ORA SANTA_2

Sacerdote Giuseppe Muzzatti. Anno 1933 

Preparazione

Raccogliamoci in silenzio interiore, abbandoniamo le nostre preoccupazioni e dimentichiamo le creature stiamo per parlar con Gesù.

Egli è Dio, è dovunque, è qui prostriamoci davanti a Lui, adoriamolo nel mistero della sua immensità e della nostra piccolezza, della sua infinita santità e della nostra assoluta miseria. Per essere a Lui accetti umiliamoci dei nostri peccati, domandiamogli perdono e recitiamo, dall'intimo del cuore, l'atto di contrizione:

Atto di dolore Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.

Egli è Dio, è l'eterno, non subisce la successione del tempo e se, secondo il nostro modo di ragionare, venne quaggiù ad epoca determinata, come uomo, vedeva però davanti a Sè, come Dio, il passato, il presente e l'avvenire. Egli ha visto nel giardino degli Ulivi tutti gli uomini, ha numerato ad uno ad uno i loro peccati e ne sentiva il peso e la vergogna: Egli viveva il momento attuale nel quale noi viviamo e scorgeva tutto ciò che noi pensiamo, amiamo e vogliamo.

Egli è Dio immutabile: possiamo quindi, con la fede, rivivere con Lui la scena sinistra e terribile del giovedì santo e, per fissare la nostra immaginazione ed orientare le nostre intime visioni nell'ora che vogliamo passare con Gesù sofferente, sarà bene ricostruire il fatto riassumendo quello che dicono gli Evangelisti.

Dopo la Cena Pasquale, dopo aver istituito 1' Eucaristia ed il Sacerdozio, il divin Maestro s'inoltrò nella notte, (erano le nove e la luna non era ancor sorta) accompagnato dagli Undici e si diresse verso il torrente Cedron ch' Egli attraversò, seguendo poi la riva sinistra del torrente verso la valle fino al Monte degli Ulivi ove, ai piedi del versante occidentale, v' era un giardino chiamato Getsemani. Spesso Gesù vi andava, al tramonto del sole, per pregarvi co' suoi discepoli.

Il luogo era raccolto e triste, austero e religioso.

Il Maestro prediligeva quel luogo solitario: colà volle pregare un'ultima volta ed essere schiacciato dal dolore come il frutto dell' olivo sotto il frantoio. Egli entrò cogli Undici nell'Orto ed, al limitare di esso, disse ai suoi «Fermatevi qui mentre io andrò a pregare ». E condusse seco Pietro, Giacomo e Giovanni : allontanatosi con essi alla distanza di un trar di pietra cominciò a rattristarsi ed a sentirsi preso da spavento e d'angoscia. « L'anima mia è triste fino alla morte » disse loro, « restate qui e vegliate meco ».

S'avanzò qualche passo e cadde in ginocchio, col volto a terra: i tre discepoli lo sentivano pregare: « Padre se è possibile, allontanate da me questo Calice: però, non come io voglio, ma come volete Voi! ».

Ritornò dai discepoli e li trovò assonnati: « Simone disse rivolgendosi a Pietro, « dormi? Non hai potuto vegliare un' ora con me ? ».

L'Apostolo che, testè, si diceva pronto a morire per Gesù, ora dormiva; il Salvatore gli rimproverò dolcemente la sua debolezza ed aggiunse: « Vegliate e pregate perchè non entriate in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è inferma ». Parola profonda all'indirizzo degli Undici, i quali, con lo spirito e la volontà, non esitano a seguire il Maestro fino alla morte, ma, sotto il peso della materia che aggrava l'anima piegano e soccombono.

Gesù s'allontanò una seconda volta. Egli supplicava : « Padre, se questo Calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la vostra volontà! ».

Ritornò dagli Apostoli e li trovò appesantiti nel sonno sì che gli risposero parole incoerenti.

Li lasciò di nuovo e pregò una terza volta « Padre, se lo volete, allontanate da me questo calice: però sia fatta la vostra volontà e non la mia! ».

Allora un angelo del cielo gli apparve per confortarlo.

Accasciato ed agonizzante, raddoppiava le suppliche, mentre un sudore di sangue gli scorreva lungo la persona fino a terra.

Dopo questa preghiera ritornò una terza volta dagli Apostoli e, trovandoli ancora addormentati, disse con accento triste : « Voi dormite ancora : ebbene, dormite pure e riposatevi ».

Questo è il racconto autentico dell'agonia di Gesù al Getsemani, secondo il Vangelo.

Non lasciamoci intorpidire dal sonno, non abbandoniamoci al riposo, ma contempliamo lungamente il nostro Salvatore accompagnandolo nella sua triplice preghiera e mirando il suo Cuore straziato sotto il peso della tristezza e dell'angoscia; inginocchiamoci con la fronte nella polvere vicino a Lui, mentre suda sangue, uniamoci all'Angelo che lo conforta e preghiamo S. Margherita Maria di prestarci i suoi sentimenti generosi e delicati onde consolare il divino Agonizzante durante questa Ora Santa.

Sopratutto invochiamo 1' assistenza della Vergine Santissima, Regina dei martiri che, col cuore, si trovava nel giardino degli Ulivi, come attualmente vi siamo noi, ma il suo amore era così ardente da trasportare anche la sua anima laggiù; grazia che domanderemo anche per noi ripetendo tre volte con fervore Santa Madre deh! Voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.

Sforziamoci oltre d'approfondire" l'intelligenza e angosce del Divino Agonizzante e a compassione che a Lui possono tributare le anime nostre.

 

I dolori del Divino Agonizzante

La intelligenza dei dolori di Gesù trova la sua espressione più vera ed efficace nelle parole che il Salvatore rivolse alla sua confidente di ParayleMonial. Eccole testualmente in un brano della vita della Santa: Meditavo un giorno attentamente l'unico oggetto del mio amore al Giardino degli Ulivi, immerso in una indicibile tristezza, in un dolore tutto amore e, sentendomi ispirata di partecipare alla sua dolorosa angoscia, raccolsi le sue divine confidenze: « Fu qui che io ho sofferto intimamente più che in tutto il resto della Passione trovandomi in un totale abbandono da parte del cielo e della terra e schiacciato sotto il peso di tutti i peccati degli uomini.

Sono apparso davanti alla santità di Dio che, senza badare alla mia innocenza, mi ha colpito nel suo furore, facendomi bere il calice che conteneva il fiele e 1' amarezza, della sua giusta collera, come se avesse dimenticato il nome di Padre per sacrificarmi al suo sdegno. Nessuno potrà mai capire la grandezza dei tormenti che soffersi allora : essi adombrano il dolore che l'anima colpevole proverà quando, apparendo al tribunale della santità divina, sarà colpita, oppressa, inabissata dalla sua giusta collera ».

Qual tremenda parola : « Fu nel giardino degli Ulivi che io soffersi di più ».

Gesù non esagera in nulla, Egli non sfida il dolore insultando coloro che glielo procurano, non proclama che il patire è parola vana : sa cos' è in realtà ed accettandolo in misura senza misura, si mostra accasciato, ed insiste nel suo pensiero: « Nessuna creatura potrà mai capire quanto io ho sofferto allora ! ».

L'impotenza di capire coloro che amiamo è un supplizio. Seguendo le leggi di natura che esercitano su noi tanto impero, siamo più inclinati a compatire i dolori corporali perchè sono più accessibili ai nostri sensi purtroppo spesso i dolori intimi ci sfuggono... eppure quanti spasimi interni, quanti strazi, quante angosce, quanti supplizi segreti sono più cocenti dei mali esterni e visibili ! Per capire, per compatire non basta sapere, bisogna esperimentare 1' agonia del cuore.

Tuttavia se abbiamo seriamente ed attivamente seguito il Salvatore nel giardino degli Ulivi, possiamo intuire e condividere le angosce che affannano il suo Cuore divino.

II Divin Padre lo schianta coi fulmini del sue minacce e de' suoi castighi ed Egli sen giace come povera canna spezzata dall'uragano. Gli uomini lo colpiscono col loro odio: oppresso dai loro peccati soccombe sotto il peso della vergogna e si trova ridotto quasi «verme della terra schiacciato sotto il piede del viandante ». Infine le creature tutte l'abbandonano, nessuno si preoccupa di lui : i suoi amici lo dimenticano, un apostolo lo tradisce ed Egli è invero « l'obbrorio degli uomini e l'abbiezione del popolo ».

La sua stessa anima non gli serba che tormento, rimorso e strazio facendogli sentire alcun che di quel tremendo cordoglio che colpirà l'anima riprovata quando verrà colpita dal furore d'un Dio vendicatore !

Il quadro è terribile e dolorosamente vero. Ah! le nostre anime devono alfine sentirsi vinte e commosse davanti al povero Gesù steso a terra, agonizzante in quella notte terribile, per amor del Padre, al quale vuol restituire la gloria che il peccato gli tolse, per amor degli uomini che vuol redenti e salvi !

Il suo Cuore è spezzato, quel Cuore divino che è un capolavoro di delicatezza, di bontà, di tenerezza infinita, quel Cuore che, nel corso della sua vita mortale, ha diffuso su tutti tesori d' incoraggiamento; di perdono, di generosità infinite fino agli eccessi dell' Eucaristia, la quale rappresenta l'ultimo limite dell'amore. « Amò sino alla fine », disse San Giovanni; fin dove era possibile a Dio di amare a traverso il cuore dell' Uomo Dio.

I dolori immani di questo Cuore ci dicono con eloquenza le responsabilità terribili dei peccati di cuore che pesano sulle bilance eterne in modo affatto distinto perchè, se 1' uomo col cuore può fare un gran bene, egli, col cuore, può fare un gran male.

Pensiamo ai nostri peccati personali, umiliamoci e, con l'accento ispirato di S. Alfonso de' Liguori, ripetiamo con fede: « Oh mio amoroso Gesù! in questo giardino non vedo nè flagelli, nè chiodi, nè spine: come mai siete asperso di sangue da capo a piedi? Ah ! questo sangue spremettero dal vostro Divin Cuore, come duro torchio, i miei peccati ! Anch'io dunque mi unii ai vostri carnefici per farvi soffrire più crudelmente... Se io avessi meno peccato, Voi avreste meno sofferto; ogni mia colpa trovò un doloroso riscontro in maggior patire per Voi. Perchè non muoio di pura angoscia pel dolore d'aver ricambiato il vostro amore infinito con un calice di tristezza e di pena, d'aver inveito crudelmente contro un Cuore così amabile e così amante?

Mio Gesù, ormai non ho altra risorsa che il pentimento, ma questa almeno voglio, con sincerità di dolore, tramutare in consolazione pel vostro Cuore divino. Perdono di tanti peccati! Me ne pento dall'intimo dell'anima perchè offesa vostra, tradimento del vostro Cuore e cagione di tante vostre angosce : datemi una contrizione così vitale e sentita che mi faccia piangere fino all'ultimo respiro, o mio Dio, mio amore, mio tutto! ».

 

II.

La compassione delle nostre Anime

Il Salvatore Gesù che si degnò dettare, per così dire, il metodo dell'Ora santa a Santa Margherita Maria, sarà nostra guida e modello in questi preziosi momenti.

Ascoltiamo il primo consiglio: «Egli mi disse che tutte le notti dal giovedì al venerdì dovevo levarmi all'ora indicata per recitare cinque Pater, Ave, Gloria, prostrata con la faccia per terra, e cinque atti d'adorazione già insegnatimi dalla sua bontà per tributargli omaggi riparatori in ricambio dell' estrema angoscia sofferta nella notte della Passione. Obbediamo noi pure al divin desiderio ed umilmente prostrati recitiamo con vera contrizione cinque Aater, Ave e Gloria.

Ascoltiamo ora anche il secondo consiglio più specificato del primo «Tutte le notti dal Giovedì al Venerdì ti farò partecipare alla tristezza mortale che soffersi nel Getsemani e sarai tu pure ridotta, senza che tu possa capire come, ad una specie d' agonia peggiore della morte. Ti leverai fra le undici e mezzanotte per accompagnarmi nell'umile preghiera che, in mezzo alle più crudeli angosce, presentai al Padre e, prostrata con la faccia a terra per un'ora, placherai la collera divina implorando misericordia per i poveri peccatori ed addolcendo 1' amarezza che mi procurò 1' abbandono degli Apostoli ai quali dovetti rimproverare di non aver saputo vegliare meco neppur un'ora : durante quest' ora farai quello che io ti dirò.

 

1° Fine dell'Ora Santa. Gesù ha promesso un dono, un privilegio e cioè la partecipazione alla sua mortale tristezza : per un' anima della tempra di S. Margherita Maria la pienezza di questo dono fu terribile perchè ne risultò un'agonia peggiore della morte. Noi non meritiamo tale privilegio per noi basta eccitarci a vero dolore di contrizione per i peccati nostri e per quelli degli altri : siamo poveri miserabili: è giusto che il nostro amore abbia radice in un dolore intimo, verace e profondo d'aver offeso tante volte Gesù, d'aver tante volte « contristato lo Spirito Santo ». Come S. Paolo cerchiamo di portar sempre in cuore questo sentimento di pena per il peccato, per il male di Dio: la nostra vita risalterà più seria e raccolta, meno portata alla gioia frivola ed al riso frequente ed inconsiderato.

Vicino a Gesù umiliato, immolato, silenzioso e sfinito sotto il peso della desolazione, pentiamoci, spezziamo i nostri cuori. Scindite corda vestra, promettiamo di farla finita una buona volta con la dissipazione che paralizza le migliori energie, con la leggerezza che indebolisce il carattere, con 1' irriflessione che diminuisce lo spirito di fede. Siamo raccolti, seri, forti, decisi a praticare il consiglio dell' Imitazione : « Se vuoi salvarti conservati nel santo timor di Dio... Come si può foleggiare spensieratamente pensando che la vita è un esilio pericoloso e che ad ogni momento si può arrischiare l'eternità? Ahimè! Spesso ridiamo come insensati ed avremmo ben serie ragioni di piangere ! ».

Uniti, dunque, quanto è possibile alla nostra debolezza ed inguaribile freddezza, al dolore di Gesù, raccogliamo le sue precise richieste e cioè che s'implori la misericordia divina per i peccatori e che lo si consoli per l'amaro abbandono degli Apostoli.

O mio Dio, quale mansione sublime, ma come delicata!

 

2° Fine dell'Ora Santa. Implorare per i peccatori ! Ah ! quanto sono grandi, inesorabili le esigenze della giustizia eterna di fronte al peccato! Per capirle guardiamo quest'adorabile Agonizzante che trema davanti al Calice perchè, espiando come uomo, accetta e subisce le ripugnanze umane, le invincibili ritrosie dell'uomo che, per istinto, non vuole nè patire, nè morire. Sul suo povero Cuore infranto gravitano due formidabili possibilità da una parte il Calvario col lugubre corteo di spasimi atroci, dall'altra a dannazione del genere umano sappiamo qual fu la scelta in uniformità al divin beneplacito. Come Gesù e con la grazia di Gesù gettiamoci nelle braccia della Volontà di Dio che proporziona e misura la Croce aspettando la nostra debolezza : espiamo, ripariamo, suppliamo alle altrui deficienze, decidiamoci una buona volta a vivere un programma di vita fortemente e saldamente cristiana: rinunce ai capricci d'una volgarità ribelle, distacco di cuore, mortificazione di corpo ecco il vero modo di levare efficacemente le mani al cielo e di esclamare con l'eloquenza dei fatti : « Perdono, Gesù, perdono per i vostri figli! Parce, Domine, parce populo tuo, ne in aeternum irascaris nobis! ».

Non dimentichiamo però la condizione base per essere esauditi come ce la insegnano i sacri libri : « Chi salirà il monte del Signore, e starà nel luogo santo ?        Colui che avrà le mani monde ed il cuore puro ! ». (Ps. XXIII, 4).

Per placare Dio bisogna essere puri, spiritualizzarci nel sentimento, seguire la via immacolata del bene: « Beati immaculati in via ! ».

Promettiamo quindi, con animo invinto e cosciente, promettiamo a quel Gesù il cui Sangue germina i vergini d'essere casti come gli Angeli del cielo, pur a costo di agonie interiori, di sacrifici eroici, della vita stessa.

 

3° Fine dell'Ora Santa. Addolcire 1' amarezza del Cuore di Gesù trafitto per l'abbandono degli Apostoli. Quest'abbandono era figura, triste simbolo dell' indifferenza umana nel corso dei secoli. In realtà però intorno a Gesù penante grava I' isolamento del cuore. Nessuno, in tanto dolore, si fa avanti per consolarlo, per dirgli una parola d'incoraggiamento, per difenderlo...

Fra poco la folla lo griderà a morte e neppure una voce si leverà in suo favore: eppure molti furono miracolati, tutti furono beneficati, alcuni vennero perfino assunti alla sublimità del Sacerdozio, Pietro fu creato capo del Collegio Apostolico e fu prediletto fra i prediletti... ma nessuno, nessuno ha una parola, uno sguardo, un pensiero per Gesù che agonizza e muore. Ecco il riassunto atroce dell' inconcepibile, umana indifferenza.

Pesiamo sulle bilance della fede questo contegno : Dio è 1' infinito, 1' uomo è nulla; Dio ha tutti i diritti, l'uomo vi si ribella. Dio si offre per amore, 1' uomo lo rifiuta per odio. Oh! qual noncuranza per Dio! Egli è per sistema, per principio messo da parte; gli si dà il meno possibile e come a stento... Peccatori che lo detestano e lo bestemmiano; fedeli inerti che lo servono avaramente e come per forza ; ecco il quadro vero   di tutti i secoli che vediamo vissuti, in pochi istanti, da Gesù nel giardino del Getsemani.

Nostro Signore se ne lagnò mestamente con S. Margherita Maria e le sue confidenze dolorose si conclusero con un misterioso, divino richiamo « Tu, almeno, fammi il piacere di consolarmi ! ».

Cerchiamo di capire : noi siamo povere nullità, ma, per pura misericordia, Dio ha sete del nostro amore e della nostra fedeltà. Rispondiamo al suo invito nel senso ch' Ei desidera

Amiamolo.

Che significa amare ? Amare vuol dire pensare al Diletto, bramar di vederlo, orientare tutto verso di Lui, stare con Lui, essere felici di sacrificarsi per Lui ; applichiamoci a quest' arte divina di amare Gesù. Portiamolo con noi ovunque, in dolce intimità di cuore come in un sacro ciborio, pensiamo a Lui per riparare le umane dimenticanze, pargliamogli affettuosamente per coloro che l' oltraggiano, rifiutiamo alla nostra corrotta natura soddisfazioni anche lecite, per supplire ai peccati di coloro che sono schiavi di piaceri colpevoli, offriamogli con la vigilante delicatezza dell'amore tutte le nostre azioni, una dopo l'altra, come un monile di perle per rivendicare l'oltraggio di quei poveri cristiani che, calpestando i più sacri doveri di giustizia, lo servono con una parsimonia stanca ed impaziente.

Ah com'è vasto, luminoso e lungo il cammino dell'amore! l'anima di buona volontà vi si trova a meraviglia solo il primo, passo costa, solo la porta è stretta : più in là c' è la pace, la soddisfazione sublime d'un amore infinito. Mettiamoci risolutamente in cammino : non possiamo frapporre indugi : Gesù ci aspetta.

 

CONCLUSIONE

Ringraziamo il Cuore di Gesù della luce che ci ha largito e chiediamo umilmente perdono delle nostre inguaribili freddezze e distrazioni. Memori del lamento di Gesù, che accetta il conforto da un Angelo e che domanda anime consolatrici, proponiamoci di essere, per tutta la vita, gli Angeli dell'Agonia di Gesù. Abbiamo intuiti i dolori di Gesù; abbiamo imparato da Lui il modo di consolarlo siamo quindi ferventi e fedeli associati dell'Ora Santa.

Riassumiamo i nostri sentimenti ed i nostri propositi consacrandoci al Sacro Cuore secondo la formola perfetta di S. Margherita Maria, quella formola a cui sono legate promesse divine giacche «tutti coloro, che si saranno così consacrati non periranno giammai ».

lo N. N. dò e consacro al S. Cuore di nostro Signore Gesù Cristo la mia. persona e la mia. vita, le mie azioni,, pene e sofferenze, non volendo più servirmi d'alcuna parte del mio essere se non per onorarlo e glorificarlo.

E' mia volontà irrevocabile esser tutta sua e far ogni cosa per suo amore, rinunziando con tutto il cuore a qualunque cosa gli possa dispiacere.

Prendo dunque Voi, o Cuore sacratissimo, per oggetto unico dell'amor mio, per protettore della mia vita, per sicurezza della mia salute, per rimedio della mia fragilità e della mia incostanza, per riparatore di tutti i difetti della mia vita e per sicuro asilo nel punto della mia morte.

Siate dunque, o Cuore di bontà, la mia giustificazione verso Dio Padre e allontanate da me ì fulmini della sua giusta collera. O Cuore d'amore metto tutta la mia confidenza in Voi, poichè temo tutto dalla mia malizia e fragilità, ma spero tutto dalla vostra bontà.

Consumate dunque in me tutto ciò che può dispiacervi o farvi resistenza, e il vostro puro amore s'imprima sì addentro nel         mio cuore, ch' io non possa mai dimenticarmi di Voi; nè esser da Voi separata.

Vi scongiuro, per tutte le bontà vostre, che il mio nome sia scritto in Voi, giacchè io voglio 'far consistere tutta la mia felicità e tutta la mia gloria nel vivere e nel morire in qualità di vostra schiava. Così sia. 

(Dall' opuscolo: Nell' Orto degli Ulivi del Canonico A. Gonon Tip. dell'Addolorata Varese).