GETSEMANI

Prof. Luigi Gedda Edizioni Operaie 1952 Testo offerto dalla Società Operaia

Al lettore si chiede un'Ave Maria in ringraziamento

Prefazione

Alla seconda edizione di "Getsemani" devo premettere una parola di testimonianza.
Più scorrono gli anni e più mi convinco che l'agonia di Gesù è attuale perché non viene travolta dagli avvenimenti, ma li domina e li compone.

Il Getsemani vince il tempo.

Questo può dirsi di tutta la vita del Redentore che fu data all'uomo come luce nel misterioso fluire degli uomini e delle cose.

Ma lasciate che io applichi questa verità generale in modo tutto particolare all'episodio del Getsemani, sia per la riconoscenza che la mia anima sente di dover esprimere alla fonte del suo conforto, sia perché mi sembra che l'esperienza del dolore spirituale riassuma in sé ogni altra difficile esperienza della vita umana.

Il Getsemani ci offre la possibilità di affrontare la somma di ogni angoscia con il Cristo e come il Cristo.

E' il più grande dono di cui l'anima abbia bisogno.

Alla Vergine che per il suo immacolato concepimento avrebbe potuto sfuggire al dolore, ma che visse nell'agonia spirituale il Suo compito di Corredentrice, affido il lettore perché sia Lei a parlargli con il Suo esempio e con la Sua intercessione.

L.G.

Lourdes, 30 luglio 1952

 

Premessa sull'attualità del Getsemani

Andiamo al Getsemani

Il Getsemani è attuale

La serva di Dio Suor Pierina De Micheli fu protagonista a dodici anni, e precisamente nel venerdì santo del 1902, di un fatto che, se non straordinario, fu certamente singolare. Nella chiesa di S. Pietro in Sala a Milano si trovava fra la gente che baciava il crocefisso deposto a terra, accostando le labbra ai segni delle cinque piaghe. Ala bambina ebbe allora la nettissima sensazione (e fu lei stessa a rievocare più volte quel giorno e quel fatto) di udire una voce che diceva: "Nessuno mi dà un bacio d'amore in volto per riparare al bacio di Giuda?". La bimba si stupì al notare che la gente restava insensibile a quella richiesta che lei aveva sentito distintamente. Non osò rispondere ad alta voce, ma diede il bacio richiesto dicendo: "Te lo dò io il bacio d'amore, Gesù abbi pazienza".

Senza voler dare a questo episodio una particolare importanza prima che la Chiesa ne riconosca l'attendibilità, ma collocandolo in ordine di tempo rispetto all'appassionata e ripetuta richiesta di Gesù ai tre discepoli: "Fermatevi qui e vegliate con me" (Matt.26,38) e rispetto a quanto Gesù disse a S. Margherita Maria: "tutte le notti dal giovedì al venerdì ti farò partecipare a questa mortale tristezza che ho voluto sentire nel giardino degli Ulivi..." troviamo che il ricordo di Suor Pierina, la quale all'età di dodici anni non conosceva i testi evangelici del Getsemani né gli scritti di S. Margherita Maria, è misticamente sulla medesima direttrice dei precedenti inviti a penetrare e conoscere il mistero del Getsemani.
D'altra parte bisogna rendersi conto di una legge di vita che riguarda anche la Chiesa la quale impone un accrescimento progressivo e graduale di quantità e qualità. Nei duemila anni di storia vissuta, a prescindere dai periodi critici, che però ebbero anch'essi un'importanza a volte paradossale per lo sviluppo della verità rivelata, la Chiesa, nell'ambito dell'ortodossia, è venuta chiarendo a se stessa principi e comportamenti racchiusi nel messaggio evangelico, ma non ancora esplorati. Vi furono tempi in cui l'attenzione della Chiesa venne focalizzata sul problema delle due nature di Cristo ed altri, molto vicini a noi, nei quali lo studio dei teologi e le definizioni dell'autorità si concentrarono sulla persona e le grazie singolari concesse alla Madre di Gesù, come nel secolo scorso quando Pio IX definì la Madonna concepita senza il peccato originale (ossia l'Immacolata Concezione di Maria) e nel nostro secolo quando Pio XII definì l'Assunzione della Vergine.

Per quanto riguarda l'episodio del Getsemani, malgrado la considerazione espressa da Pascal che l'agonia getsemanica di Cristo continua fino alla fine del mondo, la Chiesa non ha messo un accento particolare su questo episodio. Un esperto di Cristologia come l'abate G. Ricciotti, fornisce una spiegazione attendibile di questo scarso interesse. Egli scrive nella "Vita di Gesù Cristo": "In questa notizia (del sudore di sangue) che mette in rilievo la realtà della natura umana in Gesù trovarono scandalo taluni antichi cristiani nel leggere il vangelo del medico Luca. Essi giudicarono che, sebbene il medico aveva narrato un fatto vero, era meglio che la narrazione non fosse ripetuta, perché sembrava fornire una conferma alle calunnie dei nemici del cristianesimo: probabilmente gli attacchi di Celso contro la persona di Gesù avevano suscitato tale preoccupazione.

Perciò avvenne che la narrazione del sudore di sangue, insieme col precedente accenno all'angelo confortatore, cominciò a scomparire dai codici del III Vangelo, soppressa per questo infondato timore. Oggi essa manca in vari codici uncinali, e questa mancanza era già stata segnalata nel quarto secolo da Ilario e Gerolamo. Tuttavia allorché quella vana preoccupazione si dissipò col cessare degli attacchi contro il cristianesimo, cessò anche la soppressione dell'ombroso passo".

Intanto chiediamoci: non è forse vero che la Chiesa parla di uno sviluppo nella intelligenza del dogma? Non è vero che importanti espressioni della pietà cristiana si sono innestate molto tardi sull'albero della tradizione cattolica? Presso la Chiesa delle catacombe la raffigurazione preferita di Gesù era quella del Buon Pastore. Durante questo periodo ed anche in seguito la Croce fu oggetto di culto, ma sulla croce non compariva il Crocefisso, ed anche oggi le Chiese orientali che si separarono in quei secoli dal tronco del cattolicesimo usano comunemente la croce senza il Crocefisso. Fu soprattutto nel basso medioevo che la figura del Crocefisso inalberato sulla croce invase la mente e conquistò il cuore del popolo cristiano. L'arte non tardò ad esprimere questo diffuso e vibrante sentimento nelle innumerevoli raffigurazioni del Golgota che arricchiscono le nostre chiese e pinacoteche. Per la ragione opposta, cioè per la mancata popolarizzazione del Getsemani, l'espressione in forma d'arte di questo episodio appare scarsa e poco convincente, poco convincente perché poco convinta.
Può darsi che la Provvidenza riservi proprio a questa nostra epoca, umana e disumana ad un tempo, il privilegio ed il conforto di meditare sull'umanità di Cristo nella tragedia del Getsemani.
In realtà vi è qualcosa di nuovo a questo riguardo, nello spazio e nell'atmosfera della Chiesa cattolica da quando il Patriarcato di Gerusalemme e la Custodia della Terra Santa stabilirono, nel primo quarto del nostro secolo, di erigere un Santuario moderno nel luogo del Getsemani storico, dove viene conservata la piattaforma di pietra sulla quale, secondo la tradizione, il Cristo agonizzò spiritualmente e sudò sangue.

Questo santuario di stile composito che copre con tre navate il luogo dell'Agonia viene chiamato "Basilica delle Nazioni" la quale iniziata nel gennaio del 1920 su disegno dell'architetto Antonio Barluzzi fu inaugurata il 15 giugno 1924. E' il solo santuario interamente cattolico di Gerusalemme ed è servito dai Frati minori francescani.
A questo avvenimento topografico e devozionale ha fatto seguito il dono di una statua grande al naturale di Gesù che agonizza nel Getsemani regalata dalla Francia a Pio XI il quale, nel gradirla, stabilì che fosse collocata in Roma in quel convento dei Passionisti sul Celio, che lo stesso Pio XI volle incluso nei Trattati Lateranensi come proprietà del Vaticano.
Questa commovente scultura è oggetto di visita e meditazione da parte di cattolici di tutto il mondo ed è il riferimento di molte iniziative e opere getsemaniche, per esempio dei due Santuari dedicati al Getsemani che sono sorti in Italia, l'uno a Casale Corte Cerro (Novara) nel 1950 e l'altro a Paestum (Salerno) nel 1959. Anche in una parrocchia di Roma sulla via del mare a Vitinia inaugurata nel 1955 viene riprodotta la statua del Celio e il titolo della Chiesa riproduce con fedeltà l'interpretazione mistica dell'episodio evangelico in quanto essa è dedicata al "Sacro Cuore di Gesù Agonizzante", cioè collega l'episodio evangelico del Getsemani alle rivelazioni del Sacro Cuore di ParayleMonial. Fu l'Azione Cattolica Italiana che regalò questa chiesa alla diocesi del Papa. Numerosi luoghi per onorare l'agonia getsemanica del Salvatore sono sorti in questi ultimi anni come a Lecce, Siracusa, Imperia, Acireale, Cuglieri e nella Chiesa della Navicella a Roma.

Ma vi è dell'altro, fra cui due libri di esegesi scritturale relativa al Getsemani editi negli anni settanta, uno a cura di Mario Galizzi: "GESU' NEL GETSEMANI" e l'altro di André Feuillet: "L'AGONIE DE GETHSEMANI" che puntualizzano criticamente i testi e l'avvenimento storico; senza dire del mio libro "GETSEMANI" che dal 1945 ad oggi ebbe varie edizioni.

Dal punto di vista liturgico è importante che la devozione del Rosario, fin dalle origini,abbia ricordato l'agonia del Getsemani come prima stazione dei misteri dolorosi e che la forma prevista dal Concilio Vaticano II abbia preso in considerazione lo schema della Via Crucis indicato da San Leonardo da Porto Maurizio includendo in essa il Getsemani come seconda delle 14 stazioni.

Di grande rilievo è il fatto che Paolo VI nel pellegrinaggio "eminentemente religioso" in Terra Santa, effettuato nel gennaio 1964 e precisamente nella notte del 4 gennaio, giorno del suo arrivo in Gerusalemme, abbia voluto praticare l'Ora Santa nella Basilica delle nazioni, al Getsemani storico. Durante la meditazione getsemanica vennero alternati canti, preghiere e passi del Vangelo che narrano dell'Agonia vissuta in quel luogo dal Salvatore, letti in latino, greco, arabo, armeno, slavo e copto.

Nell'attualità del Getsemani prende posto anche l'ipotesi affacciata in sede scientifica a proposito della Santa Sindone, riguardante l'impronta diffusa che disegna sulle due superfici del lenzuolo funerario l'immagine anteriore e posteriore di Cristo. Finora le osservazioni relative alle impronte a stampo delle piaghe e delle colature ematiche avevano prevalso nello studio della preziosa reliquia. Oggi, un più attento esame, tende a valorizzare l'impronta diffusa che profila la sagoma del corpo dell' Uomo della Sindone e la spiegazione più attendibile la riconduce al sudore ematico, cioè all'ematoidrosi sofferta da Cristo nel Getsemani la quale coprì il suo corpo di un velo di sudore e di emoglobina che certo non fu rimosso durante le 14 ore della passione, e durante le pratiche della sepoltura poté riprendere, in parte, fluidità e capacità di lasciare delle impronte in seguito all'applicazione di quegli olii aromatici di cui parla il Vangelo di Giovanni (19,40) che furono provveduti da Nicodemo per la composizione del cadavere.

Oggi dunque una voce multanime parte dalla Chiesa invocando l'esempio e l'insegnamento di Cristo lasciato in quella notte e la grazia meritata da lui per i nostri bisogni attuali.

 

Il Getsemani è necessario

Un aspetto particolare dell'attualità è la necessità. Gli uomini di oggi hanno estremo bisogno della dottrina e del modello che Gesù presenta nel Getsemani.

Anzitutto hanno bisogno di abbandonare i pensieri di illusione e di comodo, di avvertire il pericolo che sovrasta l'umanità, e di accorgersi che una notte di regressione, di violenza e di animalità favorisce il nemico e la congiura organizzata contro la Chiesa.

L'atteggiamento dei discepoli nel Getsemani i quali non pensano alla veglia, ma a soddisfare il sonno è quello che dobbiamo rimproverare a noi stessi. Il sonno può essere autentico e incosciente, ma anche spirituale, cioè consiste in falso ottimismo, disinteresse, egoismo.
L'Italia a cui Pio XI aveva augurato "Dio all'Italia e l'Italia a Dio" riassumendo in queste parole le lacrime, il sangue e le speranze dei Santi e dei cattolici che avevano combattuto nell'epoca del Risorgimento e nel primo periodo dell'unità, cammina ora sopra un sentiero fra i più pericolosi della sua storia. Da un lato l'abisso del divorzio, dall'altro quello dell'aborto e di fronte la muraglia della tirannia comunista.

Aborto e divorzio portano a offendere Dio, a distruggere la vita, la famiglia, la moralità e l'amore... quello vero. Il muraglione comunista è quello di carcere semiuniversale (cioè che imprigiona mezza umanità), di una tirannia che distrugge la libertà, la democrazia e vorrebbe cancellare la religione.

Il frequente uso, anche di giovani, degli stupefacenti per dare un assurdo contenuto alla vita di cui non conoscono il significato, il ricorso frequente alla violenza e alla menzogna per soffocare i problemi della giustizia sociale, l'esibizione degli istinti e l'accettazione acritica dell'opinione pubblica prevalente da parte del cittadino, denunciano il disfacimento della nostra società.

La situazione politica italiana che richiederebbe estrema vigilanza, saggezza, disinteresse, si sviluppa in un ambiente internazionale di estrema difficoltà per l'estensione del messaggio di salvezza che Cristo ha affidato a Pietro e Pietro a Roma.

L'aspetto anticristiano della società ha due principali componenti che si riflettono anche nel nostro popolo e nei popoli a cui dovremmo con l'esempio e con l'opera annunziare il Vangelo. Si tratta in primo luogo di un effetto procurato dalla tecnica che mediante le comunicazioni sociali dei massmedia e attraverso i trasporti aerei ha impicciolito il mondo e mette a contatto quotidiano popoli di tutte le lingue, religioni, costumi e di tutte le empietà. Contatto significa contagio perché il male è più diffusivo del bene e chi è buono tende a considerare buone anche le idee sbagliate, le religioni assurde, le filosofie del male e le teorie scientificamente superate come marxismo, freudismo, evoluzionismo. Si va stabilizzando fra gli uomini di oggi un denominatore comune di galateo formale, un vocabolario universale di interlingua a servizio dell'edonismo, un codice di comportamento materializzante.
Se è vero che ciascuno renderà conto a dio secondo quello che ha ricevuto e che il cristiano deve rispettare la coscienza di chi non ha la sua fede, è altrettanto vero che trascendenza, legge e grazia, di cui il cristiano ha conoscenza e disponibilità, lo rendono responsabile della situazione.
La parola di Dio non può essere messa in catene ed è quella che risuona nel Getsemani: "Vigilate".
"Vigilare" significa affrontare le ore notturne che i latini chiamavano "vigiliae", resistendo al sonno e restando all'erta per scoprire le manovre del nemico e quelle dei traditori che lo conducono nel campo del bene.

I cristiani devono valorizzare la carica di doni dello Spirito Santo che hanno ricevuto per rovesciare il piano di satana e rendere strade aperte al messaggio evangelico la politica, la scienza, la tecnica e il costume del nostro tempo. Gli anni che separano dal terzo millennio sono decisivi per trasformare l'Italia e il mondo in quel popolo che Dio descriveva a Geremia come il vaso di creta modellato dal vasaio e come una persona che ha la sua veste raccolta ai fianchi da una cintura di lino che simboleggia la legge divina. Questo è possibile se i cattolici italiani affrontano la notte disposti al sacrificio richiesto dalla vigilanza di cui Cristo ha dato ordine ed esempio. Specialmente e puntualmente il cristiano deve abituarsi a praticare il sacrificio, cioè a rendere sacro il dolore offrendolo a Dio nella veglia getsemanica con Gesù.
Sacrificio non vuol dire dolore sofferto con spirito di ribellione interiore ma dolore, piccolo o grande che sia, reso sacro, cioè grato a Dio, perché si compia il suo disegno di salvezza.
Ci troviamo a questo punto di fronte all'ostacolo forse più grave, perché la tecnica ha aumentato a dismisura la produzione dei beni mediante l'automazione, e questa ha diminuito la fatica del lavoro (cioè la scuola del sacrificio), mentre ha creato la necessità di suscitare nuovi bisogni voluttuari e spesso inutili, per consumare i prodotti gettati sul mercato con ritmo crescente. Così è nato il consumismo che significa bisogno di godere per consumare di più. Così è diminuita nel cristiano la capacità di sacrificarsi per un ideale trascendente ed è aumentata la schiavitù che lo tiene legato al carro della moda e della sensualità. La nostra è una società cristiana di nome e neopagana di fatto, forse, peggio ancora, postcristiana cioè la comunità di Giuda.

Il Getsemani è sulla sponda opposta, contraltare del consumismo e del materialismo, perché nel Getsemani il comando è quello della vigilanza e della preghiera pagati da Cristo con il sudore di sangue. L'impresa che la Chiesa si propone, cioè di risalire la corrente del paganesimo e di partecipare la salvezza cristiana all'intera umanità, è l'impegno di sempre e il Getsemani traccia il cammino.

La vigilanza, come Gesù la intendeva in quella notte, era una mobilitazione delle forze fisiche e spirituali dei suoi discepoli. Anche per il presente vigilanza significa incontro, intesa e sforzo individuale e comune per mettere fine alla situazione di pericolo, debolezza e confusione nella quale ci troviamo.

La forza di noi che seguiamo Cristo, ma siamo uomini, non basta. Come in quella notte bisogna imparare da lui che la preghiera è una legge che condiziona il successo.
La Chiesa, nelle più gravi ore della sua storia, si è buttata ai piedi degli altari per strappare dal Cuore di dio la salvezza. Così oggi è necessario, urgente, primario, inevitabile il ricorso alla forza divina la quale soltanto può concederci di superare le difficoltà umanamente insormontabili che abbiamo di fronte, di lato e fra noi.

E' questione di fede. Chi crede sul serio che Dio sostiene l'esistenza dell'universo e di ogni uomo in esso, deve rivolgersi a questa suprema Origine puntando su di essa con tutte le forze di cui può disporre. Questo era chiaro e praticato dal popolo ebreo quando non era aberrante e sotto il castigo di Dio. Ma è più chiaro e più facile da venti secoli a questa parte, perché l'episodio del Getsemani dimostra che Gesù vuole averci con sé nel momento del pericolo, che vuole essere con noi, che la nostra battaglia è la sua, che lui n'é il capo e noi la sua gente.
La preghiera che Gesù consiglia è preventiva "per non entrare in tentazione", cioè diretta a respingere le seduzioni, le illusioni, le discordie, le debolezze suscitate da satana che è ritornato nella notte; poi la preghiera viene presentata in forma più intima dal suo esempio e dalla sua parola. Quando rimprovera i tre che avevano ceduto al sonno usa un'espressione complementare e incisiva: "Non avete potuto vegliare un'ora con me?". La preghiera si trasforma nell'invito a rimanere con lui in una veglia orante nella quale si rivolge al Padre perché la Redenzione raggiunga il suo fine. Questo è il significato più profondo della richiesta di preghiera che leggiamo in questo episodio del Vangelo: vita di unione con Cristo perché l'uomo possa partecipare con Dio alla salvezza del mondo.

Il Getsemani dove Gesù chiede amore è il sentiero della nostra preghiera e della nostra vigilanza perché il mistero dell'incarnazione produca, nel tragico momento che viviamo, il suo frutto.

 

Il Getsemani è permanente

La Chiesa preconciliare era favorevole a considerare la Messa specialmente come il rinnovo della morte di Cristo, cioè come il sacrificio del Calvario che si ripete nel tempo. La Chiesa postconciliare preferisce vedere nella Messa il rinnovo della cena nella quale il Cristo ha istituito l'Eucarestia e perciò l'altare è stato rivolto verso il popolo e la disposizione del rito ricorda il quadro di Leonardo da Vinci.

Questa sovrumana sintesi e contestualità di misteri divini è autentica in virtù del mistero fondamentale che si realizza nella Messa: la presenza di nostro Signore e Redentore, Gesù Cristo. Il recente Concilio lo ha confermato definendo la Messa "memoriale della morte e della resurrezione di Cristo: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolma di grazia e ci è dato il segno della gloria futura".

Per questo e di conseguenza la Messa deve anche essere considerata come un memoriale della passione spirituale di Gesù, un'occasione per rivivere in modo reale tanto il Cenacolo, il Calvario e la Resurrezione, quanto il Getsemani.

L'autenticità di questa interpretazione poggia sul fatto che la transustanziazione del pane e del vino produce il mistero eucaristico. Il Cristo ormai fuori del tempo, ritorna nel tempo con la piena attualità di ciò che ha detto e fatto in ogni epoca della sua vita, tantoché a Natale è proprio la Messa che trasforma l'altare in un presepio dove nasce di nuovo Gesù.
La rievocazione del Getsemani nella Messa è suggerita da tre motivi principali dei quali il primo è la sincronizzazione del rito con la notte nella quale ebbe luogo l'avvenimento del Getsemani. Dopo le letture, il credo, l'offertorio e il sanctus, e cioè nel cuore della preghiera eucaristica, le parole della transustanziazione pronunciate dal sacerdote sono solennemente precedute da questo riferimento: "Nella notte in cui fu tradito...".

La notte di cui il sacerdote parla è quella annunciata quando Cristo volle celebrare la pasqua con i suoi, la quale notte finisce con il canto del gallo, quando Pietro piange per il suo triplice rinnegamento, cioè con l'alba del giorno nel quale Gesù muore.

Dunque la notte rivissuta nella Messa è anche la notte del Getsemani perché in quella notte gli undici andarono con Gesù oltre il Cedron nel luogo dove c'era il frantoio. Ed è la notte del tradimento di Giuda conosciuto e annunziato da Cristo durante la cena non solo perché lo indicò a Giovanni, ma anche perché disse a Giuda: "Ciò che vuoi fare, fallo presto" (Gv.13,27). Il tradimento di cui parla il canone fu consumato nel Getsemani quando Giuda lo baciò per indicarlo ai soldati e Gesù di rimando: "Amico, perché sei qui? Tradisci con un bacio il figlio dell'uomo?" (Lc.22,48).

La seconda nota getsemanica della Messa è quella per cui sacerdote e popolo recitano il "Padre nostro".

Secondo il racconto di Matteo (6,915), all'inizio della sua vita pubblica, Gesù salito sul monte pronuncia il discorso nel quale esalta le beatitudini e insegna la formula del "Padre nostro", preghiera fondamentale per il cristiano, inserita fin dall'antichità nella Messa e, oggi, nei "Riti di Comunione".

Il "Padre nostro" è semplice ma solenne, in quanto il fremito della preghiera individuale è contenuto nella maestosità ieratica della preghiera collettiva. Così è la preghiera "insegnata" da Gesù; ma nel Getsemani scopriamo che questa preghiera è "vissuta" da Gesù, il "Padre nostro" è individualizzato, cioè applicato da Gesù a sé stesso. Nella preghiera del Getsemani si ravvisano facilmente gli elementi fondamentali della preghiera insegnata. Gesù incomincia a pregare, anche qui, rivolgendosi al Padre: "Padre, se tu vuoi, allontana da me questo calice" (Lc.22,42). Anche Matteo e Marco riferiscono questa preghiera al Padre con leggere varianti che si spiegano pensando che Gesù nel Getsemani abbia ripetuto molte volte la preghiera, mantenendo fissi i concetti essenziali e modificando di poco la formula. Però mentre nella preghiera insegnata, il Padre è invocato collettivamente come "Padre nostro", qui, nella preghiera personalmente sofferta, l'invocazione si individualizza e diventa "Padre mio" (Mt.26,39). Si misura in questa variante non solo la coscienza della filiazione propria di Gesù, ma anche il senso di isolamento e di costernazione che invadeva il suo cuore, così da fargli richiamare l'attenzione e del Padre, urgentemente, sopra di sé.

L'apertura del "Pater" nella versione getsemanica assume un tale accento di necessità e fiducia che Gesù, come un uomo qualsiasi, si rivolge a suo Padre, chiamandolo "Papà". La parola "Abba" in aramaico significa questo ed è la parola che Maria, sua Madre, aveva insegnato a Gesù fanciullo come appellativo ordinario e domestico di Giuseppe, suo sposo e padre di Gesù di fronte all'opinione pubblica. Gesù sa che il Padre che lo ha "non creato ma generato", è onnipotente e dovendosi rivolgere a lui per un motivo grave che lo angoscia, lo chiama con l'appellativo che certamente gradisce: "Abba, Papà".

Non è solo un dettaglio linguistico, ma un taglio teologico e biografico, che si introduce nella preghiera ufficiale e può insegnare a chi la ripete ricordando il Getsemani, l'intimità che la nostra qualità di cristiani ci permette non solo con la Seconda Persona della Trinità, ma anche con la Prima che ha creato l'universo e di cui siamo figli adottivi.

Altro cardine della preghiera insegnata consiste nell'accettazione della volontà del Padre e qui il parallelo con la preghiera vissuta non potrebbe essere più toccante. Gesù insegnò a dire: "sia fatta la tua volontà" (Mt.6,16) e nel Getsemani esclama "non la mia volontà, ma la tua sia fatta" (Lc.22,42). Balza agli occhi non solo l'identità del concetto, ma anche la profonda somiglianza delle parole, per cui non si può dubitare che Gesù sia l'autore della prima e della seconda preghiera. Conseguentemente al carattere della preghiera getsemanica che è vissuta, sofferta, personalizzata, la volontà del Padre viene contrapposta alla sua volontà umana, contrapposizione che manca nella preghiera insegnata.

Altri dettagli meritano di essere rilevati nella nostra meditazione comparata. Gesù aveva insegnato "sia santificato il tuo nome" (Mt.6,9; Lc.22,2) per esprimere il desiderio che il Padre suo e nostro venga riconosciuto e lodato. Nella preghiera del Getsemani il desiderio viene sostituito da un'affermazione elogiativa carica di fiducia in quanto Gesù dice: "Abba, Padre, tutto ti è possibile" (Mc. 14,36). E' una santificazione del nome del Padre, basata sul riconoscimento della sua onnipotenza. Gesù ha insegnato e Gesù realizza il proprio insegnamento.
Inoltre il "Padre nostro" insegnato da Cristo e ripetuto nella liturgia della Messa, termina con una domanda: "Non ci indurre in tentazione" (Mt. 6,13; Lc.211,4). Un senso di sfiducia nell'uomo anima queste parole che esprimono un riconoscimento della sua fragilità. Ovviamente Gesù non poteva applicarle a se stesso e perciò non si trovano nella preghiera individualizzata del Getsemani. Però anche qui vi è traccia di questo timore di Gesù per gli uomini di cui conosceva la grande debolezza e traspare nelle parole rivolte ai discepoli: "Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mc.14,38), parole che possono essere ricollegate all'ultima domanda del "Padre nostro" anche per dimostrare l'autenticità del ricordo getsemanico nella Messa.
Un parallelo getsemanico che dipende dal modo stesso come Cristo celebrò il sacrificio nell'ultima cena, consiste nel fatto che il pane e il vino vengono transustanziati separatamente per cui sull'altare si verifica una separazione del sangue dal corpo di Cristo. E' ben vero che la Chiesa crede che tutto Cristo è in ciascuna delle due specie consacrate e lo significa disponendo che il sacerdote dopo la consacrazione mette nel calice un frammento dell'ostia. Ma è altrettanto vero che anche nel Getsemani a motivo dell'ematoidrosi, il sangue di Cristo, in parte, si separa dal corpo. In ogni caso è dato certo che sull'altare dopo la consacrazione, la specie del corpo è separata dalla specie del sangue e questo è rilevante perché induce il fedele a pensare al sangue di cui parla il medico evangelista Luca: "il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra" (Lc.22,44).

Infine il Getsemani dimostra in modo palese la verità di quanto la Preghiera Eucaristica afferma nella Messa con queste parole: "Accettando liberamente la sua passione". Che il Cristo avesse la possibilità di fuggire, ma che abbia voluto cadere nelle mani di coloro che volevano ucciderlo è provato dal fatto che scelse, per passarvi la notte, il Getsemani dove Giuda lo avrebbe cercato.

Anche la presenza dell'angelo confortatore, l'effetto delle parole "Sono io" di cui parlerà nel paragrafo seguente, la guarigione miracolosa dell'orecchio di un servo di Caifa che Pietro aveva ferito e l'osservazione fatta al medesimo Pietro che il padre avrebbe potuto inviare legioni di angeli per salvarlo indicano che Cristo, per i mezzi soprannaturali di cui disponeva, avrebbe potuto sfuggire alla sua passione, ma non lo volle per rispetto alla volontà del padre che impegnava la sua libertà.

 

"Sono Io"

Nel Getsemani, luogo della sua più grande angoscia, Gesù volle che non mancasse un piccolo Tabor, cioè una dimostrazione della sua divinità come prova che egli accettava "liberamente" la sua passione e perciò come esempio ai cristiani e sostegno della loro fede.
Il piccolo Tabor s'innesta nell'avvenimento getsemanico quando arriva Giuda con i servi e i soldati del tempio per catturare Gesù. L'evangelista Giovanni ne riferisce puntualmente con questo dettaglio: "Allora Gesù, che sapeva tutto quello che doveva accadere, si fece avanti e chiese loro: "Chi cercate?". Gli rispondono: "Gesù Nazareno". Gesù dice loro: "Sono io". C'era anche Giuda, il suo traditore, con loro. Ma appena Gesù ebbe detto loro: "Sono io", indietreggiarono e caddero per terra. (Gv.18, 46).

Gesù aveva usato queste parole "Sono io" nella tempesta del lago quando i suoi credettero di vedere un fantasma (Mt.14, 2627) e le userà per convincerli della sua resurrezione (Lc.24,36), mentre nel Getsemani "Sono io" ha il significato di attestare la sua divinità come Dio aveva fatto nell'Antico Testamento: "Io sono il Signore" (Isaia 43,11). A queste parole quelli indietreggiarono e caddero a terra. Anche se l'apparizione della divinità è fugace e la cattura riprende, serve a dimostrare che il piano delle cose umane e delle cause naturali è superficiale e dietro ad esso si sviluppa il piano divino delle cause soprannaturali efficienti.
Andare al Getsemani significa dunque oltrepassare con il pensiero la contingenza delle cose terrestri e vivere nella realtà divina, piano che il cristiano raggiunge con l'osservanza dei comandamenti e approfondisce seguendo con docilità la voce dello Spirito Santo che guida la sua coscienza, come guida chiunque perché raggiunga ed eserciti la funzione soprannaturale che gli è stata assegnata nel piano creativo di Dio.

Il consiglio Getsemanico "vigilate" non riguarda solo il nemico che opera all'esterno, ma ancor prima la tentazione che aggredisce l'anima per allontanarla dal progetto di Dio e che Gesù ci ha insegnato a temere chiedendo al Padre "non ci indurre in tentazione" ancor prima di chiedergli "liberaci dal male".

Per la comprensione, la difesa e lo sviluppo del piano soprannaturale della nostra vita individuale sono utili e perciò raccolti e suggeriti dalla Chiesa gli esempi dei Santi. Nella molteplicità di espressione di questi uomini che in tempi e condizioni diversissime hanno compiutamente realizzato il volere di Dio e la vocazione individuale, vi è la dimostrazione lampante che ciascuno ha il suo compito da svolgere, diverso nel contesto della società, ma egualmente essenziale di fronte a Dio. La voce della coscienza individualizza il compito di ciascun uomo e gli ripete l'origine della sua vocazione: "Sono io", Gesù Cristo.
L'esistenza naturale, temporale dell'uomo è provvisoria e precaria. L'esistenza autentica e perenne sarà quella in Dio che viene preparata dalla vita soprannaturale che l'uomo può condurre nel tempo rispondendo positivamente alla vocazione di Dio.

Sta scritto nel Vangelo: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt.11,27). Dunque è il Figlio che sceglie e chiama, come pure è tramite per realizzare il disegno di Dio. "Che cosa dobbiamo fare gli chiede la folla per compiere le opere di Dio?" Gesù risponde: "Questa è l'opera di Dio, credere in colui che ha mandato" (Gv. 6,27) e San Paolo sviluppando questo principio, aggiunge: "Egli è morto per tutti perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro" (Cor.5,15).
Che poi Gesù, a sua volta, desideri questo lo ha dimostrato anche attraverso la materia e la forma con la quale ha istituito l'Eucarestia. Nulla ha maggior senso di unione nella vita dell'uomo del cibo e della bevanda per chi li assume. "Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue... mangiate e bevete tutti". L'ordine che viene ripetuto nella Messa è semplice e trasparente. Gesù desidera la vita d'unione con ciascuno di quelli che ha prescelto per arricchirlo di grazia e renderlo capace di ritrasmettere il messaggio e dilatare la luce, la grazia, la salvezza.

I discepoli non avevano ancora capito tutto questo ed essendosi addormentati avevano lasciato Gesù solo nel Getsemani. Di qui il suo lamento, e la frustrazione del suo desiderio di vivere la vita d'unione con l'uomo che non solo arricchisce divinamente l'uomo stesso, ma conforta il suo Cuore per il tradimento di altri uomini.

Nella vita dei Santi questo ricambio d'amore fra Cristo e l'uomo è la sostanza della vita soprannaturale condotta in grado eroico.

Meditando sul dato getsemanico di Gesù che dopo aver affermato il suo desiderio di amore umano, prima di lasciarsi imprigionare, condannare e giustiziare ritiene opportuno di dimostrare la sua forza divina buttando a terra la banda di Caifa, ci mette in grado di superare il volto terrestre degli avvenimenti e vedere il dramma di Dio che si mescola al dramma umano ricavandone una lezione di certezza e di fiducia.

La fiducia deve essere quella che traspare dal "Padre nostro" nel quale Gesù insegna a chiedere "il pane quotidiano" cioè non più dell'aiuto per ciò che giornalmente occorre, senza eccessivi calcoli previdenziali o di apprensione per gli avvenimenti del futuro che sono inclusi nella volontà di Dio.

Al volere divino il cristiano non solo si attiene e si affida ma lo invoca. L'inciso "sia fatta la tua volontà" del Pater Noster come pure quello "Non la mia volontà ma la tua sia fatta" del Getsemani, non hanno un significato di rassegnazione per un avvenimento inevitabile, ma di primato assoluto per ciò che Dio vuole.

In altri termini, la lezione fondamentale di Gesù nel Getsemani è quella della "disponibilità" perché è Dio stesso, cioè la sua grazia, che costruisce la vita e la santità del cristiano, la Chiesa, la salvezza dell'umanità e ricostruisce con vantaggio il piano che Dio aveva stabilito nel creare l'universo ed in questo ciascun uomo.

La disponibilità rispetto a Dio scalza dalle fondamenta l'orizzontalità delle scelte umane che le tecnocrazie dei governi politici, della vita e del comportamento umano hanno seminato e vanno seminando nella società di oggi e fra i cristiani.

La notte che dobbiamo vivere perché Cristo ci ha invitato nel Getsemani, è una notte illuminante e feconda che si chiuderà con il canto del gallo, canto di vittoria perché Cristo si è incaricato di vincere, con la sua, la nostra morte.

Nella luce delle rivelazioni del Sacro Cuore a ParayleMonial, "Sono io" ha il significato delle parole che sono scritte sull'altare di Santa Margherita Maria: "Ne crains rien, je regnairais malgré mes ennemis" ("non temere nulla, regnerò malgrado i miei nemici").

 

 

Primo gruppo di Meditazioni

"SCANDALUM PATIEMINI"
"Voi tutti resterete scandalizzati"

 

1 Cantato l'inno dell' hallel, Gesù e gli Apostoli uscirono dal Cenacolo, attraversarono Gerusalemme e si avviarono verso il monte degli ulivi.

Uscendo dalla porta della città, chiamata "Porta della fonte", entrarono nella notte della valle di Giosafat e fu questo passaggio, forse, a cambiare il tono e la sostanza delle parole di Gesù.
La notte gli veniva incontro ostile, a guisa di una cappa di piombo, e come desiderosa di soffocare quell'immensa carità che era divampata poc'anzi nell'istituzione del sacramento eucaristico.
Le tenebre potevano apparire al Redentore come un'immagine del buio spirituale verso il quale procedeva. Il regno dell'errore e del peccato sembrava aprirsi per inghiottire la vittima, o ergersi di fronte a somiglianza di una misteriosa e inesorabile muraglia.

Gli uomini si difendono dalla notte dormendo, ed anche a Gesù poteva sembrare un conforto cedere di fronte alla stanchezza di quel giorno di eccezione e cercare un luogo dove riposare. Ma il sonno è finito per Lui; il Cristo non dormirà più ed Egli lo sa... La notte lo avvolge quasi coltre funebre e richiama al suo spirito la realtà imminente ed atroce.

E' l'ultima notte della sua vita terrena e sarà la più tragica. Egli richiamerà fra poco l'attenzione degli Apostoli su questa notte: "In ista nocte"; il programma di sofferenze che essa gli serba si apre con un dolore intimo che attanaglia in questo momento il suo cuore. Egli sente di doverlo comunicare ai suoi Apostoli, poiché di essi si tratta, e vuole in qualche modo premunirli: "Omnes vos scandalum patiemini in me, in ista nocte"

L'espressione di Gesù lascia prevedere che gli Apostoli non solo si sarebbero scandalizzati per le vicende della passione ma anche, scandalizzandosi, ne avrebbero sofferto.

Gesù è profondamente turbato per questo duplice pensiero. Egli che aveva sempre evitato gli scandali, anche quelli che potevano derivare da inosservanze tributarie come quando volle che Pietro pescasse quel pesce che portava nella bocca una moneta "Per non recar ad essi scandalo" (Mt. 17,26); Egli che aveva usato contro gli scandali le parole più aspre, come quelle pronunciate a difesa dell'innocenza dei piccoli "Guai al mondo per causa degli scandali... guai all'uomo per colpa del quale viene lo scandalo" (Mt. 18,7), Egli sta ora per diventare motivo di scandalo, e coloro che si scandalizzeranno non sono uomini qualsiasi, ma quelli che ha scelto e sopra ogni altro amato, e dai quali, così come essi possono, è riamato.
Vi sono modi diversi di subire uno scandalo; vi è chi si scandalizza e ne ride; vi è chi si scandalizza con finta ira stracciandosi le vesti, ma vi è anche chi soffre per lo scandalo che riceve e così avverrà per gli Apostoli.

Gesù, tormentato dal pensiero di procurare scandalo e dolore, cerca un rimedio ricorrendo alle profezie e ripete agli Apostoli, come tante volte in passato, la necessità che Egli soffra, che il pastore sia percosso, che le pecore siano disperse.

Le sue parole giungono nella notte alle orecchie di quelli che camminano con lui e particolarmente di Pietro, il quale, forse, Gli era a lato e lo colpiscono.

Egli ferma il suo pensiero sulle parole: "Omnes vos scandalum patiemini in me" (Tutti voi patirete scandalo per me). Quelle successive non lo interessano.

Si direbbe che neppure gli importi che avvenga o non avvenga, in linea assoluta, lo scandalo annunziato da Gesù.

A Pietro importa che non si creda ad una sua infedeltà ed esclama:

"Et si omnes scandalizati fuerint in te, ego numquam scandalizabor" (Mt. 26, 33 Quand'anche tutti patissero scandalo per te, io non mi scandalizzerò mai)

E Gesù gli risponde con tristezza, ma anche con dolcezza:

"Amen dico tibi quia in hac nocte, antequam gallus cantet, ter me negabis" (Mt, 26, 34 In verità ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte)

Le negazioni di Pietro, ecco una conseguenza dello scandalo annunziato da Gesù.
"Percutiam pastorem, et dispergentur oves gregis" (Mt. 26,31 Percuoterò il pastore, e saranno disperse le pecorelle del gregge)

Gesù sa che le parole del profeta furono pronunciate per questi suoi Apostoli che lo accompagnano protestando la loro fedeltà, e che nel Getsemani, fra poco, saranno scandalizzati e dispersi.

Egli sente avvicinarsi il momento critico per il suo collegio apostolico, eppure avanza, nella notte, verso il Getsemani.

 

2 Non solo per Gesù, ma per chiunque collabori alla grande opera della Redenzione può accadere quello che accadde in quella notte e cioè che il mondo si scandalizzi di lui.
Lo scandalo vorrà dire meraviglia per il suo operato, dolore, perdita della stima.
L'opinione pubblica è uno strano impasto di impressioni collettive, ordinariamente sfavorevole a tutto ciò che rappresenta un fattore di novità e tanto più quando sgorga dall'iniziativa privata.

Si discutono le intenzioni, si scoprono fini reconditi, si demolisce (è facile demolire!), si stronca; per cui un'atmosfera di scandalo circonda alle origini le opere nuove, proprio quando esse dovrebbero riscuotere maggior comprensione ed aiuto.

Ma non soltanto le opere destano scandalo, sincero o falso, nell'opinione pubblica, ma la stessa vocazione operaia può essere accolta dal mondo come un motivo di smarrimento, come se essa venisse ad infrangere le norme del buon senso, della consuetudine, dei diritti e dei doveri!
Quando un'anima raccoglie nella sua intimità la voce di Dio e si avvede che Egli le va dischiudendo gelosi orizzonti soprannaturali insegnandole a considerare i valori terreni come mezzi per i quali non occorre impegnarsi come per un fine assoluto, poiché questo risiede unicamente nella adorabile volontà di Colui che ha creato e redento il mondo; quando quest'anima concepisce la determinazione di votare a tale scopo la vita rinunciando a determinati diritti ed accettando nuovi doveri; quando questa liberazione dell'anima dai lacci dell'umanità fa sbocciare sulle labbra, e prima nel cuore, una parola rivoluzionatrice: consacrazione, allora si determina spesso un controscena doloroso, reazione di anime e talora di ambiente, incomprensione e scandalo.

Rappresentanti del passato e del presente insorgono, in nome della famiglia, dell'avvenire ed anche dell'apostolato.

In buona fede, di solito, e anche con zelo, molti cercano di alzare delle barricate sul cammino che mette l'anima in relazione con Dio.

Vi è almeno un'ora nella quale le vocazioni più folgoranti e le opere più splendide appaiono in una luce di scandalo.

E il turbamento suscitato dallo scandalo è tanto più grave e doloroso, quando delle anime buone e care appaiono vittime della mormorazione, della calunnia, delle visioni limitate, dell'esagerato tradizionalismo, dell'opinione pubblica, insomma.

Non essere capito dai cattivi, anzi essere combattuto dai nemici è buon segno, può preoccupare, ma non addolora, è uno stimolo al bene, un pungolo per il nostro apostolato spesso lento come il bue.

Ma non godere della comprensione dei buoni ed esser osteggiato, travisato, al punto da suscitare dello scandalo, è straziante per il cuore dell'operaio.

Allora egli consideri che il Cristo, avviandosi al Getsemani, ha sofferto indicibilmente questo dolore.

 

3 Quando si affaccia la possibilità di uno scandalo, anche se lo scandalo è artificioso o comunque ingiustificato, il primo moto di un'anima finemente educata dallo Spirito Santo, consiste nel cercare di evitare, fin dove è possibile, lo scandalo.

Può capitare di essere causa di scandalo in modo involontario, ma non senza un motivo oggettivo.
Pur essendo animati dalla migliore buona fede e di ottima volontà sono possibili valutazioni sbagliate, parziali, inconsistenti.

Da un programma ottimo possono derivare conseguenze dannose.

Ma anche quando tutto procede per il meglio ed il fine conseguito appare buono, le affilatissime lame della mormorazione e della calunnia aprono ferite alle spalle di chi lavora, deformando l'opinione pubblica e spargendo il seme dello scandalo.

Lo scandalo è sempre dannoso. Anche quando il presunto autore dello scandalo è estraneo al fatto, oppure il fatto non deve essere interpretato a suo favore, anzi talora a sua lode.
Lo scandalo porta sempre a galla della melma per cui il malvagio, approfittandone, può pescare nel torbido.

Gli onesti perdono la serenità, hanno la penosa sensazione di un crollo interiore, di aver incontrato qualcuno che abbia abusato della loro fiducia.

"Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà"; restano infatti delle cicatrici nelle anime che hanno sofferto uno scandalo, anche se provocato dalla calunnia, che non sempre il tempo e le circostanze riescono a cancellare.

Perciò lo scandalo, fin dove è possibile, deve essere evitato.

Spesso bastano delle precauzioni modeste, così modeste da sembrare inutili e trascurabili.
Ma una carità più esperta deve suggerirci che nulla è piccolo e secondario quando si può evitare al prossimo un motivo di incertezza, o un dolore.

Talora basta comunicare ad altri le intenzioni prima di agire non solo per chiedere consiglio, che sarebbe già molto, ma anche per studiare la reazione del prossimo al progettato piano d'azione.
Questo sondaggio rende esperto l'operaio, gli mostra gli aspetti della sua impresa che sono, o che possono sembrare, meno simpatici; egli scoprirà in anticipo rispondenze inimmaginabili, potrà smussare gli angoli, prevenire gli equivoci, ed avrà in seguito, nei suoi consiglieri, dei sostenitori convinti.

Noi, povero uomini siamo così fatti che le notizie improvvise ci muovono alla diffidenza, alla critica e talora allo scandalo.

E basta così poco, a volte, per evitare tutto questo...Un altro accorgimento per ovviare all'atmosfera di scandalo intorno alle nostre opere consiste nel rivestirle, come si conviene, di umiltà.
L'esempio del Cottolengo, così antitetico a tutte le forme della moderna propaganda, il quale chiamava "Piccola Casa" la sua opera colossale, insegni.

Tutto è piccolo al cospetto di Dio e di ciò che Dio merita! Tutto è insignificante quando si pensi a ciò che avrebbe dovuto essere, se la nostra miseria non avesse avvelenato l'impresa.
Non è per opportunismo che dobbiamo evitare ogni lode verso l'opera nostra, ma per convinzione e come in omaggio alla verità.

Avviene che il fascino dell'umiltà si espande attorno al lavoro dell'operaio evitando che se ne parli a torto, con ipercritica e con sapore di scandalo.

 

4 Ma spesso la buona volontà non basta. Quando un'anima sente la chiamata di Dio e si dispone a seguirla per consacrarsi a Lui, non manca quasi mai, come si disse, chi non ritenga inopportuna la decisione, nociva ed anche scandalosa.

E' lo scandalo dei pusillanimi, di chi non sa misurare le cose se non con il metro umano, di chi non ricorda le apostrofi di Gesù: "Qui amat patrem aut matrem plus quam me, non est me dignus" (Mt. 10, 37 Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me).

Di fronte a questo scandalismo che tenta di sbarrargli la strada, esauriti tutti gli argomenti che la carità può suggerire, chi è chiamato non può indugiare: prima il volere di Dio e poi il volere degli uomini.

In questo caso, e sempre quando lo scandalo si oppone all'adempimento di un dovere, bisogna saper affrontare lo scandalo.

Con il pensiero rivolto a Gesù che, pur dolorando per lo scandalo imminente, procedeva verso il Getsemani.

Con la sua ferma e serena decisione. Con la sua dolcezza, affinché le anime non siano, per quanto possibile, turbate.

Con la sua tristezza, per sincerità interiore e perché sia chiaro che a malincuore si affronta la condanna del prossimo.

Da questo esempio che riguarda il primo passo della vita operaia, ossia la consacrazione individuale, il pensiero di chi medita può passare ad innumerevoli altre circostanze che il buon operaio può incontrare sul suo cammino.

Per ogni opera, e quasi per ogni atteggiamento dell'operaio, vi è la possibilità che le sue intenzioni vengano travisate e che il mondo sollevi il polverone dello scandalo attorno a lui, speculando sulle manchevolezze o sulle circostanze sfavorevoli.

La prima cosa che diranno sarà che l'operaio lavora per il suo interesse, o per vanagloria, o per tornaconto della Società a cui appartiene. Quando poi sarà chiaro lo spirito di rinuncia con il quale le opere vengono costruite, si troveranno altri modi per intaccare sottilmente l'impresa apostolica. E lo scandalo sarà tanto più aspro, doloroso e meritorio, quanto più viene da coloro che dovrebbero invece comprendere, scusare, favorire, ringraziare.
Bisogna rifarsi, allora, alla tragica notte del Getsemani e mettersi accanto a Gesù che procede nelle tenebre con il cuore squarciato dal dolore.

Egli temeva di sollevare uno scandalo e noi diciamogli che soffriamo con Lui, del suo stesso dolore, e che vogliamo essere partecipi, per consolarlo, del suo scandalo.

 

2. "POSTQUAM RESURREXERO"

1 Camminando nella notte, fuori della porta esterna di Gerusalemme e nella direzione del Getsemani, Gesù aveva cercato di premunire gli Apostoli contro lo scandalo che avrebbero sofferto a cagione sua, richiamando le parole della Bibbia.

Ma questo tentativo non basta alla sua carità. Gesù ora fa ricorso ad un altro mezzo per sostenere, nella prova, la fede degli Apostoli: egli profetizza nuovamente la sua resurrezione.
Spesso Gesù aveva parlato della passione ed aveva anche annunciato, più o meno apertamente, la risurrezione.

Anche i prìncipi dei sacerdoti e i farisei ne erano a conoscenza e, temendo una risurrezione, vera o simulata, chiederanno a Pilato di mettere delle guardie al sepolcro: "Domine, recordati sumus, quia seductor ille dixit adhuc vivens: post tres dies resurgam" (Mt. 27,63 Signore, ci siamo rammentati che quel seduttore disse ancor vivo: dopo tre giorni risusciterò). Se gli Apostoli avessero meditato queste parole la loro fede non sarebbe ora in pericolo.
Ma Gesù li conosce, sa che cercano ogni volta di confinare i suoi insegnamenti nell'ambito più ristretto, sensibile, tradizionale.

Perciò Egli ritiene opportuno di ritornare, in questo momento decisivo, sull'argomento della resurrezione.
Ne parla di scorcio, come di cosa ben nota che gli serve di riferimento per dare ai suoi Apostoli un appuntamento in Galilea: "Postquam resurexero Egli dice praecedam vos in Galileam" (Risuscitato ch'io sia, vi precederò in Galilea Mt. 26, 32).

Sembra di scoprire in questa frase un finissimo accorgimento di Gesù per dare al pensiero della sua resurrezione un tono pratico, domestico, convincente. Non è più l'annunzio di sapore profetico con il quale Egli disse un giorno che il popolo ebreo non avrebbe visto altro miracolo se non quello, rinnovantesi, di Giona profeta: "Generatio mala et adultera signum quaerit, et signum non dabitur ei, nisi signum Ionae prophetae Sicut enim fuit Ionas in ventre ceti tribus diebus, et tribus noctibus; sic erit Filius hominis in corde terrae tribus diebus, et tribus noctibus" (Questa generazione malvagia e adultera va chiedendo un prodigio: e nessun prodigio le sarà concesso tranne quello del profeta Giona Ché, come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del cetaceo, così starà il Figlio dell'uomo tre giorni e tre notti nel seno della terra Mt. 12, 3940)

Egli parla ora della resurrezione quasi con noncuranza, come di un fatto di cronaca che può essere facilmente anticipato per uno scopo preciso e pratico: quello di convocare gli Apostoli fra poco in Galilea; come di un avvenimento assolutamente sicuro che entra nella sfera degli impegni imminenti.

Questo tocco leggero non è indice di trascuratezza, anzi sembra pensato per incidere nella mente e nel cuore degli Apostoli, diffidenti ed impressionabili, più di quanto non potesse un'affermazione solenne; quasi per creare un'atmosfera di convinzione intima e di attesa serena intorno al fatto della resurrezione.

E' una parola che Gesù adopera, non più di una; quanto è strettamente necessario per ricordare il miracolo: "resurexero". Eppure in questa parola vi è una sicurezza conquistatrice, poiché il miracolo è così certo che non solo viene annunziato, ma dato per sicuro in relazione al viaggio da compiersi in Galilea.

Questa parola, che parla del più grande miracolo di Cristo, è come un'attestazione della sua divinità alle soglie dell'episodio che deporrà più d'ogni altro per la sua umanità.
E' come l'ultimo raggio del Tabor prima del Getsemani.

 

2 Il trionfo sulla morte è la grande prova offerta al mondo per testimoniare la divinità di Gesù. Egli è risorto e poiché non è proprio della natura umana rompere i lacci della morte ridonando vita ad un cadavere, per questo Egli è Dio. Gesù è risorto. Gesù è Dio.
Fra queste due espressioni corre un legame logico pari ad un segno matematico di eguaglianza. Non è dell'uomo sopraffare la morte.

Ma se Gesù Cristo è Dio, deve riscuotere, più e meglio la nostra fede e la nostra adorazione. E' singolare che, prossimo ad entrare nel Giardino degli ulivi, Gesù abbia voluto richiamare, accennando alla resurrezione, i fulgori della sua divinità. Come per ammonire gli Apostoli, e noi stessi, che l'estremo abbattimento del Getsemani non dovrà mai farci dimenticare che colui che soffre è il Figlio di Dio e perciò Dio, infinitamente sapiente nell'ammaestrarci e infinitamente potente nell'aiutarci.

Possediamo noi, veramente, questa fede nella divinità del Cristo? Non è essa più dottrinale che pratica, giustapposta alla nostra vita piuttosto che macinata e intimamente commista alle nostre azioni?

La nostra è una fede gelida come quella di chi crede in un fatto storico perché ottimi documenti lo provano, ma non è purtroppo, o non a sufficienza, la fede in una realtà operante che l'uomo, e perciò noi stessi, abbiamo a disposizione: la divinità del Cristo.
Come agli Apostoli, così sembra che Gesù dica a noi che non è possibile accostare il Getsemani senza prima rinvigorire in noi stessi la fede nella sua divinità. Il Magnificat che l'operaio recita ogni mattina quando riceve il sacramento eucaristico ha il significato di un riconoscimento di questa verità che rende il dono di Dio sopra ogni altro prezioso, di una lode all'Altissimo per la quale non è possibile trovare parole più degne di quelle usate da Maria, di un atto di fede che si appunta in Colui che un giorno si fece carne in Maria e che ora si fa carne, per così dire, in ciascuno di noi. Gesù Cristo è Dio!

 

3 La concretezza operaia richiede che lo spirito di fede nella divinità di Cristo non sia contenuto nei confini della devozione, ma che da questa dirami, alimentando ogni espressione della sua vita. Un aspetto pratico e fecondo consiste nel prestare fede assoluta alle parole scritturali che racchiudono il segreto pensiero e la volontà del Cristo.

L'operaio deve avere dimestichezza quotidiana con il Vangelo, e tutti gli episodi che riportano l'esempio di Gesù ed il suo insegnamento devono essere oggetto di una meditazione che non avrà modo di esaurirsi nel corso della vita, ma ogni giorno si rinnovellerà cogliendo nuovi particolari e nuove applicazioni.

Le parole del Vangelo sono profumate di una giovinezza inesauribile e diffusiva. Nelle pieghe di ogni frase è racchiuso il segreto della santità, e ciascuno vi può ritrovare il suo tipo, quello che si adatta alla sua costituzione spirituale ed al momento particolare che egli attraversa.
L'esperienza della Chiesa insegna che molti santi trassero dal Vangelo lo stimolo e la direttiva della loro azione.

Classico l'esempio di San Francesco che avendo udito dal Sacerdote nella Messa il Vangelo che dice: "Nihil tuleritis in via, neque virgam, neque peram, neque panem, neque pecuniam, neque duas tunicas habeatis" (Non prendete niente per viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né danaro, e non portate due vestiti Lc. 9,3), concepì l'ardito disegno di condurre a nozze Madonna Povertà.

Gesù medesimo ha chiesto che alle sue parole fosse attribuita tutta la fede.
Occorre piegarsi sul Vangelo come il navigatore sulla bussola dove l'ago magnetico sostituisce la stella polare quando il cielo è coperto. Il Vangelo sostituisce, in parte, la presenza sensibile, umana, del Cristo al nostro fianco.

Come l'Eucarestia è il Verbo fatto carne, così il Vangelo è il Verbo fatto parola adatta per noi.
Egli lo ha detto. Alle parole di Gesù dobbiamo aggrapparci con le radici più profonde del nostro essere, così che la fede in Lui non ci possa venire tolta quand'anche ci fosse tolta la vita; fede umile, indistruttibile, generosa, fiera.

Quando le ore getsemaniche incombono e l'orizzonte umano appare gravato, la nostra fede nell'esempio e nella parola di Cristo deve esaltarsi. La fede è virtù specialmente quando l'atto di credere costa sacrificio e rinunzia; ora questo non tanto avviene nel settore speculativo dove affermare il trascendente, per chi ragiona, è una necessità più che un merito, ma piuttosto nelle vicende della vita ordinaria quando l'insegnamento del Cristo pare contrasti con il punto di vista umano che sembrerebbe richiedere superbia invece di umiltà, violenza invece di bontà, disperazione invece di speranza.

In tali giorni, così frequenti sul cammino dell'operaio, veniamo a constatare quanto costi un atto di fede pratica. Allora, quand'anche la natura insorga in un conato di ribellione, dobbiamo raccogliere tutte le forze di resistenza di cui possiamo disporre per dire a Gesù che crediamo in Lui, vero Dio, vittorioso della morte e di ogni raggiro demoniaco, e per ripetergli l'espressione di Pietro: "Domine verba vitae aeternae habes" (Signore, tu hai parole di vita eterna Mc. 16,7)

 

4 L'ultimo grande colloquio con i Dodici ebbe luogo nel Cenacolo e si protrasse nella notte attraverso le vie di Gerusalemme e fuori le mura.

Siamo ora alle ultime battute e poi verranno i persecutori a disperdere il gregge apostolico.
Gesù prende una misura di sicurezza e dà convegno ai suoi apostoli in Galilea per quando sarà risorto.

Questo annunzio rimarrà nei loro cuori trascurato e quasi sommerso dagli avvenimenti della passione, ma rivivrà quando questi galilei impauriti ascolteranno dalle donne le parole ammonitrici dell'angelo trovato a custodia del sepolcro: "dicite discipulis eius, et Petro, quia praecedit vos in Galileam; ibi eum videbitis, sicut dixit vobis" (Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; quivi lo vedrete come vi ha detto Mc. 16,7).
Sorgerà allora, dalle profondità del loro essere, il richiamo dei monti, del lago, delle case.... Muoveranno verso il Nord e la promessa ritornerà come da lontano, le parole udite nella notte acquisteranno uno splendore come se fossero scritte col fuoco: "Pracedam vos...." (Vi precederò Mt. 26,31 Mc. 14,28). Ed essi partirono fiduciosi.

Ma chiediamoci il perché di questa espressione di Gesù. Egli avrebbe potuto dire: "Andate ed io vi raggiungerò". Invece vuole precedere in Galilea il suo collegio apostolico: "Praecedam vos".
C'è lo stile di Gesù, in queste parole. Il dolcissimo Nazareno annunziatore delle beatitudini ed operatore dei miracoli vuole essere un Capo, e il Capo precede.

Mille volte ha predicato questo stile con l'esempio ed ora lo dichiara in forma circostanziata con le parole.

Gesù ha sempre preceduto i suoi cristiani aprendo la via della buona novella, come la prua precede la nave. Egli ha affrontato i Farisei, i Sadducei, i lapidatori dell'adultera, i venditori nel tempio e potrà dire fra poco, nel Getsemani, a quelli che lo odiano: "Cum quotidie vobiscum fuerim in templo, non extendistis manus in me..." (Quando mi trovavo con voi ogni giorno nel tempio, non stendeste mai la mano contro di me Lc. 22, 53).

Il Cristo non conobbe viltà, fu pronto a pagare di persona, a fare e ad insegnare, a precedere in ogni momento quelli che ebbero fede in Lui, ed ora lascia intendere che questo sarà il suo stile anche in seguito, dopo la resurrezione.

"Praecedam vos" sono parole che devono suonare come monito e come conforto al cuore dell'operaio. Per mancanza di idee, di volontà, di virtù, o per altre mancanze, gli uomini sono di solito inerti, attendono che altri li trascini per le vie del bene e perciò l'operaio deve spesso assumere il più grave peso delle opere apostoliche, l'iniziativa.

Rompere il ghiaccio dell'indifferenza e il tenace avvolgimento dell'inerzia spirituale è per lui un compito preciso e frequente.

Egli non può trovarsi di fronte ad una situazione spiritualmente stagnante senza avvertire l'impulso di agitare quelle acque perché si compia il miracolo dell'apostolato cristiano.
Risvegliare i dormienti, indicare la meta ai dubbiosi, sostenerli, spingerli, trascinarli, se occorre. In una parole: precedere.

Quando l'operaio si troverà in queste contingenze, amareggiato e stanco, quando la tentazione di fermarsi, di accontentarsi, di pensare a sé si insinuerà nella sua anima strisciando, come un serpente, allora egli risenta la parola programmatica di Gesù "Praecedam vos" e dica a se stesso che tale è la sua missione sulle orme dell'Operaio divino: precedere. Lo stile di Gesù continua, nel tempo, dopo la sua resurrezione. Chiunque ha la fortuna di collaborare con Lui alla Redenzione sa, per esperienza, che questo è il metodo del nostro Capo, il Cristo. Per vie misteriose ed espertissime, interiori od esterne, giunge il momento nel quale l'operaio sente di essere preceduto da una forza invisibile che al tempo giusto abbatte le difficoltà, illumina, conforta, sprona, indica la strada. Non è una percezione umana, ma pure così evidente, direi sensibile, che rappresenta per chi la esperimenta, una prova intima, personale dell'esistenza di Dio. Lungi dall'abbandonare il suo operaio, Egli lo accompagna, passo passo; il suo aiuto è nascosto all'occhio del profano ed anche colui che lo riceve non può antivedere per dove e come sarà preceduto da Gesù. E' u aiuto, dunque, che viene fornito all'uomo con un meccanismo che non rende mai superflua la virtù della fede, anzi la postula: e perciò deve applicarsi all'operaio la parola della Sapienza: "Iustus ex fide vivit" (Il giusto vive di fede Abac. I, 2,4).

Lavorando con retta intenzione e al cospetto di Dio, egli sa che Gesù lo precede, ed è il suo più grande conforto vivere di questa fede.

 

3. "NON TE NEGABO"

1 Il colloquio di Gesù con Pietro nel quale Egli profetizza la triplice negazione del principale degli apostoli viene riferito da Matteo e da Marco come se fosse avvenuto durante il percorso dal Cenacolo al Getsemani, mentre Luca, che il Vannutelli considera come "l'ordinatore" dei testi sinottici, lo anticipa durante le cerimonie dell'ultima cena; ed anche Giovanni lo fa precedere ai grandi discorsi che Gesù tenne agli Apostoli prima di abbandonare il cenacolo.

Riportiamo a questo proposito, un'osservazione di Sant'Agostino: "L'ordine non importa alla realtà delle cose, sia così fosse, sia così.

Può avvenire che un evangelista abbia narrato dopo, non quello che dopo era avvenuto, ma ciò che prima egli aveva tralasciato, o che anticipi quel che era avvenuto più tardi, come da Dio gli era suggerito" ("De consensu evangelistarum", II c. XXXIX, 86).

Noi che ci siamo attenuti a quanto Dio ha suggerito a Matteo ed a Marco, dobbiamo ora meditare sulla seconda reazione di Pietro alle parole di Gesù.

All'annunzio del divino Maestro, appoggiato sul testo scritturale, che stava per aver luogo la dispersione dei suoi apostoli, Pietro rispose prontamente che se anche tutti avessero abbandonato Gesù, egli non si sarebbe mai staccato da Lui.

Questa frase avventata viene raccolta da Gesù, il quale ora ripete la sua accusa specificando che Pietro lo avrebbe tradito tre volte prima del canto del gallo.

Tali parole circostanziate e inequivocabili avrebbero dovuto ammutolire Pietro. Ma egli invece, come nota Marco, più e più parlava ("At ille amplius loquebatur") ed uscì in quella frase imprudente che rimane nella storia come un classico esempio della presunzione umana: "Et si oportuerit me simul commori tibi, non te negabo" (Mc.14,31 Quand'anche fosse necessario che io muoia insieme con te non ti rinnegherò).

Di fronte alla spavalda sicurezza di Pietro che osa opporsi due volte, e sempre più gravemente, alla parola di Gesù ipotecando il domani, la sua fedeltà ed, anzi, il suo eroismo, il pensiero corre al miserabile episodio che si svolge sul far dell'alba nel cortile del Sommo Sacerdote, dove attorno ad un fuoco due serve accusano Pietro di essere un seguace del Nazareno.
Quasi dimentico delle parole pronunciate poche ore innanzi, e dimentico, più ancora, della divina avventura alla quale da tre anni era stato chiamato, con la foga e con la leggerezza propria del suo carattere disse e giurò: «Non lo conosco». Queste parole "... nescio hominem istum" (Mc 14,71 Non conosco quest'uomo) riferite da Marco discepolo di San Pietro e congiunte a quelle che stiamo meditando «Non te negabo", ci danno la sensazione di quanto sia spaventosa l'improntitudine dell'uomo riguardo a se stesso. Il tradimento del principe degli apostoli, così sicuro di sé nella notte del Getsemani, è tale da atterrire l'animo di ogni operaio.

 

2 Quando Pietro affermava di non voler negare il Cristo anche a costo della vita, qualora fosse stato necessario, era indubbiamente sincero.

In questo tratto del Vangelo Pietro non è un bugiardo ma un presuntuoso, non è un traditore ma un tradito dalla stima eccessiva che ha di sé e delle proprie forze.

Egli ritiene di poter essere all'altezza dei suoi compiti, degno della fiducia che il Maestro ripone in lui e su questa certezza ipoteca il futuro.

Nell'impetuosità di Pietro traspare un sentimento di soddisfazione per la posizione spirituale raggiunta, la quale viene considerata come una garanzia di vittoria e quasi un piedistallo da cui è possibile misurare i valori assoluti degli uomini e delle cose.

Questo senso di benestantismo, o di sufficienza spirituale, è un inciampo sulla via della perfezione, la quale è sempre accompagnata da un senso di incompiutezza, e cioè da un'ansia insaziabile di purificazione e di ascesi.

Non basta essere insoddisfatti, ma occorre positivamente diffidare di sé.

Diffidare di sé vuol dire credere sinceramente alla demolizione procurata nell'essere umano dal peccato d'origine, così da renderlo squilibrato e pericolante nell'anima e nel corpo, senza togliergli l'impulso alle cose altissime per cui è stato creato.

Diffidare di sé vuol dire che, data la precarietà del complesso spirituale umano, si riconosce la necessità assoluta di poggiare la propria vita interiore sopra un fondamento di certezza che solo Iddio creatore può fornire.

Perciò la diffidenza di sé è un tacito avviamento alla verità, una postulazione umile e certamente gradita a Dio della sua luce rivelante e della sua grazia redentiva.
La diffidenza di sé è un appello al Cristo, una posizione spirituale che attira il suo Cuore verso l'uomo, così come fu attirato un giorno dalle parole del centurione "Domine non sum dignus ut intres sub tectum meum" (Signore io non son degno che entri sotto il mio tetto Mt. 8,8), dalle parole della cananea: "Domine, adiuva me, nam et catelli edunt de micis quae cadunt de mensa dominorum suorum" (Aiutami, Signore....anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni Mt. 15, 2527), e dalla fede senza parole dell'emorroissa che cercava salute nel Cristo: "Dicebat enim intra sé: Si tetigero tantum vestimentum eius, salva ero" (Poiché diceva dentro di sé: Sol ch'io tocchi la sua veste sarò guarita Mt. 9,21).

Come l'igiene del corpo è fondata sulla considerazione delle malattie nelle quali l'uomo può incorrere e contro le quali il sapere medico prende le opportune precauzioni, così l'igiene spirituale è fondata sul pensiero costante della fragilità e della morbilità dell'anima umana, che si esprime in una paziente, intelligente e inobliabile diffidenza di sé.

 

3 La diffidenza deve anzitutto esercitarsi nei riguardi dell'intelligenza personale.
Ciascuno deve dubitare della propria capacità di vedere giusto in ordine ai suoi doveri, anche se, da un punto di vista umano, può sembrare che egli sia lungimirante, accorto, sensibile, pronto, istruito e saggio.

La sapienza dell'uomo è sempre un'entità ridicola a confronto della sapienza di Dio ed è questa che regge il mondo.

Il meccanismo degli avvenimenti spirituali e materiali non può essere raggiunto che faticosamente e incompiutamente dall'intelligenza umana, la quale in ogni decisione si trova di fronte a dei fattori imponderabili.

Quanto più si allarga la conoscenza dei problemi, tanto più si avverte la responsabilità e la difficoltà della decisione, cosicché, diminuendo l'ignoranza, aumenta proporzionalmente il senso della limitazione dell'intelligenza umana.

Tanto è intricato il groviglio dei fenomeni che si svolgono nell'uomo e attorno all'uomo, che meditando su di esso, non solo la presunzione di chi crede di saper tutto e di poter giudicare di tutto appare insostenibile, ma perfino si corre pericolo di cadere nell'estremo opposto e cioè nella viltà spirituale di chi non si sente di prendere una decisione e di uscire dall'incertezza per agire secondo una precisa direttiva.

La diffidenza verso il proprio pensiero si traduce pertanto nel ricorso fiducioso a Colui che è Sapienza increata, Verità redentrice, Datore di ogni lume.

Dagli abissi della nostra ignoranza sale l'invocazione del cieco di Gerico: "Domine, ut videam" (Signore che io veda! Lc. 18,41).

Per ogni giornata: "Domine, ut videam!". Per ogni opera: "Domine, ut videam!". Per ogni problema da risolvere: "Domine, ut videam!".

Ed anche se la strada sembra illuminata e sgombra, allora più che mai, per evitare la presunzione, il superficialismo, la mediocrità, l'ignoranza colposa: "Domine, ut videam!".

Secondariamente, l'atto più importante consiste nel costringere il proprio pensiero a ragionare a fil di logica con obiettività e completezza.

Il buon operaio è un'anima orante ed un cervello pensante.

Prima di accingersi ad un'opera qualsiasi, grande o piccola, prima di stabilire il piano della giornata, oppure di giudicare o di consigliare qualcuno, come pure di fronte ad ogni altra circostanza che richieda un suo consapevole impegno, l'operaio deve raccogliersi e pensare.
Iddio non lascia mancare i lumi a chi umilmente li chiede.

E' l'uomo che troppo spesso non si trattiene a consultare se stesso e procede trascinato dalle sue passioni, buone o cattive, ma sempre irrazionali.

L'uomo è dotato, in grado più o meno grande, di una qualità preziosa: l'intuizione; ma ricordi l'operaio che l'intuizione deve sempre essere rigorosamente controllata perché diversamente può guidare alla rovina.

Chiedere alla propria intelligenza il massimo sforzo, sorvegliarla perché non si lasci intorbidire dal sentimento, impegnarla nella minuta analisi di ciò che giunge nel raggio dell'azione personale, è un modo pratico e salutare con il quale l'operaio prende posizione contro le costruzioni affrettate e provvisorie della sua intelligenza.

L'autocritica da esercitarsi mediante la consultazione pacata e spietata del proprio pensiero, richiede di essere integrata dalla consultazione del prossimo ed anzitutto dei Superiori.
La teologia insegna che i Superiori posseggono una grazia speciale per dirigere i dipendenti, la grazia di stato, e perciò è privo di senso comune chi non ne approfitta.
L'operaio non deve guardare ai suoi Superiori con timore panico, oppure con il segreto desiderio di evadere da quelle che possono essere le loro direttive.

Bisogna considerare i Superiori con devozione, con disciplina, come i detentori per mandato divino di segreti importantissimi per la buona riuscita delle nostre opere, ma anche con semplicità e con la massima confidenza, così che ogni iniziativa sia di fronte ad essi come una casa di vetro dove il loro sguardo possa penetrare liberamente.

Superiori sono anzitutto quelli che il Redentore ha disposto al governo della sua Chiesa: il Papa e i Vescovi.

Ma Superiori sono anche coloro da cui, per altri titoli, devono dipendere le opere alle quali l'operaio si dedica.

Una superiorità specifica l'operaio deve poi riconoscere a tutti coloro che sono in grado di fornirgli consigli e idee intorno al suo programma di azione, sia dal punto di vista spirituale come dal punto di vista tecnico, a cominciare dal direttore spirituale fino all'uomo di strada.
Consultare il pensiero degli altri deve diventare per l'operaio non un atto di umiliazione, ma una sorgente di gioia; una ricerca del volere divino, un alleggerimento della propria responsabilità.

 

4 La diffidenza di sé si estende necessariamente dal settore dell'intelligenza al settore della volontà.
Quando, per illuminazione interna od esterna, il giudizio dell'uomo può dirsi esatto vi è pur sempre motivo di temere che le passioni pervertano i giudizi dell'intelligenza trascinando la volontà verso l'errore.

La nostra volontà è ammalata, ed il cammino lungo ed aspro della perfezione non è altro che un processo di irrobustimento della volontà affinché essa risponda fedelmente al magistero divino.
Conoscenza del dovere da compiere e disobbedienza della volontà, è ciò che avvenne in Pietro quando nell'atrio del sommo sacerdote gli fu chiesto se egli appartenesse ai seguaci di Gesù. La paura irretì la sua volontà e la deviò verso lo spergiuro.

Perciò da questo tratto del Getsemani, l'operaio deve imparare a diffidare della sua volontà ancor più che della sua intelligenza.

Non possiamo dare affidamento di noi stessi, se non condizionatamente all'aiuto che ci verrà da Dio e cioè "per grazia di Dio" e "se Dio vorrà".

Ogni altra posizione è irreale e dannosa perché alimenta una certezza infondata ed impedisce il ricorso alla fonte unica della fortezza, la grazia, dalla quale non possiamo prescindere.
La convinzione della debolezza congenita della nostra buona volontà non deve essere una posa suggerita da una umiltà affettata, ma una robusta convinzione che non tanto si esercita nelle dichiarazioni verbali, quanto nel giudicare severamente noi stessi e nel prendere le misure opportune.

Il tradimento della volontà può essere evitato a condizione di mantenere in efficienza l'esercizio del libero arbitrio che Iddio regalò all'uomo.

Che la vera libertà non consista solo nella libertà fisica ma nella libertà morale e cioè nella libera scelta del bene, in ordine al fine, come la teologia insegna, appare evidente quando si consideri che ogni adesione al male è ordinariamente una capitolazione dell'uomo di fronte alle forze oscure di un istinto ammalato e irrazionale.

Dominare perfettamente nella nostra anima tutto ciò che è istintivo equivale ad assicurarsi uno svincolamento vittorioso dagli assalti del maligno.

Il congegno del libero arbitrio deve essere conservato con la cura assidua con la quale si conservano le macchine per le quali non vi è peggior nemico del nonuso.

Una macchina lasciata ferma viene invasa dalla ruggine e perde quella messa a punto di ogni parte che garantisce il buon funzionamento.

Non esercitarsi a volere, equivale a soccombere.

Di qui l'importanza che l'operaio deve attribuire alle piccole mortificazioni, ai sacrifici più grandi e liberamente ricercati, alla rinuncia di ciò che pure rappresenterebbe un suo diritto.
Tutto questo fa parte della manutenzione della volontà la quale deve essere come un acciaio lucente in condizioni di piena efficienza.

Le amare lacrime versate da Pietro al canto del gallo, saranno evitate all'anima accorta che diffida di sé e confida nell'aiuto onnipotente di Dio.

 

4. "GETSEMANI"

1 Uscito dalla città nel cuore della notte, Gesù scende in una triste valle cosparsa di sepolcri che ha nome "Giosafat" e cioè "Giudizio di Dio", oltrepassa il torrente che scorre in essa chiamato "Cedron" e cioè "fiume nero", ed entra in un luogo che Matteo chiama "villa", Marco "podere" e Giovanni "orto".

E' il Getsemani, che si estende sulla riva sinistra del Cedron alle falde del monte degli ulivi.
Che Gesù abbia attraversato il Cedron non risulta dal racconto dei sinottici se non per logica necessità topografica, mentre Giovanni lo nota espressamente "trans torrentem Cedron" (Gv. 18,1 Al di là del torrente Cedron).

E queste parole di Giovanni ne richiamano altre dell'Antico Testamento che si riferiscono ad un episodio svoltosi in quel medesimo luogo ed in modo straordinariamente allusivo e profetico.
E' nel Libro dei Re dove si racconta della ribellione di Assalonne contro il padre Davide, della congiura scoppiata in Hebron e della fuga di Davide con i suoi dalla città santa.
Così narra la Bibbia:

"Egressus est ergo rex, et universa domus eius pedibus suis... Dixit autem rex... ego autem vadam, quo iturus sum... Omnesque flebant voce magna; et universus populus transibat; rex quoque transgrediebatur torrentem Cedron; et cunctus populus incedebat contra viam, quae respicit ad desertum... David ascendebat Clivum olivarum, scandens, et flens, nudis pedibus incedens, et operto capite... dixitque David: Infatua, quaso, Domine consilium Achitophel... Si forte respicit Dominus afflictionem meam: et reddam mihi Dominus bonum pro maledictione hac hodierna" (2° Re, 15, 16.19.20.23.30.31; 16, 12 "Il re uscì con tutto il popolo che lo seguiva a piedi... Ma il re disse... io me ne andrò dove debbo andare... Tutti piangevano a gran voce e il popolo passava. Anche il re oltrepassò il torrente Cedron e tutta la gente s'incamminava per la via che conduce al deserto... Davide saliva il colle degli ulivi e saliva piangendo, camminando a piedi nudi e a capo coperto... e Davide disse: O Signore, sventa, ti prego il consiglio di Achitofel... Chi sa che il Signore guardando alla mia afflizione non mi renda del bene per la maledizione di questo giorno")

Un nuovo re passa ora, a piedi, con i suoi, attraverso il torrente Cedron... e piangerà inoltrandosi fra gli ulivi, e si rivolgerà al Padre chiedendogli che sia allontanato da lui il calice dell'amarezza... ma come Davide il quale disse che sarebbe andato dove doveva andare, così questo nostro re soggiungerà al Padre il "fiat" della partecipazione incondizionata al divino volere... e dalle sue membra uscirà sudore di sangue tanto è lo spasimo della maledizione del peccato che egli sente sopra di sé...

Davide, anticipò nella sua persona, in modo misterioso, l'angoscia per il tradimento, la fuga dalla città oltre il torrente, lo spasimo del dolore sulle pendici del monte ricoperto di ulivi.
Gesù, obbediente fino alla morte, esegue con fedeltà il volere divino prefigurato nel sacro testo.

 

2 Siamo oltre il Cedron, sul limitare del podere che ha nome Getsemani.

Nome misterioso che dalle origini del cristianesimo ad oggi sembra comunicare alle anime un senso di sgomento, come velario di un episodio terrificante e difficilmente accessibile alla nostra ragione.

Come Cedron, come Giosafat, anche il nome di Getsemani ha un significato etimologico austero e per di più funzionale.

In quel podere si raccoglievano le olive maturate sulle pendici del monte per essere torchiate nel pressoio.

Getsemani è un nome ebraico che significa appunto torchio dell'olio.

E' naturale che le olive non fossero trasportate al torchio se non a maturazione raggiunta; e così per le anime l'accostamento al Getsemani, richiede un grado sufficiente di maturazione spirituale.
La grande scuola del Getsemani esige una conoscenza dottrinale della fede quanto è possibile completa e quindi una preparazione teologica accurata dal punto di vista dogmatico e dal punto di vista morale, preparazione sempre perfettibile in guisa che l'operaio non dovrà mai considerarla compiuta, ma dimostrarsi desideroso di accrescerla, e felice quando gli si presenti l'occasione di procedere nella conoscenza delle cose di Dio.

Dalla sfera dell'intelligenza la fede deve passare a quella della volontà in quanto la conoscenza speculativa della verità non giustifica al cospetto di Dio, anzi aumenta la responsabilità, di tanto quanto aumenta nel singolo la consapevolezza.

Secondo la parola dell'Apostolo "Veritatem facientes in charitate" (Ef. 4,15 Seguendo la verità nella carità) la maturazione dell'anima richiede il passaggio dalla veritas alla charitas e cioè che si divenga realizzatori della verità, operai nel senso positivo, dinamico, sociale di questa bella parola.

Non è sufficiente una fede statica, calcolatrice, ingenerosa, simile ad un contratto stipulato fra l'anima e la giustizia divina per garantire ad essa con un minimo di sforzo la salute eterna.
Iddio, infinitamente buono, sembra talora accontentarsi anche di questo; ma non rivela il Getsemani se non a coloro che sanno seguirlo nella notte dei sensi, oltre il torrente nero del dolore, fra lo stormire delle tentazioni.

In realtà, il Getsemani da venti secoli è aperto, spalancato, per chiunque voglia entrarvi; ma succede che le anime non a sufficienza maturate passeggino per l'orto senza capire il sovrumano insegnamento dell'agonia di Cristo.

La maturazione sostanziale risiede nell'acquisto di una ferma volontà di estendere la charitas verso Dio e verso l'uomo sino ai supremi confini indicati dalla perfezione cristiana.
"Si vis perfectus esse" (Mt. 19,21 Se vuoi essere perfetto) disse un giorno Gesù, e sembrano parole dettate per chi si accosta al Getsemani.

La chiave dell'orto consiste in quel monosillabo che collega, come un ponte agilissimo, l'anima con la perfezione: "si vis" "se vuoi".

Le anime malate che non sanno chiamare la propria volontà a raccolta per superare le insidie esterne ed interne, le anime succubi delle passioni riaffioranti, delle costumanze mondane, delle comodità, le anime che facilmente si accontentano, non possono capire il linguaggio del Getsemani, non sono mature.

Ed anche coloro che si avvicinarono un giorno al mistero di Gesù e raccolsero qualche luce dal divino Agonizzante, temono di arrestarsi nella comprensione o di compiere il cammino inverso, retrocedendo verso la città dove si medita l'uccisione di Dio.

Perciò si fermino a rinnovare o a compiere quella maturazione spirituale a cui si deve tendere per tutta la vita, meditando quelle misteriose parole di Gesù che dicono: "Qui enim voluerit animam suam salvam facere, perdet eam, qui autem perdiderit animam suam piopter me, inveniet eam" (Mt. 16,25 Chi vorrà salvare la vita sua la perderà, e chi perderà la vita sua per amor mio, la troverà).

 

3 Le olive mature che giungono al torchio vengono infrante e per questo il torchio delle olive viene chiamato, comunemente, frantoio.

Anche le anime che giungono al Getsemani devono, in qualche modo, infrangersi perché possa gemere da esse olio purissimo.

Ciascun uomo incontra nelle vicende della vita il dolore necessario per la sua purificazione e per la sua salute eterna; ma questo non può bastare all'anima dell'operaio poiché essa tende ad un livello spirituale più alto, alla santità.

Chi non sente l'assillo della perfezione e non è disposto a giudicare con il metro dell'eternità la sua vita e la vita del mondo, non possiede il fondamento della costruzione interiore la quale richiede dall'anima un'accettazione generosa, consapevole e volontaria del Getsemani.
Questo spirito serve all'operaio per interpretare e utilizzare il dolore che andrà incontrando per il suo cammino, ma, prima ancora, ispira la libera offerta di sé al frantoio getsemanico e cioè la consacrazione.

Consacrare vuol dire donare, offrire a Dio in spirito di sacrificio, e quindi consacrazione è l'offerta a Dio di un bene che si possiede ed a cui si rinunzia in vista di lui.

E' proprio il carattere sacrificatorio che giustifica il nome e rende sempre più grande e preziosa, con il crescere del sacrificio, la consacrazione.

Gli operai sono chiamati ad una consacrazione differente nell'espressione, ma eguale nella sostanza, che consiste nell'offrire in olocausto a Dio particolari diritti onde corrispondere alla vocazione operaia.

La spogliazione che l'operaio accetta dopo maturo esame, con chiarezza di mente, piena libertà, massima decisione e con letizia poiché sta scritto: "hilarem datorem diligit Deus" (II Cor. 9,7 Dio ama chi dona con gioia), costituisce la frantumazione spirituale che il Getsemani richiede dalle anime che si consacrano nel suo spirito.

L'anima, questo piccolo mondo che per la sua libertà fa sì che l'uomo rassomigli a Dio, questo tesoro vagheggiato dal suo stesso Autore, e degno del sangue di Gesù, come oliva matura qual è un'anima cristianamente educata, ecco che volontariamente infrange il suo corredo di libertà e si rende schiava al suo Signore.

La rinunzia a tanta parte di sé, richiede, a volte, di contrastare la natura a tal punto che il sottosuolo istintivo della personalità sembra fendersi e distruggersi come l'oliva nel pressoio del torchio.

In realtà si verifica la sublimazione dell'anima poiché essa col sacrificio s'innesta, cruentemente, sull'onnipotenza di Dio.

La consacrazione, come tributo di amore a Colui che diede per ciascuno di noi tutto Sé stesso, è una risposta degna di coloro che furono prescelti a capire e ad amare; è una liberazione dai compromessi di una vita mediocre; è una sorgente di fecondità.

Dagli squarci che il frantoio provoca nella polpa delle olive come dalle anime che si offrono nella consacrazione, stilla fragrante l'olio della virtù.

 

4 Ogni mattina l'operaio rinnova la sua consacrazione. La ripetizione quotidiana ha un profondo significato, perché quotidiana deve essere l'offerta che trasporta ed attua la meditazione getsemanica nel cuore della vita.

Sarebbe erroneo pensare che la consacrazione sia la formula di un giorno oppure di un periodo, vale a dire di quando l'anima avverte la chiamata dall'alto, concepisce e realizza la grande offerta.

Tempo di luce, quello, e di confronti che talora smorzano l'asprezza della rinunzia e inducono, erroneamente, a sottovalutare il significato sacrificatorio della consacrazione.
Il frantoio comprime le olive ma non le frantuma ancora.

Viene poi la vita a mettere l'operaio spietatamente di fronte a sé stesso.

Le persone, gli avvenimenti, gli studi, le letture, il volgere degli anni sono reattivi che risvegliano aspetti nuovi della sua personalità che egli stesso ignorava e che va scoprendo non senza stupore.

Queste nuove manifestazioni dell'io devono, quando affiorano, trovare posto, man mano, nel quadro della consacrazione, la quale si protrae nel tempo ed ha ragione di ripetersi ogni giorno, sempre nuova e sempre diversa, più completa e ricca, fino a quando, nel transito, l'operaio potrà dire di avere consacrato a Dio veramente, tutta la sua vita.

Non è un "curriculum" di riposo quello dell'operaio perché la fiamma della consacrazione chiede di bruciare ogni scoria e di essere alimentata, per non spegnersi, con gli affetti e le azioni di ogni giorno; essa è come un fiore che, dimenticato, avvizzisce e nessun fiore è più splendido e delicato di questo.

La consacrazione è un'offerta incessante che ha motivo di rinnovarsi ogni qualvolta la voce della natura sorga in contrasto con la soprannatura.

 

5. "ET JUDAS"

1 Dopo aver detto che Gesù entrò in un orto con i suoi discepoli, l'evangelista Giovanni soggiunge:"Sciebat autem et Judas, qui tradebat eum, locum" (Gv. 18,2 Conosceva poi anche Giuda, che lo consegnava, il luogo).

Questa preoccupazione di seguire con il pensiero Giuda che andava svolgendo il piano del suo tradimento, non è solamente una necessità per Giovanni in quanto narratore, ma era un'esigenza della sua anima in quella notte, fin da quando ricevette da Gesù la grande confidenza di chi fosse, nel collegio apostolico, il traditore.

Il fatto avvenne nell'ultima cena quando Gesù, turbandosi, annunziò che uno dei presenti lo avrebbe tradito; e mentre tutti si guardavano l'un l'altro cercando di capire l'allusione del Maestro, Pietro si rivolse a Giovanni che riposava sul petto di Gesù chiedendogli: "Di chi parla?"
E Giovanni in quella posizione di grande confidenza che il Maestro gli concedeva, gli chiese: "Signore, chi è?"

Gesù rispose: "Colui al quale porgerò il pane intinto".

E intinto il pane lo diede a Giuda di Simone Iscariota: "Et cum intinxisset panem, dedit Iudae Simonis Iscariotae" (Gv. 13,26 E avendo intinto un pezzetto di pane lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone).

E' chiaro che Giovanni era al corrente di chi fosse il traditore. Perché non abbia tirato delle conseguenze pratiche da questa precisa notizia, gettando l'allarme fra gli apostoli, o pedinando Giuda, o altrimenti, non ci è dato di sapere.

Forse si deve alla sua giovane età, oppure a Gesù stesso che non gli permise di agire.

Ma indubbiamente Giovanni penetrò le successive parole del Maestro rivolte all'Iscariota: "fa presto quello che stai facendo" e seguì con il pensiero il traditore quando si allontanò, rapidamente, nel buio della notte.

E' significativo che Gesù abbia riservato per Giovanni "quem diligebat" (Gv. 13,23 Che egli amava), la rivelazione del tradimento che pendeva sul suo capo.

Ai suoi più intimi Gesù non risparmia il dolore, anzi desidera di metterli a parte di quei medesimi dolori che tormentano il suo Cuore.

L'assenza del dolore non è segno di predilezione divina, anzi è vero il contrario, poiché è dalla volontà umana vagliata dal dolore che sale a Dio l'omaggio più degno, mentre le anime, attraverso gli squarci del dolore, si aprono alla comprensione delle cose di Dio.

E perciò l'operaio, nel pensiero della dolorosa fiducia meritata dall'apostolo prediletto, vada meditando queste parole dello Spirito Santo:

"Fili, accedens ad servitutem Dei, praepara animam tuam ad tentationem" (Eccl. 2,1 Figlio, entrando nel servizio di Dio, prepara la tua anima alla tentazione)
"Omnes qui pie volunt vivere in Christo Jesu persecutionem patientur" (II Tim. 3,12 Tutti quanti vogliono piamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati)

 

2 "Respondit eis Iesus: Nonne ego vos duodecim elegi? et ex vobis unus diabolus est. Dicebat autem Iudam Simonis Iscariotam" (Gv. 6, 7172 Rispose loro Gesù: Non sono stato forse io a scegliere voi dodici? Eppure uno di voi è un diavolo. Voleva dire di Giuda di Simone Iscariota)

A molta distanza di tempo dalla sua passione, Gesù caratterizza con queste parole il triste compito dell'Iscariota.

Egli rappresenta il principio del male e può essere chiamato addirittura "diavolo".
Nella passione di Gesù molti uomini agiscono per conto di satana, ma Giuda più di tutti.
Dire che questa è l'ora di Giuda vuol dire che è l'ora del diavolo. Osservare che Giuda conosceva il Getsemani per esservi stato altre volte con Gesù, equivale ad osservare che il diavolo conosceva il Getsemani e voleva portare, fin qui, la sua insidia.

Non basta al diavolo di aver inquinato il collegio apostolico, di essersi seduto, con Giuda, al primo banchetto eucaristico, ora egli vuole essere presente in questo luogo di solitudine e di preghiera.
Come Giuda conosceva il segreto del Getsemani, così il diavolo in certo senso conosce il segreto di ogni anima. Non vi sono mura di conventi o di basiliche, lontananze o profondità di luoghi, combinazioni di date o di orari, capaci di dirottare satana dalla nostra strada.
Sempre ed ovunque, finché l'uomo ha vita, il tentatore lo segue voglioso di preda. Se può, egli vuole impossessarsi dell'anima e servirsene come fece con Giuda.

Ma anche se l'anima riuscirà a sfuggirgli, egli si accontenta di poco, di un peccato, di un'infedeltà veniale.... Come certi mercanti che chiedono molto, e poi si accontentano anche di poco, il diavolo è pronto a raccogliere, fra le anime, ogni sorta di immondezza purché abbia il significato di un oltraggio a Dio.

L'assedio del maligno non ha termine che il giorno della morte e solo per le anime che giungono a salvezza. Esiste nel mondo un piano di Dio, del suo Regno, e della sua volontà; ma esiste anche un piano di satana altrettanto minuto, cauto, lungimirante, seppure non altrettanto potente, che cerca di contrastare il piano di Dio.

Ogni peccato dell'uomo è un'articolazione di questo piano che gli permettere di espandere i suoi tentacoli nelle posizioni tenute da Dio. Perciò s'intende come il tentativo di satana di penetrare in ogni anima sia continuo, e tanto più insistente ed abile quanto più l'anima appare forte e difficilmente espugnabile, poiché egli non si rassegna a considerare imprendibile un'anima finché non sia spento l'ultimo guizzo della vita umana.

Le anime guidate dallo Spirito Santo scorgono chiaramente nel mondo, e in se stesse, queste due posizioni contrapposto, la città di Dio e la città di satana. Esse subiscono i più violenti attacchi, di una potenza tale che i peccatori non conoscono perché con questi satana ha ragione facilmente usando minimi allettamenti. Ma queste anime hanno il dono di vedere il campo di battaglia come dall'alto di un monte, si rendono conto degli assalti impetuosi, li prevedono, li sostengono e innalzano a Dio ogni giorno il canto della vittoria.

 

3 Se dunque satana segue ogni anima, conosce e sorveglia anche chi è chiamato da Dio alla vocazione operaia.

La bellezza di questa vocazione che le anime sentono corrispondere ai bisogni attuali, le possibilità che essa offre a categorie diverse di persone creando fra esse il "cor unum" apostolico come nella Chiesa delle origini, le grazie notevoli che la Provvidenza ha elargito agli operai, non devono far pensare che una strada così bella sia anche facilmente praticabile.
Essa è fra le più difficili, ma per fortuna lo spirito del Getsemani, adeguatamente vissuto, previene e risolve le difficoltà.

L'operaio che non si aggrappa fortemente a questo spirito in ogni giorno della sua vita si accinge ad un'impresa impossibile.

Dalle profondità dell'anima attraverso il rigurgito delle passioni, o dall'esterno attraverso difficoltà di ogni genere egli sentirà continuamente il morso dell'insidia diabolica.
E' un assalto che talora non lascia respiro, oppure che sembra languire per riaccendersi improvvisamente quando l'anima, illusa dalla bonaccia, sonnecchia.

Come utile e fondamentale è il pensiero della presenza di Dio, così è utile e fondamentale il pensiero che satana ci sorveglia.

La scuola del Getsemani avverte che "anche Giuda" conosceva il ritiro spirituale di Gesù e degli Apostoli, per dire che il diavolo conosce ogni movimento dell'operaio e lo raggiunge ovunque si trovi: in viaggio, in casa, nel ritiro spirituale, nelle opere del suo apostolato. satana conosce i recessi dell'anima, le sorgenti a cui la sua virtù si rinnovella, i punti di minore resistenza, le cicatrici delle antiche battaglie, i temporanei abbandoni... Egli sa e ne approfitta. L'operaio ricordi di avere il demonio alle calcagna e non si illuda intorno alla fisionomia della sua vita spirituale che non è di pace, ma di combattimento. Il grande cantiere invisibile al quale appartiene non lo immunizza dagli assalti del nemico, anzi richiede questo continuo impegno come prestazione fondamentale per dilatare l'opera di Cristo nelle anime e nella società. Il demonio conosce i punti deboli della posizione spirituale di ciascun operaio e talora, non potendo vincere con la persecuzione diretta, assume le vesti, come dice San Paolo, di un angelo della luce: "Ipse satanas transfigurat se in angelum lucis" (II Cor.11,14 Lo stesso satana si trasfigura in angelo di luce). Ed è questa l'insidia che più si deve temere.

 

4 Giuda, nel quale entrò satana, arriverà in seguito, con la squadra di uomini incaricata di imprigionare Gesù, ma l'insidia di satana aleggia fin da principio nell'episodio del giardino.
Le parole che Gesù andrà pronunziando svelano un'ansia continua, una preoccupazione insopprimibile che satana possa aumentare la sua triste messe fra le anime degli Apostoli.
Nel silenzio della notte plenilunare, fra le tenui ombre degli olivi, sembra di vedere l'angelo delle tenebre che si aggira guardingo e che si apposta in agguato.

La presenza invisibile, ma reale, del nemico è un motivo dominante del Getsemani.

L' operaio impari a scoprire satana fra le ombre e a temerlo. Il pensiero dell'intelligenza di satana e della sua presenza serve alla vita spirituale per impedire che le avversità e i dolori abbattano l'animo dell'operaio e lo distolgano dal lavoro.

Le difficoltà che le opere incontrano sono un segno di questo interesse negativo di satana che di tutto si avvale per contrastare il passo alla Redenzione. Come è necessario che avvengano gli scandali, così è logico che il piano di Cristo urti contro il piano di satana.
Le difficoltà si devono prevedere e portare con fierezza come una sigla delle sofferenze di Gesù per il riscatto del mondo, le quali continuano in noi.

Nelle difficoltà che incontra, l'operaio non veda la malignità dei tempi, o delle cose, o degli uomini, quanto l'attentato del nemico, ed allora il suo giudizio sarà più sereno e adeguato.
Del resto, anche satana ha il suo compito nella preparazione del Regno. Lo ha precisato Gesù quando rivolse a Pietro le seguenti parole: "Simon, Simon, ecce satanas expetivit vos ut cribraret sicut triticum" (Lc. 22, 31 Simone, Simone, ecco satana va in cerca di voi per vagliarvi come il grano).

L'arsenale di cui satana dispone costituisce un vaglio severissimo per selezionare le anime.
La vita nostra è come una corsa agli ostacoli dove i fossati, le siepi ed i muri sono rappresentati dagli inganni, dalle tentazioni e dalle difficoltà che satana dissemina sul cammino dell'operaio.

Superando gli ostacoli, le anime distruggono il piano di satana e costruiscono la propria santificazione, abbandonano lungo il cammino ogni impedimento e giungono alla méta purificate.

 

 

6. " CONVENERAT ILLUC"

1 Uno degli apostoli prescelti, Giovanni l'evangelista, ci fornisce una notizia che serve a presentarci il Getsemani sotto un nuovo aspetto.

L'atmosfera di dolore e di tragedia che aleggia attorno a questo nome si risolve nella contemplazione di una scena di familiare intimità fra il Maestro ed i suoi discepoli.
Giovanni dice, infatti, che in quel luogo Gesù conveniva frequentemente con i suoi discepoli "frequenter Jesus convenerat illuc cum discipulis suis" (Gv. 18,2 Spesso Gesù si era ritirato là coi suoi discepoli)

Dunque, non una volta sola, ma molte, il Getsemani vide arrivare Gesù con gli Apostoli e forse sempre intorno a quell'ora, dopo intense giornate di lavoro apostolico, per trascorrervi la notte come usano gli orientali, i quali dormono anche all'aperto avvolti nei loro mantelli.
Anche il testo di Luca, trattando del Getsemani, accenna a questo frequente recapito di Gesù e dei suoi discepoli: "ibat secundum consuetudinem in montem olivarum" (Lc. 22, 39 Uscì per andare, secondo il solito, al monte degli ulivi); considerazione questa che deve essere messa in relazione con quanto il medesimo evangelista dice dei pernottamenti di Gesù negli ultimi giorni della sua predicazione in Gerusalemme: "Erat autem diebus docens in templo; noctibus vero xiens, morabatur in monte, qui vocatur Oliveti" (Lc. 21,37 Insegnava di giorno nel tempio, e usciva la notte per ritirarsi sul monte degli ulivi).
Ai margini di Gerusalemme, centro dei cuori palestinesi e méta ultima della predicazione di Gesù, occasione di conforto, ma anche sorgente di incomprensione e di persecuzioni senza numero, vi erano delle località che servivano di base a Gesù ed ai suoi Apostoli, cioè luoghi di rifugio, di ritiro, di distensione e di ripresa, quasi capisaldi dell'assedio di cui era cinta la città santa da parte degli annunziatori della buona novella.

Così in Betania la casa dei tre fratelli, Lazzaro, Maria e Marta, e così nelle immediate vicinanze di Gerusalemme il Getsemani dove si poteva giungere rapidamente, come in quella sera che si era fatto tardi per le cerimonie della Pasqua, per l'istituzione dell'Eucaristia, e per i discorsi tenuti da Gesù nella circostanza.

Secondo una supposizione avanzata dal Macduff, il Getsemani fu anche il luogo dove avvenne nottetempo il colloquio di Gesù con Nicodemo.

La notizia non ha che il valore di un'ipotesi, ma si inquadra bene nella funzionalità del Getsemani.
Mentre gli altri dormivano possiamo facilmente pensare a Gesù assorto divino colloquio con il padre, oppure a colloquio con gli uomini che Egli aveva convocati in quel luogo per sviluppare i motivi esposti nella predicazione pubblica diurna adattandoli, con squisita carità, ai bisogni e alle caratteristiche di ciascuno.

Luogo di preghiera, di convegno, di apostolato personale, ecco il Getsemani prima della grande notte.

 

2 "Ubi enim sunt duo, vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum" (Mt. 18,20 Infatti dove sono due o tre persone riunite nel nome mio, ci sono io in mezzo ad esse).
Queste parole di Gesù riferite dal primo evangelista, consentono ai cristiani di ripetere all'infinito, sia pure misticamente, i convegni con Gesù che gli apostoli solevano tenere nel Getsemani.
Gesù è presente in mezzo a coloro che si radunano nel suo nome. L'espressione "in nomine meo" vuol dire in nome di Gesù, della sua dottrina e della sua missione redentrice, nel suo spirito e nella sua grazia.

Non sono le adunanze purchessia che hanno questo privilegio dell'invisibile, eppure certa, assistenza di Gesù, ma quelle che si propongono di continuare e sviluppare la grande opera dell'Operaio divino, e cioè la Redenzione.

A queste riunioni è assicurata la presenza del Cristo che vuol dire garanzia di luce e di fecondità.
Quando i discepoli convenivano nel Giardino degli ulivi possiamo pensare che essi sedessero a cerchio attorno al Maestro, il quale riassumeva gli avvenimenti della giornata e li commentava discoprendo i panorami inesausti del regno di Dio e ricavando dai fatti, come da parabole vissute, le supreme verità della fede.

Fuori del Getsemani, il Maestro parlava per tutti, qui parlava per loro, poveri ignoranti Galilei, ma destinati ad una grande missione che solo oscuramente intuivano.
Gli evangelisti non ci permettono di ricostruire i verbali dei convegni che si tennero nel Giardino degli ulivi, ma si può credere che ivi le cure più assidue fossero dedicate da Gesù a quel pugno di uomini che rappresentavano la Chiesa, sua sposa.

Quando gli operai convengono in colloqui a due o in adunanze più numerose, la preoccupazione dev'essere di rinnovare lo spirito delle riunioni getsemaniche così da meritare la presenza di Gesù.

Per questo gli argomenti dei loro discorsi siano pratici, circostanziati, concreti, traspaia sempre l'anima dell'operaio proteso verso la costruzione del Regno di Dio in sé o negli altri, costruzione a cui si può contribuire perfino con la ricreazione, quale mezzo di ricupero delle forze fisiche e spirituali necessarie per il lavoro.

Nulla di ciò che è buono è alieno dalla conversazione degli operai, ma tutto deve apparire come vivificato dalla grazia, così che gli argomenti anche umani si distacchino da terra per l'intenzione che muove coloro che si trovano a trattarne.

Le chiacchiere oziose e maldicenti ripugnano all'operaio, per cui egli cerca di spegnere questi discorsi con molta semplicità, passando ad altro argomento.

La tensione apostolica delle riunioni operaie non deve essere ricercata, ma spontanea come risultato della formazione dei singoli i quali non respirano, e cioè non possono sentirsi a loro agio, se non in un'atmosfera satura di spirito evangelico; perciò questa tensione è un indice della formazione raggiunta.

Ciascuno è chiamato a collaborare perché si stabilisca fra gli operai questo modo di essere dove appare, per così dire, la trasformazione degli uomini in figli adottivi di Dio, i quali mettono tutto il possibile impegno ad occuparsi, come Gesù, degli interessi del Padre che sta nei cieli.

Tali riunioni rinnovano le pause getsemaniche del collegio apostolico e sostengono l'operaio lungo la via, facendogli gustare le dolcezze del Paradiso.

 

3 Gli incontri operai possono avere anche un significato particolare più riservato, per il quale conviene il termine di correzione fraterna.

Vi è una frase assai bella di Gesù che dice"Si autem peccaverit in te frater tuus, vade et corripe eum inter te et ipsum solum: si te audierit, lucratus eris fratrem tuum" (Mt. 18,15 Se poi tuo fratello ha peccato contro di te, va e correggilo fra te e lui solo. Se t'ascolta hai guadagnato tuo fratello). Tale è la norma per la correzione fraterna fra gli operai.
E l'occasione si presenta non solo quando un operaio si accorga, per avventura, di una mancanza di un altro operaio nei suoi riguardi, ma anche quando la mancanza interessa persone o situazioni estranee.

In altri termini, l'operaio non può restare indifferente dinanzi all'errore, volontario o involontario di un altro operaio, anche se direttamente non lo riguarda, ma deve, per quanto è possibile, arginarlo e neutralizzarlo.

Né si può pensare che questo vada oltre il comando di Gesù per il fatto che in quel brano si parla di un'offesa recata alla persona ("Si autem peccaverit in te"); in senso più vasto, qualsivoglia errore compiuto da un operaio offende almeno indirettamente gli altri operai perché diminuisce l' efficienza spirituale della Società, così come si può dire che ogni peccato è un'offesa per tutti i cristiani poiché ferisce il Corpo Mistico del Cristo.

Di molti errori i principali responsabili sono quelli che potendo influire non influiscono, vedono l'abisso e non parlano, o per timore, o per adulazione, o per negligenza.
Chi commette un errore spesso non misura la gravità di esso e vi giunge quasi trascinato dall'impeto delle passioni, ma chi stando al di fuori misura freddamente il pericolo e tace, è responsabile più del primo, se ha il dovere di intervenire.

Il disinteresse verso una persona è una forma di oltraggio meno perseguibile, ma talora più dannosa dell'ingiuria; questa ferisce, ma anche mette in guardia e può contribuire all'emendazione, quella è una manifestazione di raffinato egoismo.

La correzione dev'essere fraterna e cioè fatta in modo da non umiliare colui al quale è diretta; il primo requisito è indicato da Gesù: "inter te et ipsum solum", e cioè deve farsi a quattr'occhi.
Ma vi è pur sempre la possibilità che la correzione non sia bene accolta se Gesù adopera la forma dubitativa dicendo "si te audierit, lucratus erit fratrem tuum".Dobbiamo quindi preoccuparci, in primo luogo, di essere accoglienti per la correzione operata da altri nei nostri personali riguardi, e poi essere d'utilità al prossimo praticando quelle forme di correzione fraterna che furono usate con successo verso di noi.

Le correzioni migliori sono quelle che non tanto sono rivolte contro il fallo quanto contro le cause che lo hanno prodotto, correzioni motivate, delicate, amabili.

 

4 I convegni di Gesù e dei suoi al Getsemani avvenivano frequentemente ("frequenter") ed ancora più frequenti erano gli incontri, i colloqui, le vicende collettive nella giornata, poiché il Divino Maestro e gli Apostoli conducevano, per così dire, vita comune durante gli anni del Vangelo.
Anche per gli operai, di solito, è frequente l'occasione di trovarsi, di adunarsi e di correggersi fraternamente. Per ciò nell'operaio dev'esservi una disposizione d'animo alla vita collettiva che gli permetta di ricavarne tutto quell'utile che gli Apostoli ricevevano frequentando il Redentore.
A prescindere da ogni istruzione impartita in adunanza e da ogni correzione fraterna propriamente detta, la vita in comune ha un altissimo valore di ammaestramento per le anime docili allo Spirito Santo. Negli altri possiamo meditare di noi stessi sia per quanto dovremmo avere e ci manca, sia per quanto abbiamo di difettoso e di cui dovremmo spogliarci.
Ammirare nel prossimo operaio e, più in genere, in tutte le persone che si frequentano, le belle doti spirituali è abbastanza facile, ma non sufficiente perché gli esempi buoni che si ricevono possono essere imputati dalla Giustizia divina come argomento di giudizio; bisogna preoccuparsi di imitare. La possibilità di avvicinare persone virtuose è fra i più grandi doni di Dio, perché in esse il cristianesimo si manifesta, come non avviene altrimenti, neppure attraverso il migliore insegnamento dottrinale.

La pratica della virtù è più semplice e sicura quando vien dato di conoscerla attraverso un esempio, anche perché allora non si può a meno di amarla e cioè di desiderare di possederla.
Nelle tentazioni vale spesso assai più il ricordo di persone sante ed il pensiero di ciò che esse farebbero in tale circostanza, che non quello degli insegnamenti teorici ricevuti.
Perciò la fraternità operaia rappresenta un mezzo principe di santificazione che ogni operaio deve coltivare accettando di buon grado ciò che essa può importare di sacrificio.
Non sempre i caratteri che si incontrano sono capaci di fondersi, anzi possono manifestarsi delle superfici di attrito che bloccano, se non interviene lo spirito soprannaturale, il rendimento dell'amicizia cristiana.

Allora non è il caso di pensare alle ragioni proprie, ma alle ragioni altrui; bisogna mettersi dal punto di vista della persona con la quale si sente di non andare d'accordo, e rendersi conto delle proprie deficienze che destano in quella dei sentimenti sfavorevoli.

Le persone che ci criticano hanno sempre una percentuale di ragione.

Studiare severamente noi stessi nella reazione che destiamo in coloro che ci avvicinano considerando soprattutto le ombre della nostra socialità, è un segreto della perfezione cristiana.
Gli uomini sono così fatti e disposti dalla Provvidenza divina che mediante un'influenza reciproca, quando la vita comune sia bene accolta e utilizzata, perdono ogni asprezza come avviene per i ciottoli nel greto del torrente, che, urtandosi a vicenda, diventano puliti e levigati.
La vita comune che per taluni è un tormento diventa, in questo modo, un banco di prova di grande, insostituibile importanza.

Quando poi si svolge in seno alla Società Operaia dove questo accorgimento è reciproco, per cui ciascuno va modellando sé stesso sulle migliori qualità dei fratelli cosicché la fusione delle anime viene preparata e facilitata, la vita comune diventa una lieta necessità spirituale che i veri operai ardentemente desiderano pur essendo educati dalla scuola getsemanica a sopportare, fortemente, il tormento della solitudine.

 

7. "SEDETE HIC" (Fermatevi qui)

1 I confini del podere, ben noto ai suoi notturni visitatori, vengono raggiunti e oltrepassati.
Gesù con gli Undici s'inoltra fra gli ulivi, fino al luogo dove essi usavano sostare nei consueti convegni.
Qui giunti, si può pensare che i discepoli si siano fermati in attesa di ordini. Difatti le parole di Gesù ingiungono ai discepoli di sedere.

Tanto Matteo come Marco riportano l'ordine di Gesù: "Sedete hic" (Mt. 26,36 Mc. 14,32 Fermatevi qui) e quest'ordine è motivato dal fatto che i discepoli devono trattenersi in quel luogo e attendere: "donec orem" (Mc. 14,32 Fin che io prego) riferisce il secondo evangelista, mentre il primo, più completo, dice: "donec vadam illuc, et orem" (Mt. 26,36 Fin che vado là a pregare).

Gesù lascia intendere fin da queste parole che Egli ha un piano prestabilito da svolgere, deve pregare e cioè mettersi in relazione con il Padre.

Per fare questo vuole appartarsi come tante altre volte, secondo il racconto degli Evangelisti.
"Ascendit in montem solus orare" Si legge per un'altra occasione nel Vangelo di Matteo "Vespere autem facto solus erat ibi" (Mt. 14,23 Salì solo sul monte a pregare. E venuta la sera era solo in quel luogo).

"Abiit in desertum locum, si legge nel Vangelo di Marco ibique orabat" (Mt. 1,35 Uscì per andare in un luogo solitario; ed ivi pregava).

"Ipse autem secedebat in desertum, et orabat" (Lc. 5,16 Ma egli si ritirava in luoghi solitari e pregava) si legge nel Vangelo di Luca e poi ancora: "Cum solus esset orans" (Lc. 9,18 Mentre egli stava solo a pregare).

Una zona di rispetto sembra dover circondare le relazioni personali che passano fra il Figlio di Dio e il Padre.

Quando pocanzi, dopo l'ultima cena, Gesù rivolse al Padre la sublime preghiera dell'unità per la sua Chiesa, attorno a Lui erano i discepoli, ma la preghiera aveva allora uno scopo collettivo.
La preghiera del Getsemani sarà invece personalissima e una divina cautela sembra vietargli di rivolgersi al padre al cospetto di tutti i discepoli.

Per quanto, questa volta, il dolcissimo Redentore acconsenta a sollevare i veli della sua intimità con il Padre, pure l'assistenza degli uomini sarà ridotta al minimo.
Il grosso della comitiva deve attendere in disparte.

All'ordine di Gesù i discepoli obbediscono. Il Vangelo li chiama, semplicemente, discepoli, ma sono, fra i discepoli, quelli che la Chiesa chiamerà apostoli.

Mentre si dispongono a sedere fra le ombre lunari degli ulivi e ad attendere che si compia la preghiera di Gesù, ricordiamo i loro nomi: Andrea, fratello di Pietro, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo, Giacomo d'Alfeo e Taddeo, Simone cananeo.

Mancano in questo gruppo, Pietro di Giovanni, Giacomo e Giovanni di Zebedeo perché dovranno seguire Gesù più oltre, nel segreto della notte.

 

2 Secondo i calcoli degli Autori più accreditati, l'ingresso di Gesù con i discepoli nel Getsemani avvenne intorno alle 11 di notte e la permanenza si protrasse fino intorno alla mezzanotte.
Perciò la preghiera al Padre dovette occupare un'ora circa e Gesù, avendo stabilito di non portare con sé nell'agonia il maggior numero dei discepoli, non volle che essi rimanessero in apprensione per Lui, in un'attesa debilitante per l'anima e per il corpo.

Di qui l'ordine di sedere che è come l'annunzio di un periodo non breve, ma tranquillo, di aspettazione.
Con questo tratto semplice, eppure prezioso ed eloquentissimo, Gesù mostra un delicato dettaglio della sua carità verso i discepoli. Egli è veramente il Buon Pastore che ha cura del benessere di ogni pecora che Gli fu affidata.

Egli che sa di procedere verso l'ora più atroce e disumana della sua vita terrena, è umanissimo verso gli altri, delicato come una madre.

Il dolore imminente non altera la sua dolce fisionomia spirituale e, nonostante l'imminenza della sua personale tragedia, egli si occupa di alleviare il dolore altrui.Una ricca umanità è dote dell'anima consacrata e tanto più dell'operaio che vive, mescolato fra gli uomini, la sua consacrazione.
Spirito di umanità vuol dire spirito di comprensione verso ogni essere umano, non per debolezza o tornaconto, ma per la divina carità insegnataci dal Maestro.

L'esempio di Gesù ci invita ad estendere la comprensione ai più discosti limiti essendo altrettanto esigenti con noi stessi, quanto favorevoli ad ogni possibile concessione verso il prossimo.
Comprensivo ed umano è chi ascolta, con affettuosa attenzione, quello che un altro vuole dirgli; se anche non è possibile accondiscendere alla richiesta, l'ascolto e il consiglio sono di per sé un dono che fa del bene.

Comprensivo ed umano è colui che interpreta, e possibilmente previene, i bisogni anche materiali di un altro uomo, aiutandolo a mettere la sua vita in carreggiata.
Così anche chi sa concedere signorilmente la sua fiducia a colui che, stanco e avvilito, può trovare in questo stimolo la forza della ripresa e della resurrezione.

E' pure segno di comprensione concedere riconoscimento e lode a chi ha, per qualche titolo, ben meritato. Anteporre il pensiero delle condizioni del prossimo a quello delle condizioni personali, accettare la disumanità per sé e ricercare l'umanità per gli altri, è un preciso insegnamento del Getsemani.

 

3 L'ordine di Gesù trova i discepoli disposti ad obbedire. Non abbiamo notizia di nessuno che abbia tentato di rompere la consegna per seguire Gesù, o per recarsi altrove.
Solamente Pietro, Giacomo e Giovanni si distaccheranno dal gruppo, ma sarà per un ordine esplicito del Maestro. Gli altri rimangono e siedono.

I discepoli, non ancora illuminato dallo Spirito Santo, obbedirono materialmente, forse senza rendersi conto esatto di ciò che poteva significare per essi sostare, oppure accompagnare Gesù.
Ma guardando a Gesù non vi è dubbio che Egli intese stabilire una gerarchia nelle attribuzioni dei suoi discepoli e che un posto di minore risalto affettivo fu attribuito a questi otto, i quali sono chiamati da Dio a vivere da lontano, seduti, la grande ora del Getsemani.
Per questi il comando è più leggero e più leggero sarà il rendiconto, perché Gesù non li rimprovererà di aver ceduto al sonno come farà con Pietro, Giacomo e Giovanni.
Essi, gli otto, hanno nel Getsemani un compito diverso da assolvere, sottolineato con cura da Gesù, il quale li colloca in un posto determinato, con un ordine particolare.
La diversità delle vocazioni che risulta in questo tratto del Getsemani è un fenomeno spirituale di ogni giorno, che richiede di essere riconosciuto e rispettato.

Al Maestro che si occupa di ogni anima, come si occupò in quella notte di disporre i suoi discepoli, dobbiamo lasciare la più ampia libertà di manovra, e poiché Egli, con le differenti vocazioni di ognuno, compone come in un mosaico il quadro della vita, dobbiamo docilmente assumere la posizione assegnata a ciascuno di noi.

Il buon operaio è contento del posto che Iddio gli ha dato nel mondo, qualunque esso sia e non soffre di quelle agitazioni interiori per cui certe anime ripensano continuamente la propria vocazione, e cambiano strada con facilità, in ricerca di una risoluzione più soddisfacente.
La vera risoluzione non può essere che interiore, e consiste nel rendersi conto che non tanto importa quale sia il posto occupato nella Chiesa di Dio, quanto il modo col quale tale posto viene occupato.

Anche il compito più umile può illuminarsi con la luce della santità ed è questo che conta, solamente questo.

Colui che si affanna per organizzare, dirigere oppure servire un gran numero di opere apostoliche, per quanto con retta intenzione, corre pericolo di sbagliare.

Chi invece si accontenta della propria missione e si sforza di approfondirla, più che di superarla per rivolgersi ad altro, così che in essa tutto sia appropriato e ben fatto, a servizio di Dio e degli uomini, possiede una formula di felicità, di perfezione e di successo: non multa sed multum.

Che se poi le vie misteriose della Provvidenza tolgono addirittura il lavoro dalle mani dell'operaio, per esempio a causa di una malattia, ed egli si trova a dover sostare, inattivo, mentre l'appello delle opere vibra nel suo cuore, allora pensi all'ordine getsemanico "sedete hic" e sia grato a Gesù che vuole in quel momento, per ragioni imperscrutabili, un periodo di riposo; e si abbandoni a Lui.

 

4 Talvolta l'ordine che il Cristo sussurra alle orecchie dell'anima, oppure manifesta attraverso la parola di un Superiore, non significa solo l'interrompimento del lavoro e il riposo, ma anche l'attesa.

Similmente nella notte del Getsemani l'ordine di sostare, equivaleva all'ordine di attendere. Non è solo l'umana preoccupazione di un accorto tempismo a consigliarci, talora, di temporeggiare, ma è di principi nettamente soprannaturali che si alimenta l'attesa degli operai.
Chi illumina, chi redime tanto la singola anima, quanto le moltitudini, non è l'uomo, ma il Cristo.
Essendo sostanzialmente suo il lavoro, sua è la direzione, la responsabilità, suo il metodo, il risultato di ogni opera apostolica.

Per tramiti invisibili, servendosi delle forze corredentrici che gli uomini mettono a sua disposizione, il Cristo continua a lavorare nel mondo, senza soste e secondo un piano preordinato.
Bisogna avvertire, al di là dei sensi, i colpi d'ascia e di martello che il divino Operaio vibra, alla costruzione del capolavoro, così come un giorno gli abitanti di Nazaret seguivano il suo lavoro nella bottega artigiana di Giuseppe.

I tempi dell'apostolato sono scanditi da Gesù. è Lui che accelera. è Lui che rallenta.
Come il falegname prepara le assi e le ripone perché serviranno un giorno per un bisogno determinato, così nelle opere apostoliche avviene spesso che il lavoro iniziato non giunga a compimento subito, od anche apparentemente non vi giunga mai.

La visione soprannaturale del mondo impedisce all'operaio di legare la sua soddisfazione al successo immediato e sensibile, oppure anche ad un piano determinato di azione.
Egli è lieto di lavorare intensamente e intelligentemente, secondo le direttive che di volta in volta riceve dai suoi Superiori, o dalla sua coscienza.

Ma è anche lieto di fermarsi e di attendere che si chiarisca il volere di Dio, che i tempi maturino, che si compia il piano della Provvidenza nei suoi dettagli. Lieto anche se l'attesa oltrepassa la sua vita perché la sua anima non vive nel tempo, ma aderisce ai piani di Colui che riempie del suo Essere l'eternità.

 

8. "ASSUMIT... SECUM"

1 Quando ebbe ordinato agli Apostoli di sedere e di pregare per non cadere in tentazione, Gesù chiamò tre di essi, Pietro, Giacomo e Giovanni, e li condusse oltre, con Sé.
Dal gruppo apostolico viene dunque estratto un piccolo nucleo di uomini, in testa ai quali si mette Gesù.

L'invito rivolto ai tre annulla il precedente comando di sedere; essi dovranno camminare seguendo Gesù dove Egli riterrà opportuno di andare, nel cuore nella notte misteriosa.
Pietro, Giacomo e Giovanni obbediscono, non siedono, o se già seduti si alzano, vincono la stanchezza che impigrisce il corpo e la mente, si distaccano dai compagni e obbediscono al Maestro mettendosi sui passi di Lui.

Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma quale destino pesa su questi tre uomini? Che cosa vuole da essi il Redentore? Perché questi e non altri? La risposta è racchiusa nella mente di Dio.
Noi possiamo appena constatare i fatti e cercare di decifrarli accostandoli ad altri fatti.
Questo è certo, che nel Vangelo vi sono indubbie tracce di predilezione di Gesù verso i tre del Getsemani; e non solo per ciascuno di essi singolarmente considerato, ma per il gruppo qualificato che essi costituiscono in seno al collegio apostolico e che Gesù, non senza intenzione, mise spesso in evidenza.

Così, per esempio, quando fu operato il miracolo della resurrezione della figlia di Giairo, Gesù non volle con sé altri se non i tre prediletti; Marco riferisce la disposizione di Gesù con le seguenti parole: ((Et non admisit quemquam se sequi, nisi Petrum, et Jacobum, et Joannem jratem Jacobì" (Mc.5, 37 E non ammise a seguirlo se non Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo).

Così pure, nell'occasione più solenne della salita sul Tabor per la Trasfigurazione, i compagni prescelti furono questi tre Apostoli : "Post dies sex narra Matteo assumit Jesus Petrum, et Jacobum, et Joannem jratem eius, et ducit illos in montem excelsum seorsum" (Mt. 17, 1 Sei giorni dopo Gesù, presi con sé Pietro e Giacomo e Giovanni suo fratello li conduce in disparte sopra un alto monte).

Non è dunque a caso che Gesù sceglie anche nel Getsemani quei tre, distaccandoli dagli altri Apostoli.
Negli anni della vita pubblica essi erano stati collocati chiaramente in condizioni di precedenza ed era giusto che anche in questa circostanza fossero più degli altri vicini al Maestro.
Marco che riflette il pensiero di Pietro e quindi, in un certo senso, le sfumature del pensiero del Principe degli Apostoli, rende un tributo alla precedenza di Pietro, Giacomo e Giovanni di fronte agli altri apostoli anche là dove parla dell'elezione dei dodici.

A differenza di Matteo che rispetta i legami del sangue ed incomincia ricordando prima i due figli di Alfeo e poi i due figli di Zebedeo, Marco dà la precedenza ai tre del Getsemani con queste parole: "Et imposuit Simoni nomen Petrus: et Jacobum Zebedaei, et Joannem fratrem Jacobi, et imposuit eis nomina Boanérges, quod est, Filii tronitrui" (Mc.3, 1617 Simone cui mise nome Pietro, Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo ai quali mise nome Boanerges, cioè figli del tuono).

Come si vede, mentre Marco elenca rapidamente il nome degli altri Apostoli, sui tre del Getsemani si indugia notando un particolare degno di rilievo e cioè che Gesù diede ad essi un nome nuovo, a Simone quello di Pietro, a Giacomo ed a Giovanni quello di Figli del tuono.
è difficile penetrare il significato profondo di questa disposizione del Maestro, ma una cosa appare evidente che, mettendoli davanti agli altri, Egli volle da essi una trasformazione anche più radicale, non solamente nell'anima ma anche nel nome.

 

2 L'assunzione di Pietro, Giacomo e Giovanni ripete, con il linguaggio che promana da un fatto concreto, il pensiero che Gesù aveva esposto ai commensali durante l'ultima cena, quando disse: "Non vos me elegistis sed ego elegi vos, et posui vos ut eatis, et fructum afferatis" (Gv. 15, 16 Non avete voi scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho designati per andare a far frutto).

Non sono gli uomini, in questo caso Pietro, Giacomo e Giovanni, che scelgono Gesù ma è Gesù che li sceglie in ordine ad un fine positivo da raggiungere e cioè ad un frutto che la pianta deve produrre.

L'operaio deve pensare similmente di se stesso e della propria vocazione. E non è difficile; per poco che egli si raccolga a meditare vedrà distintamente e, più ancora, sentirà che l'impulso gli venne dall'alto attraverso vie nascoste od inconsuete che si pensava conducessero in ben altre direzioni.

è facile e doveroso riconoscere la nullità dei meriti e la gravita delle colpe commesse, per cui non si può pensare che la vocazione sia giunta in qualche modo sollecitata dalla giustizia.
A ragione di giustizia la bilancia di Dio giudice avrebbe spostato inesorabilmente l'indice verso una vita opaca, oppure, verso una vita non inserita nel circuito della grazia. Non si poteva meritare altro in base alle cattive prove precedenti.

Di che cosa mai può aver diritto l'uomo, ogni uomo, di fronte a Dio, dopo il tradimento originale della sua volontà?

Eppure su questa nullità presuntuosa, su questa ingratitudine personificata, su questo groviglio di passioni si è piegata la misericordia di Dio e la sua voce ha indicato una strada, ed i cicli si apersero per infondere nell'operaio la grazia occorrente.

Non vi è possibilità di dubbio: l'assunzione fu decretata da Dio ed Egli ha ragione di ripetere anche per le nostre povere anime di operai: «Non vos me elegistis; sed ego elegi vos" (Gv. 15,16 Non avete voi scelto me, ma io ho scelto voi).

Questa elezione divina desta nell'anima dell'operaio una sorgente di gioia e di fierezza. A questo pensiero si dissipa il senso della solitudine; per quanto umanamente isolato e magari in compagnia di persone ostili, l'operaio sente su di sé gli occhi del Maestro che lo ha scelto nella massa e gli ha dato un compito. Il mondo con le sue cattiverie e con le sue incomprensioni lo può tormentare, con inesauribile malizia, nel cuore e nel corpo, ma, al di là degli sbarramenti di una anima consacrata, il mondo non può passare e qui l'operaio si intrattiene dolcemente con il suo Dio e Padre.

Chi lo ha chiamato sa la pochezza delle sue forze, la fragilità delle sue virtù e la potenza contrapposta del male.

Non vi è capello del suo capo che cada senza che sia contemplato e permesso dai piani della Provvidenza divina.

Egli non ha indossato la tuta dell'operaio per vanagloria, ma per lavorare a servizio di un Capo, che lo ha chiamato, il Cristo, e che non gli lascerà mancare né il lavoro, né il salario.
Innumerevoli altri certamente più buoni e più capaci potevano essere chiamati in sua vece e messi al suo posto. Perché l'elezione si sia posata su di lui è un grande mistero.
Sono forse le virtù e le preghiere di una persona apparentata, nota od ignota, viva o defunta, che hanno piegato la volontà di Dio verso la sua anima procurandole la vocazione operaia. Forse sono le preghiere di suore di clausura, di missionari... Lo sapremo un giorno, quando i meravigliosi congegni di giustizia e di carità della Comunione dei Santi saranno noti.
Intanto l'operaio sente tutta la sua indegnità, ma sa anche di essere un prescelto, di avere una missione da parte di Dio.

A contatto con la fiducia di Dio anche l'anima più raggelata deve sentirsi penetrare dal calore vitale di un grande sole. Anche se il passato ha saputo di quest'anima tante promesse e tanti tradimenti, tante insufficienze, tante miserie, l'avvenire con l'aiuto di Dio sarà diverso.
Iddio ha fiducia nell'operaio e l'operaio ha fiducia in Dio.

 

3 L'assunzione da parte di Dio, o vocazione, è un dono che non deve insuperbire, ma piuttosto intimorire l'anima designata.

è il timore di Dio che passa, dello sposo che giunge nella notte ed esige che le anime in attesa abbiano delle lampade ricolme d'olio. Bisogna temere di trafficare poco e male il talento aureo ricevuto; né basta, per conservarlo, di seppellirlo in un terreno di vita senza slanci. nauseante per la sua tiepidezza, spiritualmente vile e vuota.

Non è il caso di lamentarsi quando la Provvidenza usa chiedere, e specialmente alle anime consacrate, qualcosa di superiore alle forze di cui ciascuno crede di poter disporre.
La virtù richiede uno sforzo continuo, la tensione di tutte le energie in un tentativo di superamento.
Bisogna rendersi conto che in questo modo si costruisce il reddito del talento ricevuto e che la somma di tali acquisti, da parte di tutte le anime in grazia, produce l'accrescimento complessivo del corpo mistico di Cristo nella dottrina e nella virtù, nel tempo e nello spazio. Soffrendo per il travaglio a cui la nostra consacrazione ci sottopone, dobbiamo sentire il travaglio di Maria nel dare alla luce Gesù.

Al timore di non corrispondere deve unirsi il timore di perdere il dono ricevuto della vocazione. Non esiste consacrazione che non sia stata contrastata, che non abbia costato, prima o poi, delle autentiche rinunzie, che non continui ad essere minacciata dal mondo esteriore e dalle passioni che affiorano nel mondo inferiore.

Ogni mattina l'operaio deve partire alla conquista e alla difesa della sua vocazione, la quale deve essere operante in lui, come il motore nella fabbrica.

L'avviamento del motore avviene allorquando vengono pronunciate le parole del Simbolo: «Noi crediamo in Dio Padre e lo ringraziarne per la vocazione che ci diede...". Il sentimento di riconoscenza sale come incenso al cospetto di Dio e conduce l'anima a rinnovare la consacrazione per il giorno che inizia.

Le opere della giornata, piccole o grandi al cospetto degli uomini, ma sempre imbevute di sacrificio, hanno il significato di un'offerta in olocausto che continua e rinnova la consacrazione operaia.

Mentre l'offerta si sviluppa durante le ore del giorno e della vita, l'operaio deve continuamente controllarsi perché è troppo fragile e prezioso il tesoro che gli è stato affidato, ripetendo alla sua anima queste belle parole di una scrittrice norvegese: «Ogni altro amore è come il riflesso del sole in una pozzanghera della vita. Non puoi abbandonarti ad esso senza macchiarti; solo quanto tu tenga sempre presente che non è che la pallida immagine di una luce che viene da un mondo più alto, tua vera patria, soltanto allora davanti ai tuoi occhi risplenderà un aureo fulgore che tu guarderai bene dall'ottenebrare frugando nel torbido fondo".

 

4 Vi è una parola nel testo di Marco che stiamo meditando la quale ha molta importanza per il mondo interiore dell'anima consacrata, ed è la parola "secum", con Sé.

Il secondo evangelista non si limita a dire che Gesù assunse Pietro, Giacomo e Giovanni, ma sottolinea ciò che Matteo sottintende, che Gesù li prese con Sé: "secum».

Molta dolcezza è racchiusa in questa parola ed è bene fermarsi a meditarla. Le anime che seguono la chiamata e che appoggiano la loro vita, come una leva, sul fulcro della consacrazione per sollevare il mondo, devono sapere di non essere sole. Gesù le prende con Sé: «assumit secum".

Questo pensiero vale quello della presenza di Dio che è veramente fondamentale per le anime che tendono alla perfezione ma anche, per così dire, lo supera. Non è soltanto l'occhio di Dio su di noi, ma è la compagnia di Gesù dalla quale irradiano i prodigi della sua amicizia.
Come può essere triste un operaio quando un pellegrino misterioso lo accompagna ricordandogli le Scritture e spiegandogli gli avvenimenti che si vanno svolgendo?
In quel modo che Gesù non manda gli Apostoli nel Getsemani, ma li porta con Sé e si occupa continuamente di loro, così all'operaio Egli non solamente addita la strada, ma lo conduce quasi per mano.

Se questo è il pensiero che deve ad ogni istante infondere certezza e gaudio, lo è in special modo quando l'operaio trattiene, non solo spiritualmente, ma realisticamente il Cristo con sé, vale a dire quando riceve la Santa Comunione.

Molti fanno ressa attorno al Sacramento, come la gente attorno a Gesù in quel giorno nel quale Egli si recava verso la casa di Giairo. Gesù era sospinto da ogni parte così che i discepoli si stupirono quando Egli disse: "Quis tetigit vestimenta mea?» (Mc. 5,30 Chi ha toccato le mie vesti?) e gli osservarono: "Vides turbam comprimentem te, et dicis: Quis me tetigit?" (MC. 5,31 Vedi come ti preme la folla, e domandi: Chi mi ha toccato?).

In realtà una donna, una sola povera donna ammalata, fra quei tanti che si stringevano attorno a Gesù, era riuscita a strappargli una forza misteriosa, operatrice del miracolo: "Jesus in semetipso cognoscens virtutem, quae exierat de illo..." (Mc. 5, 30 Gesù accortosi subito dentro di sé della virtù che era emanata da lui...).

Quella donna che aveva saputo accostare Gesù come nessun altro, deve il segreto della sua fortuna a quel pensiero che si era radicato nella sua mente e che l'Evangelista riporta: "Quia si vel vestimentum eius tetigero, salva ero" (Mc. 5,28 Solo ch'io tocchi la sua veste sarò salva).
è appunto la fede che costringe Gesù al miracolo «Filia Egli disse fides tua te salvanti fecit: vade in pace, et esto sana a plaga tua" (Mc. 5, 34 Figlia, la tua fede ti ha salvata: va in pace e sii guarita dal tuo male).

Quando Gesù prende seco l'operaio sacramentalmente, nella Santa Comunione, questi deve realizzare un rapporto di fede sull'esempio dell'emorroissa.

Non basta accostarsi a Gesù, bisogna toccarlo con quella certezza interiore che risana.
La Comunione di ogni giorno è l'ambulatorio spirituale dell'operaio dove egli ritrova la salvezza e pace.

 

9. "COEPIT CONTRISTARI" (Cominciò a rattristarsi)

1 Il primo ed il secondo evangelista sono concordi nel riferire che Gesù incominciò la sua agonia dopo aver prescelto Pietro, Giacomo e Giovanni ed averli portati con sé oltre il luogo dove si era fermato il grosso della comitiva.

Allora Gesù «coepit contristari et maestus esse» (Mt 26,37 Cominciò a rattristarsi e ad affliggersi).
Questo verbo «incominciare» usato da Matteo e anche da Marco, deve essere evidentemente riferito alle manifestazioni esterne del dolore, perché non si può pensare che il cuore di Gesù non fosse addolorato quando poc'anzi annunziava il tradimento di Giuda, oppure le negazioni di Pietro.

Ma Gesù fino a quel momento aveva contenuto il dolore e solo adesso volontariamente dà libero corso a tutti gli affetti della natura inferiore come il tedio, la noia e il dolore, per iniziare la sua passione.

I discepoli, così tardi a comprendere i pensieri di Gesù, possono ora conoscere dal suo viso sconvolto, dal suo atteggiamento e dalle sue parole le inaudite sofferenze che Lo trafiggono.
Gesù, vincendo quel riserbo che la carità Gli aveva imposto per impedire che la mente dei suoi discepoli fosse alterata dalla paura in quelle ore che Egli aveva destinato alle sublimità della prima comunione eucaristica, cede al bisogno umano di manifestare esternamente il proprio stato d'animo.

Egli incomincia a comunicare agli uomini il suo dolore con grande umiltà e con assoluta schiettezza.
Accostiamoci al divino sofferente con riconoscenza perché non vi è norma più preziosa di questa che Egli viene tracciandoci con il suo esempio ed impariamo anzitutto da Lui ad evitare la superbia del dolore nascosto.

Quando non vi sono ragioni di carità che inducano a dissimulare il dolore, vi sono spesso ragioni di orgoglio.

Manifestare il proprio dolore vuol dire accusare un colpo, svelare una debolezza, scoprire la propria vulnerabilità e perciò non sempre è cosa gradita.

Vi sono anime che al sopraggiungere del dolore si chiudono nel mutismo, si appartano, non si confidano.
Anime altere che vorrebbero essere conosciute soltanto quando gli eventi sono prosperi e non tollerano che l'occhio del prossimo si posi sulle proprie ferite foss'anche per sanarle.
La scuola getsemanica insegna all'operaio la modulazione del dolore la quale incomincia con una vena di grande spontaneità.

Perciò l'operaio non deve lasciarsi irretire dall'alterigia che trasforma le anime in un blocco di amarissimo sale, come pure deve evitare che questo avvenga in altri.

Egli ha infatti una seconda missione da compiere: decongelare il dolore degli altri, nascosto e rappreso.
Non vi sono sofferenze più atroci di quelle che provoca la superbia congiunta al dolore. Senza dire che queste anime quanto più soffrono tanto più si rendono impermeabili ed inguaribili.
Il dolore, questa salutare medicina dell'uomo, diventa per costoro il tossico della felicità terrena e della salute eterna.

Abbia l'operaio una tenerezza particolare per queste anime altere e sottoponga ad esse, ma non con le parole soltanto, l'esempio del Cristo che ci ha insegnato la fecondità spirituale di un dolore comunicato ad altri, sofferto al cospetto del mondo.

 

2 Incomincia la tristezza e la mestizia di Gesù. Il Figlio di Dio del quale i Vangeli non dicono mai che abbia riso, fu provato molte volte dal dolore durante la vita terrena la quale non fu sotto molti aspetti che una catena di ostacoli opposti alla sua missione redentrice, dalla nascita nella stalla di Betlemme fino a poco prima del Getsemani, quando Egli annunziò il tradimento di Giuda e la debolezza di Pietro.

Tali ostacoli suscitarono certamente una reazione dolorosa nel Cuore di Gesù che alcune volte apparve esternamente, come quando pianse per la morte di Lazzaro che Egli amava.

Ma non vi fu mai nel Cuore del Redentore una tragedia come quella del Getsemani a cui stiamo approssimandoci.

Ed è a questo Cuore che dobbiamo rivolgere anzitutto il nostro pensiero, cioè a quella capacità di amare e di soffrire che ogni uomo porta con sé e che trova in Gesù la sua sublimazione.
La tristezza e la mestizia di questa notte rappresentano una crisi dolorosa, la più grave, del Cuore di Gesù.

è del tutto logico che rivelandosi a distanza di secoli a Santa Margherita Maria, il Sacro Cuore le abbia chiesto di praticare l'Ora Santa a ricordo ed a conforto della sua agonia nell'orto perché là dove avvenne lo strazio ivi si rende necessaria la riparazione, cioè presso il Cuore divino.

Resi più accorti dalle rivelazioni di Paray le Monial siamo in grado di capire meglio la tragedia del Getsemani.

Bisogna partire dalla meditazione del Cuore che ha tanto amato gli uomini, tutti gli uomini, di un amore purissimo e cioè senza tornaconto.

Il Cuore di Gesù chiede di dare, soltanto di poter dare e non ha bisogno, per la sua gioia, di ricevere.
Fatte le debite proporzioni, è simile all'amore di una madre che è felice quando può darsi al figlio anche se il figlio è piccolo e non capisce, oppure se grande, ma ingrato e incomprensivo.
La radice profonda della tristezza e della mestizia di Gesù consiste dunque negli sbarramenti che il suo amore sta per incontrare, più grandi che mai, fino al folle tentativo operato da quegli stessi uomini che sono l'oggetto dell'amore, di arrestare per sempre le pulsazioni del suo Cuore.

Gesù che ha dato luce alle intelligenze e salute ai corpi, senza nulla chiedere, anzi rifiutando gli onori e le altre ricompense umane, ormai non potrà dare agli uomini se non la sua passione, dono sovreminente, ma conclusivo.

Poi questo Cuore cesserà materialmente di battere, mentre contiene un infinito potenziale di amore...

L'incomprensione e la malvagità degli uomini straziano il Cuore divino che una cosa sola desiderava e desidera: di immettere nelle arterie di ogni anima il sangue della sua Grazia. Egli sembra esclamare: "O uomini, perché non vi lasciate amare da me ?".

 

3 Talora sulle anime scende la sera. Come al vespro tutte le ombre si allungano e sembrano invadere la terra per condurla nel dominio delle tenebre, così allora per le anime le difficoltà sembrano ingigantire, e piccoli indizi contrari si adergono come ostacoli preoccupanti, pericoli nascosti divengono palesi, uomini fidati appaiono in una luce di debolezza o di tradimento, la forza morale e fisica viene meno, la via che si batte appare rivolta verso un abisso.
In questi momenti nei quali il coraggio abbandona il cuore dell'uomo, un'angoscia invincibile ne attanaglia l'anima e ne scuote il corpo: è la paura.

Così si apre il dramma di Gesù, con la paura. Che il Signore del cielo e della terra possa essere triste lo comprendiamo; ma più difficile è intendere come Egli abbia potuto aver paura, se non pensando alla realtà della sua natura umana che era, come la nostra, soggetta alla marea del sentimento che talora sale quasi a sommergere l'intelligenza e la volontà.

Non vi è umiliazione più profonda per l'essere razionale di trovarsi in balìa di un meccanismo oscuro che non si può dominare anche volendo.

Non poteva il Redentore abbassarsi di più di quanto fece nell'orto sottoponendosi alla paura, tormento più grave di quanti altri ebbe a soffrire durante la passione, perché questi verranno dall'esterno, quella invece è una sofferenza che sale dalle profondità della sua natura umana.

Come per Gesù, così per ogni uomo, la paura si affaccia allorquando una prova reputata difficile e necessaria si approssima.

Alle difficoltà esterne, obiettive e previste, si aggiunge lo sconvolgimento del proprio essere che perde la serenità e la dolcezza così necessarie nel momento del pericolo.
L'uomo trova difficoltà a dominarsi, perde il controllo di sé, e sorge allora come grave tentazione la viltà, che spinge a fuggire.

Qualora il pericolo suggerisca la fuga, l'operaio pensi a Gesù che pur gravemente tentato dalla paura, non fuggì, ma lottò con violenza indicibile, con quell'assoluta padronanza di sé di cui diede continuamente prova durante la passione. Questa è la prima vittoria che ogni operaio deve realizzare nelle circostanze più difficili della sua vita: la padronanza di sé.

 

4 La carità del Padre è giunta fino al punto di sovvenire, nel Cristo, ad un'altra grave infermità e tentazione nostra: il tedio. Come la paura così il tedio fu grande sorgente di tristezza per il divino agonizzante e dobbiamo essere grati al secondo evangelista di avere analizzato in modo così aderente ed efficace lo stato d'animo di Gesù: "et coepit pavere et taedere" (Mc. 14,33 Cominciò a sentire paura e angoscia).

Il tedio non è la noia perché questa affligge colui che sta inoperoso ed è una giusta sanzione dell'ozio e dell'accidia; perciò la noia non è, in questo senso almeno, una tentazione per il buon operaio, ma lo è il tedio che può giungere subitaneo nel mezzo dell'azione a sconvolgere il cuore e la volontà.

è il panorama delle opere che cambia improvvisamente come se ad un bosco verdeggiante fossero tolte le foglie, quasi che alla fiorente estate subentrasse di colpo uno squallido inverno.
è il mondo interiore che si raffredda, è il prossimo che disgusta, è la vita di domani che appare monotona come quella di oggi e di ieri. L'anima diventa simile a quelle persone a cui una malattia toglie il gusto dei cibi; le vivande sono quelle di sempre, ma appaiono insipide, non allietano, non soddisfano.

Questo vento che sembra venire da un deserto, prosciuga e insecchisce ogni fioritura spirituale e lascia dietro di sé una terra bruciata. Quando le anime ne avvertono il soffio devono riparare nel giardino del Getsemani come in un'oasi.

Gesù agonizzante ha voluto affrontare e vincere il tedio, per noi.

La sua grande opera gli appare scipita, proprio quando sta per scoccare l'ora suprema, eroica, sublime, della riconciliazione fra l'uomo e Dio.

Se il peso di ciò che fluisce nel tempo gravò sul cuore di Gesù che pur conosceva i segreti di Dio, è più che naturale che affligga l'uomo il quale intuisce i suoi destini eterni, ma non li conosce.
Il tedio deve essere interpretato dall'operaio come il risultato del contrasto fra le aspirazioni alle perfezioni divine deposte in seme nel cuore dell'uomo e lo squallore, la limitatezza del mondo.
Il tedio dice all'operaio che egli non è fatto per quaggiù, che le sue opere anche se riuscite e apprezzate, sono frammenti impercettibili di fronte all'eternità e alla maestà di Dio.
Il tedio sofferto e santificato da Gesù deve essere considerato come un amico che ci conduce sulle rive di un mare sul quale salperemo un giorno: il mare dell'infinito.

 

10. "USQUE AD MORTEM" (Fino a morirne)

1 Penetrati nel santuario del dolore sopportato da Gesù nel Getsemani, giunge al nostro orecchio come un suono di organi da sovrumane distanze.

è la voce dello Spirito Santo che ha previsto e descritto mediante la parola dei Profeti lo strazio al quale va incontro il Figlio dell'Uomo.

Ascoltiamo queste voci profetiche con lo spirito raccolto e sospeso con il quale si accosta il miracolo, poiché è veramente miracoloso che a distanza di secoli il Messia sia stato così fedelmente vaticinato. (1)

Deus, Deus meus, respice in me, quare me dereliquisti? Longe a salute mea verba delictorum meorum. Deus meus, clamabo per diem, et non exaudies, et nocte, et non ad insipientiam mihi.Ego autem sum vermis et non homo,opprobrium hominum et abiectio plebis. Omnes videntes me deriserun me,locuti sunt labiis et moverunt caput:Speravit in Domino, eripiat eum, salvum faciat eum, quoniam vult eum.Circumdederunt me vituli multi,tauri pingues obsederunt me, aperuerunt super me os suumsicut leo rapiens et rugiens.Sicut aqua effusus sum, et dispersa sunt omnia ossa mea:factum est cor meum tamquam cera liquescens inmedio ventris mei.Aruit tamquam testa virtus mea,et lingua mea adhaesit faucibus meis,et in pulverem mortis deduxisti me.Quoniam circumdederunt me canes multi,concilium malignantium obsedit me,foderunt manus meas et pedes meos.Dinumeraverunt omnia ossa mea,ipsi vero consideraverunt et inspexerunt me.Diviserunt sibi vestimenta meaet super vestem meam miserunt sortem. Tu autem Domine, ne elongaveris auxilium tuum a me;ad defensionem meam conspice.Erue a framea, Deus, animam meam,et de manu canis unicam meam;salva me ex ore leonis,et a cornibus unicornium humilitatem meam.

 

(1) Dio mio, Dio mio, volgiti a me, perché mi hai abbandonato? te ne stai lontano dalle mie preghiere, dalle mie grida supplichevoli.Dio mio grido il giorno, e non mi esaudisci, la notte, e non mi dai ascolto. Ma io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e lo spregio della plebe. Tutti quelli che mi vedono mi deridono, muovono le labbra, scuotono il capo: "Ha sperato nel Signore: egli lo liberi, lo salvi se lo ama". Mi circondano molti giovenchi, tori di Basan mi assediano. Aprono contro di me la loro bocca come leone rapace e ruggente. Mi sono effuso come un'acqua e si sono disgiunte tutte le mie ossa. Il mio cuore s'è fatto come cera, si scioglie nelle mie viscere. La mia gola s'è inaridita come un coccio e la mia lingua s'è attaccata al mio palato e mi hai ridotto alla polvere della morte, Infatti molti cani mi stanno attorno, una caterva di persone inique mi circonda. Hanno traforato le mie mani ed i miei piedi: possono contare tutte le mie ossa. Essi mi vedono e vedendomi si rallegrano, si dividono i miei panni e tirano la sorte sulla mia tunica. Ma tu, o Signore non startene lontano: aiuto mio, affrettati ad aiutarmi. Salva dalla spada la mia anima e dalle unghie del cane la mia vita; Salvami dalla bocca del leone e me misero dalle corna dei bufali.
(Salmo 21, 2, 3, 7, 9, 13, 22)

 

2 La tristezza denunciata da Gesù è anzitutto, per sua confessione, una sofferenza dell'anima e cioè una manifestazione interiore: "Tristis est anima mea" (Mt 26, 38 Mc 14, 34).
Ma il dolore spirituale che può talora esistere senza riflettersi sul fisico, altre volte è di tale violenza che si riversa sui fenomeni materiali della vita scuotendoli e perfino sradicandoli.
Il dolore spirituale può uccidere, ed è questo il limite verso il quale Gesù sembra essere trascinato poiché la tristezza non solo avviluppa la sua anima, ma giunge a scavare nell'equilibrio delle sue forze corporali fino a minacciarne la distruzione: "Tristis est anima mea usque ad mortem". Fino a morirne.

Queste parole non si spiegano se Gesù non avesse accusato quel travaglio anche fisico e cioè il sentimento dell'angoscia, che si riversa dall'anima sul corpo dell'uomo.

L'angoscia stronca le energie dell'uomo e lo annienta.

Non vi è argine capace di contenere questa marea crescente; non vi è considerazione umana, né ricordo, né speranza che tenga.

I giorni dell'angoscia sono di polverizzazione, di nullificazione.

Colpito da un dolore disumano, l'uomo sente che il tempo lo divora, che la vita gli sfugge, che la morte è prossima.

Il dolore di Gesù è dunque totale; egli si dibatte in una morsa che avviluppa tutto il suo essere umano.

 

3 Come dinanzi ad ogni problema, così di fronte al dolore, l'operaio si dispone ad affrontare la realtà con visione chiara e radicale.

Ogni dolore provoca una ferita caratteristica e suscita una reazione, per quanto sempre molesta, diversa di volta in volta; ma un legame sostanziale congiunge tutti i dolori ed ha il valore di una legge che domina la vita dell'uomo.

La visione frammentaria del dolore si esaurisce nell'analisi umana delle cause e dei rimedi di ogni sofferenza; ma si completa ed innalza nel cristiano poiché egli si rende conto che il dolore è una sanzione ineluttabile la quale può assumere volti diversi, ma non può essere allontanata in modo permanente dall'uomo.

Questo o quel dolore potrà essere evitato con opportuni accorgimenti, ma non può darsi che il dolore, nella più vasta accessione del termine, venga escluso.

La legge del dolore è uscita dalla bocca di Dio Padre quando comparve ai nostri progenitori dopo il peccato di origine. "Quia audisti vocem uxoris tuae et comedisti de ligno Egli disse , ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledicta terra in opere tuo: in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos germinabit ubi, et comedes herbam terrae. In sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram de qua sumptus es: quia pulvis es et in pulverem reverteris" (Gen. 3, 17, 19 Perché hai ascoltato la voce di tua moglie, ed hai mangiato dell' albero di cui ti avevo comandato di non mangiare, la terra sarà maledetta nel tuo lavoro: con grandi fatiche ne trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l'erba della terra. Mangerai il pane nel sudore della tua fronte, finché ritorni alla terra dalla quale sei stato tratto: giacché polvere sei e in polvere ritornerai).

Di qui deriva l'universalità del dolore e la sua eccellenza perché non vi ha liberazione, vale a dire espiazione del peccato originale e del peccato attuale, senza dolore.

Gesù, che ha voluto assumere la posizione dell'uomo decaduto onde operarne la redenzione, ce lo insegna con la sua vita e soprattutto con la terribile agonia del Getsemani.
L'accostamento del più grande dolore che mai uomo abbia sofferto e il pensiero che esso fu ritenuto necessario dall'UomoDio, che era personalmente innocente e che disponeva di ogni altro mezzo per fondare la sua Chiesa, deve accrescere a dismisura nelle anime la stima per il dolore.
L'operaio, pur soffrendone, deve apprezzare il dolore fino a condividere la grande espressione di Santa Teresa "o soffrire o morire", perché una vita senza dolore è sfornita del suo valore redentivo più alto e caratteristico.

Occorre che l'operaio sappia spiritualmente superare le contingenze del suo dolore per assaporarne il succo amarissimo che ha il valore di una medicina individuale e universale.
Quanto più l'anima cristianamente soffre, tanto più aumenta in sé il potere assorbente della grazia, e tanto più estende nel mondo l'opera redentiva del Cristo.

L'operaio è compreso di questa elementare verità che il dolore è cosa grande e che ci accompagna nella vita come un fuoco sacro destinato a consumare in noi tutte le scorie.
Il dolore è comune a tutti gli esseri umani, li affratella, li unisce, li salda in una simpatia universale!
Il dolore annulla le distanze, cancella le diversità morali e sociali e permette che due persone piangenti, una nel freddo e nel buio di una strada deserta, l'altra in una stanza ricchissima e deserta siano assolutamente eguali!

Un intento del Redentore nell'accettare la tortura del Getsemani fu certamente quella di farci apprezzare, nella giusta misura, il dolore come mezzo di redenzione.

 

4 Aprendo il suo cuore a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù obbedisce a un disegno divino di redenzione che tiene conto della necessità nella quale si troverà l'uomo, di avere da Lui un esempio di sovrumana sofferenza, ma corrisponde anche al bisogno umanissimo, di confidare ad altri le proprie pene.

Se vi è un certo numero di persone che la superbia conduce a nascondere il dolore, è pur vero che la grande maggioranza sente l'impellente bisogno di rendere manifeste le proprie sofferenze, di invocare l'aiuto del prossimo almeno chiedendo ciò che sempre è possibile dare, la comprensione e l'affetto.

è questo un denominatore comune a tutti i dolori fisici e morali da chiunque sofferti ed è pure un'ancora di salvezza, quasi una passerella che permette all'uomo di accostare e di sovvenire un altro uomo che soffre.

Per quanto prezioso, il dolore è sempre una piaga esposta che induce l'uomo al lamento, e cioè a quella comunicazione della propria sofferenza che è la traduzione del dolore nella vita sociale.
Chi dissimula il dolore per ragioni superiori di vita spirituale e specialmente di carità o di espiazione, non è che non senta il bisogno di sfogare l'amarezza che porta in sé, anzi è la vittoria su questo istinto che gli acquista un particolare merito.

Non è l'impassibilità degli stoici che il cristiano deve prefiggersi; ma la sofferenza di Cristo piena di sensibilità e di generosità, di riguardo per gli altri e di spontaneità.

Conservare la spontaneità al dolore così che il prossimo possa leggerlo attraverso il volto e ascoltarlo dalle parole, è una caratteristica della vita spirituale che non è mai ermetica e antisociale, ma sempre unitiva, nella gioia e nella sofferenza.

è buona regola quella di non soffrire da soli, ma di scegliersi con cura dei confidenti come fece Gesù, anime superiori capaci di comprendere, di preferenza anime sacerdotali e anime consacrate.
Pochi devono essere i confidenti, ma pure è bene che ci siano, e ricercati in modo da non dare purchessia la fiducia, riversando in persone superficiali, frivole, indicate dal sentimento più che dalla ragione, i propri dolori.

Il dolore non deve essere profanato dalla confidenza, ma reso più alto, più accetto, più meritorio.
Negli ambulacri della sofferenza bisogna entrare con spirito di raccoglimento poiché il luogo è santo.

 

11. "VIGILATE MECUM" (Vigilate con me)

1 Non a tutti è dato di penetrare egualmente nei dolori del Cristo.

L'accostamento è predisposto da Dio ed è segno di predilezione come si vede dai tre che il Maestro ha portato con sé nella notte e che erano, secondo quanto osserva San Cipriano, i più fedeli e forti.

Vi è dunque una gerarchia fra le anime, che il mondo non apprezza perché è capovolta rispetto ai suoi gusti ed alle sue aspirazioni, ed è la gerarchia delle anime che conoscono il dolore.
Gesù vuole distinguere con questo sigillo doloroso i suoi tre prediletti perché si sappia che quanto più si aspira alla vicinanza di Lui tanto più si richiede conoscenza e comprensione dei suoi dolori.

Non è soltanto una richiesta indiretta che il Cristo rivolge a Pietro, Giacomo e Giovanni; cioè non si limita a manifestare l'angoscia che sommerge il suo animo, ma chiede espressamente, con una spontaneità e un'umiltà che sbalordisce, il conforto dell'uomo: "Sustinete hic Egli dice et vigilate mecum" (Mt. 26,38 Restate qui e vigilate con me)

Egli chiede due cose, di sostare in quel luogo e di vegliare con Lui.

Non vuole che essi tornino sui loro passi mescolandosi agli otto che più addietro si sono seduti e forse sono già immersi nel sonno.

Per quelli l'ordine era diverso; da questi invece, che stanno più innanzi nella gerarchia dell'amore e del dolore, si richiede il coraggio di fermarsi in quel luogo e di affrontare la notte dell'agonia.
Osserva giustamente il Garofalo che nello studio del Vangelo a noi manca, di solito, un dato importantissimo e cioè la notizia del tono con il quale le parole furono pronunciate dai diversi personaggi, e anzitutto da Gesù, poiché il tono determina spesso il significato preciso delle parole che vengono pronunciate traducendo lo stato d'animo di chi le pronuncia.
Ma qui non vi può essere dubbio, queste parole sulle quali meditiamo "Sustinete hic et vigilate mecum" che, isolate dal contesto, potrebbero anche apparire come un ordine secco e vibrato, seguono immediatamente alla terribile confessione del Maestro "Tristis est anima mea usque ad mortem" e necessariamente partecipano di quel tono di estremo abbandono e sconforto.
Parole che dobbiamo immaginare non come un ordine, ma come un'invocazione; come una preghiera rivolta da Gesù ai suoi intimi sui quali pensava di poter contare; come un soffio che i tre raccolsero perché il silenzio della notte era profondo.

 

2 Gesù desidera che gli Apostoli prediletti si fermino sul luogo della sua agonia: "sustinete hic" ed il suo invito, come ogni parola del Vangelo, si prolunga nel tempo e giunge fino a noi.
Avendo Egli parlato per ogni uomo, di ogni tempo, è doveroso che l'attenzione si fermi su questo preciso desiderio e che ciascuno si chieda perché mai il Cristo abbia voluto e voglia questa sosta delle anime nel Getsemani.

Essendo il Maestro venuto fra noi per insegnare la via della salute, possiamo ritenere che anche questo episodio della sua vita, e perciò questo suo desiderio, abbia come scopo essenziale la redenzione dell'uomo.

è per noi che Egli si dispone a soffrire ed è per noi, anzitutto, che Egli ci chiede di sostare nella notte del suo dolore.

In altri termini, noi siamo invitati a fermarci per imparare da Lui, dal suo esempio e dalle sue parole in circostanze così straordinarie; perciò "hic", in questo luogo santo, dobbiamo anzitutto raccoglierci e meditare.

La meditazione, muovendo dagli elementi certissimi che ci vengono offerti dalla parola dello Spirito Santo, divino Relatore di quanto avvenne nel Getsemani, deve analizzarne ogni parte utilizzando il sapere raccolto dalla Chiesa nel corso dei secoli e ricavando quegli insegnamenti che la mente umana può formulare in questa mistica sosta.

La fermata non è per immobilizzare l'uomo ma per concentrare le sue forze spirituali sopra l'oggetto che la bontà divina ha predisposto per lui, forze spirituali che constano nel tempo stesso di pensiero e di volontà.

Non basta contemplare, bisogna assimilare, così che l'anima trovi nel Getsemani i gradini della sua ascensione, dolorosamente scolpiti dal Cristo, e li percorra.

Come geograficamente il Getsemani si trova alle falde del monte degli ulivi, così misticamente si trova alla radice del monte della perfezione. Bisogna saper trovare, fra le ombre del Getsemani, la via.

 

3 Non basta a Gesù che i suoi apostoli si fermino accanto a Lui nell'ora del dolore, come non gli basta che i cristiani si raccolgano a meditare sul Getsemani nutrendosi a questa eccelsa scuola spirituale.

Egli vuole dagli apostoli e dai cristiani una singolare presenza che ora va elemosinando con parole che attestano l'umiltà del suo Cuore divino.

Egli vuole la presenza affettiva delle persone amate, che esse prendano parte intimamente ai suoi dolori.

Colui, del quale era stato scritto: "Misertus est eis, et curavit languidos eorum"» (Mt. 14,14 Ebbe compassione di essi e guarì i loro infermi) chiede ora che l'esempio si compia nei suoi riguardi e che si vegli con Lui: mecum.

Gesù non chiede un'assistenza fisica, né, pur sapendo che fra poco verrà il traditore per catturarlo, intende disporre nella notte delle sentinelle a vigilare il podere; Egli invoca che il cuore dei fedeli sia vicino al suo Cuore, e che la loro attenzione comprensiva non sia rivolta all'esterno verso l'inevitabile, ma che si trattenga sui dolori che trafiggono e devastano la sua anima.
"Mecum". In questo desiderio di Gesù che i tre Apostoli veglino con Lui dobbiamo scorgere il suo invito a circondare di una devozione amorosa il ricordo dell'agonia.

Il Getsemani non è soltanto un episodio del Vangelo, ma una realtà in atto; come il Dio vivo pende anche oggi dalla Croce del peccato che gli uomini rinnovano, così agonizza nella notte profonda dell'incomprensione e del tradimento.

La devozione getsemanica parte da una rievocazione storica, ma si allarga ad abbracciare una realtà soprannaturale che accompagna in ogni tempo e luogo, come pure in ogni anima, l'estendersi della redenzione, poiché tutti siamo coinvolti in quanto a colpa e in quanto a merito in quest'agonia, e siamo invitati a parteciparvi.

"Mecum". Questa parola esce come sussurro da ogni tabernacolo. è l'invito che si rinnova da quel mistico Getsemani dove il Cristo soffre nei secoli la solitudine, l'incomprensione e il tradimento.
La notte del tabernacolo non è meno pesante della notte nella macchia degli ulivi, non è altra la vittima nascosta sotto le specie del pane, né diverso è il comportamento degli uomini, di quelli che dovrebbero vegliare e pregare, e di quelli che compiono il sacrilegio di imprigionare Gesù.

La pratica della devozione getsemanica come quella dell'ascetica getsemanica è il punto di riferimento delle anime operaie che, per altro, devono guardarsi dall'attribuire un tono sentimentale a questa devozione per non diminuirla e per non profanare l'austerità che domina nella tragedia del Getsemani.

Giova modellarsi sull'esempio degli evangelisti. Di essi scrive il Lebreton: «il loro amore per il Maestro superava di molto il nostro; i sentimenti che agitavano il loro cuore, specie di Giovanni, il testimonio oculare del dramma, erano infinitamente più forti e vivi di quelli che possiamo ora provare noi; eppure il loro racconto procede con un tono commosso e modesto che ci impressiona di più di ogni lamento.

Gli evangelisti hanno compreso che il rispetto per la vittima adorata imponeva loro questo silenzio" (P. G. LEBRETON, La vita e l'insegnamento dì Gesù Cristo Nostro Signore, Morcelliana, 1934, p. 337).

Lo stile degli evangelisti è di esempio alla devozione getsemanica, la quale, essendo concreta, deve condurre l'operaio frequentemente dinanzi al tabernacolo e soprattutto a visitare i tabernacoli di quelle chiese che il pubblico diserta e dove il Cristo sembra ripetere con particolare ragione: "Sustinete hic et vigilate mecum".

 

4 Nella festa del Sacro Cuore la Chiesa ricorda l'epistola di San Paolo agli abitanti di Efeso dove l'apostolo, avendo detto che gli fu accordata la grazia di annunziare presso i gentili le incommensurabili ricchezze del Cristo, soggiunge che egli ha il compito di mettere in luce davanti a tutti l'economia del mistero nascosto, dalle origini dei secoli, in Dio: "Illuminare omnes, quae sit dispensatio sacramenti absconditi a saeculis in Deo" (Ef. 3,9 Mettere a tutti in luce quale sia la traduzione in atto dell'arcano nascosto da secoli in Dio).
Questa economia si è realizzata nella storia attraverso una distribuzione sempre più larga dei sacri misteri, cosicché nuova capacità di comprendere fu data progressivamente all'uomo e la Chiesa vide con sempre maggiore chiarezza ciò che fin dall'inizio fu annunziato.
Questo accrescimento della Sposa di Cristo nella conoscenza del suo Sposo è una dolce anticipazione della luce totale che irromperà dopo morte nella mente degli eletti.
Con la sua liturgia la Chiesa mette dunque in relazione questa progressiva distribuzione del mistero con la conoscenza del Sacro Cuore di Gesù che, pur essendo stato annunziato dai Padri, dai Dottori, dai Santi e dalle anime contemplative fin dai primi secoli della Chiesa, ebbe il suo trionfo nelle rivelazioni concesse, durante la seconda metà del '600, a Santa Margherita Maria Alacoque.

Fra le istruzioni e le richieste rivolte da Gesù alla grande figlia di San Francesco di Sales, vi è quella di praticare l'ora santa e cioè di vegliare con lui nella notte in memoria dell'ora di agonia che Egli trascorse nel Getsemani. Il Sacro Cuore ripeté più volte questa richiesta come si può leggere negli scritti della Santa.

Queste ripetute richieste di Gesù rivolte a Margherita Maria portano della luce nel mistero del Getsemani perché ci fanno comprendere che le sofferenze alle quali il Cristo si sottopone riguardarono soprattutto il suo Cuore, se questo Cuore benedetto chiede di essere compreso e confortato.
Anche il "Sustinete hic et vigilate" si rivela, in questo modo, come un'espressione del sentimento di Gesù e cioè come un bisogno del suo Cuore, come una necessità creata in lui dall'amore.
Perciò sembra possibile di concludere che la devozione verso l'agonia del Getsemani è l'essenza intima della devozione verso il Sacro Cuore la quale è destinata, come disse San Giovanni Evangelista a santa Geltrude, a riscaldare l'amore verso Dio in un mondo invecchiato e raffreddato.

"Consilium Domini in aeternum manet; cogitationes cordis ejus in generatione et generationem... Ut eruat a morte animas eorum et alat eos in fame" (Salmo 32, 11,19 II disegno del Signore sussiste in eterno: e i pensieri del suo cuore per tutte le età... Per liberare dalla morte le anime loro e nutrirli in tempo di fame).

 

12. "AVULSUS EST" (Si allontanò da)

1 Scaglionati i suoi discepoli in due gruppi, l'uno di otto e l'altro di tre, Gesù si allontanò, da solo, nel cuore del Getsemani.

Di questo fatto ci informano Matteo, Marco e Luca; però quest'ultimo adopera un'espressione che rende lo stato d'animo di Gesù ben più di quanto non facciano Matteo e Marco.
Mentre questi si limitano a dire che Gesù "avanzò alquanto", Luca adopera un'espressione fortissima dicendo che Egli "si strappò da loro per un tiro di sasso".

Questa espressione fa intendere che la separazione di Gesù dai tre prediletti avvenne nel dolore e indica la violenza del distacco.

Da un punto di vista umano Gesù non desiderava in quel momento di essere solo; perché dunque volle superare sé stesso e portarsi più avanti, a un tiro di pietra dai suoi discepoli ?
Possiamo dire che non fu per quel sentimento di pudore di cui a volte il dolore si cinge poiché, seppure a distanza, i tre poterono assistere all'agonia di Gesù.

Ciò a cui essi a distanza non avrebbero potuto assolvere, anche se lo avessero voluto, era il compito di confortare Gesù.

Ed in ciò consiste, probabilmente, lo strazio del distacco per la deliberata rinuncia di Gesù a quelli che avrebbero potuto essere i suoi confortatori.

Le parole del salmo "ho cercato dei consolatori e non li ho trovati" si adattano mirabilmente a questo particolare momento della passione quando Gesù, avendo invocata nobilmente la comprensione e il conforto dei suoi, rinuncia a chiedere più oltre ciò che essi non gli danno, e si allontana.

Forse Gesù si sentiva portato a invocare di nuovo l'assistenza di quelli che Egli amava, a mendicare l'amore come usa l'uomo nei momenti di supremo sconforto, quando è proteso sull'abisso e si aggrappa disperatamente anche ai più inconsistenti arbusti del sentimento.
Così Gesù avrebbe fatto, se non fosse prevalsa in Lui, precisa e dominante, la volontà del Padre la quale non indicava il conforto, in quel momento, ma l'accettazione totale del sacrificio.
E Gesù ebbe la forza di strapparsi da ogni possibilità di umano compianto e mosse, quasi impietrito dal dolore, come una pietra lanciata dalla volontà di Dio, verso la solitudine.

 

2 L'anima dell'operaio non dev'essere come la vite o l'edera che richiedono per espandersi di appoggiarsi a muri, a piante o ad altri sostegni umani, ma come la quercia che cresce solitaria, diritta e possente verso il ciclo.

Non che l'operaio tenga in poco conto la compagnia degli uomini, non la desideri e non sappia trarne quel profitto di carità e di umiltà che essa soprattutto procura, ma questa compagnia non deve essere condizione indispensabile della sua vita la quale ha una sola condizione assoluta e cioè l'amicizia di Dio, che i sacramenti e i sacramentali alimentano.
L'operaio deve trovare in questo dolce legame interiore tutto quanto è necessario e sufficiente per sostenerlo e sospingerlo nella sua missione fino al giorno del transito.

Gli stimoli ed i conforti che provengono dal di fuori, e cioè dalla compagnia degli uomini, sono complementari, devono essere ricercati e apprezzati, ma si deve anche, all'occorrenza, farne a meno.

Quindi giova all'operaio la solitudine volontariamente ricercata perché lo mette di fronte alla realtà interiore, gli fa comprendere di quanto sia tributario ad altri il suo equilibrio spirituale, quale e quanta sia la sua autonomia personale e cioè la sua capacità di attingere direttamente alle fonti che il Salvatore apre a ciascuno.

Nella solitudine, l'operaio studia la sua anima come un motore al banco di prova e, specialmente, anticipa quella prova suprema nella quale si risolve la vita dell'uomo quando solo, e perciò carico delle responsabilità personali, e soltanto di queste, egli si presenterà al giudizio di Dio.

Nella solitudine degli Esercizi Spirituali e delle giornate di ritiro, nella solitudine che il monte e il mare regalano all'uomo, nella solitudine della notte vegliata, o in quella particolare solitudine che procura un paese dove le persone e talora anche la lingua sono sconosciute, l'operaio si mette, con grande frutto, alla presenza di Dio, valuta le sue debolezze, le sue necessità, le sue risorse.

Quando esce dalla solitudine egli è più forte e come traboccante di vita interiore; la riconquista dell'ordine e la chiara nozione del cammino da percorrere lo sostengono.

La solitudine è dunque feconda quando non è ricercata per un desiderio egoistico di tranquillità, per fuggire alle preoccupazioni che il lavoro apostolico procura, o per altri motivi di viltà spirituale, ma quando si verifica come una parentesi attiva della vita quotidiana nella quale l'uomo viene a colloquio con se stesso, vive spiritualmente di quanto la Grazia produce nella sua anima, e guarda con l'obiettività di un estraneo alla sua vita d'ogni giorno, misurandola con il metro dei valori assoluti.

L'operaio ama questa solitudine anche quando è ridotta in frammenti, come nella meditazione o nell'esame di coscienza, la gusta e la ricerca.

 

3 La solitudine ricercata è un esercizio perché le anime si allenino a quella solitudine involontaria che Iddio concede come un periodo di prova e quindi come occasione di merito.
La morte di persone care, il rovesciamento di una situazione economica o di altri valori umani, un lungo periodo di malattia o di prigionia e molti altri motivi possono creare attorno alle anime la solitudine.

Può anche succedere che la fedeltà agli ordini ricevuti dai superiori, o la fedeltà alle opere intraprese per il servizio della Chiesa determini una zona di incomprensione, di freddezza e di solitudine attorno all'operaio.

La solitudine non ricercata, ma imposta e quindi subita, è molto amara non solo per quello che produce, ma anche per ciò che significa: malevolenza, ingratitudine, doppiezza, povertà di spirito cristiano.

è una prova fra le più difficili a sopportare, la prova del vuoto. Il cuore sente il bisogno di essere compreso e incontra indifferenza, distrazione.

L'intelligenza chiede di capire e non vi è chi la illumini.

Le necessità materiali urgono e il prossimo abbandona Giobbe sulle immondezze.

L'operaio di fronte a questa ingiustizia autentica ma sottile e quasi inafferrabile, non è mai così superficiale da profondersi in lamenti od accuse, ma circonda di dolcezza e di tranquillità la propria condizione.

Le possibilità dolorifiche della solitudine sono innumerevoli e cangianti. La solitudine può esistere nel cuore dell'uomo anche se egli è assediato da mane a sera da una folla di uomini.
Tormentosa è la solitudine procurata dalla mancanza di affetti domestici, di amicizie, oppure dalla mancanza di un ambiente professionale, culturale, ricreativo.

è la socialità dell'uomo che si desta, talora all'improvviso, e reagisce contro la mutilazione procurata ad essa dalla solitudine, da quel tipo di solitudine, che gli procura dolore.
Talora non è in gioco la propria sensibilità, ma quella del prossimo e non di rado passa vicino a noi il dramma di un'anima che va singhiozzando per le strade della vita poiché è sola.
Altre solitudini, non meno tragiche, sono contegnose e pudiche e non si svelano che all'osservatore attento.

A volte la solitudine si ammanta di una particolare asprezza e si parla di misantropia, strano impasto di superbia, di delusione e di anomalia psichica.

La solitudine è uno straordinario testimone che rivela l'uomo a se stesso e l'uomo all'uomo.
Di fronte alla solitudine propria, l'atteggiamento dell'operaio è di chi conosce la preziosità del soffrire sull'esempio di Chi, nel Getsemani, affrontò la più desolata solitudine.

In questo modo la solitudine è apparente più che reale poiché popolata dal conforto divino e dal pensiero delle anime che il Getsemani affratella.

Di fronte alla solitudine altrui, l'operaio ha il compito di medicare con mano soave le ferite di chi soffre e di esporre le anime ai raggi vitali del più gran sole, la carità di Cristo.

 

4 I Vangeli parlano per ciò che dicono e per ciò che non dicono.

Essi non descrivono il distacco di Gesù dalla Madonna prima della Passione, ma è certo che nel Getsemani il più crudele motivo d'angoscia fu per lui la lontananza della Madre, di quella Madre.
Il suo cuore umano lo portava a sperare anche dai discepoli la comprensione e il conforto, ma era chiaro alla sua intelligenza che quegli uomini non potevano, in quel momento, comprendere il suo dolore.

Maria sì, l'Immacolata, la Vergine, avrebbe potuto capire il suo Figlio divino ed assisterlo, unica fra gli uomini che avesse ricevuto, nella sua qualità di sposa, lo Spirito Santo.
Maria, con il suo silenzio adorante e amante, con il tocco sovrasensibile e incommensurabile della sua bontà, Maria che conosceva le Scritture e che aveva chiuso nel suo cuore fedelissimo gli ammaestramenti del Figlio, soltanto Maria.

Eppure Gesù non volle che Maria fosse con lui in quell'ora perché se il Getsemani avesse posseduto Maria non avrebbe potuto essere il luogo del supremo distacco, il vertice dell'offerta e della passione.

Se Maria sì fosse trovata nel Getsemani né il dolore redentore di Gesù, né il dolore corredentore di Maria avrebbero raggiunto la notazione più alta.

Meno doloroso sarà il Golgota perché ai piedi della croce vi saranno delle anime fedeli e, anzitutto, Maria.

Non è un gioco di parole dire che Maria è presente al Getsemani perché assente, e cioè partecipe, a motivo dell'assenza, di ciò che il Getsemani significa: solitudine, dolore sovrumano, accettazione assoluta del volere del Padre, culmine della Redenzione.

Anche Maria soffrì, in quella notte, il suo Getsemani, perché i dolori del Figlio erano conosciuti e condivisi dalla Madre e perché la lontananza centuplicava il suo dolore.
Maria è dunque la prima ad insegnarci che il Getsemani può essere vissuto ovunque, associando le nostre anime all'agonia del Cristo, anche di lontano, nello spazio e nel tempo.

 

13. "SUPER TERRAM"

1 Gesù giunge sul luogo esatto della sua agonia.

A distanza di un tiro di sasso vi sono Pietro, Giacomo e Giovanni; più lontano, gli altri apostoli.
Egli ora è solo e il dolore va crescendo nella sua anima; se Gesù ascoltasse il desiderio del cuore forse tornerebbe sui suoi passi per tentare di nuovo, con parole più toccanti, di scuotere i prediletti, di commuoverli, di farsi comprendere, di farsi amare.

Anche la nausea e la paura crescono, e gli consigliano di fuggire da quel luogo ripugnante per salvarsi dalle acque fetide del tradimento, dell'invidia, della sensualità e dell'ipocrisia, acque che hanno rotto gli argini e stanno per sommergerlo.

Il consiglio che sembra salire dalla sfera dell'umana sensibilità a quella della volontà del Cristo è dunque uno solo: andarsene.

Ma il Cristo non ascolta queste voci e con uno di quei gesti che troncano ogni discussione e che ammaestrano più che un discorso, si abbatte sulle ginocchia con la faccia contro la terra amarissima del Getsemani.

Non è un atto di debolezza fisica come di uno a cui le forze vengano a mancare in seguito ad una fatica o ad una malattia, perché fino a poc'anzi le forze di Gesù apparivano integre e tali appariranno fra poco quando Egli tornerà presso il gruppo degli Apostoli addormentati. La causa del gesto improvviso di Gesù, è una prostrazione morale, prostrazione che Egli avrebbe in certo modo potuto evitare portandosi altrove.

Ma egli si abbatte al suolo, come per impedire che le forze istintive della sua umanità lo muovano alla fuga da quel luogo dove un dovere lo costringe, come per anticipare con un atto simbolico il fiat che uscirà fra poco dalle sue labbra, come per consegnarsi effettivamente prigioniero al Padre, prima di consegnarsi prigioniero agli uomini, e come per adorare la volontà di Colui che Lo ha mandato poiché, le ginocchia ed il viso a terra, Egli è nella posizione di chi adora.

 

2 Non vi era certamente al mondo, in quella notte, un luogo più ingrato del Getsemani per il cuore del Cristo. Egli sapeva che in quel posto avrebbe dovuto svolgersi il combattimento interiore più terribile per la sua anima, anzi sentiva che il combattimento era già iniziato con un attacco serrato di dolore, di nausea e di paura. Ma pure quello era il suo posto, e Gesù lo occupa nell'atteggiamento adorante di chi accetta il posto assegnategli da Dio.
Per quanto possa essere nascosto, difficile o spregevole il posto dove la Provvidenza ha collocato l'operaio, non potrà mai darsi che quello di Gesù nel Getsemani appaia meno penoso e più tollerabile.

Agli occhi di chiunque Gesù ha toccato in quella notte, in quel posto, il massimo della sofferenza di cui l'anima umana è capace.

Stabilito il confronto, l'operaio sarà condotto in ogni caso a concludere che il suo è pur sempre un Getsemani minore, un pallido riflesso della riluttanza che il Cristo dovette superare nell'occupare il suo posto nella notte dell'oliveto.

Difficilmente dunque il posto dell'operaio sarà tanto ingrato e repulsivo come il Getsemani in quella notte, ma spesso accade che non piaccia o che venga a noia.

Gli aspetti sfavorevoli del posto che si occupa sono, come è naturale, ben più noti di quelli dei posti tenuti da altri; di qui un cronico desiderio di evasione, di cambiamento.
Talora succede che non si possa parlare neppure di un posto qualsiasi poiché il volere della Provvidenza sembra essere quello che l'operaio si purifichi attraverso la mancanza di ogni condizione di sicurezza umana, vivendo, per così dire, alla giornata.

Ma anche il nonposto è un posto determinato al cospetto di Dio, anzi è quello destinato agli apostoli quando Gesù li mandò a predicare il Vangelo spogli di ogni precauzione umana. "Non peram in via, neque duas tunicas, neque calceamenta, neque virgam: dignus enim est operarius cibo suo" (Mt. 10,10 Non sacca da viaggio, né due vesti né calzari, né bastone: poiché l'operaio è degno del suo nutrimento).

E spesso la vita dell'operaio fluisce così, come un continuo atto di abbandono a Dio, e come una continua manifestazione della Provvidenza divina.

Comunque sia la fisionomia del posto assegnato all'operaio, questi deve pensare che ogni posto, nonostante le diversità umane, si equivale, poiché ogni posto trova la sua giustificazione e la sua fecondità nel volere di Dio.

Il divino mosaicista è il Cristo, ed Egli ha bisogno di tessere d'ogni colore. Questo importa: che l'operaio trovi una collocazione nella grande macchina della redenzione e come nelle macchine materiali, così anche in questa, gli ingranaggi più delicati sono i più piccoli ed i più nascosti.
Che il posto sia spesso doloroso, amaro, è facilmente prevedibile perché senza la componente del dolore quel posto non potrebbe aspirare alla corredenzione del Getsemani e del Calvario.
L'operaio non deve preoccuparsi dell'avversione che può sentire per il suo posto, ma di trasformarlo, di sublimarlo, di renderlo degno delle operazioni redentrici del Cristo.
Ogni posto, per minuto e duro che sia, può spiritualmente attivarsi e diventare un faro di luce, un gioiello della grazia, una dimostrazione che Dio esiste ed è con l'uomo, un nodo stradale per le anime.

Per produrre bisogna fermarsi, inginocchiarsi sul posto che Iddio ci ha consegnato, baciare questa terra che attende di essere fertilizzata dal sudore e dal sangue dell'operaio, adorando.

 

3 Un modo certo per occupare con spirito di cristiana perfezione il proprio posto, consiste nel rispettare il posto che altri occupa evitando di giudicarne il perché ed il come.
L'operaio non deve trar motivo dai doni che Iddio gli ha dato per natura, o di cui gli ha permesso l'acquisto, né tanto meno dal fatto della sua consacrazione per adergersi a giudice, non richiesto, delle azioni altrui.

Anzi, deve trasparire dal suo mondo spirituale un grande rispetto per le idee e per le azioni degli altri e tanto più, quanto più si tratta di estranei, cioè di persone intorno alle quali non si possiedono che insufficienti motivi di giudizio.

Ma anche per i prossimi, e per qualsiasi compito che ad essi abbia affidato la Provvidenza, l'operaio deve interpretare con estrema accondiscendenza e dolcezza ogni atteggiamento ed ogni azione.

Così ha piena attuazione il comando di Gesù "Nolite iudicare" (Mt. 7,1 Non giudicate) che non solo è pieno di giustizia, ma di opportunità, perché anche da un punto di vista umano i saccenti che tutto sanno e di tutto giudicano riescono difficilmente sopportabili.
L'operaio invece deve studiarsi, per la sua missione, di riuscire accetto a tutti e questo successo psicologico è molto facilitato da quel riserbo per cui egli evita, ispirato dall'umiltà e dalla carità, di pronunciare giudizi intorno al prossimo.

Egli eviterà anche di richiamare l'attenzione sopra sé stesso e sul suo posto di lavoro, ma se è necessario parlarne lo farà con grande semplicità, con quella competenza che il posto tenuto gli procura, accettando quelle osservazioni e quei rimproveri che gli potessero giungere con spirito di riconoscenza, anche se non perfettamente intonati o se ingiusti.

 

4 II proprio posto deve essere tenuto dall'operaio con fedeltà e con decoro; cioè con quel riguardo, con quella compiutezza e con quella dignità con cui si adopera un oggetto di valore che non ci appartiene poiché il posto che si occupa, qualunque esso sia, rappresenta una missione affidata da Dio e come tale è grandemente prezioso.

Dall'uso che l'operaio ne fa, dipende la sua salute spirituale e l'estensione del regno di Dio.
Soprattutto il proprio posto dovrà essere tenuto con vigile senso di responsabilità.
Ogni posto riassume un complesso di doveri, più o meno facili e graditi, ai quali bisogna far fronte con fermezza e costanza.

Il comportamento di chi si sbigottisce di fronte al dovere arduo, oppure di chi cerca di escludere il dovere scomodo, o anche di chi cerca abilmente o affannosamente di delegare ad altri il proprio dovere, non è conforme allo stile cristiano, né quindi allo stile operaio.
Guardiamoci da ogni viltà spirituale e anzitutto da quella che ci consiglia di fuggire di fronte alla responsabilità da assumere per non comprometterci e cioè per una sottile forma di rispetto umano.

Coprire il proprio posto non vuoi dire soltanto che lo si deve occupare, ma anche che bisogna assumere onestamente tutte le responsabilità che il posto occupato porta con sé.
è veramente uomo, cioè cristiano, cioè operaio, colui che accetta le responsabilità del proprio agire anche quando appaiono ingrate poiché, se vi fu errore, si accoglie serenamente l'avversità come un'espiazione, se invece non vi fu errore basta la testimonianza della coscienza a confortare l'operaio nel ricordo delle parole di Gesù: "Beati i perseguitati per amore della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli" (Mt. 5,10).

Questo atteggiamento richiede talora una presa di posizione energica, come quando si devono riprendere dei dipendenti che non compiono il proprio dovere, compito ingrato da cui però non è lecito esimersi pur cercando di togliere dal rimprovero, con la carità, ogni aspetto passionale.
Vi sono delle anime per le quali questo atteggiamento franco e virile è spontaneo, ma ve ne sono delle altre che devono vincere la timidezza naturale; allora è necessario un forte impegno della volontà il quale crea nell'anima, per mezzo della grazia, questa particolare virtù, la fortezza.

L'operazione si compie con tanto maggior merito e miglior risultato, quanto più la vittoria è faticosa, perché ciò che si conquista con la grazia supera in qualità ciò che proviene dalla natura.
Al rispetto per il posto degli altri il buon operaio unisce l'aiuto perché ciascuno possa fare fronte alle responsabilità del proprio posto.

Senza pose, senza annoiare, senza far pesare, ma con naturalezza e discrezione il prossimo deve essere aiutato a portare il peso del dovere quotidiano.

Un estraneo può vedere ciò che la persona direttamente interessata non vede, può scongiurare pericoli, può avviare verso una soluzione, può fornire aiuti insperati; ed allora l'estraneo, tanto più se operaio, non deve più sentirsi estraneo, ma chiamato in causa dai fili invisibili del volere divino ed ha il dovere di intervenire circondando il suo interessamento di bontà e di tatto.
è nelle piccole cose, nelle minute circostanze della vita, che il cristianesimo rifulge della sua più commovente bellezza ed è qui che la virtù dell'operaio trova il suo vaglio, il suo incremento, la sua principale funzione.

 

14. "PATER....."

1 La solitudine è ormai totale attorno a Gesù. La Madre è distante perché in questo modo deve compiersi il volere di Dio.

I fedeli e i fedelissimi, se anche materialmente prossimi, sono spiritualmente assenti perché avvinti dalla stanchezza e trascinati lontano nelle irrealtà del torpore che precede il sonno.
Gesù aveva descritto agli apostoli, con parole aderentissime, l'abbandono nel quale lo avrebbero lasciato, ma non era stato capito. Riascoltiamole, quelle parole, che non solo predicono la solitudine inflitta a Gesù dagli uomini, ma anche il grande conforto che sosterrà Gesù nell'ora dell'abbandono:

"Ecce venit hora aveva detto Gesù durante il cammino dal Cenacolo al Getsemani et etiam venit, ut dispergamini unusquisque in propria, et me solum relinquatis: et non sum solus, quia Pater mecum est "(Gv. 16, 32 Ecco viene l'ora, anzi è già venuta, che vi disperderete ciascuno dal canto suo, e mi lascerete solo; ma non sono solo, perché è con me il Padre).
L'umanità del Cristo si rivela, in queste parole, con un'evidenza che sconvolge e commuove.
La presenza del Padre è l'ancoraggio di Gesù mentre il suo Cuore sanguina per l'assenza degli uomini, è la realtà a cui Egli si appoggia, come per rincuorarsi, onde affermare "et non sum solus".
Con un tono di fierezza e di sicurezza queste parole devono essere uscite dalla bocca di Gesù dopo che la sua voce si era velata, forse, nel descrivere l'abbandono degli apostoli.
Gli uomini lo abbandonano, ma il Padre è con Lui: "Pater mecum est".

Del Padre, Gesù aveva parlato in quella sera e in quella notte più che in ogni altro momento.
Basta rileggere nel Vangelo di Giovanni il racconto dell'ultima cena per trovare nelle parole di Gesù, ad ogni passo, l'accenno al Padre.

Egli aveva affermato di essere nel Padre "Ego sum in Patre meo" (Gv. 14,20 Io sono nel Padre...) al punto che colui che odia Lui, odia il Padre "Qui me odii, et Patrem meum odit" (Gv. 15,28 Chi odia me, odia anche il Padre mio).

Egli aveva dichiarato il suo amore verso il Padre "Diligo Patrem" (Gv. 14,31 Amo il Padre) e l'amore del Padre verso di Lui, amore che Egli assunse ad esempio per amare, nello stesso modo, gli uomini "Sicut dilexit me Pater et ego dilexi vos "(Gv. 15,9 Come il Padre amò me così io ho amato voi).

Ma anche il Padre ama gli uomini e li ama in quanto essi amano Gesù "Ipse enim Pater amat vos, quia vos me amastis" (Gv. 16,27 Lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me).
Gesù aveva spiegato, per ciò che è dato agli uomini di capire, il legame intimo ed indissolubile che lo stringe al Padre.

Ora è venuto il momento di mostrare in atto questo legame che unisce, pur mantenendole distinte, le prime due Persone della Santissima Trinità.

Durante la cena, Filippo aveva detto a Gesù: "Domine ostende nobis Patrem" (Gv. 14,8 Signore, mostraci il Padre).

E Gesù aveva risposto: "Philippe, qui videt me, videt et Patrem" (Gv. 14, 9 Filippo, chi vede me vede il Padre) e aveva soggiunto "Pater autem in me manens, ipse facit opera" (Gv, 14,10 Il Padre che sta in me è egli stesso che opera).

Come il Padre sia in Gesù e come vada operando attraverso la libera accettazione del Figlio, sta ora per essere dimostrato nel divino colloquio dell'agonia.

 

2 Uscendo dal Cenacolo, Gesù aveva anche parlato del Padre suo per mezzo di quella parabola che viene detta della vite e dei tralci : "Ego sum vitis vera aveva detto Gesù et Pater meus agricola est" (Gv. 15, 1 Io sono la vera vite, il Padre mio è il vignaiuolo). Questo ingresso ampio e fermo della parabola ci presenta il Padre nella veste di un operaio e precisamente di un agricoltore.

Che il Padre sia un grande operaio è chiaro quando si pensi alla creazione che è il suo capolavoro, così come la redenzione è il capolavoro del Figlio.

Né la creazione, né la redenzione sono dei fatti che hanno avuto termine nel tempo, poiché l'esistenza attuale del mondo può anche dirsi una creazione continuata, ossia un prolungamento della creazione (prolixitas creationis), e nello stesso modo si può dire che la redenzione è in atto a motivo del lavoro incessante della Grazia che fluisce dal costato del Cristo.
Mentre il Figlio pende, tuttora, dal patibolo, il Padre ripete su di noi, anche oggi, il fiat della creazione.
Il Padre viene dunque presentato da Gesù come un agricoltore, il quale toglie ogni tralcio della sua vite che non dà frutto e pota quei tralci che danno frutto perché ne diano di più: "Omnem palmitem in me non ferentem fructum, tollet eum; et omnem qui ferit fructum, purgabit eum, ut fructum plus afferat" (Gv. 15, 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglierà via; e quello che porta frutto la poterà, perché frutti di più).

Sull'esempio e secondo l'insegnamento di Gesù, l'operaio deve sentire la presenza del Padre non altrimenti di quanto la parabola consiglia, e cioè come una presenza direttiva ed operante.
Il Padre è Colui che secondo un piano determinato ha piantato la vite e richiede da essa il frutto corrispondente.

Egli segue con occhio vigile la vita della pianta così da incrementarla, toglie i rami secchi e pota i rami fecondi.

Fuori della metafora, Egli segue le espansioni della redenzione operata dal Cristo attraverso le diramazioni del Corpo Mistico ed ha gelosa cura di esse.

Siccome ogni tralcio è sorvegliato, l'operaio ha motivo di sentire sopra di sé l'occhio del Padre, di temere il suo giudizio, ma anche di abbandonarsi alla sapienza di questo divino agricoltore il quale valuta secondo una giustizia che gli uomini non conoscono, dosata con infinita bontà.

Al Padre preme il reddito della pianta, che è quanto dire della creazione e della redenzione, non solo in genere, ma nella fattispecie di ogni cristiano.

Il pensiero della fecondità che Iddio esige dalla sua mistica vite sprona l'operaio alle opere per non essere considerato tralcio sterile destinato alla distruzione.

Se poi il lavoro è mescolato alle sofferenze, l'operaio pensa che le cesoie dell'agricoltore vanno potando in lui il superfluo perché le sue forze, concentrate sull'essenziale, conducano a frutti più pregiati.


Il piano, che vive nel cuore di ogni buon operaio, di lavorare onde produrre frutti nella Chiesa di Dio, è ispirato al desiderio di rendere gloria al Padre perché i frutti, e cioè le opere, onorino l'agricoltore divino. "In hoc clarificatus est Pater meus ha osservato Gesù a conclusione della parabola ut fructum plurimum afferatis" (Gv.15,8 Il Padre mio è glorificato in questo, che portiate molto frutto).

 

3 II Padre, in quest'ora, è dinanzi al Figlio come giudice. Gesù è, per il Padre, l'ambasciatore e il procuratore dell'uomo, uno schermo immacolato che copre il disfacimento della natura umana e i peccati innumerevoli che da quello iniziale traggono origine.

Poiché si addossa le colpe degli uomini, Gesù è come l'accusato che in veste di reo si presenta al giudizio del Padre.

La sentenza è nota ab aeterno, ma nel Getsemani si svolge l'ultimo appello nel quale Gesù tenta di modificare la decisione del Padre e di mitigare i rigori della divina giustizia ricorrendo all'onnipotenza divina, per dimostrare la realtà della sua natura umana, in tutto simile alla nostra fuorché nel peccato.

Nel silenzio della notte che avvolge l'oliveto, si aderge un tribunale che deve pronunziarsi in ultima istanza sulla sorte che spetta al novello Adamo.

Di fronte a questo, i tribunali di Caifa, di Pilato e di Erode non sono che secondarie strutture a cui Gesù si sottoporrà, mansueto e silenzioso, convinto della morte che Lo attende e che Egli accetta.
Non è la sentenza degli uomini che Lo conduce al Calvario ma la sentenza del Padre.
L'ultima udienza del processo contro il Figlio viene celebrata al cospetto di alcuni uomini assonnati, ma talora in ascolto e che riferiranno, perché da tutti si sappia che Gesù non cede alla forza del male ma alla forza del bene, che non è satana attraverso i suoi sgherri a giudicare del Figlio di Dio, ma il Padre in persona; che la vittoria non è dunque di satana, ma che spetta a Dio infinitamente giusto e potente, a cui corrisponde l'infinita carità del Figlio nel darsi alla morte per noi.

Gesù aveva detto agli apostoli che il principe del mondo non ha su di Lui nessun potere ("... enim princeps mundi huius et in me non habet quidquam" (Gv. 14,30 ...il principe di questo mondo non ha da fare nulla con me) ed ora, permettendoci di assistere al suo Getsemani, ci dimostra che Egli è il prigioniero del Padre e che solamente perché tale, si consegnerà prigioniero agli uomini.

Fierezza e verità del Cuore di Cristo!

Ma anche fierezza e verità dell'operaio ogniqualvolta egli giudicherà del mondo, delle sue vicende e delle sue condanne da questo medesimo punto di vista.

Non è il giudizio dell'uomo che importa, ma il giudizio di Dio. Attraverso la miopia e la cattiveria degli uomini passa, invisibile e misteriosa, la corrente del volere divino; a questo si cede e non al male; con la fiducia di chi si abbandona alla sentenza di un Padre.

 

4 Grande operaio il Padre, grande operaio il Figlio, non è di meno grande operaio lo Spirito Santo.
Come al Padre e al Figlio è attribuita la creazione e la redenzione, così alla terza persona della SS.ma Trinità si attribuisce il capolavoro della sapienza divina e cioè l'incarnazione, in quanto è per opera dello Spirito Santo che il Verbo prese carne e nacque da Maria. Congiungimento del divino e dell'umano che supera ogni immaginazione, coronamento della creazione e architrave della redenzione, l'incarnazione continua, per così dire, oltre il concepimento di Maria e si realizza ogni qualvolta le cose divine devono essere accolte, capite, assimilate dall'uomo.

Lo Spirito Santo costruì allora il ponte di passaggio fra la natura umana e la natura divina ed è presente ogniqualvolta questa osmosi spirituale, fra le due nature, si realizza.

La stessa comprensione della verità e della grazia portate al mondo dal Cristo, non sarà sufficiente se non quando scenderà il Paraclito a renderla compiutamente possibile.
Infatti Gesù disse intorno allo Spirito Santo, in quella medesima notte, queste parole:
"Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia, et suggeret vobis omnia, quaecumque dixero vobis" (Gv. 14, 26 Lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, egli vi insegnerà ogni cosa, e vi rammenterà tutto quanto già vi dissi).
Lo Spirito Santo è dunque l'interprete divino di ciò che Gesù ha detto ed ha fatto, ed è lo Spirito Santo che rende perfetta testimonianza del Cristo di fronte all'umanità secondo quanto Gesù medesimo volle soggiungere per chiarire il suo pensiero agli apostoli:
"Cum autem venerit Paraclitus quem ego mittam vobis a Patre, Spiritum Veritatis, qui a Patre procedit, ille testimonium perhibebit de me" (Gv.15,26 Quando sarà venuto il Consolatore ch'io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli attesterà per me).

Per questo motivo la Chiesa, interprete sensibile della redenzione, ispira il suo mandato allo Spirito Santo.

Nei confronti del Getsemani il ricorso allo Spirito Santo è dunque necessario perché l'anima possa accostarsi al mistero per ricavarne la luce di cui abbisogna, affinché la verità si renda accessibile, adeguata ai bisogni ed in progressivo aumento.

Ma anche sotto un altro aspetto lo Spirito Santo aleggia, per così dire, nella mistica notte getsemanica.
è Gesù che ci suggerisce questo attraverso alcune parole rivolte agli apostoli, sempre in quella notte, poco prima di entrare nel giardino: «Si enim non abiero Egli disse Paraclitus non veniet ad vos" (Gv. 16,7 Se non me ne andrò, non verrà a voi il Consolatore).
La volontà del Padre che condiziona il dono dello Spirito alla morte del Figlio, è presente alla mente ed al cuore di Gesù.

Egli sa di dover pagare questo tributo pesantissimo perché l'umanità possa ricevere il Paraclito con i suoi doni e dissetarsi, finalmente, alle acque trasformatrici della redenzione.
Tutto ciò che ha fatto finora non potrà essere compreso, né fruttificare, né confermarsi, se non verrà lo Spirito, e lo Spirito non verrà se il Cristo non accetterà di uscire dal mondo, attraverso il tormento della condanna e del patibolo.

Quando ascolteremo Gesù invocare il Padre dicendogli che, potendo fare ogni cosa, allontani il calice amarissimo dalle sue labbra, dovremo anzitutto pensare che Gesù voglia dire al Padre che trovi modo di mandare egualmente lo Spirito Santo agli uomini senza chiedere a Lui, suo Figlio, un prezzo così alto e così ripugnante.

E quando ascolteremo il "fiat" di Gesù dinanzi all'immutata volontà del Padre, saremo condotti a pensare che il motivo dominante dell'accettazione da parte del Figlio consista nella sua volontà di non privare gli uomini dello Spirito Santo e dei suoi carismi.
L'agonia del Getsemani è il primo e più grave tributo versato da Gesù alla giustizia del Padre per acquistare agli uomini il dono della Pentecoste.

Nella pietà del buon operaio vien fatto continuo ricorso allo Spirito Santo perché illumini e fecondi la difficile via delle opere.

La pietà dischiude la via alla conoscenza, e la conoscenza all'azione trasformatrice del Paraclito; onde si verifichi la parola di Gesù: "Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere, quia non videi eum, vos autem cognoscetis eum, quìa apud vos manebit, et in vobis erit" (Gv. 1416,17 Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede, né lo conosce: ma voi lo conoscerete, perché abiterà con voi, e sarà in voi).

 

15. "Omnia tibi possibilia sunt" (Tutto ti è possibile)

1 Abbandonato dagli uomini che gli sono amici, prossimo a cadere nelle mani degli uomini che gli sono nemici, il Figlio ricorre al Padre che è più grande di lui («Pater maior me est" (Gv. 14,24 II Padre è più grande di me) e nel quale, per il mistero della santissima e indivisibile Trinità, egli si trova («Unigenitus Filius, qui est in sinu Patris» Gv. 1,18 L'Unigenito Figlio che è nel seno del Padre).

Il rapporto del Figlio con il Padre è un colloquio del quale noi conosciamo direttamente solo le parole pronunziate dal Cristo.

Il pensiero del Padre può essere intuito ma non si esprime con parole umane o, quanto meno, si esprime con parole che non ci sono note. Perciò il colloquio, come viene riferito dagli Evangeli, consiste in una preghiera che il Figlio rivolge al Padre, ripetutamente.
Gesù aveva insegnato: «Orantes autem, nolite multum loquì... scit enim Pater vester, quid opus sìt vobis, antequam petatis eum» (Mt. 6, 7,8 Pregando, poi, non usate tante parole... poiché il vostro Padre sa, prima che glielo domandiate, di quali cose avete bisogno) ed Egli difatti adopera nella sua preghiera poche parole che rappresentano una parafrasi della preghiera ufficiale, il "Pater noster", insegnato ai discepoli. "Sic orabitis" (Mt. 6, 9 Pregate così) aveva detto un giorno il Maestro ed ora Egli stesso adopera quei pensieri e quelle parole nel rivolgersi al Padre.

Gesù, logico ed esemplare in tutto, vuole esserlo anche in questo momento e sotto questo particolare aspetto.

La preghiera ufficiale si apre con l'invocazione a Dio, chiamato con l'appellativo di Padre, e così pure ha inizio la preghiera di Gesù nel Getsemani: "Pater...".

Al nome segue, con dolcezza, un monosillabo che rivela, in qualche modo, un possesso dell'orante e cioè un suo diritto ad essere ascoltato ed esaudito: "Pater mi", "Padre mio!".

Mentre Gesù ha insegnato ai suoi discepoli: «Pater noster», ora esclama, stretto nel torchio del dolore, "Pater mi".

Dopo l'invocazione del Padre, la preghiera si allarga, con vastità oceanica, sopra un orizzonte di infinita gloria e potenza.

Le tenebre del Getsemani sembrano squarciate da una grande luce, il tranello che gli uomini tendono a Dio sembra risolversi di fronte alla Verità che rifulge nel suo eterno splendore.
Gesù aveva insegnato nel "Pater noster" che dopo aver invocato il Padre bisogna desiderare la gloria del suo nome: "sanctificetur nomen tuum".

Prima di ogni altra domanda occorre che la creatura chieda a Dio che gli scopi della creazione siano raggiunti, e la creazione fu determinata appunto per la gloria di Dio.

Dovere di ogni uomo è di contribuire a questa gloria e di pregare e di operare perché Iddio venga glorificato e proclamato come nel trisagio angelico: santo! santo! santo!
Già altre volte Gesù aveva praticato questa regola di rendere gloria al Padre nella sua preghiera, e così nel cenacolo si era rivolto al Padre con l'appellativo di santo: "Pater sancte"

Gv. 17, 11 Padre santo), e con l'appellativo di giusto: "Pater juste" (Gv. 18, 25 Padre giusto).
Nella preghiera del Getsemani, la glorificazione del Padre avviene attraverso un sublime riconoscimento della sua potenza.

Il nome del Padre viene santificato con queste parole che ad un tempo esaltano e commuovono: "Omnia tibi possibilia sunt" (Mc. 14, 36 Tutto ti è possibile).

Il Cristo esalta nel Padre l'Onnipotente. è come il frammento di un cantico d'angeli e di santi che echeggia nel Getsemani e che porta le nostre anime alle soglie del paradiso, una parentesi di gloria che sale al Padre riverberandosi sul Figlio.

Così, nel Getsemani di ogni uomo, vi sono luci improvvise che squarciano, a periodi, le nubi del dolore per dare alle anime il senso dell'altezza e della purificazione a cui la sofferenza, cristianamente accettata, le conduce.

 

2 Leggi fisiche e chimiche, note ed ignote, reggono il mondo materiale a cui appartiene il corpo dell'uomo; misteriose leggi psicologiche ne influenzano l'anima.

Una rete di forze avvolge la volontà dell'uomo, la delimita e spesso la imprigiona.
Chi non avverte, dolorando, la sproporzione che passa fra il desiderio e la realtà, fra lo spirito e la materia? Chi non ha mai sofferto come di una asfissia spirituale, eppure ha dovuto continuare a vivere in quell'ambiente che sembra soffocarlo perché tale è la voce del dovere? Chi poi, lavorando per l'avvento del regno, non si è trovato di fronte a difficoltà quasi impossibili a sciogliersi, oppure stretto come in una morsa da forze negative prevalenti?
In queste circostanze la frase del Getsemani: "Omnia tibi possibilia sunt" suona simile ad un inno di liberazione e di vittoria al cuore dell'operaio.

Dunque non è vero che le forze del male abbiano definitivamente arrestato il programma del bene; non è vero che la nostra incapacità, inferiorità, limitazione sia un ostacolo insuperabile sulla strada delle opere; non è vero che le porte di una prigione senza sbarre si siano chiuse pesantemente alle nostre spalle soffocando ogni motivo di speranza.

Gli stessi peccati non sono una palla al piede tale da impedire il riscatto e la fioritura apostolica di un'anima consacrata.

Basta sollevare gli occhi verso il Padre e riporre in Lui la fede: Egli può tutto.
Non vi sono posizioni incrollabili, né sconfitte senza rimedio, né difficoltà insuperabili, né debolezze che non possano essere fortificate di fronte all'onnipotenza di Dio.

Egli è padrone del meccanismo di ogni legge poiché Egli è la legge suprema.
I determinismi delle forze materiali e morali si sciolgono dinanzi a Lui come neve al sole, poiché la suprema determinante è il suo volere.

Gli sbarramenti giuridici, le convenzioni umane, le previsioni, le mormorazioni, le calunnie si disperdono al suo cospetto, e nuove realtà si affermano che non erano previste.
Quand'anche l'orizzonte fosse chiuso e le previsioni degli uomini pessimiste, l'operaio che agisce secondo coscienza non si turba e non indietreggia, in quanto ogni cosa è possibile a quel Padre a cui egli si affida.

Infatti Gesù disse, prima ancora di rivolgere al Padre nel Getsemani l'inno dell'onnipotenza, queste chiarissime parole: "Quae impossibilia sunt apud homines, possibilia sunt apud Deum" (Lc. 18, 27 Quel che non è possibile agli uomini è possibile a Dio).

 

3 La santificazione del nome divino è particolarmente doverosa quando l'anima avverte di essere destinataria di un dono da parte di Dio: allora l'inno di lode si trasforma in un inno di riconoscenza.
E quando mai l'anima può pensare di sottrarsi alla pioggia di grazie di cui Iddio la ricolma?
Non è forse ogni battito del cuore, ogni respiro, ogni pensiero, ogni attimo della vita soprannaturale un dono immenso e gratuito da parte di Dio?

Non è forse questo il dovere di ogni istante, per cui nella santificazione del suo nome la lode verso l'Altissimo deve mescolarsi intimamente alla riconoscenza?

Il ringraziamento è una testimonianza resa alle opere e questa è una forma molto doverosa di lode.
L'episodio evangelico del lebbroso mondato che torna da Gesù per ringraziarlo e le parole di Gesù dimostrano con quale desiderio Dio attenda la riconoscenza dell'uomo"Nonne decem mundati sunt? et novem ubi sunt?
Non est inventus qui rediret, et daret gloriam Deo, nisi his alienigena?" (Lc. 17, 17,18 Non furono guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non s'è trovato chi tornasse a dare gloria a Dio, se non questo straniero?). Perciò l'operaio deve sempre dedicare un posto adeguato nella sua preghiera al ringraziamento per i particolari benefici ricevuti dalla misericordia divina.

Ma sarebbe poco limitare la riconoscenza a queste grazie speciali, poiché il giudizio dell'uomo è assai limitato e la nostra riconoscenza corre pericolo di essere troppo scarsa e superficiale.
Occorre invece che il cuore dell'operaio sia dilatato dai palpiti di una riconoscenza totale, che abbracci ogni sua facoltà, naturale e soprannaturale, mobilitando tutto l'essere in un'azione di grazie incessante, preludio ai cantici dell'eternità.

Questo si ottiene facilmente pensando che tutte le realtà nelle quali ci incontriamo, belle, brutte o indifferenti, piccole o grandi, superficiali o profonde, transitorie o definitive, naturali o soprannaturali, che partano dagli uomini o dalle cose, previste o impreviste, ben al disopra del valore umano e sensibile che può venire ad esse attribuito, posseggono un significato provvidenziale.
Tutto e tutti rientrano in un piano misterioso di santificazione concepito dalla onniscienza e dalla onnipotenza di Dio per ciascun uomo, piano che noi andiamo continuamente lacerando con i nostri peccati, ma che la divina bontà incessantemente riprende e ricompone.
La santificazione dell'uomo è il fastigio della redenzione e cioè il trionfo della grande opera affidata dal Padre al Figlio, e Questi la persegue nei riguardi di ciascuno con un'azione che non finisce se non quando finisce la vita.

Lo svolgersi di questo divino assedio dell'anima è la profonda, unica verità.
Tutti i piani secondo cui i fenomeni sensibili e ultrasensibili paiono ordinarsi sono costruzioni effimere che acquistano un significato solo per l'apporto recato al piano divino della santificazione individuale.

Il Redentore lavora a questo piano sia con l'intervento positivo della Grazia, sia permettendo alla forza negativa del dolore di aprire il terreno spirituale delle anime rendendolo recettivo e fecondabile.
Non vi è circostanza della vita che non trovi la sua precisa collocazione in questo capolavoro del Cristo che si ripete per ogni anima.

Non dobbiamo ringraziare soltanto per quei benefici singoli, più evidenti e piacevoli, che la bontà di Dio concede, ma per tutti i fattori che incidono nella nostra vita, anche per le circostanze che sembrano inutili, dolorose, per quelle lame fredde e taglienti che il dolore sa insinuare nelle latebre più gelose dei nostri desideri e dei nostri affetti, con precisione che sbalordisce.
Anche queste realtà, che ci sconvolgono e ci abbattono, sono dettagli di quel piano, filtrazioni dell'anima, fattori di richiamo e di purificazione, dosati dal medico divino con l'esattezza con la quale si dosa un farmaco.

L'anima cristiana, e tanto più l'anima consacrata, deve possedere spiritualmente un'acutezza visiva così sviluppata da saper discernere i lineamenti di questa economia che va sviluppandosi nei suoi riguardi, e se anche non sempre riesce a comprenderla deve credere in essa con fede certa.

Soprattutto deve trasportare questa certezza sul piano dell'amore, trasformandola in un cantico incessante di riconoscenza per la divina, implacabile, travolgente persecuzione delle anime che si abbandonano all'azione santificatrice della grazia e del dolore.

 

4 II pensiero del Padre, a cui tutto è possibile, del Figlio che lava ogni colpa acquistando per ogni anima meriti infiniti, e dello Spirito Santo che si impegna a perfezionare in ciascuno l'opera redentrice fino a farle conseguire la santità, infonde nel cuore dell'operaio un sentimento di gioia schietta e permanente.

L'accostamento al Getsemani non altera questo sentimento di gioia ma lo alimenta e lo irrobustisce, preparando l'anima a sopportare il dolore e trasformando anche questo in una sorgente di letizia soprannaturale.

Il dolore guardato in faccia perde, poco a poco, la fisionomia nemica di un castigo che la giustizia divina gli ha attribuito, per acquistare soprattutto la fisionomia di uno strumento di salvezza secondo il disegno mirabile della carità divina.

Perciò nella vita dell'operaio anche le spine si trasformano in rose; non è l'allegria del mondo che lo distingue né lo attrae, ma l'inesauribile serenità delle anime che superano il fenomeno per fermare il pensiero, adorando, al volere di Dio.

L'operaio procede fra gli uomini umilmente come si conviene alla sua missione, ma la sua conversazione è nei cieli; il giardino del Getsemani, per i meriti del Cristo, si trasforma prodigiosamente nel giardino dell'Eden dove la conversazione di Adamo con Dio era consueta.
è una letizia che richiede di essere non tanto apparente quanto sostanziale e continua, ben difesa contro gli assalti degli uomini e delle cose; letizia da cui traspare la fede e che alla fede richiama quanti vanno per il mondo cercando di orientarsi nella notte di un dolore inevitabile e incomprensibile.

Chi ha bisogno di luce, di conforto, di certezza, di consiglio, di aiuto, deve trovare un po' di tutto questo presso l'operaio attraverso quella sua gioia che sale dal profondo e che si comunica istantaneamente alle anime, trasportandole in un clima di carità e di pace.
"Non turbetur, cor vestrum. Credite in Deum, et in me credite" (Gv. 14,1 Non si turbi il cuore vostro. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me). Queste parole pronunciate da Gesù, in quella notte, nel Cenacolo, devono ispirare il cuore dell'operaio in ogni circostanza.
Per quanto inesplicabili, avverse, strazianti possano apparire le vicende umane egli non si turba, anzi custodisce nel cuore una visione ottimistica degli avvenimenti la quale non deve procedere da un assurdo spirito di contraddizione al buon senso o ai sentimenti naturali, ma come da una ricchezza sovrumana a disposizione di chi crede in Dio ed a Lui si affida.
"Non turbetur cor vestrum ebbe a ripetere Gesù in quella notte neque formidet... Si diligeretis me, gauderelis utique" (Gv. 14, 27,28 Non s'angusti il cuore vostro, né si sgomenti... Se mi amate, vi rallegrerete).

E le sue parole rivelano la volontà di procurare ai suoi un gaudio completo: "ut gaudium meum in vobis sit; et gaudium vestrum impleatur" (Gv. 15, 11 Affinché sia in voi la mia gioia, e la gioia vostra sia piena).

 

16. "Transeat a me" (Passi da me questo calice)

1 La passione era prevista da Gesù, non solo per la sua qualità di Dio onnisciente, ma anche per la sua qualità di Uomo in quanto la Scrittura diceva chiaramente, per chi voleva serenamente interpretarla, quale fosse il destino riserbato al Messia.

Gesù ebbe sempre presente la conclusione tragica della sua vita e realizzò un continuo superamento dell'angoscia umana che tale visione procurava, superamento che Gli permise di essere sempre, nonostante la certissima ingratitudine, il buon Pastore di quel popolo che pure un giorno Lo avrebbe condotto a morte.

Questo perfetto equilibrio della volontà di Gesù di fronte al suo dovere viene ora, nel Getsemani, duramente provato.

Da lunghi anni Egli è venuto preparandosi a vivere quest'ora di dolore e, con suprema fortezza, ha cercato anche di preparare gli altri, e soprattutto gli apostoli, a vivere lo strazio e lo scandalo della passione.

Ma la retta intenzione, la buona volontà e le risorse umane non bastano.

Quando, fra poco, Gesù dirà agli apostoli: "Lo spirito è pronto, ma la carne è debole" le sue parole saranno particolarmente spontanee ed incisive perché rifletteranno la tragica prova che si agita adesso nel suo cuore fra il volere e il dovere, fra la repulsione che la passione imminente provoca nel suo essere umano e l'adesione incrollabile della sua anima ai disegni del Padre.

Lo spirito di Gesù è pronto, ma la sua carne è debole, tremante, accasciata, e dalla sua carne esce, spontanea come un gemito, la preghiera rivolta al Padre perché Lo liberi, se è possibile, da questo supremo dolore.

Questa preghiera, nella quale vibra, autentica e inconfondibile, con la sua vibrazione più alta, l'umanità del Redentore è però sempre composta, dignitosa, ieratica.

Dai Vangeli sappiamo che già in passato quei dolori che comporranno la passione sono apparsi a Gesù come un calice disgustoso, assai difficile a bersi.

Quando la madre di Giacomo e di Giovanni si rivolse a Lui per chiedere che i suoi figliuoli sedessero nel regno l'uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra, Egli chiese agli interessati: "Potestis bibere calicem, quem ego bibiturus sum?" (Mt. 20, 22 Potete voi bere il calice che berrò io?).

La passione gli è dunque dinanzi come il calice di tutte le amarezze, come la prova suprema; ed a questa immagine del calice, che gli è familiare, Egli ricorre nella preghiera del Getsemani: "Transeat a me calix iste"... "Transfer calicem istum a me" (Mt. 26, 39 Passi da me questo calice Lc. 22, 42 Allontana da me questo calice).

Per quanto addolcita dal linguaggio figurato, l'espressione è fortissima. è l'umanità di Gesù che insorge contro il dolore, e chiede salvezza.

Con devozione, l'operaio mediti sopra questo grido che Gesù benedetto ha voluto lasciare, per conforto ed esempio, alla nostra umanità.

Nessun'altra circostanza della vita di Gesù, per umile che sia, contiene maggiore umiltà di questa; è Gesù che ci permette di toccare con mano, per così dire, la sua natura umana.

 

2 Il dolore è una pesante macina che passa e ripassa sulle anime come sui chicchi di frumento.
Sotto il suo peso i chicchi si aprono, si dissolvono, ma da essi nasce bianca, utile, profumata, la farina per il pane.

Dobbiamo quindi avvezzarci a considerare cristianamente il dolore, non soltanto come una forza nemica e cieca.

Esso proviene, non vi è dubbio, dal peccato perché da Dio procedono soltanto azioni ed opere perfette.
Ma la bontà di Dio ha voluto prendere questo sottoprodotto della colpa trasformandolo in principio medicamentoso per cui, nell'economia della redenzione, il dolore è un farmaco; inoltre non è cieca la applicazione del dolore all'uomo, ma permessa da Dio secondo giustizia, e cioè secondo le forze di ciascuno ed in vista del suo cammino verso la santificazione.
Considerando in questo modo il dolore, sul volto di chi soffre, per quanto triste, si disegna una grande pace.

Egli sa che la sofferenza non va oltre la misura della sua spirituale sopportazione e che per effetto del dolore tutto va componendosi secondo un ordine nuovo che sfugge al suo personale giudizio, ma non alla bontà provvidente di Dio.

Egli fronteggia la situazione dolorosa con tutta quella intelligenza e quella volontà che il Signore gli ha dato, ma nel tempo stesso si affida al dolore pensando che non è, come spesso accade per le medicine terrene, una cosa inutile, ma un farmaco che non falla, sorvegliato da un medico perfettissimo, Iddio.

Vi è un motivo per cui il dolore dovrebbe essere accolto dalle anime con grande riconoscenza ed è che esso ci permette di saldare quei conti che i nostri peccati hanno aperto presso la Giustizia divina.

Il dolore come espiazione.

Gesù parlò di penitenza e la penitenza non è altro che dolore accettato, meritorio.
La modesta fisionomia spirituale dell'operaio non gli consente, di solito, di cercarsi la penitenza come fanno i religiosi degli ordini contemplativi.

Egli deve mantenersi a livello della vita comune anche nelle manifestazioni della sua vita spirituale.
Ma non per questo la penitenza gli viene a mancare perché il dolore imbeve la vita quotidiana di tutti e si può dire che nessuna penitenza può essere più immaginosa di quella che il dolore spontaneamente suscita nelle nostre carni, o nella nostra anima, durante la vita di ogni giorno.

 

3 Per sopportare il dolore bisogna mettersi idealmente nelle condizioni di un ammalato disteso sul letto operatorio; egli ha una malattia che si può giudicare fatale per la sua vita se il chirurgo non interviene o se, intervenendo, non giunge in tempo.

Il chirurgo ha dei coltelli affilati coi quali aprirà le carni, reciderà i nervi, scoprirà i visceri; ma è condizione di salute e l'ammalato si offre al medico per essere mondato, rigenerato, risanato.
Il dolore è come il chirurgo.

Chi soffre pensi anche di sé come di un marmo informe che venga distaccato dalla cava e che debba trasformarsi in una statua; il dolore è l'artista che va colpendo e scolpendo il marmo, asportando, modellando, levigando, e con ciò creando il suo capolavoro.

Il dolore è simile al bulino temprato ed aguzzo del cesellatore che incide ricami nel metallo con pazienza infinita e con risultati indelebili.

Le gocce del dolore sono come le gocce pazienti che cadono dalla volta delle grotte creando stalattiti e stalagmiti, capolavori fantastici, imprevisti e inconfondibili.

Quando il dolore è alle prese con il suo corpo o con la sua anima, l'operaio pensi al lebbroso al quale Gesù disse: "Volo, mundare" (Mt. 8,3 Lo voglio, sii mondato), pensi alle sensazioni di quell'uomo nel dissolverai dei granulomi lebbrosi, nel distaccarsi delle squame, nel chiudersi dei tragitti fistolosi, nel risolversi delle anchilosi, nel mondarsi, insomma.
Egli deve avvertire, per quanto immaterialmente, un senso equivalente di freschezza e di rinascita.
Poco importa la direzione nella quale la perforatrice del dolore è applicata; il dolore sta lavorando l'anima dell'operaio ed egli accetta, pregando, questa divina operazione.
Il dolore è un bagno gelato che mette i brividi della paura nel cuore dell'uomo, ma anche un bagno caldissimo che scioglie ogni incrostazione umana dalle anime, rigenerandole.
Beati quelli che soffrono poiché vedono; in essi il dolore raffina, decanta, sublima il pensiero.
Lasci l'operaio che il dolore vada e venga come una lima sul suo cuore e sul suo corpo; non importa allora se gli anni passano, se l'arco della vita declina, e se i valori materiali vanno in polvere; ogni anno segna un progresso, una trasparenza, l'acquisto di una luce, in ogni anno si perfeziona il santo, creato in noi dal battesimo, ed è questo, soltanto questo, che conta.

 

4 La nostra stima per il dolore cresce quando si consideri che esso funziona ordinariamente nelle mani di Dio e, se noi lo permettiamo, anche nelle nostre, come un meccanismo rivelatore.
Pensi l'operaio all'accorgimento del vasaio che si accerta se il suo vaso è integro percuotendolo e giudicando dal suono che esso produce; pensi al ferroviere che per assicurarsi dell'integrità delle ruote prima della partenza del treno le percuote, una ad una, e giudica, dal suono, delle loro condizioni.

Così Iddio va saggiando le nostre virtù, una ad una, e il grado di formazione che abbiamo raggiunto con il dolore.

Se l'operaio tiene nel debito conto questa rivelazione realizzata dalla sofferenza, potrà ricavarne concreti e rapidi benefici.

Come nella tecnica fotografica il bagno di sviluppo intensifica le deboli tracce lasciate dalla luce sulla gelatina sensibile e le rivela, così il dolore mette in evidenza questi aspetti delle anime che in tempo di tranquillità difficilmente possono essere individuati.
Sotto i colpi del dolore la superbia affiora provocando uno stato di insofferenza, la sensualità si tradisce nel continuo ricorso dell'anima a conforti sensibili, l'ignavia si manifesta con i segni della depressione o addirittura della viltà spirituale, ma per contro appare in chiara luce la robustezza della fede del cristiano attraverso quella serenità del dolore che è l'experimentum crucis della sua formazione alle verità soprannaturali.

L'operaio sorvegli se stesso durante il tempo del dolore con l'occhio obiettivo del medico che studia il suo ammalato, ed andrà scoprendo nella propria anima delle pieghe insospettate, dei ritorni incredibili, delle lacune, ma anche quelle forze nascoste che la Grazia va creando nel cristiano e che corrispondono agli abiti virtuosi.

Come la fatica fisica è una prova funzionale del nostro corpo al punto che solamente gli organismi sani possono sopportarla, così quell'autentica fatica spirituale che è il dolore è una prova funzionale dell'anima che ne collauda il valore e le possibilità.

 

17. "CALIX ISTE"

1 Gesù sapeva con esattezza che la sua morte era prossima.

Lo dice espressamente l'evangelista Giovanni con queste parole: "Ante diem festum Paschae sciens Jesus quia venit hora eius ut transeat ex hoc mundo ad Patrem..." (Gv. 13,1 Prima della festa di Pasqua, sapendo Gesù che era venuta l'ora sua di passare da questo mondo al Padre...)

Egli conosce anche le tragiche e strazianti circostanze che avrebbero preceduto ed accompagnato la sua morte, al punto che già nei giorni precedenti, al pensiero dei prossimi avvenimenti, il suo cuore si era profondamente rattristato ed Egli aveva chiesto al Padre di salvarLo:
"Nunc anima mea turbata est.
Et quid dicam? Pater, salvifica me ex hac hora" (Gv. 12,27 Adesso l'anima mia è turbata. E che dirò? Padre, salvami da quest'ora).

Con queste parole, Gesù lascia intendere chiaramente che è appunto quest'ora che si approssima, e cioè il tempo della sua passione, ad incutergli timore e dolore.
Di fronte all'espressione allegorica del calice, siamo dunque nel vero pensando che esso contenga anzitutto i dolori morali e fisici della passione alla quale Gesù va incontro.
Per la sua divina sapienza Egli conosce e valuta fin da ora tutti i particolari della cattura, del giudizio e del supplizio.

Egli anticipa, con il pensiero, tutta la passione e l'accetta in ogni suo dettaglio.
La veglia getsemanica è dunque simile all'ultima notte del condannato a morte che dev'essere fucilato all'alba, con la differenza che per Gesù la morte verrà più tardi e dopo molte, più atroci sofferenze.

Quando l'operaio percorre le stazioni della Via Crucis vada pensando che tutte quelle stazioni sono contenute nel calice repellente che Gesù vuole allontanare dalle sue labbra: la condanna di Pilato, l'assunzione della croce, le tre cadute, l'incontro con la Madonna, con la Veronica e con le donne di Gerusalemme, l'intervento di Simone il Cireneo, la spogliazione, l'inchiodamento e la morte nonché la frettolosa deposizione e la sepoltura...

Tutto questo è nel calice e molti altri dolori, molte altre umiliazioni ed offese.
Perciò è giusto considerare il Getsemani come una sintesi di tutta la passione la quale viene anticipatamente accettata e sofferta dal nostro buon Gesù a tal punto che non solo la sua anima, ma anche il suo corpo ne ebbe a soffrire.

Da ciò deriva anche che la Via Crucis può essere considerata come uno sviluppo del Getsemani e un mezzo per indagare i dolori sofferti da Gesù durante l'agonia e per riviverli.
Come nel seme è racchiusa la pianta, così nel Getsemani è riassunta e contenuta tutta la passione di Gesù

 

2 La Passione di N. S. Gesù Cristo è la conseguenza del peccato dell'uomo, da quello che fu commesso nel Paradiso terrestre, fino a quello che potrà dirsi, nella successione dei tempi, l'ultimo peccato.

Dallo squarcio che il peccato d'origine aprì nella natura umana uscì, come da un argine infranto, l'onda del peccato a sommergere il mondo, ed il Cristo è venuto per riparare quell'argine e per cancellare il peccato.

Ogni peccato commesso dagli uomini, piccolo o grande, notorio o segreto, è assunto dal Cristo ed espiato con la sua passione.

Se dunque il calice del Getsemani contiene misticamente tutti i dolori della passione, esso contiene anche tutti i peccati che sono la causa di quei dolori.

Come il condannato non può separare il pensiero della sua prossima fine da quello del delitto che lo conduce alla morte, così il Cristo non può separare il pensiero della passione imminente da quello dei peccati degli uomini che lo condurranno sul Golgota.
Però mentre il condannato a morte sente sopra di sé la sua colpa e talora un senso di giusta espiazione lo sorregge e quasi lo invoglia al supremo sacrificio, il Cristo innocente avverte il terribile contrasto fra la colpa che gli viene addossata e l'infinita, incolpevole perfezione della sua persona e delle sue nature, e per questo soffre anche più intensamente.
Per quanto il nostro linguaggio sia inadatto ad esprimere ciò che passa in quest'ora fra il Padre e il Figlio, ci sembra di intuire che la giustizia divina, che pur poteva essere placata mediante un'assunzione qualsiasi, simbolica, superficiale, dei peccati degli uomini, richiese che Gesù diventasse il mallevadore per tutte le colpe degli uomini dando una riparazione infinita e condegna alla divina giustizia.

Noi uomini che crediamo in Dio, ma che abbiamo una sensazione assolutamente primitiva della sua maestà, non possiamo renderci conto di quanto fosse lo strazio di Gesù nell'apparire così lordo di peccati non suoi di fronte al Padre, allo Spirito Santo e agli Angeli del Paradiso.
Possiamo appena supporre lo strazio da cui fu invasa la natura umana di Gesù a contatto dei peccati degli uomini.

Il sentimento della giustizia è fra i più radicati nella coscienza dell'uomo e solamente chi ha perso ogni traccia di moralità naturale rimane indifferente di fronte ad un oltraggio recato ad essa.
Ma ogni ingiustizia umana è un nulla di fronte alla condanna che sta per essere pronunciata contro Gesù e questo capovolgimento della giustizia strappa dal profondo del suo cuore quei sentimenti che ciascun uomo prova in circostanze incomparabilmente meno gravi, sentimenti di sdegno, di nausea e di ribellione verso il delitto e verso il colpevole.
Questa posizione di Gesù nella veglia del Getsemani per cui appare vittima di un'infinita ingiustizia, sconvolto e agonizzante a motivo di essa, deve ispirare all'operaio il culto della giustizia e un'attenzione incessante perché, nelle piccole come nelle grandi cose, la giustizia sia salva.

Chi pratica e difende la giustizia acquista l'abito morale della rettitudine, fondamentale per l'operaio tanto più che questi, a motivo del suo lavoro, si trova continuamente alle prese con la vita minuta delle organizzazioni, dei commerci e delle industrie umane dove le violazioni della giustizia sono continue.

Su questo mondo di intrighi e di raggiri, la figura morale dell'operaio si deve stagliare come quella di colui che respinge ogni stortura che possa incrinare la giustizia quand'anche una certa larghezza di coscienza possa apparentemente giovare alle opere di apostolato e cioè a costo di rimetterci.

L'operaio è anzitutto un uomo onesto che lavora per costruire la giustizia sociale e che soffre allorquando l'ingiustizia prevale, ed egli si trova impotente di fronte ad essa.
Quando poi l'operaio cade personalmente vittima dell'ingiustizia umana volga il suo pensiero al divino Agonizzante colpito dalla più grande ingiustizia ed alle parole che Egli pronunziò sul monte: «Beati i perseguitati per amore della giustizia, perché di questi è il regno dei celi" (Mt. 5, 10).

 

3 I peccati che gli uomini hanno commesso, o commetteranno, sono dunque presenti alla mente di Colui che, pur essendo l'Innocente, deve espiarli.

Le ombre dell'oliveto, gli spiazzi del terreno illuminati dalla luce, il freddo ciclo notturno si popolano dei fantasmi di questi peccati che la scienza del GesùDio conosce e che il Cuore di GesùUomo, agonizzando, accusa come un insulto.

L'occhio di Dio precorre i tempi e rileva ogni delitto, ogni ingiustizia, ogni sozzura, ogni prevaricazione, ogni viltà, ogni atto di superbia, ogni bestemmia, ogni tradimento.
Questa visione non solo è turpe, ma è contro Gesù personalmente; questi peccati sono i suoi carnefici, sono la maschera di fango che Gli è stata gettata sul viso.

Per questi peccati gli uomini stessi nelle rare parentesi di vera giustizia di cui sono capaci insorsero e insorgeranno mettendo i colpevoli in catene ed anche uccidendoli.
Contro questi peccati la giustizia di Dio è vigilante ed armata, la porta del purgatorio e le bocche dell'inferno sono aperte per vendicare l'offesa recata a Dio e per ristabilire l'ordine.
Dì questi peccati, di questo disordine Egli ora è ricoperto.

I fantasmi notturni sembrano coalizzarsi; il peccato di ogni tempo riconosce la sua unità satanica e si confonde come in un serpaio che Lucifero alimenta e muove contro Gesù.
"Peccatum meum coram me est semper" (Sal. 50, 5 II mio peccato mi sta sempre dinnanzi).
Queste parole del salmo non si adattano a Gesù perché il peccato che si rizza contro di Lui non è suo.

Ma si adattano con assoluta proprietà all'uomo e particolarmente all'operaio.
Se il peccato non suo è presente a Gesù, deve essere a maggior ragione presente a colui che lo ha commesso e presente nel senso indicato dal salmo, come un nemico.

Non vi è altro modo per considerare il peccato, per giungere ad una sua espiazione, per impedire che, ristagnando nel subcosciente, infracidisca l'anima.

Il peccato è il nostro vero, unico, sostanziale nemico.

è il peccato che ha macchiato la veste candida del battesimo, che ha insultato lo Spirito Santo che abita in noi, che ha avvelenato la nostre parole, che ha permesso a satana di agire per mezzo nostro, che ha cancellata la Grazia delle nostre anime rendendo ostile lo sguardo di Dio verso di noi.

è il peccato che ci ha condotto a profanare l'opera di Dio Creatore, a diminuire l'opera di Dio Redentore, a ostacolare l'opera dello Spirito Santificatore.

L'operaio vuole che il Regno di Dio si diffonda ed ogni peccato è una sconfitta per questo Regno.
L'operaio vuole costruire delle opere ed ogni peccato è una mina contro le opere.

L'operaio vuole confortare l'Agonizzante del Getsemani ed ogni peccato accresce l'amarezza di questa agonia che continua anche nel nostro tempo.

"Peccatum meum coram me est semper"

 

4 "Et accipiens calicem gratias egit: et dedit illis, dicens: Bibite ex hoc omnes..." (Mt. 26, 27 E, preso un calice, rese grazie e lo diede loro dicendo: Bevetene tutti...).

Il Vangelo parla di un altro calice. Quello del Getsemani è un calice che Gesù cerca di allontanare da sé, ma che poi accetta.

Quest'altro, invece, è un calice che egli porge ai suoi fedeli invitandoli a bere.
Quello è il calice del peccato e del dolore. Questo è il calice della virtù, del perdono e della grazia.
Se non vi fosse questo calice a portata delle nostre anime vi sarebbe motivo di cadere nella disperazione.
Il peccato commesso che si aderge contro il peccatore come un'accusa, come un fatto irreversibile, toglie il sonno materiale e la pace spirituale all'uomo consapevole.
Il peso della colpa stronca le energie interiori, paralizza e offusca le anime.

L'uomo giace, per il peccato, come un ammalato incapace di reggersi, di muoversi, di alimentarsi.
Ma ecco Gesù, medico divino, che si accosta al suo capezzale e gli porge il calice della grazia.
L'uomo crede, accosta le labbra e beve a lunghi sorsi.

Allora il calore della fiducia si riaccende, un sangue nuovo sembra circolare nelle sue arterie, un senso di giovinezza e di rinascita lo pervade.

Che cos'è questa vita nuova, questa libertà, questa pace? è la vita di Cristo che per i sacramenti si comunica, misteriosamente, all'uomo e lo trasporta sopra un piano astralmente diverso da quello dell'umanità peccante.

L'uomo vive, ma non è lui che vive, vive in lui il Cristo che cancella il peccato e rigenera l'anima.
L'opera di Gesù contro il peccato di cui l'uomo si pente è un divino capolavoro; ciò che era motivo di disperazione diventa argomento di fiducia e di abbandono: ciò che era fomite di corruzione diventa stimolo alla virtù ed al bene; l'esperienza peccaminosa si trasforma in saggezza cristiana a servizio dell'anima e del prossimo; le cicatrici della colpa sono radici di umiltà e di comprensione presso quelle anime che il Cristo redime, una ad una, dal peccato.
Chi prova su di sé questa divina cura operata dal Cristo per mezzo della grazia sente il Getsemani e cioè si accorge che il Cristo in quella notte ha veramente conosciuto la terribile condanna del peccato.

Avendolo fatto suo, Egli ora ne è il medico più accorto, più deciso e più potente.
La disperazione, il rimorso, l'onta che ogni peccato dell'uomo provoca, sono stati misteriosamente provati da Gesù in quella notte ed Egli è ben deciso a vendicare l'insulto che satana ha scagliato a Lui prima che ad ogni altro, ed impegna la sua divina potenza a sconfiggere il male ed ogni traccia del male.

Purché l'uomo si abbandoni a Lui, lasci al suo bisturi la libertà di operare, creda nel suo potere taumaturgico e non chieda se non di amare.

L'unico, terribile, sostanziale dolore che può colpire l'uomo è quello provocato dal peccato, ma anche questo è medicato e tolto dalla mano santa di Gesù.

La vita spirituale del cristiano si muove attorno ai due calici come a due poli: il calice del peccato commesso che gli ricorda il baratro dell'eterna condanna, la sua fragilità e la sua insufficienza; il calice della grazia che lo deterge, lo conforta e lo rende capace di raggiungere, nonostante tutto, la fratellanza di Gesù e la divina figliolanza al cospetto del Padre.

18. "NON MEA VOLUNTAS" Non la mia volontà)

1 La preghiera di Gesù nell'orto consta di due parti.

Nella prima, Gesù manifesta al Padre la sua volontà che è di non bere a quel calice della colpa e del castigo, orrendamente disgustoso.

Nella seconda, Gesù dichiara di accettare la volontà del Padre.

Fra queste due parti fondamentali, come logico anello di congiunzione, Gesù inserisce la rinuncia al suo volere perché Egli sa che non coincide i con i disegni del Padre.

Tre evangelisti, Matteo, Marco e Luca riportano questo inserto con parole somigliantissime: "Non sicut ego volo" (Mt. 26,39 Non come voglio io); "non quod ego volo" (Mc 14,36 Non quello che voglio io); "non mea voluntas" (Lc. 22,42 Non la mia volontà).

La non totale identità delle parole riferite dagli evangelisti si spiega pensando che Gesù ripeté molte volte, con estrema umiltà, quella preghiera così semplice, e forse con piccole varianti formali che rimasero impresse differentemente nella memoria dei tre apostoli sonnolenti.
Se Giovanni, unico fra gli evangelisti presente alla preghiera di Gesù, ed ultimo nel tempo a compilare il suo Vangelo, non credette di intervenire fissando i suoi personali ricordi intorno alle espressioni attribuite a Gesù, è certamente perché approvava quanto stava scritto nei sinottici e lo reputava esatto, cioè fedele anche nelle varianti, alle parole pronunziate dal Maestro.
Lo stesso Gesù, nel passato, aveva messo in evidenza come la sua volontà umana fosse ben distinta da quella del Padre, ma che la volontà del Padre e non la sua era la norma alla quale si atteneva durante la vita terrena.

La dottrina cattolica insegna che Dio è uno solo, cioè una sola è la natura divina alla quale appartengono tutti gli attributi della natura intelligente.

Quindi Dio è spirito purissimo, intelligenza suprema, volontà assoluta.

Come l'intelligenza è attributo inseparabile della spiritualità di Dio, così la volontà, che segue l'intelligenza nel possesso del bene conosciuto attraverso l'intelligenza, necessariamente segue la stessa intelligenza.

Perciò in Dio unica è la natura, unica la volontà, unica la potenza.

Ma la fede cattolica ci insegna che in Dio vi sono tre Persone, perciò dobbiamo concludere che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, pur essendo realmente distinti tra di loro, sono sempre lo stesso Dio, quindi posseggono totalmente l'unica natura divina.

La conclusione è questa che unico è l'essere, unica l'intelligenza, unica la volontà, unica la potenza delle tre divine Persone.

Riguardo a Gesù Cristo la dottrina cattolica definita dalla Chiesa nel Concilio Constantinopolitano III dell'anno 680 contro i Monoteliti (cioè i sostenitori di un'unica volontà in Cristo) insegna che in N. S. Gesù Cristo, essendovi realmente due nature distinte e inconfuse, vi devono essere necessariamente due principi d'operazione e quindi due volontà fisiche, realmente distinte tra di loro, essendo la volontà una proprietà essenziale della natura intelligente.
Perciò: due nature, due principi intelligenti, due volontà, divina e umana.
Però queste due volontà, ambedue vere volontà, ambedue dotate di libero arbitrio, in Cristo non possono essere discordi inquantochè la volontà umana è sempre conforme alla volontà divina in quella che è la determinazione libera del libero arbitrio.

Nella tendenza naturale al bene in sé, qualora trovasi in opposizione col bene voluto razionalmente, vi può essere manifestazione discorde; ma nell'oggetto definitivo questa discordia non può esistere.

L'esempio ce lo dà proprio l'episodio del Getsemani.

La volontà divina non può volere il male, quindi nemmeno la passione di Cristo come fine, cioè come bene.

Però la passione è un mezzo di riabilitazione per l'uomo; per suo mezzo, l'uomo, mediante l'eroica ubbidienza di Cristo dettata dal suo amore infinito per la gloria del Padre e per noi, può essere di nuovo accolto nel novero dei figli di Dio, eredi del Paradiso.
Considerata quindi come mezzo ad un fine così sublime e trattandosi di male fisico e non morale (peccato), Iddio ha stabilito la passione di Cristo come mezzo di redenzione.
La volontà umana di Cristo naturalmente rifugge dal dolore, perciò davanti alla prospettiva della Passione imminente l'anima di Cristo è talmente presa dallo sgomento e dalla ripugnanza che arriva a sudare sangue.

Però, considerando la medesima passione come atto di sublime carità verso il Padre e come mezzo di redenzione per gli uomini, Nostro Signore liberamente l'accetta e pronuncia il suo fiat.
Ecco come le due volontà in apparenza discordi, realmente convengono nel medesimo oggetto, cioè nel non volere la Passione come fine, ma nel volerla come mezzo per la gloria del Padre e per la salvezza del mondo.

Anche l'ammalato assumendo una medicina non la ingerisce come se fosse una cosa buona in sé, ma unicamente in quanto è una ragione di bene in vista della sanità che essa può conferire.
Per esempio, Egli disse un giorno:

"Non possum ego a meipso facere quidquam. Sicut audio, indico: et iudicium meum iustum est: quia non quaero voluntatem meam, sed voluntatem eius, qui misit me" (Gv. 5,30 Non posso fare cosa alcuna da me. Giudico secondo quello che ascolto; e il mio giudizio è retto, perché non cerco il volere mio, ma il volere di Colui che mi ha mandato).
Nel Getsemani ci troviamo, per così dire, in contatto con il mistero della volontà umana di Cristo come uomo e della volontà di Cristo come Dio, che è in tutto eguale a quella del Padre e dello Spirito Santo, essendo unica.

Se così fu per il Cristo a maggior ragione sarà per l'uomo, e per l'operaio che la sua volontà talvolta non si trovi a coincidere con quella di Dio, che gli avvenimenti diretti dalla Provvidenza prendano una piega diversa da quella desiderata o prevista, che il pensiero di chi rappresenta l'autorità divina sia differente dal pensiero dell'operaio il quale deve necessariamente sottoporsi e obbedire.

Tutto questo non può suscitare scandalo né smarrimento, poiché fu vissuto e superato dal Cristo nel podere del Getsemani.

L'operaio che vive di fede penserà allora di quanto l'onniscienza e l'onnipotenza divina superi l'intelligenza e la potenza umana, sentirà sopra di sé una mano che lo salva dai mali passi e da ciò che è mediocre per portarlo verso le sublimi vette dell'abbandono filiale, e troverà in questa circostanza un'occasione di merito e di gioia.

 

2 La rinunzia alla nostra personale volontà, qualora si manifesti diversa dalla volontà di Dio, trova un aiuto di grande importanza, nell'esempio dateci da Gesù durante l'agonia del Getsemani.
A questo dato fondamentale altri dati e altre considerazioni possono essere congiunti per sorreggere l'anima nel difficile passo della rinunzia, e, fra queste, la considerazione che la nostra volontà, sotto molti aspetti, è cieca, cioè priva di quei lumi che potrebbero consentirle di non sbagliare.

Non è necessario discutere in astratto sulla volontà dell'uomo e sulla sua intelligenza per giungere a questa conclusione, basta soffermarsi in concreto sulle vicende del nostro passato, per concludere che molte decisione prese per quanto in buona fede, si dimostrarono in prosieguo di tempo sbagliate e che altrettante volte le decisioni della Provvidenza, intervenuta all'infuori o a dispetto della nostra personale volontà, si sono poi dimostrate sapienti ed utili.
Perfino il dolore, che desta tanta ripugnanza nella nostra natura, si è spesso rivelato a distanza più o meno grande di tempo, come un rimedio efficace, o come un ostacolo che ci ha impedito di cadere nell'abisso, oppure come un segno d'allarme che ha richiamato provvidenzialmente la nostra attenzione sopra un determinato oggetto.

L'orizzonte sul quale l'uomo posa il suo sguardo prima di decidersi, è quanto mai limitato, una zona d'ombra impenetrabile circonda sempre il cerchio di luce della sua conoscenza, e quindi la sua volontà si muove partendo da dati insufficienti od erronei.

A parte ogni cattiva intenzione, o debolezza di fronte alle passioni, e cioè anche quando l'uomo è deciso ad agire perseguendo il bene, non infrequentemente sbaglia, mettendosi per una strada che non conduce allo scopo che egli si è proposto.

Questa infermità dell'intelligenza la quale si riflette sulla volontà rendendola tanto spesso cieca, è una triste conseguenza del peccato d'origine ed affligge ogni uomo.

Perciò non è senza sollievo che l'uomo deve considerare l'esistenza di un piano di salvazione che lo sovrasta, stabilito dalla sapienza divina, per il quale è richiesta la sua adesione e la sua partecipazione, sia quando la volontà infallibile di Dio appare conforme al suo pensiero, sia quando non lo è, ma egualmente si manifesta attraverso la Legge, attraverso i Superiori, oppure attraverso altre cause seconde.

è un'abdicazione gioiosa dell'uomo il quale cede a Dio il suo massimo tesoro, cioè il meccanismo del libero arbitrio, ben sapendo di quanto l'intelligenza divina superi la intelligenza umana.

Questa abdicazione è una pura manifestazione di fede e cioè di quella virtù che non è soltanto "conoscenza", ma superamento della propria volontà in ordine alla verità conosciuta "Haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra" (I Gv. 5,4 Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede).

E non sarà difficile all'operaio di conseguire la vittoria della fede quando consideri, nel momento della battaglia, che spesso la sua volontà, guidata da un'intelligenza cieca, è essa stessa cieca.

 

3 La volontà dell'uomo non solo è cieca, ma spesso è schiava.

Anche quando la verità rifulge dinanzi all'intelletto e la voce della coscienza suggerisce di seguirla, altre voci si levano dal complesso umano, materiale o spirituale, per irretire la volontà.
Le ferite che il peccato di Adamo ha lasciato nel nostro corpo e nella nostra anima si riaprono e fermano l'uomo sulla strada del dovere conosciuto.

Dal corpo partono impulsi disordinati che coloriscono di seduzione il male ed indeboliscono la volontà; quando poi i sensi non sono custoditi, l'uragano degli istinti si scatena soffocando ogni appello della coscienza.

Dall'anima, ammalata d'orgoglio, si sprigionano sottili e inebrianti veleni che addormentano le facoltà mentali presentando all'intelligenza, e quindi alla volontà, una visione falsa del mondo e della missione che l'uomo è chiamato a svolgervi.

Il sentimento fondamentale della giustizia gradualmente si dissolve e non muove, al momento opportuno e quasi automaticamente come dovrebbe, la volontà.

Anche gli altri abiti delle virtù si riducono a pochi cenci colorati, e, così spoglia, l'anima è in balìa delle influenze esterne che la portano or qua ed or là, lontano dalla strada del suo progressivo accrescimento in Gesù Cristo.

è veramente una prigione quella nella quale si dibatte la volontà dell'uomo, e se non vi fosse la grazia di Dio a rompere i ceppi della schiavitù, prima o poi, l'anima si ridurrebbe ad agire secondo il più volgare determinismo materialista.

Ma il lato tragico di questa situazione si verifica quando l'uomo non si rende conto di ciò, e continua a credere nella sua libertà, senza custodirla di fronte agli assalti delle passioni e soprattutto quando preferisce la sua volontà, asservita al peccato d'origine, alla perfettissima e adorabile volontà di Dio.

Se la nostra volontà è tanto spesso cieca e altrettanto schiava, l'operaio deve sentirsi pronto, ogniqualvolta si renda necessario, a rinunciarvi posponendola alla volontà di Dio. Quando in coscienza si è certi che la corrente del divino volere si rivolge verso una direzione determinata, l'operaio deve mettere la sua anima sul filo della corrente e seguirla non passivamente, ma con quello zelo e con quella accortezza che la collaborazione alla suprema volontà richiede.

Chi deliberatamente va contro questa corrente compie un gesto empio, inutile ed anche privo d'intelligenza perché dettato dall'ignoranza di quanto sia fragile e fallace la sua volontà.
Se il Cristo, la cui volontà per quanto immune dalle tare del peccato d'origine e infinitamente più illuminata e libera della nostra, adottò la volontà del Padre, tanto più lieta, spontanea ed agile dev'essere per l'uomo la rinunzia alla sua personale volontà.

Egli abbandona un punto di appoggio pericolante, per ancorarsi ad una certezza eterna.

 

4 Pronto a sottomettere il proprio volere a quello di Dio, l'operaio deve però guardarsi da quella deformazione del pensiero cristiano che consiste nel rifuggire da una testimonianza aperta e ferma del proprio pensiero.

Gesù medesimo, nel Getsemani, ce ne offre un esempio assai convincente perché nella stessa preghiera nella quale rinuncia alla propria volontà, fa presente al Padre che suo desiderio sarebbe di evitare il calice che Gli viene offerto.

Solamente dopo aver invocato con parole toccanti e ripetute l'esaudimento del suo personale volere, lo abbandona sottoponendosi alle decisioni del Padre.

L'operaio, in vista dalla sua vocazione e della sua missione deve essere un uomo dalla forte e consapevole volontà.

Egli, come uomo, sa di possedere nel libero arbitrio il più alto decoro della natura umana, il dono sovreminente ricevuto da Dio quando volle crearlo a sua immagine e somiglianza.
I doni si rispettano, e cioè si trattano con sommo riguardo e si utilizzano, sia per il valore intrinseco che posseggono, sia per deferenza verso la persona che li ha donati.

Il dono di una volontà libera non può essere ignorato né sottovalutato dall'uomo, anche per rispetto ed amore verso Iddio che si è compiaciuto di arricchirlo di tanto.

L'uomo ha dunque il dovere di esercitare la volontà che Iddio gli ha donato costringendola a servizio di ciò che a lui sembra essere, secondo scienza e coscienza, il bene da perseguire.
Elaborare attraverso le operazioni del pensiero, sulla scorta di tutti i dati che l'esperienza, la logica e la consultazione possono fornire, un'opinione personale, è un'operazione doverosa a cui l'operaio non può sottrarsi con il pretesto di un conformismo che ricopre mortiferi strati di pigrizia spirituale.

Egli è tenuto ad attivare la sua intelligenza e a sollecitare proporzionalmente la sua volontà così da raggiungere, per ogni obiettivo, il massimo rendimento personale, presupposto, s'intende, il concorso divino e l'aiuto soprannaturale della grazia.

Solamente quando, per via diretta o mediata, risulti che il volere divino non coincida con la sua opinione, l'operaio con soavità e decisione abbandonerà il suo punto di vista.

Allora la sua offerta è preziosa come il sacrificio di Abele perché egli non presenterà una volontà arrugginita, ma una volontà lucente, palpitante, esercitata, bella come una primizia sacrificata sull'altare.

Iddio non chiede che di giungere al soccorso di una consimile volontà tesa come un arco; e giunge difatti a rettificarne la mira, onde la freccia dell'azione non scocchi verso un cattivo bersaglio.
Perché ci sia questa rinunzia occorre a fortiori che ci sia il volere a cui rinunciare, ed è per questo motivo che il cristianesimo in genere e la spiritualità getsemanica in specie, non costituisce un avvilimento della volontà e della personalità dell'uomo, ma un trionfo.
Il superamento di questo volere, con l'accettazione del volere divino, rappresenta, poi, la sublimazione della persona umana che giunge in questo modo ad attingere i vertici della vita divina.

 

19. "TUA VOLUNTAS FIAT"

1 Dopo aver esposto al Padre la propria volontà di non bere a quel calice, e dopo aver dichiarato di rinunciare a questa volontà, Gesù è disposto ad accettare la volontà del Padre e pronuncia il «fiat».

è la conclusione della preghiera di Gesù, ed è il vertice dell'insegnamento che Egli ci dona nella notte dell'uliveto, per cui dobbiamo accostarci a questa meditazione con il cuore aperto e trepidante, chiedendo allo Spirito Santo di poterne cogliere ed assimilare il frutto.
Il fiat del Getsemani non può essere separato da altri fiat che accompagnano la storia dei rapporti fra Dio e l'uomo, i quali servono a farci comprendere il profondo significato di questa parola che esce come un sospiro dal cuore di Gesù, mentre ha inizio la sua passione.
Il fiat del Getsemani si ricollega al fiat della Creazione di cui parla la Genesi.

Questo fiat, misteriosamente pronunciato da Dio Padre sul caos, popolò il cielo di astri, diede esistenza e forma alla terra, suscitò la vita nelle sue innumerevoli espressioni e con le sue meravigliose armonie, trasse dal fango il capostipite del genere umano, Adamo.

Il fiat della creazione è il fiat della maestà divina la quale dai suoi effetti traspare ricolma di un'infinita sapienza e di un'infinita potenza.

Il fiat del Getsemani è invece il fiat della redenzione, dell'estrema umiliazione e sofferenza, accettate da Gesù perché meglio rifulgessero l'infinita bontà e l'infinita giustizia di Dio.
Nella pienezza dei tempi, Gabriele si presentò a Maria e le annunziò il divino concepimento spiegando che lo Spirito Santo sarebbe disceso in Lei per accendervi la vita di Gesù: "Spiritus Sanctus superveniet in te... Ideoque et quod nascetur ex te sanctum, vocabitur Filius Dei"
(Lc 1, 35 Lo Spirito Santo scenderà in te... Perciò quel santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio), così disse l'Angelo annunziando un futuro prossimo, ma pur sempre un futuro perché fra l'annunzio e la realtà del concepimento si richiedeva l'adesione di Maria.
Ed il fiat dell'accettazione corredentrice uscì dal cuore turbato, ma eroico della nostra Madre con queste parole: "Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum" (Lc. 1,38 Ecco l'ancella del Signore; si faccia di me secondo la tua parola).

Questo fiat è come una porta che si apre sul mondo onde permettervi l'ingresso e l'azione dello Spirito Santo; ma nel tempo stesso la porta si apre alla venuta di Gesù Cristo nel mondo, e perciò questo fiat è come un'accettazione della missione redentrice del Verbo pronunciata da Colei che, essendo fra gli uomini la più degna, aveva diritto di interpretare, di fronte all'Altissimo, l'umanità.

Il fiat mariano è dunque il più perfetto che uomo possa pronunciare e giustamente precede il fiat getsemanico della Redenzione perché l'azione di Dio presso l'uomo richiede sempre l'adesione preventiva dell'uomo.

Un altro fiat è stato insegnato da Gesù nel Pater Noster.

La preghiera dell'orto non è che una divina parafrasi della preghiera dominicale ed in questa Gesù aveva insegnato a ripetere : "fiat voluntas tua".

Sono le medesime parole che ora ritornano nella preghiera personale del Divino Maestro e stanno a dimostrare come sia importante il fiat nella preghiera del Pater Noster, che è quanto dire nel pensiero e nella vita di ogni cristiano.

Al disopra di ogni desiderio e di ogni progetto, di ogni bisogno contingente e di ogni prospettiva umana, questo importa: che il cristiano desideri il compimento, in ogni direzione, della perfettissima volontà di Dio, che la libertà umana si pieghi dinanzi a questa luce e che il mondo si adegui ad essa come avviene, con perfetto gaudio, in paradiso.

L'immedesimazione della nostra volontà con la volontà di Dio è il grande oggetto della redenzione, il segreto nascosto nell'insegnamento del Getsemani.

La Creazione non è conclusa. La Redenzione nella sua applicazione non è conclusa.
Come Iddio Padre ripete su di noi, ad ogni istante, il fiat della Creazione, così Iddio Figlio ripete dall'Eucaristia il fiat della Redenzione.

Ma si richiede che l'uomo collabori, sull'esempio di Maria, ripetendo a Dio la preghiera essenziale: "Fiat"!

 

2 Nell'abbandonarsi alla volontà di Dio, seguendola con fedeltà e con zelo, l'operaio è sorretto dal pensiero che la volontà di Dio promana da Colui che è infinita sapienza.
La volontà di Dio, come Dio stesso, onnisciente, si esercita per ogni dove con la sicurezza e con la perfezione di cui soltanto essa può godere; non ha ombre dinanzi, né segreti impenetrabili creati dalle circostanze o elaborati dall'uomo, né pensieri nascosti che non siano palesi, né colpe che possano rimanere occulte.

L'astuzia dell'uomo, il raggiro, la calunnia, l'ambizione, la viltà, sono in piena luce dinanzi alla volontà di Dio che di tutto tiene conto per le sue definitive e perfette decisioni.
Tutti i motivi che rendono incerta, fallace e perciò relativa la volontà dell'uomo, non riguardano la volontà di Dio che può e vuole esercitarsi con piena obiettività.
Ma il più grande conforto nell'accogliere il volere di Dio consiste non tanto nel sapere che esso è illuminato su ogni problema esterno, quanto nel sapere che dinanzi al volere di Dio è manifesto ogni problema interiore dell'anima che a questo volere si affida.

La conoscenza del nostro io che noi stessi non possediamo appieno e che ci sgomenta per i dati negativi che mette in luce, ma più ancora per la sua frammentarietà ed insufficienza, è invece posseduta dalla mente di Dio, che non solo discerne ogni elemento della nostra condizione attuale, ma ne scopre le cause determinanti, fino alle più remote, ed i possibili sviluppi, tenendo conto delle debolezze, delle riserve, delle attitudini, dei desideri e di ogni altra facoltà positiva o negativa dell'anima umana.

Il nostro io, che giustamente e continuamente ci preoccupa come primo oggetto di responsabilità di fronte a Dio e come strumento di ogni azione spirituale o materiale, questo io che rivela ogni giorno tesori nascosti di resistenza, di adattamento, di speranze di cui non ci saremmo ritenuti capaci, ma anche sbandamenti paurosi che ci riportano tanto spesso alle posizioni spirituali del passato, questo io è come un libro aperto dinanzi alla volontà di Dio e cedendo ad essa, sappiamo di entrare in un porto sicuro costruito per accogliere e riparare lo scafo della nostra esistenza.

Il senso di responsabilità dell'operaio, che deve essere sviluppatissimo, trova il suo limite là dove la volontà di Dio, manifestandosi, assume essa stessa la responsabilità della situazione che si viene creando nell'equilibrio delle forze interiori e delle forze esterne.

è una liberazione dalla nostra responsabilità che si realizza pronunciando il fiat dell'accettazione, e cioè da tutte quelle preoccupazioni che la nostra limitatezza, la nostra incapacità e la nostra paura quotidianamente ci procurano.

Le nostre necessità vengono considerate dalla Provvidenza come le malattie dall'occhio del medico e cioè con intenzione di risolverle, non superficialmente e temporaneamente, ma in radice e per sempre.

Attraverso l'accettazione della volontà di Dio è il piano della Redenzione che si individualizza raggiungendo ogni uomo, mettendolo in grado di salvare e di perfezionare la propria anima e di contribuire certamente alla realizzazione delle supreme intenzioni di Dio.
Divine intenzioni sovrastano il mondo, ad ogni istante; non ci è dato di conoscerle se non di riflesso, ma possiamo egualmente rintracciarle e seguirle collaborando con fiducia al volere di Dio.

Nel suo progetto infinitamente paterno di servirsi dell'uomo per il compimento dei piani concepiti dalla divina sapienza, Iddio non chiede se non di incontrarsi con l'uomo disposto ad accettare il suo volere.

Quest'uomo, come dice il testo biblico ricordato da S. Paolo nella sinagoga di Antiochia, è secondo il cuore di Dio: "Inveni David filium Jesse, virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates meas" (Atti, 13, 22 Ho trovato David di Jesse, uomo secondo il cuor mio, che farà tutti i miei voleri).

L'operaio dev'essere un uomo secondo il cuore di Dio.

La volontà di Dio sale sull'orizzonte come il sole vittorioso che squarcia le tenebre ed espande per ogni dove i suoi raggi apportatori di luce, di calore, di vita.

 

3 Opporsi alla volontà di Dio non solo è da stolto perché essa percorre vie sapientissime, ma anche perché essa sempre si adempie.

Per ogni anima che tenti di evadere alla volontà di Dio si addicono le parole di Gesù a Paolo: "Durum est tibi contra stimulum calcitrare" (Atti 9,5 E' duro per te recalcitrare contro il pungolo).
Come si possa conciliare la libera volontà di Dio con la libera volontà dell'uomo, non è dato all'uomo di spiegare, ma bensì di credere che questo è possibile al Creatore il quale, pur rispettando sempre l'arbitrio dell'uomo, preordina ogni cosa e la dispone in effetti perché contribuisca ai suoi piani i quali, in ogni caso, hanno compimento per la manifestazione dei suoi attributi di bontà o di giustizia.

Questo indulgere e temporeggiare di Dio di fronte alla libertà dell'uomo non contraddice alla divina potenza, anzi la esalta poiché è un omaggio libero che Iddio si propose di raccogliere creando l'uomo, ed è per raggiungere questo scopo che Iddio aggiunse al capolavoro della Creazione il capolavoro della Redenzione per effetto della quale la volontà dell'uomo può liberarsi dai lacci del peccato e donarsi in olocausto.

Quell'onnipotenza che seppe mettere un riparo alle immense rovine del peccato affinché fosse salvo il piano della Creazione, quella medesima onnipotenza entra in giuoco ogni qual volta la divina volontà si trovi impegnata, per attribuire ad essa, al di sopra di ogni ostacolo contingente, la vittoria.

Non può essere che i piani divini siano neppure turbati dalla cattiva volontà dell'uomo, e se questo può talora sembrare, non è che un'illusione prodotta dalla limitatezza del nostro sguardo.
Al di là del campo visivo dell'uomo, la volontà di Dio scandisce inesorabilmente i suoi tempi e con tanto maggior trionfo quanto più le forze avverse si sono coalizzate contro di essa.
Il grido di guerra dell'Arcangelo Michele sembra aleggiare ogniqualvolta un uomo ardisce contrapporsi al volere di Dio: "Quis ut Deus?".

Mentre la più elementare prudenza impedisce all'uomo di ergersi a giudice della divina strategia nel mondo, la più semplice cultura ammaestra intorno all'infallibile realizzarsi del volere divino contro ogni difficoltà che gli uomini e le cose volontariamente o involontariamente possono opporre.

Basta fermarsi a considerare la vita della Chiesa e specialmente del Pontificato Romano per trovare un tema di meditazione intorno alla volontà di Dio manifestatasi un giorno con le parole di Gesù: "Portae inferi non fraevalebunt adversus eam" (Mt. 16, 18 Le porte dell'inferno non prevarranno contro di lei).

Dalle porte dell'inferno uscirono in ogni tempo, ed escono tuttora, insidie di ogni genere contro la Chiesa, grossolane e sottili, esterne ed interne, materiali e spirituali; nessun istituto umano che non fosse sorretto dal volere di Dio avrebbe potuto affrontare e superare tante difficoltà.
Ed ancor più sorprende nella Chiesa la sua perenne giovinezza che si esprime in quella primavera spirituale che donano ad essa i Santi e tutti quelli che si impegnano al lavoro apostolico, con le loro virtù ed opere, ripetendo a distanza di duemila anni, l'ardimento, il disinteresse, la carità travolgente che alitava nella Chiesa delle origini.

In questo mondo dove ogni cosa intristisce, degenera, invecchia, o almeno viene a noia, questa inesauribile attualità della Chiesa convince, come una dimostrazione, che una forza misteriosa la sorregge e questa non è altro se non la volontà di Dio.

Con questo stile di fedeltà e di onnipotenza il volere di Dio andrà accompagnando il lavoro dell'operaio, purché la sua fede sia perfetta ed il fiat pronunciato con adesione totale, fino dalle radici più nascoste dell'anima.

 

4 Un giorno Gesù parlava alle turbe.

Ed uno gli disse: «Tua madre e i tuoi fratelli son fuori e cercano di te».

Ma Egli rispose a chi gli parlava: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli ?».

E, stesa la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli; perché chi fa la volontà del Padre mio che è ne' cieli, colui mi è fratello e sorella e madre» (Mt. 12, 4650).
Bastano queste fortissime parole di Gesù per significare quale importanza Iddio attribuisca all'accettazione del suo volere e quale valore quest'accettazione abbia nella vita dello spirito.
Perciò la vita dell'operaio deve essere come una continua resa a discrezione alla volontà di Dio, che trova la sua formula più alta e compendiosa nel «fiat» del Getsemani.
Nell'affidarsi a Dio non passivamente, ma esercitando il proprio volere per intendere e per servire la volontà di Dio, l'operaio, adorando le disposizioni ammirabili attraverso le quali la Provvidenza lo conduce, pure ha il conforto sovreminente di conoscere il significato generico delle operazioni predisposte dalla volontà di Dio nei suoi riguardi, attraverso le chiarissime parole: "Haec est voluntas Dei: santificatione vestra" (Tess. 4,3 Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione).

Tutto ciò che Iddio dispone o permette ha il significato di rendere santa la nostra anima, cioè monda dal peccato e adorna di ogni virtù.

Le finalità umane, anche lecite, non hanno un valore essenziale per il volere divino che le considera, come sono, effimere e provvisorie.

Secondo un paragone di S. Teresa, la vita terrena non è che un sogno, e cioè una parvenza che deforma e tradisce la realtà dei valori sulla quale invece poggia solidamente il piano divino della redenzione.

Anche i piani apostolici, che sono pur sempre di corta veduta ed imperfetti, interessano relativamente il volere divino, e solo in quanto dimostrano la disposizione dell'anima, i santi desideri e le virtù dell'operaio, ma non in senso assoluto, perché Iddio non ha bisogno dei nostri progetti che la sua intelligenza compendia e supera in ogni dimensione. L'obiettivo che Iddio si prefigge a scapito delle umane previsioni, travolgendo le aspettative, i timori, le esitazioni, ed ogni altro ostacolo, con perfetta tempestività e rispondenza allo scopo, è questo e non altro: la santificazione.

Da questa santificazione sgorga la sua gloria e la nostra felicità; è questo il valore essenziale di cui Iddio si occupa, e l'uomo con Dio, qualora ripeta, anche se non capisce, anche se gli sembra di non potere, il fiat del Getsemani.

Cedere alla volontà di Dio, significa dunque cedere al supremo tentativo di santificare la nostra anima, che Iddio rinnova ad ogni istante, e che sarebbe già stato coronato di successo se finora non avessimo sistematicamente opposto la nostra volontà alla sua. Quanto più il cristiano procede sulla via della virtù, tanto più appare in chiara luce questo assedio che Iddio pone ad ogni singola anima ed a tutto ciò che in essa non gli appartiene, perché nulla resista alla sua grazia santificante. Non solo il peccato è colpito dalla volontà di Dio, ma ogni imperfezione, ogni viltà, ogni accomodamento; i colli vengono spianati e le strade rettificate; ogni piaga è aperta, detersa e guarita.

Dove trovare nell'uomo tanta penetrazione di intelligenza e tanta forza di volontà? Iddio si incarica di questo compito superando l'incapacità e l'inerzia dell'uomo, trasportandolo sulle ali di un vento misterioso, e con velocità crescente fino alla santità.

Condizione, perché l'incapacità umana venga colmata ed operi in sua vece la potenza divina, è che l'anima si abbandoni al vento misterioso della volontà di Dio rinnovando, ad ogni tappa, il fiat, con fede e con amore.

 

20. "FACTUS IN AGONIA" (Venuto in agonia)

1 Agonia è lotta della vita contro la morte, dell'organismo contro le forze che tendono a distruggerlo.
Di solito per agonia s'intende l'estremo dell'esistenza quando la reazione della vita alla morte non è basata sulla volontà, che spesso è assente perché assente è la coscienza, o impotente, ma sull'istinto di conservazione che si trasforma in un conato di tutti gli organi che cercano, fino agli estremi limiti, di sopravvivere.

Ma è lecito dilatare il significato di questa parola conducendola a indicare non solo la lotta dell'organismo fisico, ma anche dell'anima contro la morte.

Non è che l'anima possa perire, ma sono, per così dire, i suoi legami con il corpo che vengono messi a durissima prova, al punto che i dolori morali paiono capaci, a volte, di reciderli e di uccidere.
è questa un'agonia spirituale per cui si può giungere alle soglie della morte e talora anche alla morte, non per cause che interessano il corpo, ma per cause che agiscono sull'anima.
Tale è il combattimento di Gesù nell'orto degli ulivi contro la marea montante del dolore spirituale che dilaga nella sua anima, annichilendo l'UomoDio di fronte agli uomini e di fronte a Dio.

Gesù è solo, ma la solitudine non è il dolore più grande; per chi possiede una vita interiore può anche essere una beatitudine, purché nell'individuo sia la pace.

Ora in Gesù è la passione interiore: la sua immaginazione non può non rappresentargli la passione imminente, fisica e morale, e la sua intelligenza non può distogliersi dal peso del peccato che Egli deve portare; è una via senza scampo; una sofferenza che non si può frenare; tutto crolla attorno a Gesù; non gli rimane che la vita, questa delicata fiamma corporea che viene agitata, strappata, dal vento del dolore e che minaccia di spegnersi.

La resistenza spirituale di Gesù si tende fino allo spasimo fisico e si comunica ad ogni parte del corpo.

è l'agonia di cui parla il Vangelo: «Factus in agonia" (Lc. 22,43 Venuto in agonia). Ma il testo che descrive con parole così aspre e chiuse lo stato fisico e morale del divino Maestro, subito si apre, come in un sussurro di speranza, dicendo di Lui: "prolixiits orabat" (Lc. 22,43 Pregava più intensamente).

Dunque, la vita non è spenta. Sotto i macigni del dolore essa scorre mormorando come un ruscello e il suo mormorio è la preghiera.

Ridotto dal dolore sulla soglia della morte, Gesù pregava. Le parole di Luca: "Factus in agonia" ricordano le parole di Gesù pronunciate nell'atto di congedarsi dagli apostoli: "Tristis est anima mea usque ad mortem", ed entrambi i testi richiamano quelle parole profetiche dell'Antico Testamento che dicono: "Inundaverunt aquae super caput meum: dixi: perii" (Lamento 3, 54 Le acque dilagarono sopra il mio capo: io dissi: Sono perduto).
Non è un dolore parziale, per quanto grave, che opprime l'anima di Gesù, ma un dolore totale che Lo demolisce e Lo schiaccia contro terra.

La divina agonia insegna all'operaio che egli può incontrare, nella sua vita, tale dolore per cui tutto l'uomo entra in sofferenza, mentre ogni via di salvezza appare chiusa.

Sono momenti nei quali i meriti acquisiti vengono dimenticati, le amicizie crollano, il favore pubblico si capovolge, le opere appaiono come massi pesanti e sterili, difficoltà finanziarie avvelenano le acque dell'apostolato, i cattivi prevalgono, i Superiori riescono incomprensibili, le calunnie dilagano, l'intelligenza non riesce a risolvere i problemi innumerevoli che si pongono, e manca il coraggio per affrontarli con quella decisione che assicura la vittoria.

In questi momenti, all'operaio non rimane che la possibilità di trascinare la vita di giorno in giorno, di ora in ora, questa povera vita fisica che vibra anch'essa sotto i colpi di maglio del dolore, e sembra cedere di fronte alla violenza dell'angoscia.

Tempo di agonia che conduce l'uomo del mondo alla disperazione, alla bestemmia, alla follia e talora anche al suicidio, e che l'operaio affronta come la prova suprema della sua consacrazione.
Il dolore è presente, per così dire, allo stato puro, in quanto non dà adito a nessuna gioia, a nessun conforto; e ciò che spesso gli dona il suggello getsemanico è che l'uomo deve soffrire non per colpe proprie, ma per colpe commesse, in buona o cattiva fede, da altri.

L'operaio in questo modo si trova, evidentemente, accanto a Gesù nell'orto degli ulivi, prostrato a terra, come Lui grondante lacrime e sangue, colmo di dolore, di paura e di nausea, lontano dagli altri uomini che dormono : "factus in agonia".

Ma un sovrumano pensiero lo alimenta: Gesù non è più solo, vi è chi veglia e soffre con Lui; in questo momento l'operaio è sicuro di assolvere la sua missione più recondita e preziosa.

Non dagli uomini o dalle cose umane, ma da una sorgente di pura fede giunge a lui una certezza che lo sorregge oltre ogni ostacolo: poiché egli divide con Gesù l'agonia, dividerà con Gesù anche la gloria.

Quando e come, in questo mondo o nell'altro, in modo cognito agli uomini o incognito, non importa.
Gesù lo sa ed egli, disarticolato e purificato dal dolore, si affida a Lui con le parole di consapevole abbandono dettate dall'Apostolo: "Scio cui credidi" (II Tim. 1, 12 Conosco di chi mi sono fidato).

 

2 L'esempio di Gesù, nel supremo istante della sua agonia spirituale nel Getsemani come anche della sua agonia corporea sul Calvario, ci insegna che il dolore deve essere accompagnato dalla preghiera e che più il dolore è grande, tanto più la preghiera deve essere abbondante: prolixius.

"Soffrire pregando" ecco la formula suggeritaci dal divino agonizzante la quale equivale ad un'altra formula "soffrire amando" perché l'amore trova a questo punto, una sola espressione di fiducioso abbandono: la preghiera.

La congiunzione fra il dolore e la preghiera, fondamentale per il cristiano, e più ancora per l'operaio, viene giustificata anzitutto dal valore dedicatorio che la preghiera assume nei confronti del dolore, accompagnandolo.

La sofferenza non è per l'uomo una pietra rara; volente o nolente egli la incontra ad ogni passo sul cammino della vita.

Sia l'uomo nella grazia o all'infuori di essa, cade sotto il castigo del peccato d'origine e perciò viene raggiunto e dilaniato dal dolore: presto o tardi.

Quando il dolore si affaccia è facile cadere in errore perdendo il dominio di sé, considerando il fatto singolo senza incastonarlo, come è doveroso, nel diadema della santificazione personale; facile è scendere a considerazioni strettamente umane, imprecare, avvilirsi, ribellarsi.
L'intenzione di Dio nel permettere il dolore viene in questo modo frustrata e l'uomo soffre inutilmente; talora la situazione addirittura si capovolge e l'uomo trova nel dolore un incentivo alla colpa.

Se l'arte più difficile da apprendersi è quella di saper soffrire è pur vero che la preghiera è il regolo che avvia le anime verso un'interpretazione e un'accettazione del dolore secondo il Cuore di Cristo.

Chi, durante i giorni della sofferenza, perdura nell'orazione non può sbagliare: le parole che egli pronuncia avvolgono il dolore in un manto di grazia e lo presentano a Dio come un'offerta di grande valore.

La preghiera dona al dolore il suo giusto significato sia per l'uomo che soffre, sia per la maestà di Dio che valuta il dolore sopportato dall'uomo secondo giustizia e carità.
La preghiera che umile, fiduciosa, incessante accompagna la sofferenza ricorda all'uomo che egli non è solo a soffrire, ma che soffre con il Cristo, che ogni lacrima è una moneta per il riscatto, che Iddio ha in mano la situazione ed interverrà per modificarla quando sarà il tempo opportuno.
La medesima preghiera dice a Dio, al quale è rivolta, che il cristiano non trae scandalo dal dolore, ma che si affida alla sua Provvidenza ed è lieto di completare con i suoi dolori la passione redentrice del Cristo.

La preghiera è come una melodia che si distacca sullo sfondo delle note cupe del dolore a guisa di un canto che esalta le perfezioni divine; come un filo d'oro che ricuce le labbra della grande ferita aperta dal peccato d'origine, purificata dal dolore.

Coloro che cercano il godimento sulla base dell'istinto, soffrono, come gli animali, brutalmente, come chiusi in un carcere senza luce e senza respiro.

Chi soffre e prega sente crescere in sé il regno di Dio e, se anche umanamente è imprigionato dal dolore, sente la sua anima più ricca, più libera, più lieta che mai.

 

3 II dolore è uno scoglio contro il quale urtano tutte le filosofie, vi è chi cerca di sminuirlo considerandolo come l'effetto di una cattiva organizzazione del mondo e perciò come un problema che può essere risolto, mentre vi è chi lo considera come il motivo dominante della vita umana dal quale non solo non si può evadere, ma di cui bisogna pascersi, e parlano perfino di un culto del dolore.

Sono queste delle concezioni errate che il cristiano non può alimentare.

Come non può credere ad una vita senza dolore perché il castigo del peccato d'origine grava penosamente su ogni uomo, così non può considerare il dolore come un oggetto desiderabile per se stesso, poiché il dolore è pur sempre un male che ripugna alla natura dell'uomo e per il quale l'uomo non è stato creato.

Se giusto è guardare con fermezza in faccia al dolore è anche giusto considerarlo per quello che è, come un male inevitabile trasformato dai meriti del Cristo in una preziosa medicina.
In quel modo che gli uomini, pur apprezzando le medicine del corpo e adoperandole, cercano di raggiungere quelle buone condizioni di salute che li rendano indipendenti dalle medesime medicine, così è ben naturale che il cristiano desideri che si allontani da lui il calice del dolore, come anche Gesù ha desiderato, e che alla soddisfazione della giustizia di Dio si giunga più presto ed in altro modo.

Di qui parte una seconda considerazione relativa ai rapporti fra preghiera e dolore che deve essere familiare all'operaio: il valore satisfattorio della preghiera.

La preghiera passando, per così dire, attraverso l'infinita bontà di Dio giunge a placare la sua infinita giustizia; essa è capace di strappare a Dio, per i meriti e secondo le promesse di Gesù, l'indulgenza e il perdono.

La preghiera, in questo modo, è vicaria del dolore poiché ne fa le veci, lo sostituisce, lo previene, lo integra.

Chi soffre pregando, soffre meno, non solo per il conforto che la preghiera gli dona, ma anche perché il dolore viene abbreviato nel tempo e diminuito d'intensità.

La preghiera che si mescola alle lacrime, raggiunge il cuore di Gesù e lo muove a misericordia perché non può essere diverso il suo atteggiamento alla destra del Padre, da quello che fu nella vita terrena quando le preghiere degli uomini mossero la sua onnipotenza e valsero a confortare ogni dolore.

Nell'agonia del Getsemani il divino Maestro sembra dettarci un testamento spirituale che consiste in due realtà, le quali si intrecciano nel suo esempio come devono intrecciarsi nella vita dell'operaio: dolore e preghiera.

Quanto più si sviluppa il dolore, tanto più ha da crescere nell'intensità la preghiera.

 

21. "ANGELUS DE COELO" (un Angelo dal cielo)

1 Che lo Spirito Santo attribuisca grande importanza, nella formazione dell'anima cristiana, all'episodio del Getsemani si deduce dal fatto che non solo i quattro evangelisti ne parlano, ma anche un altro grande Autore neotestamentario, San Paolo, nell'epistola agli Ebrei.
L'Apostolo così scrive: "Qui in diebus carnis suae preces supplicationesque ad eum, qui possit illum salvum facere a morte, cum clamore valido et lacrimis offerens exauditus est pro sua reverentia..." (Ebrei 5, 7 ...il quale nei giorni della sua vita mortale, avendo con grandi grida e lacrime offerto preghiere e suppliche a colui che lo poteva salvare da morte, fu esaudito a motivo della sua pietà...).

Queste le parole, che la Chiesa ha inserito nell'epistola della Messa dedicata al ricordo del Getsemani, descrivono con lo stile aderente e profondo di San Paolo, la preghiera getsemanica di Gesù, la quale a motivo di questo contributo paolino, ci appare integra da un punto di vista descrittivo e da un punto di vista dottrinale.

Dal punto di vista descrittivo noi veniamo a confermare due particolari raccolti dalla tradizione probabilmente orale dei contemporanei, e cioè che la preghiera getsemanica avvenne a gran voce e che fu accompagnata da lacrime.

Gli evangelisti lasciano supporre questo perché se le parole di Gesù giunsero alle orecchie degli Apostoli, discosti ed insonnoliti, è perché furono pronunciate ad alta voce; così pure la descrizione del dolore di Gesù fa pensare che il suo strazio fosse accompagnato da lacrime.
Ma il testo di San Paolo ci assicura direttamente intorno a questi particolari dimostrando che il dolore di Gesù, lungi dall'essere un dolore raccolto e muto, fu profondamente e compiutamente simile al più manifesto dolore dell'uomo.

Dal punto di vista, poi, dell'interpretazione della passione di Gesù nel Getsemani, Paolo ci offre una precisazione di grande importanza scrivendo che Gesù fu esaudito da Colui che lo poteva salvare da morte : "exauditus est pro sua reverentia".

Può stupire questa espressione dell'Apostolo quando si pensi alla prima parte della preghiera di Gesù nella quale egli chiede di non bere il calice della passione, poiché le tragiche ore del Venerdì Santo dimostrano il contrario, e cioè che il Padre non esaudì questa preghiera del Figlio.
Ma se l'attenzione si posa sulle successive parole di Gesù: "Non mea voluntas sed tua fiat" possiamo scorgere in esse non soltanto una preghieraaccettazione ma anche una preghierainvocazione rivolta a chiedere tutto l'aiuto necessario per affrontare il volere del Padre e per condurlo al termine.

Il fiat può significare nel tempo stesso consenso e supplica onde il Padre venga in aiuto, sollevando il Figlio dal peso enorme che grava sulla sua anima e dalla fragilità del corpo stroncato dal dolore.

In questo senso, essendo il fiat una preghiera di Gesù perché il Padre Lo renda capace di obbedirgli, possiamo dire con San Paolo che Gesù ottenne ciò che chiedeva : "exauditus est" e che il Padre Lo esaudì per il suo atteggiamento di totale sottomissione: "prò sua reverentia".
Messaggio visibile di questo aiuto concesso al Figlio, simbolo e strumento della pietà del Padre, apparve un Angelo a confortare Gesù "Apparuit autem illi Angelus de coelo, confortans eum" (Lc. 22,43 Allora gli apparve un Angelo dal cielo a confortarlo).

 

2 Gesù non pregò invano. Privo di ogni conforto da parte degli uomini, Egli fu consolato da un Angelo.

Che cosa l'Angelo abbia detto al divino Maestro e come, non sappiano; ma possiamo, forse, intuirlo, leggendo questa profonda meditazione di un sacerdote fiammingo:

"...Aveva affermato nella notte innanzi di voler bere il suo calice sino alla feccia. In quell'istante una voce tacita, discesa dalla suprema luce della sua anima, Gli testimoniò che ora quella feccia era bevuta, ora quella volontà era compiuta in ogni cosa (Gv. 19, 2830), e penetrò nelle zone più umili della sua umanità, dove tuonava la bufera del suo dolore.
Egli percepì la voce di suo Padre, da lontananze di là dalla notte e dal giorno; giungeva a Lui di tra le nubi nere come una potenza dolce, onnipotente, e, senza parole, a Lui parlava una lingua tutta luce e gli annunciò la pace:

"Tu hai compiuto la volontà del Padre, il Padre ha compiuto la tua volontà. Tu volesti il cielo chiuso in tutte le ore della tua passione; a quel modo che serrò il cielo Elia per tre anni. Volesti che nessuna luce di lassù non menomasse la forza risanatrice della tua notte di passione. "Sia fatta la tua volontà» mi dicesti di sotto quegli ulivi; «Sia fatta la tua volontà" ti risposi io, di qua dalle mie stelle. Abbiamo compiuto, tu ed io, l'uno la volontà dell'altro.
"Ti ho abbandonato per lasciare te tutto a te stesso, e permettere al tuo sacrificio di crescere a merito senza fine.

"Ti ho abbandonato, perché il redentore che tu volevi essere con tutte le tue forze, non sperimentasse limitazione alcuna alla sua forza di redenzione.

"Ti ho abbandonato, perché se non avessi abbandonato te, avrei dovuto con un abbandono di sempre, abbandonare alla sua condanna il peccato, che tu portavi sulle tue spalle innanzi a me; e lo avrei così abbandonato qualora la tua totale solitudine di un solo istante, non mi avesse invece consentito, per l'eternità, di riceverlo, in ritorno, conciliato.

"Ti ho abbandonato, perché il peccato, abbandono di Dio, può essere espiato realmente solo da quello smarrimento dell'abbandono totale che nasce dalla perdita di Dio. Non v'è uomo che possa mai comprendere a pieno, e rappresentare a se stesso quale abisso egli diviene allorché si vuota di Dio. Questa è la pena della dannazione. Tu puoi, tu solo, comprenderla interamente: tu puoi sentirla interamente: per questo dovesti sperimentarla, tu per tutti. Tu dovesti, tu, senza peccato, portare la pena della dannazione, per redimere chi ha peccato.
"Ti ho abbandonato, ed ho ritirato dal sentimento della tua vita il mio amore divino, perché il peccato scaccia Dio dal proprio sentimento della vita e può essere realmente espiato a fondo soltanto da un Dio abbandonato da un Dio.

"Ti ho abbandonato per non essere costretto a quell'estremo, eterno abbandono della condanna "lontano da me» . Ogni istante di Dio è una eternità, e quel solo istante di sentimento della dannazione che il tuo amore ha permesso nella sua eroica sostituzione, ha dato a me il diritto di lasciare ancora aperta la porta della Grazia, in luogo della porta della dannazione.
"Io non posso abbandonarti nel tuo essere, ma ti ho abbandonato nell'accordo e nel sentimento d'unità delle tue facoltà di UomoDio, ti ho privato della tua armonia divina, acciocché io, abbandonando l'uomo in te, Dio, in te, Dio, riacquistassi l'umanità.
"Solo respingendoti potevo guadagnarti; sol trattandoti da maledetto potevo consacrarti redentore. Il capro espiatorio degli uomini doveva diventare il capro espiatorio di Dio, se voleva essere il buon pastore che riconduce il suo gregge. Essere il buon pastore e ritrovare la pecora sperduta nella notte e nel deserto, fu il tuo più bel sogno, il tuo desiderio più eroico, il più bel canto fra le tue parabole. In quella notte ed in quel deserto che sono al di là d'ogni notte e d'ogni deserto, nella notte di Dio e nel deserto dì Dio, è stato concesso a te di cercarla.
"Occorrevano un dolore estremo ed un estremo coraggio: occorreva una bellezza estrema a coronarli. Questo io ti dovevo nella solitudine dell'abbandono.

"Le mie braccia ora si aprono più vaste dei cicli a te ed al tuo gregge. Ritornate. Vi è posto per tutti quanti vorranno fare la via del ritorno insieme con te. Il tuo smisurato abbandono da parte di Dio, ti ha smisuratamente aperto il grembo della divinità. Il vuoto del tuo cuore colmerà il ciclo universo.

"II tuo desiderio estremo per la tua passione è esaudito"

(Verschaeve Cyriel: "Crocifisso". Traduzione di Romana Guarnieri, Morcelliana, Brescia, pag. 46)

 

3 Le parole di Isaia «Vere languore nostros ipse tulit et dolores nostros ipse portavit» (Is. 54,4 Veramente egli ha preso sopra di sé i nostri dolori) commentano assai bene la passione di Gesù, sottolineando il fatto che Egli ebbe a soffrire i languori e i dolori di tutti gli uomini e di ciascuno in particolare.

Fra questi languori, che abbiamo in comune con il Figlio di Dio fattosi uomo, vi è quel profondo bisogno di conforto che si manifesta nei giorni del dolore.

Il bisogno di conforto è anzitutto un bisogno di comprensione e di aiuto, di comprensione più ancora che di aiuto o, per meglio dire, di un aiuto che, se anche non grande e non risolutivo, sia quasi un simbolo della comprensione del prossimo.

L'uomo immerso nel dolore ha bisogno che altri, intendendo il suo stato d'animo, si commuova di lui, con lui e per lui, secondo il significato profondo della parola "compassione".
Dalla comprensione e dalla compassione nasce il conforto che solleva l'animo di chi soffre, lo rende sereno e forte, terge le lacrime e rinfranca, nel tempo stesso, le forze fisiche.
L'operaio è uomo e l'umiltà vuole che egli si assoggetti, come Gesù, alle esigenze dell'anima umana la quale non attraversa impunemente il dolore, ma vibra al suo contatto, sollecita, invoca, esige il conforto.

Il dolore muto, che allontana l'uomo dall'uomo, è spesso un dolore superbo, di chi non vuole dimostrare le sue debolezze o le sue disavventure, dolore disumano contrario alle leggi di natura e allo spirito soprannaturale del cristianesimo.

L'operaio riconosce con semplicità, di fronte a se stesso ed agli altri, il bisogno che sente di essere confortato, ma nel chiedere e nel valutare il conforto, il suo pensiero vola al Getsemani che si ripete inevitabilmente nelle vicende del suo dolore.

La frase profetica "ho aspettato dei consolatori e non li ho trovati" (Salmo 68,21) che si attaglia così bene a Gesù agonizzante, esprime anche la condizione in cui viene a trovarsi l'uomo che soffre.

Non sempre egli è ridotto nella tragica e totale solitudine di Gesù perché lo Spirito Consolatore ha insegnato ed insegna a consolare gli afflitti, ma se anche il conforto da parte dell'uomo è presente, molto spesso non è in quella misura ed in quella forma che l'uomo investito dal dolore desidera e attende, poiché all'infuori di ogni volontaria insufficienza vi è sempre nel consolatore l'insufficienza involontaria ed essenziale della natura umana, che riduce in stretti limiti le possibilità e frena le nobili intenzioni.

Il parente più intimo, l'amico più caro non riescono, pur desiderandolo, a portare quel sollievo che il caso richiede, mentre la grande maggioranza delle persone apparentate o amiche dorme pesantemente, vinta dal sonno della propria sofferenza, delle ambizioni, della paura, della distrazione, dell'ignoranza, dell'opportunismo.

Nel dolore dell'uomo vi sono sempre delle ore nelle quali egli si sente solo e abbandonato.
Allora chi soffre, e particolarmente l'operaio, memore di quanto avvenne a Gesù nel Getsemani, senza inveire contro gli uomini che non sanno e che non possono, deve chiedere e attendere il conforto dall'alto.

Fu il Padre a condurre il Figlio in questa posizionelimite per assolvere al suo piano redentivo e cioè per uno scopo di amore, ed è ancor Lui che conduce l'operaio nel deserto dove il conforto umano è assente per uno scopo di amore, per legare l'anima della creatura non ad altri che a Se stesso.

L'operaio legge, al disotto degli avvenimenti, questa intenzione del Padre, si ispira al luminoso esempio del Figlio, e invoca il conforto dallo Spirito Consolatore.

 

4 Chi medita il Getsemani non può ignorare l'esempio dell'Angelo né sottrarsi al dovere di imitarlo.
Se, prima della morte di Gesù, della resurrezione e della pentecoste, fu possibile che il più grande fra gli uomini, immerso nel più grande dolore, fosse privo del più tenue conforto umano, cosicché si rese necessario l'intervento di una creatura angelica, dopo il Getsemani l'uomo sa che il Cristo agonizzante attende il conforto e glielo deve porgere.

Il Cristo agonizza in tutti coloro che soffrono ingiustamente; l'incorporazione di Gesù nella natura umana va oltre l'incarnazione e riguarda, in modo arcano, ogni uomo sia perché la giustizia redentrice si preoccupa di salvare, per mezzo del Cristo, ciascun uomo, sia perché il Cristo ha tutti rappresentato e potenzialmente giustificato, al cospetto del Padre.

Perciò l'operaio vede il Cristo attraverso le fattezze del prossimo, il Cristo glorioso nelle anime in grazia, il Cristo crocifisso nelle anime immerse nel dolore, e come si preoccupa di venerare il Cristo nelle anime in grazia e di risuscitarlo nelle anime in colpa, così deve studiarsi di confortare il Cristo nelle anime agonizzanti per il dolore.

L'operaio, per vocazione e formazione, può acquistare una sensibilità speciale per le sofferenze dell'uomo diventando al suo fianco un angelo consolatore.

Non solamente egli non passa indifferente accanto a chi soffre, ma lo spirito del Getsemani, coltivato nel suo cuore, gli deve suggerire quelle strade e quei mezzi che riescono, per quanto è possibile, a confortare l'uomo.

Il primo requisito è quello di non rimanere estraneo alla sofferenza altrui e cioè di rendersi conto delle sue cause e dei suoi effetti, cercando di investirsene come di cosa propria secondo il detto dell'Apostolo "flere cum flentibus" (Rom. 12,15 Piangere con chi piange).
Il secondo requisito consiste nel porgere aiuto a chi soffre intervenendo con il consiglio, con l'appoggio, con il denaro, con le medicine e in quegli altri mille modi pratici che la carità suggerisce nelle diverse circostanze.

Nell'un tempo e nell'altro, perché il conforto sia veramente quello che il Getsemani suggerisce, l'operaio deve fare in modo che l'aiuto appaia come proveniente dal cielo, sebbene per suo tramite; in quest'azione di conforto l'operaio deve angelicarsi togliendo rigorosamente di mezzo tutto ciò che la sua umanità può suggerirgli di tornaconto, sotto qualsiasi forma, e dimostrando il disinteresse più sostanziale.

Nel cuore dell'operaio non vi è se non il desiderio di sostituirsi all'Angelo nel confortare Gesù che agonizza nel prossimo e di fare questo il meno indegnamente possibile, avendo cura che anche il suo atteggiamento fisico verso chi soffre abbia tutta quella soavità a cui ripugna ogni forma di sentimentalismo o di pesantezza umana.

Trasparente per le sue intenzioni purissime, discreto nella parola onde non profanare il dolore, rispettoso di ogni conforto arrecato da altri, sollecito di procurare il vero bene a chi soffre, senza mai sfruttare il dolore per scopi di altro genere anche se ottimi, ma unicamente preoccupato di avviare l'anima sofferente a congiungere il suo tormento con quello del Cristo, l'operaio accosta le agonie dell'uomo e le conforta: "confortans eum".

 

22. "GUTTAE SANGUINIS" (Simile a gcce di sangue)

1 Una disposizione legale del Levitico (Lev. 16,27) e dell'Esodo (Es. 19,12), prescriveva che i condannati a morte fossero giustiziati fuori delle mura di Gerusalemme e per questo Gesù fu condotto, per la crocifissione, sul Golgota.

San Paolo, rivolgendosi agli Ebrei, volle sottolineare questo fatto che si prestava bene a colpire la mentalità rabbinica e scrisse: "Propter quod et Jesus, ut santificaret per suum sanguinem populum, extra portam passus est". (Ebr. 13,12)

Per una di quelle singolari coincidenze, così frequenti nei Libri sacri i quali ci appaiono come gravidi di innumerevoli verità, la frase di Paolo si presta tanto bene alla passione del Golgota come a quella del Getsemani.

Anche la passione del Getsemani avvenne fuori delle mura perimetrali di Gerusalemme e precisamente fuori della Porta della fontana, ed anche la passione del Getsemani contribuì alla santificazione del popolo mediante un sacrificio di sangue.

L'effusione di sangue da parte di Gesù, nel giardino degli ulivi, viene descritta nel terzo Vangelo in questo modo: «Et factus est sudor eius, sicut guttae sanguinis decurrentis in terram» (Lc. 22,44 E il suo sudore divenne simile a gocce di sangue che cadevano in terra).
Sono parole di Luca, il medico, e rispecchiano la mentalità dell'autore il quale si preoccupa di descrivere obiettivamente il singolare fenomeno verificatosi durante l'agonia di Gesù, come fa onestamente ogni medico quando si trova di fronte ad un fatto non esattamente comprensibile.
La descrizione di Luca non solo è fedele, ma efficace poiché ci permette di ravvisare i caratteri di quel fenomeno che i medici conoscono con il nome di "ematidrosi" di sicura, per quanto rarissima, evenienza.

Non si tratta di un fenomeno soprannaturale come quello dell'apparizione dell'Angelo, ma naturale, benché insolito, e di significato patologico, cioè indice di una malattia del corpo.
Per quanto possiamo arguire, il sudore ematico non fu per se stesso causa di dolore, ma piuttosto sintomo di un profondo sconvolgimento di tutto l'organismo che trovò la sua origine nella tragedia interiore di Gesù e che si ripercosse in modo particolare sull'equilibrio del sistema circolatorio.

Se così straordinarie furono le conseguenze, possiamo immaginare quanto gravi fossero le sofferenze corporali di Gesù a motivo dell'angoscia che gli soffocava l'anima: "la pauvre nature humaine osserva il Klein à force d'écraser toutes les repugnances, succombait sous son héroysme".

Attraverso quei misteriosi tramiti che congiungono l'anima al corpo, la passione morale di Gesù si trasformò in passione fisica, la quale si manifestò all'esterno con la profonda tristezza che fu notata dagli Apostoli, l'abbandono delle forze per cui il Maestro si abbatté sul terreno, le lacrime, le grida e, da ultimo, mediante il sudore ematico.

Questo tipo di sofferenza corporea che procede dal mondo morale è ben diversa da quella che viene provocata dalle offese arrecate direttamente al corpo dell'uomo, ma certo non è inferiore.
Il tormento del corpo per motivi spirituali ha in sé qualcosa di perfido, di crudele, di immeritato e di ripugnante, per cui spesso si è portati a preferire i dolori fisici, che riguardano direttamente il corpo, a questi che riflettono sulle funzioni del corpo le terribili bufere dell'anima.
A cagione di tali sofferenze, ad un tempo spirituali e materiali, e così strazianti, si può pensare che il Cristo abbia toccato nel Getsemani il vertice doloroso della sua passione e della sua vita, ed anche il più alto vertice della sofferenza consentita alla natura di un uomo.

 

2 Intorno al sudore sanguigno di Gesù così scrive il Ricciotti: "ln questa notizia, che mette tanto in rilievo la realtà della natura umana di Gesù, trovarono scandalo alcuni antichi cristiani al leggere il Vangelo del medico Luca. Essi giudicarono che, sebbene il medico aveva narrato un fatto vero, era meglio che la narrazione non fosse ripetuta, perché sembrava fornire una conferma alle calunnie dei nemici del cristianesimo: probabilmente gli attacchi di Gelso contro la persona di Gesù avevano suscitato tale preoccupazione.

Perciò avvenne che la narrazione del sudore di sangue, insieme col precedente accenno all'Angelo confortatore, cominciò a scomparire dai codici del III Vangelo; soppressa per questo infondato timore.

Oggi essa manca in vari codici unciali, fra cui l'autorevolissimo Vaticano, in alcuni minuscoli e in altri documenti, e questa mancanza era già stata segnalata nel IV secolo da Ilario e Girolamo.
Tuttavia, allorché questa vana preoccupazione si dissipò col cessare degli attacchi contro il cristianesimo, cessò anche la soppressione dell'ombroso passo; del resto le testimonianze in suo favore sia di codici, sia di scrittori antichi a cominciare da Giustino e Ireneo sono così numerose e gravi da non lasciare alcun serio dubbio sulla autenticità del passo".

A questo proposito i P.P. Valensin e Huby così scrivono: "Sant'Ilario e San Gerolamo conobbero dei manoscritti che non contenevano il passo, ma essi lo conservarono.
è del pari conservato, nel secondo secolo, da San Giustino e da Sant'Ireneo, e in seguito da San Ippolito, San Dionigi d'Alessandria, Eusebio di Cesarea, Sant'Efrem, San Gregorio di Nazianzo, Didimo d'Alessandria, Sant'Epifanie, Teodoro di Mopsuestia, Sant'Agostino.

I testimoni in favore dell'autenticità, sia che si considerino i manoscritti, le traduzioni o i Padri, sono i più numerosi e svariati, mentre i dissidenti più notevoli sono originari da una medesima regione, l'Egitto; e ancora non rappresentano una tradizione egiziana unanime, poiché il passo è attestato dal "Sinaitico", di origine egiziana anch'esso, senza parlare di Dionigi d'Alessandria e di Didimo.

L'omissione si comprende più facilmente che un'interpolazione.

Secondo Sant'Epifanio, certi ortodossi ebbero paura di dettagli così realistici come il sudore di sangue, e soppressero il passo.

Sembra che questi scrupoli teologici abbiano prodotto «una certa fronda, probabilmente verso la fine del III secolo, che durò durante il IV secolo, poi la tradizione riprese il suo imperio (Lagrange)".

Di questo scandalo che l'agonia del Getsemani suscitò tra i cristiani durante i primi secoli è traccia in Sant'Ambrogio, presso il quale si può leggere:

"Trovansi alcuni che pare si scandalizzino ad udire che il Figlio di Dio, fatto uomo per noi, temé, pianse, si dolse, si lamentò e si sforzano di escludere da Lui simiglianti affetti; ma non già io che, quanto più confesso, più pretendo di tenere la verità. Gran beneficio, invero, mi avrebbe fatto Iddio liberandomi colla sua onnipotenza dalle tristezze e dal timore della morte; ma tuttavia molto meglio mi ha dimostrato la sua pietà, la sua misericordia, il suo amore, prendendo tali passioni sopra di sé medesimo per liberare così me stesso".

Un'allusione a questi contrasti si trova anche in Sant'Agostino il quale, commentando il Salmo 93, così si esprime:

"Se, dicendo il Vangelo che Nostro Signore si rattristò, si avesse a ritenere che non si rattristò veramente, bisognerebbe parimenti dire che quando sentiamo dagli evangelisti che il Signore mangiò, non mangiò veramente, e che quando dormì, non dormì propriamente, non fu vero sonno. E così non avremmo niente di sicuro nella Divina Scrittura, e si potrebbe anche dire che, essendosi fatto uomo, non si fece un vero uomo, e non vera carne. E sarebbero tutte bestemmie. Dunque tutto ciò che fu scritto di lui è avvenuto, è vero. Dunque fu triste; ma accettò volontariamente la tristezza, come volontariamente aveva preso la carne"
Questo brano del Vangelo che fu pietra di scandalo per uomini di poca fede, e argomento di discussioni in varie epoche della storia, viene considerato dall'operaio come una preziosa reliquia di Gesù, dono di Dio all'umanità sofferente, focolare a cui le anime attingono la scintilla dell'apostolato, sorgente di vita spirituale sgorgante dalla rupe del dolore.
L'operaio non ha rispetto umano nel confessare e nel venerare il sudore ematico del suo Gesù perché sa di essere causa, anche lui, di questa suprema agonia, e riconosce di dovere ad essa, in larga misura, la sua redenzione e la sua vocazione.

Gesù agonizzante sembra ripetergli queste parole: "Je pensais a toi dans mon agonie, j'ai versé telles gouttes de mon sang pour toi"

 

3 L'inizio della passione di Gesù è nel Getsemani.

Questo risulta non solo dalla narrazione evangelica, ma dal pensiero stesso di Gesù il quale, disponendo per la celebrazione della Pasqua con i suoi discepoli, ebbe a dire «Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum antequam patiar» (Lc. 22,15 Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima di patire).

Si può pensare che il patimento di Gesù incominci con il chiudersi della parentesi pasquale del cenacolo e coll'aprirsi dell'episodio getsemanico.

La passione del Getsemani è totale, non meno della passione del Golgota, poiché interessa ad un tempo l'anima e il corpo di Gesù con la differenza che la prima è prevalentemente spirituale perché è dalla tragedia interiore che derivò l'agonia anche fisica di Gesù, mentre la seconda è prevalentemente corporale in quanto il Divino Maestro dopo la vittoria riportata nel Getsemani entrò in uno stato d'animo di eroica serenità.

Nella notte dell'oliveto un principio di morte entrò in quelle carni che il Cristo aveva ricevuto da Maria, poiché una cospicua quantità di sangue, rotti gli argini consueti del letto circolatorio, si separò dal corpo suo spargendosi sulle vesti e sul terreno.

San Bonaventura commenta con queste parole l'effusione di sangue avvenuta nel Getsemani:
"Trema e spezzati, o mio misero cuore, e piangi lacrime di sangue: ecco il mio Creatore per me è cosparso di sanguigno sudore, e non lieve, ma scorrente in terra. Guai al miserabile cuore che non s'intenerisce per un tale sudore!

"Ma tu considera l'intima tribolazione da cui era straziato quel mitissimo Cuore, quando tutto il corpo emanava sudore di sangue. Non sarebbe uscito fuori tale e tanto sudore dal corpo, se la prepotenza del dolore non avesse schiacciato di dentro, il viscere del cuore. Fu stritolato il cuore dentro di me, disse il Profeta (Ger. 23, 9). E, spezzato internamente il cuore, fu lacerata di fuori la pelle al vero Salomone, Gesù amorosissimo, e si diffuse per terra il sanguigno sudore. E divenne più rossa in Gesù la rosa della carità, e della passione. Eccolo come è tutto rosso!
«Né è poco misterioso questo spargimento generale di sangue versato dall'ottimo Gesù. In tutto il corpo sudò, perché era venuto a togliere tutte le malattie dal nostro corpo e dal nostro sangue. Per la convalescenza e per la sanità di tutto il corpo spirituale la Chiesa ben sarà sufficiente il sudore di sangue profuso da ogni parte corporea del nostro capo Gesù. Siamo liberati noi, dai sanguinari, una volta che Dio, nostro medico, ha sudato sangue per noi.
"Un'altra considerazione. Quel sanguigno sudore preannunziava questo è certo che in tutto il corpo mistico della Chiesa sarebbe per essere versato il sangue dei martiri, onde la Chiesa si imporpora"

Su questo motivo, l'allora Card. Pacelli, quando predicò l'ora santa nella basilica vaticana, ebbe a dire:

"Novella Sefora, la Chiesa dirà al nuovo Mosè, liberatore del nuovo popolo di Dio: «Sponsus sanguinum tu mihi es» (Exod. 4, 25). Tu mi sei sposo di sangue.

Ecco i miei figli nel sangue, per farli simili a te e salvarli.

Anch'io voglio essere Sposa di sangue e di dolore per ritrarre in me la tua immagine, per soffrire, per combattere, per pregare con te, per piangere con te. Il tuo dolore è il mio dolore, come il mio amore è il tuo amore. Il sangue che te arrossa è porpora alle mie guance; il tuo pallore è candore alla mia fronte".

Intorno alla necessità del sacrificio anche cruento da parte della Chiesa poiché Cristo, nostro capo, lo sostenne e volle insegnarcelo con il suo esempio, l'operaio deve fermare la sua meditazione.
La conquista facile delle posizioni tenute dal male non è nello stile del Cristo, ma invece la conquista difficile, strappata con lotta incessante e logorante alle mani di satana, è il modulo delle rivendicazioni cristiane.

"Carissimi... dice San Pietro Christus passus est pro nobis, vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia eius".

Questa grande legge dell'effusione del sangue, mistica o reale, nelle opere di apostolato è dall'operaio conosciuta, desiderata, perché se ne fosse esente potrebbe dubitare di non trovarsi inserito nel circuito della redenzione, e amata, poiché è mediante l'accettazione di questo tormento fisico e morale che egli può accostarsi, come l'angelo, al Cristo del Getsemani e confortarlo.

 

4 Un'altra volta, circa nove mesi prima, Gesù aveva preso con sé Pietro, Giacomo e Giovanni ed era salito su di un monte a pregare.

Ed anche allora Pietro e i suoi compagni erano stati sorpresi dal sopore e si erano addormentati; ma ad un tratto, svegliandosi, "videro la gloria di Lui", poiché mentre il Cristo pregava: «l'aspetto del suo volto divenne un altro e la sua veste divenne candida e risplendente» (Lc. 9, 29,32).

"Et vestimento, eius facta sunt splendentia et candida nimis velut nix, qualia fullo non potest super terram candida facere" (Mc. 9,2 E le sue vesti divennero risplendenti e candidissime come neve; cosicché nessun lavandaio della terra saprebbe farle tanto candide).
Alla trasfigurazione gloriosa del Tabor si contrappone la trasfigurazione dolorosa del Getsemani.
Anche qui Gesù, mentre è assorto in preghiera, appare trasfigurato; è una trasfigurazione che non veste di gloria ma di dolore, che non rende risplendente il suo volto ed i suoi abiti, ma rigato il volto ed imbevuti gli abiti di sudore e di sangue.

Anche nel Getsemani vi è un'apparizione, non di Mosè né di Elia, ma di un Angelo il quale dice parole di conforto, poiché il Cristo appare accasciato e distrutto, più uomo di ogni uomo, essendo colpito da un dolore che mai cuore d'uomo ha sofferto o potrà soffrire.
Come la trasfigurazione gloriosa del Tabor dimostra che il Cristo fu veramente Dio, così la trasfigurazione dolorosa del Getsemani dimostra che il Cristo fu veramente uomo e che dell'uomo assume ogni miseria, fatta eccezione per il peccato.

Ma anche il peccato Egli conosce, pur essendo immune da ogni colpa, in quanto condanna, conseguenza, espiazione: "Qui peccata nostra ipse pertulit in corpore suo" (Pt. 1, 2,24 I nostri peccati lui stesso espiò nel suo corpo).

Egli, che è l'Uomo per eccellenza, conosce ogni peccato per il dolore, la nausea, la paura che il peccato produce.

E non di un solo peccato porta il carico, ma di tutti i peccati di fronte alla perfetta giustizia di Dio.
Come Adamo ricevette nel giardino dell'Eden la condanna per tutti gli uomini, così il Cristo nell'orto degli ulivi espia la condanna per tutti gli uomini.

Dinanzi al Cristo trasfigurato dal dolore l'anima conquista la profonda verità dell'Incarnazione che non fu una assunzione simbolica o approssimativa di parvenze umane, ma una realtà concreta per cui la vita di un vero uomo fu innestata nella vita del Figlio di Dio.
L'anima sente di capire meglio il Cristo e di poterlo amare di più.

Egli è l'uomo che ogni uomo può sentire vicino a sé quando l'ira divina lo sovrasta.
Egli è l'Uomo che ha diritto di introdursi con la sua legge in ogni latebra del cuore umano perché non abbandonò l'uomo ai pericoli della libertà, al destino della sua colpa, all'inganno del tentatore, ma giunse ovunque con la sua presenza compartecipe e redentrice.
Fermandosi a meditare nel Getsemani l'operaio non teme, non si turba; inginocchiato accanto al divino agonizzante madido di sudore e di sangue, avverte il fascino del suo infinito amore, attinge la forza di cui ha bisogno per il suo cammino, sente di poter ripetere le parole di Pietro dinanzi alla trasfigurazione del Tabor: «Rabbi, bonum est nos hic esse" (Mc. 9, 4 Maestro, è bello per noi lo stare qui). Ed egli sa quello che dice.

 

23. "QUID DORMITIS?" (Perché dormite?)

1 Gesù ripeté più volte, come è verosimile, la sublime preghiera dell'accettazione che gli evangelisti sinottici riportano con leggere varianti; poi interruppe il colloquio col Padre, alzò il viso, che aveva rivolto verso terra, e sorse in piedi per raggiungere Pietro, Giacomo e Giovanni.
Stavano, questi Apostoli, discosti da Lui un tiro di sasso e li trovò addormentati.
Poc'anzi, quando Gesù si era separato da loro raccomandando che vegliassero con Lui pregando, i tre probabilmente si erano accinti ad ubbidire e per qualche tempo erano rimasti desti lottando contro il sonno.

Fu così che poterono ascoltare la preghiera di Gesù e possiamo supporre che, proprio a motivo di questa, il loro cuore fosse invaso da profonda tristezza.

è Luca che ci induce a pensare così riferendo che Pietro, Giacomo e Giovanni si erano addormentati a cagione della tristezza.

Le fasi precedenti di quella serata e di quella notte non sono tali da giustificare una tristezza tanto grave.

Non la cena, che anzi dovette riempire di tenerezza il cuore degli apostoli, e non i discorsi che Gesù fece fra il Cenacolo e il Getsemani per quanto forieri di tempesta.

Essi avrebbero dovuto incutere allarme ed anche paura, più che tristezza.

Se i tre cadono in questa condizione di spirito che li paralizza e li addormenta è per il fatto nuovo della preghiera di Gesù accompagnata dal suo profondo abbattimento che sconvolge il cuore di quegli uomini semplici, incerti, ma affezionati.

Se essi avessero supposto l'imminenza di un pericolo materiale per loro stessi, o per il Maestro, avrebbero certamente vegliato.

Ma essi non lo supponevano, anzi fra le ombre dell'uliveto al di là del Cedron, si sentivano particolarmente sicuri, al riparo, per alcune ore almeno, dalle insidie dei nemici del Cristo.
La tensione di spirito che li manteneva in allarme in città, qui si era risolta in un senso di raccoglimento e di pace.

Sennonché lo stato d'animo di Gesù li aveva turbati.

Essi non capivano bene il perché delle sue previsioni che si andavano incupendo di minuto in minuto e soffrivano nel vederlo così profondamente turbato.

Quando, poi, assistettero alla scena della preghiera, videro Gesù prostrato a terra e raccolsero le sue desolate parole, non il dolore, la preoccupazione o lo spavento per la propria condizione che non sembrava, lì per lì, pericolosa, ma una profonda tristezza li colse per le condizioni in cui versava l'amato Maestro, il Cristo, condizioni che superavano le loro intelligenze, ma facevano capire oscuramente essere quello il momento del suo più grande dolore.
Come dalla tristezza quegli apostoli siano passati al sonno, si spiega pensando alla stanchezza fisica che gravava su di loro e come il pensiero fosse per quei pescatori galilei più pesante di una fatica materiale.

Non c'era l'istinto di conservazione a mantenerli desti in quel momento, e perciò di fronte al dolore del Cristo si rattristarono e poi si addormentarono, come dinanzi ad una lezione troppo difficile per essere capita.

 

2 II sonno materiale degli apostoli nell'uliveto è un simbolo toccante del sonno spirituale che spesso scende sull'intelligenza e sulla volontà dei cristiani distogliendoli dalle buone opere e perciò la domanda di Gesù: "Quid dormìtis?" (Lc 22,46 Perché dormite?) si rivolge con precisione a coloro che si lasciano vincere e paralizzare dal sonno spirituale.
Se ogni cristiano ha il dovere di reagire contro l'influenza soporifera dell'egoismo, per motivi anche più gravi, l'operaio deve guardarsene perché il lavoro apostolico fa parte integrante della sua vocazione e, diminuendone il ritmo e l'efficienza, si dimostra infedele alla voce di Dio.
Da mattina a sera, in ogni giorno della sua vita, il buon operaio lavora a servizio delle opere che la Provvidenza gli ha confidato e si mantiene desto per respingere il leone che circuisce ruggendo le posizioni del bene, per scoprire con intelligenza apostolica le necessità della Chiesa e per venire incontro ad esse nel modo più confacente, affinché la verità del Cristo sia difesa, affermata e propagata.

Anche se le difficoltà si ammassano di fronte all'operaio ed i suoi sforzi appaiono troppo deboli per rimuoverle, anche se considerazioni umane lo invitano a deporre i progetti, anche se la pigrizia e l'accidia, talora ammantate di prudenza e di umiltà, consigliano l'ozio, l'operaio prontamente reagisce perché nulla è più fatale per lui dell'inazione apostolica.
Quando una strada è bloccata l'operaio si sforza di aprirne altre.

Quando il maggior bene richiede che l'orientamento del lavoro sia cambiato, l'operaio non esita a modificare il suo programma; quando il nemico sembra sconfitto, l'operaio pensa a confermare il trionfo del bene perché la bonaccia non può essere che apparente; quando il dolore falcia il suo entusiasmo e lo abbatte, con cuore puro e fidente egli ritorna, come palla che lanciata verso il suolo rimbalzi, al suo lavoro.

E così sempre, perché non si può concepire un operaio che non desideri di continuamente donarsi al lavoro di propagazione e difesa del regno di Dio.

Se anche le pause possono giovare e devono essere accolte con docilità dalla mano di Dio che può ripetere, come Gesù nel Getsemani, «sedete hic», pure l'operaio deve attendere, con incessante desiderio, l'ora del ritorno all'attività apostolica affrettandola con la preghiera.
La sua vocazione è marcata dal timbro arroventato del Getsemani che significa attaccamento alla volontà di Dio e consapevole accettazione del dolore; il fatalismo e l'apatia sono la negazione di questo spirito perché il divino volere richiede di essere attuato e il dolore di essere sofferto.

Lo spirito getsemanico mette capo, naturalmente, alle opere e perciò l'operaio che non lavora non è un buon operaio.

L'operaio è fatto dalla Provvidenza per il lavoro; la sua formazione è indirizzata a ciò e la Società a cui appartiene non ha altro scopo che di stimolare gli operai a santificarsi per mezzo del lavoro apostolico, umilissimo ma incessante, equilibrato esattamente con la contemplazione.
L'operaio è fatto per quelle opere che altri non fa perché troppo difficili o rischiose; per quelle opere dove è necessario che uno si metta innanzi nudo di ambizioni e di mire umane, così che gli altri credano alla purezza delle sue intenzioni, e lo seguano.

L'operaio è suscitato dalla Provvidenza perché il nemico che non disarma trovi sul confine del regno di Dio una sentinella all'erta e perché egli possa, a sua volta, umilmente, ma con il diritto che discende dall'esempio, ripetere ai cristiani sonnolenti la domanda di Gesù: "Quid dormitis?".

 

3 Per essere pronto al lavoro e zelante nell'assolverlo, l'operaio dovrà tenere lontana da sé la tristezza, poiché essa produce, non meno del sonno del corpo, il sonno dell'anima.
Come la tristezza ebbe il potere di addormentare gli apostoli nel Getsemani, così la tristezza può debilitare l'attività apostolica dell'operaio rendendolo insensibile, lento, incapace, spegnendo il fuoco dell'entusiasmo e togliendogli il conforto ed il fascino della letizia cristiana.
Per lottare efficacemente contro la tristezza, bisogna approfondire la meditazione intorno al fiat del Getsemani, interpretandolo alla luce di quanto Gesù volle insegnare agli uomini in altra occasione, e cioè con il Pater noster.

Se è vero che la preghiera di Gesù nell'orto serve a farci meglio capire il significato della preghiera ufficiale, è anche vero, reciprocamente, che questa preghiera serve a meglio penetrare i profondi significati del fiat getsemanico.

L'espressione adoperata da Gesù nel Getsemani "tua voluntas fiat" può essere interpretata e spiegata con quelle altre parole del Pater: "fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra"; infatti, ciò che Gesù accetta non è se non questo: che la volontà di Dio Padre si compia in terra perfettamente, da parte sua, come si compie ad ogni istante in Paradiso.

L'espressione generica del Pater Noster si precisa, si individualizza e si concreta intorno alla più alta realizzazione del volere divino in terra, operata dall'UomoDio, con merito di valore infinito.
Sono due orizzonti che si aprono mentre Gesù pronunzia il fiat, l'uno che abbraccia la terra e l'altro che abbraccia il cielo, l'uno e l'altro tali da vincere ogni tristezza nel cuore dell'operaio.
L'orizzonte terrestre è come quello che la natura ci offre dopo una tempesta, quando fra le nubi squarciate si disegna l'arcobaleno.

L'uragano scatenato nella natura del peccato d'origine è sedato; alla ribellione di Adamo nel giardino dell'Eden si contrappone il fiat del nuovo Adamo nel giardino del Getsemani, l'arcobaleno della redenzione è tracciato nei cieli e si riflette per ogni dove nelle gocce del dolore di cui è ancora madida la terra.

L'umanità sconvolta, che non sa ritrovare se stessa, né la strada, né la mèta, può rivolgersi verso il porto della salvezza, ricuperando e accrescendo la nobiltà originaria.
Le forze del bene hanno incatenato le forze del male e il mondo può tornare nel solco originario dell'armonia e della pace.

Iddio visita di nuovo l'uomo come nel paradiso terrestre e s'intrattiene con lui, s'impegna con promesse ad esaudirne le preghiere, lo sublima nei Santi e lo esalta conferendogli, nel Pontefice, il compito di rappresentarlo.

Lo spettacolo della volontà di Dio che al fiat dell'accettazione torna nel mondo, per così dire ricreandolo ad una vita nuova, è tanto grande, tanto bello e tanto buono che l'operaio, sentendo di collaborare a questo disegno di rigenerazione, dimentica ogni tristezza e procede festante anche in mezzo al necessario dolore.

Egli sa di completare l'opera di Dio Padre e l'opera di Dio Figlio cooperando a ripristinare l'obbedienza desiderata dal Creatore e a far fruttificare i meriti apportati dal Redentore; ogni motivo di tristezza diventa un'occasione per cui è chiamato a collaborare al piano divino e perciò si trasforma in un motivo di gioia.

Che cosa sono le piccole, malcerte soddisfazioni umane, di fronte alla felicità sovrumana di sentirsi partecipi di una manovra divina che salva il mondo e nel mondo, in ragione del nostro impegno, ogni uomo?

Come può contrapporsi la felicità che viene dall'uomo e dalle cose che l'uomo conosce, alla sterminata felicità che viene da Dio e dalla sua Provvidenza?

Anche se la limitazione del pensiero e la debolezza del sentimento conduce l'uomo a rattristarsi, il buon operaio, ansioso che si realizzi nel mondo il disegno divino, trova le forze per reagire e procede con serena letizia.

 

4 Se la contemplazione della volontà di Dio che ritorna sul mondo apportatrice di ordine, di pace, di salvezza è tale da riempire il cuore dell'operaio di gioia e da fargli lietamente sostenere ogni avversità come prezzo della libera partecipazione al trionfo della divina volontà e alla redenzione degli uomini, ancor più lieta è per l'operaio la contemplazione della volontà di Dio in atto, quale si verifica in cielo.

La pienezza di questa realtà è tale che Gesù la prese a modello per il trionfo della volontà di Dio in terra, insegnandoci a chiedere nel Pater Noster che la volontà divina si compia fra noi in quella guisa che si compie in cielo: "fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra».
Possiamo ritenere che anche il fiat del Getsemani racchiuda, come termine di paragone, inespresso ma sottinteso, la contemplazione della volontà di Dio attuantesi in Paradiso, sulla quale Gesù veniva modellando la sua accettazione.

Anche per l'anima consacrata la contemplazione del Paradiso deve essere una dolce consuetudine, motivo di gioia e di liberazione dalle tristezze che il mondo procura.

Paradiso! Quale pensiero più dolce di questo, poiché significa il raggiungimento della méta, la soddisfazione e il superamento di ogni bisogno deposto dal Creatore nell'anima umana!
Non è forse in Paradiso dove l'anima giungerà giustificata per i meriti del Cristo, e dove tutte le ingiustizie, le incomprensioni, i dolori di cui ebbe a soffrire in terra verranno riconosciuti, riscattati, colmati, soddisfatti e premiati?

Non è il Paradiso dove la felicità, oltre ad essere completa, è definitiva e quindi al riparo da quella tristezza che la nostra incostanza ci procura e da quel timore che risorge di fronte alle difficoltà che si rinnovellano sul nostro cammino?

Non è il Paradiso il luogo dell'imperturbata pace che Iddio renderà beata dischiudendo i tesori generati dalla sua natura divina ai fedelissimi che corrisposero alla sua volontà creatrice e redentrice?
Quando l'operaio percorre la sua strada seminata di ostacoli e tale, a volte, da generare il timore, il dolore e la nausea che Gesù ebbe a soffrire nel Getsemani, il suo cuore si rivolge spontaneamente al Paradiso che egli desidera con le parole di San Paolo: «desiderium habens dissolvi et esse cum Christo» (Fil. 1,23 Bramando di essere disciolto, e di essere con Cristo).
Quando, poi, i valori terreni gli sembrano, come è naturale, volgari e caduchi e i conforti spirituali di cui l'uomo può fruire una corresponsione limitata di fronte al suo desiderio che non ha confini, solo il pensiero del Paradiso, dove il possesso di Dio è totale ed eterno, può mettere in fuga le nubi di questa terribile tristezza che il nemico scatena, a volte, contro le anime.

 

24. "UNA HORA"

1 Dall'arrivo di Gesù nel Getsemani alla prima interruzione della sua preghiera, trascorse uno spazio di tempo che le parole di Gesù nel colloquio con gli apostoli ci permettono di valutare.
Rivolto a Pietro, Gesù disse, secondo la versione di Marco: "Simon dormis? non potuisti una hora vigilare?" (Mc. 14,37 Simone, dormi? Non hai potuto vegliare un'ora sola?).
Anche Matteo nota che il Maestro si rivolse a Pietro, ma il vocativo è taciuto ed il rimprovero è rivolto in plurale, ai tre apostoli: "Sic non potuistis una hora vigilare mecum?" (Mt 26,40 Così non avete potuto vegliare un'ora con me?).

L'una e l'altra versione riportano con parole identiche la valutazione del tempo: "una hora".
Perciò possiamo pensare che un'ora, e non di più, fosse trascorsa da quando il Redentore si appartò per entrare in colloquio col Padre.

Un'ora di preghiera da parte di Gesù, un'ora di dormiveglia e di sonno da parte di Pietro, Giacomo e Giovanni.

Reduce dal più grande dolore che mai essere umano abbia potuto soffrire, con l'anima tuttora avvolta nella caligine dell'angoscia e con le tracce di essa nel suo corpo, Gesù viene amaramente colpito da questo atteggiamento estraneo di Pietro e lo rimprovera.

Il rimprovero non è fatto in modo diretto e vibrato, come altre volte Egli fece nel corso della sua vita mortale, ma indirettamente, con una domanda, come per lasciare a Pietro la possibilità di giustificarsi e quasi suggerendogli la risposta: che egli sì aveva voluto, ma che non aveva potuto; come per raccogliere una testimonianza di buona volontà e di amore per quanto sopraffatti dalla fragilità della carne.

Poiché si trattava di un'ora della notte, Gesù adopera l'espressione adeguata, vigilare, che vuol dire, trascorrere senza dormire quelle ore notturne che venivano, per l'appunto, chiamate vigiliae.
In altre circostanze Gesù aveva dimostrato di prediligere questa parola come nella parabola dei servi fedeli quando disse: "Beati servi illi quos cum venerit dominus, invenerit vigilantes... et si venerit in secunda vigilia, et si in tertia vigilia venerit, et ita invenerit, beati sunt servi illi" (Lc. 12, 3738 Beati quei servi che il padrone arrivando troverà desti... e se giungerà alla seconda o alla terza vigilia e li troverà così, beati loro).

In quella circostanza Gesù aveva anche soggiunto: "Et vos estote parati; quia qua hora non putatis, Filius hominis veniet" (Lc. 12,40 E voi state preparati, perché nell'ora che non pensate, verrà il Figlio dell'uomo).

Se gli apostoli avessero rimeditato queste parole nel Getsemani, il Figlio dell'Uomo non li avrebbe trovati immersi nel sonno.

Ma lo Spirito Santo non era ancor sceso in essi a lievitare il pane evangelico...

La voce di Gesù, probabilmente, diede un accento particolare alle parole una hora perché questo breve spazio di tempo misurava, in qualche modo, la debolezza di cui Gesù rimproverava, con profonda amarezza, gli apostoli. Un'ora sola.

Gesù si rende conto delle difficoltà nelle quali si dibatte l'uomo e si accontenta di poco; ma questo lo vuole come testimonianza della fede e dell'amore.

Tanto più quando si tratta, come in questo caso, di vegliare con lui, mecum, per consolare la sua solitudine e il suo dolore, per togliere dal suo cuore il tedio e la nausea che il peccato gli procura.
Un'ora con Lui, è una piccola dimostrazione adeguata alla povertà delle nostre forze, è una piccola cosa resa grande dal suo amore.

 

2 La più grande irriverenza verso il Getsemani non fu quella di chi, vergognandosi della divina agonia, tolse dalla narrazione di Luca il particolare del sudore di sangue, ma di coloro che circondarono e circondano di indifferenza il Gesù del Getsemani, irriverenza più grave, perché più diffusa e quasi consueta.

Perciò non stupisce che dopo secoli la parola di Gesù si sia levata ad implorare dalle anime comprensione e conforto.

Fu nelle rivelazioni di Paray le Monial a S. Maria Alacoque.

Rimeditiamo, seguendo le parole della Santa, i sentimenti espressi dal Cuore di Gesù a proposito dell'agonia del Getsemani e dell'ora di veglia destinata a ricordarla.

"Considerando attentamente il mio Salvatore nel Giardino degli Ulivi, in una delle mie preghiere, immerso nella tristezza e nell'agonia di un dolore rigorosamente amoroso, e sentendomi profondamente spinta dal desiderio di partecipare alle sue angosce dolorose, Egli mi disse amorevolmente: «E' qui dove ho più sofferto (interiormente) che in tutto il resto della mia Passione. Vedendomi in un abbandono generale del cielo e della terra, caricato di tutti i peccati degli uomini. Sono comparso dinnanzi alla santità di Dio che senza riguardo per la mia innocenza mi ha colpito nel suo furore facendomi bere il calice che conteneva tutto il fiele e l'amarezza della sua giusta indignazione, e, come se Egli avesse dimenticato il nome di Padre, sacrificandomi alla sua giusta collera. Non c'è creatura che possa comprendere la grandezza dei tormenti che soffrii allora. E' lo stesso dolore che l'anima criminale sente quando, essendosi presentata davanti al tribunale della santità divina che s'appesantisce su di lei, la percuote e la opprime e l'inabissa nella sua giusta collera».

«Una volta che il mio santo Angelo si era ritirato da me, commisi una colpa di fragilità, e mi furono dette interiormente queste parole: «Sono io che ho voluto così, affinché tu facendo penitenza mi rappresenti Colui nel quale io trovo le mie compiacenze tuffato nel dolore mortale della sua agonia nel Giardino degli ulivi, e affinché tu continuamente me lo offra unendoti a Lui per soddisfare il mio giusto desiderio».

"Io sarò la tua forza mi disse non temere di nulla, ma sii attenta alla mia voce e a quanto ti domando per disporti al compimento dei miei disegni.

"In primo luogo tu mi riceverai nell'Eucaristia tutte le volte che l'obbedienza te lo permetterà qualunque mortificazione o umiliazione te ne possa venire: queste tu le devi ricevere come pegni del mio amore. Ti comunicherai inoltre ogni primo venerdì del mese e tutte le notti dal giovedì al venerdì ti renderò partecipe di quella mortale tristezza che io volli provare nel Giardino degli ulivi, e tale tristezza ti ridurrà, senza che tu lo possa comprendere, a una specie d'agonia più difficile a sopportarsi che la morte. Per tenermi compagnia in quest'umile preghiera che io presentai allora a mio Padre fra tutte le mie angosce, tu ti alzerai fra le undici e mezzanotte, per prostrarti tanto per rappacificare la collera divina, domandando misericordia per i peccatori, quanto per addolcire in qualche modo l'amarezza che io provai per l'abbandono dei miei Apostoli che mi obbligò a rimproverarli per non aver potuto vegliare un'ora con me, e durante quest'ora tu farai quelli che io t'insegnerò".

 

3 Nell'Enciclica Miserentissimus Redempor, nella quale Pio XI trattò sotto vari aspetti della riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù, si pone la seguente domanda:

"In illo enim auspicatissimo signo atque in ea, quae exinde consequitur, pietatis forma nonne totius religionis summa atque adeo perfectioris vitae norma continetur, quippe quae et ad Christum Dominum penitus conoscendum mentes conducat expeditius et ad eumdem vehementius diligendum pressiusque imitandum animos inflectat efficacius?".

Nella medesima Enciclica si accenna in modo esplicito al dovere di recare conforto a Gesù per le sofferenze sopportate nell'agonia del Getsemani, presentando questa pratica come una manifestazione della pietà che scaturisce dalla devozione al Cuore divino, e che viene vivamente raccomandata:

"Quodsi propter peccata quoque nostra, quae futura quidem erant et praevisa, anima Christi tristis facta est usque ad mortem, haud dubium quin solatii nonnihil jam tuam ceperit etiam e nostra item praevisa reparatione, cum apparuit illi Angelus de coelo ut cor cum taedio et angoribus appressum consolaretur. Atque ita Cor illud sanctissimum, quod ingratorum hominum peccatis continenter sauciatur, etiam nunc mira quidem sed vera ratione consolari possumus ac debemus, quandoquidem, ut in sacra quoque liturgia legitur, ex ore Psaltis, Christus ipse se ab amicis suis derelictum conqueritur: Improperium expectavit Cor meum et miseriam, et sustinui qui simul contristaretur et non fuit, et qui consolaretur et non inveni".

(«Che se a cagione anche dei nostri peccati futuri, ma previsti, l'anima di Gesù divenne triste sino alla morte, non è a dubitare che qualche conforto non abbia fin da allora provato per la previsione della nostra riparazione quando, "a lui apparve l'Angelo del cielo" (Lc. 22, 43) per consolare il Cuore di lui oppresso dalla tristezza e dalle angosce. E così anche ora in modo mirabile, ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini sconoscenti, giacché come si legge nella Sacra Liturgia Cristo stesso si duole per bocca del Salmista di essere abbandonato dai suoi amici: "il mio cuore si aspettò obbrobri e miseria, mi aspettai chi entrasse a parte di mia tristezza, ma non vi fu, e qualche consolatore non l'ho trovato". (Ps. 68, 21"). Ibid. 989)

è il pressante invito del Getsemani rinnovato dal Cuore divino a santa Margherita Maria che viene echeggiato nella parola del Vicario di Cristo.

Dalla meditazione del Getsemani, così autorevolmente consigliata, l'operaio ricava due impulsi: l'uno che lo spinge ad appropriarsi gli insegnamenti che Gesù volle donarci in quell'ora della sua vita col suo esempio e colle sue parole, l'altro che lo spinge a porgere a Gesù quello che Egli cercò e non trovò nell'orto degli ulivi: la compassione, e il conforto.
Questo secondo impulso che muove l'anima alla devozione getsemanica si esprime in molte forme, come in quella che consiste nel riconoscere la realtà di un mistico Getsemani nella vita eucaristica di Gesù sofferente nel Tabernacolo per l'abbandono in cui viene lasciato dai fedeli soprattutto nelle ore notturne e per il tradimento di tante anime in colpa che osano accostarlo come Giuda nell'orto.

Ma sopra ogni altra manifestazione quella che dobbiamo considerare più adatta a confortare Gesù, poiché Egli stesso la precisò e la chiese a S. Margherita Maria, è la pratica dell'Ora santa nella notte fra il giovedì e il venerdì di ogni settimana.

L'Ora Santa è molto adatta all'operaio, perché può essere praticata ovunque, anche all'aperto, come avvenne da parte di Gesù nel Getsemani, ma richiede di essere vissuta in collegamento ai dolori che il Redentore soffrì allora ed a quelli che anche oggi soffre misticamente a cagione degli uomini.

Dopo diciannove secoli Gesù deve trovare una risposta adeguata al suo invito; lungi dal trarne scandalo, l'operaio nell'Ora santa si mette al fianco di Gesù e partecipa alla sua divina agonia.
Perché il conforto ricevuto dall'uomo sia proporzionale a quello che Gesù ricevette nel Getsemani, e cioè valido, occorre che l'anima si preoccupi di angelicarsi.

Se questo è necessario perché l'uomo conforti l'uomo, è ancora più necessario quando l'uomo pensa di confortare Iddio.

Perciò l'operaio con la mente rivolta a questo compito vada spogliandosi della sua umanità e cioè di se stesso, affinché in purezza assoluta, con disinteresse totale e con fiducioso abbandono venga offerto al divino Maestro quel conforto che Egli invoca e che non trova.

 

4 Per accompagnare il Cristo nell'agonia del Getsemani durante l'Ora santa e sempre, così da trasformare in Ore sante tutte le ore della nostra vita, non vi è modo migliore di quello che consiste nell'offrirGli i dolori attuali dichiarando di volerli soffrire in accompagnamento e in sintonia con i suoi dolori.

Così facendo togliamo dall'isolamento del dolore Gesù e noi stessi, e questa unione cementata dalla sofferenza, la quale può dirsi sacra perché il dolore è stato consacrato dal Cristo a strumento di redenzione, ha un grandissimo valore espiatorio e impetratorio.

Ma ciò che dobbiamo particolarmente sottolineare è l'aspetto devozionale di queste sofferenze dedicate al Cristo agonizzante, poiché ci preme di portare a Lui quel conforto che Egli desidera e che non riceve.

Quando infatti sopraggiungono le ore del dolore, si aggravano, si estendono fino ad imbevere il corpo e l'anima dell'uomo, quando sotto i colpi dell'irresistibile piccone cadono le più care e le più fondate architetture della nostra vita; quando l'anima giace nella notte e nell'abbandono con sentimenti di tedio, di paura, di angoscia, simili a quelli di Gesù nel Getsemani; quando l'uomo sente il bisogno dell'assistenza come può recare, così sconvolto, soccorso e conforto al Cristo agonizzante? La preghiera muore sul suo labbro, la mente è incapace di fermarsi e di formulare frasi che non siano di lamento, il sentimento appare devastato e sterile, la fantasia è occupata da fantasmi paurosi, non si riesce ad articolare parola.

In questi momenti che, ad onta di ogni umana apparenza, sono particolarmente preziosi e meritori, l'anima deve sapere che una preghiera insolita è pronta e facile: consiste questa preghiera nel ricordare a Gesù ad uno ad uno, i dolori che pesano sull'orizzonte, così come naturalmente si affacciano, dicendo a Lui, con semplicità fraterna, che vengono sofferti in unione alle sue sofferenze.

Che questa unione, nel dolore, del Cristo con l'operaio, non sia una semplice costruzione della fantasia, ma un contributo positivo, lo si dimostra pensando che effettivamente nel calice ripugnante che provoca l'agonia del Cristo, insieme ad innumerevoli altri peccati, vi sono anche i nostri e che questi per l'appunto andiamo scontando soffrendo i nostri dolori in unione alle sofferenze del Redentore.

Si realizza in questo modo una sottrazione, per quanto piccola, ai motivi di angoscia che opprimono il Cristo.

La mistica unione dell'anima agonizzante con il Maestro agonizzante ha dunque un fondamento reale e questo le dona un grande valore presso il Cuore del Cristo il quale avverte il sollievo di tale conforto dell'uomo per ragioni di giustizia e lo apprezza, ingrandendolo a dismisura, per ragioni di carità.

Perciò l'operaio non si dolga pensando che il dolore possa spegnere la sua devozione; procuri invece di sublimarla unendosi all'agonia del Cristo e ricordi con dolcezza le parole rivolte da Gesù a quanti prendono parte alle sue sofferenze:

«Vos autem estis qui permansistis mecum in tentationibus meis, et ego dispono vobis, sicut disposuit mihi Pater meus, regnum, ut edatis et bibatis super mensam meam in regno meo, et sedeatis super tronos indicantes duodecim tribus Israel".

(«E voi siete quelli che avete continuato a stare con me nei miei cimenti. Perciò io dispongo del regno per voi, come il Padre ha disposto per me, affinché mangiate e beviate alla mia mensa nel regno mio, e sediate in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele". Lc. 22, 28 29).

 

25. "VIGILATE ET ORATE" (Vegliate e pregate)

1 Secondo quanto la narrazione di Luca ci permette di intendere, fin da quando Gesù si distaccò la prima volta da Pietro, Giacomo e Giovanni, e cioè prima ancora di iniziare la preghiera al Padre, egli raccomandò la preghiera: "Et cum pervenisset ad locum racconta infatti il terzo evangelista dixit illis: orate ne intretis in tentationem" (Lc 22,40 Giunti sul luogo disse loro: Pregate per non cadere in tentazione).

Che le persone a cui Gesù si rivolse con quelle parole fossero i tre prescelti e non tutti gli Apostoli, si può dedurre dal fatto che agli otto lasciati più addietro secondo il racconto di Matteo e di Marco Gesù aveva ingiunto di sedersi mentre la preghiera non era praticata dagli ebrei in posizione seduta, ma soprattutto dalla frase successiva di Luca che dice: "Et ipseavulsus est ab eis quantum iactus est lapidis" (Lc 22,41 E si staccò da loro quanto un tiro di sasso).

Ora noi sappiamo che coloro dai quali Gesù si accomiatò per ultimo, allontanandosi alquanto da essi, furono soltanto i tre prediletti, e quindi non vi è dubbio che il dixit illis si riferisca alle medesime persone indicate dall'ab eis e perciò a Pietro, Giacomo e Giovanni.

Ma il primo invito alla preghiera o non fu chiaramente inteso (come farebbe supporre il fatto che soltanto Luca la riporti, oppure, se inteso, non fu accolto dai tre apostoli i quali si accomodarono alla meglio e presero sonno.

Di qui il lamento al primo ritorno di Gesù e di qui la sua esortazione che si propone, come dianzi, di contrastare la tentazione di satana, ma che prende ora un'espressione più dettagliata, più completa, senza dire che fu meglio apprezzata dagli apostoli, se due evangelisti hanno cura di riportarla.

Nasce in questo modo la grande massima del Getsemani, una delle più grandi del Vangelo: «vigilate et orate ut non intretis in tentationem»

(Mt 26,42 Mc 14,38 Vegliate e pregate per non cadere in tentazione).
Penetrarne l'intimo significato e viverla, è compito dell'operaio il quale, come i tre del Getsemani, ha molte infedeltà da espiare, molto sonno, molta accidia. Quante volte i consigli e quante volte gli ordini del Cristo non furono eseguiti?

Il riconoscimento delle proprie colpe è la posizione che bisogna assumere perché risuoni giustamente nell'anima la parola di Colui che vuole affrancarci dalla schiavitù di satana.

 

2 La vigilanza consigliata da Gesù in quella notte consisteva essenzialmente in una lotta contro il sonno fisico che gravava su Pietro, Giacomo e Giovanni.

Ma Gesù non parlava solo per quella circostanza né solo per quegli Apostoli; ogni sua parola manet in aeternum, assurge a significato universale e vale per ciascun uomo; sono leggi spirituali che il Redentore manifesta durante la sua vita, misteriose e possenti come il seme che racchiude in piccole dimensioni uno sviluppo potenziale enorme.

Su questo piano il «vigilate» del Getsemani comprende e supera il significato di una lotta contro il sonno fisico per incitare ad una lotta contro tutte quelle influenze soporifere che partendo, come il sonno, dall'uomo, ne intorpidiscono e paralizzano le forze spirituali.
Più vastamente ancora la vigilanza è indicata contro tutti quei fattori, anche esterni, capaci di irretire le anime abbassandone la tensione spirituale verso la perfezione e togliendo ad esse quell'impeto apostolico che il Cristo ha comunicato alla sua Chiesa.

L'anima del cristiano, e tanto più l'anima dell'operaio, deve vigilare con attenzione minuta e continua per non perdere quota né forza ascensionale, considerando che il peccato d'origine agisce sull'uomo come una forza di gravità di cui si avvertono le conseguenze sotto forma di una inguaribile tendenza all'inerzia e al peccato.

Il "vigilate" del Getsemani è un invito permanente a reagire contro questo vischio che imprigiona le anime mantenendo desta l'intelligenza perché discopra in tempo ed affronti il nemico.
Da quando il peccato ha fatto il suo ingresso nel mondo, l'uomo deve mantenersi sul "chi va là" e non vi è luogo né tempo che dispensi da questo atteggiamento spirituale al quale Gesù ci esorta.
La consacrazione dell'operaio moltiplica il dovere della vigilanza poiché oltre ad aumentarne l'importanza nel primo e fondamentale combattimento della perfezione individuale, lo estende alla concezione del regno di Dio e quindi alla vigilanza degli interessi di questo regno.
«Non sapevate che devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio ?» (Lc 2,49) disse Gesù a sua Madre e sono parole programmatiche per l'operaio che volontariamente ha consacrato la sua vita all'estensione dell'opera redentiva voluta dal Padre e realizzata dal Figlio.

Occuparsi di ciò che interessa il Padre, la riconquista del mondo alla volontà del Creatore, vuol dire vigilare perché all'infuori di noi stessi tutto il bene possibile avvenga e tutto il male possibile sia evitato.

Il programma delle opere è in definitiva un programma di vigilanza essenzialmente getsemanico che mantiene l'operaio all'erta, come una sentinella posta dalla Provvidenza a servizio della Chiesa, sentinella che sa di vigilare non solo per difendere se stessa, ma per custodire e proteggere la dolce sposa di Gesù agonizzante.

 

3 La formula di salvezza non dipende esclusivamente dall'uomo, ma postula un aiuto esterno proveniente da Dio.

Nessun uomo può salvarsi da solo dal naufragio del peccato d'origine, a tal punto che il Cristo pur sollecitando ad ogni istante l'attivismo corredentore degli uomini, affermò la fondamentale inanità di questi sforzi qualora fossero disgiunti dai suoi meriti, con le parole chiarissime: "sine me nihil potestis facere" (Gv 15,5 Senza di me non potete fare nulla).
L'uomo da solo è incapace di conquistare la sua salvezza, ma la carità di Dio fu tale e tanta che anche l'indispensabile fattore esterno e divino di salute, e cioè la grazia, viene offerta a tutti.
Il meccanismo spirituale che in tal modo può essere azionato dall'uomo e che obbliga Iddio a obbedirgli, è la preghiera.

Le parole di Gesù che qualificano la preghiera e la presentano come una leva infallibile per muovere l'onnipotenza di Dio, sono chiarissime: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto" (Lc 11,9).

"Tutto ciò che domanderete con fede nell'orazione l'otterrete" (Mt 21,22).

"Se due di voi si uniranno sulla terra a domandare qualsiasi cosa, verrà loro concessa" (Mt 18,19).
L'invito del Getsemani "orate" è una ricapitolazione di tutto questo, un invito a credere alle promesse, un ordine impartito all'uomo di praticare l'orazione come condizione di vita.
L'operaio che informa la sua anima allo spirito getsemanico è dunque un uomo di preghiera.
La preghiera è per lui come il pane che non può essere sostituito da altro nel nostro consueto alimento; più ancora, la preghiera è come l'ossigeno dell'aria, indispensabile.
La preghiera del buon operaio è semplice come la pietà del popolo cristiano, basata, quanto è possibile, sulle formule indicate dai sacri testi e dalla più vasta tradizione della Chiesa; ma anche spontanea così che spesso l'anima parli direttamente al suo Signore narrandogli le gioie, i dolori e chiedendo, chiedendo, chiedendo.

Siccome Gesù ci ha insegnato nel Pater Noster che la preghiera deve incominciare con la lode a Dio, la richiesta di aiuto sarà sempre accompagnata da espressioni di gratitudine per le grazie ricevute, per quelle determinate d'ogni giorno, e per quelle supreme come la creazione, la redenzione e la vocazione.

Dal mattino che sorge al riposo notturno, la preghiera accompagna il lavoro dell'operaio che non può come i monaci salmodiare ad ore precise.

Per lui la preghiera è come il canto della mietitura che non distoglie dalla fatica, ma la rende più facile, e soprattutto come il ponte che collega ogni sua giornata, anche la più monotona, alle sponde dell'onnipotenza e della magnificenza divina.

 

4 Lo scopo della vigilanza e della preghiera ordinate da Gesù agli apostoli è da Lui stesso dichiarato con queste parole: "ut non intretis in tentationem" (Mt 26,41 Per non entrare in tentazione).
Come è noto, vi è una toccante analogia fra il Pater noster insegnato da Gesù ai fedeli e la preghiera che Gesù stesso rivolge al Padre nell'orto degli ulivi.

Anche in queste parole, per quanto non facenti parte dell'invocazione al Padre, ritroviamo un elemento della preghiera dominicale la quale termina dicendo: "et ne nos inducas in tentationem".
è il medesimo, divino Cuore che rivela un'identica costante preoccupazione, che i suoi discepoli non cadano nella tentazione; perciò mentre Gesù ha provveduto a trasfondere questo suo tormento in una preghiera che i cristiani dovranno recitare ogni giorno, ecco che ora li ammaestra direttamente intorno al modo migliore per sventare l'insidia di satana e per non mettersi, essi stessi, in tentazione.

Nel Pater noster Gesù aveva insegnato a dire «et ne nos inducas in tentationem» perché quella era una formula di preghiera coniata per gli uomini e non per sé come appare dalla espressione che Egli usa «sic vos orabitis" (Mt 6,9 Voi pregate così..).

Né si addice al Figlio di Dio la paura dell'insidia diabolica poiché Egli poteva essere tentato dal maligno, come difatti avvenne, ma non poteva essere vinto.

Però all'uomo, che offre il fianco scoperto dal peccato d'origine, e che combatte la sua battaglia sul terreno minato dalle passioni, si addice la paura per l'assalto del demonio.
Gesù teme per lui l'ora della tentazione.

I tronchi e i rami degli ulivi che si stagliavano contorti contro il freddo cielo lunare forse ricordavano a Gesù un altro albero del bene e del male ai piedi del quale per la prima volta satana aveva tentato l'uomo e lo aveva vinto.

Egli conosce la sua abilità a nascondersi, a trasformarsi e ad insinuarsi nell'animo umano, come pure a scoprirne ogni piega e quei punti deboli sui quali punta rapidamente per aprirsi un varco e catturare la preda.

La redenzione è il più ardente assalto dato da Dio alla roccaforte del libero arbitrio dell'uomo, mentre la tentazione è il terribile assalto sferrato dal maligno.

La redenzione è una tentazione al bene, la grande tentazione di Dio offerta all'uomo con tutti i mezzi per coglierne i frutti e si oppone direttamente alla tentazione di satana.

Offrendosi ai tormenti della passione morale e materiale, Gesù si preoccupa di quel piano satanico che insidierà le sue conquiste in ogni tempo e vi si oppone mettendo sull'avviso gli apostoli.
Il buon operaio teme, più di ogni altra cosa, ed anche più del peccato, la tentazione.
La cognizione della sua debolezza lo conduce a temere gli assalti di satana ed a guardarsene. Mentre chiede di liberarlo dalla tentazione, procede cautamente e umilmente per evitare di cadere nel laccio teso contro di lui.

Tratto da: "Getsemani" di Luigi Gedda Edizioni Operaie 1952 http://www.societaoperaia.org