai persecutori, giustamente si applicherebbero ad essi le parole: Guai a chi perde la pazienza! In che modo infatti si potrebbe concedere loro con giustizia il premio della pazienza se questo andasse a coronare un martirio dovuto all’impazienza? Ovvero, uno che si è sentito dire: Amerai il prossimo tuo come te stesso 17, come può essere giudicato innocente se commette omicidio contro se stesso, quando è proibito commetterlo contro il prossimo?

 

La pazienza dei buoni.

14. 11. Vogliano dunque i santi ascoltare dalla Sacra Scrittura alcuni precetti di pazienza: Figlio, se ti presenti a servire Dio, sta’ saldo nella giustizia e nel timore e prepara la tua anima alla tentazione. Umilia il tuo cuore e sii coraggioso: così alla fine si accrescerà la tua vita. Accogli tutto ciò che ti sopraggiunge, e nel dolore sopporta e nella umiliazione sii paziente. Poiché l’oro e l’argento si provano col fuoco, gli uomini accetti [a Dio] nella fornace dell’umiliazione 18. In un altro testo si legge: Figlio, non venir meno sotto la disciplina del Signore e non stancarti quando da lui sei rimproverato. Egli infatti rimprovera colui che ama e usa i flagelli con il figlio che gli è caro 19. Quanto qui si dice e cioè: Il figlio che gli è caro corrisponde a gli uomini accetti del testo di prima. È giusto infatti che noi, scacciati dalla originaria felicità del paradiso per un’ostinata voglia di piaceri, vi siamo riammessi mediante l’umile sopportazione delle nostre sventure. Fuggimmo facendo il male, torniamo sopportando il male; lassù operatori di ingiustizia, quaggiù coraggiosi nella prova per amore della giustizia.

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Sopportare i mali della vita per la beatitudine eterna.

7. 6. Gli uomini dunque sopportano con mirabile fortezza molte pene atroci per soddisfare le passioni, per commettere delitti o, quanto meno, per godere vita e salute nel tempo presente. Ciò è per noi un richiamo a sopportare disagi anche gravi per condurre una vita buona, in modo che alla fine conseguiamo la vita eterna: quella che ci assicura una felicità vera, senza scadenza di tempo, senza diminuzione di ciò che è positivo e vantaggioso. Il Signore disse: Con la vostra pazienza possederete le vostre anime 5. Non disse: "Le vostre ville", "i vostri onori", "i vostri piaceri", ma le vostre anime. Se dunque un’anima sopporta tanti disagi per possedere cose che la portano alla rovina, quanti non ne dovrà sopportare per possedere ciò che la sottrae alla rovina? E ora dirò una cosa dove non vi è questione di colpa: se uno soffre tanto per la propria salute fisica quando capita in mano ai medici che lo tagliano o bruciano, quanto non dovrà soffrire per la sua salute [eterna] attaccata da nemici furiosi, qualunque essi siano? I medici infatti facendo soffrire il corpo tentano di sottrarre il corpo alla morte; i nemici minacciando pene e morte al corpo sospingono l’anima e il corpo ad essere uccisi nella geenna.

 

Sopportando si provvede al bene del corpo stesso.

7. 7. C’è di più. Se per amore della giustizia si sacrifica la salute corporale, si provvede in maniera più efficace al bene del corpo stesso. Ciò vale anche se per amore della giustizia si sopportano con grande pazienza le sofferenze corporali e la stessa morte. Della redenzione finale del corpo parla infatti l’Apostolo quando dice: Noi gemiamo in noi stessi aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. E soggiunge: Noi siamo stati salvati nella speranza. La speranza poi, se la si vede, non è speranza. Ciò che infatti vede, come potrebbe uno sperarlo? Se invece speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con la pazienza 6.

 

La pazienza interessa l’anima e il corpo.

8. 7. Quando dunque ci affliggono mali che non ci inducono a commettere il peccato, esercitando la pazienza l’anima acquista il dominio di se stessa; non solo, ma se lo stesso corpo viene per qualche tempo colpito dal dolore o anche dalla morte, attraverso la pazienza lo si recupera per una salute stabile, anzi eterna, e così attraverso il dolore e la morte gli si procura una salute perfetta e un’immortalità felice. Al riguardo il Signore Gesù, volendo esortare i suoi martiri alla pazienza, promise loro che avrebbero ottenuto l’integrità del corpo senza subire la perdita non dico d’un qualche membro ma nemmeno di un capello. Diceva: Ve lo dico in verità: un solo capello della vostra testa non andrà perduto 7. E siccome son vere le parole dell’Apostolo: Nessuno ha mai odiato la sua carne 8, ne segue che il cristiano provvede al bene del suo corpo più con la pazienza che con l’intolleranza, e con il guadagno inestimabile dell’incorruttibilità futura compensa le tribolazioni della vita presente, per quanto grandi possano essere.

 

8. 8. Sebbene la pazienza sia una virtù dell’anima, tuttavia l’anima la esercita in parte su se stessa, in parte nei riguardi del corpo. La esercita in se stessa quando, senza che il corpo venga leso e toccato, l’anima è spinta dagli stimoli di avversità o da brutture reali o verbali a fare o a dire cose sconvenienti o indecorose; ma lei sopporta con pazienza tutti i mali per non commettere nulla di male con azioni o parole.

 

La pazienza dell’anima.

9. 8. In virtù di questa pazienza dell’anima noi, sani di corpo, sopportiamo che ci venga rinviata la nostra beatitudine e che ci tocchi di vivere fra gli scandali del tempo presente. A ciò si riferiscono le parole or ora menzionate: Se speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con la pazienza. Per questa pazienza il santo [re] Davide sopportò le ingiurie di chi lo svillaneggiava e, sebbene potesse facilmente vendicarsi, non solo non si vendicò, ma trattenne dalla vendetta quell’altro che, addolorato, s’era fatto prendere dall’ira 9, e del suo potere regale si servì più per proibire che per esercitare la vendetta. In quel frangente non era il suo corpo che veniva tormentato da malattie o ferite, ma era il suo animo che, riconoscendo il momento dell’umiliazione, la sopportava per fare la volontà di Dio e per questo ingoiava con somma pazienza l’amara bevanda della contumelia. Questa pazienza ci insegnò il Signore quando disse che ai servi irritati per la mescolanza della zizzania [con il buon grano] e desiderosi di estirparla il padrone di casa rispose: Lasciate che [le due piante] crescano fino al tempo della mietitura 10. Infatti occorre sopportare con pazienza ciò che non si può eliminare con fretta. Di questa pazienza ci ha offerto un esempio palese lui stesso tollerando quel discepolo, che era ladro, vicino a sé fino al tempo della passione, cioè finché non lo denunziò come traditore 11. Prima di esperimentare le funi, la croce e la morte, non rifiutò il bacio di pace a quelle labbra menzognere 12. Tutti questi esempi, e i tanti altri che sarebbe lungo ricordare, rientrano in quel genere di pazienza dove l’anima non soffre per i suoi peccati, ma dentro di sé sopporta pazientemente quei mali che le provengono dal di fuori senza che il corpo ne venga minimamente colpito.

 

La pazienza dei martiri.

10. 8. C’è un altro campo per esercitare la pazienza: quello in cui l’anima tollera gli affanni e i dolori derivanti dai patimenti del corpo: non certo quelli che soffrono gli uomini stolti o perversi per raggiungere vani ideali o per perpetrare delitti ma, com’ebbe a determinare il Signore, per la giustizia 13. L’uno e l’altro combattimento sostennero i santi martiri. Vennero infatti coperti di contumelie da parte degli empi, e in quel caso l’animo rimanendo saldo sosteneva come delle sue proprie ferite, mentre il corpo ne era esente; per quanto poi riguarda il loro corpo, essi furono legati, incarcerati, affamati e assetati, torturati, segati, squartati, bruciati, uccisi barbaramente. Con incrollabile fedeltà sottomisero il loro spirito a Dio, mentre nel corpo soffrivano tutto ciò che la crudeltà dei persecutori seppe immaginare.

 

La pazienza nella lotta contro il diavolo.

10. 9. È più grande la lotta che sostiene la pazienza quando non si tratta d’un nemico visibile che perseguitando con ferocia ti spinge al male (esso è allo scoperto, e chi non gli consente lo vince in maniera palese), ma si tratta del diavolo stesso che, servendosi magari di gente incredula come di suoi strumenti, perseguita i figli della luce ovvero, rimanendo occulto li assale e con ferocia li stimola a fare e a dire cose che dispiacciono a Dio.

 

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La pazienza di Dio.

1. 1. La virtù dell’anima che chiamiamo pazienza è un dono di Dio così grande che noi parliamo di pazienza anche riferendoci a colui che a noi la dona; e vi intendiamo la tolleranza con cui egli aspetta che i cattivi si ravvedano. È vero infatti che il nome "pazienza" deriva da patire, ma pur essendo vero che Dio non può in alcun modo patire, tuttavia noi per fede crediamo, e confessiamo per ottenere la salvezza, che Dio è paziente. Ma questa pazienza di Dio, come essa sia e quanto sia grande, chi potrà descriverlo a parole? Noi possiamo affermare che egli non può patire nulla, eppure non lo diciamo impaziente ma pazientissimo. La sua pazienza è dunque ineffabile, come è ineffabile la sua gelosia, la sua ira e gli altri moti somiglianti, che se noi pensassimo essere uguali ai nostri, dovremmo escluderli tutti. Noi infatti non ne proviamo alcuno che non sia congiunto a turbamento, mentre è assurdo pensare che la natura divina, che è impassibile, provi turbamento. Dio infatti è geloso senza invidia, si adira senza alterarsi, ha compassione senza addolorarsi, si pente senza doversi ravvedere d’un qualsiasi errore. Così è paziente senza patire. Ora dunque, per quanto il Signore me lo concederà e per quanto lo permette la brevità del presente discorso, parlerò sulla natura della pazienza umana, che noi possiamo acquisire e dobbiamo avere.

 

La vera pazienza.

2. 2. È risaputo che la pazienza retta, degna di lode e del nome di virtù, è quella per la quale con animo equo tolleriamo i mali, per non abbandonare con animo iniquo quei beni, per mezzo dei quali possiamo raggiungere beni migliori. Pertanto chi non ha la pazienza, mentre si rifiuta di sopportare i mali, non ottiene d’essere esentato dal male ma finisce col soffrire mali maggiori. I pazienti preferiscono sopportare il male per non commetterlo piuttosto che commetterlo per non sopportarlo; così facendo rendono più leggeri i mali che soffrono con pazienza ed evitano mali peggiori in cui cadrebbero con l’impazienza. Ma soprattutto non perdono i beni eterni e grandi, quando non cedono ai mali temporanei e di breve durata poiché, come dice l’Apostolo, i patimenti del tempo presente non meritano d’essere paragonati con la gloria futura che si rivelerà in noi 1. Egli dice ancora: La nostra sofferenza, temporanea e leggera, produce per noi in maniera inimmaginabile una ricchezza eterna di gloria 2.

 

La grande pazienza dei cattivi.

3. 3. Volgiamo ora lo sguardo, o carissimi, alle fatiche, ai dolori e alle asperità che gli uomini sopportano per ciò che amano spinti dai loro vizi, per tutte quelle cose che quanto più si pensa abbiano ad arrecare felicità tanto più si diventa infelici nel desiderarle. Quanti rischi e molestie affrontano con la più grande pazienza per le false ricchezze, i vani onori e le frivole soddisfazioni. Li vediamo avidi di denaro, di gloria e di piaceri lascivi, che per ottenere le cose desiderate e non perderle quando le hanno ottenute, sopportano il calore, la pioggia, il freddo, i flutti e le burrasche più tempestose, le durezze e incertezze delle guerre, i colpi di piaghe crudeli e orribili ferite. E tutto questo sopportano non per una inevitabile necessità, ma per un atto colpevole della loro volontà.

 

La forza del desiderio rende tollerabili le fatiche e i dolori.

4. 4. In realtà la gente ritiene che l’avarizia, l’ambizione, la dissolutezza, le attrattive per i vari divertimenti rientrano nell’ambito d’una condotta irreprensibile, almeno finché per soddisfarle non si commettono azioni riprovevoli o delitti condannati dalle leggi umane. Ci sono infatti persone che si sottopongono a grandi fatiche e dolori per acquistare o aumentare il proprio capitale, per conseguire o conservare posti onorifici, per partecipare a gare agonistiche o venatorie, per ottenere plauso allestendo spettacoli teatrali. Se questo riescono a fare senza ledere i diritti altrui, è poco dire che dalla vacuità del popolo essi non vengono disapprovati e così se ne astengono. Al contrario vengono esaltati ed inneggiati; proprio come dice la Scrittura: Il peccatore è lodato nei desideri del suo cuore 3. In effetti è la forza dei desideri a farci tollerare fatiche e dolori e nessuno accetta spontaneamente di sopportare ciò che fa soffrire, se non per quello che diletta. Ma, come ho detto, le passioni ora nominate son considerate legittime, autorizzate dalla legge, e quanti ardono dal desiderio di appagarle sopportano con estrema pazienza molti disagi e asperità.

 

La straordinaria resistenza di Catilina.

5. 4. E che dire di quelle persone che sopportano molti e gravissimi disagi per crimini conclamati, e non per punirli ma per commetterli? Non parlano forse gli storici pagani di quel tale, famigerato assassino della patria, dicendo che era capace di sopportare la fame, la sete, il freddo; il suo corpo era in grado di tollerare digiuni, freddi e veglie oltre ogni immaginazione 4? E che dire dei briganti? Per tendere insidie ai passanti trascorrono notti insonni, e per sequestrare viandanti incolpevoli irrigidiscono sotto ogni genere di intemperie il loro animo e il loro corpo, dediti al male. Si racconta pure che alcuni di loro si torturano l’un l’altro, al segno che l’allenamento per sottrarsi alla pena non si differenzia per nulla dalla pena stessa. È probabile infatti che dal giudice non sarebbero torturati così atrocemente quanto lo si fa dai loro complici per impedire che vengano denunziati dal correo sottoposto a torture. In questi casi tuttavia la pazienza è, se mai, da ammirare, non da lodare; anzi, non è né da lodare né da imitare, poiché non si tratta di pazienza. Si potrà parlare di straordinaria insensibilità, ma non si trova nulla della pazienza; e quindi non c’è niente che possa essere giustamente lodato e niente che possa essere utilmente imitato. E quindi farai bene a giudicare quell’anima degna di tanto maggiore condanna quanto più dedica ai vizi le risorse destinate all’acquisto delle virtù. La pazienza è socia della sapienza, non schiava della concupiscenza; la pazienza è amica della buona coscienza, non avversaria dell’innocenza.

 

Criterio per distinguere la vera dalla falsa pazienza.

6. 5. Quando vedi qualcuno che soffre qualche male, non metterti subito a lodarne la pazienza, che è messa in luce solo dalla motivazione della pazienza. Se la motivazione è buona, la pazienza è vera. Se la motivazione non è resa impura dalla cupidigia, allora la pazienza si distingue da quella falsa. Quando la motivazione mira a un crimine, si fa un grande errore a chiamarla pazienza. Infatti non tutti coloro che sanno qualcosa posseggono la scienza; così non tutti coloro che patiscono qualcosa posseggono la pazienza. Solo chi della passione si serve per il bene merita l’elogio della vera pazienza e riceve la corona per la virtù della pazienza.

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MOTIVI DELLA PAZIENZA.

Siamo obbligati alla pazienza, in primo luogo per la nostra qualità di creature. Dio è sovrano padrone della vita e della morte; da lui tutto in noi assolutamente dipende. Egli ha quindi diritto di dispor­re di noi come gli piace.

Il vasaio, dice S. Paolo, è padrone del­la creta, può farne quel vaso che crede meglio; e poi del vaso che ha fatto, di­spone a suo piacimento: lo spezza, lo rom­pe, lo rifà, lo impasta, lo piega, lo schiac­cia e gli dà quella forma che vuole.

Tale è la nostra condizione riguardo a Dio. essendo noi opera delle sua mani. Egli può far di noì tutto ciò che vuole. Che spezzi e rompa, che uccida e mortifichi, che ci getti nel più profondo dell'inferno o ce ne ritiri, questo è affar suo e dipende dalla sua mano; a noi non rimane che di sopportare in pace, adorando la sua volon­tà, i suoi giudizi e i suoi disegni, abbando­nandoci completamente al suo beneplacito.

In secondo luogo, siamo peccatori; in questa qualità dobbiamo subire gli effetti della giustizia di Dio e del suo corruccio. Tutti i castighi che Egli manda in questo mondo sono un nulla in confronto di ciò che abbiamo meritato e di ciò che ci fa­rebbe soffrire, se non si degnasse di usarci misericordia trattandoci in questa vita con dolcezza e clemenza. Ricordiamoci dei ca­stighi con cui Dio ha colpito i peccatori, come vediamo nella Scrittura; riflettiamo ai tormenti deì dannati, alle pene che i demoni per un solo peccato soffrono e soffriranno eternamente; con questi pen­sieri sopporteremo non soltanto con pace, ma anche con gioia, tutti i nostri patimen­ti, per quanto possano essere grandi.

Infatti che cosa v'è nell'inferno che a noì non sia dovuto? Quali supplizi vi sono laggiù che non abbiano meritato? Anzi abbiamo meritato mille volte di più, per­ché anche nell'inferno Dio lascia ancora posto alla sua misericordia, e di questa siamo indegni. Non deve forse questo pen­siero indurci a sopportare con pazienza qualsiasi pena o tribolazione di questa vi­ta, tanto più che Nostro Signore dichiara che tali afflizioni sono segni del suo amore per noi? Quelli che amo, li riprendo e li castigo.

 

In terzo luogo, siamo cristiani: in que­sta qualità, dobbiamo esser disposti a sof­frir molto. A questo fine appunto siamo stati introdotti nella Chiesa, poichè Nostro Signore non ci ha accolti come cristiani, nella sua Chiesa, se non per prolungare sulla terra la sua propria vita. Ora, qual'è stata la vita di Gesù Cristo, se non una vita di condanna della carne?

Perciò Gesù Cristo deve umiliare e as­soggettare in noi la carne, seguendo quelle vie che Egli sa e giudica più utili per esserne completamente vittorioso. Ha incominciato a riportarne la vittoria nella sua propria carne, e vuole continuare a vincerla in noi medesimi, per manifestare in ciascuno di noi come un indizio e un saggio della vittoria universale che ne ha riportato nella sua persona.

La Chiesa ed i cristiani, a confronto del mondo intero, non sono che un pugno di carne; tuttavia Egli desidera di essere ancora vincitore della carne in essi, per manifestare la sua vittoria e dare prove sicure e splendenti del suo trionfo. Con questo sentimento il cristiano deve rima­ner perfettamente fedele allo Spirito, ed abbandonarsi interamente a Lui per vin­cere la carne e distruggerla in tutto.

Le occasioni non gli mancano in que­sta vita, perché deve sopportare gli assal­ti del mondo, il disprezzo, le calunnie, le persecuzioni cui viene fatto segno; poi le violenti rivolte della carne sempre ribelle; inoltre, le tentazioni che gli vengono dal demonio; e infine, quelle prove che ven­gono direttamente da Dio, come le aridità, l'abbandono ed altre pene interiori, con cui Egli ci affligge allo scopo di aiutarci a crocifiggere interiormente la nostra carne.

 

I sacerdoti poi hanno un obbligo spe­ciale dì portar pazienza, perchè devono possedere la perfezione del cristianesimo; e questa non può stare senza la pazienza. La pazienza è un indizio che l'anima è intimamente unita a Dio e stabilita nel­la perfezione. Bisogna, infatti, che essa vi­va eminentemente in Dio, e sia da Lui pie­namente posseduta, perchè sopporti pene e tormenti con pace e tranquillità, ed anche vi trovi la gioia e 1a felicità del suo cuore. Bisogna che sia ben profondamente i­nabissata in Dio e che Dio se la tenga u­nita con tanta potenza e tanta forza, per­chè la carne non abbia energia di trarla a sè e di farle accettare i propri sentimenti e le proprie ripugnanze verso le pene ed i patimenti.

In tale stato l'anima giunge alla mas­sima perfezione cui possa elevarsi in que­sta vita, poiché essa è conforme a Nostro Signore nella perfetta sottomissione che Egli praticò verso Dio nei suoi patimenti. Gesù Cristo, infatti, benchè nella sua car­ne provasse somma ripugnanza per la cro­ce, non ascoltò la carne né i desideri della carne, ma sempre visse in una perfetta conformità con la volontà del Padre suo.

I sacerdoti adunque, essendo cristiani perfetti, scelti in mezzo alla Chiesa per stare e servire davanti al Tabernacolo di Dio, devono essere attenti in un modo par­ticolare a praticare questa virtù. E' questo il loro carattere speciale, il contrassegno che li deve distinguere, la loro pazienza li disporrà a portare l'onorifica dignità di cui sono investiti e li farà riconoscere co­me servi e familiari di Dio.

Sacerdoti e Pastori devono possedere la pazienza in grado eminente; poiché, in Ge­sù Cristo e con Gesù Cristo, sono sacerdo­ti e vittime per i peccati del mondo. Gesù Cristo il nostro Sommo Sacerdote, ha voluto essere la vittima del suo sacrificio e si è costituito Ostia per tutto il popolo. I sacerdoti sono come sacramenti e figure di Gesù Cristo. Gesù vive in essi per continua­re il suo sacerdozio e li riveste dei suoi propri sentimenti e delle sue disposizioni interiori del pari che del suo potere e della sua persona, perciò vuole che siano stabil­mente animati dallo spirito interiore e dal­le disposizioni di Ostia per offrire e sopportare, per far penitenza, insomma, ed immolarsi alla gloria di Dio per la salvezza del popolo.

I Sacerdoti non solo devono, ad imita­zione di Nostro Signore, essere vittime per il peccato con la penitenza, con le perse­cuzioni e le pene interiori ed esteriori, ma devono ancora essere vittime di olocausto; è questa la loro vocazione. Non basta quin­di che soffrano; come Gesù Cristo, ogni sorta di pene, sia per i propri peccati, sia per i peccati del popolo dei quali porta­no il peso; devono inoltre essere, con Gesù Cristo, perfettamente consumati interior­mente nell'amore.

Lo Spirito di amore dà forza e potenza per sopportare le pene e le afflizioni per quanto possono essere grandi: e siccome Egli è infinito, ci da forza e potenza quanto è necessario per sopportare tutte quelle ebe ci possono capitare nella nostra vo­cazione.

Tutti i tormenti. del mondo sono un nulla per un cuore generoso che sia rípie­no della virtù di un Dio che può por­tare sopra di sé mille e mille pene, molto più violenti di tutte quelle con le quali il mondo e il demonio potrebbero affligerci. S. Paolo alludeva appunto a questo spirito quando diceva: Omnia possum in eo qui me conforta!. Tutto io posso in Co­lui che è la mia forza. Perché Dio abi­tava in lui, qualsiasi pena gli sembrava co­sa da nulla.

In questo medesimo Spirito eterno, immenso e onnipotente, il grande Apostolo chiamava momentanee e leggere le sue tri­bolazioni: Momentaneum et leve,  perché Gesù le soffriva e le sopportava in Lui facendogli, con la sua presenza, vedere e sentire qualche cosa della sua eternità: perciò l'Apostolo considerava tutto il tem­po di questa vita come un istante brevis­simo.

Così pure, Nostro Signore, col farci sentire interiormente la sua potenza e la sua forza capace di portare, mille mondi, ci fa riconoscere che il suo carico è leggero: Onus meum leve.

Talora Egli ci priva del sentimento sensibile del suo potente aiuto, affinchè sen­tiamo il peso della tribolazione, nella de­bolezza della nostra carne e nell'infermità in cui l'anima nostra viene ridotta (la tale privazione. Ma con questa specie di ab­bandono Egli vuole ottenere nelle anime nostre due grandi effetti.

Il primo è d'ispirarci il disprezzo di noi medesimi e delle debolezze della car­ne; il secondo d'infonderci una grande sti­ma di Dio e della sua forza, perché quan­do sentiamo la nostra debolezza, ci trovia­mo costretti, per necessità, a ricorrere a Dio e a stare in Lui, onde essere fortifi­cati e sorretti per fare e soffrire a gloria sua tutto quanto gli piacerà

 

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Della pazienza

La pazienza, è quella virtù che ci fa sopportare in pace ed anche con gioia le pene di questa vita e tutte quelle tribulazioni che Dio si compiace di mandarci.

La pazienza, per essere cristiana, deve, con gli occhi della fede. considerare Dio come l'autore di tutte le avversità e di tut­te le contrarietà che ci accadono.

Deve anche sopportare le afflizioni spi­rituali e le pene interne; e tutto per la vir­tù dello Spirito di Dio, che dapprima risiedette nella sua pienezza in Gesù Cristo, e venne poi comunicato anche a noi col battesimo e con altri sacramenti.

 

Gradi della pazienza.

Tre sono i gradi della pazienza, Nostro Signore ce li ha indicati nel Vangelo e si è compiaciuto di darcene l'esempio.

Il primo è di soffrire le nostre pene in pace, con rassegnazione, conservandoci in una perfetta sottomissione agli ordini di Dio. Così Giobbe in mezzo alle, sue affli­zioni diceva, in una perfetta pace e con un intero abbandono alla volontà divina: Dio mi aveva diato tutto, Dio me lo ha tolto, sia benedetto il suo santo Nome!

L'anima paziente non si lamenta né contro Dio né contro il prossimo; non si inquieta menomamente nel suo cuore per il proprio male, essendo animata dalle stes­se disposizioni delle anime del Purgatorio, le quali con una sublime pace soffro­no 1a violenza del fuoco e dei tormenti.

Questo primo grado della pazienza viene espresso in queste parole di Gesù: Beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia e, che la soffrono in pace e con sottomissione agli ordini santi della Divina Provvidenza. Gesù Cristo ce ne ha dato l'esempio col sottomettersi volonta­riamente a tante pene, passando per ogni sorta di patimenti, tranquillo come la pe­cora che si lascia menare al macello

 

Il secondo grado, è di desiderare ardentemente di patire. Ciò si è veduto nei martiri, che avevano il cuore infiammato di un desiderio così intenso da lasciar comparire. anche esternamente il loro gran­de amore per i patimenti.

Così S. Andrea, alla vista dei tormenti esclamava: O buana croce, da tanto tempo così ardentemente desiderata! Lo­renzo poi si lamentava nel veder ritardato il suo martirio; e S. Teresa, nei trasporti del suo amore, esclamava: Aut patì, aut mori. O soffrire, o morire!

Nostro Signore esprimeva questo secon­do grado della pazienza con queste parole: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, e che sospirano di patire per­chè in essi si compiano i disegni di Dio, il quale vuole che tutti i cristiani soffrano con Gesù Cristo, e che in Lui e con Lui prestino soddisfazione alla divina giustizia.

Gesù ha voluto pure darcene l'esempio, col. manifestarci il suo ardente e continuo desiderio di soffrire, quando diceva: Ho desiderato ardentemente di mangiare que­sta Pasqua con voi. Desiderio desideravi. Egli considerava il sacrificio della Pa­squa come un solo sacrificio con quello della Croce che doveva comprendere ed includere ogni patimento: e per questo motivo manifestava un grande desiderio di mangiare coi discepoli quell'ultima Pa­squa.

 

Il terzo grado è di soffrire con piacere e con gioia. Così gli Apostoli e i primi cristiani se ne ritornavano dai tribunali pieni di gioia perché erano stati degni di soffrire per Gesù Cristo.

S. Paolo, nelle sue Epistole, attesta ai fedeli che li vuole compagni della sua gioia nelle sue afflizioni e nelle sue pene. Non solo ci manifesta la gioia che prova nel patire, ma afferma che trionfa nelle sue infermità e si gloria delle sue sofferenze. S. Giacomo dice pure che il nostro cuore deve essere ripieno di ogni gioia in ogni pena e tentazione.

Nostro Signore. esprimeva questo terzo grado con queste parole: Beati voi, quan­do gli uomini vi perseguiteranno e lance­ranno contro di voi, ogni sorta di maledizioni e calunnie; allora rallegratevi. Ce ne ha dato pure l'esempio, poiché sta scritto: Propostosi il gaudio, sostenne la Croce, Proposito cibi gaudio sustinuit crucem.