26-4-2017 -FINE- CATECHESI SULLA PENITENZA

(Tratto da: “Vita e virtù Cristiane” Giovanni Olieri - Editrice Ancora Milano 1944. Cap. VII)

FRUTTI ED EFFETTI DELLA VERA PENITANZA.

I primi sentimenti che lo Spirito Santo produce in noi, in seguito alle virtù teolo­gali, sono quelli di religione riguardo a Dio e di penitenza riguardo a noi stessi.

Dopo di averci fatto conoscere con amare Iddio con la fede, la speranzà e la carità, il suo primo effetto è di applicarci ai do­veri di rispetto e di tale sottomissione verso la divina Maestà, nei quali consiste la reli­gione; poi ai sentimenti di orrore, di av­versione, di riprovazíone e di distruzione del peccato, della nostra carne e di noi stessì, ciò che chiamasi penitenza.

1. Quando lo Spirito abita in noi in pienezza; quando diventa re della nostra anima; quando l'ha separata da se medesimo e dai propri interessi, che l'ha tirata dalla sua parte, convertitá e ridotta ad esse­re una cosa sola con se stesso, la sua prima operazione  è dì renderla partecipe del suo zelo, del suo odio, del suo orrore contro la carne, e contro essa medesima in quanto è forma e amica deIla carne. Così lo Spi­rito Santo è il padre della penitenza e l'a­nima. ama la penitenza nella misura in cui vive nello Spirito Santo, perchè tanto più è anímata da zelo contro se stesso quanto più è passata nella natura di Lui.

 

2. Allora si vede un Dio vittorioso in noi veramente vittorioso dell'amor proprio e di noi medesimi; un Dio che eleva l'anima alla vera estasi, tirandola fuori di se stessa mediante la sua divina virtù per farla en­trare in se medesimo e nei suoi interessi; Dio si appropria l'anima in tal modo che essa passa in Lui, dimentica tutto ciò che è in se medesima e ciò che vorrebbe, se appartenesse ancora a sè. Dimodochè l’nima dimenticando completamente se stes­sa e tutti i suoi propri interessi, abbandona tutti i suoi primitivi sentimenti; per­duta nell'amore di Dio e passata in Dio contro se stessa, diventa una stessa cosa e uno stesso spirito con Lui.

 

3. Appropriata così a Dio, l'anima di­venta sposa di Dio e totalmente aliena dalla sua prima aderenza alla carne. Prima essa era una medesima cosa con la carne, che vivificava, ne amava gli interessi, ne assecondava i sentimenti e i desideri; ora invece, essendone interamente separata, tende a Dio nel suo intimo amore, l'inve­ste dei sentimenti e della vita di Dio, mentre non ha più che odio, opposizione e av­versione contro la carne.­

L'anima che è amica della carne ha de­sideri contrari allo Spirito, quindi è contraria a Dio, rivolgendo tutti i suoi desideri verso le creature e verso tutto ciò che dia gusto e soddisfazione alla came. Ed è cosa miserabile questo voler obbligare lo Spirito a mettersi dalla nostra parte; è segno che la sua azione in noi è debo­lissima e che la carne lo ha vinto, costringendolo ad aver compassione della nostra delicatezza.

In tal caso lo Spirito in noi è come un Dio in fasce, un Dio bimbo e infermo, un Dio nella debolezza: allora si vede la carne tutta trionfante nella sua dominazione.

Una tale inferiorità è più ignominiosa per lo Spirito Santo che se Egli non fosse in noi; perchè se fosse assente, almeno non soffrirebbe un simile affronto; il suo nemico, è vero, trionferebbe, ma almeno sen­za combattere; la carne sarebbe meno glo­riosa nel suo trionfo. Ma avere un Dio pre­sente, eppure trionfarne, calpestarlo, impedirGli di superare il proprio schiavo, an­zi tenerGli il piede sulla gola, è cosa spa­ventevole; è ciò Che S. Paolo chiarna: contristare lo Spirito Santo: è questo fare allo Spirito di grazia la più villana delle ingiurie.

L'anima invece che è amica e sposa di Dio, cerca gl'interessi di Dio e non deside­ra che d'inabissarsi interamente in Lui. Di­modochè investendosi della natura della divinità, essa diventa nemica e vendicatri­ce di se stessa, partecipando a quel fuoco divino che in essa opera i medesimi effet­ti di quello della fornace di Babilonia, il quale divorava i carnefici che la alimenta­vano. La fiamma li investiva ed essi non avevano nemico peggiore di quel fuoco che essi medesimi avevano acceso.

L'anima che vive in Dio, respinge e con­danna continuamente la propria carne; esce dal suo Dio, simile ad un tizzone ar­dente; e in quella guisa che il tizzone, avendo preso la natura del fuoco, abbrucia così l'anima trasformata in Dio, che è un fuoco consumante, divora e distrugge il peccato, diventando ardente ed infiammata di zelo contro la carne e contro il peccato il quale abita nella carne.

Così secondo la misura dell'odio che l'anima porta a se stessa della riprovazio­ne che fa della propria carne e dell'orrore che nutre verso il peccato si deve giudicare nella misura in cui lo Spirito di Dio sia stabilito e potente in essa; perchè in verità, questo divino Spirito è padrone in noi nella misura in cui la carne gli è sot­toposta; l'anima pure è trasformata nella natura di Dio nella misura in cui essa odia se stessa.

Estasi felice quella che mette l'anima in un tale stato permanente di rinuncia a se medesima; le fa dimenticare e trascurare ogni suo interesse e il suo essere proprio; la mantiene in tale stato di morte a se stessa, in un tale trasporto, in una tale consumazione in Dio, che rovina e distrugge sé medesima senza risentirne, ov­vero se ne risente, non tralascia però di annientarsi perfettamente.

Beata quell'anima che, investita della vita e dello zelo di Dio, non ha più nulla che sia rivolto a sè medesimo, né, pensiero, né stima, né volontà, né inclinazione, né movimento ma vive sempre in Dio sen­za mai uscirne!

Una tale estasi, quanto è differente da quelle estasi passeggere che momentanea­mente trasportano l'anima in Dio con un rapimento di gioia e di consolazione! Passati questi rapimenti momentanei, la car­ne rimane ancora integra col suo desiderio di essere ricercata, adulata, accarezza­ta; dimodochè facilmente l'anima ritorna al suo amor proprio e al desiderio del proprio interesse e spesso non ritiene nulla di ciò che Dio sovranamente desidera; perchè ciò che Dio desidera è l'annienta­mento della creatura, l'annientamento della ricerca di noi  stessi e della inclinazione che ci porta alla propria soddisfazione e alla pienezza di noi medesimi.

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PREGHIERE E AFFETTI DI PENITENZA.

Questo pure, mio Dio e mio Padre, ar­disco chiedervi con le parole medesime di Gesù Cristo, che morendo su la Croce esprime il desiderio di soffrire ancora in noi per dilatare le sue pene, prolungare la sua penitenza, farvi così in perpetuo ammenda, onorevole e darvi una soddisfa­zione continua, in mezzo alla vostra Chiesa. Perciò, grande Iddio, prostrato ai vostri piedi, mi sottometto ad ogni vostra giu­stizía, a tutte quelle pene e vendette, cui vorrete sottopormi. E in attesa che vi piac­cia darmi qualche penitenza, accetterò tutt­te quelle che, per mio amore, mi saranno da Voi imposte a mezzo della vostra Chie­sa e delle persone che hanno diritto d'u­miliarmi, di assoggettarmi ai rigorì della penitenza e tutto ciò in unione col vostro diletto Figlio, unico e universale. peni­tente della Chiesa.

In seguito di che, Signor mio Gesù, che vivete in me col vostro Spirito onde termi­nare di soffrire tutte quelle pene e quella penitenza che eravate disposto a portare durante la vostra vita per la gloria del Padre vostro, se fosse stato il suo benepla­cito, fatemi questa grazia che usando del­la potenza del vostro Spirito in me, io sia animato in tutte le mie azioni dalle dispo­sìzioni di una vera penitenza; fate che io non perda mai di vista i miei peccati, perchè non posso, vederli che neIla luce del­la vostra sapienza, la quale ai peccatori, come in uno specchio tersissimo, fa vedere le macchie delle loro anime.

Fate inoltre, o mio Signore e mio Dio che essendo riempito di confusione per l'e­normità delle mie colpe, non compaia mai senza vergogna; per la mia orribile defor­mità, sia al cospetto della Maestà del Pa­dre vostro, sia davanti ai suoi santi altari, sia nella preghiera come in tutte le sante pratiche e i santi ministerì.

Fate inoltre che non ardisca dí comparire senza confusione in mezzo ai santi sa­cerdoti ed ì cristiani miei maestrì, stimandomi indegno della loro società e te­nendomi in ispirito ai loro piedi, oppure lontano da essì. 

Tali pure siano le mie disposizioni ri­guardo a me stesso e che rimanga continuamente confuso ed annientato in me stesso, non osando pensare a me che con orrore e spavento, stimandomi meno di un verme della terra, più vile che i rifinti del mondo, riputandomi indegno di prendere il mio cibo e le altre cose per il sostentamento della mia vita, indegno anzi della vita stessa, non prenda mai senza rincre­scimento ciò che è necessario per conservarmela.

 

Adorabile mio Signore, per le lacrime che avete versato sopra Geursalemme, vale a dire. sopra tutti i peccati della Chiesa; per quelle lacrime che sul Calvario avete versato nella contrizione che avete continuamente sentito, per i miei peccati sopra i quali avete pianto, come su Lazzaro, in un fremito che indicava l'emozione che essi causavano nel vostro spirito: vi chiedo la grazia di piangerli ogni giorno della mia vita e di vivere in un amaro do­lore di averli commessi.

Ch’io viva nell'orrore di tutto me stesso come pure di ogni sentimento peccaminoso che ìnsorga in me! Ch'io combatta e crocifigga tutte le mie inclinazioni natura­li e tutti ì miei sensi interni ed esterni, e tutte le passioni disordinate dell’anima mia!

 

Infine, o mio Dio per quel grido che la forza e il fervore del vostro Spirito peni­tente vi fecero emettere su la Croce, nell'abbandono dell'anima vostra alla vendetta del Padre e a quell’orribile giudizio che, dovevate subire sopra dí Voi stesso vi do­mando la grazia di vivere, come Voì, ab­bandonato al rigore del giudizio e della giustizia del Padre vostro sopra i miei peccati.

Fin d’ora accetto tutta quella crocefissione che vi compiacerete di ordinare per me nella vita presente:

1° In unione con la vostra povertà e nudità su la Croce, e con l’abbandono da parte delle creature che allora avete sof­ferto; e per onorare questa vostra pena, mi abbandono a tutta la povertà alla qua­le potrò mai essere ridotto, sia per qual­che ordine espresso della dvina Provvi­denza e della sua santa giuistizia, come per la noncuranza o la cattiveria da parte delle creature.  

2° In unione coi disprezzi, con le in­giurie, con gli obbrobri che avete sofferto sul Calvario e per rendere onore a queste umiliazioni, mi abbandono, in pena dei miei peccatì, a tutte le calunnie, derosioni, confusioni e ignominie che potranno mai accadermi.

3° In unione coi dolori con cui vi siete meritato quel bel nome di. uomo deí dolorì: « Virum dolorum » e per onorarli mi abbandono pure alle sofferenze, malat­tie, infermìtà, agonie ed infine aIla morte medesima, ultímo supplizio del peccato.

In unione con la vostra morte così penosa e ignominosa, accetto, in castigo dei miei peccati,, qualsiasi tormento, qualsiasi pena, qualsiasi genere di morte che vi piac­erà di farmi soffrire.

4° In unione, e in onore dell'abbandono interiore che, avete sofferto da parte del Padre vostro e di tutte le vostre pene in­teriori, mi abbandono al Padre vostro per soffrire tutte quelle pene di cuì vorranno onorarmi la sua santità e le sua grazia; dolente di non aver usato bene sinora. Delle sue sante visite. Oh! se ora mì fosse dato ancora di soffrire, in soddisfazione dei miei delitti, quanto mi riterrei fortunato di presentarvele per l'amore e la gloria del Padre vostro!

E per quanto riguarda l'uomo vecchio che vive in me che sta tutto nel peccato come purtroppo riconosco, ed è stato attaccato alla Croce con Voi., adorabile nostro Capo, sotto il vostro esterno di peccato: prometto, a Dio, davanti a Voi  o mio Gesù, di tenere tutte le membra crocifisse e incatenate sulla Croce; protesto di non voler lasciare a queste membra nessuna li­bertà dì operare secondo la loro malizia, ma di fare al contrario ogni sforzo per annientarne glí atti perversi, affinchè, solo dallo Spirito siano ríempite e vivificate, e servano solo a compiere opere sante.

Le nostre membra non sono più di Ada­mo ma di Gesù Cristo, che è venuto a con­sacrarle e santificarle con la presenza del suo Spirito, per muoverle e dirigerle alla gloria di Dio. Noi siamo trasferiti, dice S. Giovanni, alla morte nella vita. Non ap­parteniamo più a noi, soggiunge San Paolo, perchè siamo stati redenti col prezzo di un sangue prezioso, affinchè coloro che vivono non vivano già per sè, ma.per Colui che è morto e risuscitato per essi.

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PRATICA DELLA VIRTÙ DI PENITENZA

L'anima penitente in Gesù Cristo, rive­stita dello Spirito di penitenza di Gesù Crü­sto; deve formarsi le medesime disposizio­ni di Gesù Cristo e assimilarsi la forza e la virtù delle pratiche di Gesù Cristo.

1° Il peccatore, ad imitazione di Gesù Cristo che si è costituito peccatore e peni­tente per noi, deve sempre. tener il suo peccato davanti a sè; questa vista continua, sarà il fondamento degli altri do­veri che i suoi peccati gli impongono verso Dio.

 

2° Il peccatore, in conseguenza dei suoi peccati, deve, con Nostro Signore, porta­re un proprio volto una perpetua confusione; portare una tale confusione dappri­ma davanti a Dio; come Gesù Cristo che portò davati al Padre suo la vergogna delle nostre offese, secondo quelle parole di confusione: è stato coperto il mio vol­to, inoltre, restar confuso davanti a tutto il mondo, come ha fatto ancora il Figlio di Dio, il qualo dice per bocca. del Profeta:  « Mi sano allontanato e ritirato dal. mondo per dimorare nella solitudïne; sono stato forestiero e pellegrino tra i miei fratelli, vale a dire fra gli uomini e tra i figli santi della Chiesa; avevo vergo­gna di stare in mezzo a loro, essendo carico delitti più che tutti gli altri e por­tando su me stesso l'orribile e vergognoso, peso dei peccati di tutto il mondo. Effet­tivamente mi sono nascosto nella solitudi­ne solo per un certo tempo, ma in ispirito, vi rimango sempre indegno di comparire davanti al mondo. e tra gli uo­mini ».

In terzo luogo, dobbiamo essere confu­si anche davanti a noi medesimi, non po­tendo sopportarci nella nostra miseria, e nella nostra onta. Così pure, di se stesso diceva il Figlio di Dio per bocca del pro­feta: Sono diventato di carico a me stes­so; provavo gran pena a sopportare me stesso per l'obbrobrio che sentivo sopra di me pere tutti quei peccati orribili e odiosi.

Dio nella sua misericordia, mi faccia la grazia di aver parte alla santa luce di Gesù Cristo, luce che mi faccia vedere l'orrore dei miei peccati, e mi copra la faccia e lo spirito di confusione davanti al mondo e davanti a me stesso, ma soprattut­to davanti a Dio Padre, affinchè io gli dica spesso col figliol prodigo: «Padre del Verbo Incarnato, che non ardisco chia­mar mio Padre, ho peccato contro il cielo, contro gli Angeli ed i santi che vivono con Voi, ma soprattutto ho peccato contro di Voi medesimo » e col pubblicano, che non osava alzare gli occhi al cielo: «Abbiate pietâ di me che sono peccatore:».­

 

3° In seguito alla confusione che deve sentire per i suoi peccati, il peccatore deve inoltre averne il dolore e la detestazione insieme con Nostro Signore che visse nel sacrificio perpetuo di un cuore contrito ed angosçiato per i peccati del mondo. In vir­tù dei meriti di Gesù Cristo e per la unione con Lui, Dio accetta la contrizione da par­te di tutti gli uomini i quali, partecipando allo Spirito di Gesù, piangono, gemono e . sono contriti per i loro peccati: Eterno Padre, per l’amara contrizione e l'abisso dei dolori interni. del Figlio Vo­stro, datemi parte al divino Spirito della sua santa e dolorosa penitenza.

Il vero penitente dopo tante sue colpe, nella confusione e riprovazione di se stes­so, deve sottomettersi per tutti i momenti della sua vita alla giustizia eterna, infinita e onnipotente di Dio, rimanendo sempre disposto a subire tutti gli effetti della sua vendetta, tutti i castighi che si compiacerà imporgli.

A questo fine dobbiamo, noi peccatori, vivere sempre in unione di spirito con Ge­sù Cristo vivente e morente in croce in pe­na delle nostre colpe, perchè il valore del­la soddisfazione di Gesù, essendosi comu­nicato, impreziosirà le nostre pene e santificherà i nostri travagli; questi sono sem­pre leggeri, meschini e sproporzionati alle nostre colpe, ma il merito adorabile di Ge­sù lì renderà accettabili alla giustizia del Padre suo.

Gesù Cristo, dice S. Paolo, è morto per i nostri peccati; Eglì era giusto ed ha sof­ferto per gl'iniqui; onde presentarci a Dio suo Padre come penitenti mortificati e crocifissi nella nostra carne da un vero Spirito di penitenza, amando così, Egli stesso, i nostri cuori, come da nuova vita, dal desiderio di vendicare, sopra noi me­desimi. i nostrì delitti.

 

I tre grandi peccati che rìempiono il mondo sono: l’avarizia, la superbia e la lussuria; orbene a tre sorte di pene possono pure ridursi le soddìsfazionì che Gesù Cristo Nostro Sígnore ha reso al Padre suo sulla Croce, e le pene esterne che Egli ha sofferto: estrema povertà, estrema confusione, estremi dolori nel suo corpo; tre. sorte di patimenti ordinati a distruggere i suoi nemíci capitali che sono pure tre: il mondo, il demonio e la carne.

La scrittura, in parecchi luoghi, fa e­spressa menzione dì questi tre patimenti. In merito alla povertà, la quale apparve più completamente sulla Croce, essa dice: Essendo ricco, si è fatto povero per noi.

In merito alla sua vergogna e confusione Egli stesso dice: Sono un verme della ter­ra, l'obbrobrio degli uomini. Al rífiuto del popolo, in merito ai patimenti che Gesù soffrì nel suo corpo, il Profeta dice: Non c’è nel mio corpo, una minima parte che non sia colpita dal dolore

Ma tutti quei mali erano ben poca cosa in confronto delle pene interne, e del­l'abbandono interiore che subiva nell’anìma; di questo unicamente Egli si lamentava, su la Croce: « Dio mio, Dio mio, perchè mi avete abbandonato?». Il profeta parIando di questo estremo dolore, della sua atroce afflizione dice di averlo visto non solo come un lebbroso da cui stillava da ogni parte fetida marcia, ma pure come colpito nell'anima dalla vendetta di Dio corruccìato contro di Lui; perché era carìco deí peccatì di tuttì gli uomini che insorgevano contro la Maestà divina.

Gli obbrobri e le ripulse, le oppressioni e i castighi meritati dai peccati che in­sorgevano contro di Voi, o mio Dio, sono caduti sopra l'anima mia e mi hanno cau­sato la morte. Mi hanno fatto morire in uno spaventevole accascíamento, nel qua­le immensamente soffrivo, per il prolunga­to ritardo del mio ritorno a Voi e della mia perfetta unionr con con Voi nella gloria. In questo sta il colmo enorme e spa­ventoso dei dolori di Gesù, di Gesù infini­tamente santo e amante di Dio suo Padre. Egli non respira che l'amore del Padre, non sospìra che gli attestati della sua benevolenza, e vedersene respinto da un eccesso terribile e spaventoso della sua ira e del suo furore. Nella previsione di questo dodore spaventevole Egli diceva al Padre: Padre, se è possibile, passi da me questo calice, e parecchie volte per bocca del Profeta: Dio mio, non mi riprendete nel vostro furore; sopporterò quanto vi piacerà, ma risparmiatemi questo effetto orribile della vostra collera, perchè, a pa­ragone di questo, tutti i dolori corporali non sono niente, nè sono capaci di saziar­mi: Sitio, ho sete ancora di pene esterne; perciò datemi di poter soffrìre ancora do­po la mia morte nella mia Chiesa, e che i miei membri bevano al mio calice, affin­chè facciano penitenza con me, ed io faccio penitenza in essi.

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L'ESERCIZIO DELLA PENITENZA IN ISPIRITO.

Colui che aderisce a Dio è un solo sprito con Lui: Chi sta unito col Signore, è un solo Spirito con Lui. Ne consegue necessariamente che l'anima, quando è in­timamente unita a Dio, si rende partecipe delle qualità, dei costumi, dei sentimenti, delle disposizioni di lui; e perciò si investe anche dello zelo incessante della divina giustizia contro la carne dimodochè il giusto corruccio di Dio contro la carne ed il peccato essendo impresso in quell'anima ed essendo essa animata dallo Spirito della divina giustizia, essa si trova continuamen­te compresa di avversione e di condanna per la propria carne.

La carne tutta sta nel peccato e tende al peccato; la carne è tutta impregnata di ­ogni sorta di desideri impuri e, nel suo amor proprio e nella sua sensualità, non desidera nulla che per se medesiana; per­ciò Dio non può amare la carne; ma al contrario sempre la respinge; e condan­na. Così l'anima quando sia passata in Dio, investita dallo zelo e dalla santità di Dio; riprova condanna ed annienta in se medesima tutti i desìderi perversi che senza posa si innalzano nella propria carne per la soddisfazione dei sensi.       

Gli occhi per esempio, secondo i desi­deri della carne, tendono a ciò che può dar loro gusto e soddisfazione, quindi cercano senza posa nelle creature quanto può contentarli; così pure tutti gli altri sensi esterni e interni. Ma lo spirito che ha pre­so possesso dell'anima nostra, vedendo e sentendo in noi le inclinazioni e i desideri impuri che sono i segni della vita della carne e l’espressine della volontà ch'essa ha di soddisfarsi, non manca di imprimer­ci un sentimento di ripulsa contro questa vita della carne, e di portar l'anima no­stra a resistervi, a guardarsi bene dall'ade­rire ad essa o dal soddisfarla con la ricer­ca e l'uso, di ciò che desidera.

Lo Spirito porta pure i sensi a privarsi di tali cose e a starne lontani, appunto perchè sono desideri impuri della carme, la quale va castigata nel suo amare disor­dinato e nella sua funesta concupiscenza che la porta sempre ad accontentare se stessa invero di Dio, mentre Dio è il no­stro unico fine a cui debbiamo tendere, se­condo il dovere essenziale e capitale della nostra vita.

E' questa l'azione costante dello Spirito di penitenza, il quale ci porta alla morti­ficazione di noi stessi e all'intima repres­sione degli eccessi della nostra carne. Quando questa sia ben castigata, in modo che non goda nessuna soddisfazione inu­tile, essa si trova in istato di penitenza violentissima e penosissima, che la riduce agli estremi; sono spesso agonie affanno­se, sensibilissime per quelli che sono fe­deli a mortificarla e a privarla di ogni inutile soddisfazione.

 

Motivi e sentimenti di penitenza.

In onore di Gesù Cristo, e in unione con Lui penitente davanti a Dio, per i miei peccati e per quelli di tutto il mondo, pro­testo di voler far penitenza in tutti i giorni della mia vita, e di considerarmi in ogni cosa come un povero e miserabile peccatore, come un penitente indegnis­simo.

A questo fine porterò sopra di me l'im­magine di Gesù Cristo, penitente, sovrano ed essa, con la memoria della penitenza interiore e dell'amore del mio Salvatore sarà per me il ricordo continuo dei mo­tivi che mi obbligano a far penitenza.

Sono obbligato a fare ammenda onore­vole alla giustizia ed alla santità di Dio Padre; un tal dovere mi viene imposto dal suo amore, dalla sua bontà e da tutti i suoi dîvini attributi.

Sono in dovere di far penitenza; perché il Figlio di Dio l'ha fatta per i miei peccati, perché ha meritato per me la miseri­cordia dal Padre suo e insieme la grazia di poter compiere la mia penitenza, meditante l'adorabilissimo e preziosissimo te­soro del suo. sangue sparso per me su la Croce.      

Sono in dovere di far penitenza, per­chè nel battesimo ho ricevuto il Santo Spirito di penitenza onde esserne animato e vivere nei suoi sentimenti in tutta la con­dotta della mia vita.

Dio è giusto, perciò non può nè deve perdere nessun diritto su le sue creature; Egli non mancherà di esercitare sopra di esse una intera vendetta e di prendersi una rigorosissima soddisfazione, o in questo mondo coi suoi flagelli, o con castighi spa­ventevoli nell'altro.

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DELLO SPIRITO DI PENITENZA.

Nostro Signore è la pienezza della pe­nitenza. Egli ne porta in stesso lo spi­rito e ne veste tutta la Chiesa, dimodo­chè tutta la penitenza che compare al di fuori e all'esterno, se è vera e reale, ema­na dallo spirito interiore di penitenza che trovasi in Gesù Cristo, donde si diffonle in noi.

Ogni penitenza esteriore che non derivi dallo Spirito di Gesù Cristo, non è peni­tenza vera e reale. Pottremo praticare mor­tificazioni rigorose ed anche acerbissime, ma se non partono da Nostro Signore penitente in noi, non saranno penitenze cri­stiane. Unicamente per mezzo di Gesù si fa penitenza; Egli ha incomiciato la penitenza quaggiù su la terra nella propria persona e la continua in noi, dilatando nei suoi membri ciò che aveva compendiato in se medesimo.

Non dico soltanto che la penitenza de­ve farsi per mezzo di Gesù, vale a dire, per i suoi meriti e per la sua grazia; ma dico che la dobbiamo fare realmente in Lui, vale a dire, che Egli, nel -suo Spirito, deve esserne il principio. Gesù deve inve­stire l'anima nostra delle disposizioni in­teriori di annientamento, di confusione, di dolore, di contrizione, di zelo contro di noi medesimi e dì forza per esercitare sopra di noi la soddisfazione, in quella misura di pena che Dio Padre vuole ricevere da Gesù Cristo nella nostra carne.­

Gesù Cristo è il Penitente pubblico ed anche il Pontefice universale; Lui solo, fa penitenza in noi. Gesù Cristo carica il corpo della Chiesa di strumenti di peni­tenza e li porta Egli stesso nei cristiani che sono le membra; come avrebbe voluto usarne sulla terra e portarli, Lui solo, nel suo corpo reale, se questo non fosse stato troppo debole e troppo piccolo.

Per questo, Gesù Cristo ha voluto, per mezzo della sua Chiesa, dilatare e allargare il suo corpo con la diffusione del suo Spirito. Egli riveste la Chiesa delle in­dustrie della sue penitenza e così Egli dà soddisfazione a Dio suo Padre nel suo cor­po mistico come in un supplemento di se stesso; così Egli soddisfa lo zelo interiore ed i desideri che il suo Spirito aveva di soffrire, desiderio che non ha potuto sa­ziare nella sua sola persona.

Egli ha preso per sè una parte soltanto della penitenza esteriore e l'altra la distribuisce fra i singoli suoi membri; ma per se stesso ha riservato la pienezza dello Spirito interiore, dal quale in tutti i suoi membri vengono compiute tutte le opera­zioni esterne.

L'interiore di Nostro Signore è più steso del suo esterno; perché nel suo pro­prio Spirito Egli contiene l'interiore di tutti i fedeli; mentre nel suo corpo non ebbe che quella penitenza esterna che era ordinata dal Padre suo e che Egli accettò.

Orbene, siccome quest'interiore di Gesù Cristo era nascosto, il Padre ha voluto fos­se manifestato; ha voluto che la sete ar­dente che Gesù provava su la Croce, quel­la sete che Gli strappava quell'esclamazio­ne:       «Ho sete», fosse conosciuta e che gli .uomini ne avessero la spiegazione. Era quella una sete di soffrire per il Pa­dre suo e per la Chiesa, sete che indicava l'ardore della sua penitenza e il fuoco che infiammava il suo cuore di zelo contro se medesimo per distruggere il peccato.

Egli dava ad intendere, con quella esclamazione, che un corpo, benché sia oppresso, consumato e distrutto, benché sia ridot­to agli estremi dell'agonia, come era il suo corpo su la Croce, deve nondimeno vivere nello spirito di penitenza; e che il de­siderio dì soffrire per i nostri peccati e per tutti coloro che nella Chiesa hanno offeso e offendono ancora la Maestà di Dio, deve sempre rimanere acceso nel nostro cuore.

Da qui noi veniamo a conoscere quel co­mune spirito di penitenza del quale deb­bono investirsi tutti i mennbri di Gesù Cri­sto, col darsi, interiormente allo Spirito di penitenza della Chiesa. Questo Spirito di penitenza della Chiesa è lo Spirito mede­simo di Gesù Cristo ch'Egli diffonde e di­lata nei suoi membri, onde avere un amore e uno zelo universale di soddisfare al Pa­dre suo, nella propria sua persona, per tutti i peccati del mondo. Così Gesù Cri­sto con questo Spirito universale, median­te questo Spirito e in questo Spirito, vuole essere presente in tutti i suoi membri per dare, in tutti e in ciascuno, soddisfazíone e compiacenza alla divina Maestà.

 

Ed è questa la seconda unione di peni­tenza che dobbiamo avere con Gesù Cristo. Dobbiamo in primo luogo renderci partecipi della penitenza di Gesù Cristo facen­do penitenza in Lui medesimo. In secon­do luogo, dobbiamo unirci pure con Gesù Cristo penitente nei suoi membri; onde investirci di tutti i sentimenti della peni­tenza interiore e questa non deve avere limiti in noi, ma deve oltrepassare infini­tamente la misura di quella penitenza e­sterna che dobbiamo esercitare sui nostri corpi.

Dio tutto pesa con la misura dello Spi­rito: Egli vede quanto nelle nostre ope­re vi è dello Spirito divino, e le stima secondo tale misura; perchè nelle opere nostre. non v'è nulla che meriti stima, se non ciò ché viene da Lui mediantè il suo Spirito. Donde avviene che in Gesù Cristo la minima azione sorpassava tutte le fati­che dei Santi Apostoli e di tutta intera la Chiesa; a motivo della pienezza dello Spi­rito, della scienza, della luce e dell'amore, ogni minima azione era, in Lui, animata da sentimenti, intenzioni e disposizioni tut­te divine, per onorare Iddio.

Infatti, la pienezza dello zelo, della forza e della purezza, che rienmpiva le opere di Gesù, dava ad esse, davanti a Dio, maggior valore e maggior efficacia di tutto quanto dalla Chiesa intera viene meritato o potrebbe essere meritato. Benchè ani­mata dal .medesimo Spirito, la Chiesa non opera con l'immensità della divinità, con la quale quel divino Spirito operava in Gesù Cristo.­

In tal modo, benchè la Chiesa espri­ma all'esterno una parte dei pensieri che l'amore della penitenza eccitava in Gesù, per dare soddisfazione al Padte suo; non abbiamo nulla, tuttavia,, nella Chiesa me­desima che esprima perfettamente l’ìnten­sità dei desideri e la forza degli atti in­teriori di Gesù; non abbiamo nulla che esprima il peso immenso dell'amore del suo Cuore, e l'infinità del suo zelo per da­re soddisfazione e compiacimento al Padre suo.

Qualche cosa, è vero, se ne può cono­scere per la gravezza dei rigori che il suo Spirito opera nella Chìesa, e per la diver­sità delle pene e sofferenze che Egli stesso porta nei suoi membri, quali gli servono a compiere e terminare la sua penitenza; ma l'intensità e la perfezione dei suoi sen­timenti, soltanto l'eternità ce le potrà sve­lare. Nulla ce le può. manifestare in que­sta vita, come dice S. Ambrogio: Nessuno quaggiù potrà mai intendere perfettanten­te l'interiore di Gesù.

 

Dobbiamo unirci a questi divini senti­menti di Gesù Cristo, per essere rivestiti di Lui nell'intimo dell’anima nostra. Una tale unione con Gesù Cristo; questa parte­cipazione al suo Spirito è ciò che dobbiamo soprattutto ricercare, perchè è ciò che vi. ha di più prezioso nella penitenza ed è anche il fondo di ogni virtù. Dobbiamo essere penitenti in Gesù Cristo e inebriati in Lui dallo Spirito della vera penitenza: questo Spirito opera dapprima in noi e sopra dì noi tutta la penitenza esteriore, la quale non è che una dipendenza, un getto tenuissimo, e come un segno e una pressione della penitenza interiore; ma poi produce in noi questa penitenza inte­riore in proporzione della pienezza e del­l'abbondanza dello Spirito.,

Secondo la dottrina di S. Paolo, lo Spirito nei Santi opera insieme e supplica se­condo i disegni di Dio, perciò nel suo zelo ci porta a castigarci noi stessi, e a prestare soddisfazione a Dio; e noi dob­biamo obbedire a questo divino Operaio dei misteri di Dio, come a Colui che assi­ste ai consigli divini e penetra nel più pro­fondo deì segreti di Dïo.

Egli conosce la misura delle soddisfazio­ni che Dio esige da noi, e che noi igno­riamo; dobbiamo quindi abbandonarci a questo Spirito interiore, che è un mare e un oceano di penitenza interiore e divina, e protestargli che siamo; con intero abban­dono, pronti e disposti a tutto, e che non rifiutiamo nessun castigo e nessun effetto della sua giustizia.

Dobbiamo protestargli che siamo univer­salmente, sottomessi a tuttì gli ordini di Dio; e che quando pure dovessimo per­dere mille volte la vita nella penitenza; noi siamo pienamente disposti a tutto; che non vogliamo limiti nelle nostre sofferen­ze, poichè lo Spirito di Gesù Cristo, nel suo zelo, non può aver nessun limite ri­guardo a Dio suo Padre; che perciò noi abbracciamo in ispirito ogni sorta di pe­ne, onde sopportare tutto quanto Dio de­sidererà di imporci, o direttamente per se stesso, o per bocca e per ordine di colui che tiene per noi il suo posto sulla terra, ossia del nostro confessore in cui veneria­mo la sua Maestà..

In tal modo, bisogna essere uniti a Ge­sù Cristo penitente su la terra; e come Egli, quando dallo Spirito fu inviato e cacciato nel deserto per fare penitenza, si sottometteva agli ordini di Dio suo Padre; così dobbiamo accettare, in unione col suo Spirito e con le sue diepoazíoni, lc peni­tenze che ci verranno imposte.

Bisogna accettarle rinunciando comple­tamente al nostro spirito proprio, al no­stro proprio giudizio ed alla nostra volontà propria, senza discutere nè mormo­rare, abbandonandoci a tutto ma senza far mai più di quanto ci sarà comandato.

 

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VARIE SORTA DI PENITENZE INTERIORI:

Dobbiamo abbandonarci a Dio, pronti a sopportare ogni aridità e desolazione, ogni timore; ogni tristezza e ogni dolore, tutti effetti questi di quella penitenza in­teriore che viene da Dio e non è conosciu­ta che da Lui solo e da quelli che la eser­citano.

Bisogna abbandonarci alla divina gíu­stizia per subire i terrori dei suoi santi giu­dizi, le ripulse interiori eh'essa ci fa sen­tire delle nostre anime e di tutte le opere nostre, per sopportare i rigori dei suoi rim­proveri e d'elle sue riprensioni.

 

Era questo lo stato di penitenza interio­re in Gesù Cristo, e le sue pene interiori sorpassavano infinitamente i dolori ester­ni. Gesù fin dal prino momento dell'in­carnazione si era abbandonato a Dio per subire questi stati. di penitenza, e li ha sempre portati durante la sua vita mor­tale, perchè era venuto in questo mondo per fare la penitenza interiore ed esteriore dovuta ai peccatori. Gesù Cristo non solamente ha soppor­tato ogni pena e ogni dolore nelle sue mem­bra per soffrire in tutto il suo corpo, per­chè i peccatori si prendono soddisfazioni peccaminose in tutte le parti del loro cor­po; ma inoltre, ha subìto la massima delle pene corporali dovute al peccato, ossia la morte. Si è fatto obbediente sino alla rnor­te e sino alla morte della Croce che è la più estrema delle pene corporali; questa pena Gesù ha voluto tenersela sempre davanti agli occhi durante tutta la sua vita; nell'orto degli ulivi poi ha voluto sentire tutta l'amarezza e l'acerbità nella sua do­lorosa agonia.     

Non solamente ha sofferto le pene e­steriori nel massimo grado, ma ancora le pene interiori in tutta la violenza delle passioni alle quali lasciava ogni libertà, perchè insorgessero in Lui e lo affligges­sero in ogni modo nella parte inferiore dell'anima sua.

Ha sopportato nel suo spirito la vista del disprezzo, della ripulsa, dell’abbandono e dei rigori dell'Eterno Padre, che l'a­veva caricato della vergogna e della con­fusione meritata a quei peccati che pur non aveva commessi.

Gesù sottostava al rimprovero obbrobrioso che Dio fa ai peccatori nel giudicarli e condannarli, e ciò gli faceva esclamare: Dio mio!... la voce dei miei delitti mi al­lontanano dalla salute.

Non solo si vedeva circondato da tutti i peccati degli uomini; i quali, di loro na­tura, insorgono con audacia contro Dio: per Gesù era questo un peso insopportabi­le; non solo Egli era oppresso dalle grida e dalle bestemmie che tutti questi peccati vomitano contro la divina Maestà, ma an­cora dalla bocca del Padre riceveva le in­vettive e gli obbrobri dovuti al peccato di cui portava il carico, ed erano questi co­me altrettanti colpi di tuono che lo schiac­ciavano e con un giudizio severo e terr­bile lo respingevano dal Padre.

 

Bisogna che un'anima si offra a porta­re ìn se medesima la penitenza interiore nella quale Dio Padre talora da se mede­simo e per la sua propria giustizia mette le anime, peiitenza che Lui solo sa ope­rare in noi; è questo l'estremo abbandono cui l'anima possa venir ridotta. Di questa pena parlava Nostro Signore soprattutto nella descrizione delle pene della sua mor­te. Di questa diceva dapprima facendo poi un cenno anche alle altre pene esterio­ri. Il salmo Deus, Deus meus, ut quid a dereliquisti me? si riferisce soprattutto al­le pene interiori; in confronto delle quali i dolori esterni erano un nulla.

Così in confronto della penitenza inte­riore era ben poco valore l'esercizio ester­no della penitenza, come il digiuno, la mortificazione corporale, l'astinenza dei pia­ceri sensibili. Un solo istante di penitenza interiore vale più di tutto il resto senza di essa.

Questo stato di penitenza interiore ope­ra d'un colpo nell'anima le disposizioni della penitenza vera e reale, ossia, della pe­nitenza essenziale dello spirito. Perché le sue impressioni producono in noi un pro­fondo annientamento e una grandissima confusione, la condanna, l'orrore e la con­trizione del peccato, l'umiliazione dell'a­nima e la sottomissione agli effetti della santa giustizia di Dio sopra di noi.

Beata l'anima che raggiunge uno stato di purezza: interiore tale da renderla adat­ta a subire gli effetti della giustizia divina. Chè se Dio per la nostra infermità o per le nostre disposizioni particolari non ce ne giudica degni, dobbiamo abbandonarci a Lui per sopportare almeno tutto quanto Egli si degnerà di disporre a nostro ri­guardo, sia direttanente con la sua divina mano, che si estende anche al nostro in­teriore, sia per mezzo delle creature, come pure talora per mezzo dei demoni. Dio infatti impiega anche i demoni per darci il mezzo di far penitenza; essi ci opprimono quindi con tentazioni oltremodo vee­menti, dolorose, odiose e spaventose, come quelle di bestemmia; di impurità, di di­sperazione, d'infedeltà, di gelosia e di tri­stezza, le quali sono più penose dei pati­menti naturali ordinari.

Dio inoltre si serve anche degli uomini per castigarci ed esercitare sopra di noi le vendette della sua giustizia; così i servi ed i domestici ci saranno molesti, perchè pigri, negligenti e infedeli; gli estranei ci saranno di peso e, di noia per il loro ca­rattere antipatico, ci daranno incomodo con le loro visite importune e forse lasce­ranno capire il loro desiderio di sop-pian­tarci, di tradirci e di burlarsi di noi.

Anche il nostro confessore sarà per noi strumento di penitenza, perchè c'imporrà delle mortificazioni in nome di Dio e se­condo ciò che Dio gli ispirerà; ma questo ci da’ minor fastidio, perchè noi gli siamo sottoposti per nostra volontà ed accettiamo con amore ciò che ci impone.

 

In tal modo Nostro Signore si sottomise a S. Giovanni Battista che teneva il posto dell'Eterno Padre dal quale era stato mandato. Dalla mano di Giovanni Egli ricevet­te il battesimo che significava l'obbligo del­la penitenza; così da Giovanni venne pure caricato dei peccati di tutto il mondo. Il capo emissario dal Sommo Pontefice veniva caricato di tutti i peccati d'Israele e poi scacciato nel deserto; di questo rito figurativo San Giovanni realizzò il signifi­cato. Notiamo che il Battista, era figlio di Zaccaria e quindi apparteneva alla stirpe sacerdotale, benchè non esercitasse la funzione eterna a motivo che era riserva­to per un'opera più santa di quella della Legge, opera che dava il suo compimento a tutta la penitenza della Legge.

Da Lui Gesù Cristo venne, da parte di Dio Padre, caricato anche esteriormente dei peccati di tutto il mondo. Dopo di che lo Spirito Santo lo cacciò nel deserto come il capro emissario, come la vittima pubbli­ca del peccato, per dare soddisfazione a. Dio.

Con questo spirito dobbiamo ritirarci nel deserto con Gesù Cristo, lasciando che lo Spirito vi ci conduca e ci separi dal con­sorzio del mondo, dalla società dei fedeli ed anche dalla gente per bene, per met­terci in ispirito, fuori di quella vita, alla quale dobbiamo morire interiormente,

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La virtù di penitenza è interiore ed e­steriore. La penitenza interiore, che è la pripcipale e dà alla penitenza esterna il suo valore, comprende tre disposizioni necessarie: l'umiliazione, la contrizione e l'o­blazione di se stesso alla divina giustizia per subire tutti gli effetti della vendetta che, le piacerà d'infliggerci.

Lo spirito di penitenza è lo spirito me­desimo di Dio, che è stato infuso d'appri­ma in Gesù Cristo e in seguito da Gesù Cristo diffuso nella sua Chiesa; esso opera nelle anime vari sentimenti e vi imprime specialmente i sentimenti di penitenza. Ciò si osserva nella persona di Davide, che, in anticipazione, come figura del Figlio di Dio penitente, aveva ricevuto l'abbondanza di tale spirito.

Si vede che l'anima di Davide, per l'a­zione dello spirito di penitenza era rive­stita di quei sentimenti e di quelle disposizioní di cui abbiamo l'espressione nei Salmi che vennero dati alla Chiesa per sollievo e consolazione dei veri penitenti. Questi restano oltremodo consolati nel ve­dersi animati da sentimenti conformi a quelli che sono espressi nella Scrittura; perchè la Scrittura è la regola della loro condotta e della loro vita. Essa esprime la vita interiore di Gesù nelle anime, vita che deve essere la medesima in esse come in Gesù; e questo si è verificato nei suoi membri, sia in quelli che lo hanno prece­duto, come in quelli che lo hanno seguì­to nella Chiesa.

S. Paolo nel Nuovo Testamento e Davide nell'Antico, esprimono l'interiore pe­nitente di Gesù Cristo. Dalla identità delle espressioni che adoperano l'uno e l’altro, si riconosce chiaramente che furono ispi­rati dal medesimo Spirito, il quale in Da­vide prima della venuta di -Gesù Cristo, e in San Paolo dopo il ritorno di Lui al Pa­dre, ha operato i medesimi effetti.

Davide dice che è stato compreso di ti­more, di terrore e di spavento alla vista dei giudizi di Dio: Timor et tremor. S. Paolo ci fa sapere che il timore e le an­sie interne non gli causavano. minori an­gosce che le calunnie e le persecuzioni che gli provenivano dai suoi nemici.

Davide nella sua qualità di penítente ci attesta che era disposto a subire nel suo corpo tutto quanto un delinquente deve soffrire; S. Paolo ci dice che trattava il proprio corpo come uno schiavo, casti­gandolo severamente.

L'uno e l'altro ci attestano così, con l'e­spressione dei loro sentimenti, la confor­mità che esiste tra i penitenti, sia dell'An­tico come del Nuova Testamento, con Ge­sù Cristo penitente, il quale, nel suo in­teriore, era pieno. di timore e di terrore alla vista dei giudizi e dei rigori del Padre suo corrucciato contro di Lui; mentre eter­namente era colpito dall'odio e dalla per­secuzione dei Giudei che lo cercavano per metterlo in croce. In questo stato Gesù continuamente offriva se stesso al Padre suo per sopportare, nel suo ardente desiderio di dargli soddisfazione, tutti i torr­menti che avrebbe sofferto da parte dei Giudei, in penitenza dei nostri peccati.

Nel leggere i Salmi, bisogna dunque ono­rare in Davide lo spirito di peritenza di Gesù Cristo, e con grande religione e rac­coglimento venerare le disposizioni dello Spirito interiore di Gesù Cristo, fonte di ogni penitenza, che era diffusa nel santo Salmista; bisogna inoltre, con un cuore umiliato, implorare con insistenza, fervore e costanza, ma soprattutto con umile con­fidenza, che quello Spirito ci venga. pure comunicato.

 

Se dopo di aver implorato l'effusione di questo Santo Spirito, di cui vediamo gli effetti nell'anima del santo re Davide, non sentiamo in noi in modo sensibile le medesime disposizioni, non dobbiamo tut­tavia rattristarci. Perché dobbiamo sapere che, nella preghiera animata dalla Spi­rito, non vi sarà da parte nostra il mini­mo sospiro, che da Dio non attiri qualche bene sopra di noi e in noi: Dio non ri­fiuta nulla allo Spirito che prega in noi, ma pure lo esaudisce, come sempre esau­disce Nostro Signore a motivo della sua ri­verenza. Sta scritto, ancora che nessuna parola in­teriore si innalzerà a Dio, che non venga esaudita e non ritorni a noi col suo frut­to.

Dio con la sua parola si è. impegnato a concedere alla preghiera dell'uomo il dono di questo Spirito che è il cibo dell'anima. Lo dà alla sua Chiesa secondo il bisogno dei suoi figliuoli; a ciascuno dei pargoli che lo domandano Egli distribuisce questo pane. Ma questo divino Spirito a motivo della sua purezza, è insensibile nella sua azione: quando si dà all'annna come cibo e alimento, lo fa in modo impercettibile. L'anima realmente lo riceve in se stessa e cresce nella virtù dì esso, ma senza averne coscienza. Così non si vede né si sente l'aumento di questo Spirito, perchè consiste in una grazia insensibile, ricevuta nel fon­do dell'anima dove non c'è sensibilità. Non si vede crescere il corpo dell'uomo, ben­ché nuatrito da una sostanza sensibile; non si vede muoversi la sfera di un orologio, benché il movimento ne sia sensibile; non è quindi da meravigliarsi se non si posso­no percepire coi sensi le azioni di quel divino. Spirito; ma soltanto bisogna aver fede e fidarsi della parola di Dio, il qua­le concede tutto alla preghiera; e pregare con umiltà, ma con fiducia in Dio, tenen­do l'anima nostra aperta davanti a Lui per riceverne le operazioni.

Potrà darsi che mentre leggiamo i Sal­mi, la bontà di Dio produca nel nostro cuore disposizioni e sentimenti in conformità con ciò che leggiamo, e che provia­mo quindi nel cuore una certa operazione di spirito che ci farà gustare ciò che me­ditiamo e seguire, con attenzione, con in­telligenza, con compiacenza le parole di Davide. In tal caso non dovremo interrompere questa operazione per continuare le nostre suppliche; bisognerà fermarci lì. perchè così saremmo esauditi prima di pre­gare; la meditazione otterrebbe il suo fi­ne nel suo inizio medesimo; le nostre preghiere sarebbero in tal modo prevenute e noi riceveremmo così gratuitamente ciò che i fedeli servitori e le anime forti ot­tengono a stento dopo molte preghiere e molte umiliazioni.

Daremo. un esempio. Se nel leggere que­sto versetto: Domine ne in jurore tuo or­guas me, neque in ira tua tua corripias me, Signore, non mi riprendere nel tuo furore e non mi castigare nell'ira tua, avvenis­se che ci fosse data l'intelligenza di queste parole e che esse facessero sorgere nel più intimo di noi stessi una prece e un de­siderio conformi a quei di Davide; se av­venisse che ci sentissimo umiliati davanti a Dio, domandandogli che nel suo fu­rore non ci condanni, nè ci giudichi nella sua ira, e che questo sentimento tenesse la nostra anima tutta impegnata in un santo fervore al cospetto della divina Maestà, non bisognerebbe cercare nessun'altra oc­cupazione, perchè qui vi sarebbe un segno della operazione di Dio; bisognerebbe sta­re in pace in questo stato e lasciare ope­rare lo Spirito, cibandoci di questa dispo­sizione.    

Che se lo Spirito cesserà di nutrirci o di tenerci occupati in quel modo, allora potremmo passare ai versetti che seguono; che se infine Dio ritirasse la sua operazio­ne sensibile dall'anima, nostra lasciandoci nell'aridità della pura fede, potremmo rnet­terci a pregare in altro modo, servendoci di altro metodo, com'è quello che abbiamo esposto più sopra.