LA PASSIONE DI GESù CRISTO

Tratto da: "La Passione di Gesù Cristo" ©Edizioni ESDM Imprimatur: † Vittorio Tomasetti Vescovo di Palestrina Palestrina 11 maggio 1966.

Gesù predice la sua Passione Più volte Gesù predice agli Apostoli la sua amara Passione: ne parla dopo che Pietro l'ha dichiarato Figlio di Dio, e lo fa per sollecitare tutti ad imitarlo nel portare pazientemente la croce, poiché non potrà godere con Lui nella gloria chi ora non vuole patire con Lui sulla terra. Ma Pietro, forse per il suo tenero amore, gli si oppone, affermando che una Passione così infamante non si addice al Figlio di Dio.

Ritornando dalla Galilea a Gerusalemme, Gesù parla un'altra volta agli Apostoli della sua Passione e mostra loro le pene disonoranti che dovrà soffrire, affinché imparino dalle umiliazioni di un Dio a domare l'orgoglio. Che succede invece? Giacomo e Giovanni si lasciano prendere dall'ambizione di emergere, per cui è necessario che il Salvatore li riprenda e facendo loro comprendere che il suo regno è destinato solo agli umili.

Mentre la folla è ancora in preda allo stupore per i miracoli che ha visto, Gesù parla un'altra volta della sua Passione agli Apostoli dicendo: «Tenete bene a mente queste parole: fra breve io sarò dato in mano ai miei nemici». Egli li preavvisa per far loro comprendere che ciò avverrà non suo malgrado, ma per sua volontà, perché si ricordino, allorché lo vedranno morire in croce, che Egli è l'UomoDio. Il Salvatore non potrebbe parlare più chiaramente per imprimere nel loro animo il grande mistero; ciò nonostante essi, ciechi ed insensati, non comprendono ciò che Egli vuol dire.

Gesù torna a parlare della sua Passione, dicendo loro apertamente che sarà tradito, schernito, flagellato, sputacchiato ed ucciso, come è stato predetto nella Sacra Scrittura; ma essi non comprendono ancora nulla, perché danno alle parole di Gesù un valore simbolico e non le applicano alla sua Passione ormai imminente. Ed intanto, invece di esercitarsi nell'umiltà tanto raccomandata dal divino Maestro, discutono continuamente sul primato degli uni sugli altri.

Riflessioni Lo stesso succede anche a noi. Ma se gli Apostoli potevano essere scusati per non aver ancora compreso il mistero della croce, noi non abbiamo scuse se non otteniamo alcun vantaggio dalla meditazione della Passione. Anch'io mi ripropongo di mortificarmi e di umiliarmi, ma poi spesso, a causa del mio amor proprio o per l'azione del demonio, mi ribello sia alla mortificazione che all'umiltà. Ogni momento della Passione di Gesù dice al mio cuore d'imparare da Lui ad essere umile, invece troppo spesso sono orgoglioso e pieno di vanità, di pretese e di puntigli.

Non investighiamo su come ciò sia accaduto agli Apostoli, ma riflettiamo su noi stessi. Non sono forse anch'io come loro un ottuso che non capisce nulla? Inoltre non provo alcuna emozione nel pensare a chi è colui che patisce, per chi patisce e perché lo faccia, come se in me fosse completamente morta la fede. E chi sa che questa mia mente ottusa e questo cuore arido non siano l'effetto di quel tremendo castigo minacciato ai sapienti di questo mondo, che saranno, per i misteri del Salvatore, privati dell'intelligenza?

Pratiche Imprimerò nel mio cuore questa massima: senza umiltà e senza pazienza non mi salverò. Sarò paziente, se sarò umile; e sarò umile, se rientrerò continuamente in me stesso per conoscere bene le mie miserie.

Al principio e alla fine di ogni meditazione mi raccomanderò alla Santissima Vergine, e mi umilierò spesso dichiarandomi indegno, ben sapendo che Dio concede solo agli umili il dono dell'intelletto.

 

Congiura dei Giudei contro Gesù Dopo che Gesù aveva risuscitato Lazzaro e dopo che si era diffusa la notizia di questo strepitoso miracolo, ultimo in ordine di tempo, visto il significato particolare che rivestiva, molti Giudei si convertirono, riconoscendolo vero Figlio di Dio. Alcuni invece andarono ad informare i Farisei della grande gloria conquistata da Gesù presso il popolo; allora costoro si riunirono in gran fretta nella casa di Caifa con i capi della Sinagoga, per congiurare contro di Lui. Già altre volte avevano cercato di ucciderlo, ma in questa occasione avrebbero preso la soluzione definitiva.

La passione predominante che spinge sacerdoti e farisei ad infierire contro Gesù è l'invidia. Essi vedono che la gente ammira i suoi prodigi e che ne è entusiasta; sono gelosi della sua popolarità e, temendo di perdere la stima e l'affetto del popolo, oltre alle grandi entrate che ne ricavano, per pura invidia, alimentata dall'avidità e dall'ambizione, decidono concordemente di togliere dal mondo il più santo fra gli uomini.

In questa assemblea di pontefici e farisei vengono portati contro Gesù, come capi d'accusa, i suoi miracoli e si dice: «Come possiamo sopportare ancora quest'uomo, che opera meraviglie superiori ad ogni potere umano?». Vengono ricordati i ciechi che hanno riacquistato la vista, gli infermi guariti, i morti risuscitati e tanti altri prodigi compiuti a beneficio del popolo; e invece di sentirsi obbligati da tutto ciò a riconoscere in Gesù il Messia annunciato dai Profeti, i convenuti decidono che bisogna farlo morire.

La ragione addotta dai sacerdoti per condannare Gesù è che, se lo si lascia vivere, tutti crederanno in Lui come liberatore e lo seguiranno, dando così ai Romani il pretesto di intervenire con le armi e di distruggere la nazione. Ma mentre tutti parlano esagerando le cose, si alza Caifa, il capo di quei politicanti il quale, dopo aver rilevato con aria di superiorità il poco valore del giudizio dei presenti, conclude che il principale motivo per far morire Gesù è questo: è utile per il bene comune. «Non si deve badare, egli dice, né alla giustizia, né alla legge; si deve fare quello che più conviene a noi». Appena ha pronunciato queste parole, tutti si arrendono al suo parere; e con falsi pretesti di zelo si stabilisce la triste ed ormai inevitabile congiura.

Quel convegno dei capi della Sinagoga, come aveva predetto il Profeta, non era che una riunione di malvagi contro la vita del Signore e Salvatore del mondo; tuttavia in esso non fu deciso nulla che non fosse stato prima decretato in Cielo. Caifa disse che era opportuno che morisse un uomo solo per la salvezza di tutto il popolo, e la stessa cosa era stata appunto stabilita dai disegni eterni di Dio. Poiché tutti i figli di Adamo erano stati, per sentenza divina, condannati alla morte, non c'era altro mezzo per liberarli e salvarli, se non quello che un UomoDio morisse per loro. Caifa parlò veramente con intenzioni perverse, ma la sua malizia servì agli alti disegni della Sapienza divina, affinché si compisse ciò che era stato stabilito nell'eternità.

Riflessioni è impossibile negare o nascondere la verità del miracolo; ma, mentre ciò dovrebbe spingere quegli empi a venerare e ad ammirare ancora di più Gesù, è, invece, occasione di inasprimento, visto che fa aumentare il loro implacabile odio contro di Lui.

A quali azioni mostruose può portare una cattiva inclinazione! è questo un punto su cui devo riflettere, quando medito la Passione di Gesù. Essa, secondo il giudizio del mondo, fu causata dalla cieca avversione dei capi dell'ebraismo, ma, secondo il giudizio di Dio, dai miei peccati. E da dove nasce ogni mio peccato, se non dal mio disordine interiore e specialmente da quella passione che è dominante su tutte le altre?

Quanto male e quanta rovina semina l'invidia tra le anime! Non ne sono immuni neanche le persone spirituali e, per quanto si parli contro di essa, tuttavia non vi si pone rimedio, perché generalmente la si ritiene una colpa non grave e quindi non è né considerata né temuta. Eppure da essa deriva, senza che ce ne accorgiamo, la nostra eterna rovina. Esaminiamo i segreti profondi della nostra coscienza e forse vi troveremo nascosta questa subdola passione che, come una lenta febbre, ci infiacchisce e ci consuma. A me piace essere stimato, perciò provo dispiacere quando mi accorgo che qualcuno è più considerato, più lodato e più amato di me. La carità esige che io mi rallegri per il bene del mio prossimo, come di un bene mio; ed ogni sentimento che si oppone a questa carità è un vero atto di invidia. Ora, stando così le cose, come ti trovi tu, anima mia, davanti agli occhi di Dio?

è mai possibile che per condannare a morte qualcuno si debba fare il processo alle sue opere buone? Così si fa purtroppo con Gesù, che è giudicato colpevole per aver fatto del bene e compiuto miracoli. I Giudei pregavano e desideravano ardentemente che venisse il Messia; ora che è venuto e si è fatto conoscere con tutti i segni predetti dai Profeti, lo rifiutano con risolutezza; furiosi e frenetici congiurano per toglierlo dal mondo. Il mio comportamento è simile al loro. Desidero, e lo chiedo nella preghiera, di aver l'umiltà, la carità, la pazienza e tutte le virtù necessarie per salvarmi; e quando Dio, per sua bontà, mi manda le occasioni, le ispirazioni e gli aiuti per esercitarmi in esse, non faccio altro che rifiutare l'occasione, resistere all'ispirazione e disprezzare l'aiuto divino. Sono, quindi, simile in tutto a quei Giudei biasimati da Dio che sono ingrati e che, anzi, si ribellano ai suoi benefici. Come costoro che volevano un Messia che venisse a salvarli senza pregiudicare i loro interessi terreni e le loro passioni, così anch'io vorrei le virtù che mi occorrono per salvarmi, ma senza rinnegare il mio piacere e le mie inclinazioni viziose.

Si deve considerare come, nel deliberare in questa causa, i Giudei mettano da parte il timor di Dio e badino soltanto a interessi e a riguardi umani. Se costoro avessero indagato la verità, avrebbero dovuto riconoscere che Gesù era il Messia da tanto atteso, ma, accecati dalle proprie passioni, lo rifiutano e cospirano contro la sua vita; e proprio per questo essi perdono i beni temporali ed eterni. E non faccio anch'io lo stesso? Quando sono dominato da qualche passione, mi pare di aver sempre ragione in tutto; ogni possibilità apparentemente favorevole al mio amor proprio diventa per me una ragione convincente. Così pecco ogni volta che cerco quello che soddisfa il mio egoismo; quindi, giudicando vantaggioso per me ora un puntiglio, ora un piacere, ora un meschino interesse, veramente mi rendo responsabile della morte del Figlio di Dio. Amo troppo me stesso perché amo ancora di più le comodità e le soddisfazioni della vita terrena. è il mio amor proprio il peggiore dei miei nemici, perché m'illude e mi acceca e resta con me dovunque io vada.

Considera, anima mia, come Gesù conoscesse tutto, sia quello che gli uomini congiuravano contro di Lui, sia ciò che era stabilito in Cielo; vedi con quale sottomissione Egli si sia umiliato ad adorare la giustizia di Dio nell'ingiustizia degli uomini, esercitando così il suo cuore nelle più sublimi virtù. è un esempio meraviglioso che io debbo imitare. Alle volte mi rattristo, mi lamento e mi indispettisco solo perché si mormora contro di me, mi si fa qualche torto o mi si presenta qualche avversità. A comportarmi così sono spinto dal mio amor proprio, dalla poca fede e dallo scarso fervore, che mi impediscono di elevarmi con lo spirito a considerare che tutto avviene per una giusta e segreta disposizione di Dio.

Pratiche Appunto perché non conosco la mia superbia, devo impegnarmi a cercarla in me; terrò sempre presenti i pensieri, i desideri, le intenzioni, le parole e le opere che giudico più virtuose.

Nel mio esame di coscienza rifletterò sull'invidia; trovandomi colpevole me ne accuserò e mi pentirò, proponendo di resistere fin dal suo primo impulso.

Nel tribunale divino per giustificarmi non potrò dire di non aver praticata la virtù perché mi è mancata la grazia: mi accuseranno la mia pigrizia e la mia infedeltà. Per evitare la condanna mi imporrò di corrispondere alla grazia con prontezza e fervore.

Rifletterò sulle cose per cui provo trasporto o avversione, poiché è facile che in questo mi sbagli. Dio giudicherà le false opinioni che io, spinto dagli istinti, creo a modo mio. Devo attenermi invece a princìpi sicuri e formarmi una coscienza delicata.

Ad imitazione di Gesù trarrò il bene dal male, amerò chi mi odia, pregherò per chi mi offende, benedirò il Signore in ogni contrarietà.

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù alla cena di Betania Per darci santi insegnamenti, Gesù ha voluto che nel racconto della sua Passione fosse inserito quanto fece la Maddalena in suo onore alla cena di Betania, sei giorni prima della sua morte. Quella Maddalena, che prima fu peccatrice e poi penitente, ora sparge un vaso di balsamo sulla testa e sui piedi del Salvatore. Consideriamo il significato di questi gesti. Secondo i commenti dei santi Padri, nella testa di Gesù riconosce la Divinità e nei suoi piedi l'Umanità; e dimostrando con l'unzione del capo di amare Dio e con quella dei piedi di amare il prossimo, ella ci indica che in questo consiste la perfezione cristiana.

Uno di coloro che criticano la Maddalena è Giuda, il quale, avendo in consegna le elemosine per il mantenimento della famiglia apostolica ed essendo solito rubarle, freme di rabbia per non aver avuto in consegna anche quel balsamo, che avrebbe potuto vendere a caro prezzo e quindi appropriarsi di buona parte del ricavato; e fin da quel momento comincia a progettare il tradimento di Gesù per rifarsi del furto progettato, ma non riuscito.

Riflessioni La Maddalena è stata la prima ad onorare in anticipo la morte infamante di Gesù, prevenendo tutti nell'ungere il suo corpo col balsamo, come si faceva ai grandi personaggi prima di seppellirli. Molti la rimproverano di non avere giudizio perché spreca tanto balsamo prezioso, ciò nonostante con generoso coraggio continua in quell'opera buona, senza badare né alle malelingue né al giudizio degli uomini; a lei basta sapere che il Maestro la gradisce. Per questo Gesù ha disposto che in ricompensa del suo amore, ella sia onorata per sempre in tutto il mondo. La Maddalena mi offre un ottimo esempio da imitare. Questa Santa si ritiene felice per aver avuto il privilegio di ungere Gesù, ma non posso farlo anch'io ogni volta che lo desidero? Il capo di Gesù si unge compiendo atti di amore verso Dio e i piedi facendo opere di carità verso il prossimo. Nulla m'impedisce di agire in questo modo.

Qui vediamo come lo stesso balsamo, che per la Maddalena era stato un mistero di santità, sia per Giuda motivo di malvagità: egli si serve, per dannarsi, dello stesso mezzo che lei aveva utilizzato per salvarsi. Quello sventurato non comincia ora a perdersi, perché è già abituato al furto; ed è a causa di questo vizio, contratto per avidità di denaro, che non inorridisce al pensiero di tradire il suo Maestro. Ma dobbiamo osservare anche come si comporta Gesù, che conosce tutta la malizia di Giuda; Egli non lo scaccia per questo dal collegio apostolico, né respinge la sua compagnia, ma lo sopporta con pazienza e con dolore. Che cosa dobbiamo imparare dall'esempio di Giuda e da quello di Gesù?

Pratiche La Maddalena non rispose a chi la biasimava; per questo Gesù la difese. Così Egli avrà cura anche di me, se avrò pazienza ed umiltà nel sopportare coloro che mi calunniano.

Riterrò più utile trattare con amore chi mi è poco gradito, che fare dure penitenze corporali. è un grande merito sopportare tutti con pazienza per mantenere la carità fraterna.

 

Entrata di Gesù in Gerusalemme Sapendo che è prossimo il tempo della sua Passione, Gesù vuole avvicinarsi a Gerusalemme, il luogo predestinato alle sue sofferenze, affinché si veda che Egli ama e cerca spontaneamente il patire. Già altre volte era entrato in quella città, mai però con tanta solennità da essere accompagnato trionfalmente con festosi "osanna". Non c'è alcun mistero: Gesù va a Gerusalemme con gioia, perché è giunta l'ora in cui dovrà patire e morire; e quanto più si avvicina il tempo di compiere sulla croce la redenzione del mondo, tanto più si accende nel suo cuore l'ardore della carità.

Quando Gesù operò il miracolo della moltiplicazione dei pani, le folle avrebbero voluto acclamarlo re; ma Egli, rifiutando tale onore, fuggì e si nascose. Ora invece gradisce gli applausi della la gente, perfino quelli dei fanciulli, che gridano proclamandolo re della vera stirpe di Davide; e non solo ne ha piacere, ma addirittura rimprovera i principi della Sinagoga, perché, invidiosi, non sopportano quella lode, confermando così di essere un vero re.

Per il beneficio di essere stati liberati dalla schiavitù dell'Egitto, gli Ebrei erano soliti ogni anno, nel giorno di Pasqua, sacrificare con solennità un agnello; questo doveva essere scelto senza macchia e condotto festosamente in casa cinque giorni prima del sacrificio. Anche Gesù vuole osservare puntualmente questo rito, ma poiché è Lui l'Agnello immacolato che deve essere sacrificato in questa Pasqua per la redenzione del mondo, va a Gerusalemme dove è accolto con gioia appunto cinque giorni prima di essere crocifisso e immolato sul Calvario.

Vedendo Gesù che va a Gerusalemme accompagnato dagli Apostoli e dalle folle che lo riveriscono e lo onorano gridando ad alta voce: «Osanna al Figlio di Davide! Viva il Messia benedetto», dobbiamo consolarci perché nella sua natura di uomo viene riconosciuta la Persona di Dio. Ma non possiamo fare a meno di restare perplessi se pensiamo che non passeranno cinque giorni che uno degli Apostoli lo tradirà, che un altro lo rinnegherà, che tutti lo abbandoneranno e che quella stessa gente lo giudicherà un ribelle più pericoloso di un assassino ed esigerà la sua crocifissione.

Gesù prosegue il suo viaggio tra gli onori e gli applausi, e avvicinatosi alla città di Gerusalemme, appena la vede di fronte, si mette a piangere; e questo non perché in quel luogo sarà condannato a morte, ma perché prevede la sua rovina che, per un giusto castigo di Dio, avverrà per mano dei suoi nemici. Non piange per la distruzione degli edifici, ma per i cittadini che si perderanno per l'eternità, anche se Lui ha offerto la vita per la loro salvezza.

Gesù piange su Gerusalemme per sfogare il suo immenso dolore e, dando all'infelice città uno sguardo pietoso, dichiara che il motivo delle sue lacrime sono la leggerezza e la noncuranza con cui vivono i suoi cittadini. E non dice che queste parole: «Se tu conoscessi...», volendo intendere: «Se tu riuscissi a vedere l'ira di Dio che ti sovrasta, certamente anche tu piangeresti e provvederesti alla tua salvezza, invece non ti accorgi che la tua rovina è imminente e continui a vivere nel peccato».

Riflessioni Notiamo come in questo viaggio il contegno di Gesù sia maestoso, ed insieme umile. Egli non giunge su un cocchio dorato, non viene vestito di porpora e con un gran seguito di schiavi, ma in abito povero e sopra un asino di poco valore, perché non cerca di essere temuto come potente, ma di essere amato come re mansueto. Le folle adornano le strade, cantano inni di lode, portano rami d'olivo per indicare che aspettano un re pacifico. Basta osservare la modestia di questo re, per comprendere la mitezza con la quale Egli viene non per opprimere, ma per sollevare e salvare i suoi sudditi. Ammiriamo la sua carità e la sua umiltà.

Gesù è un re che teme di essere proclamato tale, perché non spetta agli uomini conferirgli questa dignità, ma semplicemente riconoscergliela, visto che già la possiede in quanto è Figlio di un Padre che è re non umano ma divino, non terreno ma celeste, non temporale ma eterno. Perciò gode di quelle acclamazioni innocenti, che nascono dalla luce della fede, per cui è creduto il vero Messia che viene a salvare il mondo. Come alla sua nascita gli Angeli avevano fatto festa cantando gloria, così ora che va a morire, gli uomini lo acclamano e lo riconoscono Salvatore, poiché, usando le espressioni di Davide, lo pregano che si degni di salvarli. Questa solenne comparsa di Gesù, in atteggiamento da re, era già stata predetta quando il Profeta aveva invitato Gerusalemme ad andargli incontro per accoglierlo; dobbiamo quindi pensare che lo stesso invito sia rivolto anche a noi. Anima mia, Gesù viene anche a te con maestà regale, per compiere la tua eterna salvezza. Perché non hai anche tu la semplicità e l'umiltà di quella folla di adulti e di fanciulli, per lodarlo degnamente e pregarlo che ti salvi? Anima mia, esci ad incontrarlo con sentimenti di gioia, di umiltà e di fervore.

Gesù è il sommo sacerdote che deve offrire il sacrifico all'Eterno Padre; ma è anche la vittima che deve sacrificarsi per i peccati del mondo, perciò entra in Gerusalemme con solenne pompa, per cominciare a farsi conoscere come vero Agnello di Dio già raffigurato nella legge antica e indicato dal suo precursore san Giovanni Battista. Come sacerdote Gesù era preso totalmente dal suo compito che svolgeva con atti di religione profondamente degni della divina Maestà, come Agnello offriva se stesso con carità infinita, sapendo che stava per essere ucciso in espiazione, non dei suoi peccati, ma di quelli degli altri. Per essere liberati dalla schiavitù dell'Egitto, gli Ebrei hanno offerto un agnello, ed io, per essere salvato dalla pena eterna, cosa mai dovrei offrire?

è questa un'immagine di ciò che succede nel mondo: dall'onore al disonore, dall'osanna al crucifige c'è poca distanza. Molto presto svanisce il piacere con tutto ciò che si chiama gloria, prosperità, allegria, ed ogni dolcezza diventa amara. Vedi, anima mia, che cosa si guadagna a dare tanto valore al mondo! Prendi come norma della tua condotta questa grande massima: tutto al mondo è vanità, e somma vanità è l'attaccarsi ad essa. Tutto passa, e non c'è gioia che duri se non nella felicità eterna, promessa a chi serve fedelmente Dio. Ma questa è un'immagine anche della mia condotta. Ogni volta che mi accosto ai Sacramenti della Confessione e Comunione, quante dichiarazioni di lode, di amore e di onore faccio a Gesù! Lo stimo sopra tutte le cose e dico di amarlo più di tutte le creature; ma troppe volte, poco dopo, lo pospongo ad una meschina soddisfazione e mi rivolgo a Lui per offenderlo. Oggi grido a Lui "osanna" e domani contro di Lui "crucifige". Questa instabilità è una pessima conseguenza, non tanto della mia natura corrotta, quanto della mia abituale malizia.

Consideriamo quanto Gesù sia innamorato delle anime: Egli sparge il sangue per tutti, sia per coloro che si salveranno, sia per quanti si danneranno; ma per questi ultimi versa, oltre al sangue, anche amare lacrime. E poiché in Gerusalemme è raffigurata la Chiesa composta sia di eletti che di reprobi, temo di esserci anch'io nel numero di coloro, che per la propria cattiveria, fanno piangere il Redentore. Egli piange soprattutto per quelli che, come me, venuto meno il fervore iniziale, si danno ad una vita rilassata e vuota.

Come un padre amoroso si rattrista e piange nel vedere il figlio gravemente infermo e in pericolo di vita rifiutare l'unica medicina che potrebbe guarirlo, così Gesù si affligge perché vede quell'ingrata città che, pur avendo il rimedio per la salvezza, preferisce perire anziché metterlo in pratica. Come Salvatore Egli va a visitarla per illuminare i suoi cittadini; ma questi, abbagliati dalla vanità e dall'orgoglio, chiudono gli occhi alla verità, non si preoccupano dei pericoli e si rendono indegni della salvezza, perché ne trascurano i mezzi. Per questo Gesù, sospirando, dice: «Gerusalemme tu perirai, e questo accadrà perché non hai previsto il tuo male e non hai conosciuto il tuo bene». Questa predizione è un avvertimento molto importante anche per me. Con quante ispirazioni ed avvisi interiori ed esterni Gesù viene a visitarmi affinché io mi corregga, mi penta della mia vita sregolata e decida di impegnarmi per acquistare le virtù. Da queste visite, corrisposte o trascurate, può dipendere la mia salvezza o la mia rovina.

Pratiche Motivo d'umiltà sarà per me il non sapere se amo davvero Dio e se sono veramente umile. Talvolta mi pare di avere qualche sentimento di umiltà e di amore, ma chissà che non sia il mio amor proprio ad ingannarmi!

Cercherò di far nascere in me un vivo desiderio della salvezza eterna, per corrispondere a quanto ha fatto Gesù per salvarmi.

Con il più grande fervore possibile sacrificherò a Dio la mia passione predominante per ringraziarlo del grande dono della Redenzione.

La ragione per cui non osservo i miei buoni propositi è sempre l'eccessiva fiducia in me stesso. D'ora in avanti confiderò solo in Dio, unica mia fortezza.

Pregherò la beata Vergine che offra per me alla divina Maestà le lacrime versate da Gesù, e mi ottenga qualche lacrima di vero pentimento.

Farò tesoro delle ispirazioni con le quali Dio viene a farmi visita di quando in quando. Non imiterò Gerusalemme, ma mi sforzerò di cominciare con fervore una nuova vita.

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù si licenzia da sua Madre è doveroso inserire nella Passione del Salvatore, come fa il serafico dottore san Bonaventura, un pensiero pio e devoto che è molto credibile, anche se non lo si legge nel Vangelo. Gesù aveva sempre amato ed ubbidito con rispettosa devozione sua Madre, senza mancare in nessuno dei doveri propri di un buon figliolo; perciò è impossibile che, prima di morire, abbia voluto lasciarla senza accomiatarsi da Lei e senza renderla partecipe dei suoi progetti, tanto più che le aveva già rivelato altri misteri su ciò che lo riguardava. Pensiamo dunque che Gesù, il più amoroso di tutti i figli degli uomini, ritornato a Betania per non aver trovato alloggio a Gerusalemme, si sia ritirato dopo cena in una stanza con Maria Santissima. Egli soffre per il dolore che le arrecherà nel metterla al corrente di quanto sta per accadere, e la Madre benedetta prova angoscia ancor prima di esserne informata, sia perché in qualche modo ha dei presentimenti, sia perché si è già diffusa la notizia della congiura tramata contro di Lui dai pontefici.

Poiché Gesù ha un cuore tenero e allo stesso tempo virile, possiamo immaginare con san Bonaventura che parli a Maria proprio con la tenerezza di figlio e con la gravità di UomoDio: «Madre mia, è giunto il tempo in cui devo redimere il mondo con il sacrificio della mia vita; io sarò dato in mano ai miei nemici, che mi sottoporranno a indicibili torture. Ti ringrazio per gli stenti e per i travagli che hai sofferto per me; e come hai dato il tuo consenso per la mia incarnazione, così ti chiedo di darlo ora per la mia morte. Non ti addolorare, o Madre, perché ti lascio per andare a fare la volontà dell'Eterno Padre». Così Gesù. E che cosa risponde Maria? Trafitta da indicibile dolore, non può pronunciare che poche parole, interrotte da mancamenti e sospiri: «Non potrei andare io a morire al tuo posto, o per lo meno morire con te?».

Per rivelazioni avute dal cielo sulla Passione di Gesù, Maria aveva già sopportato un lunghissimo martirio, senza che ci fosse un'ora sola di calma nel suo cuore angosciato. Ma questo è ancora poco in confronto al dolore acutissimo che prova nel dare l'ultimo addio a suo Figlio e nel doversi separare da Lui. Quando lo perdette fanciullo di dodici anni, ebbe, è vero, un grande dolore perché non sapeva dove fosse; ma si rincuorava almeno con la speranza di ritrovarlo, come di fatto avvenne. Ora Maria sa dove Egli sta andando: ad essere incatenato e flagellato, coronato di spine e inchiodato in croce, e, non avendo alcun raggio di speranza per consolarsi, sente affondare ancora di più nell'anima quella spada che le era stata predetta dal santo vecchio Simeone.

Riflessioni Gesù è Dio, ma anche uomo; e poiché ha voluto sottomettersi alle debolezze umane, non c'è dubbio che senta in sé quel dolore che proverebbe ogni uomo in una situazione simile; ma Lui lo prova con acutezza ancora maggiore, visto che il suo cuore è più tenero di tutti gli altri. La sua anima nell'orto si rattristerà profondamente per doversi separare dal corpo; come possiamo pensare, quindi, che Gesù sia insensibile ora che sta per separarsi dalla sua dilettissima Madre? Se non provo compassione in questo momento, non potrò provame mai più. Guarda, anima mia, questo Figlio e questa Madre. Il Figlio sospira perché dovrà fare ciò che non ha fatto mai: causare dolore a Colei che ama più di tutti su questa terra e la Madre intuisce il significato di quei sospiri.

Altre cose ancora vorrebbe dire la tenera Madre, ma il pianto glielo impedisce. E, poiché sa che non è possibile cambiare i decreti eterni, si adegua alla volontà di Dio, superando con virtù eroica se stessa, anche se lo strazio del suo cuore è fortissimo. Piangeresti certamente anche tu, anima mia, se potessi vederla. Chi potrebbe comprendere quale sia stato il dolore di questo Figlio e di questa Madre? Nessuno, poiché non ci è possibile capire fino in fondo il loro immenso amore. lo ho capito perché Maria acconsente che Gesù vada alla morte: Egli deve morire per me, per me in particolare e poi per tutti in generale. Maria avrebbe potuto rispondere così a suo Figlio: «Chi è costui che merita il sacrificio della tua preziosissima vita? Tu sei il Figlio di Dio, lui è fango della terra». Ma non dice nulla di tutto ciò e, poiché mi ama tanto, accetta che il Figlio vada a sopportare per me una morte dolorosissima.

Gesù era stato motivo di tormento per Maria a causa della sua Passione già profetizzata, ma anche di grande gioia per la dolce convivenza con Lui, visto che la Madre lo accompagnava dappertutto. Nel doversene privare, perciò, il suo cuore è stretto dal dolore, come un giglio purissimo avvolto dalle spine. Ella, madre e vedova, pietosa verso tutti per carattere e per virtù, vede che va a morire il suo unico ed innocente Figlio nel fiore dell'età, vero Dio in cui ha riposto tutto il suo tesoro. Vorrei che i miei occhi si riempissero di lacrime di compassione per questa Madre tanto afflitta, e che nel mio cuore fosse impresso il suo intenso dolore. Ma guardiamo di nuovo Gesù: Egli lascia la sua dilettissima Madre, per amor mio, per venire a cercare me, pecorella smarrita. Ed io in cambio che cosa faccio? Fuggo lontano da Lui che mi cerca, e lo abbandono dopo che mi ha trovato, per seguire le mie cattive inclinazioni; e per amor suo non so lasciare neppure un capriccio, un puntiglio o una meschina soddisfazione. Che modello d'ingratitudine!

Pratiche Compatirò Gesù e Maria nelle loro angosce, e, convinto di essere io la causa delle loro pene, susciterò in me il dolore dei miei peccati, per i quali il Salvatore andò a patire e a morire.

Nel meditare la Passione di Gesù mi ricorderò spesso della Vergine Addolorata per starle vicino nella sofferenza. Anche se spargessi tutte le mie lacrime, queste non varrebbero una sola di quelle che Lei versò per me.

Mi ricorderò dei dolori che Gesù e Maria hanno sofferto per me; cercherò di dimostrare la mia gratitudine soffrendo volentieri per loro amore le inevitabili avversità e facendo anche qualche penitenza volontaria.

 

Gesù alla cena della sua ultima Pasqua Gesù è sempre stato ubbidiente alla legge, persino nelle cose minime, perciò anche ora, nel rito della Pasqua, non vuol mancare in nessuna cosa; ma il suo cuore è rivolto ad un'altra Pasqua molto più gloriosa davanti a Dio e vantaggiosa per noi. La Pasqua per gli Ebrei era la commemorazione del loro passaggio dalla schiavitù egiziana alla libertà della terra promessa; per noi indica il passaggio dal peccato alla grazia, dalla pena alla gloria. Per Gesù fare Pasqua era lo stesso che andare alla morte, eppure questo sacrificio gli era tanto caro che più volte ne aveva parlato e sempre con ardente desiderio.

Gli Apostoli, sapendo l'importanza che Gesù dà alla Pasqua ormai prossima, la mattina del giovedì santo gli domandano dove vuole che venga preparata la cena del sacrificio dell'agnello. Ed Egli, per obbedire alla legge che comanda di fare la Pasqua nella città santa, sceglie Pietro e Giovanni, cioè il discepolo che lo ama e quello da Lui amato, e dà loro le opportune istruzioni: vadano per la tal via, cerchino il tale uomo, e gli dicano: «Il Maestro dice che la sua partenza è vicina e vuol fare la Pasqua in casa tua». Essi obbediscono: vanno, trovano, parlano; e tutto viene preparato con sollecitudine.

Anche negli anni precedenti Gesù aveva celebrato la Pasqua con puntualità e con sentimenti veramente degni del suo cuore divino, considerando l'agnello, che veniva sacrificato, una figura del suo sacrificio sulla croce. Ma in quest'ultima Pasqua in cui si realizzano le figure, Egli penetra nella Verità, che sta per iniziare quella notte stessa. L'agnello pasquale, secondo le prescrizioni della legge, viene da Lui sacrificato la sera del giovedì santo; e proprio quella notte avviene la sua cattura che segna l'inizio della sua Passione e Crocifissione.

Quando ci accorgiamo che sta per capitarci qualche grave disgrazia, noi ci spaventiamo e c'indignamo; non così Gesù. Egli sa che è imminente la sua Passione, per la quale non è più questione di giorni, ma di ore; eppure il suo spirito è tranquillissimo, dimostrando anche con questo di essere il vero Figlio di Dio e Salvatore del mondo che non fugge, ma che anzi aspetta intrepido la morte. Come un padre che è in procinto di partire per un paese lontano, parla ai suoi figlioli con più familiarità e tenerezza del solito, così Gesù in quest'ultima cena parla ai suoi Apostoli con affetto e commozione. Rivela loro chiaramente ciò che sta per accadere quella notte, affinché non ne rimangano poi sorpresi; e rende anche noto che, se va a patire e morire, è perché proprio Lui spontaneamente e liberamente lo vuole. Spiega loro il mistero della redenzione che, incominciata con la sua dottrina e i suoi miracoli, si dovrà compiere con la sua Passione e Morte. Quindi con il volto gioioso così si esprime: «Ho ardentemente desiderato mangiare con voi questa Pasqua, che è l'ultima che faccio con voi e la più cara, perché è in questa che devo meritare la salvezza eterna per tutti i figli di Adamo».

Riflessioni Gesù vuole celebrare la Pasqua con i suoi discepoli, perciò essi si danno subito da fare per prepararla nel modo in cui è stato loro ordinato. E quale sarà la Pasqua che anch'io devo desiderare e a cui devo prepararmi con impegno e sollecitudine? Anima mia, se per Pasqua s'intende un passaggio, ecco che cosa Dio ti comanda: che tu passi dall'amore disordinato che hai per le cose terrene e caduche, all'amore per quelle celesti ed eterne. Sarà una Pasqua felice per noi, se ci affretteremo a passare dalla tiepidezza al fervore, dalla leggerezza all'impegno, dalla vita mondana a quella perfettamente cristiana.

Consideriamo prima di tutto come Gesù, il Signore della terra e del cielo, si sia fatto povero per noi, tanto da non avere in Gerusalemme un rifugio, e debba così celebrare la Pasqua in casa d'altri. Egli aveva già detto che le volpi avevano le loro tane e gli uccelli i loro nidi, mentre il Figlio dell'uomo non aveva neppure un giaciglio. Questo è un rimprovero per me che sono tanto attaccato alle mie comodità, così delicato e pronto a lamentarmi se mi manca qualcosa. è vero io non ho quella povertà di spirito così necessaria a chi aspira ai beni eterni del Cielo. Voglio pensare, in secondo luogo, all'onore che si fa a quell'uomo sconosciuto, la cui casa viene scelta da Gesù per la celebrazione dei suoi divini misteri e alla sua obbedienza esemplare. Infatti, pur conoscendo il pubblico editto, secondo il quale chiunque avesse dato alloggio a Gesù sarebbe stato perseguitato dai capi della Sinagoga, ciò nonostante egli accetta il Maestro con prontezza e cortesia, senza preoccuparsi affatto del rispetto umano e dei pericoli cui sarebbe andato incontro.

Se assisteremo con devota attenzione a quella cena, il Signore non lascerà digiuna la nostra anima. Quali sono i pensieri di Gesù, mentre, seduto a tavola, guarda nel piatto il mistico agnello ucciso ed arrostito e quando, tagliatolo a pezzi, lo distribuisce ai suoi discepoli? Egli pensa a se stesso, vero ed immacolato Agnello che sarà ucciso di lì a poco. Mai era stata celebrata una Pasqua simile, in cui si trovano insieme l'ombra e la luce, la figura e la realtà, (cioè la figura e il raffigurato). Alla vista di quell'agnello, ricordo della Pasqua che avvenne in Egitto, Gesù pensa che è venuta la sua Pasqua, in cui Egli dal mondo deve passare al Padre. Perciò, sapendo che in Lui si sono adempiute le figure dell'antica legge e che è venuto il tempo in cui non si deve più onorare Dio con sacrifici di animali, Egli con la sua umanità si umilia, si offre e si immola all'Altissimo. E come fino ad allora non aveva rifiutato i sacrifici di agnelli in vista di ciò che significavano, lo prega di gradire ora, ancora di più, il sacrificio che sta per fare di se stesso per la salvezza delle anime. Quanti misteri soprattutto di carità sono contenuti in questo unico mistero, con il quale termina la vecchia legge ed incomincia la nuova legge di grazia!

Pratiche Rifletterò su quanto bisogno io abbia di cambiare la mia vita tiepida e rilassata e poi cercherò di suscitare in me un profondo desiderio di questo rinnovamento. Solo così potrò meditare con frutto la Passione di Gesù, il cui mistero viene anticipato nell'ultima cena.

Veglierò su me stesso per moderare il mio attaccamento alle cose del mondo. E per essere vero seguace di Gesù, mi armerò di fortezza contro il rispetto umano, implorando sempre la divina Misericordia.

Offrirò spesso e con fede viva Gesù al Divin Padre per avere benevolenza e redenzione; e dirò con le parole di san Giovanni Battista: «Ecco l'Agnello di Dio! Ecco Colui che toglie i peccati del mondo».

Come Gesù ha desiderato con fervore la sua Passione per amor mio, così anch'io per amor suo susciterò in me un vivo desiderio di meditarla e di imitarla. è questo il segreto della santità e della salvezza eterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù lava i piedi agli Apostoli Finita la cena dell'agnello, ma non ancora sparecchiata la mensa, Gesù si alza, depone il mantello, si cinge sul davanti un asciugatoio, poi versa dell'acqua in un catino e comincia a lavare i piedi ai suoi discepoli. Tutto da solo, senza permettere che qualcuno lo aiuti. Si tenga ben presente che l'Evangelista, prima di narrare questo fatto, mette in rilievo l'altissima sapienza del Salvatore, la Divinità della sua Persona e l'immenso potere che Egli ha sopra tutte le cose del mondo.

L'Evangelista, non contento di farci conoscere l'episodio della lavanda dei piedi, aggiunge che Gesù sa di essere vero Figlio di Dio e che l'Eterno Padre ha posto nelle sue mani tutto l'universo. Sembra che non ci sia alcun legame tra questa precisazione e l'atto di Gesù, ma dobbiamo credere che vi si nasconda . comunque un prezioso insegnamento.

Gesù viene ad inginocchiarsi davanti a Pietro. Questi, nel vedere prostrato ai suoi piedi Colui che poco prima aveva riconosciuto come Figlio di Dio, rimane sbalordito. Rinnova la fede, riconosce la propria bassezza e, come fuori di sé, prorompe in queste parole: «Tu, o Signore, vuoi lavare i piedi a me? Il Dio della maestà e della gloria lavare i piedi ad una umilissima creatura? Il Dio della santità, ad un misero peccatore come sono io?».

Pietro si ostina nel rifiuto di lasciarsi lavare i piedi da Gesù perché pensa di dimostrargli così il suo rispetto e la sua dedizione. Ma Gesù, vedendo che si fida più dei suoi sentimenti e del suo fervore che della santa ubbidienza, ora non gradisce la sua umiltà non accompagnata dalla docilità e lo rimprovera severamente: «Se non ti laverò i piedi, non avrai con me parte alcuna». Il che vuol dire che non lo vorrà più vicino a sé e che lo escluderà dalla partecipazione ai suoi Sacramenti e dall'eredità del suo Regno.

Quando ha terminato di lavare i piedi agli Apostoli, Gesù torna alla mensa e chiarisce loro il perché del suo gesto: Egli si è umiliato per stimolare noi ad imitare la sua umiltà. Secondo il suo metodo che è quello d'insegnare prima con le opere e poi con la voce, dice loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13,1217).

Riflessioni Con questa lavanda pare che il Salvatore voglia preparare la sua Passione. è molto importante fermarci ora a considerare chi è colui che lava i piedi; infatti non possiamo capire la sua umiltà se prima non siamo consapevoli della sua eccelsa Divinità. San Giovanni, prima di descrivere l'incarnazione del Verbo, ci ha rivelato la sua Divinità, affinché comprendessimo bene l'umiltà del Figlio di Dio, disceso da tanta altezza a una condizione così bassa. Passando poi a descrivere la Passione, ha ricordato ancora la sua Divinità, perché risaltasse ancora di più fino a che punto Egli fosse umile; e prima di arrivare alla mortificazione della Croce, ha raccontato la scena del cenacolo, dicendo che il dominatore dell'universo si è umiliato fino a lavare i piedi agli Apostoli. Capisci, anima mia? Proprio il Figlio di Dio è venuto dal cielo in terra per salvare il mondo; e poiché questo si era perduto a causa della superbia, per salvarlo gli ha contrapposto l'umiltà. Osserva il Re dei re, l'Onnipotente, inginocchiato davanti a quei poveri pescatori, che lava loro i piedi con le proprie mani, eseguendo così quello che era un compito sgradevole anche per i servi!

La prima delle beatitudini predicate da Gesù è la povertà di spirito, con la quale si ottiene l'umiltà, virtù necessaria a conseguire sia la gloria celeste che il distacco dalle cose del mondo. Quando perciò, come Figlio di Dio si abbassa fino a lavare i piedi agli Apostoli, Egli vuole insegnarci innanzitutto che sotto i piedi dobbiamo mettere la superbia e poi che l'umiltà ci innalza al livello di Dio, visto che anche Lui l'ha praticata. Ci insegna inoltre a calpestare il mondo, vivendo cioè, come spiega l'Apostolo, distaccati dalle passioni terrene e con i pensieri e gli affetti rivolti alla vita del cielo, nostra eterna dimora. Rifletti, anima mia, su questo punto che è essenziale. Iddio, creando l'uomo, lo costituì padrone del mondo e gli sottomise tutte le cose terrene, volendo con ciò fargli capire che era destinato alla beatitudine eterna e non alle gioie temporali. Ma poiché a causa del peccato di Adamo si era corrotta la sua primitiva rettitudine, Gesù con amorosa volontà è venuto a rinnovarlo e a salvarlo. Egli, avendo tutto il mondo nelle sue mani, mentre lava i piedi agli Apostoli, vuol dirci: «Ecco quello che deve fare chi vuol salvarsi: trattare la terra come terra e purificarsi con la mia grazia».

Non si può dire quanto l'umiltà piena di fervore sia cara al Figlio di Dio, che guarda con amore gli umili e con sdegno i superbi. Ma se questa virtù non si unisce all'obbedienza, è poco lodevole; per questo il Salvatore lo esorta a lasciarsi lavare i piedi, dicendogli che se ora non capisce il mistero, lo capirà molto presto. Vorrebbe spiegargli che cesserà di meravigliarsi che l'Unigenito dell'Eterno Padre lavi i piedi dei peccatori con l'acqua, quando lo vedrà, di lì a poco, lavare le loro anime col proprio sangue. Ciò nonostante Pietro che ancora non conosce il mistero della Passione, turbato nel vedere la Divinità così umiliata, persiste nella sua ritrosia e non vuol cedere a nessun patto; e protesta che lui, misera creatura, non si lascerà mai lavare i piedi dal suo Creatore. è utile ed istruttivo per me l'esempio di umiltà che ci ha dato san Pietro. Sono convinto di quanto sia importante e doveroso per tutti essere umili, ma io come posso diventarlo, se in questa virtù sono tanto ignorante da non saper neppure in che cosa consista? Sia perciò benedetto il santo Apostolo che in poche parole mi spiega la scienza e la pratica della vera umiltà. Basta comprendere bene queste due espressioni: «Chi sei tu, o mio Dio, e chi sono io?».

Pietro trema nell'udire questa minaccia, poiché desidera più di ogni altra cosa stare sempre insieme a Gesù. Con l'anima piena d'amore e di timore, per non trovarsi separato da Lui, si arrende e offre, per farseli lavare, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo. Mentre poco prima si era dimostrato risoluto nel contraddire il Maestro, ora invece, per l'amore ardente che gli porta, è docilissimo nell'ubbidire e nell'accondiscendere a tutto. Pietro era talmente convinto che lasciarsi lavare i piedi dal Figlio di Dio fosse una cosa indegna, che nessuno avrebbe potuto persuaderlo del contrario e tanto meno obbligarlo. Infatti, basandosi sul giudizio umano che non comprende i misteri di Dio, chi non proverebbe vergogna e disappunto vedendosi davanti l'UomoDio che vuole lavargli i piedi come un umile servo? Ma Pietro, anche se riluttante, ubbidisce per non far dispiacere al Signore e non perdere la sua grazia. Come si adatta bene a me questo esempio! Anch'io sono sempre pronto a far valere le mie opinioni, a sostenere i miei puntigli, ad essere ostinato nel mio parere, senza alcun riguardo, né alla volontà di Dio, né all'amore di Gesù. E quanto sono restio ad abbandonare un'attività che ritengo valida nonostante le ispirazioni di Dio, i buoni consigli e gli ammonimenti dei suoi rappresentanti, superiori e direttori spirituali!

L'argomento è molto profondo. Se Lui, il Dio altissimo, il padrone dell'universo, si è abbassato fino ad agire come l'ultimo dei servitori, tanto più dobbiamo umiliarci noi che siamo terra, cenere, polvere e fango. Il servizio di lavare i piedi è il più basso di tutti. Con questo Gesù ha voluto insegnarci che non dobbiamo rifiutare di servirci a vicenda nelle necessità di ogni giorno ed anche di lavarci scambievolmente i piedi, vale a dire di confortarci e perdonarci errori e difetti. Dev'essere ben grande questa virtù dell'umiltà, se Gesù è venuto dal cielo in terra per insegnarla! E giustamente; infatti senza umiltà non si può acquistare né conservare alcuna virtù, e tanto meno giungere alla salvezza eterna. Tanti avranno la possibilità di entrare in Paradiso, anche se non saranno stati martiri, dottori della Chiesa, contemplativi o vergini, ma non vi potrà mai entrare chi non sia stato umile. E il Signore, che ci vuole tutti salvi, ha cercato di renderci più sicura la strada, venendo di persona a farci amare la virtù dell'umiltà.

Pratiche Devo convincermi che sono veramente superbo; perciò in tutte le mie preghiere non cesserò di raccomandarmi a Dio per ottenere l'umiltà.

Farò attenzione a quali cose del mondo sono affezionato e non permetterò più che il mio cuore sia dominato dalle vanità, che devo con disprezzo tenere sotto i piedi.

Si riconosce l'umiltà solo mettendola alla prova. E la prova più sicura è l'ubbidienza e la docilità. Ubbidirò perciò ai miei superiori; sarò docile con chi ha le mie stesse responsabilità e soprattutto con coloro che si trovano nella condizione di dovermi ubbidire.

Non preferirò mai il mio giudizio a quello dei superiori; non userò sottigliezze e sotterfugi per esimermi dall'ubbidienza, ricordando ciò che aveva rischiato san Pietro se si fosse ostinato nel suo rifiuto, cioè quello di non avere più parte con Cristo.

Procurerò per l'avvenire di non essere permaloso e puntiglioso; cercherò di ubbidire sempre ai miei superiori e di servire come meglio posso anche chi occupa una posizione di minor pregio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù prepara l'istituzione della SS.ma Eucartistia In tutto il Vangelo non si trova nessun'altra opera fatta da Gesù, per la quale Egli si sia così intensamente preparato, come per l'istituzione della Santissima Eucaristia. Quante volte l'ha premeditata e predetta come una meravigliosa invenzione della sua carità, sempre attenta alla salvezza del mondo! Quante premure ha dimostrato per essa disponendo ogni cosa con cura, scegliendo il cenacolo e mandando avanti i due Apostoli prediletti a prepararlo.

Possiamo pensare che Gesù abbia lavato i piedi agli Apostoli anche perché, subito dopo, avrebbe istituito il suo divino Sacramento e poi lo avrebbe distribuito loro. Facendo così ha mostrato a noi con quanta purezza dobbiamo accostarci ad un mistero tanto grande. Gli Apostoli erano puliti, avevano solo i piedi impolverati, ma Gesù ha voluto eliminare anche quella polvere; e poi ha minacciato san Pietro di escluderlo dalla sua mensa, se non si fosse lasciato lavare. è veramente prezioso questo insegnamento.

Dobbiamo ricordare che all'inizio della cena Gesù aveva detto di aver desiderato ardentemente quel giorno, per porre fine alla legge antica ed iniziarne una nuova con l'istituzione del Santissimo Sacramento. Desiderava quell'ora per celebrare i misteri della nostra santificazione e per dar da mangiare a tutti noi, non l'agnello che si deteriora, ma il suo Corpo, pane disceso dal cielo, per essere cibo d'immortalità. E adesso che questa meta sospirata è giunta, con una gioia immensa rende grazie all'Eterno Padre.

L'Evangelista dice che Gesù, durante la Cena, quando istituì il Santissimo Sacramento, pensò alla propria morte, sapendo che era vicina l'ora in cui doveva passare da questo mondo all'Eterno Padre e, in ricordo di essa, chiamò il Sacramento col nome di Testamento e scelse la Pasqua non tanto perché era adatta a celebrare il più grande dei suoi misteri, quanto perché essa, essendo la solennità più importante, era figura del suo passaggio alla gloria del Padre. E durante l'ultima Pasqua della sua vita, dichiarò ai suoi discepoli che non avrebbe più mangiato con loro se non nel regno di Dio, cioè dopo che si fosse stabilita la nuova Chiesa con la sua risurrezione gloriosa. Ora, che relazione può esservi tra il ricordo della sua morte e l'istituzione del Santissimo Sacramento?

Riflessioni Se noi dovessimo ricevere questo santissimo Sacramento una sola volta nella vita, dovremmo impiegare tutto il tempo della nostra esistenza per prepararci a riceverlo degnamente, tanto è grande e santo. La divina bontà ha disposto che possiamo ricevere la santa Comunione anche ogni giorno, ma per farlo più degnamente possibile, dobbiamo far fruttare con maggiore intensità il tempo che intercorre tra l'una e l'altra. Perciò non può sembrare eccessiva la raccomandazione della Chiesa di fare almeno un'ora di preparazione in devoto raccoglimento di meditazione e di preghiera. I due Apostoli mandati a preparare la cena pasquale sono figura della vita santa, della fede pura e dell'ardente carità che dobbiamo avere anche noi, per accostarci degnamente alla sacra Mensa. Il cenacolo, preparato a festa e ornato di fiori, è figura della nostra anima che dev'essere adorna delle virtù cristiane, pura e bella, per accogliere degnamente il più puro e il più bello di tutti gli uomini. Devo riflettere, quindi, su come sono solito prepararmi a ricevere Gesù e con quali virtù e con quanto fervore io mi presento al celeste Convito.

Di che cosa sono figura i nostri piedi che noi dobbiamo lavare per essere puri e disposti a ricevere questo santissimo Sacramento? Degli affetti del nostro cuore, che facilmente si sporcano della polvere del mondo, di fragilità, di negligenza e di malizia. Prima di occostarci all'altare, dobbiamo esaminare con serietà la nostra coscienza. Non dobbiamo trascurare nulla, ma lavare tutto, per poterci comunicare con la dovuta purezza. Non basta essere mondi dai peccati mortali, ma dobbiamo ripulirci anche dei veniali: questo esige la santità del Mistero. La lavanda dei piedi degli Apostoli ci ammonisce quindi a premettere alla Comunione la Confessione, per mezzo della quale viene cancellata ogni colpa e l'anima viene purificata da quello stesso UomoDio che lavò i piedi agli Apostoli. Come mi accosto io alla santa Comunione? Con quanta precisione esamino la mia coscienza e quanto impegno metto, poi, nel correggermi?

Nel Vangelo è riportato questo intenso desiderio di Gesù perché ognuno di noi si senta stimolato a farlo suo. Infatti se nostro Signore, per sua bontà, desidera tanto concedersi a noi, mentre potrebbe benissimo farne a meno perché non gli siamo necessari, quanto forte dovrebbe essere la nostra ansia di riceverlo, visto che Lui è il nostro unico, vero e sommo bene? Il desiderio è una voce del cuore che parla, prega ed è molto efficace; perciò più desideriamo questo Sacramento divino, più otteniamo frutti di soave dolcezza. Ma con che desiderio vado io a comunicarmi? Purtroppo mi vedo simile a quegli Ebrei che nel deserto ebbero la nausea della manna piovuta loro dal cielo; sono debole, svogliato ed arido. Apro la bocca per ricevere il Pane celeste più per abitudine che per devozione, più per rispetto umano che per un intimo e sentito bisogno.

La relazione è profonda e deve farci riflettere. Noi abbiamo in queste parole di Gesù uno dei più validi stimoli a disporci bene alla santa Messa. Per imitare Gesù, quando dovrò comunicarmi, penserò anch'io alla mia morte, e riceverò il Corpo di Cristo come se fosse il viatico nella mia ultima malattia e non mi rimanesse altro che la speranza di andare a godere in cielo la gran cena di Dio nelle nozze beate dell'Agnello. Se io sapessi con certezza che la prossima Comunione fosse l'ultima, come vorrei farla? Con quale impegno mi preparerei? Userei tutta l'umiltà e la purezza di cui sono capace, per ricevere dentro di me il mio Sovrano e il mio Giudice, Colui che di lì a poco dovrebbe emettere per me la sentenza di vita o di morte, di Paradiso e d'Inferno; gli esprimerei tutto l'amore e tutta la devozione per rimediare col maggior fervore possibile alle tiepidezze e alle mancanze passate.

Pratiche In preparazione alla Comunione farò nascere in me un vivo desiderio delle virtù che non ho: umiltà, carità e purezza, e confiderò nella giviha misericordia che questo mio desiderio venga accettato ed esaudito.

Sarò severo con la mia coscienza, affinché non si abitui a certe opinioni prive di rigore e di verità; cercherò con tutte le mie forze di correggermi dei miei difetti abituali, per potermi disporre sempre meglio alla Confessione e alla Comunione.

Domanderò a Gesù il suo amore, che farà sì che una Comunione mi faccia desiderare l'altra. Per questo gli offrirò i desideri del suo cuore insieme a quelli di tutte le anime sante innamorate della divina Eucaristia.

In punto di morte, di quante Comunioni mi troverò contento? Di quali sentirò rimorso? Devo riflettere bene su questo e provvedere adesso per allora.

 

Istituzione del SS.mo Sacramento Gesù, dopo aver lavato i piedi agli Apostoli, torna alla mensa e mette fine ai riti della legge antica con un nuovo sacrificio, il suo, istituendo l'Eucaristia. Avrebbe potuto benissimo farlo in qualunque altro momento della sua vita, ma ha voluto riservarlo per la vigilia della sua Passione e Morte, affinché si scoprisse ancora di più la profondità del suo amore, ed i nostri cuori fossero maggiormente spinti ad amarlo. Infatti, proprio quando gli uomini congiurano per farlo morire, Egli istituisce per loro un Sacramento di vita, vita tanto più abbondante quanto più dolorosa sarà la sua morte.

San Giovanni descrive in maniera molto sintetica l'istituzione del Santissimo Sacramento. Dice solo che Gesù, che già amava i suoi che erano in questo mondo, li amò con un amore ancora più ardente alla fine della sua vita, lasciando loro nell'Eucaristia un dono che è il massimo tra tutti i doni e che può essere considerato il Sacramento del suo ineffabile amore; e lo fece di proposito prima di andarsene da questo mondo, affinché producesse nei nostri cuori un effetto maggiore.

Già nel Vecchio Testamento il sacerdote Melchisedek, figura di Gesù Cristo, aveva offerto all'Altissimo un sacrificio non di animali, ma di pane e vino. E nostro Signore, Sacerdote eterno, stando seduto a tavola insieme agli Apostoli, prende il pane nelle sue mani sante e venerabili e, alzati gli occhi all'Eterno Padre, lo benedice e lo consacra dicendo: «Questo è il mio Corpo». Allo stesso modo prende il calice in cui è stato versato il vino e dice: «Questo è il mio Sangue». Appena ha pronunciato queste parole, il pane non è più pane, ma è diventato il suo Corpo, il vino non è più vino, ma il suo vero Sangue.

Gesù nell'istituire l'Eucaristia si servì del pane per lasciarci un perpetuo ricordo della sua Passione. Tante volte si era già paragonato al chicco del frumento; ora vuol riferire quest'immagine all'Eucaristia, facendoci capire che ciò che si fa del grano, che si batte, si macina e si impasta, così si è fatto di Lui che è stato completamente schiacciato e macinato dalle sofferenze. Egli inoltre, con quel Pane, ha voluto ricordarci l'amore immenso che lo ha fatto patire e morire in croce per noi, in modo che in ogni nostra Comunione fossimo spinti a meditare la sua dolorosa Passione.

Per un altro motivo Gesù ha istituito l'Eucaristia sotto le specie del pane piuttosto che di qualsiasi altro cibo. Il pane si fa con i grani di frumento raccolti, ridotti in farina e impastati insieme: esso quindi è un bel simbolo di quell'unione, di quella pace e carità che devono avere fra di loro i fedeli di Cristo. Anche per questo ci ha comandato che, nell'accostarci all'altare, se non siamo uniti in carità con i nostri fratelli, dobbiamo prima andare a riconciliarci con loro e poi venire a comunicarci. Il suo Sacramento d'amore non può essere ricevuto da un'anima che prova rancore.

Riflessione Fermiamoci a meditare sull'amore infinito di Gesù. Mentre gli uomini tramano contro di Lui ingiustizie, persecuzioni, tormenti e disonore, Egli lascia loro in dono un tesoro infinito, frutto del suo amore, della sapienza e dell'onnipotenza di Dio. Egli inventa un modo meraviglioso per far durare la sua affettuosa presenza in mezzo alle sue creature, anche se queste per la loro malvagità meriterebbero di essere abbandonate. La sua bontà e la sua carità non si affievoliscono minimamente in mezzo a tante cattiverie umane, anzi, diventano sempre più ardenti. L'apostolo san Paolo, dopo aver meditato sul fatto che né flagelli, né spine, né chiodi sono riusciti a distogliere da noi l'amore di Cristo, con viva commozione ci assicura che nessuna cosa di questo mondo, per penosa che sia, potrebbe separarci dall'amore di Dio; e questo vale non solo per lui, fervente Apostolo, ma anche per tutti noi cristiani più o meno convinti.

Come l'Eterno Padre ci aveva manifestato la sua immensa carità dando tutto se stesso nel suo Unigenito, così Gesù, per dimostrarci il suo infinito amore, ha voluto dare fino in fondo quello che possedeva. Egli non avrebbe potuto lasciarci un altro bene più grande, più caro, più dolce e più vantaggioso per noi. In questo meraviglioso Sacramento Egli ci ha dato il suo Corpo, la sua Carne, il suo Sangue, la sua Anima, la sua Umanità, la sua Divinità ed insieme il tesoro dei suoi infiniti meriti. Anima mia, medita attentamente e vedi se Gesù Cristo, UomoDio, avrebbe potuto, nel suo testamento lasciarti qualcosa di più grande. E tutto questo per un solo fine: farti conoscere con quanto ardore Egli ti ami e, soprattutto, quanto tu, a tua volta, sia obbligata ad amarlo.

Non dobbiamo cercare di comprendere come ciò sia possibile, né come avvenga, perché questo significherebbe voler imitare l'incredulità dei Giudei. Come nel seno di Maria Vergine Dio si è fatto uomo senza l'opera dell'uomo ma solo per virtù dello Spirito Santo, così ora il pane, per la stessa virtù, si è convertito nella sostanza del Verbo fatto Uomo. E ancora: come nella Persona di Gesù c'era Dio, nascosto sotto la carne dell'uomo, così nell'Eucaristia l'UomoDio è nascosto sotto le specie visibili del pane e del vino. Proprio in questi due misteri dell'Incarnazione e dell'Eucaristia si è adempiuta la profezia che definisce il nostro Dio un Dio nascosto. Su questi ineffabili misteri non dobbiamo fare tanti sottili ragionamenti. Dove non arriva il nostro intelletto, deve supplire la fede, con cui dobbiamo adorare l'infinita bontà, la sapienza e l'onnipotenza di Dio.

Tutta la speranza della nostra salvezza è riposta nella Passione di Gesù che viene ricordata e ripresentata nel Santissimo Sacramento; perciò, come potremmo noi non amare un Sacramento così grande con totale abbandono e con riconoscenza? A ragione la santa Chiesa esulta nell'adorare questo mistero d'amore, riconoscendo in esso il vivo ricordo della Passione del Figlio di Dio ed il pegno di un'eterna gloria. Infatti non possiamo assolutamente dubitare della nostra salvezza, dal momento che il Salvatore si è fatto addirittura nostro cibo, perché potessimo vivere la sua stessa vita prima in terra e poi in cielo per l'eternità. Alle volte, tu, anima mia, ti lasci vincere dalla tristezza e ti chiedi preoccupata: «Chissà se mi salverò!». Spera nel tuo Dio fatto uomo e sacramento; spera con la più ferma e la più grande fiducia, poiché, come garanzia del Paradiso, non potresti desiderare di più, dopo che Gesù è morto per te e ti ha lasciato in caparra non solamente i suoi meriti, ma anche tutto se stesso.

Il termine stesso di "comunione" esprime questo significato; esso è composta da due parole: comuneunione, perciò non significa soltanto unione di Cristo con l'anima, ma anche unione comunitaria tra noi e il nostro prossimo; di conseguenza chi non vive unito e in pace con tutti non si comunica veramente. La santa Eucaristia è il mistero della carità fraterna, ed è proprio sulla carità che principalmente si basa lo spirito del cristianesimo. Ma siccome questa non può esistere senza l'umiltà, dobbiamo vedere nell'Eucaristia anche la più importante prova dell'umiltà di Gesù. Infinita era stata la sua umiltà nell'Incarnazione, quando aveva nascosto la sua grandezza, che non può essere contenuta neppure dall'immensità dell'universo, sotto spoglie umane; ma è ancor più profonda nell'Eucaristia, dove la Divinità e l'Umanità si nascondono sotto le specie del pane e del vino. L'UomoDio, colui che nutre di gloria gli angeli, si è abbassato tanto da trasformarsi in cibo per gli uomini.

Pratiche Sarà mio dovere far del bene a chi mi fa del male per imitare Gesù che, coerentemente alla sua dottrina, ci diede nel suo Sacramento ogni bene, mentre gli uomini cercavano di procurargli ogni male.

Offrirò a Dio la memoria, l'intelletto, la volontà e tutti i miei sensi e rifletterò su quanto poco giovi quella preghiera che non si traduce nella vita pratica.

Chiederò al Signore di farmi provare un sincero dolore dei miei peccati ed una profonda venerazione sia quando mi accosterò alla santa Comunione, sia quando farò visita al Santissimo Sacramento.

Prima e dopo la Comunione mi ricorderò dei patimentiche Gesù ha sopportato per me, e la Comunione sarà tanto più devota, quanto più e meglio saprò meditare la sua dolorosa Passione.

Prima e dopo la Comunione farò atti di umiltà, riconoscendomi indegno di un dono così grande, e atti di carità, riproponendomi di vivere in pace con tutti, almeno per quanto sta in me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù comunica gli Apostoli e conferisce loro il potere sacerrdotale Dopo aver cambiato il pane nel proprio Corpo e il vino nel proprio Sangue, Gesù, come primo e supremo Sacerdote della sua Chiesa, si ciba Egli stesso del Sacramento divino; quindi lo dà con espressioni d'affetto agli Apostoli, ordinando a ciascuno di prendere la propria porzione, e conferisce loro in tal modo la dignità e i poteri sacerdotali, che essi cominciano ad esercitare subito, comunicandosi ognuno con le proprie mani.

Riflessione Consideriamo la serietà, l'accuratezza e la carità che Gesù usa in questo sacro rito, che più di ogni altro accende la devozione. Quanta dolcezza e quanta soavità Egli prova in questa cena in cui Egli è commensale e banchetto al tempo stesso.

Nessuno degli Apostoli oserebbe toccare e ancor meno mangiare quel venerabile Sacramento, perché la fede gli garantisce che è il Corpo di Cristo; ma, visto che Gesù comanda di farlo, essi ubbidiscono anche se si considerano indegni. é difficile immaginare con quanta devota umiltà, essi ricevano il Salvatore del mondo in quella prima Comunione e quante lacrime di tenerezza e di dolore essi versino. Quanta consolazione e quanto fervore avranno provato! Se poco prima, solo per aver udito un discorso sull'Eucaristia, san Pietro ha riconosciuto e dichiarato la Divinità di Gesù, chissà quali luminose intuizioni avrà ora che Essa viene istituita. Riesco ad immaginare quali siano stati i sentimenti dell'Apostolo, quando non aveva permesso a Gesù, il suo Dio, di avvicinarsi a lui peccatore per lavargli i piedi; ma che cosa sentirà ora, nel vedere che il suo Maestro vuole addirittura entrare nel suo petto per unirsi strettamente a lui? Imparerò anch'io ad accostarmi alla Comunione con trepidazione ed amore, come ha fatto san Pietro, e con la meditazione mi sforzerò di comprendere la grandezza del cibo divino che ricevo alla sacra Mensa.

Pratica Il tempo e l'intensità della preparazione e del ringraziamento alla santa Comunione sono proporzionati alla fede e alla devozione di ognuno. Chiederò dunque a Dio la fede e mediterò spesso sui mezzi idonei ad accrescerla.

 

Immenso amore che Gesù dimostra a noi nella santa Eucaristia Il Figlio di Dio, per farsi uomo, era uscito dal seno del Padre senza, però, abbandonarlo; ora, che è arrivato il tempo di tornare a Lui, deve allontanarsi questa volta dagli uomini, ma senza abbandonare neppure loro, perciò istituisce il Sacramento Eucaristico e dà agli Apostoli e a tutti i sacerdoti, loro successori nella Chiesa cattolica, il potere di rinnovare quel divino sacramento. «Quello che ho fatto io, dice loro, consacrando il mio Corpo e il mio Sangue, fatelo anche voi; e ogni volta lo farete in memoria di me».

Riflessione Quale immensa consolazione per noi, poter assistere ogni giorno alla santa Messa! In quel momento siamo partecipi dello stesso mistero che si è celebrato nel Cenacolo, presentiamo all'Eterno Padre il sacrificio che gli è stato offerto sul Calvario ed infine godiamo il frutto di quell'offerta meravigliosa che è la più gradita di tutte alla Maestà divina. Ci è di grande conforto sapere che Gesù è nelle nostre Chiese e che abbiamo la comodità di visitarlo ogni volta che vogliamo; potremmo adorare e lodare l'Agnello immacolato in continuazione, come fanno in cielo i beati: un dono più grande è impossibile anche immaginarlo. Egli prevedeva gli insulti e i sacrilegi con i quali sarebbe stato profanato sotto le Sacre Specie; ciò nonostante ha scelto di stare sempre con noi, fino alla fine del mondo, esposto alle irriverenze e al disprezzo, senza alcun riguardo per la dignità della sua Persona divina. Il Salvatore vedeva anche che io lo avrei offeso mancandogli di fiducia, di rispetto, di amore, tenendo un atteggiamento irriverente in chiesa, assistendo senza devozione alla santa Messa, ricevendo la santa Comunione con cuore distratto e pieno di vanità; tuttavia ha voluto venire ad abitare in me facendosi pane. Vedi, anima mia, con quanto amore sei tenuta a corrispondere a tanta bontà e a tanto onore!

Pratica Farò visita spesso e con'fede a Gesù che, nel tabernacolo, si trova, non raffigurato o simboleggiato, ma realmente con la sua gloriosa Persona, e cercherò di assistere con grande devozione alla santa Messa. Ravviverò spiritualmente l'unione con Gesù durante la giornata soprattutto se l'ho ricevuto nella santa Comunione.

 

Zelo di Gesù per la conversione di Giuda Gesù sa del tradimento di Giuda ed è profondamente addolorato per la miseria morale del suo Apostolo, corrotto dalla malizia del diavolo, per questo adopera amorosamente ogni mezzo per convertirlo. Dopo averlo onorato facendolo intervenire insieme agli altri Apostoli alla sua cena pasquale, benché ne fosse indegno, si prepara anche a lavargli i piedi; e non è inverosimile che il Maestro, medico celeste che si preoccupa innanzitutto del malato più grave, abbia cominciato proprio da lui.

Il Figlio di Dio, davanti all'insensibilità tanto ostinata del suo caro apostolo Giuda, che non si è affatto intenerito nel vedersi lavare i piedi, terminata la sua operazione, siede di nuovo alla mensa e annuncia a tutti con grande tristezza che uno dei commensali lo tradirà. Mentre dice queste cose, Gesù sospira profondamente come per dare sfogo alla sua amarezza e, rivolgendo uno sguardo di compassione al misero traditore, mostra nell'espressione del volto l'angoscia del suo cuore pietoso.

Pieno d'amore per l'anima di Giuda, Gesù cerca ancora un modo per poterla redimere, così, alla presenza degli Apostoli, rivela di sapere chi è il traditore e che addirittura è uno dei Dodici.

La carità di Gesù verso Giuda non ha ancora raggiunto il suo culmine. Dopo aver detto in generale che il traditore è uno dei Dodici, scende nel particolare e dice che sarà tradito precisamente da colui al quale porgerà del pane intinto nel piatto; e subito dopo offre quel pane a Giuda. è questo il modo migliore per rimproverarlo con amore e discrezione, senza pronunciare il suo nome. Giuda, invece, che dovrebbe finalmente capire di essere stato ormai scoperto, non si cura di quest'ultimo appello di Gesù e continua ad abusare della sua pazienza, insistendo nel suo odioso atteggiamento. Ora Gesù passa dalla dolcezza alla severità, minacciando castighi a chi lo tradirà; Egli fa proprio di tutto perché Giuda rientri in se stesso e riconosca il suo errore, ma ogni sforzo è inutile, perché lui, avvelenato dalla suggestione diabolica, rifiuta ostinatamente di arrendersi sia alla dolcezza che alla fermezza. Caparbio come un animale inferocito, nulla ormai può domarlo o trattenerlo.

Gesù aveva dimostrato nei confronti di Giuda una benevolenza particolare, perché lo aveva scelto come discepolo e poi lo aveva gratificato di una considerazione ancora maggiore eleggendolo apostolo; infine lo aveva onorato della sua stima e della sua fiducia affidandogli il compito di economo della famiglia dei dodici. Gli aveva concesso l'autorità sopra i demoni, il potere di compiere miracoli e molte altre grazie convenienti all'importanza del suo grado. Ma visto che egli, nonostante avesse ottenuto tutti quei favori, era diventato tanto cieco da giungere al sacrilegio, il Salvatore del mondo, con infinita carità, avrà senz'altro impegnato tutte le sue energie per farlo ravvedere.

Riflessioni é impossibile non ammirare in quest'azione la grandezza della clemenza divina, mossa a pietà da un'anima che si getta a capofitto nel male. Contempliamo il Figlio dell'Altissimo che, inginocchiato a terra, prende con le sue sacre mani i piedi sudici di Giuda, li lava, li asciuga e se li stringe al petto teneramente. L'evangelista Giovanni prima descrive l'orribile sacrilegio del tradimento che il demonio ha posto nel cuore di Giuda, e poi, quasi spaventato, narra fino a che punto si sia abbassato il Re della gloria, facendosi servo del suo traditore, per dargli una testimonianza del suo infinito amore. Ma Gesù, mentre lava i piedi a questo Apostolo che è ormai tale solo di nome, quali altri mezzi non avrà usato per lavargli anche l'anima assai più sporca? Non si sa che cosa gli sussurri nel cuore con segrete ispirazioni, ma si può credere che lo preghi con ardente carità per convincerlo a rinunciare a quell'inganno malvagio. Ciò nonostante quell'ingrato non s'intenerisce davanti a quel prodigio d'umiltà che rende attoniti anche gli Angeli, e neppure approfitta degli amorosi richiami di un Dio umiliato che lo supplica prostrato ai suoi piedi.

Il Figlio di Dio si rattrista non perché il suo spirito sia debole e tema il tradimento, ma perché vuol far vedere a noi quale immenso dolore gli procuri la caduta del suo Apostolo, venuto meno alla sua alta dignità e diventato preda del demonio che lo trascina alla perdizione. Il Figlio di Dio dichiara anche di aver fatto tutto il possibile, con umiltà e dolcezza, affinché quel malvagio si decidesse a pentirsi delle sue colpe, e di aver cercato con amore di salvarlo; Egli dimostra così a tutti di non avere alcuna responsabilità di quella perdita. Purtroppo nonostante i tentativi del Maestro, Giuda non si pente, non si commuove, né si converte. Ma perché mi devo stupire per il comportamento di Giuda, quando neppure io corrispondo alle dolcezze della divina bontà? Devo rientrare in me stesso e pensare che Gesù non ha meno amore per me di quanto ne abbia avuto per Giuda. Egli mi assicura che la mia anima gli è cara e che vuole salvarmi, e se mi dannerò, sarà solo per colpa mia. Queste affermazioni le ripeterà nel giorno del giudizio, dimostrando alla presenza di tutto il mondo di aver fatto il possibile per la mia salvezza.

Gesù, prevedendo il tradimento e scorgendo nel cuore del traditore i pensieri più nascosti, dimostra chiaramente di essere Dio. E Giuda non dovrebbe ravvedersi almeno ora che capisce di aver a che fare con un Dio, al quale è già nota la sua profonda malvagità? Tutti ci aspetteremmo di vederlo sconfitto dalla luce della divina bontà, che conosce il tradimento e lo permette e che, senza rimproverarlo né smascherarlo, lo richiama con tanta dolcezza. Invece, mentre Dio stesso gli parla, Giuda non sente ragioni e rimane fermo nella decisione di tradirlo. Nell'udire le parole del Salvatore: «Uno di voi mi tradirà», gli altri Apostoli diventano tristi, si agitano e si guardano con stupore gli uni gli altri; ognuno comincia, pallido e smarrito, ad esaminare se stesso, ritenendosi capace, per la propria fragilità umana, di commettere ogni sorta di peccato. Ma mentre gli innocenti tremano impauriti ed oppressi da un'ansia profonda, Giuda, che è il colpevole, non si turba affatto e, con sfrontata alterigia, si ostina nella sua colpa. Voglio far tesoro dell'insegnamento che mi viene da questa situazione. I santi del Paradiso, quando erano su questa terra, hanno sempre temuto di dannarsi e proprio per questo si sono salvati. Il timore li aveva resi attenti nello schivare i pericoli e attivi nel procurarsi la salvezza. I dannati dell'Inferno, invece, sono vissuti come se fossero stati sicuri di salvarsi; e si sono perduti proprio perché la loro presuntuosa sicurezza li aveva fatti vivere con leggerezza ed imprudenza. Il timore è proprio degli eletti, la presunzione dei malvagi. Ed io a quale di queste due categorie appartengo?

é degna di ammirazione la misericordia di Dio, ma lo è anche la sua giusta fermezza, perché spesso siamo talmente ostinati che a nulla servono né i rimproveri né le correzioni. Ma perché mai Giuda è così sordo ai richiami del suo Maestro? Perché grande è la sua astuta ipocrisia. Egli si finge amico di Gesù, mette insieme a Lui la mano nel piatto e mangia impassibile, come se fosse un innocente a cui non rimorde affatto la coscienza. Ogni suo atteggiamento è frutto di falsità, perché egli si preoccupa solo di non sembrare un traditore, e non di esserlo realmente. Un'anima arrivata a questi livelli è incurabile; infatti, quando mai è riuscito a convertirsi un ipocrita che ha disprezzato tutti i mezzi possibili ed immaginabili, utili a questo scopo?

Tra tutti i mezzi adoperati da Gesù per ricondurre Giuda sulla buona strada, ci fu sicuramente quello di richiamare alla sua mente il ricordo di tanti benefici che aveva ricevuto dalla divina bontà. Infatti, come avrebbe potuto compiere il suo gesto sacrilego, se avesse pensato ai grandi obblighi di riconoscenza che lo legavano a Gesù, che l'aveva prediletto ed onorato? Ma anche questo ricordo non servi a nulla, perché quell'uomo perfido ed ingrato rimase del tutto indifferente, anzi, dopo aver sperimentato l'onnipotenza, l'umiltà e la benignità di Gesù, divenne ancora più spietato. Ecco perché il Salvatore, chiamando il cielo e la terra a testimoni della sua immensa carità, poté esclamare: «Per la conversione del mio apostolo Giuda ho impegnato amore, preghiere, ammonizioni, minacce, ma egli ha disprezzato tutto questo. Che cosa avrei potuto dire o fare che non avessi già detto e già fatto?». Anima mia, verrà un giorno in cui Gesù dirà lo stesso anche per te; rifletti bene su quello che ha fatto e che continua a fare per la tua salvezza eterna. La divina misericordia ha rovesciato su di te un torrente di grazie spirituali e temporali.

Pratiche Offrirò a Dio il mio cuore e la mia volontà non più ribelle ed ostinata, ma disposta ad ubbidire ai suoi richiami e a seguire il suo esempio.

Ascolterò le ispirazioni divine anche quando si tratterà di cose piccole, perché, resistendo ad esse, potrebbero venirmi a mancare molte grazie e rischierei di rovinarmi per sempre.

Non fidarmi mai di me stesso e stare attento a fuggire le occasioni pericolose: questo è il timore che devo avere per salvarmi; e mi salverò solo se sarò umile e guardingo.

Detesterò con tutte le mie forze il peccato dell'ipocrisia; veglierò su tutte le mie azioni ed intenzioni, perché questo orribile vizio non s'insinui nella mia anima.

Devo ricordarmi dei tanti benefici che Dio mi ha concesso e che ancora mi concede; soltanto il beneficio di essere stato preservato dall'Inferno, che tante volte ho meritato, sarebbe già sufficiente a farmi decidere di non offenderlo mai più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Malvagità di Giuda nel tradire Gesù Prima di istituire il Santissimo Sacramento, durante la cena della Pasqua ebraica, Gesù compie ancora un gesto d'amore, per non far mancare nulla alla conversione di Giuda e per non privarlo di un ultimo mezzo, che avrebbe potuto essere il più efficace, per distoglierlo dal suo orribile proposito. Gesù prende un boccone, lo intinge e glielo porge; quando Giuda lo mangia, Satana entra in lui. Il demonio lo dominava già fin da quando aveva acconsentito alla tentazione, ma solo ora diventa il suo padrone assoluto, perché Giuda, rifiutando definitivamente la grazia, si oppone ancora una volta all'azione dello Spirito Santo con animo sacrilego.

Giuda, preso da ben altri pensieri, senza alcun segno di gratitudine per quel pane intinto nel piatto dell'agnello e senza alcun riguardo per la divina Maestà che ha davanti, esce in fretta dal cenacolo. Invece gli altri Apostoli, che subito dopo ricevono il Pane Eucaristico, seguendo l'esempio di Gesù che ha ringraziato l'Eterno Padre per un dono così grande fatto alla Chiesa, si trattengono in devoto raccoglimento e, con espressioni di carità e di umiltà, rendono grazie al Signore che si è comunicato loro.

Gesù guarda Giuda che si alza in fretta dalla mensa e se ne va, ma, anche se conosce bene il suo proposito, non tenta di fermarlo per impedirgli il tradimento. Gli dice solamente che vada pure e che faccia presto ciò che ha deciso di fare.

Allontanatosi dal cenacolo, Giuda raggiunge i nemici di Gesù, cioè i capi della Sinagoga, per accordarsi con loro su come realizzare quel tradimento che già aveva attuato in cuor suo. Ma prima di continuare nella presentazione dei fatti, è necessario osservare che in questo passo evangelico è ripetuto più volte che Giuda era "uno dei Dodici", come se si volesse mettere in rilievo una circostanza aggravante. L'Evangelista avrebbe potuto dire "uno dei settantadue discepoli ammessi al seguito, ma non alla confidenza del Salvatore"; invece dice proprio "uno dei Dodici", affinché sia chiaro che è uno dei primi, scelto fra i migliori e innalzato alla più alta dignità della Chiesa.

Giuda, per comunicare ai capi degli Ebrei la sua decisione, entra nella sala dove questi si erano già radunati proprio per discutere sul modo di catturare e di far morire Gesù.

Va ricordato che egli non era mai stato né cercato né sollecitato a tradire il suo Maestro, ma che si è presentato spontaneamente: bell'esempio di ingratitudine e di malvagità! Indubbiamente Giuda deve aver considerato i miracoli di Gesù effetto di magia, perché non ha dimostrato di credere nella sua Divinità. Lo avrà chiamato Maestro forse per burla e avrà deriso i Sacramenti come se si fosse trattato di superstizioni. é probabile quindi che, per coprire la malvagità del suo gesto, abbia calunniato Gesù per farlo apparire meritevole di essere tradito.

Giuda vede che ai principi dei sacerdoti piace la sua proposta di mediazione per la cattura di Gesù; e siccome la causa principale del suo tradimento è l'avidità di denaro, si mette a contrattare sul prezzo della vita del divino Maestro: "Che mi darete, egli dice, se io ve lo consegnerò?". Egli si rimette alla loro disponibilità, come se si trattasse di vendere un oggetto qualunque. è una grande umiliazione per il Figlio di Dio, Salvatore e Creatore del mondo, l'essere valutato in denaro dai suoi nemici, che provano per Lui solo rancore e disprezzo. I sacerdoti promettono a Giuda di ricompensarlo con trenta monete d'argento, vale a dire il prezzo di uno schiavo. E Giuda accetta subito, perché ritiene di aver fatto un buon affare, anzi, fa capire che si sarebbe accontentato anche di meno. Stabilito questo accordo pensa subito al modo più opportuno per soddisfare l'impegno che ha preso.

Riflessioni Come Giuda, che, dopo aver rifiutato la grazia simboleggiata da quel boccone si rende colpevole del grande sacrilegio di deicidio, anche noi, se ci accostiamo indegnamente alla santa Comunione, diventiamo, come dice san Paolo, rei del corpo e del sangue di Cristo.

è veramente da temere una Comunione indegna, poiché l'Eucaristia, che di per sé è cibo di vita, si trasforma in veleno di morte per chi la riceve in peccato mortale. Quando accettò il cibo da Gesù, Giuda non aveva ancora realizzato il suo tradimento, lo aveva solo pensato e progettato; bastò quindi questa sua determinazione a renderlo colpevole della morte del Maestro, prima ancora di aver compiuto l'azione vera e propria. Devo perciò imparare che talvolta i peccati di pensiero sono più pericolosi per l'anima che i peccati realmente compiuti, perché si tende sempre a sottovalutarli. Dio ci guardi dal comunicarci con la coscienza macchiata anche di uno solo di questi peccati.

Se Giuda, invece di fuggire via in preda ai suoi pensieri e desideri malvagi, si fosse fermato a riflettere sulla grandezza del mistero che il Salvatore voleva realizzare nel mondo, forse sarebbe sfuggito alla sua perfidia e si sarebbe pentito della sua colpa grazie alle ispirazioni divine e agli aiuti particolari che avrebbe avuto in quell'occasione. A Dio che fino all'ultimo ha voluto comunicarti i tesori della sue grazie, tu, Giuda, rispondi con il tradimento! Dobbiamo metterci bene in mente che diventano imitatori di Giuda quanti, dopo la santa Comunione, se ne vanno in tutta fretta, senza fare il dovuto ringraziamento.

Se noi dobbiamo ringraziare Dio continuamente sia per i benefici che ogni giorno riceviamo da Lui, sia per il "pane quotidiano", siamo tenuti a farlo ancora di più dopo la santa Comunione per l'immenso dono che ci ha concesso, seguendo così l'esempio che Gesù stesso ci ha dato. è senz'altro negligente, tiepida, se non addirittura agonizzante, l'anima che non sa sentire dentro di sé la presenza di Dio dopo la Comunione.

Con questo Gesù non vuole dare a Giuda un comando, ma solo concedergli la libertà di agire, perché non vuole imporgli la sua volontà e la sua grazia, visto che egli l'ha rifiutata. Inoltre Gesù dimostra di non temere alcuna sorte e di essere disposto a seguire in tutto la volontà del Padre celeste. Quelle parole sono veramente le ultime che rivolge a Giuda, dopo di che lo abbandona alla sua volontà perversa. «Se così vuoi, intende dire il Signore, così sia: va' pure e fa' tutto ciò che ti piace; io non avrò più per te quell'amorosa cura che ha avuto finora». Ecco la condizione infelice alla quale spesso rischiamo di giungere. Il buon Dio, dopo aver pazientato con tanta generosità, sopportando e aspettando i suoi figli, alla fine, quando questi hanno raggiunto il limite massimo, li abbandona alle loro tenebre, nelle quali si sono gettati spontaneamente ed ostinatamente; e permette loro di soddisfare anche le più sfrenate passioni, così che senza alcun ritegno sprofondano di male in peggio. «Se vuole peccare, pecchi; se vuole il suo male, l'abbia; se si vuole dannare, si danni». Tutto questo male deriva all'uomo unicamente dalla sua colpa; Dio stabilisce solo la pena.

Giuda era un Apostolo e come tale, in seguito alla chiamata, godeva della grazia particolare del suo stato per salvare se stesso e gli altri, ciò nonostante è diventato un apostata. Era un principe della Chiesa e si è trasformato in un figlio della perdizione; era nella sfera più alta dei santi ed è caduto nell'abisso più profondo del male, come un demonio. Nessuno di noi può dirsi sicuro di non perdersi, quando in Cielo è caduto Lucifero, il più splendente degli angeli, nel paradiso terrestre è caduto Adamo, il più innocente degli uomini e nel collegio apostolico è accaduto lo stesso a Giuda, uno dei più intimi di Cristo. Quanto sono imperscrutabili i giudizi di Dio, unico arbitro giusto e misericordioso, che tutto vede e conosce! Io comunque non devo avvilirmi, ma conservare l'umiltà e il timore, e non devo mai fidarmi di me stesso, ma usare ogni cautela per fuggire i pericoli. Se è precipitato nella colpa chi godeva dell'amore, della dottrina e della potenza del Figlio di Dio, tanto più facilmente posso all'improvviso precipitare io che sono debole e peccatore e non ho tali privilegi di grazia.

I capi si rallegrano molto nell'udire quella malalingua diffamare Gesù e concludono che è veramente giusto condannarlo, visto che sono i suoi stessi discepoli a rifiutarlo dopo aver riconosciuto che è un malfattore. Ogni menzogna di Giuda viene ritenuta verità, e tutto ciò che egli dice, unicamente per malignità e perfidia, viene accettato come se fosse detto con sincera sollecitudine. è impossibile capire quanto disonore abbia procurato a Gesù quella lingua sacrilega, ed è altrettanto impossibile immaginare quanto dolore Egli abbia provato a causa delle menzogne di uno dei suoi apostoli.

Più di trecento denari Giuda aveva stimato il balsamo con cui la Maddalena aveva unto i piedi di Gesù, e ora valuta meno di trenta denari il Figlio stesso di Dio. Che mercante cieco e sprovveduto! Se avesse fatto la stessa proposta alla Maddalena e alla beata Vergine: "Che mi dareste se vi vendessi Gesù?", esse lo avrebbero valutato più del mondo intero, perché conoscevano perfettamente il suo infinito valore. Tu, invece, anima mia, quanto valuti il tuo Dio? Provi orrore per Giuda che l'ha tradito per così poco e non lo provi per te stessa quando pecchi e rinnovi quel tradimento! Tutte le volte in cui ho compiuto un peccato mortale, ho tradito il Figlio di Dio e l'ho stimato meno di quanto abbia fatto Giuda, perché ho preferito a Lui una misera soddisfazione. Anch'io sono un mercante infelice, senza giudizio e senza fede.

Pratiche Guai a me se farò anche una sola Comunione sacrilega, perché potrebbe essere l'ultima e mi procurerebbe la condanna eterna. Terrò ben saldo questo timore nel mio cuore.

Dopo la Comunione considererò tentazione diabolica la fretta di uscire di chiesa e penserò solo a ringraziare Dio presente in me.

Giuda, prima di tradire il Maestro, peccò più volte con il pensiero. Devo perciò abituarmi a combattere i peccati di pensiero, per poter evitare le azioni peccaminose. Nessuno diventa cattivo tutto ad un tratto, ma poco a poco.

Mi umilierò davanti a Dio ed anche davanti al prossimo, non considerandomi migliore degli altri. Forse si salveranno proprio quelle persone che io considero peggiori di me; e chissà se io, che mi stimo migliore, riuscirò a salvarmi?

Frutto di questa meditazione sarà il mio fermo proposito di sopportare le mormorazioni che si faranno contro di me, ad imitazione di Gesù. Farò anche molta attenzione nel non imitare Giuda calunniando gli altri.

Esaminerò me stesso per vedere se veramente amo Dio sopra ogni cosa, considerando la sua grazia più preziosa di tutto. Vedo forse in me qualche passione che potrebbe soffocare il mio amore per Lui?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Discorso di Gesù dopo l'ultima cena Gesù ha terminato la cena dell'agnello secondo il rito ebraico ed ha già istituito il sacramento dell'Eucaristia; s'intrattiene ancora a mensa con i suoi undici Apostoli ai quali si rivolge col nome di,"figlioli", e poi si congeda da loro come un tenero padre, che parte per un paese lontano. Egli vuole mostrare tutto il suo amore, perché nei loro cuori s'imprima ancor più profondamente il ricordo degli ultimi momenti vissuti con Lui. Poi raccomanda di essere costanti nell'amare Dio e, per impegnarli maggiormente, dice: «Siate perseveranti nell'amarmi, perché io vi ho amati di un amore grandissimo, simile a quello con cui il mio Padre celeste ha amato me».

Affinché tutti sappiano che cos'è l'amore di Dio, Gesù ci dà i mezzi per riconoscerlo. Non consiste in belle parole o in comuni espressioni d'affetto, ma nell'ubbidienza precisa e costante ai suoi comandi. «Colui che mi ama, Egli dice, osserva i miei precetti», non solo a parole, ma col cuore e con l'integrità di vita. E non aggiunge "in qualche cosa e per qualche tempo", ma si limita a dire che soltanto chi l'ubbidisce dimostra di amarlo. Come esempio ci propone se stesso, indicando la sua perfetta ubbidienza quale prova del suo amore per l'Eterno Padre.

La prova migliore per verificare se si ama Dio è l'amore per il prossimo, poiché chi non ama gli altri che vede, non può amare Dio che non vede. Per questo motivo il Signore nel suo ultimo discorso ci raccomanda l'amore fraterno e ci ripete quest'esortazione con crescente energia, per imprimere ancor di più nel nostro cuore questo precetto, così importante che da esso dipende tutta la legge. «Io vi dò, Egli dice, questo nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi».

Per aumentare il nostro fervore nell'osservare il suo nuovo comandamento della carità fraterna, Gesù ce ne spiega l'importanza dicendo: «In questo sarete riconosciuti per miei discepoli, se vi amerete scambievolmente». Non dice: se vi dedicherete alla preghiera, se sarete retti o praticherete tante altre virtù, ma precisa che la caratteristica che distingue i veri dai falsi cristiani è soltanto la carità fraterna, il volersi bene gli uni gli altri. è come se avesse detto: «Voi potete essere religiosi, spirituali, casti, vergini, tutto quel che volete, ma se non vi amerete a vicenda, anche se farete miracoli, non sarete miei discepoli».

Amare Dio e il prossimo è sì il nostro primo dovere, ma è superiore alle possibilità umane; per questo Gesù, per aiutarci a rispondere a questo impegno, ci propone il mezzo efficace della preghiera e ci assicura che il Padre Celeste concederà tutto ciò che avremo domandato per la nostra salvezza.

Gesù vede che gli Apostoli sono molto tristi per la notizia della sua partenza da questo mondo, perciò, spinto da un sentimento di carità, è pronto a consolarli. Promette loro che anche se partirà non li abbandonerà mai e li rassicura che tutto è per

il meglio. Predice di nuovo che dovranno patire persecuzioni, dolori ed amarezze, ma insieme cerca di dar loro forza, dicendo che anch'Egli sarà odiato e perseguitato; così, uniti a Lui nella sofferenza, resteranno uniti anche nella gloria.

Riflessioni Gesù non intende rivolgere queste parole soltanto agli Apostoli, ma anche a noi; dobbiamo perciò riflettere su questa sollecitudine veramente meravigliosa della divina Bontà.

Chi sono io, perché il Signore si degni di chiedere con tanta insistenza il mio amore? Egli non solo mi concede di amarlo, e questo per me è già un grande onore, ma addirittura si preoccupa se non lo amo e mi stimola a farlo. Non posso certo pensare che Dio agisca così perché ha bisogno di me, oppure perché è in qualche modo danneggiato dalla mia indifferenza. La ragione vera è che il Salvatore mi esorta, anzi, mi comanda di amarlo, perché da questo amore dipende ogni mio bene temporale ed eterno. «Non amando voi stessi, dice il Signore, ma solo se amerete me sarete pienamente felici». è davvero incredibile che io non mi decida ancora a consumare tutte le mie energie nell'amare Gesù che è il sommo Bene, rischiando così di vivere e morire nell'infelicità. Possibile che non riescano a smuovermi né i suoi benefici, né le sue esortazioni, né la promessa dei beni eterni e neppure la minaccia della dannazione eterna?

Quando dico che amo Dio, se voglio esser sincero, devo essere pronto ad ubbidirlo in ogni cosa; devo esser disposto a perdere tutto, perfino la vita, anziché essere privato anche solo per un momento della sua grazia a causa di un peccato mortale. Questo è per me un preciso dovere. Nell'amare le creature tante volte ho superato senza pormi problemi i limiti del lecito e dell'onesto, nell'amare Dio, invece, mi sono limitato a quel tanto che bastava per non cadere nel peccato mortale, senza neppure pensare di dover fare qualcosa di più. E pretendo di essere un buon cristiano; in verità non lo sono perché non rispetto l'impegno di crescere sempre più nell'amore di Dio. Infatti non è da vero cristiano dire: "Voglio fare solo quello a cui sono obbligato", quasi ci fosse la paura di oltrepassare nel bene quei limiti che nel male si sono oltrepassati senza alcun timore.

Gesù chiama nuovo questo comandamento perché nuova è la maniera da Lui insegnata di praticarlo, cioè amare il prossimo per amore di Dio e in armonia con Lui, e non per l'amore del mondo, puramente umano ed egoista. Inoltre, per convincerci a praticare la vera carità fraterna, Gesù precisa che questo precetto è suo, suo per eccellenza, quello che più gli sta a cuore e che ci raccomanda più di ogni altro. Sono suoi, è vero, anche gli altri comandamenti, ma di nessun altro ha parlato con espressioni così forti, per farci capire in quanta considerazione dobbiamo tenerlo e quanto siamo obbligati ad attuarlo praticamente nella nostra vita. Ora mi devo chiedere se amo veramente il mio prossimo nella maniera che Gesù ci ha comandato e con cui Egli stesso ci ama. Egli ha un amore immenso per tutti, senza eccezioni, ma io, in coscienza, posso dire di amare tutti, buoni e cattivi, amici e nemici, riconoscenti ed ingrati? Se esiste anche una sola persona che io non voglio amare, allora significa che non possiedo quella carità che è necessaria a salvarmi. Gesù ci ha amato senza guardare i nostri meriti, amando Dio in noi e amando noi in rapporto a Dio, volendo il nostro vero bene che è la grazia e la gloria di Dio. Ed io sono capace di amare il mio prossimo per motivi soprannaturali, cioè perché amo Dio e voglio dargli gloria? Se così non fosse il mio amore sarebbe senza merito.

E così accadrà infatti alla fine dei secoli, quando ci sarà il giudizio universale. La carità fraterna sarà l'unico segno distintivo che indicherà i veri cristiani e separerà gli eletti dai dannati. L'eterno Giudice non dirà: "Venite perché con le vostre meraviglie avete stupito il mondo", ma piuttosto: "Venite, benedetti, perché vi siete amati gli uni gli altri per amor mio e andate, maledetti, perché, invece, non lo avete fatto". è necessario che io rientri in me stesso e consideri seriamente in quale situazione si trova la mia anima riguardo alla carità fraterna. Quanto valore dò a questa virtù? Spesso mi preoccupo per cose di poca o nessuna importanza e trascuro invece la carità, che è essenziale nella vita cristiana.

Per me dev'essere facile domandare a Dio gli aiuti necessari per i miei bisogni spirituali, come per il povero è facile e naturale chiedere l'elemosina; perciò non potrò mai lamentarmi di non aver ricevuto al momento opportuno le grazie che mi sarebbero state necessarie, perché la colpa sarà solo mia che non le ho domandate. Gesù oltre a dirci che dobbiamo pregare, ci insegna anche come farlo, cioè con umiltà e fiducia. L'umiltà consiste nel riconoscere la nostra miseria e nell'essere convinti che noi, solo con le nostre forze, non riusciamo a far nulla; la fiducia è credere fermamente che Dio può e vuole darci ogni bene e che ha promesso di farlo ogni volta che glielo chiediamo. Io devo sempre tener presente il mio nulla, mentre devo aver di Dio il concetto più alto possibile. Anima mia, impara a pregare e a non dubitare mai di essere esaudita. Che dottrina consolante! Nel mondo nessun principe può dire ai poveri: "Se mi domandate la ricchezza, vi farò diventare subito ricchi"; nessun medico può guarire all'istante un malato che gli chiede la salute e neppure un maestro può tutto ad uno tratto far diventare dotto un ignorante che gli chiede la scienza. Solo Dio infinitamente buono ed onnipotente può concedermi subito tutte le grazie necessarie alla mia anima. Infatti Egli mi dice: «Chiedi e ti sarà dato; se mi domanderai la carità, ti farò diventare caritatevole». Come posso io essere così meschino da dubitare delle sue promesse? So di essere spiritualmente povero,, debole ed ignorante; e allora, perché non mi decido a domandare le grazie che desidero, pur sapendo che la Parola di Dio è sicura e che Egli è sempre pronto ad esaudirmi?

Mediterò su questi due punti. Non potrei udire nulla di più valido per confortare ed incoraggiare anche me. Il servo non è più del padrone: se Gesù, che è il mio Capo, ha avuto la pazienza di sopportare gli insulti, le derisioni, i flagelli e persino la morte infame sul patibolo, a maggior ragione dovrei sopportare con serenità le sofferenze io, che mi glorio di essere suo seguace e membro del suo Corpo. Se penserò con amore a Gesù sofferente, dolce e soave diventerà la mia pazienza anche nelle umiliazioni più profonde, anche nei contrasti e nelle disgrazie più dolorose. Il mio patire sarà consolante, perché mi renderà degno di imitarlo. Se poi considero che quaggiù ogni sofferenza finisce presto, e che, sopportandola per amor di Dio, avrò meritato il Paradiso, cioè una felicità che durerà quanto la vita stessa di Dio, nessun affanno e nessuna penitenza dovrebbe sembrarmi insopportabile. Immagina, anima mia, che cosa sarà il Paradiso guadagnato con la pazienza; se pensi a quella beatitudine così infinita da essere per noi addirittura incomprensibile, giudicherai una cosa da nulla ogni patimento. Anche se la nostra vita terrena dovesse durare migliaia d'anni in continue mortificazioni e umiliazioni, non avremmo ancora ottenuto un merito proporzionato a quella gloria che è immensa ed eterna. E nessuna croce potrà sembrarmi gravosa se penserò che mi aspetta il Paradiso e che dopo una breve sofferenza la gioia non finirà più.

Pratiche Mi impegnerò a compiere continui atti d'amore verso Gesù, implorando l'intercessione della sua Santissima Madre, che è madre d'amore.

Pratica La regola più sicura per amare Gesù è quella di imitarlo. Procurerò perciò di fare in tutto la volontà del Padre, per dargli gloria in tutte le mie intenzioni ed azioni, proprio come ha fatto Gesù.

Per riparare la colpa di non aver osservato il precetto della carità fraterna, mi ripropongo seriamente di osservarlo in avvenire, amando tutti per amore di Dio.

Amerò cristianamente il mio prossimo come cristianamente devo amare anche me stesso; devo cioè pregare e desiderare che ogni uomo ami Dio in modo perfetto, come io stesso prego e desidero di poterlo amare.

Cercherò di non trascurare la preghiera, visto che è possibile farla col cuore in ogni luogo e in ogni momento. In essa terrò sempre presente la mia miseria e la misericordia di Dio.

La speranza della salvezza è senza dubbio fondata sui meriti di Gesù, a condizione, però che lo imitiamo nelle sue virtù.

Devo sforzarmi, quindi, di seguire il suo esempio, e in questo mi sarà molto utile meditare la sua Passione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù s'incammina con gli Apostoli verso l'Orto del Getsemani Giunta l'ora di glorificare l'Eterno Padre con la sua ubbidienza, Gesù si alza dalla mensa e con sollecitudine dice agli Apostoli: «Su, alzatevi e andiamo». E senza interrompere il suo discorso, dopo aver rivolto al Padre una preghiera, esce dal cenacolo e s'incammina verso il giardino del Getsemani. Intanto ai poveri Apostoli trema il cuore nel petto, perché temono che sia venuto il momento di doversi separare da Lui; per cui, come pulcini intorno alla chioccia, tutti gli si fanno vicino con un santo desiderio di ascoltarlo. E con grande attenzione e devozione accolgono ogni sua parola come parola di vita eterna. Gesù, allora, vedendoli così pieni di santo fervore, predice loro ciò che sarebbe avvenuto in quella stessa notte; li mette in guardia contro il demonio che li avrebbe tentati e vagliati durante la sua Passione come si fa con il grano, cercando di far vacillare la loro fede coll'insinuare nel loro cuore questi pensieri: come può Gesù essere Dio e Salvatore del mondo se non salva neppure se stesso? Il Maestro dice loro questo perché siano umili e non si fidino dei loro fervori; infatti la natura è fragilissima e, di fronte ai misteri della fede, la ragione facilmente cede, se non è sostenuta da una forza particolare di Dio.

Gli Apostoli nell'udire Gesù che predice la tentazione con cui sarebbero stati messi alla prova, avrebbero dovuto, conoscendo la propria debolezza, umiliarsi ed implorare subito l'aiuto divino; invece dichiarano con risolutezza che non avrebbero mai perso il coraggio di testimoniare pubblicamente la loro fede in Lui, a costo di subire non solo la prigionia ed i tormenti, ma anche la morte. Così dicono tutti, ma Pietro lo fa in un modo particolare con coraggio ardente e sincero, mosso com'è da una fede viva e da un amore profondo; e sbaglia, perché non aggiunge che riuscirà a tener salda la fede solo con l'aiuto divino. Nelle sue affermazioni dimostra molta presunzione, poiché crede di poter fare da solo una cosa che va oltre le sue possibilità, e addirittura si vanta che non avrebbe mai vacillato nella fede anche quando tutti gli altri fossero caduti. Giustamente allora Gesù, prendendo spunto da questa sua presunzione, gli predice che proprio lui, quella notte stessa, lo avrebbe rinnegato tre volte. Così ha insegnato a tutti noi che non possiamo riprometterci nulla né con i sentimenti più profondi né con le intenzioni più sincere, se non interviene la divina misericordia a fortificarci con la sua grazia.

Dopo aver faticato durante il giorno per la salvezza delle anime, di notte Gesù era solito ritirarsi a pregare in un giardino alle falde del monte Oliveto. Egli non vuol tralasciare questa devota consuetudine nemmeno in quest'ultima notte, perciò si reca in quel luogo dove di lì a poco Giuda sarebbe arrivato con gente armata per arrestarlo. Così Gesù fa capire agli Apostoli che la sua cattura non sarà per Lui né improvvisa né forzata, ma volontaria.

Riflessionie Tutto ciò è di ammonimento anche per me. Talvolta, infatti, per certe ispirazioni del mio spirito e per l'entusiasmo del mio cuore, mi sembra di avere un coraggio tale da preferire il martirio piuttosto che rinunciare alla fede; purtroppo tante volte nelle tentazioni ho sperimentato la mia debolezza, perché non le ho scacciate subito, ma mi sono fermato a discutere e a cavillare; così, pian piano, sono arrivato sull'orlo del precipizio. Devo temere le tentazioni contro la fede, poiché per vincerle non posso assolutamente contare sulle mie forze. è vero che il demonio non può tentare senza il permesso del Signore, ma è anche vero che Dio permette la tentazione sia per mettere alla prova la nostra virtù che per punire e riparare i nostri peccati di superbia.

Quanto sono profondi i misteri della sapienza e della bontà di Dio, che permette che vengano scosse dalle fondamenta le colonne più solide della sua Chiesa, per dare a me una lezione di umiltà! Quando nella confessione prometto di non offendere più Dio e di volerlo servire fedelmente, se confido solo nelle mie forze sono come un uccellino che vorrebbe volare senza le ali, molto più debole e misero di san Pietro quando aveva assicurato di poter dare la vita per il Maestro, senza contare sull'aiuto divino.

In un giardino, il paradiso terrestre, Adamo aveva peccato portando alla rovina il mondo intero; in un giardino, quello del Getsemani, il Salvatore inizia la sua Passione per la redenzione del mondo. Egli si avvia nell'orto spinto solo dalla sua ardente carità. Sebbene sappia che dopo qualche ora ripercorrerà la stessa strada incatenato e trascinato dai suoi nemici, non si abbatte, anzi, con coraggiosa fierezza va ad aspettarli. Come al solito ha portato con sé gli Apostoli, e continua a conversare con loro come se non stesse per succedere nulla. In questo modo Egli insegna non solo agli Apostoli, ma anche a noi, di ricorrere sempre alla preghiera specialmente nelle avversità, per ritrovare la pace dello spirito.

Pratiche Visto che sono superbo, è molto probabile che in avvenire, e soprattutto nel momento della mia morte, il demonio venga a tentarmi contro la fede, e chissà che cosa sarà di me in quella lotta tremenda! Deve essere sufficiente questo pensiero perché io mi mantenga nell'umiltà.

Devo abituarmi ad analizzare i miei sentimenti per ricordarmi sempre di ricorrere a Dio, sia per fuggire il male che per operare il bene, di confidare in Lui e di riconoscere che tutto mi viene dalla sua misericordia.

Quando non mi sarà proprio possibile pregare come di consueto, dovrò offrire a Dio il mio profondo dispiacere e supplire alla mia mancanza con la preghiera di desiderio e con frequenti invocazioni a Dio e ai suoi Santi.

 

Tristezza di Gesù nell'Orto del Getsemani 1 di 2 Appena Gesù è entrato nell'orto, il suo spirito si riempie subito di paura, di angoscia e di tristezza. Prima ancora che i suoi nemici vengano a tormentarlo nel corpo, Egli prova nella sua anima una pena tanto grande che nessuno, accetto Lui, UomoDio, avrebbe potuto sopportare con tanta fortezza. Col farsi uomo, il Figlio di Dio ha voluto assoggettarsi alle debolezze della natura umana, quindi ora permette a questa sua natura di patire tutto ciò che gli uomini patiscono: paure, malinconie, turbamenti, inquietudini, angosce. Dio si è umiliato fino a sopportare nella sua anima questi dolori, per permettere al genere umano di elevarsi all'altezza del suo Creatore. Nessuno mai potrebbe descrivere in maniera rispondente questa dolorosissima Passione di Cristo.

In Gesù coesistevano due nature: quella divina e quella umana; possedeva quindi una volontà divina che comandava ad una volontà razionale umana, la quale ubbidiva senza opporre alcuna resistenza. Perciò la volontà di GesùUomo accettava ciò che GesùDio aveva già stabilito per la salvezza del mondo. Ma questa sottomissione alla propria volontà divina non gli impediva di provare tutte le sofferenze ed i sentimenti propri della natura umana, per cui s'impauriva, si stancava e si rattristava come ogni altro uomo. E per quanto riguarda la Passione in particolare Dio aveva stabilito che fosse il più possibile dolorosa, perché così più abbondante sarebbe stata la redenzione.

Per capire ancora meglio la Passione di Gesù nell'orto del Getsemani, dobbiamo tener presente questa verità: Egli non si è spaventato perché gli è capitata un'improvvisa sciagura; a Lui non succede quello che normalmente avviene a ciascuno di noi quando dobbiamo subire delle avversità: ci lamentiamo e ci disperiamo perché vorremmo eliminare l'ostacolo, ma ci sentiamo impotenti a farlo. Al nostro Salvatore, invece, non accade nulla che sia contrario alla sua volontà, perciò se ora Egli si spaventa e soffre fino a cadere in agonia, come dice il Profeta, è solo perché lo ha deciso Lui spontaneamente.

Per rendere ancora più acuta la sua agonia, Gesù suscita in sé i pensieri più penosi e più inquietanti. Con un atto di perfetta virtù richiama alla sua mente tutta la serie di tormenti della sua Passione e vede distintamente nei minimi particolari ogni umiliazione e ogni sofferenza che di lì a poco dovrà subire.

Ciò che tormenta di più l'anima sensitiva di Gesù nell'orto è il timore della morte violenta, prossima ed inevitabile, che Egli considera un male gravissimo per quanto riguarda la legge di natura, perché distrugge la sua vita preziosa. è vero che alla sua morte disonorevole dovrà seguire una risurrezione gloriosa, ma l'istinto naturale, che spinge ad amare e a conservare la vita presente, non sa guardare oltre la morte. Egli quindi si rattrista, resiste e non vorrebbe morire. Ma il volere divino, cui d'altronde la sua ragione ubbidisce, non gli permette di sfuggire alla morte; ed è proprio in questa lotta tra la ragione obbediente e i sensi che si ribellano, che l'umanità di Gesù patisce i dolori più atroci.

Gesù teme la morte come uomo, per farci capire che è un uomo come noi. E poi, dato che nella sua Persona sono presenti tutti gli uomini, ha voluto lasciarci in questo suo timore un utile insegnamento. Meditiamolo dunque e cerchiamo di trarne giovamento.

Riflessioni Contempla, anima mia, il tuo Signore, pallido, debole, tremante ed oppresso da affanni che non gli danno tregua. Ora si getta con la faccia a terra, ora alza le braccia al cielo, ora, brancolando nel buio della notte, sospira, ansima e geme. Così inquieto, con un'oppressione nel petto che quasi gli toglie il respiro, vorrebbe dar sfogo alla sua angoscia, ma il suo cuore ne è talmente congestionato da non riuscire a liberarsene. Però se lo osservi con attenzione riesci ad accorgerti ugualmente del suo affanno interiore, perché ha il volto pallido e contratto e il suo corpo è tutto ripiegato su se stesso. Così si compiono le profezie riguardanti l'anima del Salvatore: essa è sconvolta, impaurita ed agitata come se fosse in balia di un mare in tempesta. Egli accetta di provare la tristezza per far meritare a noi la consolazione, prende su di sé tutto il dolore per procurarci la gioia. Ma noi, quanta compassione proviamo per il Salvatore divino così sofferente per amor nostro?

Gesù sa che la volontà divina ha decretato la sua Passione e la sua Morte; e ora che è giunto il momento stabilito, essa glielo comunica lì nell'orto del Getsemani, affinché la carne e i sensi l'accettino. Egli vede l'Eterno Padre, sdegnato per i peccati del mondo, comandare che sia sguainata contro di Lui la spada della sua giustizia. E la povera natura di Gesù, vedendo arrivare i colpi, si rattrista e si spaventa a morte, e lo rivela col pallore del viso e con il sudore di sangue. Il Salvatore avrebbe potuto non rattristarsi, perché era Lui che desiderava patire e morire, ma volle farlo per condividere tutto ciò che noi soffriamo davanti alla morte; avrebbe potuto tenere segreta questa sua agonia interiore, invece volle che fosse evidenziata da segni esteriori e che gli Evangelisti la descrivessero perché noi fossimo consolati. Osserva, anima mia, come sanguina il tuo Salvatore colpito ed annientato dal dolore. E tu, che cosa provi davanti a tanta sofferenza?

In Gesù i sentimenti sono frutto della natura umana, ma nessuno di essi può entrare in azione senza il comando della volontà divina, di modo che ogni moto di tristezza, di avversione o di paura in Lui è solo volontario. Come si è fatto uomo nelle circostanze da Lui volute, così soffre le miserie proprie dell'uomo quando e come Lui ha stabilito. Allora dobbiamo credere che come è volontaria la passione del corpo, altrettanto lo sia la sofferenza dell'anima. Devo riflettere poi su un altro punto: anche se Gesù fosse stato costretto a soffrire, per il solo motivo di aver fatto di necessità virtù con le sue sublimi intenzioni,* sarei tenuto comunque a ringraziarlo profondamente per l'eroica offerta che ha fatto di sé all'Eterno Padre in mio favore. Allora quanto grande dovrebbe essere la mia riconoscenza, visto che non c'è stata in Lui nessuna costrizione, ma solo la libera scelta della sua misericordia che ha voluto patire tutto con amore!

Gesù nell'orto vede gli schiaffi che percuoteranno il suo adorabile volto, le percosse che feriranno il suo corpo immacolato, le spine che trafiggeranno il suo capo, le piaghe che apriranno la sua carne e il sangue che uscirà dalle sue vene. Vede anche le indicibili offese che martorieranno il suo spirito e la morte infamante cui sarà sottoposto. Con tutta la forza tiene stretti nel suo cuore questi fantasmi, tanto da provare nella sua anima ciò che in seguito avrebbe dovuto soffrire nel corpo, continuando così a sacrificare e ad offrire in ogni istante se stesso per noi. Anima mia, pensa che Gesù, data la sua natura perfetta, aveva una sensibilità acutissima, per cui la sua tristezza raggiungeva punte molto elevate. Cerca di immaginare ciò che di più orribile potrebbe turbare e spaventare tutti gli uomini messi insieme: ebbene tutto questo non è neppure lontanamente paragonabile all'angoscia e al dolore di Gesù nell'orto. Egli ci invita, con la parola del Profeta, a considerare ogni dolore che sta per soffrire nel corpo e che ora soffre nell'anima: "Venite e vedete se vi è dolore simile al mio".

Ma cerchiamo di capire come tutto questo accada per una benevola decisione di Dio. Egli permette all'istinto naturale di provare ripugnanza, affinché quanto più questa è grande, tanto più meritoria sia l'obbedienza del Salvatore, che deve espiare per la disubbidienza di Adamo. Così tollera che il cuore di Gesù sia agitato da un disperato rifiuto della carne e dei sensi, perché proprio quando questi hanno avuto il sopravvento sono nati tutti i peccati del mondo.

Se Gesù teme la morte solo per l'istinto naturale di conservazione, cioè solo per il fatto che l'anima dovrà separarsi dal corpo, quanto dovrei temerla io, ora che la fede mi ha fatto capire tante cose relative alla vita ultraterrena? A Gesù non può far paura il tribunale di Dio, poiché è il Re degli innocenti; e non c'è nessuno che possa accusarlo di aver peccato, visto che neppure lo stesso demonio ha potuto trovare in Lui un'ombra di male. Io, invece, dovrei averne una tale paura da sentirmi angosciato giorno e notte. Dovrò morire e comparire davanti al giudizio di Dio, colpevole di aver commesso tanti misfatti; eppure non ci penso e tanto meno mi spavento, anzi vivo indifferente, come se non dovessi mai morire o se dopo la morte non accadesse proprio nulla. Certó, posso anche temere la morte come la temono gli animali che sono soggetti all'istinto di conservazione, oppure i non credenti che sono attaccati a questo misero mondo, ma certamente non come dovrebbe temerla un buon cristiano che vive di fede.

Pratiche Procurerò di non sciupare le mie sofferenze, ma di usarle per la mia salvezza; e poiché Gesù ha voluto patire nei sensi per me, anch'io mi impegnerò a mortificare i miei per amor suo.

Quando mi sarà difficile esercitare le virtù, ricorderò che più una virtù richiede sacrificio, più è meritoria. Per imitare Gesù cercherò di vincere con la forza dello Spirito il rifiuto della mia natura.

Come Gesù volontariamente si offre ai patimenti per amor mio, anch'io cercherò spesso di mortificarmi per amor suo e utilizzerò per la mia salvezza eterna anche le sofferenze inevitabili.

La Passione interiore di Gesù mi fa capire che sono proprio i miei moti interiori che devo regolare; lo farò reprimendo prima di tutto il mio desiderio più smodato.

Il Cuore di Gesù diventa per me la scuola dove imparo come giungere alla salvezza eterna. Devo imparare che la perfezione cristiana consiste nel preferire sempre la divina volontà alle cattive inclinazioni della natura umana.

In punto di morte sarò giudicato per molte cose di cui ora non mi faccio scrupolo; devo perciò preoccuparmi per la mia coscienza rilassata, che pare abbia paura solo di alcuni peccati gravi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Tristezza di Gesù nell'Orto del Getsemani 2 di 2 La passione interiore di Gesù è stata costante dal primo fino all'ultimo momento della sua vita. Egli infatti è vissuto sempre in una continua apprensione per ciò che alla fine il suo corpo avrebbe dovuto patire. La sua tristezza, però, era mitigata da una gioia spirituale, che spesso lo aveva fatto parlare della sua morte addirittura con desiderio; nell'orto degli ulivi questa tristezza diventa angoscia profonda.

Gesù ha voluto soffrire la sua Passione nell'anima non meno che nel corpo, quindi non solo nella sua natura umana sensibile, ma anche nella sfera superiore del suo intelletto. Benché Egli nella sua mente fosse beato, tuttavia ha trovato un modo miracoloso per unire alla beatitudine un infinito dolore provocato dalla visione di tutti i peccati del mondo e dal ribrezzo che questi gli causavano. Durante tutto il tempo della sua vita aveva avuto una chiara conoscenza del peccato, ora però nell'orto lo analizza con maggior intensità e ne valuta il danno.

Nell'orto Gesù vede tutti i peccati del mondo passati, presenti e futuri, non soltanto con una conoscenza umana, superficiale, ma con la luce dell'intelligenza divina, maggiore di quella che potrebbero avere tutti gli uomini e gli angeli messi insieme. Egli ne penetra fino in fondo la bruttura e la malizia.

Gesù si rattrista per tutti i peccati del mondo, ma soprattutto per quelli del popolo d'Israele, che è il suo e da Lui amato tanto da fargli ritenere un onore il fatto di essere, in modo del tutto speciale, il suo Dio e il suo Salvatore. Che cosa proverà mai, vedendo schierato davanti al suo spirito questo popolo che risponde con tanta ingratitudine alla sua misericordia e con tanti peccati ai suoi benefici? Lo vede mentre prepara funi e catene per catturare e crocifiggere chi è venuto dal Cielo per salvarlo. I peccati degli Ebrei erano veramente molto più gravi di quelli di tante altre nazioni, ed è per questo che arrecavano una pena maggiore al cuore di Gesù.

L'anima di Gesù è un divino santuario nel quale, però, non ci è possibile entrare con facilità; così, quando non riusciamo a capire come mai la sua anima abbia potuto soffrire pur essendo intimamente unita a Dio, non sbagliamo nel pensare che la Divinità di Gesù abbia compiuto dei miracoli, sia per permettere alla sua umanità di patire, sia per aumentare di ora in ora le sue sofferenze.

Gesù nell'orto non si limita a rappresentare nella sua mente tutti i peccati del mondo, ma fa di più: come Salvatore del genere umano prende su di sé i peccati di tutte le nazioni, dei Giudei, dei pagani e dei cristiani e se ne appropria in una maniera tale da farli sembrare peccati commessi da Lui personalmente. Come può sopportare un intero mondo di iniquità, fra le quali, non dobbiamo dimenticarlo, ci sono anche le nostre? Quale sarà il suo affanno, la sua tristezza nel sentirsi gravato da un carico così pesante?

In tutta la Passione dobbiamo considerare non tanto le manifestazioni esteriori, ma soprattutto l'interiorità profonda di Gesù, poiché questa è la sede della virtù, della perfezione e della santità; questo vale anche nei nostri confronti, quindi, prima di tutto è il nostro intimo che dev'essere educato e controllato. Per capire meglio come e perché Gesù si sia addossato tutti i peccati del mondo, possiamo dire che Egli si è fatto per noi mallevadore presso la giustizia divina. Si chiama mallevadore quel mediatore che si prende carico dei debiti di un altro e si impegna a saldarli. Ed infatti ogni volta che il debitore non paga, deve farlo lui, proprio perché ne è il garante. Anche noi siamo debitori verso Dio e degni di morte eterna a causa del peccato, che è un debito immenso in quanto è offesa all'infinita maestà di Dio. Ora, poiché nessuna creatura umana e neppure l'umanità intera erano in grado di pagare questo debito, che cos'ha fatto il Figlio di Dio? Mosso a compassione dell'uomo dalla sua infinita carità, si è fatto uomo Egli stesso e si è offerto come mallevadore all'Eterno Padre, addossandosi ogni nostro debito ed impegnandosi a pagarlo per noi.

Il Salvatore geme, oppresso da un'immensa tristezza. E sentendosi desolato perché gli mancano quelle consolazioni spirituali che era solito avere, si rivolge ai tre Apostoli che ha condotto con sé, per trovare un po' di conforto; e come sul Tabor si era rivelato a loro come vero Dio, mostrando i tesori della sua gloria, così ora conferma di essere Uomo, manifestando le sue debolezze non immaginarie, ma vere e degne di essere compatite. Dice loro: "L'anima mia è tanto afflitta che non può più reggere. Io mi sento morire. Fratelli miei, non mi abbandonate, abbiate pazienza perché ora dovrete tenermi compagnia e consolarmi".

Riflessioni Questa angoscia causa una pena infinita all'anima di Gesù, perché non è alleviata da alcun conforto. La sua natura divina è del tutto indipendente dalla natura sensibile, per cui Egli, pur essendo immensamente beato nella sua essenza divina, tuttavia, per quanto riguarda la sua umanità, soffre profondamente, tormentato e smarrito in una confusione di oscurità, di aridità e di disgusto. La sua umanità, quindi, gioisce e soffre nello stesso tempo: la sua letizia non è affatto ostacolata dal suo patire, così come la pena non è per nulla addolcita dalla gioia. Tutto questo avviene perché Egli stesso ha disposto così. La Sacra Scrittura dice che Dio, nella creazione del mondo, divise le acque e ne dispose una parte sopra e una parte sotto il firmamento; le prime rimangono in una quieta tranquillità, mentre le altre sono esposte continuamente alla furia dei venti. Una cosa simile è avvenuta nella storia della Redenzione: in Gesù si sono divise le acque della beatitudine divina, che stanno nella parte superiore della sua anima, dalle acque della sofferenza che inondano la parte inferiore. Non mancherebbero all'UomoDio le possibilità di trovare un po' di conforto per alleviare i suoi patimenti, ma Egli lo rifiuta e accetta soltanto ciò che può rendere ancora più penosa la sua Passione. E a quale scopo? Per far guadagnare a me il Paradiso, dove la gioia è pura e non esiste tristezza, per preservare me dall'Inferno dove tutto è dolore, per spronare proprio me ad imitarlo in questa valle di lacrime, dove c'è sempre una mescolanza di gioia e di dolore.

Nascendo, Gesù aveva assunto la figura non di un uomo solo, ma di tutta l'umanità, perciò, nell'orto in particolare, prende su di sé le miserie di tutti. Egli vede i peccati del mondo da Adamo fino a quel momento e quelli che saranno commessi fino al giorno del giudizio; passano tutti nella sua mente non alla rinfusa, come potrebbe accadere a noi, ma ben distinti nella specie, nel numero e nella gravità, proprio come se ogni peccatore fosse là nell'orto e peccasse alla sua presenza. Che tormento per un UomoDio! Giustamente Egli può lamentarsi col Profeta che torrenti di iniquità l'hanno turbato; e noi possiamo aggiungere che il suo dolore è come un immenso mare in cui vanno a versarsi tutti i fiumi. Ma ora voglio riflettere solo su quanto mi riguarda, senza divagare sulle colpe degli altri. Tutti i miei peccati di pensiero, di parole e di opere sono presenti a Gesù. Egli li vede e li misura proprio tutti, quelli che ho commesso da solo e in compagnia, sia di giorno che di notte. Purtroppo il suo cuore vede anche che non ne sono affatto pentito e per questo è oppresso da una tristezza mortale.

Gesù, avendo in sé la pienezza della Divinità con tutti i tesori della sapienza e della scienza, sa alla perfezione che cosa sia il peccato mortale. Ben diversa dalla sua è la nostra conoscenza; noi che possiamo conoscere Dio solo attraverso l'oscurità della fede, sappiamo soltanto che il peccato è una grave offesa a Dio. Gesù, invece, poiché penetra con la sua anima l'infinita bontà e maestà di Dio, può vedere con chiarezza tutta la gravità del peccato mortale, che offende direttamente la grandezza divina. Quella visione, però, provoca in Lui un'angoscia tanto profonda da essere per noi impossibile da capire ed esprimere. Se davanti a me comparisse il diavolo nella sua ripugnante bruttezza, indubbiamente inorridirei e cadrei tramortito per lo spavento. Ma tutti i diavoli dell'Inferno messi assieme non sono nulla a confronto dell'orrore che dovrebbe incutere un solo peccato mortale. Perciò, cosa deve aver provato Gesù quando gli si presentarono davanti milioni e milioni di peccati in tutta la loro ripugnanza?

Noi cristiani, visto che possiamo considerarci ancor più degli Ebrei il popolo prediletto da Gesù, dobbiamo convincerci che sono proprio i nostri peccati quelli che lo hanno fatto soffrire di più. Infatti il peccato di un cristiano, che dichiara apertamente di vivere nella religione del vero Dio, è certamente più grave di quello di un infedele, dato che ha ricevuto una forza maggiore dalla fede e dalla grazia. Più forte si sente la spinta ad aspirare alla perfezione, più grande è la responsabilità quando si pecca. La colpa di un cristiano che offende Gesù, riconosciuto come vero Dio, è senza dubbio più grave di quella di un Giudeo che lo considera un semplice uomo. Giustamente, quindi, Gesù più che per gli Ebrei soffre per i peccatori cristiani. Ed io come mi vedo alla luce di questa verità?

è un miracolo che Gesù si mantenga in vita fra tanti dolori mortali, ed è ancora un miracolo che il suo spirito rimanga beato nella gloria e insieme sia provato da tante sofferenze. L'anima di Gesù, essendo intimamente unita a Dio, vede molto più chiaramente di noi tutto ciò che può affliggerla e quindi, conoscendo di più, soffre anche di più. E quando la sua umanità sta per soccombere sotto il peso del dolore, interviene la sua Divinità a comunicargli una forza più grande per sopportarne altri ancora maggiori. Noi, nelle nostre pene, troviamo sempre conforto nell'affidarci a Dio e sappiamo che i martiri gioivano nei loro tormenti, perché la grazia li avvolgeva di celeste tenerezza e li rendeva forti nella sopportazione. Nella Passione, invece, la Divinità non concede a Gesù neppure una stilla di gioia per addolcire le amarezze della sua anima, anzi le accresce. E perché Gesù interviene come Dio per rendere più dolorosa la sua Passione, scegliendo un dolore totale, non mitigato da alcun sollievo? Egli patisce per riparare il peccato; perciò, essendo questo il vero male per eccellenza, per il suo riscatto deve corrispondere una pena proporzionata, cioè il dolore per eccellenza. Ed è per questo che la sofferenza del Salvatore, sia dei sensi che della mente, viene paragonata a quella dell'Inferno, che è intensa e non ammette alcun sollievo.

Quale sarà l'angoscia dell'anima innocente di Gesù, che non ha mai peccato né avrebbe mai potuto farlo, e che anzi prova un'estrema ripugnanza al peccato, nel sentirsi oppressa da un cumulo tanto grande di colpe altrui? Come potrà sopportare lei, umile e pura, il peso di tanta superbia e di tanta lussuria? E quanto dolore le procureranno i sacrilegi e le empietà, proprio a lei che è totalmente santa ed innamorata di Dio? E impossibile immaginare lo stato d'animo di quell'Uomo senza macchia, nel ritenersi colpevole di enormi scelleratezze, tanto da sentirsi obbligato a sopportarne il castigo. Anima mia, per quanto ti è possibile, sforzati di intuire il tormento di Gesù nel sentirsi carico di tanti peccati non suoi. Egli potrebbe almeno consolarsi pensando che tutto avviene perché Lui lo vuole, invece non lo fa, affinché la sua sofferenza sia totale e proporzionata alla gravità dei peccati che vuole espiare.

è così che noi dobbiamo considerare Gesù nell'orto: carico dei nostri debiti, cioè dei nostri peccati, perché si è fatto nostro mediatore pur non avendo bisogno di noi, mentre noi avevamo un'estremo bisogno di Lui. Egli, quindi, sta per pagare per noi con l'offrire al Padre le sue mortali sofferenze; sta per cancellare le nostre colpe registrate nei libri della giustizia divina e per liberarci dalla morte eterna. Noi giudicheremmo enorme un debito che non potesse essere pagato neppure con le ricchezze di tutti i potenti messi insieme. E il peccato mortale, allora, quanto grave deve essere ritenuto se per essere soddisfatto non bastano i meriti di tutte le creature del cielo e della terra, ma è necessario il cruento sacrificio di un UomoDio? Questo pensiero dovrebbe essere sufficiente a tenermi nell'umiltà e a farmi considerare un povero fallito, in quanto mi fa capire che io valgo molto poco e che devo tutto al Mediatore divino che ha pagato per me con la propria vita.

Si rimane senza parole nel vedere il Dio della gioia e consolatore degli afflitti in tanta tribolazione da aver bisogno di essere consolato. Lui, che poco prima col suo aspetto divino allontanava la malinconia dagli animi e rapiva il cuore di chiunque lo guardasse, ora è ridotto in modo tale da mendicare un po' di conforto da tre poveri pescatori. E che cosa mai si potrebbe dire, vedendolo in quello stato così pietoso nel quale, come Giobbe, va elemosinando compassione dagli amici? Abbiamo ammirato Gesù quando, nel cenacolo, si è abbassato a lavare i piedi degli Apostoli; ma quella era un'umiltà onorata, nella quale si era confermato Maestro e Signore. Ora, invece, rivela un'umiltà fatta di debolezza e paura, che lo spinge ad implorare aiuto, come se non avesse più la forza di sostenere le sue tribolazioni. Qui si manifesta come un uomo di poco valore che non fa apparire in sé nulla di divino; ma non dobbiamo mai dimenticare che questa sua abiezione è proprio Lui che la vuole. Ma anche se il divino Maestro si è abbassato fino al punto di domandare conforto, gli Apostoli continuano a dormire e, come se fossero diventati privi di senno, non gli rispondono neppure una mezza parola di consolazione. Gesù stesso, però, ha disposto che la sua umanità abbandonata ed agonizzante cerchi, ma invano, chi la consoli, affinché nella sua Passione non abbia alcun sollievo né da Dio né dagli uomini.

Pratiche Mi ripropongo di imitare Gesù privandomi di qualche piacere anche lecito e sopportando pazientemente, senza lamentarmi, i disagi del mio stato.

Susciterò in me il dolore delle mie colpe e pregherò il Signore che mi conceda di aver orrore del peccato mortale, tanto che ne tema i pericoli e ne eviti le occasioni.

è la Passione di Gesù che più di tutto può darmi luce per conoscere il peccato e le ragioni per detestarlo. Mi ripropongo di meditarla ogni giorno con grande devozione, perché sono convinto che per me nulla sia più fruttuoso.

La mia condizione di cristiano mi dà una forte spinta a dolermi dei miei peccati. è veramente un'ingratitudine imperdonabile quella di condurre una vita peccaminosa, pur appartenendo alla Chiesa e ricevendo da Dio continui benefici.

Mi ripropongo fermamente di sopportare ogni male della vita, piuttosto che commettere un solo peccato mortale che è il male per eccellenza.

Mi pentirò dei miei peccati per imitare Gesù; ma mentre Lui si è umiliato col riconoscersi colpevole di peccati non suoi, io non faccio altro che il mio dovere, perché sono davvero un peccatore.

Gesù si è fatto mio mallevadore, ma anch'io, che ho tanti debiti con la giustizia divina, devo partecipare, per quanto mi è possibile, alla sua Passione riparando con la penitenza i miei peccati.

Per imitare Gesù, che nella sua Passione ha voluto privarsi di ogni conforto umano, cercherò anch'io di togliere qualche soddisfazione ai miei sensi. Ogni privazione sarà per me gradevole quando penserò alle indicibili amarezze che Gesù ha voluto soffrire per amor mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gli Apostoli si addormentano nell'Orto del Getsemani Gesù aveva condotto con sé nell'orto Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli che aveva scelto come suoi confidenti. Ad essi rivela la grande tristezza che lo affligge perché pensa alla Passione che di ora in ora si sta avvicinando. Ma dopo aver udito il loro Maestro lamentarsi con sospiri tali da commuovere chiunque, gli Apostoli si scoraggiano e si abbandonano al sonno, vinti dalla noia e dalla stanchezza.

Quando Gesù trova gli Apostoli addormentati, dopo che aveva raccomandato loro di vegliare in preghiera, rimprovera in particolare Pietro, perché non ha saputo farsi violenza e vegliare con Lui neppure un'ora. Pietro poco prima aveva dichiarato di essere più coraggioso di tutti, tanto da poter sostenere per amore di Gesù anche la prigionia e la morte. E il divino Maestro l'ha condotto con sé nell'orto, affinché imparasse che non può far nulla senza l'aiuto di Dio chi crede di poter fare tutto da solo. Giustamente, quindi, ora lo umilia, e, per fargli vedere quanto sia stata audace la sua presuntuosa affermazione, gli chiede: "Come credi di poter fare grandi cose per amor mio, se non hai potuto vegliare neppure un'ora con me?".

Consideriamo ora il motivo per cui Gesù impone agli Apostoli di pregare e perché li riprende quando essi, invece di farlo, si mettono a dormire. Egli dice loro: "Raccomandatevi a Dio, perché si avvicina il tempo della tentazione. Non dovete fidarvi del fervore del vostro spirito, perché l'umanità è debole". Gesù li sollecita a pregare perché evitino non la tentazione in generale, ma in modo particolare quella di negarlo e di abbandonarlo, come in effetti faranno di li a poco. è come se dicesse: "Voi siete i miei Apostoli e i capi della mia Chiesa, fortificati dalla mia Carne, dal mio Sangue e dalla mia santa Parola; ma con tutto ciò vi è necessaria la preghiera per non cadere, perché nei pericoli la fragile natura umana soccombe sempre, se non è stata fortificata dall'aiuto divino".

Riflessioni Questi tre Apostoli sono stati scelti dal Salvatore perché erano i più entusiasti e i più impegnati tra i Dodici. E poiché solo loro sono stati testimoni della sua Divinità e spettatori della sua gloria quando si era trasfigurato sul monte Tabor, dovrebbero essere loro i più forti e i più vigilanti nell'assisterlo nell'imminente agonia, alla quale, del resto, erano già stati preparati. Invece, proprio nel momento in cui dovrebbero dimostrare la loro fedeltà, si mettono a dormire, senza provare neppure un po' di compassione per Gesù che soffre tanto per loro. Anche se quel sonno è provocato dalla natura debole o dalla tentazione diabolica, gli Apostoli sono comunque colpevoli. d'indifferenza, perché, invece di lasciarsi andare, dovrebbero scuotersi e farsi commuovere dalla Passione di Gesù. E proprio su questo io devo riflettere. Talvolta provo un po' di fervore nel meditare la santa Passione, ma per lo più sono pigro, annoiato e svogliato. Ed ora come sono, mentre penso alla grande tristezza di Gesù? I miei sentimenti dormono e non ho né volontà per imitarlo né cuore per compatirlo. Davvero nessuno è più accidioso di me visto che non mi commuovo neppure davanti alle pene atroci che Gesù ha sopportato proprio a causa mia.

San Pietro convinto dall'esperienza e dalla coscienza di aver sbagliato, turbato non risponde al rimprovero; e la sua confusione aumenta perché ricorda di aver vegliato e di essersi affaticato notti intere a pescare con i suoi compagni, mentre adesso si accorge di non essere riuscito a vegliare e a pregare un'ora sola, per far compagnia a Gesù e per giovare alla sua anima. Tutto questo io posso applicarlo a me stesso: anch'io sono annoiato ed infastidito quando si tratta delle cose di Dio, specialmente della preghiera, invece sono sveglio e pieno di energia, quando devo curare i miei interessi umani o soddisfare i miei piaceri. Solo negli esercizi di pietà provo stanchezza e noia e non nell'ozio e nel divertimento. Fino a quando dovrò rimanere in questo stato d'indolenza? Come giustificherò davanti al tribunale di Dio il fatto di non aver saputo dominare le mie inclinazioni per amor suo e per la salvezza della mia anima, mentre le ho controllate tante volte per motivi di prudenza umana o anche solo per vanità ed ambizione? Perciò viene rivolto anche a me il rimprovero fatto all'Apostolo. Anch'io, infatti, dico spesso di voler sacrificare volentieri la mia vita per Dio, ma tale dichiarazione non è affatto sincera, visto che non so mortificarmi neppure nelle piccole cose per amor suo. Certamente, questa mia viltà è un motivo in più per essere umile, ma purtroppo, sono ancora molto lontano da questa virtù.

Dobbiamo pensare che il Salvatore del mondo rivolge anche a noi queste parole; infatti abbiamo dentro e fuori di noi tanti nemici in grado di farci peccare e di rovinarci con le loro tentazioni. Essi hanno il potere di assalirci all'improvviso in qualunque momento e in qualunque luogo: ecco, allora, la necessità di premunirci con la preghiera per non rimanere sconfitti. Proprio per non aver pregato, gli Apostoli sono stati vinti dalla tentazione; e noi saremo vinti ancora più facilmente, se non ricorreremo a Dio per aver aiuto. Non esiste tentazione più pericolosa per noi di quella in cui il demonio cerca di distoglierci dalla preghiera, ora con un pretesto ora con un altro. Se riesce a vincere in questo, ha vinto in tutto, perché il non pregare, che in sé è già una sconfitta, ci priva di tutte le armi di difesa. In che considerazione tengo io la preghiera e con quanta diligenza e costanza prego?

Pratiche Innanzitutto vigilerò perché la mia tiepidezza non diventi abituale e poi mi servirò di essa, per sentirmi umile e per dispornìi a diventare zelante e fervoroso.

Esaminerò la mia coscienza riguardo l'accidia, a causa della quale si fa mal volentieri o non si fa affatto il proprio dovere al servizio di Dio. Mi sforzerò di vincerla perché non diventi abituale, visto che, per sua natura, è uno dei vizi capitali.

Mi pentirò per tutte le volte in cui avrei potuto e dovuto pregare e non l'ho fatto. Ringrazierò la misericordia di Dio per non avermi lasciato precipitare come avrei meritato e imparerò ad amare la preghiera.

 

Preghiera di Gesù nell'Orto del Getsemani Nel colmo delle sue afflizioni, Gesù non manifesta moti d'impazienza o di sdegno, come siamo soliti fare noi nelle avversità, ma con la preghiera ricorre a Dio, secondo la predizione della Scrittura. Egli non prega come Dio, perché come tale potrebbe tutto ciò che vuole, ma prega come un uomo che ha sempre bisogno dell'aiuto divino per essere sostenuto nelle debolezze della natura; e prega come capo e maestro della Chiesa, per insegnare a noi, col suo esempio, a servirci della preghiera in tutte le nostre necessità, soprattutto in quelle dell'anima.

Gesù nell'orto prega con grande umiltà, che manifesta prostrandosi a terra, prega con fervore di spirito e con voce energica rotta dalle lacrime, come è detto nella lettera agli Ebrei: "Offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime". Egli si rivolge al Padre riconoscendo la sua Maestà, la sua grandezza: "Tutto a te è possibile, tu sei potente", e lo onora con sentimenti di rispetto e di amore: "Solo la tua volontà ha valore, non la mia". Inoltre ricorre a Dio con filiale confidenza chiamandolo "Padre mio". Altre volte lo aveva invocato col nome di Padre, ora lo chiama anche "suo", che ha lo stesso valore di "nostro", perché in quel momento Gesù rappresenta tutti i suoi fedeli; ora vuole insegnarci con l'esempio come si deve pregare, dopo che l'ha fatto con la parola.

La preghiera è un atto di volontà che espone a Dio un suo desiderio perché lo esaudisca. Poiché nella Persona di Gesù sussistono due volontà, quella naturale e quella divina, possiamo dire che due furono anche le sue preghiere nell'orto: nella prima, assecondando il rifiuto dei sensi, chiese che la sua umanità fosse dispensata dal bere il calice della Passione; nella seconda Egli pregò che comunque fosse fatto solo ciò che piaceva a Dio, dando ascolto, in questo, alla volontà ragionevole che dipende da quella divina.

Dalla disubbidienza di Adamo è derivata la rovina del mondo e alla disubbidienza può essere ricondotto ogni nostro peccato, visto che, peccando, non si fa altro che scegliere di accontentare gli stimoli delle passioni, anziché di ubbidire ai comandamenti divini. Perciò Gesù, per riconciliarsi con Dio e riparare gli oltraggi fatti al suo onore, ha voluto contrapporre alla disubbidienza generale la sua ubbidienza perfetta, di cui proprio nell'orto abbiamo l'esempio più efficace.

Per salvare il mondo, Gesù ha agito sia come uomo sia come Dio; infatti non avrebbe potuto essere il nostro mediatore né riconciliarci con Dio, se non si fosse umiliato, se non avesse pregato e ubbidito in entrambe le sue nature. Dobbiamo riflettere attentamente sul valore della sua ubbidienza. Gesù non aveva alcun obbligo di patire e morire per salvare il mondo, ma l'ha fatto spontaneamente solo per far cosa gradita al Padre.

Tre volte Gesù ha pregato in questa notte, e la prima è durata non meno di un'ora, perciò abbiamo motivo di credere che solo dopo aver raccomandato la sua umanità a Dio ed aver pregato per ciascuno di noi, si sia assoggettato a patire per tutti, secondo il volere divino.

Riflessioni Vedi, anima mia, con quanta umiltà e riverenza Egli prega inginocchiato e prostrato con la faccia a terra, come se non fosse degno di sollevarla e contemplare il cielo. Pare che non si ricordi neanche di essere Figlio di Dio. è così profonda la sua sottomissione che, non contento di umiliarsi a pregare come uomo, vuole abbassarsi ancora di più come fosse l'ultimo di tutti i peccatori. Riflettiamo: se il nostro Salvatore, l'UomoDio, cerca ristoro alle sue angosce solo nella preghiera, come può l'uomo, tanto debole ed incline al male, pensare di potersi sostenere nelle avversità con le sue sole forze, senza ricorrere alla preghiera? è forse più costante e più forte di Lui? Sono veramente uno sciocco, superbo ed ignorante, se non riesco a càpire che Gesù m'insegna a cercare sollievo, quando sono triste o inquieto, non conversando con gli uomini, ma rivolgendomi a Dio con la preghiera. Io invece, ricorro a Lui molto poco nelle mie necessità quotidiane.

Gesù non vuole che noi invochiamo Dio con il timore servile tipico della legge antica, ma con l'amore filiale che è proprio della nuova. Questo insegnamento è davvero importante, perché non possiamo mai pregare bene se non abbiamo fiducia di essere esauditi. E per poter pregare con abbandono e ferma speranza, dobbiamo tener presenti due verità di fede: la prima, che Dio per sua bontà è nostro Padre e, come vero Padre, ci ama; l'altra, che Dio è onnipotente e perciò non vi è nulla che Egli non possa. Può esserci, allora, qualche grazia che io non possa domandare e sperare di ottenere, quando so che Dio come Padre ha verso di me un amore infinito, e come Onnipotente può concedermi ogni bene?

Qui infatti Egli suscita in se stesso, nella sfera delle sensazioni umane, una grande ripugnanza per i dolori, per il disonore, per la morte; e affinché si sappia che la sua tristezza è tanto grande da non poter essere consolata che da Dio, ricorre al Padre e gli mostra l'angoscia della sua umanità per muoverlo a compassione. Ma Egli non è venuto nel mondo per sottomettersi al volere della carne, perciò, senza, alcun riguardo per questa, accetta subito la volontà di Dio. Gesù vuol farci capire che, per quanto il dolore sia ripugnante e contrario alla natura umana, questa deve sempre ubbidire a Dio vincendo se stessa. è ammirevole l'ubbidienza di Gesù. Egli vede distintamente nella qualità e nella quantità tutti i patimenti ormai prossimi, e per ciascuno di essi l'istinto, che non vuole soffrire, fa un atto di resistenza; ma la ragione risponde con altrettanti atti di ubbidienza e rinnova con intenso fervore la sottomissione al Padre, accettando ad una ad una tutte le pene e dicendo con umiltà perfetta: "Non sia fatta, Padre, la mia volontà, ma la tua". Ma lasciamo che siano gli angeli a rimanere incantati e ad adorare l'ubbidienza di Gesù; noi, invece, dobbiamo sforzarci di far tesoro del suo esempio e di impegnarci nell'imitarlo.

L'obbedienza più è libera e spontanea, più è nobile e meritoria. Un figlio buono che vuol onorare suo padre agisce così: basta che intuisca che cosa gli piace che subito considera il desiderio paterno come un vero comando e lo esegue. Proprio questo è stato il comportamento di Gesù. Sapeva perfettamente che quanto più avesse sofferto per riuscire a salvarci tutti, tanto più avrebbe procurato soddisfazione ed onore all'Eterno Padre. E poiché amava infinitamente sia Lui che gli uomini, suoi figli ingrati, ha accettato subito e volentieri di patire tutti i dolori che la sua umanità avesse potuto sopportare. Devo veramente provare vergogna davanti a un'ubbidienza così grande. Quante cose sarebbero gradite a Dio se le facessi per amor suo! Io so che se praticassi l'umiltà, la carità, la pazienza e tante altre virtù, gli renderei un grande onore; eppure questo pensiero non riesce affatto a smuovermi, visto che mi pesa ubbidire anche nelle cose che sono comandate. Il mio tenore di vita, in sostanza, è questo: mi accontento di non far del male e non mi preoccupo di far del bene. Quando non mi sento costretto, uso la libertà più per favorire il mio comodo che per impegnarmi nelle cose di Dio, e mi sento sempre più portato ad assecondare i miei capricci e il mio egoismo, piuttosto che fare il mio dovere e rinsaldare l'amore alle virtù.

Osservando attentamente ogni attimo della sua Passione, Gesù vede che questa è la fonte a cui tutti attingeranno le grazie necessarie per la loro salvezza eterna. Sa anche, poiché è riportato dalle Scritture, che queste grazie devono essere da Lui implorate con la preghiera. Perciò possiamo immaginare che, mano a mano che si rassegna alla sofferenza dei flagelli, degli insulti, delle spine e della croce, offra tutti i patimenti al Padre per noi con preghiere, suppliche sospiri e lacrime. E il Padre, onorato dalla dignità e dall'umiltà del suo diletto Figlio, gli concede tutto quello che domanda. è vero che non lo ascolta quando chiede di essere dispensato dal soffrire, come desidererebbe la sua natura umana, ma lo fa perché così conviene per la salvezza del mondo e perché è Gesù stesso che lo prega di non accontentarlo, visto che è già stata esaudita ogni sua domanda riguardo al resto. Rifletti, anima mia, quanto sei obbligata verso il tuo Redentore. La fede, la speranza, la carità, i doni dello Spirito Santo, le ispirakwi e gr arrd sprecali gerfggfafgere Ar heac'tic`aramre eCenra, wiro tutti frutti che derivano dalla Passione di Gesù e sono stati concessi a te per effetto della sua preghiera all'Eterno Padre. Certamente Egli ha procurato le grazie per tutti, ma i suoi meriti li ha riservati in particolare per te sola, come se non avesse patito, pregato e ottenuto per nessun altro all'infuori di te e come se tu fossi unica al mondo.

Pratiche Non sapendo quello che di ora in ora potrebbe succedermi, nella prosperità mi ricorderò spesso di Dio ed invocherò il suo divino aiuto, perché questo non mi manchi neppure nelle avversità e nei pericoli che forse stanno già per capitarmi.

Mi ricorderò di praticare sempre nella preghiera queste tre virtù che mi sono state insegnate da Gesù stesso: umiltà, fervore di spirito e confidenza. Basta che manchi in una sola di esse che la preghiera è debole e poco gradita a Dio.

Non devo cercare altra perfezione che quella di tenere sottomessa l'inclinazione dei sensi alla ragione, e questa al volere divino.

Ripeterò spesso questa preghiera: "Concedi, o Signore, che in me sia fatta sempre la tua santa volontà; fammi conoscere le cose a te gradite e dammi la grazia di compierle".

Ascolterò le ispirazioni a fare il bene; e senza tanto indagare se una cosa sia doverosa o solo consigliata, la farò senz'altro se piace e dà gloria a Dio.

Unirò ogni mia preghiera a quella di Gesù e la renderò più preziosa con i meriti della sua Passione, fiducioso di ottenere ciò che domando.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù viene confortato da un angelo La preghiera di Gesù nell'orto è stata umile, fervorosa, confidente, ma anche perseverante; ci è di esempio a non stancarci mai di pregare, poiché con la perseveranza si ottiene ciò che con altre virtù non è possibile ottenere. Gesù chiede insistentemente, con gli occhi rivolti al cielo, che il genere umano possa essere salvato senza che Lui debba morire sulla croce, perché la morte che lo aspetta è troppo dolorosa. Ma come se il cielo fosse sordo, non riceve alcun segno che la sua preghiera sia stata esaudita. Cresce perciò l'angoscia, e in quel desolato abbandono la sua anima è triste fino alla morte. Chi mai potrà consolarlo? Si rivolge agli Apostoli e li trova addormentati; ricorre al Padre, ma Egli che lo ha sempre esaudito quando ha pregato per gli altri, ora, che prega per sé, pare non volerlo ascoltare, poiché considera in Lui soltanto l'uomo debole e peccatore.

Non si sa che cosa abbia detto l'Angelo a Gesù, perché non è scritto nel Vangelo, si sa solo che gli è apparso per confortarlo. La tradizione della Chiesa continua a mostrare quest'Angelo nel gesto di presentare un calice al Salvatore; e nel calice è raffigurata la sua Passione, secondo quanto poco prima Gesù stesso aveva detto. è perciò verosimile che il celeste messaggero gli annunci da parte del Padre che il genere umano non può essere salvato se non per mezzo della sua Passione; perciò è giusto credere che, per incoraggiarlo a soffrire, gli faccia anche sapere che la sua Passione quanto più sarà crudele tanto più sarà fruttuosa.

Poiché è Dio, Gesù sa in anticipo ciò che l'Angelo gli avrebbe detto; inoltre Lui, che è Signore e fonte di gloria per tutti gli angeli, non ha bisogno di essere istruito e tanto meno confortato. Potrebbe consolarsi da solo, invece non accetta alcun aiuto dalla sua Divinità. Come se fosse un semplice uomo, e quindi inferiore agli angeli, vuole che venga un angelo per potersi umiliare, dichiarandosi bisognoso dell'aiuto dei suoi servi celesti. Quando era nel deserto questi gli erano apparsi per servirlo come Dio; ` ora l'Angelo viene a confortarlo come uomo, prostrato e dolente.

All'amaro calice, che Gesù ha ricevuto dall'Angelo con perfetta uniformità al volere divino, noi dobbiamo contrapporre un altro calice, che ci è offerto dal mondo e che lusinga i sensi, incanta l'anima e la conduce al vizio, mezzo sicuro per la perdizione.

Riflessioni Quale pena avrà provato l'umanità desolata di Gesù nel sentire che l'Onnipotente era diventato così poco misericordioso verso le sue preghiere e nel constatare che proprio Colui, dal quale aspettava aiuto e conforto, riempiva ora la sua anima di tristezza e d'amarezza! Tuttavia Gesù non si spazientisce, né si ribella, ma si pone in preghiera per la terza volta. Ed ecco che subito gli appare un angelo venuto dal cielo a confortarlo. Così fa Dio con chi geme per qualche sofferenza e non si stanca di ricorrere a Lui con una preghiera umile e perseverante. Lo consola e lo aiuta nella maniera che ritiene più giusta e più utile. Così farebbe anche con me, se non mi lasciassi prendere dalla stanchezza e dalla sfiducia. Quando chiedo a Dio il dono dell'umiltà, della carità, dell'amore alla castità o di qualche altra virtù, vorrei essere esaudito subito; e se la grazia tarda ad essermi concessa, dubito, mi abbatto e non ho più il desiderio di pregare. Quanto sono presuntuoso! Gesù, che meritava di essere ascoltato fin dalla prima preghiera, non fu esaudito che alla terza; ed io, misero peccatore, posso forse pretendere di ricevere una grazia subito, appena apro la bocca per chiederla?

Quale consolazione deve essere per Gesù vedere milioni e milioni di anime, ormai meritevoli di condanna, salvate per mezzo dell'effusione del suo preziosissimo Sangue! Possiamo immaginare quanta forza gli venga dalla certezza che dopo soli tre giorni sarebbe risuscitato, vittorioso sulla morte e sull'Inferno, e che alle pene passeggere sarebbe seguita una gloria eterna.

L'Angelo mandato dall'Eterno Padre, mentre parla a Gesù, si umilia adorandolo profondamente. Anche Gesù si umilia accettando con riverente sottomissione le parole del messaggero come parole di Dio. Questi esempi di umiltà dovrebbero essere più che sufficienti per farmi rinnegare la mia superbia. Se Gesù si rivolge con tanto rispetto e sottomissione a quell'Angelo che apparteneva senza dubbio agli Ordini supremi, data l'alta missione che era stato chiamato a compiere, a maggior ragione dovrei farlo io quando mi presento davanti a Lui e medito la sua Passione. Esaminandomi attentamente, mi vedo, riguardo al corpo, solo fango destinato alla putrefazione e, quanto all'anima, un cumulo spregevole di cattiverie e di peccati. Dovrei perciò tremare di rispetto e stupirmi che Dio mi tolleri alla sua presenza. Invece come sto davanti a Lui? Sono raccolto e devoto? Se Gesù, che è il creatore degli angeli, si umilia tanto davanti ad uno di essi quasi fosse inferiore, con quanta umiltà dovrei comportarmi io verso il mio prossimo, se fossi convinto di essere il più ingrato ed il più vile di tutti? Purtroppo, invece, vedo che sono altezzoso e desideroso di emergere ad ogni costo, che sono convinto di aver sempre ragione e di meritare il plauso di tutti e che sono, inoltre, arrogante con i miei superiori.

Fintanto che dura la nostra vita terrena, abbiamo la possibilità di scegliere il calice di Gesù, che significa portare la croce per amor suo, oppure il calice del mondo, cioè darsi ai piaceri mondani. Chi si deciderà per il primo, anche se è stato un gran peccatore, sarà perdonato, si salverà e godrà una beatitudine eterna, ma chi sceglierà il secondo si perderà e berrà eternamente un calice di tormenti. Anima mia, tu quale preferisci? Il calice del mondo, tu lo sai, sembra dolce per il piacere procurato dalle passioni, ma in realtà è ingannevole e si svuota ben presto, lasciando amarezze e rimorsi. Anche il calice che ti offre Gesù sul momento può sembrare amaro, ma poi comunica una grande dolcezza; infatti non c'è gioia maggiore di quella che si prova nel servire fedelmente Dio. Com'è possibile, allora, essere indecisi sulla scelta?

 

Pratiche Farò ogni sforzo per possedere l'umiltà, poiché chi è umile, ritenendosi indegno di essere esaudito, non si stanca di pregare, perché non smette mai di sperare nella divina bontà. La perseveranza è figlia dell'umiltà.

è venuto un angelo a consolare Gesù, e Gesù viene a confortare me, promettendomi la vita eterna se sarò fedele nell'imitarlo. Rinnoverò atti di speranza e di carità.

Avrò devozione per il mio Angelo Custode anche perché mi insegna ad essere umile con il suo esempio, poiché si degna di aver cura giorno e notte di me, misero peccatore.

Devo decidermi a cambiar vita, perché, se continuassi così, rischierei di perdermi; rinnoverò poi il proposito di consolidare la mia fede imitando Gesù.

 

Agonia di Gesù nell'Orto del Getsemani La Passione di Gesù è piena di miracoli; ed è miracoloso anche il fatto che Egli riceva conforto dal messaggero celeste senza che, per questo, diminuisca la sua tristezza, anzi, lo stesso conforto contribuisce ad aumentarla. Quale sia stato questo conforto non possiamo saperlo con precisione, ma solo immaginarlo; il Vangelo infatti riporta soltanto che Gesù, appena fu consolato, cominciò ad agonizzare.

Secondo la Parola di Dio sarà coronato di gloria solo colui che avrà combattuto. E l'agonia di Gesù non è altro che una battaglia contro l'istinto e i sensi, che fanno gli ultimi sforzi per resistere alla morte. Insieme al calice della Passione, l'Angelo presenta a Gesù anche la sua morte, sotto un aspetto talmente angosciante da non potersi neppure immaginare. In quel momento vede i suoi nemici, guidati da Giuda, che escono armati dalla città per cercarlo, catturarlo ed ucciderlo; ne è talmente impaurito da cadere in uno stato d'angoscia simile alla morte.

Tutti naturalmente temono la morte, ma la paura è ancora maggiore quando alla lotta dell'istinto naturale si aggiunge anche quella della ragione. è questo il caso di Gesù: Egli capisce perfettamente quanto sia importante la sua vita che, per l'unione ipostatica, è la più degna del mondo di essere amata e stimata. Egli sa che la sua vita terrena è più preziosa di quella degli angeli, per la grande gloria che essa, in ogni momento, dà a Dio; e benché riconosca che è un'ottima cosa sacrificarla per liberare le anime dal peccato, tuttavia sa che è un bene infinitamente superiore a tutti i peccati del mondo. Non c'è tanta distanza fra la terra e il cielo, più di quanta ce ne sia tra la sua vita e la nostra. Gesù, perciò, più vede che la sua vita merita di essere amata, più vi si aggrappa per motivi naturali e insieme soprannaturali. è comprensibile quindi che, al pensiero di doverla consegnare nelle mani dei nemici, provi un dolore tanto acuto da cadere in un'atroce agonia, nella quale sarebbe morto anche il più forte degli uomini.

è stato molto doloroso per Gesù il pensiero di dover perdere la sua preziosissima vita; ma ad aggravare questa pena interviene un altro motivo: la sua innocenza. Un malfattore che deve essere messo a morte si turba certamente, pensando che di lì a poco dovrà morire. Però riesce anche a rassegnarsi, aiutato dal rimorso che lo convince di aver meritato la morte con i suoi delitti. Non è così per un innocente, il quale si angoscia ancora di più, perché giustamente sa di non meritare quella condanna. Perciò quanto deve aver sofferto Gesù, visto che era in assoluto il più innocente degli uomini!

Quello che fa agonizzare Gesù non è tanto la morte, quanto il dover morire in croce, supplizio che in quei tempi era il più crudele e il più vergognoso di tatti, perché veniva inflitto ai peggiori delinquenti. Un principe che deve essere giustiziato dai suoi nemici può accettare con coraggio la sentenza, a patto di morire decapitato, perché non potrebbe sopportare l'umiliazione di essere impiccato sulla forca. Gesù perciò deve fare una doppia violenza su se stesso: la prima per consegnarsi ubbidiente alla morte ormai decisa, e la seconda per accettare di morire proprio sulla croce. A questo sforzo sovrumano bisogna quindi attribuire il suo stato di agonia.

Ogni male è entrato nel mondo a causa della disubbidienza di Adamo, e Gesù ha voluto ripararlo con la sua ubbidienza. Il più terribile di tutti i mali è la morte; essa perciò non fu voluta perciò da Dio, ma fu introdotta nel mondo proprio dal peccato. E la nostra agonia, a causa delle nostre colpe, avrebbe dovuto essere piena di amarezze, se non fosse intervenuto Gesù ad addolcire con la sua agonia le pene da noi meritate. Egli spontaneamente accetta di soffrire, oltre che per procurarci la salvezza, anche per dimostrarci che solo accettando con fiducia la volontà di Dio, possiamo superare la paura della morte; e vuole anche insegnarci che se viviamo cristianamente non dobbiamo temere nessuna morte, naturale o violenta che sia.

Riflessioni Quando si dice che Gesù agonizzò, si deve prendere alla lettera questa espressione, poiché Egli si ridusse realmente nello stato pietoso, fatto di pena e di affanno, in cui si trovano gli agonizzanti. Quest'agonia fu una conseguenza della sua ardente carità che gli aveva fatto dichiarare di morire volentieri pur di ridare la vita al mondo. E poiché sapeva di non poter morire due volte, volle patire due volte almeno l'agonia, assaporando la prima nell'orto e la seconda sul Calvario. L'agonia che Gesù sopportò sulla croce fu causata dall'empietà dei crocifissori, quella dell'orto ebbe origine dalla sua carità. E fu questa invincibile carità che fortificò il suo cuore nella lotta contro i sensi e che gli fece desiderare di morire sulla croce. Nell'attimo stesso in cui ubbidì, accettando il calice della Passione e della morte per salvarci, cominciò a redimere le nostre anime cadendo volontariamente in quella terribile agonia.

La volontà di Gesù accetta la morte sia per la salvezza delle anime, sia per la gloria di Dio, ma scatena un conflitto contro i sensi che invece la rifiutano; e la lotta fa agonizzare Gesù in maniera atroce, anche perché non riceve alcun aiuto né dalla Divinità né dalla ragione umana. Tutto è disposto in modo tale che a soffrire sia soltanto l'uomo, lasciato nella sua realtà terrena, affinché nessuno rinunci ad imitarlo dicendo che per Lui, essendo Dio, è stato più facile soffrire. Bisogna riflettere molto bene sull'agonia di Gesù: Egli vuole che i suoi sensi la rifiutino a tal punto da provare il massimo della sofferenza, quando devono piegarsi alla volontà divina. è così che ci comportiamo noi quando il nostro istinto si ribella al volere di Dio? Io, in maniera particolare, sono facile a cedere davanti al rifiuto che oppongono i sensi. So che dovrei resistere, ma non lo faccio. Sono talmente preoccupato per la mia reputazione e per la mia salute, che mi lascio sempre vincere dalla paura che tutto possa nuocermi quando si tratta di mortificarmi. Questi timori nascono da una pigrizia molto radicata e da un amore eccessivo per me stesso; così i desideri dei miei sensi diventano sempre più forti, tanto che spesso hanno il sopravvento.

Pensa, anima mia, a quanto sei importante per Gesù. La sua vita gli è tanto cara, ma tu lo sei ancora di più, poiché per salvarti accetta la morte. Pensa anche al benefico esempio che mi viene offerto affinché io stesso collabori alla mia salvezza. Gesù ha mille ragioni di amare e di voler conservare la sua vita tanto preziosa, tuttavia non esita un attimo ad ubbidire al Padre, che gliela chiede per liberare te dalla morte eterna. Ed è proprio l'amore all'ubbidienza che gli fa disprezzare la sua vita come se appartenesse all'uomo più vile del mondo.

Gesù sa di dover morire non per i suoi peccati, ma per quelli del mondo, per i quali, come mallevadore, si è spontaneamente offerto per rendere soddisfazione alla giustizia divina. Ma questo non riesce affatto a consolarlo. Quando un vero debitore è costretto a pagare, si rassegna, perché dice tra sé: "Io ho fatto il debito, ed è giusto che sia io a saldare il conto". è molto penoso, invece, per colui che garantisce per un altro dover dire: "Gli altri hanno fatto i debiti, ed io devo pagarli". Ed è questa riflessione che accresce i dolori di Gesù; per patire di più Egli considera la morte non tanto come conseguenza della sua carità, quanto come il riscatto da Lui dovuto alla giustizia di Dio.

Potrebbe sembrare che la Passione non procuri tanta pena a Gesù, visto che Egli la sceglie e la vuole liberamente. Proviamo a pensare ad un ammalato che viene sottoposto ad un intervento chirurgico: questi non può sentire di meno il dolore del taglio o della bruciatura per il solo fatto di aver dato il suo consenso. Gesù patisce perché vuole patire, ma ciò non lo rende insensibile al dolore, anzi soffre di più perché sa che maggiore è la sofferenza, più abbondanti sono la redenzione umana e la soddisfazione divina; inoltre vuole dare a noi un eccellente esempio di fortezza.

Meditiamo seriamente sull'agonia di Gesù. Egli soffre quelle ansie e quelle paure che anch'io dovrò soffrire quando si avvicinerà la mia morte. Nell'ultima ora della vita la mia natura sarà sconvolta, perché dovrà spezzarsi quel vincolo che lega lo spirito alla carne; l'anima si spaventerà, perché dovrà, di lì a poco, comparire davanti al tribunale di Dio ed entrare nell'eternità. In quell'ora io sarò molto avvilito, perché proverò tanti rimorsi per il mio passato e non potrò sperare nell'avvenire. Se desideriamo essere aiutati e consolati in quell'ultima lotta, dobbiamo confidare nei meriti di Gesù e procurare di imitarlo. Come Egli anticipa con una forte immaginazione l'agonia che patirà più tardi sul Calvario, così anche noi dobbiamo prepararci alla nostra ultima agonia, pensandoci spesso ed immaginando ciò che allora troveremo, in modo che non ci colga all'improvviso. è triste l'agonia di chi arriva all'ultima ora senza averci mai pensato, è serena invece quella di coloro che vi si sono preparati.

Pratiche è giusto che io ammiri, ringrazi e provi compassione per Gesù, ma devo anche mortificarmi in' qualche cosa e patire per amor suo, imitando Lui che ha voluto soffrire tanto per me.

Combatterò la mia paura della morte, della malattia, dell'umiliazione e del disprezzo. Inoltre mi sforzerò di vincere la resistenza dei miei sensi, per imitare Gesù anche in questo.

Non devo temere di consumare la mia vita al servizio di Dio, anzi lo devo desiderare. Invece sono tanti nel mondo coloro che sprecano la vita servendo le loro passioni e quindi il demonio.

Voglio imitare Gesù soffrendo, non certo da innocente, ma solo da penitente. Sono io che ho peccato, e quindi tocca a me espiare le mie colpe, come meglio posso, insieme a Gesù.

Io non so di che morte dovrò morire, ma mi rassegno a qualunque essa sia, e prego Dio di concedermi di vivere e di morire nella sua grazia e nel suo amore.

Ogni giorno, anche se per pochi minuti, immaginerò di dover morire in breve tempo, così farò nascere in me il disprezzo per le vanità del mondo e la stima per le cose eterne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù suda sangue nell'Orto del Getsemani Una particolare disposizione fisiologica fa sì che il nostro corpo sudi quando è oppresso da un forte timore o da una grande lotta interiore. Gesù, che aveva immaginato con tanta precisione la sua Passione e la sua morte ormai imminenti, sentì stringersi il cuore per l'orrore e lo spavento, a tal punto che il suo corpo cominciò a sudare sangue.

Nel calice l'Angelo presenta a Gesù due bevande particolarmente amare: la prima è preparata con le sofferenze che dovrà subire nella Passione e la seconda con il cumulo delle nostre colpe che deve espiare. Perciò Egli non suda sangue solo per la previsione delle atroci sofferenze che dovrà portare, ma ancora di più per le innumerevoli e gravi colpe che, per decreto divino, possono essere riscattate solo con l'effusione del suo preziosissimo sangue.

Dare uno sguardo generale ai peccati commessi durante tutta la vita, serve molto per suscitare il dolore; e questo è tanto più sincero, quanto più riconosciamo di aver offeso Dio che è degno di amore infinito. Quanto grande sarà stato dunque il dolore di Gesù nell'orto, visto che Egli si considera reo dei peccati non di uno solo, ma di tutti gli uomini del mondo? Gesù soffre per ogni offesa che viene fatta a Dio in proporzione a quanto lo conosce e lo ama; ora, poiché la sua sapienza e il suo amore sono infiniti, infinito dovrà essere anche il suo dolore. Egli vuole espiare per i peccati di tutti e li ha presi sopra di sé, come se veramente fossero suoi, e visto che ha il potere di aumentare quanto vuole la sua sofferenza, si può ben credere che abbia misurato l'intensità del dolore con la gravità ed il numero di quei peccati.

Non è possibile capire il dolore che causò a Gesù agonia e sudore di sangue nell'orto. Per averne un'idea, si potrebbe dire che nel Getsemani è misticamente avvenuto ciò che si fa nella vendemmia: l'uva, dopo essere stata staccata dalla vite, viene gettata nel tino e pigiata, poi viene posta dentro il torchio, e sotto la pressione di questo, il mosto sprizza fuori da ogni parte.

Nell'olocausto della legge antica si offriva e si bruciava la vittima tutta intera, e Dio l'accettava perché era figura di Gesù. Ora, quella figura la si deve considerare realizzata.

Gesù nell'orto sacrifica alla Maestà divina se stesso interamente, senza alcuna riserva. Mentre patisce nel corpo grondante di sangue, patisce anche nell'anima, oppressa da un'infinita tristezza perché sente vicina la morte; soffre infine nella mente che è addolorata per l'infinita malizia dei peccati. Ogni parte del suo corpo, quindi, e ogni facoltà della sua anima soffrono una Passione molto dura che Egli offre al Padre in olocausto perfetto.

Dopo aver considerato i motivi per i quali la volontà di Gesù è tanto angustiata dal dolore e dall'odio dei peccati, dobbiamo ancora aggiungere una cosa molto importante: la sua volontà ama infinitamente Dio e desidera la sua gloria. Affinché l'umanità di Gesù fosse un olocausto perfetto in espiazione delle nostre colpe, anche l'anima doveva essere sacrificata, quasi consumata. Per riuscire a capire ancora meglio il sacrificio di Gesù, dobbiamo pensare che la sua anima umana era sta creata apposta da Dio, perché lo amasse in un modo ineffabile e che, perciò sia stato proprio l'amore per Dio l'arma che l'ha ferita ed il fuoco che l'ha quasi completamente consumata. Quindi l'amore per Dio e il dolore di contrizione per le offese fatte a Lui avevano la stessa intensità.

Chi ama Dio, ama anche tutto ciò che è da Lui amato. Per questo Gesù prova un amore fortissimo per le nostre anime, visto che a Dio stanno tanto a cuore da crearle a sua immagine. Solo per redimerle dalla morte eterna Egli è venuto dal cielo, solo per la loro salvezza ha faticato durante tutta la vita ed è ora disposto a patire e a morire unicamente per compiere questa missione.

Gesù versa il suo sangue nell'orto per lo stesso motivo per cui versò calde lacrime su Gerusalemme, e cioè a causa dei pensieri angosciosi che contribuiscono ad aumentare le sue sofferenze. Egli vede che deve morire per tutti, affinché tutti si salvino; ma vede anche che, per loro colpa, non tutti si salveranno e inoltre che la sua morte sarà per molti oggetto di scandalo, poiché li renderà più colpevoli e più meritevoli dell'Inferno. Quale pena per il suo cuore amoroso! Morire per gli amici più cari potrebbe essere dolce, ma doverlo fare per tutti, compresi i malvagi che diventeranno suoi nemici per l'eternità, gli procura sofferenze terribili.

Possiamo dire che il motivo fondamentale per cui Gesù agonizza e suda san&ue nell'orto sia la carità, che è l'amore per Dio e per le anime. E questa che, come un fuoco ardente, consuma il suo cuore e lo tormenta con un vivo desiderio di patire e di riparare per noi nei confronti dell'Eterno Padre. Gesù è ansioso di spargere il suo sangue più di quanto i suoi nemici siano ansiosi di ucciderlo; e se la paura delle sofferenze fisiche tormenta la sua natura umana, ancora di più geme la natura divina perché la Passione tarda a venire.

Più forte soffiano i venti, più vigoroso divampa il fuoco. Così succede anche per la carità di Gesù, che cresce con l'aumentare dell'ingratitudine umana, chiamata dai santi Padri "vento maligno", perché è tanto forte da prosciugare le sorgenti della misericordia divina.

Riflessioni L'istinto non vorrebbe patire, perciò combatte con la ragione che invece vuole imporglielo per ubbidire a Dio. Nella lotta prevale quest'ultima e i sensi sono vinti e prostrati da tanta violenza; è per questo che Gesù suda, ed il suo sudore è sangue che sgorga da tutti i pori del corpo. Lo spavento gli ha fatto affluire il sangue attorno al cuore, e, nello sforzo estremo che Egli fa per superarlo, quasi gli scoppiano le vene e il sangue esce dai pori fino a cadere in gocce sul terreno. Non è un effetto di debolezza o di fragilità questo sudore di sangue, ma è un segno della forza d'animo che ha aiutato la ragione ad avere la meglio. Una Passione così straordinaria non è opera della natura, ma solo della volontà. Infatti Gesù vuole che la sua umanità patisca quanto più le è possibile ed ha volontariamente spinto questa possibilità di sofferenza fino a sudare sangue. Guarda, anima mia, il tuo Signore insanguinato non a causa dei flagelli, delle spine o dei chiodi: è il sangue che Egli stesso ha spremuto dal suo cuore per mostrare a tutti l'irruenza della sua pena interiore, prodotta dal suo amore per noi. In questo stato Gesù rivolgendosi a te dice: "Dimmi, anima cara: c'è stato forse qualcuno che abbia sudato sangue come me? C'è stato mai un dolore simile al mio?".

Il sudore di sangue per le sue sofferenze fisiche è un effetto dell'ubbidienza a cui Gesù costringe la sua sensibilità umana, invece il sudore per le nostre colpe è prodotto dall'intimo e profondo dolore con cui Gesù cancella i peccati e placa la giustizia divina. Il nostro Salvatore, che ha sempre provato la massima repulsione per ogni offesa fatta a Dio, sentendosi ora carico di tutti i peccati del mondo, prova un orrore così grande che il suo corpo trasuda sangue, e questo è talmente abbondante da scorrere a terra. Il sudore era stato dato all'uomo come castigo per il peccato di Adamo, ora Gesù, come pena per tutti i peccati, offre al Padre il suo sudore mescolato a lacrime e a sangue. Per noi il suo dolore rimane un mistero, possiamo solo dire che Egli si strugge piangendo i nostri peccati con lacrime di sangue. Anima mia, pensa che grande male è il peccato, se fa agonizzare e sudare sangue addirittura al Figlio di Dio fatto uomo.

Se si unisse insieme tutto il dolore di pentimento che hanno avuto, che avranno e che dovrebbero avere ora tutti i peccatori del mondo, sarebbe sempre poco se paragonato al dolore che ebbe Gesù. Si legge che alcuni, per il dolore dei loro peccati, si siano sottoposti a penitenze molto dure e che altri sarebbero addirittura morti. Sotto il peso del suo dolore immensamente più intenso, come confermano l'agonia e il sudore di sangue, sarebbe morto in ogni istante anche Gesù, se la Divinità non avesse fatto continui miracoli per tenerlo in vita. Anima mia, domanda a Gesù da dove gli venga tanta tristezza da farlo sudare sangue, e vedi come ne sia tutta irrorata la terra dove sta inginocchiato. Nell'attimo stesso in cui Egli si è rassegnato a dare il sangue per noi, immediatamente l'ha versato. E come è vero che l'ha sparso tutto per me, è altrettanto vero che quel sangue non mi sarebbe di alcuna utilità per il perdono dei miei peccati, se anch'io non ne provassi dolore; invece sono indifferente, anzi, neppure ci penso.

Allo stesso modo il Cuore di Gesù, grappolo di uva dolcissima, era oppresso dal pesantissimo torchio delle nostre colpe, di cui comprendeva la gravità. A tutto questo si aggiungeva il peso della giustizia divina, per cui quel tenero cuore fu talmente compresso dal dolore che il sangue sprizzò fuori da tutti i pori del corpo così abbondante da scorrere a terra.

Riflessione Quando la nostra volontà contrasta con quella divina, è allora che pecchiamo. E il peccato non può essere cancellato se non con un atto opposto della nostra stessa volontà, che si pente per l'offesa fatta a Dio. Gesù, quindi, per tutta la vita ha impegnato la sua volontà nel rammaricarsi per le nostre colpe, e lo fa anche ora nell'orto, ma in modo del tutto speciale, con atti di dolore così intensi da fargli sudare sangue. Tutte le sofferenze di Gesù, sia esterne che interiori, sono state gravi in maniera assoluta, e non possono in alcun modo essere paragonate alle nostre. Tra tutte le sue pene, però, dobbiamo meditare soprattutto su quelle che Gesù ha sopportato alla vista dei nostri peccati, perché siamo tenuti anche noi a patire per lo stesso motivo. Possiamo avere qualche giustificazione quando non riusciamo ad essergli vicino negli altri dolori, ma non ne abbiamo affatto se non imitiamo il Salvatore nel soffrire per i nostri peccati, perché, se vogliamo salvarci, è assolutamente necessario avere una volontà penitente, che si angoscia per qualunque offesa fatta a Dio.

Nei martiri l'amore di Dio mitigava i dolori, in Gesù lo stesso amore li aumenta, facendogli vedere un folto esercito di peccatori pronto a combattere contro l'Onnipotente per

sbalzarlo dal suo trono e, se fosse possibile, per ucciderlo ed annientarlo. Egli ama Dio in una maniera del tutto particolare, dato che la sua anima è intimamente unita al Verbo, perciò, vedendo quanto il Creatore sia disprezzato ed offeso dalle sue ingrate creature, prova un dolore così acuto da agonizzare e sudare sangue fino al punto di sentirsi mancare.

Gesù vede un numero infinito di anime di infedeli

che non lo avrebbero mai conosciuto, di Ebrei, suoi fratelli secondo la carne, e specialmente di cristiani, ancor più legati a Lui secondo lo spirito, che non avrebbero approfittato della sua Passione e si sarebbero dannati. Nessuno può immaginare quanto soffra a causa della compassione che prova per loro; possiamo solo vedere il suo dolore proporzionato al livello della sua carità, al numero delle anime ostinate nel male che si sarebbero perdute e all'orrore delle pene infernali che queste avrebbero dovuto subire. L'apostolo Paolo, per la compassione verso alcuni Israeliti che stavano per dannarsi, si addolorò tanto che desiderò salvarli anche a costo della sua anima, se avesse potuto togliersela senza peccare. Si legge che anche Mosè ardeva di altrettanto zelo. E Gesù, che aveva verso le anime una carità immensamente superiore, che cosa avrà patito? Un dolore tale da angosciarlo, sfinirlo e fargli sudar sangue.

Gesù, come Salvatore del mondo, vuole che tutti si salvino, ma, uniformandosi al volere del Padre, non vuole che chi lo rifiuta venga salvato per forza. Egli desidera che ognuno guadagni la salvezza usando la buona volontà. Purtroppo vede che pochi ce l'hanno e che molti, invece, sono determinati al male; ed è per questo che il suo dolore aumenta fino a farlo svenire e sudare sangue. La sua carità, infatti, vorrebbe che neppure uno si perdesse. L'Angelo cerca di confortarlo, ma ora questo amoroso Pastore che, lasciata la reggia celeste, è venuto qui in terra a cercare la pecorella smarrita non può badare agli angeli. Egli cerca anime: se venisse a Lui un Giuda o qualche altro grande peccatore umiliato e contrito, lo accoglierebbe con una gioia tale da far diventare dolce la sua sofferenza.

Tutto questo Egli l'aveva predetto, quando aveva definito la sua Passione un battesimo, per far capire che sarebbe stato immerso totalmente nel proprio sangue. Parlò anche delle intollerabili angosce provocate dalla carità, per cui le ore parevano anni nell'attesa del martirio tanto sospirato. La nostra mente, però, non può comprendere l'immensità del suo dolore, perché non può comprendere le dimensioni del suo amore. è l'amore che gli fa sudare sangue, perché non sopporta che la redenzione delle anime sia ritardata anche di pochi minuti.

Alla mente di Gesù si presentano numerosi sia i peccati che verranno commessi sia i peccatori che non si salveranno nonostante la sua Passione; ma non per questo la sua carità si indebolisce, anzi, arde ancora di più. La ragione umana e i sensi vorrebbero in qualche modo costringerlo a non accettare sofferenze che per molti sarebbero state inutili, ma la sua carità lo infiamma e lo consuma, come il fuoco la cera. In questa lotta della sua carità con l'ingratitudine umana Gesù vede che Egli stesso, Redentore misericordioso, dovrà essere anche Giudice giusto nel condannare molte anime peccatrici da Lui redente. Nell'orto sente quella sentenza di condanna in modo chiaro e preciso, come se dovesse pronunciarla in quell'istante. Che tormento per la sua carità! Gesù non aspetta che arrivino i carnefici ad infierire su di Lui, ma li previene per dimostrare, con un'abbondante effusione di ` sangue, quanto la sua carità sia ben più grande della loro crudeltà.

Pratiche Per imitare Gesù opporrò resistenza ai miei sensi in tutto ciò che è contrario alla divina volontà. Finora non ho resistito alle mie cattive inclinazioni e sono ben lontano dal sudare sangue nel violentare me stesso.

Mostrerò il mio pentimento con le mortificazioni e le preghiere; unendole, anche se povere, a quelle di Gesù, affinché Dio le accetti in espiazione dei miei peccati.

Rifletterò spesso su tutti i peccati della mia vita, dei quali mi pento poco, perché troppo poco ci penso. Prometto di pensarci di più e di ripetere: "Dio mio, quante, quante volte ti ho offeso!".

Non posso provare un dolore perfetto dei miei peccati senza una grazia particolare di Dio, grazia che, in verità, non

merito. Voglio comunque domandargliela con fervore e fiducia per i meriti di Gesù.

è lodevole la penitenza corporale, ma quella spirituale, che consiste nel dolore dei peccati, è necessaria, anzi indispensabile e deve essere perfetta. Mi dedicherò a questa penitenza per tutta la vita.

Cercherò in me il motivo per cui non amo Dio. Se troverò che deriva dal troppo amore per le creature, distaccherò il mio cuore da esse, specialmente da quelle che mi allontanano da Lui.

Gesù per la salvezza della mia anima non si è risparmiato né fatiche, né lacrime, né sudore di sangue; ed io che cosa faccio per salvarmi? E che cosa intendo fare per l'avvenire?

Verificherò se sono veramente deciso a guadagnare la salvezza. Non ha una vera volontà di salvarsi chi non vuole adoperare i mezzi più efficaci, cioè fuggire i vizi e acquistare le virtù.

Devo provare dispiacere per il poco amore che ho per Gesù; ma non posso illudermi di amarlo se non mi sforzo davvero di imitarlo nelle sue virtù. La carità fraterna fondata sull'umiltà è la virtù da Lui più gradita.

Terrò sempre presente Gesù agonizzante che alla fine dei secoli, con l'autorità di giudice, condannerà chi non avrà voluto convertirsi, rifiutando così la sua misericordia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Ragioni misteriose dell'agonia di Gesù nell'Orto del Getsemani Mentre meditiamo la Passione di Gesù, non dobbiamo dimenticare che nell'orto nulla è avvenuto per caso. Il Getsemani, dove Gesù ha patito tristezze, paure e sudori di sangue, e dove è stato catturato dai suoi nemici per essere condotto alla morte, è situato alle falde del monte Oliveto, monte su cui poi è salito ed ha lasciato impresse le sue orme, quando trionfante è asceso al cielo, come aveva predetto il Profeta.

Bisogna riflettere anche su un'altra importante circostanza: presso l'orto del Getsemani, dove scorre il, torrente ° Cedron, c'è la valle di Giosafat, in cui secondo la tradizione avverrà il giudizio universale.

Riflessioni Per il fatto che Gesù abbia patito nell'Oliveto e che dallo stesso Oliveto sia salito all'eterna gloria, dobbiamo persuaderci che la strada che ci porta in Paradiso è quella della sofferenza. Per questa strada ha dovuto camminare Gesù, e questa stessa dobbiamo percorrere anche noi, come Lui. Non si può godere in questo mondo e anche nell'altro, perciò dobbiamo rinunciare ai piaceri terreni che sono effimeri, oppure a quelli celesti, che sono eterni. Il segno più sicuro che un giorno ci salveremo è la nostra partecipazione alla Passione di Gesù; infatti, se in questa vita saremo stati compagni di Gesù nella sofferenza, ' ancor di più lo saremo nella gioia eterna.

Il giudizio si svolgerà vicino al luogo dove Gesù ha effuso il suo sangue per una ragione molto importante, perché sarà proprio con quel sangue che verrà scritta la sentenza di salvezza per gli eletti e di condanna per i reprobi. Colui che era già venuto come Salvatore si mostrerà nella sua dignità di giudice e ci rivelerà tutto della sua dolorosissima Passione, anche quello che ora non riusciamo a capire. Prima chiederà a ciascuno di noi se Egli avrebbe potuto fare ancora di più per la salvezza delle anime, e poi vorrà sapere quanto vantaggio avrà tratto dai Sacramenti, dalle indulgenze, dagli insegnamenti, dalle ispirazioni e da tutte le grazie che sono il frutto della redenzione da Lui operata ad un prezzo così alto. Ci farà vedere quindi come abbia pagato i nostri debiti col suo sangue, Lui che non doveva niente a nessuno. E mostrandoci infine quanto noi fossimo in dovere di corrispondere e cooperare alla sua opera redentrice, renderà più evidente la nostra ingratitudine, confrontandola con la sua immensa misericordia; e la sua santa Passione costringerà i malvagi a coprirsi il volto per la vergogna.

Pratiche Quando il timore, la natura o le passioni con la loro forte opposizione vorranno distogliermi dalla vita penitente e devota, alzerò gli occhi della fede ad ammirare il Paradiso dove Gesù mi aspetta; e quella visione addolcirà la mia pena.

Nel meditare la Passione di Gesù, mi ricorderò spesso del giudizio universale. E pensando che dovrò rendere conto di ogni goccia del suo sangue prezioso, sarò più deciso a camminare sulla via delle virtù, anche a costo di sacrifici e di rinunce.

 

Gesù va incontro ai suoi nemici Mentre Gesù prega e soffre nell'orto, un folto gruppo di persone si raduna per andare a prenderlo, visto che Giuda aveva avvertito che quello sarebbe stato il momento più opportuno per catturarlo senza fare troppo chiasso. Gli Ebrei, armati di spade, bastoni e lanterne, si avviano verso il Getsemani, guidati dallo stesso Giuda che conosce bene le abitudini del Maestro.

I Giudei si avvicinano all'orto furiosi contro Gesù desiderosi di mettergli le mani addosso e di prenderlo; Gesù, invece, va loro incontro amabile e mansueto, ansioso di essere catturato.

Giuda sa che Gesù non potrà essere preso se non lo permetterà Egli stesso; tuttavia, accecato dalla propria malvagità, si circonda di gente armata, credendo di doverlo catturare con la forza. In mezzo a quella gente si trovano anche molti sacerdoti e farisei, che altre volte avevano inutilmente mandato i loro sicari ad arrestare Gesù. Ora, poiché non si fidano di quel traditore, vogliono assistere di persona alla cattura del Maestro, per essere sicuri di averlo finalmente nelle loro mani.

Ai suoi nemici stesi a terra, Gesù domanda un'altra volta chi cerchino; tutti allora si rialzano più inferociti di prima. Egli ha voluto dimostrare che non potrebbero far nulla contro di Lui, se non lo volesse. E questo sarà di conforto per gli Apostoli durante tutta la Passione, poiché sapranno che nessuno lo avrebbe fatto soffrire né morire senza il suo permesso.

Riflessioni Gesù sa tutto ciò che si sta tramando contro di Lui, tutto ciò che si dice e che si pensa, perciò vede in anticipo che Giuda si sta avvicinando; interrompe quindi la preghiera e va a svegliare gli Apostoli che dormono ancora, li avvisa e li incoraggia a sostenere la dura prova che li aspetta. Egli non si nasconde e non fugge, ma, allontanata la paura, che fino a poco prima lo aveva martoriato, va incontro ai suoi nemici con dignità e coraggio. Adesso dobbiamo cercare di capire che cosa Gesù vuole insegnarci. Egli prima aveva raccomandato agli Apostoli di pregare, per avere la forza di non cedere nella lotta che avrebbero dovuto sostenere, ora fa vedere col suo esempio, sia agli Apostoli che a tutti noi, quanto sia efficace la preghiera per moderare le passioni, per far svanire la tristezza e per fortificare lo spirito nell'obbedienza alla volontà divina. Egli era entrato nell'orto pieno di paura al pensiero di quanto avrebbe sofferto nella sua Passione e Morte. Nell'orto ha pregato tre volte, dopo di che va incontro con serenità e forza d'animo a tutto ciò che prima gli aveva causato tante angosce.

Soltanto chi non sa, o non vuol sapere, quanto sia grande il desiderio di Gesù di obbedire alla volontà divina per redimere il mondo, può chiedersi chi abbia desiderato di più la sua cattura, se Lui o i suoi nemici. Consideriamo da una parte i Giudei carichi d'odio, e dall'altra Gesù che s'avvicina ad essi con il volto sorridente e lo spirito pronto. Egli è il primo a parlare, domandando loro con amabilità chi cerchino; sembra quasi che si prepari a ricevere un augurio di felicità o un regalo prezioso. Una volta, quando la folla voleva farlo re, era fuggito, ma ora non fugge, anche se si aspetta di essere incatenato e condotto alla morte. Allora era stata l'umiltà a farlo fuggire, ora è la carità che lo trattiene e lo rende audace; è la carità che lo manda incontro ai tormenti e alle umiliazioni. Infine vuole dimostrare agli Apostoli sbigottiti che si arrende non perché vi è costretto, ma perché così ha liberamente scelto per obbedire alla volontà di Dio.

Tutti sono certi che Gesù questa volta non potrà sfuggire, perciò si burlano di Lui che si spaccia per Dio. Ma Gesù conosce i loro pensieri malvagi e vuole confonderli. Chiede loro chi cercano; e dopo che essi hanno risposto: "Gesù Nazzareno", aggiunge due sole parole: "Sono io". Allora, sull'istante, come fossero spinti da una forza invisibile, tutti stramazzano a terra. Gesù non chiama gli Angeli dal cielo per difenderlo, gli basta la sua voce per dimostrare che è Dio. Egli aveva sempre voluto far vedere chiaramente che in Lui la natura umana era unita a quella divina. E anche ora, dopo essersi dimostrato agli Apostoli vero Uomo per la sofferenza provata, manifesta loro anche la sua divinità dando alla sua voce una tale forza da spaventare a morte i suoi nemici. Aveva interrogato costoro come un uomo qualunque che chiede spiegazioni e poi li abbatte con la sua onnipotenza.

Se Gesù soltanto con la voce ha fatto stramazzare a terra tutti coloro che erano venuti a prenderlo e che lo avevano visto disposto a lasciarsi catturare, immaginiamo lo spavento che dovrà causare la sua voce, quando verrà a giudicare tutto il mondo. Se ora Gesù incute paura nonostante il suo atteggiamento di umiltà, quale sarà la paura dei peccatori quando, nel giorno del giudizio, vedranno comparire con l'autorità di giudice proprio Colui che hanno tanto offeso? Sarà tremenda la sua voce che dirà: "Via, lontano da me, maledetti!". E con essa, in un attimo, li farà sprofondare nell'Inferno.

Pratiche Quando mi sembrerà impossibile vincere il mio istinto e mortificarmi, dirò alla mia anima ciò che Gesù ha detto agli Apostoli: "Su, alzatevi e andiamo; ora è tempo di combattere, non di dormire".

Per amare Dio devo essere disposto ad obbedirlo senza riserve. Ma per fare la sua volontà devo rinnegare la mia. E in che cosa sono disposto a farlo per piacere a Lui?

Il desiderio di amare Dio non ci è di alcuna utilità fino a quando permettiamo alle passioni di dominarci; dobbiamo perciò sconfiggerle con la mortificazione, solo per espiare i nostri peccati, senza pretendere subito di sentirci uniti a Dio e di essere da Lui illuminati.

Nel giorno del giudizio vedremo la potenza dell'UomoDio che umilia i superbi ed esalta gli umili. Mi sforzerò, quindi, di essere umile per poterlo adorare fin d'ora con timore e speranza.

 

Gesù riceve il bacio di Giuda Giuda aveva detto ai soldati che erano con lui: "Quello che bacerò è colui che dovete prendere". Aveva anche raccomandato loro di legarlo molto bene e di vigilare durante il percorso, per non lasciarselo sfuggire. Ora, precedendo il gruppo, si avvicina a Gesù per dargli il bacio del tradimento.

Giuda, avvicinatosi al Salvatore, prima di dargli il bacio, lo saluta con queste parole: "Dio ti salvi, Maestro".

Giuda, avvicinatosi a Gesù, lo abbracciò e gli diede un bacio sul viso.

Giuda ha salutato Gesù chiamandolo Maestro, e Gesù cortesemente gli ha risposto chiamandolo amico. Con sant'Ambrogio possiamo pensare che non sia inverosimile che il Maestro, con la sua carità senza limiti, abbia ricambiato il bacio, per far nascere in lui, con questo gesto d'amore, il pentimento ed il rimorso.

Riflessioni Anima mia, fermati a riflettere un po' sul comportamento di Giuda; guarda quell'ipocrita che va incontro al suo Maestro con un volto gioviale per nascondere il tradimento e che lo consegna nelle mani dei suoi nemici con un bacio, il più bel segno d'amore. Lo aveva già predetto il Profeta, che con questo segno il Messia sarebbe stato tradito. Ma devi anche pensare che, pochi minuti prima, anche Giuda era caduto a terra come gli altri, quando il Salvatore aveva pronunciato le parole "sono io". Senza dubbio era rimasto sbalordito e spaventato davanti a quella manifestazione dell'onnipotenza di Gesù; è inconcepibile, quindi, che non abbia aperto gli occhi del cuore e non si sia convertito, spinto da un profondo timore di Dio. Se io mi sentissi gettare a terra da una mano invisibile mentre sto per commettere un peccato, credo che mi mancherebbe il coraggio di offendere Dio. Eppure Giuda, insensibile alla grazia, rende ancora più decisa la sua perfidia. Ma non dobbiamo meravigliarci, perché, quando siamo dominati da una passione, questa ci acceca, e rende inefficaci anche i più forti richiami alla conversione. Giuda è dominato dall'avarizia, e, poiché ha tradito per avidità di denaro, adesso che ha compiuto il misfatto, non vede l'ora di andare a riscuotere ciò che gli era stato promesso. è arrivato al punto di servirsi della più dolce tra le espressione d'amore, per commettere la più grande di tutte le malvagità. Se all'inizio del suo apostolato qualcuno avesse detto a Giuda che si sarebbe traviato fino al punto di diventare indifferente sia alla voce della misericordia che ai miracoli dell'onnipotenza, egli indubbiamente non ci avrebbe creduto. Eppure ciò è avvenuto dopo appena tre anni.

Si può essere più ipocriti di così? è un vero lupo vestito da pecora, che cerca di disperdere il gregge tendendo insidie al divino Pastore. Egli dà a Gesù un saluto d'amore, mentre prova per Lui un odio implacabile; gli augura la salute e lo consegna alla morte; gli dà il titolo di Maestro e calpesta i suoi santi insegnamenti. Immagina di trattare con un uomo comune che non vede la sua falsità, e crede di poterlo ingannare con un atteggiamento amichevole, mentre s'avvicina tendendogli le braccia. Quant'è grande l'amore di Gesù! Egli non scaccia la bestia feroce che lo assale, ma risponde con tenerezza a quell'ipocrita. Con voce dolcissima lo chiama per nome e gli dice: "Giuda, così dunque con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?". Il Salvatore si mostra a lui come uomo per la sua umiltà e mansuetudine, ma gli si manifesta anche come Dio perché ha scoperto la sua segreta decisione. A quale scopo risponde in modo tanto dolce e amichevole, quando Giuda meriterebbe solo risposte fredde e pungenti? Perché Giuda veda la carità e la pazienza di Gesù il quale spera ancora di intenerire il suo cuore e di indurlo a pentirsi. Purtroppo, nonostante tutto, quello sciagurato ha scelto ormai il male.

Giuda ha l'audacia di servirsi di un segno d'amore per trasformarlo in un segno di inaudita malvagità; usa un gesto di pace per rinnegare quella pace che aveva giurato di portare agli altri, quando aveva scelto la strada dell'apostolato. E come può quell'Agnello innocente tollerare di essere toccato ed abbracciato da questo tizzone d'Inferno? Angeli del paradiso, ammirate e lodate con me la carità e la dolcezza di Gesù. Egli non ritira il suo volto divino da quel bacio pieno di veleno e di odio, che avrebbe potuto nauseare gli stessi demoni, ma lo riceve con la massima tranquillità; si dimostra pacifico con chi si ostina a non voler vivere in pace con Lui. Con la pazienza veramente propria di un Dio, Gesù sopporta Giuda anche in quest'ultima ora; Egli sa bene che ormai non si convertirà più, ma gli offre ugualmente il suo generoso perdono e tollera il suo tradimento perché si realizzi la propria missione di salvezza. Anima mia, che cosa possiamo dedurre da tutto questo? Dimentica per un attimo la durezza di Giuda e ammira la benevolenza del Salvatore. Prova a riflettere ora su questo consolante pensiero: se Gesù ha accettato di farsi baciare da un ipocrita sacrilego ed ostinato che aveva sulle labbra il veleno del tradimento, come potrà non lasciarsi baciare da chi gli si avvicina con il cuore pentito e con un vivo desiderio di amarlo e di obbedirlo?

C'è una differenza profonda tra il bacio dato dal traditore che cerca di portare la morte, e quello del Salvatore che vuole donargli la vita. Inoltre Gesù accetta quel segno di morte, mentre Giuda rifiuta l'offerta della vita. Riflettiamo ora anche su quel saluto che è l'ultimo sforzo della benevolenza e dello zelo con cui Gesù cerca di indurre Giuda a convertirsi: "Amico, gli dice, che sei venuto a fare qui?". Lo chiama amico per assicurargli con delicatezza che lo ama ancora. Con questa parola tenta di fargli capire che è male essere nemico di Dio; gli offre il suo perdono e la sua amicizia, alla sola condizione che si penta di averlo offeso. Ma Giuda, nonostante abbia avuto tante prove della carità del Figlio di Dio, più crudele di una fiera, non si arrende. Alla fine la bontà di Dio viene confermata dalla sua infinita misericordia, e la malvagità di Giuda dal suo stesso peccato.

Pratiche Dio mi ha promesso il suo aiuto, ma anch'io devo collaborare cercando di scoprire qual è la mia passione predominante e poi mettere tutto il mio impegno per riuscire a dominarla.

Mi pentirò della mia ingratitudine che mi ha impedito di corrispondere a tante amorose ispirazioni di Dio. Potrò fuggire le occasioni di peccato solo ascoltando le parole che Gesù rivolge anche a me: "Così tu, dunque, mi vuoi tradire?".

Reciterò spesso tante giaculatorie che sono i baci e gli slanci del cuore. Ma è nella santa Comunione che posso dare a Gesù tanti baci di carità.

Consoliderò l'amicizia con Gesù rinnovando il proposito di non amareggiarlo mai più, ma anzi di consolarlo, imitando le sue virtù di cui mi offre un esempio nella Passione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è preso nell'Orto dai suoi nemici Appena Gesù ha ricevuto il bacio da Giuda, subito i Giudei corrono impetuosamente verso di Lui e lo circondano senza pietà. Ma non badiamo per ora alla ferocia di costoro, osserviamo piuttosto la carità di Gesù. Egli si preoccupa soltanto di garantire agli Apostoli la sicurezza, perciò comanda che non sia fatto alcun male a coloro che sono con Lui, ma che la furia dei suoi nemici si scateni solo contro la sua persona.

Mentre Gesù spontaneamente si lascia avvicinare e catturare, i Giudei gli sono subito addosso. Ma ecco che san Pietro, impetuoso come sempre, si fa avanti per difenderlo; e, poiché ha portato con sé una spada, forse per mantenere l'impegno di quella sua dichiarazione di essere pronto a dare la vita piuttosto che mancare di fedeltà, colpisce alla cieca uno dei più facinorosi e gli recide un orecchio. Egli crede di aver fatto un'azione degna di lode in difesa del suo Maestro, invece, anche se la sua intenzione è buona e lo scopo è giusto, Gesù lo rimprovera e gli dice chiaramente che, se volesse essere difeso da qualcuno, potrebbe contare su tutte le schiere celesti.

Gesù, dopo aver dichiarato a Pietro che non vuole essere difeso con le armi, si avvicina a colui al quale era stato reciso l'orecchio e, con un tocco della mano, lo guarisce perfettamente. Con questo gesto vuole dimostrarci di essere non solo mansueto ma anche benefico verso i suoi nemici.

Pietro vede la mansuetudine e la carità di Gesù nel miracolo dell'orecchio reciso e subito guarito, ma non sa ugualmente né rassegnarsi né convincersi che il Figlio di Dio deve cadere nelle mani dei suoi nemici. La fede e l'amore di quest'Apostolo verso il suo divino Maestro è grande, perciò lo addolora troppo il pensiero che Egli debba morire. Ciò nonostante Gesù lo rimprovera, come aveva già fatto un'altra volta, e gli dice con dolcezza: "Non devo forse bere il calice che il Padre mio mi ha dato?"

Nel momento stesso in cui viene catturato, Gesù, con animo sereno e con voce calma, parla ora a Giuda, ora agli Apostoli, ora agli stessi Giudei. Come se la sua vita non corresse alcun pericolo, non si preoccupa d'altro che di essere utile alle anime con le parole, con l'esempio e con i miracoli. Davanti a tutti, in prima fila, vede i capi della Sinagoga che avanzano verso di Lui per arrestarlo, e, ricordando con dolcezza la sua predicazione nel tempio, dice loro: "Se volete catturarmi con la forza come se fossi un ladro, vi siete armati inutilmente, perché le armi non vi servono per catturare uno che non fa resistenza e che anzi si consegna spontaneamente nelle vostre mani. Come non siete riusciti a catturarmi nel tempio, così nemmeno ora mi prendereste se io non lo volessi".

Che cosa sarebbe stato di noi, se Gesù non si fosse lasciato catturare? Egli si era già recato nell'orto con l'intenzione di offrirsi ai nemici e adesso dà loro il permesso di prenderlo. Immediatamente, come furie scatenate, costoro si avventano contro di Lui e, poiché temono che riesca a sfuggire dalle loro mani, lo legano strettamente con funi e catene. Esultanti di gioia, tutti vogliono mettergli le mani addosso, per potersi poi vantare di aver partecipato alla sua cattura. Lo percuotono con pugni, bastoni e spade, lo maltrattano e lo scaraventano a terra, come se fosse l'ultimo dei malfattori.

Sarebbe veramente strano se il buio non scomparisse in presenza di una luce sfolgorante; ebbene questo si verifica proprio per quei poveri Giudei che stanno intorno a Gesù. Essi, infatti, invece di lasciarsi illuminare per poter riconoscere il loro peccato, diventano sempre più ciechi, fino al punto di legare Gesù ai fianchi, al collo e ai polsi, continuando ad insultarlo e a maltrattarlo con accanimento.

Vedendo Gesù carico di funi, di catene e di oltraggi, dobbiamo dedurre che si è ormai avverato quanto sia Lui che il Profeta avevano predetto, che cioè sarebbe stato catturato dai peccatori solo a causa dei nostri peccati.

Gesù benedetto aveva già annunziato che tutti i suoi discepoli, sorpresi dalla tentazione ed intiepiditi nella fede, lo avrebbero abbandonato, come pecorelle impaurite che si sbandano di qua e di là quando il pastore è assalito da qualche animale feroce. Gli Apostoli in quell'occasione non gli credettero, e protestarono con ardente zelo che sarebbero morti con Lui piuttosto che abbandonarlo.

Riflessioni Il buon Pastore permette a quei lupi di avventarsi contro di Lui per straziarlo, tanto è grande la sua sollecitudine nel custodire le sue pecorelle e conservarle illese. Infatti nessuno degli Apostoli viene offeso o arrestato. E questo non succede certo perché i Giudei sono benevoli nei loro confronti, anzi, è lecito pensare che avrebbero voluto arrestare anche gli Apostoli come complici di un malfattore. Ma Dio non lo permette, Lui che sa e può farsi obbedire da chiunque, come e quando vuole. C'è da osservare che quanto ha fatto nell'orto per custodire gli Apostoli, il Salvatore lo fa continuamente nella Chiesa per proteggere i suoi fedeli, dei quali gli Apostoli sono l'immagine. Com'è dolce questo pensiero che ci invita a stringerci sempre di più al nostro Redentore! I peggiori nemici della nostra salvezza eterna sono i demoni, che, invidiosi e maligni, desiderano solo la nostra dannazione. Ma anche se tutto l'Inferno si armasse contro di me, di che cosa devo aver paura, visto che Gesù è il mio difensore? Come non c'è difesa per chi è nemico di Dio, così nessuno può nuocere a chi lo serve fedelmente.

Gesù cerca di salvare non se stesso, ma noi; quindi, se non si difende, non è perché non possa, ma perché non vuole, e non vuole sia per obbedire all'Eterno Padre, sia per lasciarci un esempio di mansuetudine. Questo è infatti per noi un prezioso insegnamento. Secondo quanto ci suggerisce la ragione, il più delle volte è lecito difenderci, ma se vogliamo imitare Cristo è molto meglio sopportare le offese anziché reagire. Potersi difendere e non volerlo fare sembrerebbe un'azione veramente difficile, quasi eroica, poiché richiede virtù eccezionali. Ma se ci rivolgeremo con amore a Gesù, avremo un aiuto molto efficace, perché Lui, anche se non permette a nessuno di difenderlo, può e vuole proteggere i suoi fedeli.

Egli avrebbe potuto guarirlo solo comandandolo con la mente, invece usa anche la mano per far vedere il miracolo a tutti; infatti vuole che tutti sappiano che Egli è l'UomoDio, che tocca e guarisce con la stessa mano con cui ci ha creati. Veramente nessuno può essere più paziente e benevolo di Lui. Poco prima aveva compiuto un miracolo di giustizia facendo stramazzare a terra i suoi nemici, ora ne compie uno di misericordia guarendo la ferita del più impetuoso tra coloro che stanno per aggredirlo. Questo è un miracolo della sua carità, che rende bene per male e dona la salute a chi è venuto per condurlo alla morte; ed è anche un ottimo insegnamento per me, che devo imparare come comportarmi con i miei nemici. Gesù aveva già insegnato con la predicazione a far del bene a chi ci offende, ora ce lo insegna anche con l'esempio.

Per prima cosa dobbiamo osservare che il Salvatore chiama "calice" la sua Passione la quale, per la vastità e il sapore sgradevole, è paragonata dai Profeti ad un mare. La chiama così perché alla sua carità sembra poco tutto quello che deve patire; per la sua sete immensa, infatti, un mare di sofferenze non sembra altro che un piccolo calice, che Egli non vede l'ora di bere, come se fosse pieno di soavi dolcezze. Dare poca o nessuna importanza alle pene e alle fatiche è una caratteristica dell'amore; a Gesù, quindi, sembra dolce e desiderabile la sua Passione, proprio perché deve patire e morire per coloro che tanto ama. Osserviamo inoltre che Gesù sceglie come simbolo della sua Passione un oggetto prezioso, poiché la considera un regalo gradito ricevuto dal Padre. E il pensiero che il Padre celeste ha disposto che Egli patisse non perché costretto, ma per una libera scelta dettata dalla carità, lo rinfranca talmente da fargli accettare la Passione, come se fosse un bellissimo calice d'oro pieno di dolce liquore. Anch'io nelle avversità devo comportarmi come Gesù: devo considerarle come favori, come grazie concesse dal Padre celeste e ripetere spesso e con affetto le sua parole: "Come potrò io non bere il calice che il mio divin Padre mi porge?". Benedetto sia Dio che è sempre Padre amoroso, sia quando toglie ai suoi figli il benessere e la gioia, sia quando li concede loro allo scopo di elevarli fino a sé.

Gesù ha parlato così chiaro che tutti i presenti avrebbero dovuto riconoscerlo come Dio. Invece, accecati dalla propria malvagità, non si arrendono né ai miracoli né al bene che Gesù ha fatto loro sia nel passato che al presente, disprezzando così la misericordia divina. Proprio nella notte stessa in cui hanno celebrato con la Pasqua l'anniversario della loro liberazione dalla schiavitù d'Egitto, si accaniscono contro il divino liberatore per metterlo a morte.

Contempla, anima mia, il Salvatore divino in mezzo a tanti oltraggi. Considera come Egli non reagisca, non si difenda e non si sdegni, ma si lasci fare tutti i maltrattamenti, come se non avesse né la forza di spirito per reagire, né il sovrumano potere di annientarli. Carichi d'odio, i Giudei sono contenti di averlo tra le mani; ma anche Gesù, tutto amore per il Padre celeste e per noi, gioisce perché è giunta l'ora della Passione da Lui tanto desiderata ed attesa.

è una grande umiliazione per Gesù vedersi legato, come se fosse stato catturato con la forza, mentre Egli stesso si è arreso ed è ora disposto a seguire dovunque i suoi aguzzini. Patire e morire con le mani legate è sempre un disonore per un eroe, perché potrebbe essere giudicato dagli altri un ribelle o un pauroso che subisce la pena senza alcuna forza d'animo. Non è possibile, quindi, pensare che nostro Signore sia rimasto indifferente nel vedersi legato a quel modo. Egli patisce ancor di più perché, come dice il Profeta, sente tutto il suo corpo stretto da altri vincoli molto più dolorosi di quelli materiali. Sono tutti i peccati da Adamo fino alla fine del mondo, che, riuniti insieme, formano una catena così lunga e così grossa da avvilirlo e da sfibrarlo tanto da non potersi più reggere in piedi. Tuttavia Egli la sopporta con coraggio, perché sa che solo la sua sofferenza potrà spezzarla. Per questo, dunque, si è lasciato legare: per poter liberare le nostre anime sciogliendole dalla catena dei nostri peccati.

Ecco, ora Gesù è nelle mani dei peccatori. Non sono stati i Giudei a prenderlo con le armi e a legarlo, ma è stata la divina carità con i suoi profondi misteri a consegnarlo, perché così Egli stesso aveva predisposto. Anima mia, guardando ancora il tuo Signore così maltrattato da quei malfattori, pensa che Egli si è abbandonato al furore dei peccatori proprio per salvarli. Cerchiamo di penetrare col nostro pensiero riverente nella sua anima santa e vedremo rinchiuse in essa tutte le pene interiori e misteriose che poco prima aveva offerto al Padre; ora Gesù include nella sua offerta anche i dolori del corpo. Arriva al punto di baciare quegli orribili legami e di essere contento che gli sia tolta la libertà, affinché a noi sia restituita la libertà dei figli di Dio. Non pensa affatto a come liberare se stesso ma a come poter liberare e salvare noi dal peccato.

Pratiche Nelle tentazioni devo confidare in Dio perché soltanto da Lui viene l'aiuto per vincerle. Io cado facilmente perché mi fido troppo di me stesso e non ho l'umiltà di porre ogni mia speranza in Dio.

è più preziosa una parola non detta per amor di Dio che cento parole dette per difendersi. Nel mettere in pratica questa massima mi ricorderò sempre dell'esempio di Gesù.

Se non avrò l'occasione di beneficare quelli che mi

hanno danneggiato, dovrò ricordarmi spesso che è mio dovere pregare Dio per ciascuno di essi.

Ogni giorno succede qualcosa che ferisce il mio amor proprio; riuscirò a sopportare tutto con gioia se saprò adeguare la mia volontà a quella di Dio.

Se non posso evitare i peccati di debolezza, farò il possibile per eliminare quelli di malizia che si commettono con premeditazione. Questi ultimi hanno anche l'aggravante dell'ingratitudine, perché resistono alla voce della coscienza illuminata da Dio.

Non devo accontentarmi di generiche espressioni

d'amore, ma devo formulare dei propositi pratici. Gesù ha fatto tanto per amor mio, ed io che cosa mi propongo di fare e di patire per amor suo?

Offrirò a Gesù l'anima e il corpo e lo pregherò di legarmi con il vincolo della perfezione, che è la santa carità, in modo che io non mi lasci più incatenare da ciò che non è a Lui gradito.

Farò in modo di dimostrare praticamente il mio amore pentendomi ed umiliandomi davanti alla Maestà divina, accettando la sua volontà e rinnegando il mio amor proprio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Fuga degli Apostoli dopo la cattura di Gesù Gli Apostoli, dopo aver visto l'onnipotenza di Gesù nel gettare a terra i nemici e nel rimettere al suo posto l'orecchio staccato da Pietro, si convinsero che i Giudei non avrebbero mai potuto prevalere su di Lui. Ma quando si resero conto che il Maestro si lasciava prendere e che, anzi, addirittura si consegnava

agli aguzzini, si persero d'animo e fuggirono in fretta.

La fuga degli Apostoli era prevedibile, visto che poco prima essi si erano lasciati vincere dal sonno, nonostante Gesù avesse loro raccomandato di vegliare e pregare per essere più forti e resistere alla tentazione.

Quanto deve essere profondo il dolore di Gesù nel vedersi abbandonato dai suoi amati discepoli e lasciato solo in balia dei nemici! Giustamente se ne lamenta per bocca dei Profeti, paragonando se stesso ad una povera capanna abbandonata, esposta ai venti e alla grandine, o anche ad una città solitaria che viene improvvisamente assalita e distrutta.

Che Gesù sia stato lasciato solo senza che nessuno dei suoi lo assistesse nella Passione, non è avvenuto per caso, ma per una singolare disposizione della Sapienza divina. Alla sua nascita Egli aveva voluto vicino a sé i pastori; alle nozze di Cana, nella trasfigurazione, nellapredicazione, nei miracoli e nell'ultima cena era in compagnia ora degli Apostoli ora dei discepoli, ma, quando si è trattato di redimere il mondo con i patimenti e la morte, ha voluto essere solo, come avevano predetto i Profeti.

Gli Apostoli fuggono sbalorditi, ma, come orfani che si vedono senza padre, ogni tanto, con gli occhi colmi di lacrime, si voltano indietro a guardare e a compatire Gesù loro Maestro e Padre. Il più addolorato di tutti è Pietro, ma fugge anche lui nonostante sia stato il più entusiasta e il più saldo nella fede. Egli da una parte vorrebbe fuggire perché ha paura dei pericoli che incombono, e dall'altra è trattenuto dall'amore che porta al suo Maestro; ed in questa tormentata perplessità, decide di seguirlo, ma da lontano.

Riflessioni Gli Apostoli avrebbero dovuto seguire e consolare Gesù con la loro presenza, almeno per dovere di fedeltà e d'amore, come già avevano fatto in altre occasioni. E avendo visto i suoi miracoli, avrebbero anche dovuto confidare nel suo divino potere, invece si lasciano vincere dal timore e lo abbandonano. Gesù è lasciato solo nel dolore proprio da coloro che erano stati amati e beneficati da Lui. Pietro, Giacomo e Giovanni avevano goduto con Lui sul Tabor gli splendori della sua gloria; gli altri Apostoli gli avevano tenuto compagnia nell'ultima cena, ma nessuno ora lo accompagna nella sua Passione. Tutti si comportano come se non l'avessero mai conosciuto. è veramente mostruosa l'ingratitudine umana!

Così avevano detto gli Apostoli dopo essere stati fortificati dalla Parola divina ed essersi nutriti della santa Eucaristia. Ben presto, però, il loro fervore si spense, lasciando il posto alla paura, che rese lo spirito debole, meschino e privo d'amore. Questo succede a tutti coloro che si ripromettono cose grandi, facendo affidamento su di un momentaneo e facile entusiasmo anziché sull'aiuto di Dio. Anch'io sono tra questi; quante volte, infatti, dopo grandi propositi di voler patire e morire piuttosto chesepararmi dall'amore di Gesù, ho peccato e l'ho abbandonato anche davanti ad una tentazione molto piccola! Riconosco che la causa delle mie mancanze sta nel fatto che io confido troppo in me stesso, mentre dovrei riporre la mia fiducia solo in Colui che mi dà forza. Egli rifiuta la grazia ai superbi e la concede agli umili.

è proprio vero che chi trascura la preghiera per tiepidezza ed indolenza, con tanta facilità abbandona ogni virtù; ne sono un esempio gli Apostoli, che, proprio quando avrebbero dovuto con più coraggio seguire il Maestro, si sono dispersi qua e là. E pensare che con grande sincerità gli avevano promesso di stare sempre con Lui, anche a costo di affrontare la morte! La loro fuga, quindi, non è altro che la conseguenza della pigrizia, alla quale poco prima avevano ceduto. A noi non è possibile sfuggire alle tentazioni, che arrivano tra l'altro quando meno ce l'aspettiamo; e nessuno, all'infuori di Dio, può darci la forza necessaria per resistere. E poiché Egli ha promesso il suo aiuto solo a chi si umilia a chiederglielo con insistenza, è indispensabile la preghiera per non cedere alla tentazione. L'esperienza ci dimostra che cadono nel peccato quanti non si preoccupano di raccomandarsi a Dio, il quale, però, non abbandona mai nessuno. Io ho una grande responsabilità, perché ho capito questa verità ma non la metto in pratica. Riconosco di aver ceduto spesso alla tentazione perché ho tralasciato la preghiera, e che, se talvolta ho pregato un po', l'ho fatto distrattamente e senza alcuna perseveranza, perché mi sono lasciato vincere dalla pigrizia.

Infatti i discepoli hanno paura a seguirlo, e gli Apostoli, i suoi più cari amici, coloro che Gesù ha scelto ed elevato all'onore delle cariche più importanti della Chiesa, si danno alla fuga, proprio quando dovrebbero stargli più vicino ed accompagnarlo, certi, come dovrebbero essere, della sua Parola onnipotente. Quale disonore per il Figlio di Dio! Ma non è tanto per sé che si rattrista, vedendo che tutti lo lasciano solo, quanto per gli Apostoli che se ne vanno; infatti, amandoli teneramente, non può non soffrire, poiché sa quanto male faccia chiunque si allontani dal suo Dio e Salvatore. Egli, come un Pastore amoroso, si preoccupa unicamente per il gregge che va incontro a gravi pericoli. Purtroppo devo riconoscere che Gesù è più addolorato per me che per Apostoli; infatti la loro fuga potrebbe essere considerata una prudente cautela e in qualche modo giustificata perché provocata dal panico. Inoltre si deve ricordare che gli Apostoli, fuggendo, si lamentano e piangono per il dispiacere che hanno di abbandonare il loro Maestro, e che per questo sono degni di compassione. Io, invece, non merito di essere compatito e non posso trovare alcuna giustificazione per aver abbandonato il mio Dio, peccando contro i suoi comandamenti, contro,la sua dottrina e l'esempio che mi ha dato.

Gesù, agonizzante nell'anima, era da solo quando pregava e sudava sangue per tutti, e vuol essere solo anche ora che si prepara a soffrire nel corpo, perché appartiene unicamente a Lui quest'opera che è la più grande fra quelle volute dalla sapienza di Dio; infatti solo Lui ci può salvare. Anche se durante la vita ha sempre voluto con sé i suoi compagni, ora che va a morire per la nostra redenzione lascia che se ne vadano. Ed è giusto che sia così: perché, chi mai potrebbe partecipare con il Redentore a salvare gli altri, quando egli stesso ha bisogno di essere salvato? Rifletti, anima mia: Gesù ha potuto e voluto salvarti da solo, perciò soltanto Lui dev'essere l'oggetto del tuo amore. Egli non ha permesso che qualcun altro condividesse le sue sofferenze per te, perciò merita il tuo amore tutto intero, non condiviso da nessun'altra creatura.

Potrebbe sembrare lodevole il comportamento prudente di Pietro, che ha cercato di assecondare sia la sua compassione che il suo istinto; potrebbe apparire addirittura fervoroso e costante rispetto agli altri, che invece fuggono senza ripensamenti. Invece, dopo tutte le promesse fatte di seguire fedelmente Gesù fino alla morte dimostrandosi così più coraggioso di tutti, questo allontanarsi da Lui non è altro che l'effetto di una vergognosa tiepidezza, che fa soffrire Gesù e che sarà la causa di quelle tre cadute prima del canto del gallo, quando rinnegherà il suo divino Maestro. Io ho in me stesso un esempio vivo di anima tiepida, sempre attratta da due poli opposti; vorrei anch'io, nel servizio di Dio, obbedire ai comandi dello spirito ed assecondare l'istinto, accontentando così sia la coscienza che la passione. Anch'io sarei disposto a seguire Gesù, ma da lontano, senza cioè scomodarmi ad imitarlo nelle sue virtù e senza dare alcuna importanza alla mortificazione evangelica, per sentirmi autorizzato a fare tutto quello che mi piace. Ma ragionando così, corro un serio pericolo: ben presto questa mia fragilità diventerà vera freddezza, e non passerà molto tempo prima che io faccia delle cadute mortali. Lo so perché l'ho già provato; devo decidermi, allora, ad uscire da questo stato pericoloso per la mia anima, per evitare altre disastrose esperienze.

Pratiche Il mio Dio è ugualmente buono sia nella notte della tribolazione che nel giorno radioso della gioia, perciò lo benedirò sempre e sarò fedele nel servirlo senza alcun rispetto umano.

Cercherò solo nell'aiuto di Dio il sostegno per realizzare tutti i miei propositi, persuaso di non poter far nulla senza la divina assistenza.

Chi è umile riconosce la sua miseria e non si vergogna di domandare aiuto. Supplicherò dunque Gesù di concedermi lo spirito di umiltà e di preghiera.

Io non sono mai stato così contento, come quando sono vissuto fedele a Gesù. Rinnoverò dunque il proposito di conservarmi sempre in grazia, perché non è possibile trovare gioia lontano da Lui.

Analizzerò i legami che il mio cuore ha verso le creature e pregherò il Signore che mi aiuti a togliere tutto ciò che impedisce o diminuisce il mio amore per Lui.

Pratica Io devo e voglio essere tutto di Dio. Ma non sarò mai tale fino a quando mi lascerò guidare da certi criteri del mondo ai quali io do il nome di moderazione e prudenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è condotto dall'Orto alla casa di Anna Difficilmente un malfattore, caduto nelle mani della giustizia, fu trattato dagli sgherri con tanta crudeltà come fu trattato Gesù dai Giudei. Essi giudicano il Figlio di Dio un mago in combutta con il diavolo e temono che per azione diabolica possa fuggire, se non viene tenuto sotto stretta custodia. Anche Giuda aveva già raccomandato loro di usare ogni precauzione nel prenderlo, e di legarlo stretto con corde e catene per impedirgli di scappare. Invece, mentre i Giudei si agitano intorno a Gesù, furiosi come cani arrabbiati, Egli si comporta come un agnello mansueto, proprio come i Profeti avevano annunciato.

Giudei sono pieni d'odio contro Gesù, perché rifiutano sia la sua dottrina contraria ai loro pessimi costumi, sia i suoi miracoli, che credono realizzati grazie alle potenze diaboliche; per questo lo legano e infieriscono su di Lui. Inoltre a queste crudeltà sono istigati dai loro capi che sono a loro volta aizzati dai demoni, furiosi contro Gesù perché sanno che è Lui il Messia venuto a redimere il mondo.

Il Profeta aveva predetto che il Salvatore si sarebbe saziato di tormenti, e la profezia si è avverata; infatti nei tre anni della sua predicazione Egli aveva già subìto persecuzioni da parte dei Giudei, sempre pronti a denigrarlo con calunnie davanti ai suoi e a tutto il popolo, ma nel tempo della Passione, a cominciare dalla cattura nell'orto, gli oltraggi si moltiplicano oltre ogni limite.

Mentre Gesù è condotto dall'orto del Getsemani a Gerusalemme, Giuda dà un'altra dimostrazione della sua avidità: affretta il passo e supera il gruppo per ritirare il più presto possibile i trenta denari. Gli viene concessa volentieri la precedenza, perché veramente egli supera tutti per disonestà e durezza di cuore. Seguono i soldati e dietro a loro viene Gesù con le mani legate, che tiene il capo chino, spossato com'è per le violenze subite. è attorniato dai capi della sinagoga e dai loro ministri che fanno da retroguardia per controllarlo. Presso la porta della città c'è una , folla che sta ad aspettarlo; ognuno maliziosamente dice il proprio parere sul suo conto, considerandolo colpevole chi di un delitto e chi di un altro.

Seguiamo ora Gesù per le strade di Gerusalemme; è notte, ma ci sono tante fiaccole accese, per cui si può vedere molto bene il suo volto afflitto e il suo corpo massacrato a causa del trattamento disumano cui è sottoposto. I suoi aguzzini gridano e schiamazzano per segnalare a tutti che l'hanno catturato, fanno festa battendo le mani e vantandosi per il buon esito della loro ricerca. Lo deridono con parole di scherno a lo segnano a dito, soddisfatti di avere tra le mani Colui che dice di essere il salvatore del mondo. Le porte e le finestre delle case sono piene di gente che sta a guardarlo con curiosità, ma non c'è nessuno che lo guardi con animo commosso e caritatevole.

Guardando Gesù schernito e maltrattato che passa per le strade di Gerusalemme, non pare proprio che si tratti della stessa persona che cinque giorni prima era stata accolta festosamente con rami d'ulivo e addirittura acclamata Re d'Israele. Ma non ci dobbiamo stupire per questo cambiamento, perché nulla di ciò che lo riguarda è senza mistero. è vero che Gesù è degno di tutti gli onori del mondo, ma è anche vero che ha preso su di sé tutti i peccati dell'umanità, perciò è logico che ora sia considerato il più infame dei peccatori. Ha voluto addossarsi il castigo dovuto alla nostra superbia, perciò ora sta subendo una tempesta di umiliazioni.

Riflessioni Sono innumerevoli gli atti di virtù che Gesù esercita in mezzo al furore dei Giudei, che sembrano proprio dei leoni inferociti. Guardalo, anima mia, Lui, l'Onnipotente, il Santo dei santi, trattato come se fosse il più scellerato degli uomini e il più incapace a difendersi. Egli gira lo sguardo intorno per vedere se c'è qualche suo discepolo che lo segue per confortarlo ed aiutarlo, ma non ne trova neanche uno. Dove sono gli Angeli che lo avevano servito nel deserto? Dove sono gli Apostoli e le folle che lo avevano acclamato come un grande profeta? Non c'è nessuno che parli o faccia qualcosa per Lui, non c'è neppure sua Madre, la Vergine Santissima. Se Rifletto un momento, capisco benissimo il motivo per cui Gesù si trova in questa situazione: perché lo ha voluto Lui, spinto dall'amore che prova per me. Di che cos'altro posso ancora aver bisogno per decidermi a convertirmi?

Tutti lo percuotono e gli stanno talmente addosso che non può quasi più respirare. Per questo Egli si lamenta per bocca del profeta di essere in questa sua Passione come colui che, immerso nell'acqua, ne è talmente inzuppato che questa gli penetra anche all'interno. Ma Gesù si serve di queste acque, che sono le sofferenze e le offese, per lavare le nostre anime dalle brutture che offendono la Maestà divina.

Anima mia, guarda il tuo amoroso Redentore che è trascinato senza alcun riguardo fuori dall'orto; Egli non oppone alcuna resistenza e segue i suoi nemici. Questi lo colpiscono con pugni, calci e bastoni, lo spingono e lo gettano a terra. Che cosa può provare Gesù nel sentirsi ingiuriare e percuotere con tale violenza da quelle canaglie * avere la testa contusa e sanguinante? Egli è addolorato, vedendo calpestata la sua maestà e santità, ma considera quel disprezzo e quelle percosse come manifestazione della giustizia di Dio, che vuol castigare i peccati del mondo colpendo la sua natura umana. Perciò offre tutto all'Eterno Padre e chiede misericordia per noi tutti e per me in particolare, come se io fossi l'unico peccatore bisognoso di essere redento.

Gesù vede tutto e ascolta gli insulti che gli vengono scagliati addosso da ogni parte. Egli si umilia ritenendosi un rifiuto o un rottame che si butta nell'immondizia, e accetta quelle accuse e quelle ingiurie come pene dovute in riscatto dei nostri peccati. Sotto i colpi dei suoi nemici ogni suo passo, in quel doloroso viaggio, è volto a liberare noi dai nemici della nostra salvezza e metterci sul retto sentiero della virtù e del Paradiso, dopo aver abbandonato la via del peccato e della perdizione.

In questa città Gesù aveva operato fino poco tempo prima un'infinità di miracoli e predicato una meravigliosa dottrina. Ed ora il vedersi trascinare per quelle stesse strade in modo tanto disonorevole è per Lui una grande vergogna. Egli potrebbe mostrare la sua onnipotenza facendo tanti altri miracoli e manifestandosi a tutti nello splendore della sua gloria, ma, per guarire il nostro orgoglio, si comporta come se fosse un uomo miserabile; nasconde la sua Divinità per lasciare a noi un esempio di infinita pazienza. Tocca a me, ora, rientrare in me stesso per scoprire se sono più simile a Gesù o ai Giudei.

Quando pecchiamo, quando cioè non obbediamo alla legge divina, noi disonoriamo Dio. Ora Gesù, nella sua Passione, ha voluto appunto restituire a Dio quell'onore che, con i nostri peccati, gli avevamo tolto. Nessuno all'infuori di Lui sarebbe stato capace di tanto; infatti, poiché l'offesa era stata fatta dall'uomo, soltanto l'UomoDio avrebbe potuto rimediare il danno in modo adeguato e ridare a Dio l'onore dovuto. Così Gesù volontariamente rinunciò al rispetto e alla stima del suo popolo per poter offrire ogni sorta di calunnie all'Eterno Padre con l'intenzione di esaltare il suo nome e di riparare le nostre colpe. Il Padre Celeste deve essersi sentito molto onorato dell'offerta di quelle umiliazioni sopportate dal nostro Redentore per la salvezza del mondo.

Pratiche Il mio amore verso Gesù deve consistere nell'imitare il suo esempio. Non mi ribellerò nelle cose che non gradisco e che sono contrarie alle mie inclinazioni e sarò paziente e mansueto nel sopportare i torti e le avversità per amor suo.

Se non dovessi ricavare altro frutto dalla passione di Gesù, mi accontenterò di questo che è, comunque, il più necessario: fuggire non solo il peccato, ma anche le occasioni in cui c'è pericolo di peccare.

Quando mi si farà qualche torto, soffocherò in me lo sdegno e il risentimento. Accetterò inoltre i miei dispiaceri come penitenza dei miei peccati e poi li offrirò a Gesù.

Devo moderare la mia eccessiva paura delle avversità e, imitando Gesù, devo abituarmi ad essere umile e mansueto, così potrò sopportarle per amore di Dio.

Mettendomi a confronto con Gesù, resterò confuso nel vedere Lui così umile e paziente, e me, invece, tanto insofferente e superbo. Allora potrò solo implorare l'aiuto della sua grazia.

Comincerò praticamente a glorificare Dio umiliando me stesso ed accettando con docilità tutte le mortificazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù al tribunale di Anna Anna e Caifa si succedevano l'uno all'altro nel pontificato. Anche se in quel periodo Anna non era in carica, Gesù prima fu condotto da lui, sia perché gli sgherri continuavano a seguire Giuda, che andava a riscuotere da quel pontefice i denari promessi, sia perché i soldati, che lo avevano catturato, volevano vantarsi di aver portato a termine quell'impresa che era stata più volte tentata invano da altri. Come i cacciatori che, dopo aver preso una belva feroce, la portano in giro per farla vedere e se ne vantano, così i Giudei godono nel condurre Gesù di qua e di là per raccogliere applausi e lodi, quasi avessero liberato il paese da un cospiratore. Entrati nella grande sala dove si trova Anna, presentano a costui Gesù come fosse l'uomo più malvagio del mondo; il sommo sacerdote approva la sua cattura e si congratula con loro per essersi comportati da valorosi. Quell'uomo scaltro è seduto su di un sedile pregiato in un atteggiamento di uomo giusto e difensore della gloria di Dio, mentre Gesù sta in piedi davanti a lui, legato come se fosse colpevole di lesa maestà divina ed umana.

Il pontefice Anna inizia l'interrogatorio chiedendo a Gesù informazioni sui suoi discepoli. Avrebbe prima dovuto investigare sulla vita del presunto colpevole e solo in seguito sulle responsabilità dei compagni; invece, non potendo imputare a Gesù alcun delitto, cerca di trovare un capo d'accusa contro i suoi seguaci, per dichiarare poi Lui un ribelle che raduna gruppi faziosi, per insegnare nuove dottrine che turbano la popolazione. Quell'uomo astuto chiede che cosa sia accaduto dei suoi discepoli, perché sa benissimo che uno di essi l'ha tradito e che tutti gli altri l'hanno abbandonato. Questo fatto gli offre anche l'occasione per vantarsi: "Non l'avevo forse detto che questo Gesù di Nazareth era un ipocrita? Ecco, la pensano come me i suoi stessi discepoli, che finalmente l'hanno conosciuto. Se Egli fosse un uomo dabbene, almeno qualcuno dei suoi gli sarebbe rimasto fedele e si sarebbe presentato a difendere le sue idee, invece non ce n'è neppure uno che prenda le sue parti, perché tutti si vergognano di essere ritenuti suoi seguaci. Bisogna dunque dire che costui è veramente un impostore".

Il pontefice Anna continua il processo interrogando Gesù sulla sua dottrina, ma non lo fa per conoscere la verità e farsi guidare da essa per emettere il giudizio, ma solo per distorcerla e poi condannare l'imputato. Il divino Maestro, che conosce questa malvagia intenzione, soffre profondamente vedendo che la sua sapienza celeste è esaminata come sospetta e che la sua dottrina, scienza di vita eterna, è presa come pretesto per condannarlo a morte. Egli soffre e tace quando viene offesa la sua persona, ma non può sopportare che sia disprezzata quella dottrina che viene da Dio e da cui dipende la salvezza del mondo. Perciò sente il dovere di difenderla e risponde così: "Io ho sempre parlato in pubblico, dove ognuno ha potuto udirmi, e nessuno ha avuto motivo di riprendermi. Domanda a coloro che hanno ascoltato e ti riferiranno tutto quello che ho insegnato".

La risposta di Gesù non potrebbe essere più vera, più mite e più giusta. Il pontefice Anna rimane confuso e non sa più come replicare. Ma un servo, per fargli piacere, fa l'ardito e, con uno scatto d'ira, dà uno schiaffo sul volto di Gesù, rimproverandolo con insolente arroganza: "In questo modo rispondi al pontefice? Ne sai tu forse più di lui?".

Osserviamo bene le circostanze: chi è che dà lo schiaffo? Un povero giudeo, un servo meschino e vile. Chi è che lo riceve? Un Dio Onnipotente dinanzi al quale gli Angeli chinano il capo adoranti.

Nel sopportare lo schiaffo, oltre alla sua umiltà e pazienza, Gesù dimostra anche la sua mansuetudine, dando questa degna risposta all'empio che l'ha colpito: "Se ho parlato male, accusami del mio errore davanti al giudice; e se ho fatto bene, perché mi percuoti?" E vuol dire: "Io non ho fatto altro che giustificare la mia dottrina, e tu, che sei proprio uno di coloro che mi hanno già ascoltato e lodato, se allora per rispetto non hai osato mettermi le mani addosso, come puoi farlo ora?".

Gesù aveva dato ai suoi discepoli e, attraverso di essi, a tutti noi questo insegnamento: se qualcuno ci percuote una guancia, dobbiamo presentargli anche l'altra; ed ora ci ha anche dato un'esempio di come metterlo in pratica.

Possiamo rilevare che durante tutta la Passione Gesù, pur essendo sottoposto ad ogni sorta di offese e di pene, e pur essendo tormentato da persone di ogni tipo, si è comportato come un agnello mansueto che non apre mai la bocca, né per difendersi né per lamentarsi; solo adesso, dopo aver ricevuto lo schiaffo, chiede al suo aggressore: "Perché mi colpisci?". Vediamo quale può essere la ragione di questo modo di agire.

Riflessioni Certamente con grande stupore gli Angeli hanno ascoltato ed adorato gli incomprensibili giudizi della sapienza celeste, vedendo quel sacerdote sacrilego che fa da giudice, e Gesù, sacerdote vero ed eterno, che si assoggetta ad essere giudicato come fosse colpevole. Io invece dovrei provare spavento nel pensare che anche a me un giorno toccherà sottopormi ad un giudizio, quello di Dio, proprio come Gesù si è sottoposto al giudizio degli uomini. In questo tribunale terreno Gesù, oltre ad esercitare l'umiltà e la pazienza, conserva nel suo intimo serenità di spirito e coraggio, perché sa di essere innocente per cui nessuno può rimproverarlo neppure di una minima colpa. Non sarà così per me, quando dovrò rendere conto di tutte le mie azioni davanti al Giudice eterno, né potrò nascondere le mie colpe e le mie cattiverie, perché la mia stessa coscienza mi accuserà convincendomi di aver peccato.

Questo è un argomento molto convincente per i ragionamenti umani. Ma quale turbamento per Gesù nel vedersi così screditato a causa dei suoi discepoli! Egli potrebbe, con un cenno della sua onnipotenza, far ammutolire quell'empio che parla solo per orgoglio e per odio; potrebbe anche mostrare con un raggio della sua sapienza che sono calunnie quelle con cui si cerca di offuscare il suo onore, invece sopporta quella vergogna e non dice nulla per giustificarsi.

Consideriamo la fermezza con cui Egli parla. In altre parole vuol dire che la sua dottrina è tanto vera che, per difenderla si rimette alla testimonianza non degli Apostoli, suoi amici, ma degli stessi Giudei, suoi nemici mortali, sicuro che nessuno potrà mai intaccarla. Non si può dare una prova d'innocenza più irrefutabile che portare per testimoni gli stessi avversari.

lo penso che i cieli inorridissero e gli Angeli si coprissero gli occhi davanti ad un affronto così infame fatto alla maestà di Dio da quell'insolente servitore di Satana. Contempla, anima mia, il volto di Gesù tanto desiderato dai patriarchi, quel volto che rapiva i cuori con lo splendore della maestà e della bellezza, e guarda come per quel colpo sia diventato livido e scuro. Considerando la furia e l'odio di chi l'ha colpito, si può pensare che lo schiaffo sia stato talmente forte da smuovergli i denti e da fargli uscire lacrime dagli occhi e sangue dalla bocca e dal naso.

Dio, che ha creato l'uomo dal nulla, riceve uno schiaffo proprio da quelle stesse mani che ha plasmato con infinita sapienza e bontà. Inoltre quello schiaffo gli provoca molto dolore perché gli viene dato con estrema violenza, senza alcuna pietà. Non c'è affronto paragonabile a questo, eppure nessuno dei presenti rimprovera quel servitore, nessuno compatisce e difende Gesù, anzi, tutti si compiacciono dell'accaduto. I profeti che hanno parlato della Passione di Gesù hanno voluto raccontare nei particolari quest'offesa, come se bastasse da sola a coprirlo di vergogna. Infatti, se noi ci indignamo soltanto immaginandola e non possiamo sopportare che rimanga impunita, cosa avrà provato Gesù? Certamente egli avrebbe potuto mostrare il più grande risentimento e sarebbe stato giusto. Invece preferisce esercitare più l'umiltà che la giustizia, più la pazienza che il potere; gli preme soprattutto di educare me con l'esempio piuttosto che punire quel servo insolente ed io come mi servo di questa lezione?

Questa risposta fu un caritatevole rimprovero con cui il Salvatore ottenne che quell'empio, come vuole la leggenda, si pentisse e si convertisse, ma fu anche una chiara dimostrazione che Egli non aveva mancato di rispetto al gran sacerdote, benché questi, del sacerdote, non avesse altro che il titolo. Comunque sia, dobbiamo imparare da Gesù, oltre a quando tacere, anche come parlare. Quando tace, Egli è la mite pecorella destinata ad essere sacrificata; quando risponde è il buon Pastore che ci educa e ci invita a seguirlo imitando le sue virtù. E perfetta virtù è il saper rispondere dolcemente e far del bene a chi ci fa del male, valore questo non capito dal mondo, ma riservato agli eletti, ai veri seguaci di Cristo.

Questa norma non deve essere presa soltanto alla lettera, perché la pazienza cristiana non sta nel volto ma nel cuore. Uno, infatti, può offrire l'altra guancia al nemico, ma farlo con l'ira nel cuore o con la vanagloria dello stoico. Il divino Maestro ha voluto dire che quando qualcuno ci offende non dobbiamo solo reprimere il rancore, ma anche essere disposti a sopportare altre offese, senza naturalmente trascurare il dovere di ammonire nel modo e nel momento più opportuni. Gesù ha fatto proprio così: ha ripreso chi lo aveva schiaffeggiato con un dolce ed efficace rimprovero ed ha mantenuto nel suo cuore una totale disponibilità a sopportare offese ancora più gravi. Egli ha offerto non solo l'altra guancia a nuove percosse, ma anche tutto il corpo per essere flagellato e perfino inchiodato sulla croce. Neppure lontanamente possiamo immaginare la perfezione dell'anima del nostro Salvatore, che si è rivolto con ardente carità a chi lo ha percosso e che dimostra per noi un amore così grande da desiderare per sé tutte le umiliazioni e tutti i tormenti.

Si pensa che a dare lo schiaffo sia stato quello stesso Malco al quale Gesù nell'orto aveva guarito l'orecchio con un miracolo; e si può anche credere che, nel restituirgli la salute del corpo, il Salvatore gli abbia dato anche quella dell'anima, come era solito fare con gli altri infermi, poiché li illuminava con la fede e li santificava con il perdono dei loro peccati. Giustamente perciò si lamenta di questo schiaffo, come se fosse l'ingiuria più grave e più dolorosa di tutte, perché gli viene fatta da uno che era stato beneficato da Lui sia nel corpo che nell'anima; tuttavia sopporta questa ingratitudine con infinita dolcezza e benevolenza.

Pratiche L'unica cosa che potrà giovarmi di fronte ai giudizi del mondo e di Dio sarà la testimonianza di una retta coscienza. Perciò non farò mai nulla contro la mia coscienza.

Gesù ha onorato me col carattere di cristiano, devo perciò onorarlo anch'io, seguendolo fedelmente ed imitando le sue virtù. Per superare le passioni e le tentazioni, basta che io ricordi di essere cristiano.

Gesù ha insegnato in segreto solo ciò che avrebbe voluto fosse proclamato anche in pubblico a gloria sua. Anch'io imparerò a non far nulla di nascosto di' cui potrei vergognarmi qualora lo si scoprisse.

Se voglio essere un vero penitente devo provare rimorso per i miei peccati e fare attenzione a non peccare più; ma se mi manca il dolore o il proposito, la mia penitenza non è sincera e quindi inutile.

Dio ha disposto che ogni virtù di Gesù vinca il vizio opposto che sta in noi. Mi servirò, quindi, dell'umiltà, della pazienza, della dolcezza e soavità di Gesù per mortificare la mia superbia, l'impazienza, l'arroganza e l'ira contro il prossimo.

Poiché le parole dipendono sempre dai sentimenti profondi, devo prima radicare l'umiltà nel mio cuore. Chi è umile ha la grazia di riuscire, in ogni occasione, a tacere o a parlare virtuosamente.

Devo riconoscere che sono impaziente perché sono superbo; la superbia mi mette in agitazione per paura che mi si faccia qualche torto, e non mi fa ricordare che i miei peccati sono così gravi che meriterei torti ed offese ben peggiori.

Voglia il Signore che io non pecchi mai in questo sacramento istituito per cancellare i peccati. Esaminerò bene le mie confessioni. Come sono il mio esame di coscienza, il mio pentimento e i mei propositi? In che modo mi accuso?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù al tribunale di Caifa Il pontefice Anna, attorniato dai suoi presuntuosi consiglieri, dopo aver esaminato Gesù circa la sua dottrina e i suoi discepoli, senza aver potuto trovare alcun capo d'accusa, non sapendo più che fare di Lui, lo manda, ancora ben legato, al pontefice Caifa suo genero, con la speranza che costui, uomo cavilloso ed astuto, trovi il motivo per condannarlo. Intanto i Giudei, vedendo che Gesù rimane forte in mezzo ai maltrattamenti ed alle ingiurie, fremono indispettiti e, sentendosi sconfitti dalla sua invincibile pazienza, si vendicano sfogando contro di Lui la loro rabbia con ogni sorta di crudeltà, che mette ancor più in risalto la soave bontà di Gesù.

Il pontefice Caifa, indegno capo della Sinagoga, siede a giudizio nella sala del consiglio, attorniato dai dottori della legge e dagli anziani là convenuti ad aspettare Gesù, dopo aver saputo della sua cattura. Non appena lo vedono comparire incominciano a discutere animatamente su come poterlo condannare. Sono tutti così avidi del suo sangue che quasi vorrebbero farlo morire in quell'istante. Ma al loro odio non basta che muoia: vogliono farlo morire come un delinquente che ha meritato la pena.

La riunione presieduta da Caifa era stata predetta più volte nei salmi, perché in essa si pretende ingiustamente di macchiare l'innocenza e la reputazione del Salvatore; infatti si usano le peggiori calunnie per farlo apparire colpevole. Tutti quegli empi sanno benissimo che Gesù è irreprensibile sia nella vita che nella dottrina, visto che non hanno potuto incolparlo di nulla pur avendolo interrogato con ogni astuzia. Sanno anche di non poter trovare nessuno in grado di testimoniare contro di Lui con la verità, tuttavia, ansiosi di calunniarlo per poterlo condannare a morte, preparano dei falsi testimoni.

La sala del gran consiglio si è riempita di gente. Caifa dà subito a tutti la libertà di parlare contro Gesù, facendo vedere che sarà contento se ci saranno tanti accusatori. Immediatamente molti si alzano e, spingendosi l'un l'altro, avanzano per parlare e per accattivarsi il favore del pontefice. Per macchiare la fama del Salvatore ognuno dice ciò che gli viene sul momento o che ha udito dagli scribi e dai farisei, mormoratori di professione. C'è anche chi lo accusa di essere un gaudente, un ubriacone, un amico dei peccatori; altri, che è Lui stesso un vero peccatore, un sobillatore e bestemmiatore; altri ancora che è un superstizioso e un presuntuoso. E Gesù che cosa pensa udendo tutte queste calunnie?

Caifa freme di sdegno, perché non trova contro Gesù testimoni che siano almeno apparentemente attendibili. Agitato perciò da una furia diabolica, si alza in piedi per provocare quell'innocente che sta con la testa china e senza dire una parola, in un atteggiamento di profonda umiltà: "Perché non rispondi a queste accuse?", gli chiede astutamente per far uscire dalla sua bocca una risposta qualunque, per poterlo dichiarare colpevole. Ma il Salvatore, che vede le sue maligne intenzioni, lo lascia dire e tace.

Caifa, vedendo che Gesù tace anche se provocato, invece di ammirare il suo virtuoso silenzio, s'infuria ancora di più e tenta di obbligarlo a rispondere facendogli un'altra domanda: "Per il Dio vivente, io ti scongiuro che tu ci dica se sei il Cristo, il Figlio di Dio". L'empio giudice sa che Gesù ha già detto altre volte di essere Figlio di Dio, ed ora gli fa questa domanda non perché vuol credere in Lui, ma per coglierlo in flagrante; infatti, se dice di sì sarà ritenuto un bestemmiatore, se dice di no sarà accusato di aver ingannato il popolo. Qualunque sia quindi la risposta, Caifa intende farlo passare per reo confesso di uno dei più atroci delitti, che deve essere punito con la pena di morte. La stessa intenzione l'hanno anche tutti gli altri complici: sacerdoti, scribi e farisei.

Gesù dichiara di essere veramente il Figlio di Dio. Egli risponde all'accorata domanda di Caifa, non perché giudichi degni quei Giudei della sua risposta o perché pensi che possano trarne profitto, ma solo per mostrare il suo grande amore alla Verità e il suo sommo rispetto per il nome di Dio. Già una volta aveva detto ai suoi nemici: "Sono io", e precisamente poco prima di essere catturato nell'orto; ed erano state quelle parole a gettarli a terra, come fossero un fulmine dell'Onnipotenza divina. Ora, poco prima di essere condannato, ripete ancora: "Sono io", e questa volta è con la sua Giustizia che mostra come quegli stessi siano ostinati nella loro malvagità.

Gesù dichiara la sua Divinità e, per offrire una prova di quanto afferma, ricorda a Caifa e agli altri il giudizio universale dicendo: "D'ora innanzi mi vedrete gloriosamente seduto alla destra di Dio". Allora i suoi nemici sapranno che colui che ora è giudicato è il Giudice di tutto il mondo; vedranno nello splendore della sua Onnipotenza chi ora è disprezzato nelle sua umiltà, e riconosceranno come Dio vero e santo chi ora è considerato un malfattore.

Appena udita la risposta con cui Gesù si dichiara Figlio di Dio, Caifa avrebbe dovuto prostrarsi subito a terra con rispettoso timore e, col suo esempio, stimolare gli altri a fare lo stesso; invece, come fosse inorridito per una tremenda bestemmia, dà in escandescenze e si straccia l'abito.

Se Caifa proponesse ai membri del Sinedrio, tutti dottori della legge, l'esame spassionato della risposta di Gesù, confrontando la sua dottrina e i suoi miracoli con le profezie della Sacra Scrittura, si convincerebbe che Egli è veramente il Messia tanto atteso. Ma, accecato dalla malizia, vuole, senza cercare altro, che la verità sia ritenuta una bestemmia e che l'Innocente sia condannato come reo confesso. Si rivolge perciò ai presenti e, fingendo di rimettersi al loro giudizio, li obbliga moralmente con subdole proposte ad essere complici dell'orribile deicidio. Così tutti si arrendono e, appropriandosi ingiustamente delle funzioni, tra loro incompatibili, di accusatori di testimoni e di giudici, gridano che Gesù è degno di morte.

Riflessioni L'evangelista san Giovanni vuole che chiunque leggerà il punto della Passione in cui Gesù viene condotto da Caifa, tenga presente che si tratta di quello stesso Caifa che poco prima, nell'adunanza del Sinedrio, aveva detto che era necessario che Gesù morisse per la salvezza del popolo. L'Evangelista vuole perciò che ci ricordiamo che Gesù è il Salvatore del mondo, cioè il vero uomo e vero Dio, venuto a morire per liberare noi dalla morte eterna alla quale eravamo stati condannati a causa del peccato. Dobbiamo quindi credere fermamente al dogma della Divinità e dell'Umanità di Gesù, unite ineffabilmente in una stessa persona, poiché, se Egli fosse stato soltanto Dio o soltanto uomo, non avrebbe potuto operare la nostra salvezza eterna. E noi spesso corriamo il pericolo di mancare di fede credendolo ora l'uno ora l'altro.

Quei malvagi vogliono eliminare Gesù perché covano nel cuore un profondo rancore contro di Lui; ma, per mantenere incontaminata la loro reputazione, devono cercare il modo di coprire col manto della giustizia il loro odio brutale. Fanno finta, perciò, di indire un regolare processo, ma non è che un pretesto. Cercano testimoni, e non importa che siano falsi, purché in qualche modo sembrino veri; e non è necessario neppure che la sentenza sia giusta, purché il processo abbia una parvenza di regolarità. L'invidia, la superbia e l'ipocrisia complottano contro Gesù. Per invidia i farisei vogliono farlo morire, per superbia pretendono mantenere comunque la stima del popolo, e con l'ipocrisia voglio no nascondere il loro cuore malvagio sotto l'apparenza della più grande bontà. Purtroppo in essi io vedo rappresentato me stesso. Credevo di non avere almeno il vizio dell'ipocrisia, invece mi accorgo di esserci totalmente immerso. Infatti troppe volte ho coperto il male con l'apparenza del bene e la superbia con il manto dell'umiltà; all'invidia e alla maldicenza ho dato l'aspetto della sollecitudine per il prossimo, e a progetti viziosi la maschera della virtù.

I progetti degli uomini rimangono sempre delusi dalla Sapienza divina. Così anche ora quegli stessi testimoni prodotti contro Gesù per provare la sua colpevolezza, vengono riconosciuti non attendibili, e servono solo a far risaltare ancora di più l'innocenza del Salvatore. La sua vita era stata tanto pura, tanto integra ed esemplare che la sua onorabilità non poteva essere offuscata neppure da un'ombra di colpa; infatti, in tutte le accuse che gli vengono fatte, la verità prevale sulla calunnia, mostrando così che la cattiveria mente addirittura a se stessa.

Per un uomo d'onore non c'è tormento più doloroso della calunnia, infatti per lui è preferibile morire che vivere dopo essere stato disonorato. Perciò possiamo dire che Gesù ora beve quel calice di amarezza, dal quale la sua santa umanità, nell'orto, aveva pregato di essere dispensata. Egli, ascoltando attentamente, permette alla sua natura umana di soffrire tutto il dolore che simili menzogne possono causare, e, con pazienza e sovrumana carità, prega per tutti i suoi calunniatori. Quante cose devo imparare da questo esempio! Prima di tutto ad avere tanta pazienza quando si dirà male di me; e poi, quando avrò la tentazione di lamentarmi e di offendermi per le maldicenze nei miei confronti, a non fare agli altri ciò che pesa tanto a me. Io invece tendo con facilità al vizio della maldicenza: sono pronto ad interpretare male le azioni altrui, a concepire biechi sospetti ed a manifestarli; sono pronto a raccontare e ad esagerare i difetti altrui, e sono facile a riferire il male che sento dire dagli altri, senza riflettere se sia vero o falso, e senza riguardo al danno che posso recare all'onore del prossimo.

Gesù tace non perché teme di essere incapace di difendersi, ma perché così ha deciso liberamente. Egli tace, visto che non c'è alcun bisogno di difendersi da accuse tanto assurde, e per esercitare l'umiltà e la pazienza, come il Profeta aveva predetto. Così Gesù si manifesta a noi Signore potente e trionfatore sul peccato, proprio quando il mondo, nella sua superbia, crede di averlo vinto. Il mio Maestro m'insegna una grande verità: per vincere le calunnie e la maldicenza non c'è niente di meglio che l'umiltà e la pazienza. Infatti non giova proprio a nulla né rispondere a tono, offrendo così un pretesto per peggiorare la situazione, né chiudersi in un altero e dispettoso silenzio; sia il parlare che il tacere devono essere animati dalla virtù cristiana, perché siano meritori. Nella pratica dell'umiltà e della pazienza io sono estremamente imperfetto, perciò ho bisogno d'imprimere nel mio cuore questa verità: le virtù morali senza uno scopo soprannaturale non bastano per guadagnare la vita eterna. Molte della mie azioni, infatti, che sono buone in se stesse, sono sterili per la gloria del Paradiso, perché le faccio solo per prudenza umana, mentre dovrei farle per amore di Dio.

è necessario riflettere su come costoro si servano del nome di Dio per scagliare contro Dio stesso la più grande offesa, che consiste nel mandare a morte il Figlio suo fatto uomo; e la dichiarazione della sua origine divina, che Gesù farà per salvare il mondo, decreterà la loro condanna eterna. A qual punto può portarci una passione dominante! è solo dalla superbia, dall'invidia, dall'ira e dall'odio, che non si sono preoccupati di reprimere in tempo, che questi infelici sono spinti ad abusare delle cose più sacrosante per commettere un sacrilegio. Se rifletto su tutto questo, vedo che il mio comportamento mi fa correre grossi pericoli. Temo infatti di servirmi anch'io delle cose più sante della religione, come i Sacramenti, per commettere sacrilegi a causa di alcune mie passioni non represse, soprattutto l'attaccamento al mio orgoglio e ai piaceri dei sensi. Ciò nonostante mi accosto ai Sacramenti senza preoccuparmi del mio misero stato, e mi giustifico pensando: "In fondo, che male c'è?". Ma non vorrei che questa mia pietà esteriore, questa superficialità e tutto l'insieme degli affetti contrari all'amore di Dio, a lungo andare mi mettessero tra coloro che, invece di essere discepoli del Salvatore, sono suoi nemici.

Gesù sa che nella sua risposta quei giudici ingiusti troveranno il movente per condannarlo a morte. Se volesse, potrebbe tacere, perché né le torture, né l'autoritaria preghiera di Caifa e neppure le minacce di quei furfanti potrebbero costringerlo a rispondere; ciò nonostante spontaneamente e liberamente risponde. E poi, neppure la morte stessa lo tratterrebbe dal testimoniare la Verità per la gloria del suo Padre celeste e per la salvezza del mondo. lo, invece, devo vergognarmi di essere tanto così meschino nei miei doveri da lasciarmi vincere con facilità dal rispetto umano. Se si presentasse l'occasione di dover confessare la fede in Gesù col pericolo della vita, come fu per i martiri, certamente non avrei il coraggio di farlo, visto che non riesco a far onore alla virtù neanche quando si tratta di scontrarmi solo con la malevolenza e la maldicenza di poche persone. Questa è la mia debolezza: vorrei essere di Dio e insieme del mondo, cristiano e profano. Quante volte mi è capitato di abbandonare la pratica della virtù per non perdere la stima e il vano favore di chi è del mondo!

Il Salvatore non pUò salvarci senza la nostra fede, per questo ora vuole aiutarci a renderla stabile, ripetendo ancora una volta che Egli è vero Figlio di Dio e insieme vero figlio dell'uomo. Le parole di Gesù hanno anche un altro scopo, quello di rafforzare la nostra speranza, facendoci capire prima di tutto che ciò che è terreno, sia la prosperità che gli affanni, dovrà presto finire, e poi che è vicino il tempo in cui i cattivi saranno castigati per aver seguito le loro passioni, e i buoni, avendo imitato Gesù, saranno consolati.

Quello scellerato ipocrita fa vedere di voler difendere l'onore di Dio, ma i suoi gesti non sono dettati altro che dal suo cieco furore. Mostra di essere dispiaciuto per l'offesa fatta a Dio, ma dentro di sé è contento di aver finalmente trovato un pretesto per condannare il Figlio di Dio. Non si limita ad accusarlo, ma usa anche ogni malizia per esagerare l'accusa, allo scopo di far apparire più grave la sua colpa. Che cosa potrebbe fare Gesù di fronte a tanta malvagità? Potrebbe giustificarsi o difendersi dimostrando con prove tangibili che è verità ciò che ha detto, oppure risentirsi e ritorcere l'accusa di bestemmiatore addosso a chi l'ha accusato. Invece non fa nulla di tutto questo e, con mansuetudine e pazienza, sopporta e tace. Se talvolta capita che qualcuno racconti qualche falsità sul mio conto, mi lamento e mi agito; a chiunque mi capiti, poi, non la smetto di far sapere che son tato incolpato ingiustamente, e che sono malelingue quelle che sp 1 .o di me, e così il fatto viene ingrandito dal mio risentimento. E poi, siccome considero grave ogni torto che mi viene fatto, anche se in realtà è molto leggero, cerco di convincermi che, per sopportarlo, non basta una pazienza umana. Con questi sentimenti tanto diversi da quelli di Gesù, come posso dirmi cristiano? Guarda, anima mia, il tuo Gesù trattato da bestemmiatore, mentre non c'è stato, non c'è e non ci sarà mai uno simile a Lui nel glorificare Dio. Onora la sua mansuetudine e la sua pazienza nel sopportare il grave torto che gli viene fatto. Se terrai presente questo esempio, quanto ti sarà facile sopportare anche la calunnia più disonorevole!

Quegli sventurati hanno sotto gli occhi il Messia aspettato da secoli e non lo riconoscono; sono dominati dalle passioni, perciò non c'è ragione che tenga. Non ci si deve stupire che dal loro spirito, intriso di perfidia, possa uscire solo un giudizio perverso; essi erano già stati descritti dal Profeta fuori di senno, come fossero ubriachi, e lo sono davvero, perché hanno la mente agitata dalla superbia, dall'invidia e dall'ira. Ma io non devo irritarmi contro costoro che sono istigati da Caifa, perché anch'io , ho il mio Caifa dentro di me, che è il mio amor proprio, capo di tutte le altre passioni, nemico della verità e amico della menzogna.

Pratiche Consoliderò in me la fede, pensando che un UomoDio si lascia legare, insultare e condannare a morte per me. Quanto più sarà salda la fede, tanto più si ravviveranno la speranza, la carità e tutte le altre virtù.

L'ipocrisia è davvero vergognosa. Pensando al giorno del giudizio in cui saranno smascherati tutti gli ipocriti, farò il possibile per stare lontano da ogni falsità.

Il Vangelo insegna che la strada del Paradiso è stretta: devo perciò considerare false certe idee che mi allontànano dalla'mortificazione evangelica, per farmi seguire l'inclinazione dei miei sensi.

Devo convincermi che alla base della mia maldicenza stanno la superbia e l'invidia. Alla mia superbia contrapporrò l'umiltà di Gesù, e alla mia invidia la sua carità.

Non devo limitarmi a subire in silenzio le umiliazioni, ma devo accettarle per imitare Gesù e per amor suo, così mi sarà dolce soffrire ricordando quanto volentieri Gesù ha sofferto per amor mio.

Dovrò controllare se mi accosto indegnamente ai Sacramenti. Può darsi che ora il male in me non sia grave, ma a poco a poco potrà diventarlo se non insisterò nella mortificazione.

Ogni volta che cercherò di imitare l'umiltà, la pazienza e le altre sante virtù di Cristo, sarà come dichiarare la mia fede in Dio.

Devo rafforzare la mia fede, non solo per credere che Gesù è il mio Salvatore, ma anche per amarlo e per temerlo come mio giudice. E se talvolta verrà meno in me l'amore, mi aiuterà il timore.

Se nelle avversità perderò ancora la pazienza, mi umilierò per ottenere da Dio la grazia di essere paziente nelle occasioni future.

L'amor proprio combatte contro la verità e la giustizia in favore degli istinti, e fa sembrare probabili molte opinioni che invece sono sbagliate. Dovrò fare attenzione a questo pericolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è schernito nella casa di Caifa Appena hanno udito che Gesù è accusato di bestemmia, e dichiarato meritevole della condanna a morte, le guardie e i servitori si accendono ancora di più di sacrilego furore e si accaniscono contro di Lui, per umiliarlo, alcuni con offese, altri con parole di scherno ed altri ancora con vere e proprie aggressioni. 1 capi e gli anziani, messa da parte la loro dignità, più ostentata che vera, sono i primi a deriderlo, e dietro il loro esempio si scatena quel popolo fanatico.

Dopo aver concluso quella riunione notturna e averne indetta un'altra per il mattino seguente, quei giudici ingiusti tornano a casa e vanno a dormire contenti per aver potuto emettere la sentenza più infame del mondo. Ma a Gesù non viene concesso neppure un momento di riposo. Egli rimane in balia dei soldati, i quali lo tengono strettamente legato perché temono che possa fuggire e, nello stesso tempo, lo maltrattano con ogni sorta di insolenze per tutta la notte, fino al sorgere del giorno. Sull'esempio dei capi, che lo hanno disprezzato in tutti i modi, fanno lo stesso, e anche peggio, i servitori: alcuni lo guardano con occhio torvo come fosse un bestemmiatore e aspettano di poter ucciderlo; altri lo trattano come un buffone, un omuncolo da nulla che serve solo a farli divertire. E tutti si chiedono come mai siano stati dati a Giuda trenta denari d'argento per un uomo che non vale assolutamente nulla.

Il primo affronto che viene fatto a Gesù nel cortile di Caifa è, come narrano gli Evangelisti, quello di sputargli in faccia. Egli stesso lo aveva preannunciato quando, parlando della sua Passione agli Apostoli, aveva detto che il Figlio dell'uomo sarebbe stato deriso e sputacchiato dai suoi nemici.

Teniamo ancora presente l'umiliazione subita da Gesù mentre riceve in faccia un'infinità di sputi. Nessun uomo, per quanto altero possa essere, potrebbe sentire tanto vivamente nella sua superbia la gravità di quegli oltraggi, quanto Gesù nella sua umiltà.

A Gesù ora viene fatta un'altra offesa: viene schiaffeggiato e viene percosso con pugni sulla testa, sulle spalle, sul petto. Quegli sciagurati ci prendono gusto e fanno a gara a chi riesce a colpirlo con maggiore violenza. Per bocca del suo Profeta Egli aveva predetto: "Ho dato il mio corpo in preda a chi lo percuoteva, ed ho presentato le guance a chi mi offendeva con schiaffi e con altri insulti". E la profezia si è puntualmente avverata.

I Giudei si indispettiscono nel vedere Gesù così paziente e mansueto nel sopportare tante offese, senza lamentarsi o irritarsi. E poiché non sanno che Egli soffre spontaneamente, si infuriano sempre di più per vendicarsi della sua pazienza e della sua mansuetudine, inventando altre maniere per schernirlo; ma la virtù in Lui si mantiene sempre eroica. Vanno in cerca di uno straccio sudicio e glielo gettano sul capo per coprirgli la faccia; quindi, ridendo, si prendono gioco di Lui e, mentre continuano a percuoterlo, lo canzonano dicendo: «Tu, che ti credi un profeta, indovina chi ti ha dato questo schiaffo!».

Fermiamoci a considerare Gesù mentre gli viene bendata la faccia. 1 Giudei gliela coprono in quel modo perché non possono sopportare la sua modestia, la sua dolcezza e serenità che rischiano di impietosire il loro cuore, mentre invece vogliono continuare a maltrattarlo in piena libertà. Lo fanno, quindi, per non essere ostacolati dai raggi di grazia e di bontà che emanavano da quel santo volto. è vera malvagità disprezzare la pazienza di Dio ed aver paura che la grazia ci tocchi il cuore. Ma Gesù ha uno scopo ben preciso nel lasciarsi coprire: togliere da noi ogni velo d'ignoranza e di vizio, che ci impedisce di conoscere e di amare tutto ciò che riguarda Dio.

è indicibile ciò che Gesù ha patito quella notte in casa di Caifa. San Luca, dopo aver parlato di sputi, schiaffi ed irrisioni, conclude che i Giudei hanno continuato al insultarlo e a tormentarlo anche in altre maniere, specialmente con molte e gravi bestemmie.

Gesù ha già patito molto per la malvagità degli uomini, ma non ha ancora cominciato a patire a causa dei principi delle tenebre, che più tardi si scateneranno con orribile violenza. Infatti la Sapienza divina ha disposto che i nemici infernali avessero piena libertà nell'infierire su di Lui, perché alla fine rimanessero confusi vedendosi vinti dalla nostra natura umana che avevano considerata debole e che, invece, si sarebbe rivelata molto forte.

Al momento della cattura di Gesù, non tutti i suoi lo avevano abbandonato; infatti fu seguito, anche se da lontano, da Pietro e da un altro discepolo che si crede fosse san Giovanni. Questi, entrato nella sala del sommo sacerdote, poté vedere tutto ciò che succedeva al suo Maestro; ed è logico pensare che sia andato poi ad informare la Vergine Santissima.

Riflessioni Gesù sopporta tutto con umiltà profonda, che però non diminuisce affatto la sua sofferenza interiore. Egli ama il suo onore per quanto è degno di essere amato, e inoltre ha nell'anima tutta la capacità di affliggersi per il disonore che gli si arreca. Ma, poiché desidera immensamente la sofferenza del corpo e dell'anima, non si lascia sfuggire nessuna occasione, accetta volentieri ogni ingiuria, la soppesa e la penetra con il suo spirito per trarne il massimo della sofferenza. La sua mente si mantiene serena e tranquilla, senza turbarsi affatto; anzi, è in grado di misurare ogni parola cattiva e ogni torto, e più li considera gravi, più la sua amarezza aumenta.

Poiché hanno deciso di farlo morire, potrebbero lasciarlo in pace e risparmiargli tante beffe e tante percosse, invece quei manigoldi, peggiori dei barbari, gli si avventano addosso uno dopo l'altro, con una furia tale da far pensare che nessun altro al mondo potrebbe essere considerato più abbietto del Signore del cielo e della terra. Gesù li lascia fare e sopporta con grande mitezza tutte le loro volgarità e i loro maltrattamenti.

Lo sputare in faccia è un grave affronto, che si fa per dimostrare un disprezzo ed un odio totali, perché lo sputo è una delle cose più ripugnanti. Sputando in faccia a qualcuno, quindi, si vuol dimostrare a tutti che costui è un essere spregievole. Proprio così i soldati stimano Gesù, visto che fanno a gara per insozzare il suo nobile volto. Egli rimane immobile, come aveva previsto il Profeta, per non sottrarsi a nessuno di quegli oltraggi ripugnanti; e soffre profondamente perché è in grado di conoscere a fondo la dignità della sua Persona, la viltà dei persecutori e la gravità di quegli insulti. Contemporaneamente, però, Egli ne gioisce; ma mentre a noi la gioia interiore serve ad alleviare le sofferenze, in Gesù le aumenta, perché Egli sa che sono proporzionate alle grazie che vuole guadagnare per noi.

Nel suo volto imbrattato non possiamo certo riconoscere quello descritto dal re Davide, che lo aveva dipinto tanto bello, dolce e adorabile da non aver uguali tra i figli dell'uomo. Invece è come lo descrive il profeta Isaia: un volto che sembra quello di un lebbroso, diventato irriconoscibile tanto è pieno di lividi. Davanti a tale scempio dovrebbero inorridire la terra, il cielo e gli stessi Angeli. Padre Santo, guarda: è forse questo il volto, lucente come il sole, del tuo diletto Figlio, nel quale sul monte Tabor ti eri compiaciuto? Anima mia, non stupirti: la faccia di Gesù così imbrattata di sputi è altrettanto gradita e forse più bella agli occhi del Padre, di quanto apparve splendente di gloria nella trasfigurazione. Guarda, invece, come in essa, anche se deturpata, risplenda la luce della mansuetudine, dell'umiltà e della pazienza. Noi non siamo graditi a Dio per la bellezza del viso, ma per il fascino delle virtù. Ed è proprio per una virtuosa scelta che Gesù soffre, non per una condizione inevitabile; non gli cade addosso uno sputo che non sia voluto da Lui per rendere più abbondante la redenzione dell'uomo.

Nessun uomo è stato mai così disonorato e sfigurato come il Redentore del mondo, per cui a ragione Isaia disse che non si potranno meditare quegli oltraggi, senza provare commozione e stupore. Infatti non è possibile non rimanere scossi nel vedere i Giudei che sfogano in un modo tanto orribile il loro rancore su quel sacro volto, davanti al quale il mare tempestoso obbediente si calma, ed il sole si oscura per non vederlo in quelle condizioni. Ma come può quel volto, degno di essere venerato ed adorato da tutto il mondo, restare fermo e non alterarsi davanti a tanta insolenza? è necessaria indubbiamente una pazienza divina, ed io devo convincermi che questa pazienza Gesù l'ha esercitata tutta per me, perché avrei dovuto essere io a ricevere, a causa dei miei peccati, quella serie di sputi, di pugni e di schiaffi. Fino a questo punto si è degnato di sostituirmi, Lui, il re della gloria, prendendo su di sé sofferenze tanto umilianti!

Il Figlio di Dio è deriso come se fosse un falso

profeta; il Maestro della sapienza è trattato come se fosse un ignorante. Quel Dio che scruta i cuori e dona lo spirito della profezia a chi vuole, sa certamente chi è colui che lo offende, eppure sopporta di essere considerato un povero sciocco. Piangi pure, anima mia, vedendo il Figlio dell'Altissimo ridotto in uno stato così pietoso. Se nell'orto solo prevedendo queste derisioni Egli fu tanto triste da pregare di esserne dispensato, prova ad immaginare quanto debba soffrirne ora che le sta subendo!

Ma il male è che anche noi, proprio come i Giudei, nascondiamo di proposito a noi stessi la presenza divina e facciamo patire di nuovo a Gesù gli oltraggi di allora. Lasciando da parte gli altri, posso dire che io ho ricoperto e percosso la faccia di Gesù ogni volta che ho lasciato libero sfogo alle passioni ed ho acconsentito al peccato, comportandomi come se Dio non fosse presente o non mi vedesse. E proprio per aver volutamente dimenticato di essere al cospetto di Dio che la mia vita è caduta nel disordine. Sono davvero uno sciocco, se penso che Egli non abbia occhi per guardarmi, solo perché mi dimentico della sua presenza

Per poter capire quanto sia grande la pazienza di Gesù, basta contemplarlo in quelle condizioni. Ora è facile riconoscere in Lui l'uomo descritto dai profeti, il più disprezzato, il più avvilito, l'ultimo di tutti i figli d'Adamo; un uomo che fa ribrezzo come se fosse un verme, rifiutato e schernito dagli altri uomini, giunto fino al totale annientamento. I Profeti e gli Evangelisti hanno riportato con diligenza molte cose orribili che riguardano il Salvatore, senza alcuna vergogna di renderle note, perché hanno ritenuto di dar gloria a Dio facendo vedere fino a qual punto fosse giunta la sua carità, che ha voluto patire tutte quelle umiliazioni. E poi hanno giudicato questa narrazione utile per noi, affinché da questa fossimo stimolati ad ammirare e a ringraziare senza sosta quest'UomoDio per tutto ciò che si è degnato di sopportare per la nostra salvezza. Impariamo quindi a non arrossire, ma anzi a vantarci ed a consolarci per essere chiamati ad imitarlo in occasioni simili.

Il Salvatore vuole fortificarci contro tutte le arti diaboliche. E poiché noi, istigati dal demonio, siamo tanto delicati da non sopportare neppure un piccolo affronto, considerandolo una trave invece che una pagliuzza, Egli ha voluto soffrire tutto il disonore e gli affronti che il demonio poteva escogitare, perché noi diventassimo così forti da superare tutte le tentazioni. Gesù in ogni offesa esercita tutte le virtù insieme, e non una dopo l'altra come faremmo noi. In Lui agiscono la natura, la grazia e le virtù unite ai doni dello Spirito Santo, in una maniera incomprensibile e in tutta la loro perfezione. Egli assapora ogni insolenza in tutte le sue dimensioni per inasprire al massimo la sofferenza; e nello stesso tempo compie un atto di umiltà, di pazienza, d'amore, di carità, di dolore per i nostri peccati, di obbedienza e di offerta al Padre per noi. Così ripete in continuazione questi atti di virtù e molti altri ancora, senza essere ostacolato dalla debolezza dei sensi e dalla tristezza.

Considera, anima mia, l'angoscia della Madre di Gesù mentre, col cuore trafitto, ascolta Giovanni che le riferisce tutto ciò che in quella notte è stato fatto contro il suo dilettissimo Figlio, cominciando dall'orto del Getsemani e continuando poi nella casa di Anna e in quella di Caifa. Sospira e geme la povera Madre come se vedesse quello che le viene narrato, e parla con parole mozze, ora col Figlio, ora con gli Angeli. Un sudore ed un pallore di morte le velano il volto, segno esteriore di quello spasimo che, secondo la profezia di Simeone, come una spada le trafigge l'anima. Ma non si agita, né si adira, ma si conforma pienamente al Figlio, conoscendo per ispirazione divina ciò che Lui guadagna con le sue sofferenze. Adora il progetto della redenzione del mondo e di nuovo lo accetta umilmente, e, come ha già fatto nell'Incarnazione, ripete: «Ecco l'ancella del Signore: si adempia in me il suo volere». Vuol praticare in maniera eroica le virtù di suo Figlio, prendendo su di sé, con la forza della sua amorosa partecipazione, tutte quelle sofferenze per offrirle all'Etemo Padre.

Pratiche Non è la ragione, ma la superbia che mi fa risentire delle offese che mi vengono fatte. Dovrò sforzarmi, quindi, di non agitarmi, ma di riconoscere che i rimproveri e gli insulti sono meritati, anzi, sono necessari per rafforzare la mia umiltà.

Tutti i miei peccati nascono dall'amore disordinato di me stesso. Devo riflettere sull'importanza di Dio e su quella che posso avere io, e poi devo chiedermi se è giusto che mi paragoni o che addirittura mi preferisca a Lui.

Pensando ai Giudei che deturpano il volto di Gesù, riconoscerò di essere io a meritare tutti quegli sputi e mi pentirò dei miei peccati.

Ho bisogno di molta pazienza per tutte le occasioni che ogni giorno mi si offrono di provare ripugnanza per qualcuno o per qualcosa. Rinnoverò spesso il proposito di rafforzare questa virtù, meditando sugli esempi che mi dà il Redentore.

Prenderò questa decisione: sopporterò per amore di Gesù le contrarietà e le ingiurie, visto che Lui ne ha sopportate tante per me.

Per essere felice, mediterò spesso il brano evangelico delle beatitudini; esso infatti proclama: beati gli umili, i mansueti, beati i pacifici e tutti quelli che hanno pazienza per amore di Dio.

Nel pensare continuamente alla presenza divina sta il segreto della mia salvezza, perciò ripeterò spesso queste parole: «Dio è presente e mi vede».

Penserò spesso a ciò che Gesù ha patito per me, per dispormi a patire anch'io qualcosa per Lui. E quando non mi sentirò propenso a farlo, almeno mi umilierò detestando la mia superbia e la mia ingratitudine.

Amerò Dio, e con questo amore vincerò ogni vizio, ogni tentazione e soprattutto la stima eccessiva che ho di me stesso.

Ho già scelto Maria Santissima come mia avvocata, ma ora voglio affidarmi di nuovo a Lei in maniera tutta speciale, affinché mi conceda le grazie necessarie per poter meditare con frutto i patimenti di Gesù.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Assemblea dei Giudei per condannare Gesù Trascorsa quella notte così dolorosa per Gesù, la mattina di buon'ora si radunano nuovamente i capi dei sacerdoti, i dottori della legge e gli anziani del popolo per indire una pubblica assemblea contro quell'Innocente, visto che la precedente consultazione aveva avuto solo l'apparenza di ufficialità, perché fatta di notte e con disordine. Quindi si radunano un'altra volta per non essere accusati di aver agito illegalmente e perché il loro giudizio diventi un atto ufficiale. Senza dubbio avranno vegliato tutta la notte per escogitare un modo per condannare Gesù, e non c'è neppure bisogno che Caifa li mandi a chiamare, perché si presentano là appena spunta il giorno.

Riuniti i membri del consiglio all'alba del venerdì, viene dato l'ordine che Gesù sia condotto alla loro presenza per essere esaminato di nuovo. La decisione è già presa: Egli deve morire, affinché con Lui si estinguano anche il suo nome e la sua dottrina. Ma quei giudici ingiusti, non avendo prove sufficienti contro di Lui, fanno l'ultimo sforzo per escogitarne qualcuna. Spinto dai soldati, il Salvatore entra dunque alla presenza di quei giudici sacrileghi. Dobbiamo fermarci un momento a guardarlo: Egli è livido, pesto, con la sua divina faccia deformata a causa del trattamento disumano della notte precedente e per gli sputi, dai quali non ha potuto ripulirsi avendo le mani legate.

Nessuno, nemmeno il demonio, ha mai potuto trovare in Gesù una sola ombra di colpa. I Giudei, invece, pretendono di trovare in Lui il peggiore dei delitti punibile solo con la morte. Lo sollecitano perciò a confessare di essere il Cristo, il Re d'Israele promesso da Dio a Davide. Se Gesù risponderà di sì, essi potranno accusarlo davanti a Pilato di voler usurpare il potere di Roma e quindi di essere colpevole del più grave delitto contro lo Stato. Ma Gesù risponde: «Non è questo il momento di cercare chi io sia; poiché, se aveste voluto, mi avreste già conosciuto. Vi dico che si avvicina il giudizio, ed il Figlio dell'uomo siederà alla destra del Padre».

Alla domanda che gli viene fatta se sia figlio di Dio, Gesù risponde lasciando capire che quello che hanno detto è verità. Allora tutti quei disgraziati sacerdoti, scribi ed anziani, rosi dall'ira, esclamano: "Non abbiamo più bisogno di testimoni: eccolo reo confesso di sacrilegio e di lesa maestà". Gesù quindi è giudicato all'unanimità colpevole e degno di morte, come già avevano predetto i profeti.

Riflessioni La fretta che hanno costoro di togliere Gesù dal mondo con false accuse nasce tutta dal loro odio contro di Lui; e odiano Gesù non perché abbiano trovato in Lui qualche difetto, ma solo perché li aveva accusati di essere ambiziosi ed ipocriti, e perché aveva annunciato loro la verità anche con il suo esempio. Anima mia, anche oggi succede la stessa cosa. Tutti i peccatori odiano il tuo e loro Salvatore per quelle sue virtù che si contrappongono ai loro vizi: i superbi per la sua umiltà, i vendicativi per la sua mansuetudine e carità, gli impuri per il suo candore; in generale poi Egli è odiato da tutti i cattivi cristiani che sono presi dalle forze oscure del peccato.

I Giudei hanno il cuore duro come una pietra, senza la minima compassione per Gesù che, invece, ha il cuore infiammato d'amore e di carità come fosse un rogo. 1 Giudei inventano ogni sorta di falsità per sopraffare l'innocenza di Gesù, che, intanto, offre con umiltà il suo dolore al divin Padre, rimettendosi alla sua volontà e non cercando altro che la sua gloria. Anima mia, è veramente bello abbandonarsi ad occhi chiusi nelle mani di Dio, e confidare nella sua provvidenza, senza preoccuparsi delle vicende di questo mondo, per quanto penose esse siano. Bisogna lasciarlo libero di disporre come gli pare e piace di tutto ciò che riguarda l'anima, il corpo, l'onore, i beni materiali, la vita, la morte, il tempo e l'eternità. Questa è una virtù che Gesù ci insegna per farci godere la dolcezza del Paradiso anche in questa valle di lacrime. Ma di questa virtù nel mio cuore non c'è neppure la minima parvenza.

Queste parole di verità eterna dovrebbero scuoterli ed intimorirli, invece tutti costoro fremono ancor più di rabbia; e, poiché hanno udito che Gesù verrà nella sua maestà di giudice, gli chiedono con ira: «Sei tu dunque il Figlio di Dio?». Sono veramente ciechi: hanno l'intelligenza sufficiente per dedurre che se Egli è il Giudice del mondo è Dio, ma non hanno occhi per vedere quanto sia doveroso adorarlo e temerlo. Sarebbe stato facile credere in Lui, ma non vogliono farlo per non sentirsi costretti dalla fede a troncare i vincoli delle loro passioni. Quanto è infelice quell'anima, che, indurita nel male, arriva fino al punto di non temere più il giudizio di Dio! E questa terribile mancanza è seguita necessariamente dall'ostinazione, dall'impenitenza e quindi dalla dannazione. Perciò devo anch'io riflettere su come sono, per allontanare il pericolo di cadere in questa disgrazia. Devo verificare se credo davvero che Cristo verrà a giudicarmi con potenza e maestà, se mi ricordo spesso di questa verità di fede e se regolo su di essa la mia condotta.

La vita più preziosa di tutte, che è la sorgente stessa dell'esistenza, viene giudicata meritevole di morte. Che assurdità! Perfino i demoni, con rispetto e paura, hanno riconosciuto Gesù come giudice e Dio; invece i Giudei, nonostante Egli dichiari apertamente di essere Dio, lo chiamano sobillatore e bestemmiatore e lo condannano a morte. Giustamente, perciò, la rivelazione del mistero divino fatta dal Salvatore diventa la loro condanna. Ma lasciamo stare i Giudei e osserviamo piuttosto la condotta di Gesù. Egli avrebbe potuto risentirsi, appellarsi alla legge o chiedere tempo per preparare la sua difesa; invece niente di tutto questo: tace con prudente umiltà e adora il decreto del Padre.

Pratiche Pratica Farò il possibile per frenare le mie passioni, e sarò pronto e scrupoloso nel fare il bene, più di quanto non lo sia stato in passato nel fare il male.

Frutto del timore dev'essere il pentimento della vita passata ed il proposito di regolare meglio la vita per l'avvenire. Per ottenere questo devo fare un rigoroso esami di coscienza.

L'uomo vecchio, figlio di Adamo, può essere annientato con la penitenza e la mortificazione dei sensi. Forzando la mia volontà rinnoverò quindi i miei propositi sia di penitenza che di mortificazione.

 

Gesù è negato da san Pietro Gesù, mentre in casa di Caifa è caricato di insulti e percosse, è disonorato anche dalle tre negazioni di Pietro. Poche ore prima l'Apostolo era stato avvertito per tre volte dal Salvatore di ciò che gli sarebbe accaduto. Per tre volte nell'orto era anche stato esortato a prepararsi ad affrontare la tentazione, ma, poco previdente, per altrettante volte cede, quando nega a voce alta di essere discepolo di Gesù; inoltre, temendo di non essere creduto, Pietro aggiunge giuramenti ed imprecazioni, dichiarando di non sapere neppure chi sia quell'uomo.

Pietro si trova nell'atrio della casa di Caifa quando rinnega Gesù, ma il Maestro, stando nella sala del consiglio, vede tutto ciò che accade al suo Apostolo; ode le sue negazioni e i suoi falsi giuramenti che lo privano della grazia di Dio. Se nell'orto fu tanto addolorato solo per averli previsti, immaginiamo quale pena gli causano ora che sono diventati realtà!

Nessuno poteva pensare che Pietro avrebbe rinnegato Gesù, proprio lui che poco prima aveva riconosciuto la divinità del Maestro e aveva dichiarato di essere disposto a morire piuttosto che offenderlo. è incredibile che colui che era stato preferito agli altri Apostoli e costituito capo e sostegno della Chiesa, ora sia precipitato, di caduta in caduta, fino a toccare il fondo dell'empietà, meritando di essere rinnegato dal Salvatore davanti al Padre Celeste.

La prima causa della caduta di Pietro deve essere stata la sua segreta superbia, visto che questa è l'origine di tutti i peccati. Ognuno di noi, nel momento in cui pecca, in qualche modo s'insuperbisce, e Dio permette le nostre cadute al solo fine di guarirci da questo male. Pietro, infatti, solo poche ore prima aveva dichiarato con sicurezza che non avrebbe, per nessun motivo, abbandonato il suo Maestro, come se nessuna tentazione avesse potuto vincerlo; perciò Dio giustamente, per punirlo della sua presunzione, lo lascia mentire e spergiurare.

Di solito non si cade tutto ad un tratto nel peccato mortale, ma ci si dispone con piccole mancanze causate da negligenza o tiepidezza. Il demonio, in principio, non ci spinge a commettere peccati enormi, ma c'induce con arte, pian piano, a passare da un peccato minore a uno maggiore. Questo infatti si osserva in Pietro: prima semplicemente nega, poi spergiura ed infine aggiunge maledizioni ed imprecazioni contro se stesso.

Il peccato di san Pietro è un salutare insegnamento per chi desidera mantenersi nella grazia di Dio. Esaminiamo le cause per cui Gesù ha lasciato cadere san Pietro ed impariamo a rimuoverle da noi. L'Apostolo era piuttosto severo verso il suo prossimo: non aveva quella dolcezza e benevolenza che è necessaria per saper compatire e rialzare chi pecca. Infatti era convinto che tutti coloro che avevano tenuto mano alla cattura del suo Maestro dovessero essere puniti senza alcuna pietà, visto che con la spada aveva mutilato uno di loro. Per questo la divina Provvidenza saggiamente permette che egli stesso, il primo tra gli Apostoli, cada in peccato tre volte, affinché impari a moderare le sue asprezze verso gli altri, a saper compatire e ad usare misericordia verso i peccatori.

Riflessioni Agendo in questo modo, Pietro fa vedere quanto sia debole, poiché rinnega Gesù senza esservi costretto da minacce o da imposizioni da parte dell'autorità, ma soltanto perché gli viene rivolta una semplice domanda da donnicciole e da servitori sfaccendati. Coloro che gli stavano intorno senz'altro lo avranno giudicato molto male, dato che lo avevano visto più volte in compagnia di Gesù per la città e poco prima nell'orto. Considera, anima mia, quanto disonore venga gettato addosso a Gesù! Mentre si cercano testimonianze per provare che Egli è un cattivo soggetto, indubbiamente fa molto comodo ai suoi nemici sentire Pietro che parla come se si fosse pentito di essere stato tra coloro che lo avevano seguito ed ora se ne vergognasse. Ma riflettiamo un momento: noi certamente biasimiamo Pietro perché ha rinnegato Gesù dicendo di non essere suo discepolo, ma che cosa dovremmo dire di tanti cristiani che, peggiori di Pietro, lo rinnegano continuamente, smentendo con la loro vita disonesta di essere cristiani?

Gesù è legato e schernito mentre Pietro giura e spergiura di non conoscerlo. Non apre bocca per emettere un solo gemito mentre è offeso e torturato, ma non può fare a meno, per bocca dei Profeti, di lamentarsi di Pietro; ed è come se dicesse: "Che i miei nemici mi maltrattino con parole e fatti non fa meraviglia, perché dalla loro invidia, cresciuta tanto da diventare odio mortale, non posso aspettarmi altro; ma che sia tu, Pietro, il più caro ed il più intimo dei miei amici, colui che ho scelto come guida dei miei fedeli, a rinnegarmi invece di dare la vita per testimoniare la tua fede in me, questo sì, che mi addolora immensamente! Le tue negazioni sono tre chiodi che mi configgono ad una croce più crudele di quella che mi stanno preparando i Giudei." Si può pensare che Gesù si sia lamentato di Pietro proprio in questo modo; io sono certo, però, che ancor'oggi continua a rammaricarsi per me nella stessa maniera, poiché anch'io sono presente nel suo spirito quanto l'Apostolo.

Quanto. è accaduto a Pietro deve farci riflettere. Per aver professato la fede in Gesù, entreranno in cielo con la corona del martirio anche i fanciulli; Pietro invece, che ha le chiavi del Regno celeste, se ne esclude da solo. Non è possibile non considerare mortale il suo peccato, anche se non si può capire come abbia potuto il principe degli Apostoli commettere una colpa così grave; e pare che non l'abbiano capito neppure gli stessi Evangelisti che hanno narrato la vicenda eppure il fatto è vero quanto lo stesso Vangelo. Che cosa dobbiamo imparare da tutto questo? A diffidare della nostra natura estremamente debole, che non riesce a far nulla di buono se Dio, anche solo per un'istante, ci rifiutasse l'aiuto della sua grazia. Ciò che è accaduto a Pietro può succedere in qualsiasi momento a chiunque, anche se ha toccato l'apice della santità e della perfezione. E molto più facilmente può accadere a me che non sono né santo né perfetto.

Al tempo del suo fervore Pietro si sentiva forte e, senza contare su Dio da cui proveniva ogni sua forza, ha confidato molto nel valore del proprio spirito. Ma dove va a naufragare la sua vana sicurezza? Si è lasciato impaurire da una donna colui che si millantava di non aver paura del mondo intero, e ha rinnegato il Maestro proprio chi si credeva capace di affrontare la morte per Lui. Tutti gli Evangelisti hanno voluto riportare la caduta di questo Apostolo, affinché servisse da ammonimento per noi a non vantarci e a non contare mai sulla nostra forza, ma a porre la fiducia solo in Dio. Solo Lui con la sua grazia ci rende forti. Di questa verità io ho trovato la conferma in me stesso. Quante volte, infatti, proprio quando pensavo di aver rafforzato le mie virtù, mi sono visto debole e sono caduto, e, quando ero convinto di poter proseguire con le mie sole forze sulla strada della perfezione, sono invece tornato indietro. Non ho mai conosciuto la mia miseria, la mia insipienza, il mio nulla, come quando ho avuto una buona opinione di me, stimandomi qualche cosa.

Come mai Pietro arrivò fino al punto di negare Gesù? L'accidia, l'ozio, la curiosità, la viltà, segni di una grande tiepidezza, furono un ottimo terreno per la colpa mortale. E `fui è necessario riflettere che, per far cadere un'anima tiepida, basta una piccola tentazione. Prima Pietro aveva dormito invece di pregare; poi si era trattenuto ad ascoltare le chiacchiere attorno al fuoco e, invece di accompagnare Gesù per condividere la sua pena, lo aveva seguito soltanto per la curiosità di vedere l'esito della sua causa. Ormai smarrito, ebbe paura di essere riconosciuto come suo seguace. Se prima aveva avuto il coraggio di seguire Gesù mentre faceva i miracoli, quando vide che gli onori avevano lascito il posto alle offese si comportò come si usa nel mondo: fu fedele all'amico nella prosperità, ma poi, nelle avversità, non lo riconobbe e l'abbandonò. Un'anima intiepidita non può mantenersi a lungo senza commettere peccati mortali, dato che giustamente, a poco a poco, diminuiscono in essa gli aiuti della grazia.

Abbiamo molto da imparare dall'esempio di Pietro. Siamo tutti figli di Adamo, deboli, fragili, impastati dello stesso fango, perciò, se veniamo a sapere che qualcuno ha commesso un peccato grave, dobbiamo riflettere che quanto prima anche a noi può accadere altrettanto. Tutti, infatti, siamo tentati di rinnegare Gesù col peccato sia dagli istinti perversi che dall'azione del demonio. Dalla nostra esperienza dobbiamo essere spinti a comprendere gli altri, soffocando talvolta atteggiamenti di severa condanna, per non incorrere in peccati addirittura peggiori di quelli di Pietro.

Pratiche Esaminerò i miei peccati sia nella qualità che nella quantità per aumentare il mio pentimento e per esercitare l'umiltà. Quanto più ho peccato tanto più devo essere umile.

Talvolta mi rammarico perché non provo amore verso Dio, né dolore per i miei peccati. Per ottenerli entrambi ripeterò a me stesso quanto siano grandi sia la bontà divina che la mia ingratitudine.

Diffiderò sempre di me stesso, perché posso compiere un peccato mortale quando meno me l'aspetto, e implorerò per i meriti di Gesù, l'aiuto divino, il solo che mi può custodire.

Rifletterò sul vizio della presunzione che è poco avvertito ed è dannosissimo; dovrò abituarmi, quando penserò o dirò di voler fare qualche cosa, ad aggiungere sempre: "Con l'aiuto di Dio!".

Mi ripropongo di chiedere l'aiuto del Signore col compiere continui atti di umiltà, in modo che Egli mi renda consapevole della gravità della mia tiepidezza e della mia accidia.

Voglio imparare dal Signore a non scandalizzarmi mai, neppure di fronte ai peccati peggiori. Mi ripropongo di compatire gli altri e di usare loro quella carità che desidererei per me in circostanze simili.

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Misericordia di Gesù verso san Pietro Quando Pietro nega Gesù per la terza volta, il gallo canta, e così si avvera ciò che aveva predetto il Maestro e non quanto aveva, con presunzione, dichiarato l'Apostolo. Pietro, però, non rimane a lungo nel peccato; Gesù lo guarda con l'occhio benigno della sua misericordia, ed egli, ricordandosi improvvisamente della predizione del Salvatore, si ravvede e piange amaramente.

La misericordia di Gesù è ammirevole sotto ogni punto di vista. Egli si trova legato e circondato da soldati e da sgherri che non cessano di tormentarlo ed ingiuriarlo, ciò nonostante non smette un attimo di pensare alla conversione del suo apostolo. I sacerdoti lo calunniano, i falsi testimoni lo accusano, i beneficati lo battono e lo insultano; i giudici, suoi nemici, incalzano e vogliono affrettare la causa, nella quale si tratta del suo onore e della sua vita, eppure, come se i suoi interessi e le sue pene non lo toccassero, mostra di soffrire solamente per il peccato commesso da Pietro e di essere preoccupato per la salvezza della sua anima.

Non bisogna trascurare una riflessione sul modo che usa Gesù nel convertire san Pietro. Gli dà un'occhiata, non severa ma dolce e mite. Non ci vuole di più perché il peccatore apra gli occhi dell'anima, si ravveda e si penta.

Pietro non rientra in se stesso fino a quando Gesù non lo illumina con un raggio di grazia. Appena è colpito dalla vera luce, egli esce immediatamente anche dalle tenebre del suo peccato.

Riflessioni Pietro, precipitato nelle tenebre, non ha più il potere, per quanto faccia, di risalire alla luce, soltanto la grazia può illuminarlo, sostenerlo e riportarlo a Dio, Verità universale ed eterna. Come ognuno di noi può uccidersi ma non risuscitare, così può distruggere col peccato la propria anima, ma non è in grado di riportarla alla vita della grazia. Quanto è stata grande la bontà di Gesù verso Pietro! Il Signore era l'offeso, ma, pur non avendo alcun bisogno di Pietro, per primo lo cerca, lo chiama, lo aiuta, non per altro che per salvarlo. Se la sua pietà e la sua misericordia non lo avessero guardato, che ne sarebbe stato di lui?

Considera, anima mia, la carità di Gesù. Quando con le lacrime agli occhi Egli richiamò Lazzaro dal sepolcro, i presenti ammirarono il suo tenero amore; ora, mentre con i suoi occhi pietosi richiama Pietro dal peccato, deve essere ammirato ancora di più. E noi che siamo richiamati da quegli stessi occhi non una volta sola, ma continuamente, con quanta gratitudine dovremmo ammirarlo?

Quell'occhiata è come una voce che gli penetra nel cuore perché si renda conto dell'enorme delitto che ha commesso, senza mortificarlo né rinfacciargli la sua millanteria. è una voce dolce, amorosa, che lo ammonisce ma non lo umilia, che lo converte ma non lo confonde, una voce che lo incoraggia a confidare nella divina bontà e a tornare a quel primo fervore dal quale, poco a poco, si era allontanato. Questa, anima mia, è la delicatezza del cuore di Gesù nel convertire il suo dilettissimo Apostolo. Egli altre volte, per piccoli difetti, aveva corretto Pietro con un certo rigore, ma ora, poiché la colpa è veramente grave e il ricordo di essa potrebbe gettare Pietro nella disperazione, penetra nel profondo del suo cuore infondendogli la consolante fiducia che verrà perdonatoe strappandogli lacrime di tenera compunzione. Così fa Dio. Colui che con un solo sguardo fa tremare la terra, fa anche tremare i peccatori investendoli con il suo amore, per cambiare la loro angoscia in dolore liberante e costruttivo.

Se, dopo essere caduto nella colpa, Pietro si fosse allontanato definitivamente dal suo divino Maestro, dove sarebbe andato, se non di male in peggio? Beato lui che prima di negarlo ha sempre voluto seguirlo, anche se a distanza, nonostante temesse di andare incontro a pericoli! E anche dopo non ha voluto lasciarlo, ma si è trattenuto fuori della sala di Caifa, visto che non poteva entrare dentro. Tutto questo è segno che egli provava un tenero amore per Gesù. E Gesù, a sua volta, quanta cura ha di Pietro! Se lo ha lasciato cadere per umiliarlo, non lo abbandona nella caduta: lo rialza subito con la sua grazia. Questa è la maniera che Dio usa con tutti quelli che lo amano e lo cercano. Con singolare provvidenza veglia su di essi, e, se talvolta per fragilità soccombono alla tentazione diabolica, porge loro la mano affinché si rialzino al più presto.

Pratiche Imprimerò bene nella mia mente questo pensiero che è fondamento dell'umiltà: nelle cose riguardanti la mia salvezza eterna io non riesco a fare nulla da solo, ma ho bisogno di aiuto; ed ogni aiuto è un dono di Dio.

Reciterò una preghiera particolare affinché Gesù con il suo sguardo mi induca a piangere i miei peccati e a corrispondere prontamente a tanta misericordia.

Prendendo esempio da Gesù, che corregge amorevolmente san Pietro, imparerò anch'io a parlare e, quando sarà necessario, a correggere il mio prossimo con mitezza e carità.

Non devo adagiarmi nella sicurezza che, quando cado nel peccato, Gesù mi usa sempre misericordia, perché non posso sapere se ho peccato solo per fragilità come Pietro, o non piuttosto per malizia.

 

Penitenza di san Pietro dopo il peccato Il primo effetto che opera in Pietro lo sguardo della misericordia di Gesù è quello di fargli ricordare ciò che gli era stato predetto, cioè che lo avrebbe rinnegato per ben tre volte.

Pietro, dopo che Gesù lo ha guardato, sente il bisogno di raccogliersi per non disperdere nulla della potenza della Grazia che l'ha investito. Esce subito dalla casa di Caifa come da un luogo pericoloso in cui avrebbe potuto ricadere nella colpa.

La misericordia di Dio si manifesta anche nel permettere le cadute dei suoi Santi, affinché queste siano di avvertimento per noi; ma sono soprattutto il loro pentimento e le loro lacrime che ci stimolano alla rinascita. Per questo gli Evangelisti ci hanno fedelmente delineato il ritratto di Pietro sia nell'aspetto di peccatore che in quello di penitente.

La penitenza di san Pietro fu pronta, senza indugi o dilazioni. Egli, quando fu chiamato dalla voce di Gesù all'apostolato, subito lasciò tutto ed ubbidì; così ora, nel momento in cui Gesù col suo sguardo lo chiama alla conversione, vi corrisponde immediatamente, senza neppure un attimo d'indecisione.

La penitenza di san Pietro fu vera, sincera, come Dio la vuole perché gli sia accetta. Non si sa che cosa abbia detto questo grande penitente quando si pentì, ma si sa che versò molte lacrime, e queste hanno sempre una voce efficacissima al cospetto di Dio. Chiese col pianto perdono a Dio e l'ottenne meglio che se avesse fatto lunghe preghiere. Felici lacrime, che ebbero la virtù del battesimo perché furono ispirate da profondo dolore e da tenero amore!

San Pietro, appena uscito dalla casa di Caifa, cominciò a piangere il suo peccato, e, ritiratosi come Davide pieno di rossore e di vergogna, non cessò di versare lacrime fino a quando non fu avvisato della risurrezione di Gesù. Nel Vangelo si parla solo del suo pianto, ma possiamo immaginare in quanti altri modi l'Apostolo abbia espresso la veemenza del suo dolore: si sarà battuto il petto, avrà sospirato, gli saranno mancate le forze. Inoltre per tutta la vita il ricordo del suo peccato sarà stato presente nel suo cuore contrito ed umiliato.

Riflessioni Quando Pietro aveva udito predire la sua triplice negazione, l'aveva considerata un peccato così enorme che gli era parso impossibile di essere capace di commetterlo, ma non era consapevole della sua fragilità. Infatti nel momento del pericolo la sua convinzione è stata offuscata dalla paura. Ma ora Gesù con la sua misericordia gli dà la grazia prima di capire l'enormità della sua colpa e quindi di pentirsi tanto profondamente da scoppiare in un pianto dirotto. Pietro vede quant'è grande il male che ha fatto, e perciò si umilia; si rende conto inoltre di quanto amoroso sia verso di lui il Salvatore che lo sollecita al pentimento; di conseguenza nel suo cuore si riaccende l'amore di Dio. E vi nascono propositi di penitenza che si manifestano con le lacrime. Se domandassimo a Pietro che cosa pensa mentre piange, egli ci risponderebbe con Davide che pensa al sommo male che ha fatto offendendo il sommo bene che è Dio.

In quella casa Pietro era stato tentato dai nemici di Cristo che, per sfogare il loro odio, parlavano male di Lui e da una donna che lo aveva indotto a tradire, come aveva fatto Eva con Adamo. Ora, essendo consapevole della sua fragilità, conoscendo il pericolo rappresentato dall'ambiente e dalle persone, decide di allontanarsi. Egli non si fida più di se stesso e neppure del suo fervore; non dice quindi: "Se tornerà qualcuno ad interrogarmi, questa volta risponderò con coraggio e testimonierò la Verità." Riflette che, come nelle tre volte che ha negato il Signore, avrebbe potuto facilmente evitare l'occasione, eppure non l'ha evitata, così potrebbe di nuovo, nella stessa situazione, essere vittima della propria debolezza. Perciò saggiamente teme e provvede con la fuga a mettersi in salvo dal pericolo. Questo è un esempio per tutti: invano ci si propone di piangere e fuggire il peccato se non si vuole evitare l'occasione di peccare. Ed io come approfitto di questo esempio? Dovrei tenere sempre fisso nella mia mente questo ragionamento: "Se è caduto Pietro, molto più facilmente posso cadere io che sono più debole di lui." Invece quanta temerità c'è in me, che, pur sapendo per esperienza quanto grande sia la mia debolezza ed incostanza, non sono per nulla preoccupato di evitare le occasioni, anzi vado spontaneamente a cercarle!

La virtù di cui abbiamo più bisogno, dopo aver offeso Dio, è la speranza nella sua misericordia che ci spinge a ricorrere ai mezzi necessari per ottenere il perdono e non cadere nella disperazione. Ora Pietro capisce che il mandato di Gesù di confermare i fratelli consisteva soprattutto nell'infondere in loro la speranza del perdono, dimostrando col suo esempio che, come lui, chiunque altro, se pentito, può essere immediatamente perdonato. Siano pur enormi quanto si vuole i suoi peccati, non importa: Gesù ci ha mostrato in san Pietro che non respinge mai il penitente.

è così che si deve fare; infatti non ci è permesso di rimanere in peccato mortale neppure per un istante, non solo per non insistere nell'offesa a Dio, ma anche perché più si rimane nel peccato, più cresce la difficoltà a liberarsene. Grande è la misericordia di Dio nel sollevare il peccatore con la sua grazia; altrettanto grande è il disprezzo del peccatore verso la divina bontà quando non corrisponde subito ai suoi inviti. Il rimandare a domani il pentimento è sempre un pericolo grave per l'anima, perché può sopraggiungere un tempo in cui essa desideri la luce, e Dio la lasci avvolta nelle sue tenebre.

Pietro non piange perché teme di essere deposto dalla dignità di capo della Chiesa o perché teme che gli sia tolto quel supremo potere conferitogli con le chiavi del 'Cielo. Non piange neppure perché si vede esposto alla minaccia del Salvatore, che sarà severo nel giorno del giudizio contro chiunque lo avrà rinnegato. Piange unicamente per la colpa che ha commesso, e non per la pena che ha meritato: il suo tormento è quello di essere stato ingrato verso il suo divino Maestro. Il suo dolore è perfetto. Anche noi dobbiamo procurare che il nostro sia tale per essere davvero penitenti.

Questa è un'altra circostanza che è necessario tenere presente: la vera penitenza deve durare tutta la vita, anche se crediamo che Dio ci ha già perdonato. Nessuno ci chiede di caricarci di cilici, ma di ripensare di quando in quando alle nostre mancanze, perché il loro ricordo rinnovi il nostro dispiacere e ci mantenga umili. Inoltre tale memoria ci aiuterà ad evitare ogni situazione di pericolo nel presente e ci renderà cauti per l'avvenire, riconoscendo che tutto viene da Dio, senza mai presumere di avere noi qualche virtù. Il Signore, però, vuole da noi anche l'offerta delle nostre pene in espiazione dei nostri peccati.

Pratiche Per ottenere una profonda contrizione, mi imporrò tanti atti di umiltà riconoscendomi cieco, incapace ed indegno. Se non sono umile è impossibile che provi un sincero pentimento.

Devo individuare ciò che mi induce in tentazione e fare il possibile per evitarlo, non dimenticando mai che sono facile a cadere.

Devo sperare sì, ma devo anche tenermi lontano da ogni eccesso nella speranza, che si verifica quando s'invoca la misericordia di Dio, senza avere, però, alcuna intenzione di far penitenza e di correggersi.

Non devo aspettare che la grazia faccia in me tutto quello che occorre alla mia conversione, ma debbo collaborare facendo violenza alle mie cattive inclinazioni.

Con la meditazione e con la preghiera voglio penetrare sempre di più nella conoscenza e nell'amore di Dio, che mi faranno sentire cosa sia la vera contrizione, qualora io dovessi mancare gravemente.

lo ho offeso Dio in tre modi: col cuore, con la lingua, con le opere. Ebbene è proprio in questi tre punti che voglio impegnarmi nella mortificazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è condotto davanti a Pilato Resa pubblica la sentenza di morte, l'assemblea decide di affidare Gesù al braccio secolare, consegnandolo a Pilato, pagano, governatore della Giudea.

Non avendo l'autorità giuridica di emettere una sentenza, i capi dei sacerdoti conducono Gesù da Pilato, non solo perché sia messo a morte, ma anche perché la sua morte sia disonorevole. A loro non basta che venga condannato come trasgressore della legge mosaica, ma vogliono che subisca il patibolo anche come ribelle contro lo Stato e perturbatore dell'ordine pubblico, degno perciò dell'odio di tutti. Per placare il rancore e l'invidia, potrebbero ucciderlo segretamente, ma vogliono che sia la giustizia a farlo morire come pubblico malfattore, affinché il suo buon nome fosse infangato da una condanna infamante.

Nell'orto Gesù era stato legato da quei furfanti e condotto così da Anna e da Caifa; ora anche i capi dell'Ebraismo lo legano con nuove catene, affinché Pilato, nel vederlo carico di tanti legami, lo riconosca meritevole di morte e indegno di clemenza e di misericordia. Il Salvatore è condotto per le strade con le mani, le braccia, il petto e il collo stretti da robusti vincoli, come fosse un malfattore. Era notte quando veniva condotto dall'orto alla casa di Anna, ora è giorno mentre è trascinato da Pilato. Dappertutto molta gente sta a guardarlo, ma pochi lo compatiscono, perché Egli è stato diffamato per tutta la città come uomo turbolento, ribelle e bestemmiatore.

A Gerusalemme non si era mai visto prima di allora un corteo che fosse tanto degno di riverenza e, nello stesso tempo, tanto carico d'infamia, come quello che si fece dalla casa di Caifa al palazzo di Pilato. L'onore era dovuto alla presenza massiccia di tanti uomini ragguardevoli, come sacerdoti, scribi, farisei e capi della sinagoga; ma quanto vergognoso era il modo in cui veniva accompagnato il Figlio stesso di Dio! In quel tragitto, che durò circa mezz'ora, non si fece altro che insultarlo, deriderlo e bestemmiarlo. E l'innocente Gesù accettava tutto umilmente, quasi fosse veramente colpevole.

Nella passione di Gesù dobbiamo considerare le sue virtù per imitarle, ma osservare anche i vizi dei suoi nemici per detestarli. E non c'è vizio che il Salvatore, nei tre anni della sua predicazione, abbia così spesso ripreso negli scribi e nei farisei quanto quello dell'ipocrisia; d'altronde questa era la loro mancanza più grave.

Il giorno che per noi è il venerdì santo, per gli Ebrei era giorno di solennità pasquale, perché i sacerdoti dovevano prepararsi con devozione a sacrificare l'agnello, per cancellare i loro peccati; quest'anno invece tutti sono talmente occupati a tramare contro Gesù per affrettarne la morte, che non pensano a nient'altro. Ma tutto questo avviene per un preciso disegno dell'Altissimo. Questa Pasqua non è più una figura, ma è quella vera, decretata nell'eternità, nella quale dev'essere consumato il sacrificio del vero Agnello per la redenzione del mondo.

Riflessioni Nulla avviene per caso, ma tutto si svolge come il Salvatore stesso aveva già disposto e predetto, affinché si manifestasse la sua immensa carità. Egli patisce per salvare non solo i Giudei allevati nel culto del vero Dio, ma anche i Gentili adoratori di idoli. Vuole perciò che sia gli uni che gli altri cooperino alla Passione, in modo che tutti ne assaporino il frutto. Quanto è grande l'amore divino che, con provvidenza sublime, ha disposto che siano tanti e di ogni genere i responsabili della sua morte! Dobbiamo riflettere poi su quanto sia stata utile alla Sapienza divina anche la malvagità dei Giudei. Essi infatti conducono Gesù in tutti i tribunali sia religiosi che civili, credendo di nuocergli ancora di più col far conoscere a tutti il delitto di cui è accusato, invece diffondono maggiormente la sua innocenza, visto che non è mai stata riconosciuta vera alcuna accusa contro di Lui. Quanto più numerosi sono i giudici che lo condannano, tanto più Egli risulta innocente: è Lui che vince sempre, sconfiggendo il mondo con la verità, il demonio con l'umiltà e l'ira implacabile dei suoi nemici con la mansuetudine e la pazienza.

Ecco fino a che punto può portare una sciagurata passione! Quei capi dell'Ebraismo avevano visto le opere di Gesù e udito i suoi meravigliosi discorsi, ma inutilmente; per questo tutto ciò che doveva servire per il loro bene si tramuta in male, fino a rendere odioso ai loro occhi il Salvatore del mondo. Attenta, anima mia, che le grazie divine, alle quali fai resistenza, non diventino un giorno motivo di castigo. Il Salvatore è causa di rovina per tutti coloro che non approfittano della sua misericordia per salvarsi. Ma quanto deve essere triste ed amareggiato Gesù che vede la solerzia e le intenzioni malvagie dei nemici! Egli permette ai suoi sensi tutto il terrore che in simili casi è naturale provare, però non si scompone minimamente e mantiene calmo il suo cuore: con il suo atteggiamento modesto si comporta proprio come un agnello mansueto.

Osserva bene, anima mia, quest'UomoDio: ha le mani sanguinanti strettamente legate dietro la schiena, il volto livido ed imbr ttato di sputi; il capo scoperto e gonfio per le percosse. Guarsa come, ad ogni passo, i Giudei lo maltrattino bastonandolo, tirandogli le corde, insultandolo atrocemente, nonostante sia già indebolito ed affaticato dai tormenti e dagli scherni continui, che ha subito durante la notte appena trascorsa. Eppure non si scorge in Lui nemmeno la più piccola traccia di fastidio, di tristezza o di sdegno, ma sul suo volto splendono la modestia, la dignità, l'umiltà e la pazienza. A chi giudicasse con superficialità, potrebbe sembrare che Gesù sia trascinato a forza davanti al tribunale del governatore, invece Egli va a consegnarsi nelle mani di Pilato di sua spontanea volontà, come già si era consegnato nelle mani di Caifa. Quanta carità, misericordia e degnazione per noi peccatori e per me più di tutti!

Ma Gesù soffre soprattutto perché conosce i motivi per cui le autorità di Israele si sono mosse per accompagnarlo. Tutti vogliono essere presenti perché non si fidano gli uni degli altri: hanno paura che tra loro ci possa essere qualche uomo onesto che intenda difendere Gesù e, quindi, vogliono impedire che parli in suo favore. Inoltre lo fanno per dar credito con la loro presenza alle ingiuste accuse e per costringere Pilato a pronunciare la condanna. Quant'è profondo il loro odio! Entra, anima mia, nel cuore di Gesù e contempla la sua angoscia. Se hai per Lui qualche scintilla d'amore, devi necessariamente provare anche un sentimento di pietà, perché chi ama, non può non compatire. Invece ti sento impassibile e lontana: sei proprio sicura di amare Gesù come vuoi far credere?

Vogliono che Gesù sia messo a morte, ma pretendono che sia Pilato a farlo, in modo che nessuno possa dubitare della loro innocenza e della loro integrità. Mostrano di chiedere a Pilato nient'altro che giustizia, e fanno di tutto perché costui si affretti ad emettere la sentenza più ingiusta di tutte. Giunti nel cortile del palazzo pretorio, sono scrupolosi nell'osservare il divieto di entrare nella sala del tribunale, ma non provano alcun rimorso nel volere la morte di un innocente. Hanno paura di contaminarsi, visto che debbono mangiare l'agnello pasquale figura di Cristo, ma non trovano alcuna difficoltà nell'incrudelire contro Cristo stesso. Guarda, anima mia, come invece in Gesù la santità del cuore corrisponda bene alla compostezza del suo atteggiamento esteriore. Egli è la Verità stessa, che non può né mentire né fingere; e le sue virtù, sia quelle che ha nell'anima come quelle che manifesta nel suo comportamento, sono ugualmente autentiche.

Anima mia, imprimi bene in te stessa quanto sta succedendo; guarda quei personaggi importanti mentre consegnano Gesù a Pilato che li ha raggiunti nel portico del suo palazzo. Scruta i loro volti e vi leggerai chiaramente che sono determinati a farlo morire in croce. Essi lo informano che il prigioniero ha già riconosciuto di essere colpevole, e gli chiedono perciò di condannarlo a morire in croce, visto che la sua colpa è veramente grave. Ma non sono loro gli artefici della sorte di Gesù: Egli, unico arbitro della propria vita, si offre spontaneamente, e i suoi nemici non sono altro che strumenti inconsapevoli.

Pratiche Mi sforzerò di praticare l'umiltà, anche per vincere il mio peggior nemico: me stesso. è solo il mio amor proprio che mi agita, perciò non sarò mai tranquillo se non saprò essere umile.

Metterò ogni cura nell'acquisire le virtù interiori: umiltà di cuore, carità e abbandono alla volontà divina; allora diventeranno facili per me anche le virtù esteriori quali la modestia, la mansuetudine e la pazienza.

Nella pazienza e nell'umiltà di Gesù c'è la regola generale per sciogliere molti dubbi di coscienza, senza dover fare tante ricerche. Me ne servirò per consigliare me stesso e gli altri.

Se mi troverò incapace di amare Gesù e di compatirlo, non cesserò per tutta la giornata di invocare la divina misericordia, affinché vinca la mia freddezza.

Fuggirò l'ipocrisia come il peggiore di tutti i mali, e il mezzo più sicuro sarà quello di ripetermi con insistenza che Dio è presente sempre e mi vede.

Farò spesso l'offerta di Gesù all'Eterno Padre, perché è efficacissima per ottenere ogni grazia necessaria alla salvezza eterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Impenitenza e disperazione di Giuda Dopo aver ritirato il denaro pattuito, Giuda non si allontanò molto da Gesù perché voleva aspettare la conclusione del processo; era convinto che il Maestro fosse perfettamente in grado di confondere i suoi accusatori, perciò, dopo la sua assoluzione avrebbe potuto godersi in pace il suo guadagno. Rimase invece turbato quando si accorse che Gesù non aveva alcuna intenzione di difendersi e che sopportava tutto con pazienza e mansuetudine; e quando vide che lo conducevano da Pilato, capì che sarebbe stato condannato. Allora fu preso dalla tristezza e si allontanò tormentato dal rimorso.

Spaventato dalla propria coscienza e dal ricordo delle sventure minacciate da Gesù nell'ultima cena a chi lo avesse tradito, Giuda prova un terribile rimorso per la sua colpa. Si presenta ai capi dei sacerdoti e fa una pubblica confessione del suo peccato. Restituisce i trenta denari male acquistati e restituisce anche la fama al suo Maestro, dichiarandosi traditore di un innocente. Ma il suo gesto non gli giova, perché è frutto solo di un sentimento naturale; non nasce, cioè, da una convinzione di fede e di speranza, e quindi non può cancellare il suo peccato.

Pensando alla sua atroce malvagità, Giuda riconosce di essere diventato sgradito a Dio, agli angeli e agli uomini. Stravolto e delirante non sa più a chi rivolgersi; ricorre ai capi della Sinagoga e rivela loro l'angoscia del suo cuore, per avere un po' di conforto. Ma questi gli rispondono con disprezzo: "A noi non importa nulla della tua inquietudine. Dovevi pensare prima a quello che stavi facendo e prevedere le conseguenze del tuo tradimento".

Il demonio, vedendo che Giuda si è pentito del suo peccato ed ha confessato la sua colpa alla presenza dei sacerdoti, teme che egli si penta davvero anche in maniera soprannaturale e perciò riempie subito di tenebre e di orrori la sua fantasia, per dargli l'ultimo scossone e farlo precipitare nell'impenitenza finale. Lo sciagurato potrebbe ancora farsi,forza e sperare nel perdono: dovrebbe solo ricordarsi che Gesù non gli ha negato né il boccone dell'amicizia nel cenacolo, né il bacio della pace nell'orto. Ma a queste cose egli non bada. Gettàti con rabbia i trenta denari nel tempio, va ad impiccarsi con le proprie mani, dopo essersi riconosciuto colpevole e costituito testimone, giudice e carnefice di se stesso.

Continuiamo ad analizzare il caso di Giuda. Innanzitutto egli crede che la sua felicità consista nel possedere denaro, perciò ne è terribilmente avido. Per la sete di denaro ruba e arriva addirittura a tradire il suo divino Maestro e a farlo catturare in gran fretta per la smania di intascare il compenso. Ma dopo aver ricevuto quei trenta denari, dov'è la felicità tanto desiderata? Il suo piacere dura un momento, perché subito lo assale una cupa tristezza. La mattina di buon'ora getta via quei denari e si uccide con un laccio alla gola, perdendo così il denaro, la vita e, a causa della sua disperazione, anche l'anima.

Confrontiamo la caduta di Giuda con quella di san Pietro. Entrambi sono stati scelti come apostoli ed entrambi hanno peccato, ma Pietro si pente e diventa santo, Giuda invece si dispera e quindi si danna. Della sua salvezza, Pietro deve ringraziare la divina pietà e dire con san Paolo: «lo sono quel che sono per grazia di Dio», mentre Giuda, della sua rovina, deve incolpare solo se stesso. Quindi se dobbiamo sempre sperare di salvarci, come ha fatto Pietro, siamo tenuti anche a temere di perderci, come è successo a Giuda.

Riflessioni Giuda conobbe la gravità del suo peccato solo dopo averlo compiuto e se ne rattristò profondamente, anche perché il demonio lo tormentava per farlo precipitare nella disperazione. Il nemico infernale fa così con tutti: prima mostra il peccato come fonte di piacere per la carne, e poi, quando lo si è commesso, ne rivela tutta la mostruosità, per riempire l'anima di vergogna, per farla cadere nella disperazione e toglierle ogni desiderio di rialzarsi.

Giuda si accusa del tradimento, ma come se avesse tradito un semplice uomo onesto e non il Figlio stesso di Dio: ecco la mancanza di fede. Egli pensa ai miracoli di Gesù e ai benefici da Lui ricevuti come aggravanti della sua colpa, ma non pensa affatto alla sua misericordia, non confida in lui e non gli chiede perdono: ecco la mancanza di speranza. Ora perciò è come un nuovo Caino che non crede possibile per sé alcuna misericordia.

Giuda sapeva che Gesù amava i peccatori e desiderava usare misericordia a tutti; sapeva anche che Egli non aveva mai rifiutato nessuno e che, anzi, aveva accolto con tanta dolcezza perfino i peccatori più incalliti. Inoltre poco prima aveva visto Pietro che, dopo aver rinnegato il Maestro, con le sue lacrime di contrizione aveva dimostrato che era possibile ottenere il perdono di qualunque peccato. Poteva quindi farsi coraggio anche lui e ricorrere a Gesù con piena fiducia. Giuda era consapevole poi di essere amato teneramente dalla beatissima Vergine in quanto apostolo di suo Figlio, perciò, se fosse ricorso a Lei pentito ed umiliato, avrebbe certamente ottenuto il suo intervento come mediatrice ed avvocata. Ma tutte queste cose non sfiorano neppure l'anima di quel disgraziato. Per lui fu fatale, quindi, non tanto l'aver tradito il Salvatore, quanto l'aver rifiutato di confidare nella sua misericordia. Non gli erano neppure mancate le ispirazioni divine, ma aveva preferito non ascoltarle facendosi accecare dalla passione alimentata dalla tentazione diabolica.

Dobbiamo persuaderci che Giuda è morto impenitente e disperato. Che cosa lo aveva ridotto in quello stato? La sua avidità e il suo attaccamento al denaro. E come mai questa passione si era tanto radicata in lui? Perché era stato negligente nel combatterla e quindi le aveva permesso di produrre nel suo cuore un danno gravissimo: era diventato refrattario alla grazia. Questo purtroppo avviene non di rado a tanti altri che Dio lascia nella condizione di peccatori, condizione che volontariamente hanno scelto. Anche a me potrebbe succedere altrettanto quando meno me l'aspetto, perché anch'io ho dentro di me certe passioni da cui talvolta mi lascio vincere. Se Dio dovesse abbandonarmi e permettermi di fare una brutta fine, dovrò incolpare solo me stesso e la mia accidia, in cui tuttora persevero rischiando veramente il castigo eterno.

Così avviene generalmente in ogni piacere del mondo che si cerca con il peccato. Vana e momentanea è quella soddisfazione, ma acuti e durevoli sono poi i rimorsi della coscienza, ed eterni i tormenti che la giustizia divina ha preparato per i peccatori ostinati. Anima mia, vale la pena, allora, essere attratti da soddisfazioni mondane che passano così veloci? E una vera pazzia amare i beni destinati a finire, invece che amare Dio, bene sommo ed eterno. Eppure io ho vaneggiato in questa pazzia quasi per tutto il tempo della mia vita. Ho amato la vanità, la sensualità, il benessere e la comodità. Ho amato la maldicenza, il puntiglio e l'ingiustizia. E quella contentezza'rhe speravo di trovare nei miei vizi è svanita presto: ora mi accorgo di essere stato ingannato da un'illusione.

Temendo ed insieme sperando, vivremo nell'umiltà. Noi non possiamo sapere come finiremo, solo a Dio è nota la storia di ciascuno, perciò è un forte motivo di umiltà non ritenersi mai sicuri di aver guadagnato la vita eterna. Spesso si è letto di alcuni che parevano stelle di santità, gratificati del dono dei miracoli e dell'estasi, che poi sono caduti nel peccato e nell'impenitenza finale. Altri invece, dopo essersi per anni voltolati nel fango della mondanità, sono stati sollevati dalla mano misericordiosa di Dio e portati alla salvezza. Sapendo queste cose è impossibile che un'anima riesca ad insuperbirsi.

Pratiche La tristezza che provo per i miei peccati se mi guida a Dio, è dono di Dio, ma se mi allontana da Lui è un inganno diabolico. Dovrò perciò analizzare bene i sentimenti che provo quando penso alle mie colpe.

Nell'accostarmi al sacramento della Confessione farò in modo che il mio pentimento non sia come quello di Giuda. Sono veramente convinto che le mie colpe sono offese fatte soprattutto a Dio e non solo agli uomini?

Mi abituérò, mentre sono sano, a compiere spesso atti di speranza, per esercitarmi a farlo nell'ora della mia morte.

Quando mi accorgo di non temere l'abbandono di Dio è proprio allora che devo preoccuparmi; e devo porvi rimedio aumentando la mia umiltà, perché solo in essa non mi mancherà mai la speranza della salvezza eterna.

Godere sia dei piacere momentanei di questa terra che di quelli eterni dell'aldilà è impossibile. è necessario che io rinunci agli uni o agli altri: la mia fede e la mia ragione faranno la scelta.

Giuda non ha considerato il prezzo della sua redenzione, ecco perché si è disperato e poi si è perduto. Io invece voglio considerarlo molto bene meditando la Passione di Gesù, così la mia speranza si ravviverà.

 

Gesù è accusato dai Giudei davanti a Pilato Pilato sa che i Giudei, tenaci osservatori delle loro tradizioni, non sarebbero entrati nel suo palazzo, perciò esce lui sopra una loggia. Vedendo Gesù legato con tante funi e catene, segno questo di una straordinaria colpevolezza, e non avendo avuto alcuna informazione sui suoi delitti, domanda ai sacerdoti e agli scribi quali accuse portino contro quell'uomo. Pilato non si fida né della pompa esteriore che vede, né dei clamori che ode, ma vuole procedere con equità e non giudicare alla cieca.

Pilato, sapendo quanto siano subdoli i Giudei, capisce che costoro ricorrono a lui non per averlo come giudice, ma per fare di lui un esecutore del loro empio progetto. Perciò, ritenendosi offeso nella sua autorità, giustamente si oppone e domanda che accuse essi facciano. Ma che accuse possono mai fare? Non sapendo che cosa dire, vedendosi scoperti, rispondono con arroganza: "Se non fosse un malfattore non te lo avremmo condotto".

Pilato vede la sfacciataggine dei Giudei che, per soddisfare le loro passioni, premono per fargli commettere una crudele ingiustizia. Sa anche che sono pronti a sollevare tumulti, ma non si lascia spaventare e con calma risponde loro così: "Voi volete che quest'uomo sia condannato come reo, benché non risulti colpevole di alcun delitto, ma io non mi sento di abbracciare questa causa. Giudicatelo voi secondo la vostra legge e condannatelo pure, se questa permette che siano condannati gli innocenti".

I Giudei, dicendo che a loro non è permesso mandare a morte nessuno, senza saperlo dichiarano che il Messia tanto desiderato è venuto a salvare il mondo. Infatti il Profeta aveva predetto che il loro potere giudiziario sarebbe durato fino all'arrivo del Messia; e la predizione si era già avverata, perché solo poco tempo prima questo potere era stato soppresso dalla sovranità romana. E che il Messia sia proprio Gesù lo dimostrano i suoi miracoli, la sua dottrina e le parole dei testi sacri. Ciò nonostante Egli è trattato come quei falsi profeti che Mosè aveva accusato di irretire il popolo con le superstizioni. Per farlo morire quei miserabili sfruttano proprio i segni che lo fanno riconoscere come Salvatore.

Riflessioni Confrontiamo i Giudei con Pilato. Questi, uomo pagano che non sa nulla delle cose religiose ebraiche, cerca di esaminare con diligenza la causa di Gesù, perché la sua ragione umana non gli permette di condannare un innocente. I Giudei al contrario, nati e cresciuti nella religione del vero Dio, calpestando il comandamento divino di non far morire chi è giusto, vogliono che Gesù, assolutamente innocente, sia ucciso come fosse un malfattore. Si compie così la profezia secondo la quale vi sarebbe stata più malizia, perfidia ed empietà nel popolo della Sinagoga che negli infedeli. Purtroppo la profezia è valida anche per il nostro tempo. Quante volte vi è più rettitudine nel semplice cristiano che nel teologo, più onestà nel secolare che nel religioso, più virtù in chi è immerso nelle attività del mondo che in coloro che s'impegnano in un cammino di spiritualità e di perfezione!

Quanta superbia in questa risposta! Pieni di orgoglio, pretendono che Gesù sia giudicato colpevole e degno di morte per il solo fatto che sono proprio loro a dirlo. Cercano di coprire con l'autorità la loro perfidia, volendo comparire come uomini onesti che hanno la coscienza pulita, mentre con cavilli e menzogne vogliono far passare per malfattore il Salvatore del mondo; e non si accorgono che, non avendo prove sufficienti, ottengono l'effetto opposto, quello cioè di farlo ritenere innocente e di smascherare la loro falsità. Se Pilato, per accertarsi della verità, avesse interrogato gli indemoniati liberati da Gesù, i ciechi illuminati, i lebbrosi purificati, i morti risuscitati e tante migliaia di infermi miracolosamente guariti, avrebbe capito molto bene se Gesù era o no un malfattore. Ma Gesù benedetto nel sentirsi accusare da tante voci non si discolpa e tace, per insegnarci col suo silenzio ad esercitare la pazienza in tutte le contrarietà.

Secondo la legge dei pagani Gesù, essendo innocente, non può essere condannato, mentre i Giudei, che si gloriano di essere osservanti della legge di Dio, pur essendone consapevoli, vogliono ad ogni costo che Egli sia messo a morte. Dichiarano di avere degli scrupoli a disubbidire alla legge uccidendolo essi stessi, ma non hanno alcun rimorso nell'insistere che sia Pilato ad ucciderlo. Il peccato del cuore per loro non ha alcun valore e presumono di essere innocenti, visto che non compiono materialmente il delitto. Ma dove insegna la legge che sia lecito desiderare ciò che non è lecito fare?

A ragione qui l'Evangelista aggiunge che Gesù stesso aveva predetto che la sua Passione sarebbe incominciata con i Giudei e proseguita con i Gentili. In questo modo, vedendo avverata la sua predizione, si può dedurre che quest'uomo, presentato a Pilato come pubblico malfattore, è veramente il Figlio dell'Altissimo, e si può capire ancora meglio che non è stata la malvagità dei suoi avversari ad umiliarlo in quel modo, ma la sua libera volontà.

Pratiche Quando sarò sul punto di commettere un peccato, ricorderò ciò che disse Pilato ai Giudei: "Che accuse avete contro quest'uomo?", e penserò a come Egli è vissuto per vedere se merita di essere offeso.

Mi esaminerò per vedere se sono tanto superbo da pretendere di essere creduto subito in tutto ciò che dico, e ripeterò a me stesso che la superbia è la madre dell'impazienza.

La malizia di ogni peccato sta principalmente nel cuore. Devo dunque vigilare perché Dio viene offeso e l'anima si danna, più per la cattiveria interiore che non per le azioni realmente commesse.

In ogni punto della Passione mi ricorderò di dire a Gesù con tutta la forza del mio amore: "Santo, Santo, Santo!", riconoscendolo vero Dio e degno di gloria per tutte le sue sofferenze e le sue umiliazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù davanti al tribunale di Pilato Pilato, vedendo che i Giudei non accusano Gesù di un preciso delitto ed essendo da parte sua più propenso ad assolverlo che a condannarlo, rientra nella sala delle udienze e chiama Gesù per esaminarlo con serietà, in disparte, lontano dal chiasso. Non lo interroga alla presenza dei Giudei, perché ha una buona opinione di lui e vuol sentire dalla sua bocca se sia vera o falsa quell'accusa generica che gli si fa, di essere un malfattore.

Pilato, per quel po' che ha potuto sapere, suppone che Gesù sia accusato di essere un ribelle che ha desiderato farsi re; perciò, come rappresentante di Cesare si ritiene obbligato ad indagare su questa faccenda e gli chiede se veramente Egli è il re dei Giudei. E Gesù che cosa risponde? Quando era stato accusato dai sacerdoti aveva taciuto, ma ora crede opportuno parlare per rassicurare Pilato e togliergli dalla mente i suoi timori politici. Gli risponde che è re, ma che il suo regno non è di questo mondo, anche per l'evidente ragione che non ha eserciti per difendersi né città su cui comandare.

Gesù, prima di parlargli del suo Regno, fornisce a Pilato una prova della sua Divinità, dimostrando di essere a conoscenza del motivo per cui i Giudei gli hanno suggerito quella particolare domanda, cioè la loro ipocrisia e la loro malignità. Stia bene attento, perciò, a come condurrà il processo. Pilato crede all'innocenza di Gesù e, quasi volesse scusarsi con lui, dice: "è tutto vero ciò che mi dici: non sono io ad accusarti, perché non sono giudeo e non so nulla di quanto ti riguarda. Sono quelli della tua nazione che ti hanno condotto qui perché ti vogliono morto. Ma dimmi, che cosa hai fatto? Se non sei tu che accusi te stesso, io non ho niente contro di te."

Dopo che Gesù ha dimostrato che il suo Regno non è di questo mondo, dissolvendo così le sue preoccupazioni di ordine politico, Pilato si ritiene soddisfatto. Osserva il prigioniero e, vedendolo così povero da non poter neppure lontanamente ambire ad un regno del mondo, per la conquista del quale occorrono mezzi straordinari, dice: "Tu dunque sei re?" Non gli pone questa domanda per accusarlo o schernirlo, ma per denigrare i suoi calunniatori; è come se volesse dire: "Com'è possibile che quest'uomo tanto povero, tanto disgraziato e abbandonato da tutti ordisca insidie contro Cesare?".

Gesù, dopo aver detto a Pilato che è un vero re, ribadisce che è un sovrano superiore a tutti gli altri. Ora, perché nessuno immagini che Egli abbia usurpato il suo regno con rapine e conquiste, spiega che è re in virtù della sua nascita, in quanto figlio di un Padre a cui il titolo di re si addice per essenza. Aggiunge che si è fatto uomo proprio per far conoscere chi è veramente, per persuadere di questa verità tutto il mondo ingannato dal demonio e per regnare in tutti coloro che vogliono credere in lui.

La verità è sommamente preziosa se il Figlio di Dio dichiara di essersi fatto uomo solo per annunciarla e farla conoscere al mondo, cieco ed ignorante. Pilato, affascinato da quelle poche parole pronunciate da Gesù e desideroso di conoscerla, domanda che cosa sia. è tanto difficile, però, impegnarsi seriamente per giungere alla conoscenza della verità, quando il nostro animo è dominato dall'egoismo e da inutili preoccupazioni terrene; così è per Pilato il quale, appena ha fatto quella richiesta, subito, senza aspettare la risposta, si allontana. Il desiderio della verità rimane soffocato dall'attaccamento alle cose terrene. Egli è un uomo di mondo, quindi trova dentro e fuori di sé troppi ostacoli per amare la verità ed obbedire alla voce di Gesù.

Riflessioni Cerchiamo ora di vedere Gesù che, con le mani legate dietro la schiena, sta davanti a Pilato, seduto nel suo tribunale come giudice. Consideriamo fino a che punto si umilia il Creatore della terra e del cielo, il vero Figlio di Dio, che l'Eterno Padre ha costituito giudice di tutto il mondo. Egli, nell'atteggiamento di un imputato meritevole di morte, sta davanti ad un pagano adoratore di idoli, per essere esaminato e giudicato. Sono passate solo poche ore dalla sua cattura nell'orto ed è già stato presentato da tre giudici: Anna, Caifa e Pilato, perché i Giudei non sono affatto riusciti a trovare alcun appiglio per accusarlo veramente. Come risalta in tutto questo la sua immacolata innocenza, la sua umiltà e mansuetudine! Nei tre anni del suo ministero Egli ha sempre predicato l'umiltà: ora, durante la sua Passione ce ne dà anche l'esempio, che è la predica più efficace di tutte.

Il Salvatore vuol dire che il suo regno non è terreno, e che perciò non ostacola il dominio che hanno i re della terra. Il suo non è caduco come i regni del mondo che hanno bisogno di essere sostenuti con la forza delle armi: è un regno celeste, eterno, immenso, che non dipende da nessuno e che contiene tutti i beni. A Gesù sta molto a cuore che questa verità sia capita non tanto da Pilato, quanto da noi, suoi discepoli. Ed io la capisco?

Queste cose sembrano di poco conto, invece san Giovanni è stato molto saggio nel riportarle nel suo Vangelo, perché ha dimostrato una volta di più che il Salvatore era innocente e che la sentenza di morte chiesta dai Giudei era ingiusta e crudele. Ma pensiamo ora a quante cose si sarebbero potute dire in risposta alla domanda di Pilato: "Che cosa hai fatto?" Gesù ha creato il cielo e la terra e ne ha fatto ciò che ha voluto ed ha compiuto tanti miracoli per liberare il suo popolo dalla schiavitù dell'Egitto. Inoltre che cosa non ha fatto, e ancor oggi non continua a fare con la sua Passione per la salvezza di tutto il mondo? Ciò nonostante passa per l'ultimo dei malfattori. E in verità lo è proprio, se consideriamo tutti i peccati che ha voluto addossarsi e per i quali desidera essere giudicato con tanta infamia.

Dopo aver tranquillizzato Pilato sul pericolo che qualcuno potesse togliere il regno della Giudea ai Romani, Gesù risponde di essere veramente un re: non è del mondo, ma non per questo è meno potente degli altri re. Inoltre vuol fargli intuire che, essendo superiore a tutti, non si troverebbe in quello stato miserevole se non lo avesse deciso proprio lui. Considera, anima mia, questo re della terra e del cielo, re pacifico, che non è venuto a muover guerra contro nessuno ed è differente da tutti gli altri. Costoro dominano sugli uomini, sulle loro terre e sui loro figli; Gesù invece esalta quelli che lo servono e li fa diventare tutti simili a Lui. Nel mondo i sudditi danno sostanze e vita per mantenere e difendere il re terreno; questo invece dà il sangue e la vita per la salvezza dei sudditi.

Con queste dichiarazioni Gesù ci spiega perché è venuto nel mondo. Egli lo ha fatto non per comandare, né per farsi onorare con le armi, con le ricchezze, con lo sfarzo, ma per insegnare la verità che consiste in questi tre dogmi principali: che c'è un Dio solo, uno nell'essenza ma trino nelle persone, che Gesù è vero Figlio di Dio fatto uomo per la nostra salvezza e infine che vi è un regno di beatitudine eterna, che si acquista facendo penitenza e mortificando le proprie passioni. Questa è la verità che bisogna necessariamente credere per salvarsi. A nessuno, però, è possibile credere e vivere secondo la dottrina di Gesù senza l'aiuto della sua grazia; io non devo scoraggiarmi per questo, ma rimanere saldo in un atteggiamento di umile fiducia. Senza la grazia non si può nulla, questo è vero, ma è anche vero che se questa mi mancherà sarà solo per colpa mia perché non l'avrò chiesta con insistenza. Devo quindi diffidare di me stesso e non di Gesù: infatti come posso dubitare che Egli mi conceda la grazia, se ha versato per me il suo stesso sangue?

Quanti in questo sono simili a Pilato! Stimolati dalla grazia, vorrebbero prendere le verità eterne come regola di vita, ma non sanno poi trovare il tempo per realizzare la loro conversione. Presi dalle cose terrene, sono distratti ora da un'impulso, ora da un altro. Sono tanti coloro che si ripropongono di fare di tutto per vincere i vizi ed acquisire virtù per salvare l'anima, ma poi, essendo instabili nei loro propositi, dimenticano le buone ispirazioni e tornano come prima. Essi, come Pilato, in un attimo cadono dalla luce nelle tenebre e dalla verità nella menzogna.

Pratiche Penserò a quali occasioni posso avere di assoggettarmi al parere e al giudizio di chi ritengo meno saggio di me; lo farò volentieri per imitare Gesù che si assoggettò al giudizio di Pilato.

Nella preghiera del Padre nostro dicendo le parole "venga il tuo regno", pregherò Dio a vivere ora nella sua grazia per vivere poi eternamente nella sua gloria.

Farò finta che la morte e il giudizio siano imminenti e mi preparerò con sinceri atti di dolore, come se veramente non mi fosse concesso altro tempo.

Pregherò Gesù che si degni di regnare in me con la sua grazia, per farmi diventare umile ed obbediente alla sua volontà, così potrò entrare con Lui nella sua gloria.

Non faccio che lamentarmi perché penso che non mi sia concesso un valido aiuto soprannaturale, per poter progredire verso la perfezione; sono io, invece, che respingo la grazia col mio attaccamento alle vanità di questo mondo.

Ogni desiderio di servire Dio è prezioso, ma non serve a nulla se non ci si sforza di realizzarlo. Devo perciò analizzare molto bene il modo con cui rispondo alle ispirazioni della grazia.

 

Gesù è nuovamente accusato dai Giudei Le poche parole dette da Gesù sono bastate per convincere Pilato della sua innocenza; seguendo la retta ragione e il naturale sentimento di giustizia, rifiuta la malvagità dei Giudei e pensa che Gesù non debba essere condannato. Desideroso perciò di liberarlo dalla persecuzione dei suoi nemici, esce dalla sala conducendo con sé Gesù, e va sulla loggia che si affaccia sulla piazza per prendere le sue difese alla presenza di tutti, e dice a voce alta: "Non trovo in quest'uomo nessuna colpa per la quale io lo possa condannare a morte". Ma, sempre a voce alta, i capi dei sacerdoti ricominciano ad inveire contro Gesù e, visto che non riescono a trovare un nuovo capo d'accusa, insistono su quella già fatta, ossia che Egli cerca di diventare re, aggiungendo a questa altre calunnie ed altri imbrogli.

Sono tre le accuse contro Gesù che vengono fatte davanti a Pilato: che ha sobillato il popolo con le sue nuove dottrine, che ha proibito di pagare i tributi a Cesare e che ha detto di essere il Messia, il promesso re dei Giudei. Ma quanto è evidente che sono tutte false!

I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si accalorano nell'esagerare le accuse, ma benché queste siano gravi ed ingiuriose, Gesù non ribatte neppure con una mezza parola. Sono tutte false e si potrebbe farle cadere con estrema facilità. Anche Pilato ne è convinto, ed essendo intenzionato a liberare quell'innocente perseguitato, lo sollecita a difendersi e gli dice: "Non vedi di quante cose ti accusano, e quanti testimoni parlano contro di te? Come mai non rispondi?". Gesù avrebbe tutte le ragioni per rispondere, perché la causa che si sta svolgendo è di somma importanza per Lui, visto che si tratta della sua reputazione e della sua stessa vita. Il giudice è dalla sua parte e gli fa capire di essere disposto ad assolverlo purché si discolpi. Nonostante tutto questo, Egli tace.

I Giudei accorgendosi che Pilato non prende sul serio le loro accuse perché prive di fondamento, alzano la voce per ottenere a furor di popolo la condanna del prigioniero. Ma Gesù non si turba per questo e mantenendo il cuore tranquillo e l'aspetto esteriore mite e dignitoso, lascia fare senza profferir parola, tanto che lo stesso Pilato rimane sorpreso per quel comportamento così insolito.

Riflessioni Di questa accusa Gesù è già stato riconosciuto innocente, altrimenti Pilato non direbbe che non è possibile condannarlo. Gesù stesso potrebbe ora difendersi e smascherare i Giudei con una prova schiacciante, persuadendo cioè i cinquemila uomini, che nel deserto volevano farlo re, a testimoniare che Egli era fuggito perché non desiderava affatto diventarlo. Tuttavia tace. E questo suo virtuoso e dignitoso silenzio è una nuova prova che rende Pilato ancora più convinto della sua innocenza e della malvagità dei Giudei.

Quando mai Gesù ha cercato di aizzare la gente, e non piuttosto di convertirla, predicando l'umiltà e la penitenza? Mai la sua condotta ha suscitato sospetti, ma solo meraviglia e gratitudine; e neppure ha seminato discordie e divisioni, predicando solo la pace e la carità. E quando ha vietato di pagare i tributi? Mai, anzi, ha raccomandato a tutti di rispettarli. Pilato è talmente persuaso che queste accuse sono vere calunnie, che non si degna neppure di prenderle in considerazione. E quanto all'ambizione di farsi re, anche questa è un'accusa ridicola. Una sola è la verità: che Gesù è il Messia e il Salvatore del mondo e che l'empietà giudaica arriva al punto di qualificare come enorme misfatto il beneficio più grande concesso dall'Onnipotente a tutto il genere umano. Anima mia, ringrazia Gesù per quello che fa, mentre si vede così ingiustamente perseguitato. Egli offre all'Eterno Padre il disonore derivato da quelle calunnie: gli basta che la sua innocenza sia nota solo a Dio. Profondamente si umilia e tace, accetta ed ama quel disonore come una giusta soddisfazione che deve dare alla divina Maestà per la nostra superbia.

Perché tace? Indubbiamente perché gli accusatori, maligni e perversi, sono indegni della sua risposta; ne è indegno anche lo stesso Pilato per la sua ambigua politica di voler favorire la giustizia, senza però contrariare i Giudei. Ma Gesù tace soprattutto perché non vuole essere liberato, affinché non sia ritardata la redenzione del mondo; e tace anche per insegnare a noi con l'esempio a sopportare con pazienza le avversità.

L'Evangelista ci fa notare molto chiaramente la meraviglia di Pilato. Egli sa che Gesù è innocente e sa pure che è un uomo saggio ed eloquente che avrebbe tutta l'abilità per difendersi. Ma vedendo che ora tace, che soffre e che rimane imperturbabile davanti alla morte che si è fatta ancora più vicina, resta sbalordito perché intuisce in quell'eccezionale forza d'animo una virtù soprannaturale. Adora, anima mia, il tuo Redentore che non teme affatto tutte le forze dell'Inferno e del mondo messe insieme. Egli ti ha dimostrato che le armi con cui ha sconfitto i nemici sono state l'umiltà e la pazienza, e non la potenza e la maestà. Sbaglia, perciò, chi crede che la virtù della fortezza consista nel rispondere alla forza con la forza e all'ingiuria con un'altra ingiuria.

Pratiche Il mio amor proprio vorrebbe che coloro che dicono male di me fossero conosciuti come mormoratori e calunniatori. Questo è un bruttissimo vizio e devo cercare di eliminarlo.

Voglio ripropormi di non cercare mai la lode; e se mi capiterà di essere lodato, mi guarderò bene dal compiacermene, ma riferirò ogni merito a Dio.

La vera pazienza sta nel saper tacere quando il parlare per difendersi sarebbe lecito e vantaggioso. Non basta, però, saper tacere solo per prudenza, bisogna farlo soprattutto per amor di Dio.

Dagli esempi di Gesù ho imparato molto bene quello che dovrei fare, e non lo faccio. Piangerò e pregherò la divina maestà di perdonarmi e di aiutarmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è mandato da Erode Pilato è costante nel sentimento di giustizia che non gli permette di condannare Gesù, perché sa che è innocente; ma anche i Giudei sono ostinati nella loro perfidia ed insistono nella loro richiesta. Costoro, non sapendo più cosa fare e cosa dire, alla fine accusano Gesù di essere un sovversivo, che con la sua dottrina ha portato lo scompiglio tra il popolo della, Galilea e quello della Giudea. Ma questa accusa non serve ad altro che a far risaltare ancora di più l'innocenza di Gesù e la crudeltà dei Giudei.

Pilato si accorge di trovarsi in una situazione molto difficile: da una parte sente il dovere di assolvere e liberare Gesù, dall'altra teme, facendo questo, di offrire un pretesto ai Giudei per far nascere una rivolta. Gli viene in mente che Gesù era cresciuto in Galilea e che aveva iniziato a predicare e a creare malcontento proprio in quella provincia che era sotto la giurisdizione di Erode. Con astuta politica pensa bene, quindi, di liberarsi dello scomodo prigioniero mandandolo da Erode, che in quei giorni si trova a Gerusalemme per la solennità della Pasqua, perché sia lui a giudicarlo.

Riflessioni Se ci fosse qualche vero delitto di cui poter accusare il Salvatore, essi non avrebbero davvero la carità di scusarlo o di nasconderlo; anzi, l'avrebbero già detto, se non altro per dare sfogo all'invidia e all'odio. Invece con le loro parole, senza accorgersi, aggiungono un altro riconoscimento alla sua virtù: attestano che Egli si è affaticato in viaggi e stenti per predicare la verità ed istruire gli ignoranti. Lo stesso Pilato ride di quest'accusa, mentre Gesù continua a mantenere il silenzio. E non ha bisogno di difendersi, perché lo difende la fama dei miracoli che Egli ha compiuto nella Galilea e nella Giudea.

I Giudei sono contenti di questa decisione perché sperano di ottenere almeno da Erode la condanna di Gesù. Infatti sanno che costui, facendo decapitare san Giovanni, aveva dimostrato lo stesso animo crudele di suo padre, responsabile della strage degli Innocenti. Trascinano quindi Gesù, indebolito per i tormenti subiti, fuori dalla casa di Pilato e lo conducono in gran fretta dal re Erode, attraverso strade piene di gente attirata da quell'insolito spettacolo. Anima mia, guarda come ancora una volta il Salvatore sia trascinato, svillaneggiato e percosso: questo è il quarto viaggio doloroso ed umiliante: era già stato condotto prima dell'orto alla casa di Anna, poi da Anna a Caifa, quindi da Caifa a Pilato, ed ora da Pilato ad Erode.

Pratiche Se mi vedrò ingiustamente perseguitato, mi consolerò guardando Gesù, al quale le calunnie servono per apparire ancora più innocente. Proporrò di imitarlo soffrendo ed accettando il volere di Dio in riparazione dei torti e delle ingiustizie che ancora gli vengono fatti.

Passerò in rassegna le occasioni che mi si possono presentare di ricevere una contrarietà o un'offesa. Mi disporrò adesso a sopportarli con umile pazienza per amore di Gesù. E non mancherò di invocare l'aiuto divino, poiché da solo non posso ripromettermi nulla.

 

Gesù è presentato ad Erode Erode, avvisato che Gesù sta per essere condotto alla sua presenza, si siede subito sul trono ad aspettarlo con impazienza. Appena lo vede arrivare, non riesce a nascondere la sua contentezza. Lo riceve con ostentata cortesia, non come si accoglie un malfattore, ma un personaggio che già da tempo desiderava incontrare, perché la fama dei suoi discorsi e dei suoi miracoli era giunta fino a lui.

Due cose Erode desidera da Gesù: una è di vederlo fare qualche miracolo, ad esempio cambiare l'acqua in vino, moltiplicare il pane o qualcosa di simile, che susciti meraviglia e appaghi la curiosità; e l'altra di udirlo parlare, avendo sentito che le sue parole avevano una mirabile dolcezza ed energia. Con varie domande perciò lo sollecita a dire chi sia, quale dottrina insegni, in virtù di chi faccia tanti miracoli; e con i modi più gentili lo invita a rispondere. Ma Gesù, ben lontano dall'accontentarlo, non lo degna neanche di una parola.

Alla presenza di Erode, Gesù non parla assolutamente; quel re è indegno di udire la sua parola, perché vive nella lussuria, e a causa di questa è diventato simile ad un ottuso animale che non ha la capacità di accogliere i misteri divini, né la disposizione a trarne profitto. è indegno anche perché è un ipocrita che copre la sua malizia col manto del rispetto verso Dio, e finge di essere un uomo spirituale, mentre in realtà ama solo i piaceri del mondo. Finge addirittura con se stesso quando mostra di voler onorare Gesù proprio nel momento in cui deride la sua santità.

Consideriamo ora altri tre motivi per cui Gesù non dice una parola alla presenza di Erode; innanzitutto perché Erode è troppo attaccato ai beni temporali che lo rendono negligente e superficiale nelle cose dello spirito. Infatti questo re che conosceva la fama di Gesù e già da tempo desiderava vederlo ed ascoltarlo, non l'aveva ancora né visto né udito, anche se gli si erano presentate molte occasioni di farlo, specialmente quando Gesù predicava in Galilea; ovviamente il suo interesse era poco profondo. In secondo luogo Erode, che ora ha davanti a sé Gesù, non pensa affatto di approfittare della sua presenza e della sua parola a vantaggio dell'anima, ma desidera solo soddisfare la curiosità dei sensi nel vedere i miracoli, e quella dell'intelletto nell'udire la sua eloquenza. Il terzo motivo è quello più importante: se Gesù parlasse o se facesse qualche miracolo, Erode probabilmente gli ridarebbe la libertà, quindi tace perché non venga ritardata la redenzione che è legata alla sua condanna e alla sua morte.

Riflessioni Gesù, Verbo eterno e Sapienza increata, ha ora una bella occasione di parlare per far conoscere la santità della sua vita e della sua dottrina. Il principe che gli sta davanti è ansioso di udire le sue risposte; e le sue parole certamente non saranno disprezzate. Come altre volte si era degnato di rivolgere discorsi alle folle ricevendone lodi, anche adesso dovrebbe degnarsi di fare un discorso qui, dove il re e tutti i grandi del suo regno sono ben disposti verso di Lui. Invece anche qui Gesù giudica più opportuno tacere. E per quale motivo? Perché vede che Erode è disposto sì ad udirlo e lodarlo, ma non ad ubbidirlo ed onorarlo con la fede che è dovuta alla parola di Dio. Preferisce perciò essere disprezzato piuttosto che essere lodato inutilmente. Capisci, anima mia, ciò che il Signore vuole insegnarti? Devi cercare in tutti i modi di evitare le lodi umane, e non parlare perché gli altri ammirino la tua bravura.

Alla presenza di Pilato Gesù si era comportato con superiorità, rispondendo soltanto quello che riteneva opportuno e necessario per farsi conoscere quale Re divino sopra tutti i re temporali; ora alla presenza di Erode mantiene la stessa autorevolezza e fa vedere che quel re non ha neppure il facoltà di fargli aprire la bocca. Accetta di assoggettarsi a lui materialmente per esercitare la sua pazienza, ma non intende sminuire né il suo potere né la sua sapienza. Come Dio, rifiuta di mostrare la sua sublime dignità a chi presume di sé con orgoglio; come uomo, si umilia e cerca di fuggire la vanagloria. Impara, anima mia: Gesù è venuto al mondo per condannare l'ambizione umana, non per accontentarla. Vedi quanto è importante essere umili per udire ed imparare le verità eterne ed anche per essere consolati da Dio. Gesù, come Dio, ti fa vedere in Erode l'indifferenza che ha verso i superbi e come uomo, ti fa vedere in se stesso quanto sia importante essere umili. Egli potrebbe con le sue parole procurarsi presso la corte ogni onore, e ben lo meriterebbe, ciò nonostante lo disprezza. Per quanto mi riguarda, anche se, per assurdo, fossi degno di essere onorato, dovrei stimare la lode umana più inutile e dannosa del fumo. Invece sono ancora tanto lontano da questo traguardo, perché l'onore mi piace e lo cerco continuamente.

Per tutto questo giustamente tace il Salvatore del mondo; ma è un brutto segno quando Dio tace e non parla più ad un'anima. 1 santi non temevano nulla più del silenzio di Dio. Anche Davide ripete più volte nei salmi la supplica al Signore affinché abbia la bontà di non tacere. Guai a quell'anima a cui Dio non parla più con le sue ispirazioni, perché non potrebbe amare la verità senza che il maestro la istruisca, e non potrebbe camminare nella retta via senza che la guida gliela indichi. è veramente indegno di udire la voce di Dio soprattutto chi, come Erode, si dà all'impurità o all'ipocrisia; e non ce ne dobbiamo stupire perché questi due peccati si contrappongono con violenza a Lui che è purezza e verità infinite.

Stai attenta, anima mia, che Dio giustamente rifiuta la grazia a chi trascura i suoi doveri affascinato dalle vanità del mondo. E pensa anche che Dio non aiuta neppure chi lo cerca con vana curiosità e non è spinto da sincera umiltà e da un interesse esclusivamente spirituale. Per questo spesso non impari nulla né dalle prediche né dalla lettura di libri di spiritualità: al cuore dei curiosi Dio non parla. Renditi conto, infine, di quanto grande sia la misericordia di Dio che tace e sceglie la condanna pur di affrettare la tua redenzione.

Pratiche Chi cerca di essere lodato dagli uomini è denigrato da Dio. E a che cosa mi serviranno tutte le lodi del mondo, quando Dio verrà a giudicarmi e, forse anche per questa mia vanità, a condannarmi?

Non devo desiderare altro onore se non quello che Dio darà agli eletti nel giorno del giudizio secondo il merito di ciascuno.

Detesterò sempre più il vizio dell'impurità e dell'ipo

crisia, considerando quanto sono gravi e quanto fanno soffrire il Signore.

Cercherò di ricordare che quando sono negligente nella preghiera o curioso e superficiale nelle buone letture, io mi privo di innumerevoli grazie.

 

Gesù è schernito nella corte di Erode I Giudei temono che Erode voglia liberare Gesù, quindi, più che mai ostinati, ripetono a voce alta le loro accuse. Ma vedendo che queste non servono a nulla, è facile che i capi dei sacerdoti, per inasprire il re, gli rammentino i bambini fatti morire da suo padre a causa di quell'uomo, che fin dalla nascita era chiamato re dei Giudei. Gli fanno presente poi che a causa della dottrina di quel prigioniero egli stesso era stato rimproverato da Giovanni Battista per il suo concubinato, e vi aggiungono tutte quelle maligne insinuazioni che possono esasperare un animo superbo e crudele.

Erode, dopo aver interrogato Gesù su diversi punti e non avendo ricevuto nessuna risposta, si ritiene offeso e deluso e si mette a deriderlo come fosse un povero stolto che non sa dire neppure due parole messe insieme.

Il silenzio di Gesù che prima aveva meravigliato Pilato, ora scatena lo sdegno e il disprezzo di Erode. Nessuno dei due giudici lo condanna, ma neanche lo assolve, perché nessuno ha il coraggio di opporsi al furore dei Giudei.

Seguendo l'esempio di Erode tutta la corte si leva

contro Gesù e i soldati giudei e galilei, ritenendolo un demente, fanno a gara a chi lo deride di più. In essi sono rappresentate sia la Giudea dove Gesù è nato, sia la Galilea dove è cresciuto. Vengono usati tutti i mezzi per umiliarlo fino all'inverosimile e per provocare la sua collera e i suoi lamenti. Egli invece non si lagna e non si risente, ma continua in cuor suo a chiedere aiuto e a raccomandarsi all'Eterno Padre.

Riflessioni è tutta invidia folle e cieca che si nasconde sotto le apparenze dello zelo. E Gesù continua a tacere. Egli sa che parlando guadagnerebbe la reputazione di saggio, mentre, tacendo, quella di ignorante e di sciocco. Ciò nonostante col suo silenzio dimostra di preferire quest'ultima ad un'inutile ostentazione della sua sapienza. Il mondo non può capire il valore di questa scelta, perché non sa neppure lontanamente dove siano nascosti i tesori della vera sapienza. E se nel mondo ci sono tanti stolti è perché sono senza numero coloro che parlano solo per essere considerati saggi. Qui Gesù ci fa vedere quanto sia prezioso il silenzio, mentre non apre bocca né per umiliare i suoi persecutori, né per esaltare se stesso.

Ecco come è trattato in tutti i tribunali religiosi e civili il Figlio dell'Altissimo, il Verbo dell'Eterno Padre: soltanto offese e disprezzo, fino ad essere considerato un tardo di mente di cui potersi burlare. E Gesù sopporta tutto con pazienza ed umiltà. Sia davanti ad Anna e Caifa, come davanti a Pilato ed Erode, si vede chiaramente che, se tace, non è perché non possa o non sappia difendersi, ma perché non vuole farlo, giudicando più fruttuoso il silenzio.

Si dice che Erode già da molto tempo desiderasse vedere Gesù, quando però gli era lontano; ora che ce l'ha davanti lo tratta con disprezzo. è terribile desiderare i doni di Dio per poi calpestarli. Dobbiamo osservare, però, come la Provvidenza disponga le cose in modo che la malizia umana cooperi coi suoi disegni. è necessario che Gesù sia fatto morire: questo esige l'infallibile volontà divina; e dev'essere condannato in un modo tale che nessuno possa dubitare della sua innocenza. E infatti, come ha già fatto Pilato, Erode lo considera innocente quando dice di non ritenerlo meritevole di condanna. Se fosse vera l'accusa dei Giudei e Gesù fosse davvero un corruttore, Erode non lo tratterebbe con tanta leggerezza, ma con severità, e approfitterebbe dell'occasione per sfogare il suo sdegno e condannarlo.

Se qualcuno potesse leggere ciò che passa nel cuore di Gesù, si renderebbe conto che Egli continua ad esercitare la carità verso Dio accettando la sua volontà, e verso quanti lo offendono implorando su di loro tante benedizioni celesti quante sono le offese. Egli è il modello di tutti coloro che sono destinati alla salvezza, venuto ad insegnarci come dobbiamo fare per diventare come Lui. Nella sua predicazione aveva già raccomandato di essere mansueti, di non covare sentimenti d'ira e di vendetta, ma di voler bene a chi ci fa del male; ora viene a ripeterci la stessa cosa col suo esempio. Prevedendo che a molti sarebbe parso troppo difficile essere mansueti, vuole esserlo Lui per primo, in modo che non possa trovare alcuna scusa chi non accetta di vivere nella mitezza.

Pratiche Talvolta credo che sia proprio necessario parlare per difendermi. Se invece saprò tacere per amore di Dio, sarà Lui a disporre le cose in modo che le mie ragioni vengano capite dagli altri meglio che se avessi parlato.

Penserò con vergogna che, mentre Dio è venuto apposta dal cielo per insegnare e praticare l'umiltà, io che sono terra non posso sopportare neanche una piccola umiliazione.

Al tribunale di Dio dovrò render conto di ogni grazia che mi viene concessa; se ne disprezzo anche una sola posso compromettere la mia salvezza. Propongo, perciò di aderirvi con diligenza e fedeltà.

Perché siano più sopportabili le offese che riceverò, terrò sempre presente il comportamento di Gesù; questo più di ogni altra cosa rende amabili le difficoltà della vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è rimandato da Erode a Pilato Erode non sa che fare di Gesù; non volendo né condannarlo perché è innocente, né liberarlo per non inimicarsi i Giudei, trova l'espediente di rimandarlo a Pilato. Ordina quindi che gli venga buttato addosso un mantello bianco perché sembri vestito come usano i principi. Egli vuole ancora infierire su Gesù, dando a tutti l'occasione di continuare a deriderlo come se fosse un povero pazzo, preso dalla mania di voler essere re.

Gesù è vestito di bianco come lo era stato nella trasfigurazione sul monte Tabor, ma mentre prima quel colore era simbolo di luce e di gloria, ora, nella Passione, è bersaglio d'insulti e derisione.

Tutta la corte di Erode considera Gesù pazzo, e come tale viene condotto per le strade di Gerusalemme in modo da farlo diventare oggetto di quelle crudeli beffe che la gentaglia di solito scarica addosso a chi è malato di mente. Egli è l'autore stesso della sapienza, colui che la mantiene nei saggi e l'infonde negli ignoranti, e per la quale è stato ammirato da tutti fin da fanciullo. Essa risplende sul suo volto, ciò nonostante è trattato come un povero sprovveduto; ma è stata proprio la sua sapienza a disporre che chiunque lo vede coperto da quel manto da principe debba deriderlo.

L'Evangelista conclude il racconto del percorso che Gesù ha fatto da Pilato ad Erode e viceversa, dicendo che questi due, nemici tra loro, si sono riconciliati proprio in tale occasione. Colui che era venuto a purificare tutto il mondo, per vie misteriose ora porta la pace anche tra i suoi due giudici, che rappresentano tutti i popoli che devono formare l'unità della Chiesa. Gesù operando quella riconciliazione ha voluto dimostrarci quanto apprezzi la concordia tra i suoi redenti.

Riflessioni La sapienza celeste dispone che quell'indumento bianco e logoro, che Erode aveva scelto come strumento di derisione, sia un segno dell'innocenza di Gesù. è naturale che il Salvatore, mandato a redimere il mondo dai suoi peccati, sia santo e senza macchia. Eccolo, perciò, vestito di bianco, per dimostrare che è l'Agnello di Dio, vittima espiatrice delle colpe altrui. Erode, se l'avesse ritenuto colpevole di qualche delitto, non l'avrebbe certo vestito così; indubbiamente l'ha fatto solo per metterlo in ridicolo. Ma se avesse realmente trovato in Lui delle colpe, non si sarebbe certo limitato a beffeggiare la sua umiltà, ma avrebbe preso ben altri provvedimenti.

Contempla, anima mia, il tuo Signore ricondotto dal palazzo di Erode a quello di Pilato per le strade più popolate della città: chi lo tratta da matto, chi da malfattore, e nessuna cosa al mondo è ritenuta più spregevole di Lui. I suoi calunniatori sono tormentati dai rimorsi della coscienza che proclama l'innocenza di Gesù; ma essi sono presi anche dalla rabbia, perché, attraverso i tribunali, quella si fa sempre più evidente e mostra con maggior chiarezza la falsità delle loro accuse. E tu, Erode, che volevi dei miracoli, guarda: questo è uno stupendo miracolo, se sei in grado di riconoscerlo. Dio Creatore è gravemente offeso dalle sue creature e non fa valere la sua giustizia, non si risente, ma tace e sopporta tutto con pazienza. Lo stesso miracolo Egli lo compie ancora in ogni tempo e in ogni luogo, perché continua ad essere offeso da tanti peccati; e Lui, invece di castigarci, ha pazienza e ci mantiene in vita mentre meriteremmo in ogni istante la morte.

Se riuscissimo a comprendere fino in fondo come si deve questa sublime lezione! Gesù ha voluto salvarci facendosi ritere matto dal mondo superbo; e questo dovrà accadere anche a noi se abbiamo a cuore la nostra salvezza, perché Dio respinge i sapienti di questo mondo. E che cos'è la sapienza secondo la mentalità del mondo? è la superbia, la furbizia, la vendetta, la violenza e l'ingiustizia. Che cosa invece reputa stoltezza? La semplicità, la sincerità, la povertà in spirito e la pazienza. Ed è proprio questa stoltezza il segno che contraddistingue gli eletti. E necessario, dunque, che accettiamo con gioia di essere considerati folli proprio com'è stato per Gesù. Ma io, da che parte mi trovo? Tra gli stolti o tra i sapienti di questo mondo?

Riflettiamo su questo fatto. Gesù ha forse esortato quei due personaggi a fare la pace o ha cercato in qualche modo di far capire loro il valore dell'unione e dell'amicizia? Non

l'ha fatto; nel Vangelo, in realtà, si legge solo che Gesù è stato mandato da Pilato ad Erode e rimandato indietro e che, senza che Egli avesse detto una parola, tra loro immediatamente si è stabilita la pace. La sola presenza di Gesù, legato ed incatenato, ha fatto sì che un ateo miscredente ed un pagano diventassero amici. Allora anche per noi Gesù potrebbe ottenere la riconciliazione con il nostro prossimo, visto che nella santa Comunione la sua presenza è viva e reale. Questo paragone deve mettermi in allarme: come mai la presenza di Gesù è tanto efficace da far diventare amici due uomini che non credono in Lui, mentre invece, pur entrando spesso dentro di me accompagnato non da gentaglia, ma dagli angeli della pace, non riesce a tenermi unito al mio prossimo col vincolo della carità? E com'è possibile che durante la Passione di Cristo si riconcilino due accaniti nemici, mentre io, che in ogni Comunione partecipo alla stessa Passione, interrompo addirittura vecchie amicizie solo per vanità o pregiudizi?

Pratiche Affinché non sia vano il mio desiderio di amare Dio, rifletterò attentamente per vedere che cosa in me si oppone a questo amore e che cosa sono disposto a fare per renderlo più intenso.

Devo far presto ad incominciare per davvero ad amare Dio; è molto il tempo che ho sprecato offendendolo, e quello che mi rimane per amarlo è forse più breve di quanto io immagini.

Devo fare molta attenzione: per diventare sapiente devo riconoscermi stolto; e rimarrò veramente stolto fino a quando seguirò quelle opinioni del mondo contrarie alle verità del Vangelo.

Se mi dovesse capitare di sdegnarmi con qualcuno, mi raccoglierò in me stesso per poter sentire dentro di me non l'agitazione, ma la voce di Gesù che raccomanda sempre pace e carità.

 

Pilato paragona Gesù a Barabba Pilato vede che Gesù viene condotto da lui un'altra volta e si meraviglia molto nel constatare che quell'uomo, di cui aveva già ammirato la saggezza, è vestito e trattato come un insensato. Gli dispiace di doversi occupare ancora di quella causa per lui molto scomoda, ma allo stesso tempo è contento che neppure Erode abbia trovato alcun appiglio per poterlo condannare. Ora deve per forza dare un verdetto, perciò chiama a sé i capi della religione ebraica e dice loro con tutta sincerità che non trova in quell'uomo nessuna colpa, per cui intende lasciarlo libero, ma che, per far loro piacere, gli darà comunque un castigo che gli servirà da lezione.

I Giudei non accettano affatto che Pilato continui a dichiarare Gesù innocente. Il governatore, nonostante sia pagano, dimostra di amare la giustizia più di coloro che sono i fanatici custodi della legge divina; ma accorgendosi che quegli empi non sono più capaci di ragionare tanto sono dominati dall'odio, cerca una soluzione che soddisfi ambo le parti. Egli era solito concedere in occasione della Pasqua la libertà a un prigioniero scelto dagli stessi Giudei; così ora propone di liberare Gesù, se non proprio per giustizia perché è innocente, almeno come colpevole graziato, secondo l'antica usanza istituita in memoria del popolo ebreo, liberato dalla schiavitù dell'Egitto. Anzi, per avere più possibilità di successo, Pilato propone insieme a Gesù un tale chiamato Barabba, che per le sue scelleratezze si era fatto odiare da tutti, e dà ai Giudei la facoltà di scegliere l'uno o l'altro, sicuro che questi si vergognerebbero di domandare la grazia per Barabba.

Riflessione Benché siano buone le intenzioni del giudice, grande è il disonore che questi procura al Figlio di Dio, mettendolo sullo stesso piano di un delinquente comune. Gli si sarebbe fatto un grande torto anche mettendolo a confronto con il più alto degli angeli; infatti a nessuno degli spiriti angelici l'Eterno Padre ha detto: "Tu sei mio Figlio, siedi alla mia destra". Possiamo immaginare, perciò, quale umiliazione subisca Gesù ora che viene fatto competere con il più grande ribaldo della città. Tuttavia la sopporta con spirito sereno, per rafforzare in noi la pazienza e per liberarci, col suo esempio, dall'eccessivo timore del disprezzo del mondo.

Immaginiamo Pilato che espone Gesù e Barabba sulla soglia del suo palazzo e dice ai Giudei: "Poiché in questo giorno, come ogni anno, devo concedervi la grazia di liberare il condannato che preferite, vi propongo Barabba e Gesù: quale volete di questi due?". Consideriamo la gravità di questo affronto. Chi è Gesù, e chi è Barabba? Gesù è l'unigenito Figlio di Dio, il Verbo Eterno del Padre, pieno di grazia e di verità, splendore di gloria, Creatore Onnipotente. Barabba è un ladro, un ribelle e un assassino. E li si mette a confronto come se non ci fosse alcuna differenza tra l'ottimo e il pessimo, tra la luce e le tenebre! Profondo è il dolore di Gesù se Egli così si lamenta per bocca del profeta: "A chi mi avete fatto simile? A chi mi avete paragonato?".

Pilato è ancora convinto che Gesù meriti di essere liberato, perciò, visto che non viene ascoltato il suo verdetto d'innocenza, si adatta a riconoscerlo colpevole, purché con questo espediente abbia salva la vita. Dovremmo riconoscere che ha agito bene; invece no, ha fatto molto male. Se riconosce che Gesù è innocente, perché non si avvale della sua autorità per liberarlo? Perché non si oppone al furore dei Giudei per difendere la verità e la giustizia? Certo, non lo condanna, ma neanche lo assolve, anzi deliberatamente lo espone al rischio di essere scelto per il patibolo. Pilato non compie il dovere che è proprio della sua carica per rispetto umano, non vuole, cioè, guastare i suoi rapporti con i Giudei. Fa vedere, infatti, che gli è del tutto indifferente se l'innocenza non viene riconosciuta, purché sia chiaro che non è colpa sua, ma dell'invidia e della malizia di altri.

Riflessioni Sia benedetta la provvidenza di Dio che si prende cura del giusto! Infatti, per difendere Gesù e dichiararlo innocente, chiama addirittura i suoi giudici, uno governatore e l'altro re, mentre gli accusatori sono solo uomini malvagi messi insieme a falsi testimoni. Gesù tace, ma è la verità che parla per Lui e prova la sua innocenza con testimonianze infinitamente più valide di ogni accusa. I Giudei gridano per calunniarlo, ma nessuno di loro riesce a rendere autorevole e credibile la sua menzogna; se veramente Gesù fosse colpevole di lesa maestà, come vorrebbero i Giudei, Pilato non direbbe di volerlo liberare.

Ma anche noi facciamo la stessa cosa. Ogni volta che stiamo per commettere un peccato la ragione propone alla volontà da una parte Gesù e dall'altra Barabba, cioè da una parte il Creatore, il sommo Bene, e dall'altra i sensi e l'ambizione; e ci chiede: "Chi preferisci di questi due?". è una proposta veramente assurda, perché, anche se scegliessimo tutto il bello, il grande, lo straordinario del cielo e della terra, come sarebbe possibile metterlo a confronto con Dio? Figuriamoci poi se si tratta addirittura con un'azione spregevole! Eppure spesso io faccio proprio questo. Anche se, per assurdo, mi si dovesse presentare un bene enorme tale da essere amato in alternativa a Dio, io dovrei immediatamente con grande indignazione scuotermi dicendo a me stesso: "Chi come Dio?". Invece tante volte indugio, incerto e pigro, a soppesare se sia meglio scegliere la divina bontà o una passione umana, cioè opporsi o cedere alla tentazione.

Ecco un'immagine di ciò che avviene normalmente nel mondo e in modo particolare in me stesso. Il mio amor proprio, infatti, è molto astuto nel mascherare la menzogna con la parvenza della carità, nel coprire gli istinti con allettanti compromessi con la coscienza e nello sminuire le cattive azioni con la scusa delle buone intenzioni. Il mio cuore è un abisso profondo, ma Dio vede tutti i suoi nascondigli e conosce le strade che lo portano a soddisfare le passioni, proprio nel momento in cui sembra fare tutto per la gloria dell'Altissimo. Anche il rispetto umano mi domina, perché acconsento di offendere Dio pur di non dispiacere agli uomini: ciò che Pilato ha fatto una volta sola, io lo faccio molto spesso. Infine, pur riconoscendo che la bontà divina è degna di amore e di rispetto, non so oppormi ai cattivi per impedire che la sua legge santa venga trasgredita.

Pratiche Ognuno di noi si salverà solo con l'innocenza o la penitenza. Poiché io non sono innocente, devo coltivare in me la penitenza e la riparazione.

Può darsi che talvolta mi si attribuisca malizia in certe cose dove, per divina misericordia, non c'è affatto. Saranno occasioni per accettare con gioia le umiliazioni come ha fatto Gesù.

Agirò in modo da non dovermi accusare nelle confessioni di lentezza e negligenza nel respingere le tentazioni; tutt'al più dovrei poter dire soltanto di non avere provato verso di esse il disprezzo che meritano.

Chi ha paura di dispiacere al mondo non può mantenersi a lungo senza offendere Dio. Perciò devo distinguere bene in quali cose temo di dispiacere al mondo per non correre il pericolo di non essere gradito a Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

I Giudei pospongono Gesù a Barabba Appena Pilato ha fatto conoscere la sua decisione di proporre Gesù e Barabba all'arbitrio del popolo, i capi dei sacerdoti corrono subito di qua e di là tra la folla per raccomandare a tutti di non chiedere la grazia per Gesù, ma per Barabba. Nonostante Pilato abbia detto e fatto tanto per mostrare l'innocenza del Salvatore, non c'è ragione che tenga: costoro sono rosi dall'invidia e temono che, se vivesse, tutto il mondo gli andrebbe dietro. Perciò, agitati da una simile passione, sparlano in tutti i modi di Gesù e lo fanno vedere ancora peggiore di Barabba. è già da tanto che lo perseguitano, ora potrebbe bastare; sarebbero ancora in tempo a riguadagnare un po' di dignità lasciando che Pilato liberi Gesù, invece non desistono dai loro propositi e si confermano perfidi ed ostinati senza alcun'attenuante.

Nell'Antico Testamento la legge prevedeva che si facesse di tutto perché fosse liberato un innocente caduto nelle mani della giustizia, e di questo erano incaricati soprattutto i capi della Sinagoga. Non c'è dubbio, quindi, che nella causa di Gesù, riconosciuto innocente, avrebbero dovuto essere loro a farsi avanti in suo favore. Invece la sola che prende le sue parti è la moglie di Pilato, la quale, atterrita da certi sogni spaventosi, dice in faccia a tutti che Gesù è un uomo giusto e avverte il marito che si guardi bene dal condannarlo, per non assecondare l'ingiustizia ebraica. Tutti i figli del popolo eletto sono contro Gesù e in suo favore parlano soltanto Pilato e la moglie, entrambi pagani.

Nonostante sia a conoscenza del lavorio subdolo dei sacerdoti e degli scribi, Pilato pensa che il popolo sia favorevole a Gesù, se non altro perché deve essergli riconoscente per i benefici ricevuti. Perciò li stimola ad approfittare dell'occasione perché Egli sia liberato, e dice loro: "Volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?". Così lo chiama, quasi per burla, per far loro capire che l'accusa fatta a Gesù è falsa; infatti non acconsentirebbe a lasciarlo libero se avesse tentato veramente di farsi re. Invece, con suo grande stupore, li sente rispondere ad una sola voce: "Non vogliamo Gesù, ma Barabba!". Sono talmente inferociti contro Gesù che le loro grida sembrano urla di fiere piuttosto che voci di uomini, così come aveva detto il Profeta.

Quei Giudei che erano presenti nella pubblica piazza di Gerusalemme quando Pilato propose la fatidica scelta, devono aver provato per tutta la vita il rimorso di essersi sollevati contro l'Autore della vita e di aver invocato la libertà per un assassino meritevole di tante sentenze di morte. Il Profeta aveva previsto questa smisurata malvagità e nel nome del Salvatore aveva invitato i cieli a stupirsi, perché il suo caro popolo aveva abbandonato la fonte d'acqua viva per dissetarsi alle pozzanghere fangose.

Riflessioni Maledetta l'invidia che ha permesso al demonio di introdurre la morte nel mondo, a Caino di uccidere il fratello Abele e ai Giudei di far morire l'innocente Agnello di Dio! Questo vizio è forse radicato anche dentro di me? L'invidia è difficile da eliminare, perché raramente si lascia scoprire. Se provo un certo rammarico nel vedere che qualcuno pari a me è più stimato, più favorito e più amato, oppure se mi è difficile gioire per il bene del prossimo, non posso affatto dubitare di essere dominato dall'invidia. Nella Confessione, mi sono accusato di questo vizio tanto contrario alla carità? Quali mezzi penso di usare per eliminarlo?

Ma non dobbiamo stupircene, perché questo è ciò che si vede continuamente nel mondo. Sono pochi quelli che stanno con Gesù per sostenere la giustizia e promuovere la sua gloria; al contrario sono numerosi i nemici che lo perseguitano senza alcuna pietà. è per questo che pochi si salvano e molti si perdono; e per salvarsi bisogna vivere come quei pochi. Ma chi sono costoro? Sono quelli che possiedono l'umiltà del cuore, che amano Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stessi; sono coloro che sopportano le avversità con pazienza, che non si lasciano ingannare dalla vanità e non vanno dietro alle false sicurezze del mondo. Ora, vivo io come loro? Ho veramente l'umiltà, la carità, la pazienza e quella povertà di spirito che porta a distaccarsi dal mondo?

Quanto deve soffrire il cuore del Figlio di Dio, visto che non si trova in una così grande folla un individuo, uno solo, che lo preferisca a quel mostro di scelleratezza. Eppure con che mansuetudine sopporta tutto questo! E più quella gente sacrilega s'infuria contro di Lui, più prova per essa una tenera compassione: Gesù ama tutti quelli che lo odiano. Il Signore dell'universo ha voluto essere stimato meno di un pubblico malfattore, perché io non sopporto di essere considerato inferiore a nessuno, ma voglio essere preferito a tutti. Un Dio che s'umilia fino a quel punto ha tutto il diritto di chiedermi che io impari da Lui a non insuperbirmi; ha voluto farsi mio maestro abbassando la sua grandezza fino ad un infimo livello.

Ma non ci indigniamo tanto contro i Giudei, perché noi siamo colpevoli quanto loro! Ogni peccatore ha come una bilancia nelle sue mani: da una parte mette Dio, sommo bene, e dall'altra, di volta in volta, un breve piacere o una soddisfazione meschina. Prima fa i suoi calcoli per vedere cosa gli conviene e poi decide di far pesare il piatto che contiene quel bene illusorio ed infido. Non è esagerato dire che nel momento in cui si pecca si compie la stessa scelta dei Giudei: "Mi è più cara questa creatura che Dio, preferisco appagare questo istinto che mortificarmi per Lui, voglio curare più il corpo che l'anima, stimo più la caducità delle cose terrene che la gloria eterna". Si dovrebbe giustamente pensare che chi pospone Dio a una tentazione mondana non possiede la fede, infatti non si può credere in Lui e tradirlo; invece lo si può fare benissimo, perché io l'ho fatto tante volte.

Pratiche Chi è invidioso critica, disapprova ed interpreta male le azioni del prossimo. Sarò cauto su questo punto e procurerò di parlar bene di tutti o, se proprio non è possibile, almeno di tacere.

Per ottenere la salvezza bisogna seguire il Salvatore e ricalcare le sue orme, cioè imitarlo. Così voglio fare anch'io e domanderò con insistenza il suo aiuto.

Voglio amare ardentemente quell'umiltà che è stata santificata nella persona di Gesù, e mi guarderò bene dal preferirmi a qualcuno, considerandomi degno invece di venire dopo di tutti.

Cercherò di individuare le cose che amo, ma che pregiudicano l'amore verso Dio. Non mi è proibito amare le cose oneste, ma la preferenza devo darla sempre e soltanto a Lui.

 

I Giudei vogliono la crocifissione di Gesù Pilato non avrebbe mai immaginato che i Giudei volessero libero Barabba piuttosto che Gesù. E per costringerli a riflettere e forse a vergognarsi e a cambiare idea, continua a parlare: 'E di Gesù che cosa dovrò fare?'. Chiede questo perché spera ancora nella loro moderazione; invece quelli, sempre più crudeli, gridano che Gesù sia crocifisso. Le loro menti sono veramente cieche e di una malvagità senza giustificazione. Ora Gerusalemme è veramente diventata, secondo le parole profetiche, un covo di velenosi serpenti e di belve feroci i quali, dopo aver chiesto che fosse lasciato in vita un assassino, pretendono che sia fatto morire l'innocente Salvatore.

Quando i Giudei gridano concitati che vogliono la morte in croce di Gesù, Pilato aspetta in silenzio che i clamori si attenuino. Egli non riesce a capacitarsi di tanta crudeltà e insieme non vuole affatto cedere di fronte alle imposizioni della folla; e poi c'è l'avvertimento della moglie che lo turba. Per tutti questi motivi quando pensa che ci sia calma sufficiente per essere udito, sempre ad alta voce chiede ancora: "Insomma, quest'uomo che cosa ha fatto di male?". E i Giudei ancora più inferociti replicano: "Sia condannato alla croce", senza però rispondere alla sua domanda; d'altronde non possono farlo perché Gesù non ha mai fatto male a nessuno. Moltiplicano quindi le insolenze e le bestemmie per far in modo che alla fine Pilato si arrenda.

è stata grande l'empietà dei Giudei nel domandare che fosse liberato Barabba invece che Gesù, perché essi hanno preferito la vita di un ladro a quella del Salvatore del mondo. Se avessero chiesto solo la liberazione di Barabba e lasciato al governatore la libertà di fare ciò che voleva di Gesù, sarebbero stati meno colpevoli. La loro vera colpa è stata quella di domandare che fosse condannato un uomo giusto accusato di essere più scellerato di un pubblico malfattore.

Pilato insiste nel non voler condannare Gesù, ritenendo di non avere alcun motivo per farlo. Ma anche i Giudei insistono nel volere che venga condannato a qualunque costo, preferendo che vinca il sopruso anziché la giustizia; gridano come tanti invasati, spinti dai loro capi e più ancora dal demonio. Ci è lecito pensare che lo stesso demonio avrebbe fatto di tutto per calmarli, se avesse potuto penetrare il mistero della misericordia di Dio. Ma ora cerchiamo noi di penetrarlo coi lumi della fede.

Riflessioni Gesù non reagisce contro quegli empi e non si spaventa udendo le loro grida che chiedono la sua morte in croce. E immensa la sua bontà e perfette le sue virtù; Egli esercita la fortezza contro il timore che, come ogni uomo, prova per il disprezzo e per la morte, e contrappone la pazienza agli affronti che subisce; risponde con la mansuetudine, l'umiltà e la carità al furore, all'orgoglio e all'odio dei suoi nemici. Egli ci insegna il modo con cui difenderci quando ci capita di essere vittime delle cattive azioni e dei sentimenti malevoli del nostro prossimo: oppone eroicamente altrettante virtù.

Tutto questo ci dà un'idea di ciò che succede ogni giorno quando commettiamo un peccato. Dopo aver messo a confronto Dio e un piacere terreno, e dopo aver preferito quest'ultimo, gridiamo non con la voce, ma peggio ancora con le opere: "Viva la malizia, viva la colpa e muoiano l'innocenza e la santità!". Allora la coscienza interviene e domanda al peccatore: "Che ti ha fatto di male il tuo Dio? Non è colui che ti ha dato l'essere, ti mantiene in vita, ti aiuta e ti ama con la tenerezza di un padre amoroso?". "Piuttosto di perdere questo piacere, risponde il peccatore, preferisco perdere Dio, la vita e la gloria".

E chi sono costoro che gridano spietati che Gesù sia crocifisso? Sono quegli stessi che qualche giorno prima con rami d'ulivo gli erano andati incontro e lo avevano accompagnato trionfalmente, acclamandolo figlio di Davide e re d'Israele. Sono passati appena sei giorni; e come mai in così poco tempo sono cambiati tanto da volere che Egli muoia in maniera tanto disonorevole? Che cosa ha fatto di male in questi sei giorni per meritare una pena simile? Ha predicato dalla mattina alla sera, ha fatto del bene a tutti come è sempre stata sua abitudine, ciò nonostante si grida contro di Lui: "Crucifige". Povero mondo, quanto sei incostante e traditore! Ma fissiamo la nostra mente su Gesù. Tra gli onori non si era mai insuperbito ed ora in mezzo alle calunnie non si abbatte: nella prosperità e nelle avversità cerca solo la gloria dell'Eterno Padre; non lo impressionano affatto né le lodi né i rimproveri di tutto il mondo. Devo imparare bene questa lezione e formulare poi questo proposito: non farò nulla per il desiderio di essere lodato e non eseguirò il mio dovere solo per il timore di essere ammonito.

La divina Sapienza giustamente aveva disposto che Gesù fosse proclamato innocente ed insieme condannato come colpevole. In questo modo tutti avrebbero saputo che Egli era la vittima pasquale, pura ed immacolata, destinata al sacrificio in espiazione dei peccati altrui, non dei propri. E giustamente è stato condannato a morte Gesù e Barabba liberato grazie a Lui, perché il Salvatore è venuto a sopportare la pena dovuta a noi peccatori, raffigurati in Barabba.

Pratiche Susciterò in me il desiderio di imitare le virtù del Redentore. Mi persuaderò che la prima di tutte è l'umiltà, perché senza di questa non si può possedere nessun'altra virtù.

Ascolterò la voce della coscienza come grazia della misericordia di Dio e proporrò di crocifiggere con la mortificazione il mio amor proprio, colpevole di aver suscitato le mie passioni fino al punto di farmi gridare che sia crocifisso Gesù.

Tanto l'amore delle lodi quanto il timore dei rimproveri provengono soltanto dalla superbia. Il vero segreto per non preoccuparmi di ciò che si dice di me, è l'essere umile. Domanderò dunque a Gesù l'umiltà.

Nella mia coscienza troverò la causa della morte di Gesù che Pilato non sa trovare: i miei peccati. Contro di questi dovrò accanirmi, non contro i Giudei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù viene abbandonato alla volontà dei Giudei Siamo alle ultime battute in questa lotta che deve decidere la sorte di Gesù: o vince Pilato che vorrebbe assolverlo o il popolo che chiede la sua crocifissione. E nessuno, neppure lo stesso Pilato, ha il coraggio di difenderlo apertamente, gridando a tutti che è veramente innocente e che non desidera rubare il regno a nessuno, ma che vuole regnare nel cuore degli uomini per dar loro la felicità eterna. E anche ora, come in ogni attimo della Passione, tutto accade secondo il decreto del Padre, voluto ed amato anche dal Figlio. Nella misura in cui Egli è superiore a tutti per scienza, potenza e nobiltà, altrettanto si è reso inferiore fino ad essere disprezzato e reietto da tutti gli uomini, proprio come aveva predetto il Profeta. Allora è questo il decreto eterno: il Redentore deve abbassarsi a bere nel torrente delle umiliazioni, prima di essere coronato di gloria immortale.

Pilato sa che Gesù è un uomo giusto; ma sapendo anche che i capi dei Giudei vorrebbero condannarlo pur essendo convinti della sua innocenza, il suo peccato non può in alcun modo essere giustificato. Si fa portare dell'acqua e si lava le mani, per dimostrare, con quella cerimonia, che la sua coscienza è pulita e che non ha nessuna responsabilità dell'effusione di quel sangue. Egli intende così riversare la colpa sui Giudei che hanno preteso quella sentenza con tanto clamore. Qualsiasi giudice, se è ingiusto, non riesce a vedere la propria colpa, ma non per questo è meno responsabile.

I Giudei devono essere considerati peggiori di Pilato, perché avrebbero dovuto riconoscere Gesù come vero Dio, in quanto avevano assistito ai suoi miracoli, ne avevano ascoltata la dottrina e conoscevano gli oracoli dei profeti. La loro era una falsa ignoranza, perché non avevano voluto riconoscerlo di proposito a causa dell'invidia e dell'odio che nutrivano per Lui, e questo li rende ancora più colpevoli. Tante volte lo avevano ascoltato, ammirato e acclamato come santo, ciò nonostante ora pretendono di non aver commesso neppure un peccato veniale per aver gridato in maniera sacrilega di volerlo in croce. Inoltre quando sentono che Pilato vuole addossare alle loro coscienze l'ingiusta effusione di quel sangue innocente, essi rispondono: "Sì, siamo contenti che la colpa sia imputata a noi e che il castigo scenda su di noi e sui nostri figli".

Pilato ode la bestemmia con la quale i Giudei invocano la maledizione del sangue innocente sopra di essi e su tutti i loro discendenti; l'imprecazione è tanto spaventosa che rimane sbalordito. Perciò dopo aver lasciato libero il sedizioso Barabba, per il quale avevano domandato la grazia, lascia al loro arbitrio anche Gesù, perché ne facciano quello che vogliono. L'Evangelista dice che Pilato lo abbandonò alla loro volontà e che non avrebbe potuto darlo a giudici più iniqui e più empi.

Mai i Giudei avrebbero dovuto domandare con tanta crudeltà che Gesù fosse crocifisso, né Pilato con tanta ingiustizia permetterlo. Per evitare una condanna tanto atroce bastava guardare quell'Agnello innocente che sopportava calunnie, offese ed umiliazioni senza risentirsi né difendersi, con una pazienza e una mansuetudine di chiara origine soprannaturale. Quando Gesù ha risposto all'interrogatorio, si è potuto ben comprendere dalle sue parole che era un uomo saggio; e anche quando ha taciuto si è potuto constatare in Lui un valore che andava oltre l'umano, data la dignità e la superiorità con cui sosteneva ogni affronto. Sia che parlasse, sia che tacesse, era degno di grande ammirazione.

Riflessioni Cerchiamo di penetrare nel cuore di Gesù per sentire con quale abbandono si raccomandi al Padre, proprio come se fosse un povero orfano rimasto solo, circondato da pericoli di ogni genere e da gente che lo odia. è in questa occasione che si identifica in un verme che striscia in mezzo alla strada e che aspetta di essere calpestato da un momento all'altro dai passanti. Ma nonostante sia così sofferente, Gesù non si turba affatto; i dolori fisici non fanno vacillare la sua forza d'animo e non sono d'ostacolo alla sua carità e al suo fervore. Il frastuono provocato da quelle voci insolenti non lo distrae dal suo raccoglimento e non impedisce al suo spirito di agire in pienezza di santità e di perfezione. Non è neppure immaginabile che a noi possa avvenire lo stesso: infatti se ci capita qualche contrarietà, la nostra ragione si ottenebra e ci facciamo prendere dall'agitazione.

Consideriamo questo fatto ed applichiamolo a noi stessi. Molti, simili a Pilato, pretendono che le loro opere perverse non siano peccato per il solo fatto che si sono formati una coscienza a modo loro. Ma chi può far sì che al tribunale divino non venga giudicato mortale quel peccato che noi non vogliamo sia tale, per una nostra comoda opinione? Noi siamo tenuti a crearci una coscienza giusta secondo la legge divina, non secondo il nostro parere. E Dio non può assolvere chi è stato più incline a favorire il proprio comodo anziché la voce del dovere. Per quanto mi riguarda io ho molto bisogno di esaminarmi su questo punto che è importante, ma da me così poco avvertito, perché sono accecato dal mio amor proprio. So infatti di adattarmi facilmente a quelle opinioni che mi rendono lecite le cose che mi piacciono, e non mi curo di cercare la verità, contento di un giudizio vago e superficiale. Amo la libertà, non quella dei figli di Dio, ma quella dei figli del secolo; e mi sono abituato a considerare troppo strette e severe certe regole dei santi Padri, che invece sono fondate sulla dottrina evangelica.

Povera umanità, quanto sei cieca! Poco fa rendevi gloria a colui che è venuto nel nome di Dio; ed ora contro di Lui gridi che sia crocifisso. Poco fa ti facevi scrupolo di entrare nel pretorio per non contaminarti, ed ora non trovi alcuna difficoltà nel volere la morte del giusto. I Giudei pensano di non avere la minima colpa, ma si sbagliano, perché peccano anche se non se ne rendono conto, visto che è stata la loro malizia ad accecarli. Lo stesso vale anche per me che credo e dichiaro che Dio è degno di essere amato ed ubbidito, e poi l'offendo. Quel Dio che ferisco con i miei peccati è lo stesso che adoro nei tabernacoli delle chiese e nelle sue immagini. Che pazzia onorare questo Dio con atti di culto e subito dopo insultarlo con tante azioni indegne!

Eppure è questo che facciamo anche noi quando pecchiamo. In ognuno di noi c'è una volontà della carne, spinta dal nostro amor proprio il quale obbedisce all'istinto impuro delle passioni; questa volontà si oppone e resiste a Dio, ed è tanto perversa che, quando vuole qualcosa a dispetto della sua legge, pretenderebbe di porsi al di sopra di essa, tentando addirittura di far morire Dio. Egli è consegnato a questo tipo di volontà nel momento stesso in cui viene compiuto un peccato mortale, quando, cioè, si decide di crocifiggerlo di nuovo. Ma io non devo parlare così in generale, devo, invece, esaminare la mia volontà in particolare.

Quanto sono profondi e imperscrutabili i disegni di Dio! 1 Giudei hanno fatto tanto che alla fine vincono. Benché abbiano udito insegnare spesso dal divino Maestro che nel giudicare si deve rispettare la giustizia, sembra che ora non se ne ricordino affatto, poiché vogliono, contro tutte le ragioni della giustizia, che il giusto sia condannato. E Gesù, in una situazione tanto penosa, che cosa dice? Vedendo avverato l'oracolo del Profeta, secondo il quale l'iniquità sarebbe prevalsa, adora con profondissima umiltà la giustizia del Padre

Pratiche Farò ogni sforzo per rendere più profonda la mia vita interiore sia nelle prosperità che nelle avversità, sia nel dovere del mio stato che nelle azioni più indifferenti.

Nei dubbi di coscienza sarò cauto e non mi fiderò di certe opinioni troppo larghe e scusanti; nel confessarmi mi guarderò bene dal valutare come leggero ciò che può essere peccato grave.

Non si diventa ciechi o cattivi tutto ad un tratto, ma poco a poco. Frenerò le mie passioni e mi impegnerò a fuggire le occasioni di peccato, poiché già con l'avvicinarsi ad esse comincia l'azione peccaminosa.

La mortificazione della volontà sarà l'esercizio continuo della mia vita. La reprimerò nche nelle cose lecite, per acquistare la padronanza necessaria per disciplinarla ancora di più in quelle illecite.

Pregherò Gesù che mi assista con la sua grazia, affinché io non resti, come i Giudei, insensibile alla sua misericordia. Sarò simile a loro, se non approfitterò degli esempi che mi si offrono nella sua santa Passione.

 

Gesù è condannato alla flagellazione Pilato acconsente alla richiesta dei Giudei di lasciare Gesù nelle loro mani, perché ne facciano quel che vogliono. Ma riconoscendo dentro di sé che quell'innocente sta subendo un'ingiustizia, vuol fare un ultimo tentativo per strapparlo alla morte: lo condanna alla flagellazione, nella speranza che così il popolo, ritenendosi soddisfatto, abbandoni il suo crudele proposito. Per la verità, era abbastanza normale flagellare i condannati alla crocifissione, ma ora pare proprio che il giudice abbia l'intenzione d'infliggere questa tortura a Gesù per placare i suoi nemici e liberarlo poi dalla morte.

Pilato ha appena pronunciato l'ordine di flagellazione, che questo viene prontamente eseguito. I carnefici si fanno attorno a Gesù e lo conducono nel cortile, luogo pubblico dove si era soliti frustare gli assassini e i delinquenti più infami. Che festa fanno i Giudei per la decisione di Pilato, con la quale Gesù viene in qualche modo riconosciuto reo, visto che questa pena si infliggeva solo ai peggiori malfattori! Ma che gioia prova anche Gesù nel vedere che è venuta l'ora tanto desiderata di versare il suo sangue sotto i flagelli per la salvezza del mondo! Quegli spaventosi tormenti, che nell'orto gli avevano causato tristezza, ora gli recano gioia, perché rivelano che è giunto il momento di pagare il prezzo della redenzione del mondo.

Appena Gesù entra nel gran cortile in cui deve essere flagellato, i suoi aguzzini lo liberano in fretta dai legami e lo spogliano lasciandolo completamente nudo, mentre la folla insolente sghignazza vedendolo in quella umiliante condizione. II'volto benedetto di Gesù avvampa per la vergogna. Ora davanti a tutti rimane nudo il castissimo corpo di quel Dio che oscura il cielo di nuvole, che riveste di erba la terra, che dona ai fiori un manto meraviglioso e copre di gloria i beati. Egli nell'anima è rivestito di decoro, di fortezza e di santità, ma l'unico abito per il suo corpo è la confusione nel veder disonorata la sua modestia e la sua purezza verginale.

I Giudei, dopo aver schernito la nudità di Gesù con risate oscene, fremono di rabbia e moltiplicano gli insulti per il solo motivo, come dice il Profeta, di vederlo disposto ad assoggettarsi volentieri anche ai flagelli. Ma temendo che per qualche incantesimo Egli possa fuggire, i Giudei, mescolati ai soldati, lo legano strettamente alla colonna dove di solito vengono colpiti i condannati. Già nell'orto e nella casa di Caifa Gesù era stato stretto da corde e catene, ed ora, per la terza volta stende e porge ai legami quelle mani sacre, che col semplice contatto hanno illuminato i ciechi e risuscitato i morti.

Riflessioni Nonostante il fine sia buono, la sentenza è ingiusta. Pilato, se sei convinto che quest'uomo non ha fatto niente di male, come mai gli infliggi la pena della flagellazione che viene riservata solo ai malfattori? Dov'è la tua giustizia? Forse nel voler castigare un uomo dichiarato innocente? Tu ti rendi colpevole di quella stessa ingiustizia che hai deplorato nei Giudei. Ma non perdiamoci a rimproverare il governatore Pilato; riflettiamo piuttosto su questo fatto per farne tesoro. Pilato aveva pensato che il popolo si sarebbe placato quando gli fosse stata data questa soddisfazione; ma s'ingannava, perché i Giudei, accontentati solo in parte, con maggior perfidia pretesero anche la crocifissione. Lo stesso accade anche a noi: quanto più si cerca di assecondare le passioni, tanto più esse diventano arroganti e disordinate. La curiosità cresce quando viene soddisfatta la vista, e la golosità quando si accontenta il ventre; la lussuria, l'ira, l'accidia e ogni altro vizio crescono poco a poco in proporzione all'appagamento che viene loro concesso. Quando non ci sono scrupoli nel compiere peccati veniali, la malizia cresce e si arriva inevitabilmente a quelli mortali.

Osserva bene, anima mia, con quanta tranquillità il Salvatore si china davanti alla maestà dell'Eterno Padre, dichiarandosi disposto a soffrire un tormento così disonorevole. Vedi come si lascia condurre dove vogliono i carnefici, mansueto ed ubbidiente, senza mostrare il minimo segno di resistenza o d'impazienza. Il Figlio di Dio aveva già preso la forma di servo, facendosi uomo per sottomettersi a tutti; ora prende anche la figura del servo malvagio che merita di essere flagellato. Benedetto quel Servo umile e mansueto, che tutto sopporta per liberare chi è diventato schiavo del demonio!

Come mai proprio Lui che ha vestito di luce tante sante vergini, martirizzate dai tiranni col tormento della nudità, non provvede ora a se stesso? Poiché anche la vergogna della nudità è una pena derivata dal peccato di Adamo, Egli vuole sopportarla per riparare quell'orribile vergogna che prenderà i peccatori, quando nel giorno del giudizio sarà mostrata a tutto il mondo la loro cattiveria. Soffre la nudità del suo corpo per coprire le nostre anime con gli abiti della virtù e della grazia.

Chi, dopo averlo spogliato, ha osato anche legarlo, certamente riterrà di essere stato molto coraggioso! Adoriamo le disposizioni della divina misericordia e riconosciamo che nessuno avrebbe potuto usare violenza a Gesù, senza che Egli stesso lo avesse voluto. è l'Eterno Padre che lo lega con la forza della sua immensa carità, per fargli stringere tra le mani il calice della Passione che gli è stato presentato nell'orto. Ed è ancora il Padre che, come se fosse un agricoltore, visto che il Figlio si è paragonato alla vite, lo lega alla colonna come in genere la vite viene legata ad un palo, affinché produca frutti in abbondanza. Gesù soffre anche perché i presenti sono convinti che subisca la flagellazione per forza, e non possono capire che invece l'ha cercata per amore. Nel meditare la Passione io devo fissare il mio pensiero su questo punto molto importante: Gesù non patisce nulla per forza, ma tutto per amore.

Pratiche Imparerò bene quanto sia pericoloso assecondare le passioni e concedere loro anche una minima soddisfazione; mi sforzerò dunque di resistere subito al loro impulso, appena lo avvertirò.

Nelle tribolazioni posso anche essere triste e preoccupato, basta che accetti tutto con fiducia: la mia umanità soffra pure e si lamenti, ma il mio spirito sia sempre unito a Dio.

Penserò con vergogna ai peccati commessi e per non ricadervi rifletterò attentamente su quanto sia ripugnante il peccato in se stesso.

Cercherò di cooperare alla grazia che Gesù ha meritato coi suoi legami, liberando me stesso dai vincoli delle cattive abitudini e facendomi violenza nel mortificarmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è flagellato alla colonna Nel meditare la flagellazione bisogna soffermarci sul fatto che gli Evangelisti ne parlano pochissimo, forse perché trattenuti dall'onore di quello spettacolo. Ma possiamo anche pensare che abbiano voluto lasciarci soltanto il seme della verità, affinché fosse poi nostro compito farlo germogliare nel nostro cuore con preghiere e meditazioni. Comunque l'importante è che non l'abbiano passata del tutto sotto silenzio, perché lo Spirito Santo ha voluto che tutti sapessero di questa pena disonorante per Gesù, ma per noi portatrice di gloria eterna.

La flagellazione di Gesù è tanto umiliante da far inorridire il cielo e la terra, ma è anche così dolorosa da superare ogni nostra immaginazione. Non dobbiamo dimenticare che colui che viene flagellato è il Figlio di Dio, che ha una capacità infinita di sentire sia il dolore che la gioia. Il suo corpo, che lo Spirito Santo ha formato col sangue purissimo di Maria Vergine, ha una struttura delicata, fatta apposta per sentire con intensità anche il dolore più leggero. Per Lui una lieve puntura è più dolorosa di quanto lo sarebbe per noi un colpo di spada.

I carnefici stanno attorno a Gesù come tanti vampiri ansiosi di togliergli il sangue. Il Salvatore è nudo, e per la vergogna, la più grande che sia stata provata, il sangue non gli è salito solo alla faccia, ma si è diffuso ovunque a fior di pelle, facendo arrossire tutto il corpo. Fin dai primi colpi la sua pelle delicata si lacera e quel sangue prezioso schizza fuori bagnando sia i flagelli che la colonna e spargendosi a terra.

Il sangue esce a fiotti dalle ferite di Gesù, tanto che macchia anche le vesti, le braccia e il volto dei suoi carnefici; ma neppure alla vista di tanto sangue costoro provano un po' di compassione, anzi, pare che diventino ancora più crudeli, perché continuano a tempestarlo di colpi, lacerando sempre di più le sue carni benedette e moltiplicando i suoi tormenti. Attraverso le profonde ferite della schiena si vedono le costole e si potrebbero quasi contare tutte le sue ossa. E non c'è nessuno in mezzo a quella gente che provi compassione per Lui.

Molte rivelazioni, cui la Chiesa dà credito, dicono che sono stati centinaia i colpi dati a Gesù nella flagellazione. La legge voleva che i colpevoli fossero battuti più o meno secondo la qualità e la quantità dei loro misfatti, ma in nessun caso le sferzate dovevano superare la quarantina. Il Redentore si era addossato i peccati senza numero di tutto il mondo e di tutti i tempi e voleva soffrire tutte le pene, anch'esse senza numero, necessarie per il loro riscatto. Perciò crediamo che sia impossibile contare i colpi di flagello caduti su di Lui, perché non è possibile misurare neppure la pena meritata dai peccatori.

Per capire quanto sia atroce la flagellazione di Gesù, bisogna tener presente che i flagelli vengono afferrati non solo dagli aguzzini di Pilato, ma anche dai Giudei che ora diventano carnefici, dopo essere stati accusatori e giudici. E visto che costoro, già furiosi contro di Lui, vengono pagati dai capi apposta perché sfoghino a loro piacimento la rabbia che li attanaglia, dobbiamo credere che adoperino tutta la forza di cui sono capaci, per rendere più violenti quei colpi. Inoltre temono che Pilato, dopo la flagellazione, mantenga il proposito di liberare Gesù, perciò, avendo piena libertà di azione, armati di flagelli di vario tipo, fanno a gara a chi lo strazia di più, perché vogliono avere la soddisfazione di vederlo morire sotto i colpi.

Era necessario che il Salvatore del mondo fosse flagellato, affinché si adempissero le profezie della Scrittura. Qui si legge anche che nessun flagello avrebbe osato accostarsi al tabernacolo della sua umanità, ma questo dev'essere inteso nel senso che nessuno avrebbe potuto farlo patire, neanche con una sola percossa, se Egli non l'avesse permesso.

Benché Gesù abbia voluto patire per ogni specie di peccato da noi commesso, nella flagellazione la sua carne è stata lacerata per espiare particolarmente le impurità della nostra carne. Per punire questo peccato Dio aveva già mandato due diluvi, uno d'acqua e uno di fuoco; ora manda anche un diluvio di frustate su suo Figlio, solo perché lo vede rivestito di una carne simile alla nostra, corrotta dal peccato. Chi d'ora in avanti potrà ancora considerare il peccato impuro un male non grave?

Dopo essersi dati il cambio più volte, finalmente quegli scellerati non ne possono più per la stanchezza. Slegano quindi Gesù dalla colonna ed Egli, sfinito e completamente piagato, cade nel lago del suo sangue. A chi non farebbe compassione in quello stato miserabile? Eppure gli spietati Giudei, ricordandosi che nella legge è scritto che si deve flagellare il reo disteso a terra, riprese le forze, osano infierire su un moribondo, riprendendo a percuoterlo crudelmente.

Gesù desidera che, meditando la sua Passione, ci ricordiamo di sua Madre che ha patito nel cuore tutto ciò che Egli ha patito nel corpo, cooperando con Lui in un modo singolare per rendere efficace la redenzione del mondo. Pensiamola dunque presente alla flagellazione di suo Figlio, mentre ode il fischio di tutti i colpi e vede tutto lo strazio che si fa di quelle carni delicate ed innocenti. Possiamo immaginare l'intensità del suo dolore e dei suoi gemiti.

Riflessioni è veramente ingiuriosa per il nostro Gesù questa pena riservata solo agli schiavi più ribelli, ai ladri e ai malfattori più ostinati. Ciò nonostante Egli la sopporta con coraggio e tranquillità d'animo veramente ammirevoli: si lascia frustare e straziare come se ad essere colpito non fosse Lui. E perché lo fa? Per il nostro bene. Soffre una pena da schiavo per riscattare noi dalla schiavitù; subisce l'affronto della flagellazione per evitare a noi l'umiliazione del castigo eterno. Prende sopra di sé i nostri mali per comunicare a noi i suoi beni; porta la pena dei nostri peccati affinché noi possiamo godere l'onore ed il merito della grazia, della giustizia e della santità, delle quali Egli è la fonte.

Guarda, anima mia, con quanta crudeltà quei carnefici fanno piovere le sferzate una dopo l'altra su quelle carni sante ed immacolate: colpiscono ora il petto, ora il dorso, e nessuna parte del suo corpo rimane illesa. Bisogna avere un cuore ben duro per non compatire Gesù che sopporta umiliazioni e sofferenze inaudite. Eppure io che provo dispiacere nel vedere maltrattato un animale che non ha coscienza di sé, non sento intenerirsi il mio cuore di pietra davanti a simili patimenti.

Ora si può ben dire che si è avverata la profezia che aveva paragonato il corpo di Gesù ad una borsa e il sangue, che gli scorre nelle vene, ad una preziosa moneta che deve pagare il prezzo della redenzione del mondo; e quando quella borsa, cioè la sua santa umanità, sarà squarciata dalla furia dei colpi, ne uscirà la moneta sonante del suo sangue. Ecco quant'è preziosa la mia anima che vale quanto il sangue di un Dio! Ma io, in pratica, quanto valuto quest'anima, tanto onorata dalla sapienza divina? Ogni volta che pecco la vendo al demonio in cambio di una vanità, di un piacere mondano, di un nulla; e l'ho venduta tante volte. Devo invece stimarla come merita, visto che il Verbo di Dio si è incarnato ed è contento di patire tanto, fino a dare il suo sangue per redimerla.

Quel pover'uomo, aggredito e ferito barbaramente dai ladri sulla strada di Gerico, ebbe la pietà di un Samaritano che gli medicò e gli fasciò le piaghe. Ma chi c'è per curare Gesù? Nessuno, neppure sua Madre. Il profeta l'aveva predetto che non sarebbero stati portati né unguenti né bende per medicare le piaghe del Salvatore. E quanto devono essere atroci i suoi dolori! Poniamo ad esempio che anche noi ci battessimo con un flagello: sentiremmo molto i primi colpi, poi il dolore diminuirebbe, perché la nostra carne tende poco a poco ad intorpidirsi fino a diventare quasi insensibile. Ma non è così per Gesù, perché la sua carne è fatta apposta per sentire ogni piccolo dolore. Ad ogni colpo la sua pena aumenta perché è Lui che vuol patire rendendo sempre più acuta la sua sensibilità.

Per redimere il genere umano sarebbe bastata una sola percossa, una sola ferita o una sola goccia di sangue, in virtù della Divinità che in Gesù era unita alla natura umana. Ma ciò che sarebbe stato sufficiente per la giustizia divina non è bastato per appagare il suo amore. Se fosse stato possibile avrebbe sofferto ancora di più, e volentieri per l'amore che nutre per noi. Via via che le sferzate cadono e aprono le piaghe, Egli ci dimostra in queste i segni tangibili della sua carità; e lo fa per obbligarci a riamarlo, perché solo nel nostro amore per Lui è riposta la nostra perfezione e la salvezza eterna.

Ora si fronteggiano la crudeltà e la pazienza: da una parte i Giudei con la loro insaziabile sete di crudeltà desiderosi di far morire Gesù al più presto, dall'altra il Salvatore desideroso anch'esso di morire per redimere il mondo; ma vuol morire in croce, perciò ad ogni sferzata è costretto a compiere un miracolo per rimanere in vita. Coloro che colpiscono alla fine si stancano, ma non si stanca Gesù di essere colpito. E questa sua pazienza è un motivo in più per farsi riconoscere Dio, anche se nasconde la sua Divinità sotto le piaghe per apparire solo nel suo aspetto di uomo miserabile; infatti solo un UomoDio può resistere con tanto coraggio sotto una grandine di colpi così violenti e numerosi.

Anima mia, alza gli occhi della fede e guarda l'Eterno Padre che dall'alto dichiara che è stato Lui a punire il suo diletto Figlio con una flagellazione tanto crudele, e non questi manigoldi che sono soltanto strumenti della sua divina giustizia. Domandiamogli perché ha usato tanta severità contro l'adorabile persona del suo Unigenito; per bocca del Profeta ci risponderà che così ha deciso perché detesta profondamente il peccato. Avviciniamoci ora a Gesù per chiedergli: "Figlio di Dio, che male hai fatto per meritare una pena tanto crudele e disonorevole?". Sarà la nostra coscienza a rispondere che Egli è innocente e che siamo stati noi a peccare: assumendosi un castigo così duro, vuol farci capire che il peccato è un male veramente grave.

Quanto devono rimanere sbalorditi gli Angeli nel vedere il Verbo incarnato fare una penitenza così orribile nella sua carne immacolata per i peccati fatti da noi nella nostra! Ma ancora più attoniti dovremmo rimanere noi nel pensare che è un Dio colui che viene torturato per la nostra concupiscenza. Benché non sia Dio che patisce, ma solo la carne unita a Lui, la pena di questa, comunque, si riversa su Dio stesso. Quindi il peccato d'impurità deve essere veramente un male enorme se viene punito con tanto rigore nella carne pura di un Dio. E devono essere mortali le ferite che esso produce nell'anima, se per curarle non c'è altra medicina che il sangue uscito dalle piaghe di un UomoDio.

Anima mia, guarda il Salvatore, disteso a terra, che non ha più la forza per muoversi. è in questo momento che Egli ti lava da tutti i tuoi peccati con il suo sangue da cui è interamente coperto. è ora che, usando proprio quel sangue, prepara un unguento preziosissimo per medicare le tue piaghe infette; ed è ora che ti libera dai tuoi flagelli temporali ed eterni e fa zampillare per te dalle sue ferite, nuove sorgenti di grazia.

Guardiamo Maria nel volto: l'abituale serenità della sua fronte si è rannuvolata, e sulle guance e sulle labbra si vede solo pallore di agonia e di morte. Penetriamo col pensiero nel suo pietosissimo cuore che si è trasformato totalmente nella Passione del Figlio. Qui si riuniscono tutte le derisioni, gli insulti e le ferite che Egli sta sopportando. Quel dolcissimo cuore si è ridotto in un'unica piaga, come il corpo di Gesù. Piangendo di compassione, con una voce che solo il Figlio può capire, dice: "Figlio caro che male hai fatto perché il tuo volto tanto bello e degno di rispetto fosse ridotto in questo stato? Perché non posso sentire nel mio corpo quelle percosse, così come le sento nella mia anima? Adoro la tua carità, ma adoro anche quei flagelli e quei tormenti che con tanto amore sopporti per la salvezza delle anime".

E così dicendo offre per noi al Padre tutto ciò che Gesù patisce nel corpo, insieme a quello che Lei soffre nell'anima.

Pratiche Darò gloria a Gesù per il disonore che soffre sotto i flagelli e proporrò d'imitarlo nel sopportare almeno il flagello di quelle tribolazioni che al Signore piacerà mandarmi.

Mi ripropongo di sopportare con pazienza disagi e contrarietà, così farò di necessità virtù. E la mia virtù diventerà soprannaturale se saprò accettare le mie sofferenze per amore di Dio e unirle a quelle che Lui ha sopportato per la redenzione del mondo.

Mi pentirò di aver stimato poco la mia anima soprattutto perché, così facendo, ho stimato poco anche il sangue di Gesù.

Come Gesù, che soffre più per i miei peccati che per le sue piaghe, anch'io devo sentire dolore più per questi che per ogni altro male, anche perché non c'è nessun male che si possa dire tale, all'infuori del peccato.

Ripeterò spesso a Gesù che l'amo e che mi pento dei miei peccati; e non devo stancarmi di ripeterlo, perché, se in ogni azione e in ogni sentimento umano ci vuole una certa misura, nell'amore e nella contrizione non si fa mai troppo.

Mi mortificherò con qualche disagio o penitenza corporale per imitare Gesù. Mi sforzerò di combattere la mia cattiva abitudine di cercare solo i miei comodi evitando il dolore e i disagi.

Rifletterò su come ho usato i cinque sensi del corpo per offendere Dio e farò in modo che essi siano per l'avvenire i miei strumenti di mortificazione e di penitenza.

Per custodire la castità dovrò osservare la modestia specialmente degli occhi, attraverso i quali le fantasie impure entrano per suscitare gli appetiti dei sensi.

In segno di gratitudine benedirò spesso il sangue che Gesù ha sparso per me; proverò compassione per Lui e così potrò versare nel mio cuore lacrime d'amore e di pentimento.

Nella Passione di Gesù e nell'intercessione di Maria abbiamo un mezzo efficacissimo per ottenere ogni grazia dalla

Maestà divina. Di questo mezzo mi servirò in tutte le mie necessità spirituali e temporali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è coronato di spine Finita la flagellazione, i carnefici stanchi si riposano un poco, ma Gesù non si concede neppure un attimo di quiete. Egli rimane a terra tutto insanguinato, perché nessuno gli dà una mano per rialzarsi; vorrebbe rivestirsi dei suoi panni, ma non c'è nessuno che glieli porga, perciò è costretto a trascinarsi carponi per cercarli, spinto ora da uno ora da un altro con percosse e con calci.

Quella plebaglia era stata pagata dai capi dei Giudei affinché tormentasse Gesù nella maniera più insolita e dolorosa possibile; ma era anche sobillata dal demonio e agitata da una strana follia. Per tutti questi motivi quegli aguzzini vogliono mettere ancora a dura prova l'invincibile pazienza del Salvatore e inventano un altro tormento incredibilmente umiliante e doloroso, a cui nessuno prima aveva pensato. Prendono un fascio di rovi dalle spine grosse e dure e, dopo averlo attorcigliato a forma di corona, glielo pongono sul capo per incoronarlo re del disonore.

Quegli empi, dopo aver coronato Gesù di spine, lo fanno sedere sopra uno sgabello e gli sistemano la corona in modo tale che gli stringa bene la fronte e la testa. Quindi a forza di bastonate gliela premono così violentemente che il capo viene trafitto e straziato dalle spine. è risaputo che nella testa c'è una quantità di vene e di nervi che sono direttamente collegati col cervello e col cuore, proprio i punti in cui la sensibilità è più acuta che altrove; perciò quanto devono essere atroci gli spasimi di Gesù!

Durante le flagellazione Gesù era stato colpito e piagato sulle spalle, nel tronco e nelle gambe; solo la testa era stata risparmiata. Benché questa fosse già stata battuta precedentemente da pugni e bastonate, soltanto ora, nella coronazione di spine, si vede avverata la profezia, secondo la quale tutto il suo santo corpo, da capo a piedi, si sarebbe coperto di piaghe.

Nel vedere Gesù coperto di tante piaghe e di tanto sangue, bisogna sempre tener presente che Egli è il vero Figlio di Dio che, coronato di onore e di gloria, è costituito re dall'Eterno Padre; è il Figlio di Dio che, dopo aver ricevuto da Maria Santissima la corona della nostra umanità, sarà coronato dagli angeli con la corona della giustizia. Ecco chi è Colui che la Sinagoga ora corona di dolore e di vergogna infamante.

Nella Passione di Gesù non c'è nulla senza un profondo significato. Ordinata alla remissione di tutti i peccati in generale, essa è diretta ad espiare ogni singolo peccato nella sua specie. Nel nostro corpo non c'è parte con la quale non si pecchi; nel corpo di Gesù la stessa parte ha avuto una particolare pena in relazione alle nostre colpe. Così, poiché nella testa nascono i cattivi pensieri, è proprio nella testa che Egli ha voluto farsi conficcare le spine.

Riflessioni Che confusione e che pena per Gesù restare ancora nudo, coperto solo di piaghe, nel freddo, come dice il Vangelo! Ma con che pazienza il vero Agnello di Dio soffre tutto questo senza aprir bocca! Da una parte sa di essere degno di riverenza e di onore, ma vedendosi dall'altra, così caricato di oltraggi, si umilia e si rassegna alla volontà dell'Eterno Padre. Appena Gesù si è rivestito del suo abito quegli empi si ricordano che è stato accusato di aver voluto farsi re e vanno quindi da Pilato a domandare il permesso di vestirlo da finto re per divertirsi un po'. Lo conducono perciò nella sala pretoria e, per aumentare il loro divertimento, chiamano tutti i soldati presenti perché assistano al tetro spettacolo in cui verrà eletto re per burla il Figlio di Dio, il Re dei re, il Re del cielo e della terra. In tutte le offese che si fanno a Gesù devo sempre ricordare che Egli è Dio, perciò nulla lo costringe a sopportare dolori ed insulti se non l'amore, in particolar modo l'amore che ha verso di me.

La divina Provvidenza aveva disposto che nessuno dei discepoli fosse presente all'indegno spettacolo della coronazione di spine. Essi avevano rischiato di perdere la fede vedendo il Maestro torturato nell'orto, ed ora avrebbero corso un pericolo ancora più serio se l'avessero visto coronato di spine e deriso come falso re con atteggiamenti ed espressioni inimmaginabili. Ma tu, anima mia, che con i Sacramenti sei resa forte dallo Spirito Santo, guarda attentamente Gesù benedetto in quello stato pietoso e pensa a quanto immeritatamente Egli è disonorato. Sforzati di sentire in te stessa un po' del suo dolore, e se non ci riesci, devi provare almeno raccapriccio e riconoscenza, considerando chi è Colui che patisce e per quale motivo lo faccia. Immergi prima il tuo sguardo nell'alto dei cieli e contempla la grandezza della maestà di Dio, creatore di ogni cosa, che con un solo cenno può annientare tutto il mondo. Egli è bontà, sapienza e gloria infinite. Poi guarda Gesù e pensa che Lui, così sofferente e disprezzato, è lo stesso Dio e Signore dell'universo: è meraviglioso come nella stessa persona stiano insieme tanti contrasti e, ancor di più, come la misericordia si unisca alla giustizia.

Contempla, anima mia, il tuo Signore col capo circondato da quella corona di spine. Non puoi non lodare la sua pazienza e la sua innocenza, e non commuoverti per le sue atroci sofferenze. Ma questo non basta: devi cercare il significato profondo di quest'ennesima tortura. Le sue spine sono le nostre colpe, sono l'effetto della maledizione lanciata da Dio contro il peccato di Adamo; inoltre rappresentano quelle fitte acute che pungono sempre la coscienza di chi pecca. Con quelle atroci trafitture, poi, Gesù ha trovato un altro modo per assumere su di sé le nostre colpe e la loro espiazione.

Anima mia, contempla il tuo Salvatore e guarda attentamente quei rivoli di sangue che escono dalle numerose ferite del suo capo e che gli sfigurano il volto. Quanto sangue! è quello di un UomoDio che viene versato soltanto per amore e che si trasforma in unguento profumato per guarire te dalle piaghe mortali prodotte dai tuoi peccati.

Anima mia, esci con le figlie di Gerusalemme a vedere in quale stato si trovi il tuo Re, il vero re della gloria, perché signore delle virtù. Egli ha trionfato sulla superbia del mondo con la pazienza e l'umiltà ed ha voluto educarci in tutte le virtù, sopportando ogni sorta di pene e il obbrobri. Ci ha insegnato questo nella coronazione di spine: la via che ci guida al Cielo è spinosa e stretta, e non ce ne sono altre all'infuori di quella percorsa da Gesù. Ecco perché il nostro cammino è disseminato di spine. Io mi inganno se penso di potermi coronare dei piaceri del mondo e pretendere poi anche la corona di gloria. Non potrò entrare in Paradiso piacevolmente coronato di fiori, dopo una vita tranquilla e comoda, dopo aver dato al mio corpo tutte le soddisfazioni e senza essermi mortificato in nulla, quando Gesù stesso, l'UomoDio, ha dovuto entrarvi per mezzo dei patimenti. In questa vita o nell'altra è necessario sopportare le spine: chi rifiuta le spine della penitenza in questa vita, avrà quelle dei tormenti nell'altra, perché solo attraverso la sofferenza possiamo raggiungere la pienezza di vita.

1 peccati da me commessi col pensiero sono talmente tanti che, se potessi contarli, rimarrei inorridito. Quante volte nella mia testa mi sono fabbricato chimere di grandezza, di vanità e di viziosa concupiscenza! Quante volte ancora ho lasciato entrare nella mia testa il mondo e il demonio con le loro suggestioni! Pur sapendo che tutto ciò era proibito, vi ho aderito consapevolmente.

Pratiche Oltre ad aver espiato il male da noi commesso, Gesù ci ha meritato la grazia di fare il bene. E io farò fruttare questo dono sia non offendendolo più, sia cercando di piacergli con le mie opere buone.

Rafforzerò la mia speranza per moderare il timore e domanderò alla Maestà divina gli aiuti opportuni perché io cooperi alla Passione di Gesù con una vera penitenza dei miei peccati.

Se ora mi pesa vivere da penitente, devo pensare che non avrei dovuto neppure vivere da peccatore. Ho peccato di superbia, quindi devo portare sul capo il segno dell'umiltà, che consiste nell'avere un infimo concetto di me stesso.

Penserò spesso che nel giudizio finale sarà terribile vedere da una parte di aver contribuito molto a far patire Gesù e dall'altra di aver fatto poco o nulla per trarre profitto dai suoi meriti.

Ogni volta che mi si presenterà l'occasione di patire per necessità o per scelta, soffrirò con coraggio, immaginando che Gesù mi offra una delle sue spine.

Mi ricorderò spesso delle piaghe di Gesù, per allontanare i cattivi pensieri. Quando l'anima è colma di buoni pensieri non c'è più posto per quelli cattivi. .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è schernito come falso re Pilato è testimone dei maltrattamenti che vengono fatti a Gesù, tuttavia tace e permette tutto per dar soddisfazione ai Giudei, immaginando che costoro dovranno alla fine calmarsi e smettere di infierire contro di Lui per vederlo morto. Ma costoro, sempre più crudeli perché pensano che Egli abbia voluto farsi re d'Israele, trovano un gusto immenso a schernirlo come re finto e ridicolo. Dopo avergli posto sul capo come diadema la corona di spine, per manto regale gli mettono addosso un drappo tinto di porpora, ma vecchio, logoro e sporco, per ridurlo all'estrema abiezione.

Quando leggiamo i passi della Passione di Gesù, non dobbiamo fermarci a capire solo il senso letterale del Vangelo, ma dobbiamo cercare di scoprirne il significato più profondo. Grandi verità sono simboleggiate dalla porpora con la quale il Salvatore è ammantato. Consideriamo quella che ora più ci interessa. Come nella veste bianca che aveva avuto in casa di Erode era simboleggiata la sua innocenza, così in quella rossa che ora lo copre nel cortile di Pilato dobbiamo vedere raffigurati i nostri peccati, come ci viene suggerito dalla Sacra Scrittura.

Dopo aver messo a Gesù una corona di spine come diadema e un cencio rosso come mantello, i Giudei, per renderlo ancora più ridicolo, gli mettono ora in mano una canna come se fosse uno scettro. Forse vogliono dimostrare che è un pazzo che si considera un re, oppure che il suo regno è privo di qualsiasi autorità e potenza, visto che non sa neppure difendere se stesso dagli oltraggi. Gesù invece conosce molto bene la propria dignità regale, e si rende conto perfettamente della gravità dell'offesa che gli viene fatta, tuttavia prende quella canna e con essa accetta anche il disonore. Lascia fare a quei malvagi tutto ciò che a loro piace, senza dire una parola o emettere un gemito.

Mentre Gesù rimane seduto, coronato di spine, ammantato di porpora e con la canna in mano, i soldati studiano tutte le maniere per divertirsi prendendosi gioco di Lui come fosse un miserabile che ha l'ambizione di farsi re, senza averne il potere. Ai soldati si uniscono anche i Giudei e tutti, ad uno ad uno, gli passano davanti salutandolo così: "Salve, o re dei Giudei!" Fanno a gara a chi sa rivolgergli quel saluto nella maniera più buffa e godono nel vederlo così offeso e deriso. Ora non manca nulla alla realizzazione delle profezie che Egli stesso aveva ricordato.

I Giudei raccontano ai soldati che Gesù ha avuto la presunzione di farsi credere non solo re, ma anche Figlio di Dio, perciò questi prendono a schernirlo anche per questo motivo, dopo averlo deriso come falso re. S'inginocchiano come si fa davanti a Dio, ma con goffi atteggiamenti fingendo di adorarlo. Quegli sciocchi pensano che, se Gesù fosse davvero Dio e re, potrebbe e dovrebbe difendersi. Egli però non si difende, ma tace, perché vuol mostrare solo la sua pazienza e tenere nascosta la sua potenza e la sua Divinità. E quelli, nella loro insipienza, aumentano beffe ed insulti.

Dopo il trattamento offensivo di risate e di sberleffi, fatto alla persona più degna di stima qual è nostro Signore, si passa ai fatti. Mentre tutti gli stanno intorno, ecco che alcuni vanno a schiaffeggiarlo, altri a sputargli in faccia ed altri ancora a togliergli di mano la canna per colpirlo con questa sul capo. Così le spine penetrano ancora di più e, se trovano un ostacolo resistente, si spezzano, irritando le piaghe e causando a Gesù spasimi atroci. Mentre quelli si sforzano di inventare i modi più crudeli per straziarlo, Gesù non ha più alcuna parte del corpo che non sia percossa e dolorante.

Riflessioni I profeti avevano predetto che sarebbe stata fatta al Salvatore questa offesa la quale l'avrebbe ricoperto di vergogna da capo a piedi. Possiamo pensare che l'autore di tanta infamia sia stato il re dei superbi, che però è stato vinto e confuso dal Re degli umili. Il demonio ha fatto di tutto per disonorare Gesù fino all'abiezione, ma ciò che ha saputo inventare con la sua malignità non è servito ad altro che ad aumentare in noi l'umiltà in vista della salvezza eterna. In Gesù non è soltanto l'Umanità che si sente umiliata, perché l'affronto ricade anche sulla sua Divinità; ed è per l'insulto fatto a quest'UomoDio che noi siamo liberati dalla servitù del peccato e dal castigo eterno.

Anima mia, quando guardi questo immacolato UomoDio ricoperto di tanta infamia, non puoi non provare orrore. Inoltre devi pensare che gli pesa e lo addolora più la tua malizia che l'insulto di quel manto lacero, perciò devi sentire la necessità di essergli riconoscente e di ricambiare il suo ardente amore, simboleggiato da quella porpora. Perché allora rimani fredda, e non ti scuote il fatto che il Signore dell'universo in persona, per sua infinita bontà, si è compiaciuto di prendere su di sé le tue colpe e di soffrire tanti tormenti al posto tuo?

Qui viene dimostrata la verità di ciò che poco prima Gesù aveva detto, cioè che il suo regno non è di questo mondo e che non si acquista con la ricchezza o con la potenza delle armi, ma con la povertà, con la pazienza e con l'umiltà. Il regno di Gesù è un regno di gloria eterna e in Lui stesso abbiamo l'esempio di come si fa a conquistarlo. Puoi tu, anima mia, dire che sei così virtuosa da essere vicina al possesso di questo regno? Quanta povertà di spirito, quanta pazienza e quanta umiltà vedo in me? Non c'è purtroppo alcuna virtù che possa dirsi veramente tale. Perciò come oso sperare di ottenere il regno celeste, che si rapisce solo con la virtù, facendo violenza alle passioni e ai sensi? Ogni volta che nella preghiera raccomandata da Gesù dico: "Venga il tuo regno", io lo prego di farmi partecipe del suo regno beato: ma poi come vi aderisco con la mia condotta?

Fermiamoci a dare uno sguardo ai responsabili di quei sacrilegi e a Gesù benedetto, che sopporta mansueto, con gli occhi bassi, ogni affronto. Quelli non sanno ciò che dicono né ciò che fanno, tuttavia in questi tragici momenti sono proprio loro che contribuiscono a preparare per noi grandi misteri. Lo chiamano re con la maligna intenzione di insultarlo e deriderlo, eppure, senza volerlo, attestano quello che Egli è in realtà; senza accorgersene confessano la verità proprio mentre si sforzano di negarla.

Colui che nel Vecchio Testamento era chiamato il Dio delle vendette, il Signore degli eserciti, il potente ed il forte, ora si gloria di essere il Dio della pazienza che non reagisce neppure davanti alle provocazioni più mostruose. E come potremo noi giustificare ancora la nostra irascibilità e la nostra impazienza nei momenti difficili, dopo aver conosciuto l'esempio che ci ha dato il nostro Salvatore? Come Caifa aveva condannato Gesù non sapendo ciò che faceva, così ora i soldati che lo deridono sono tanto ciechi ed ignoranti che non capiscono quello che fanno, ma ogni loro gesto di scherno e di burla è un misterioso insegnamento per noi. Infatti, ciò che è stato fatto allora viene ripetuto anche oggi da chiunque, pur credendo che Gesù è vero Dio, non osservi la sua legge, e lo posponga ad una misera soddisfazione terrena pur sapendo che solo Lui è il sommo bene.

Ma come fanno costoro ad essere così abili da saper tormentare ed insieme disonorare, con trovate tanto insolite, un innocente che ha fatto del bene a tutti? Possiamo benissimo credere che siano aizzati da schiere di demoni che suscitano in loro una violenza ed un'astuzia infernali. Comunque sia, noi sappiamo che tutto questo era stato preordinato dalla sapienza e dalla giustizia di Dio. Era necessario che il dolore e l'umiliazione di Gesù fossero così atroci, perché tutti potessero vedere quanto il Padre odi il peccato e quanto il Figlio ami i peccatori. Chi avesse potuto penetrare nell'anima di Gesù si sarebbe meravigliato nel vedere che Egli provava una tristezza mortale per i peccati del mondo ed insieme una grande gioia per la salvezza che stava procurando alle anime e per la gloria che dava all'Eterno Padre.

Pratiche Dopo aver letto e meditato la Passione di Gesù, troppo facilmente me ne dimentico. Mi fisserò perciò nella mente almeno la sua umiltà e il dovere che ho di imitarla.

Corrisponderò alla carità di Gesù ripetendo atti d'amore verso di Lui e disponendomi a volere tutto quello che a Lui piace.

Imparerò da Gesù, disonorato da quella canna, a considerare le cose di questo mondo, cioè la prosperità, i piaceri e gli onori nel loro giusto valore. Tutto è vanità; devo aspirare soltanto alle realtà eterne.

Devo verificare se la mia volontà di servire Dio è seria oppure è una semplice velleità. Saprò di essere sulla strada giusta soltanto se mi vedrò umile e se conterò esclusivamente sulla grazia di Dio.

Renderò attiva la mia fede e la mia speranza, ricordando a me stesso che fede e speranza sono morte se non sono accompagnate dalle buone opere.

Sceglierò bene le mortificazioni da fare e comincerò da quelle di cui ho maggior bisogno per mettere ordine sia dentro che fuori di me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è mostrato al popolo da Pilato Mentre Gesù, tutto piagato ed insanguinato, è ancora coperto da quel mantello rosso, i carnefici gli legano strettamente le mani, lasciando tra di esse la canna; poi gli mettono una corda al collo come se fosse un asino e, senza smettere di tormentarlo, dal cortile lo conducono nell'atrio, per farlo vedere a Pilato in quelle condizioni. A loro non basta averlo fatto diventare lo zimbello di una masnada di soldati, ma per svergognarlo ancora di più, vogliono che compaia alla presenza del governatore e dei nobili romani che si trovano nel palazzo.

Gesù, quasi trascinato a forza dai soldati, entra alla presenza del governatore romano. Questi, appena lo scorge, inorridisce nel vederlo così piagato e sfigurato. Ponzio Pilato anche se è pagano ha un'indole pacata e sensibile, molto lontana dall'orgoglio giudaico, perciò prova compassione per Gesù e, desideroso di liberarlo, decide di mostrarlo a tutto il popolo. è convinto che chiunque, pur provando rancore verso di Lui, sicuramente si calmerà, vedendolo castigato così duramente e ridotto in uno stato tale da non aver neppure l'apparenza di uomo, figurarsi quella di un re!

Con l'intento di placare i Giudei inferociti che si erano affollati in piazza per aspettare l'esito del processo, Pilato esce sulla loggia portando con sé Gesù. Aspetta che tutti lo vedano, poi dice: "Ecco, vi presento quest'uomo perché vediate come è stato ridotto e mitighiate l'ira che avete contro di lui. Io vi assicuro che non è colpevole di alcun delitto, perciò non può essere condannato".

Pilato, vedendo che, per quanto faccia in favore di Gesù, non ottiene niente e che, anzi, un tumulto minaccioso si solleva dal popolo, si rivolge a Gesù e gli fa cenno di venire avanti, in mezzo alla loggia, affinché tutti possano vederlo meglio, così coronato di spine, con quella canna in mano e con quella veste "regale" addosso. Dopo tutti i maltrattamenti che gli sono stati fatti, ognuno dovrebbe capire che quel povero innocente è già stato punito fin troppo.

Mentre Gesù è esposto in quelle condizioni agli occhi dei suoi nemici, Pilato prende un lembo del suo mantello e lo alza, in modo che ognuno possa vedere quant'è lacerato dai flagelli, piagato ed insanguinato, e talmente sfigurato da non sembrare più un uomo. Nel fare questa presentazione egli dice solo queste due parole: "Ecco l'uomo". Esse vogliono dire: "Se avete paura che quest'uomo si faccia re, guardatelo com'è ridotto. Non vi basta?".

Pilato mostra Gesù ai Giudei e dice loro: "Ecco l'uomo". Con queste parole cerca di destare in essi qualche sentimento di umanità. Voglio immaginare che anche l'Eterno Padre lo mostri a me dicendomi: "Ecco l'Uomo".

Fermiamoci ancora a contemplare Gesù nello stato miserabile in cui Pilato l'ha mostrato ai Giudei; ora l'Eterno Padre lo mostra a noi per convincerci a compatirlo e ad imitarlo. E noi, a nostra volta, imprimendoci bene nella mente quell'immagine così sfigurata dai tormenti, possiamo presentare Gesù all'Eterno Padre perché ci usi misericordia.

Meditando la Passione di Gesù noi ci sentiamo sorretti dalla speranza, però a questa deve sempre essere unito il timore. Perciò nel considerare l'umiliazione provata da Gesù quando Pilato lo mostra così sfigurato alla folla, penserò che questa è una figura di ciò che avverrà nel giudizio finale, quando quest'UomoDio, ora tanto straziato, comparirà come giudice e presenterà me al cospetto di tutto il mondo.

Riflessioni Pensiamo al dolore e alla vergogna di Gesù per essere trascinato via in quello stato. Al mondo non è mai successo che un malfattore fosse punito con tante pene, neppure dai tiranni o dai barbari come il nostro Salvatore che era venuto, sì, per espiare i nostri peccati, ma che era assolutamente innocente. Nella sua Passione non c'è stato nulla di comune e di usuale, infatti la sua sofferenza e il suo disonore hanno raggiunto l'apice estremo. E come può il nostro cuore, per duro che sia, non commuoversi, se considera che ad essere così umiliato è Dio in persona?

Anima mia, fissa lo sguardo nel tuo Signore e rifletti: non ti senti confusa vedendo che Pilato s'intenerisce alla vista di Gesù, mentre tu sei così dura, senza pietà e senza amore? Pensa a quanto dovresti amarlo, perché è per te che soffre nel corpo e nell'anima. è tuo dovere essergli riconoscente perché ti ha creata, ma molto di più perché ti ha redenta in quel modo orribile. Creare te e il mondo intero è stato facile: sono bastate solo poche parole; ma quanto sangue gli è costata la tua redenzione! Inoltre ti ha onorata con le sue umiliazioni, ti ha liberata con i suoi legami, ti ha guarita con le sue piaghe.

Dicendo questo, Pilato si dimostra come pentito di aver fatto flagellare Gesù, e così, indirettamente, dichiara di avergli fatto un torto, visto che è innocente. Se il Salvatore, poiché non ha commesso alcuna colpa, è stato flagellato ingiustamente, per lo stesso motivo sarebbe ancora più ingiusto condannarlo a morte; questo, in poche parole, è quanto si può dedurre dal discorso di Pilato. è ben vero che la verità e l'innocenza non possono mai passare sotto silenzio. Il demonio può ben rendere la Passione di Gesù dolorosa fino all'inverosimile, inventando tormenti sempre nuovi, ma con tutta la sua malignità, non riesce affatto a toglierli l'onore dell'innocenza. Due volte quel giudice ingiusto aveva dichiarato Gesù innocente e lo ha ugualmente condannato alla flagellazione; ora lo ripete per la terza volta, ciò nonostante finirà per condannarlo anche alla morte. E io non faccio forse lo stesso? Ogni volta che mi accosto alla Confessione, riconosco che Dio è il mio sommo bene e che non merita di essere offeso, tuttavia di lì a poco l'offendo e faccio diventare la mia vita un circolo vizioso di peccati e di confessioni. Purtroppo queste confessioni, come quella di Pilato, non servono ad altro che ad aumentare la mia malizia e a rendere più gravi i miei peccati.

Quanto dev'essere arrossito di vergogna il Re della glori, il Signore dell'universo, nel trovarsi alla presenza di tanta gente in quello stato oltremodo disonorevole! Ma non possiamo capire la sua umiltà se non conosciamo fino in fondo la sua grandezza. Perciò, quando meditiamo sulle sofferenze di Gesù, dobbiamo sempre tener presente la sua Divinità. Come la potenza divina che è in Lui ha riversato abbondantemente onore e gloria sulla sua umanità facendo miracoli, così l'estrema mortificazione, che viene causata all'uomo ricade come offesa sulla Divinità. Perché, allora, Dio, che è Sapienza infinita e che non fa mai nulla senza motivo, ha accettato una tale infamia? Ci risponde la fede: lo ha fatto affinché l'uomo fosse esaltato. Nessuno, dunque, potrà rifiutare l'umiliazione per amore di Dio, sia perché Egli l'ha subita per amor nostro, sia perché, umiliandosi ci ha fatto meritare un onore eterno.

Anima mia, vieni ad assistere a questo doloroso spettacolo e osserva attentamente il Signore come ha la testa coronata di spine, la faccia livida, gonfia ed imbrattata di sputi, le mani legate e il corpo ferito e sfigurato. Dov'è il nobile aspetto di quel volto che poco prima rapiva gli sguardi e i cuori di tutti? Il più bello ed il più perfetto di tutti gli uomini è divenuto ora irriconoscibile e deforme.

Anima mia, apriti a questa voce e concentrati su questa visione; ascolta il Divin Padre che dall'alto ti dice: "Ecco l'Uomo che io ho mandato nel mondo per dimostarti l'eterna carità con la quale ti ho sempre amata. Finora avevo cercato, ma senza successo, chi si mettesse tra te e me per pagare il debito contratto con la mia giustizia. Ora ecco l'Uomo, e non solo uomo, ma anche Dio, figura della mia sostanza, il solo che ha il potere di fare da mediatore per riconciliare l'uomo con Dio. A causa del peccato tu eri stata esiliata dal Paradiso e condannata all'Inferno, e nessuno poteva aiutarti; invece eccolo l'UomoDio, che è destinato ad essere il tuo Salvatore, Maestro di verità e modello di santità che tu devi imitare, se vuoi salvarti".

Riflessione Ecco l'Uomo generato da Dio negli eterni splendori e mandato nel mondo pieno di grazia e di verità. Ecco l'Uomo che per me si è degnato di assoggettarsi agli schiavi, ai legami, agli sputi, ai flagelli e agli scherni. Ecco L'Uomo divino, unica mia speranza, che ha abbondantemente riparato per me. Sono gravi, gravissimi i miei peccati, ma, se li metto sulla bilancia con i meriti di Gesù, pesa molto di più la sua grazia redentrice, che la mia malizia. Affinché Dio abbia pietà di me non c'è nulla di più prezioso che io possa offrirgli, e a Lui più caro, di suo Figlio.

Quando sarò esposto agli sguardi di tutti gli angeli e di tutti gli uomini, così si dirà di me: "Ecco l'uomo che è vissuto attaccato alle vanità dimenticando Dio, ecco l'uomo che ha perduto la dignità umana ed è diventato simile alle bestie per aver seguito i suoi istinti!". E in quel momento, quando tutti vedranno i miei peccati di pensiero, di parole ed opere, che cosa potrò dire? Come risponderò alle accuse che mi verranno fatte dalla mia stessa coscienza? Pieno di vergogna, confuso e tremante io starò davanti a te, mio Giudice, e non saprò dire una sola parola per difendermi. Quale disonore peserà su di me quando l'universo intero vedrà le mie colpe e mi segnerà a dito dicendo: "Ecco l'uomo superbo, ipocrita e scandaloso!".

Pratiche Ripeterò spesso atti di dolore e d'amore. Mi vergognerò del mio amor proprio e cercherò di supplire alle mie carenze almeno con l'umiltà, riconoscendomi misero peccatore.

Offrirò a Gesù in segno d'amore le facoltà del mio spirito e i sensi del mio corpo e li userò per l'avvenire soltanto a gloria sua.

Cercherò di individuare le mie cattive abitudini e di eliminarle. L'essere riusciti a correggerci ci fa ben sperare di aver ottenuto nella Confessione il perdono nella Confessione.

Penserò a quali siano le occasioni che scatenano il mio orgoglio, per saperle superare e non peccare più contro l'umiltà. Farò violenza su me stesso per soffocare i miei istinti.

Adorerò il sacratissimo corpo di Gesù e specialmente il suo capo, che è il più tormentato. Mi affiderò a quest'UomoDio perché rafforzi la mia volontà di imitarlo.

Devo considerare tutte le virtù che Gesù esercita nel suo stato di abiezione e poi sforzarmi di imitarle, pensando quanto questo sia necessario per salvarmi.

Continuerò a dichiarare con convinzione la mia speranza e la mia fiducia in Dio, per poter ottenere la remissione dei peccati e la salvezza della mia anima.

Se non voglio che nel giudizio si dica di me: "Ecco l'uomo peccatore", regolerò la mia vita in modo che si possa dire invece: "Ecco l'uomo penitente, contrito ed umiliato".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

I Giudei gridano che Gesù sia crocifisso Pilato ha permesso che Gesù fosse tormentato e disonorato dai suoi carnefici, affinché l'ira dei Giudei si placasse. L'ha esposto agli occhi di tutti così flagellato, coronato di spine, vestito miseramente e schernito, perché la loro invidia si attenuasse. Ha poi detto con voce compassionevole: "Ecco l'uomo", per suscitare in loro la pietà. Invece nei loro cuori la malvagità cresce fino al punto di far loro desiderare di vederlo morto, tanto la sua presenza è diventata insopportabile.

Ogni altro popolo, per quanto barbaro, alla vista di Gesù ridotto in uno stato così pietoso, si sarebbe mosso a pietà; soltanto i Giudei, abituati a resistere a Dio e ad incrudelire contro coloro che Egli manda, possono essere così spietati. Non sono più in pochi ad accusarlo, ma tutti insieme gridano ad alta voce. Pretendono che Gesù sia fatto morire non in maniera ordinaria, ma con la morte più crudele e più infamante di tutte: quella della croce. Sembrano squadre di soldati in battaglia, come aveva predetto il Profeta: le loro lingue sono altrettante frecce e spade che prendono di mira Gesù come se fosse un bersaglio.

Fermiamoci ancora un po' sulla crudeltà dei Giudei per ricavare qualche altro insegnamento. Alla vista di Gesù in quelle pietose condizioni i loro animi iracondi non si calmano affatto, ma, come un fuoco che cresce con il soffiare del vento, essi gridano: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". E pare che vogliano dire: "Non basta che sia coronato di spine, insultato, deriso: questo è niente in confronto a ciò che merita; deve essere crocifisso".

Tra le sofferenze fisiche e morali di Gesù forse la maggiore è la solitudine, perché nessuno prova compassione per Lui. La sua umiltà è disprezzata sia dai Giudei che dai Gentili ed è giudicata vigliaccheria, perché Egli accetta senza reagire una situazione che allora era considerata la più abbietta. Noi, invece, che per grazia possiamo riconoscerne il valore infinito, dobbiamo ringraziarlo ed adorarlo. Nella nostra umiltà c'è sempre una certa forma di necessità, costretti quasi ad esserlo per la nostra miseria; in Gesù, invece, l'umiltà proviene solo dalla sua volontà, che per nostro amore lo abbassa all'estrema abiezione, nonostante sia cosciente della sua onnipotenza.

Mentre gli giungono le sacrileghe voci dei suoi nemici che gridano: "Crocifiggilo", Gesù, nella sua modestia, non si scompone affatto, non apre bocca né per lagnarsi né per giustificarsi. Affronta il sacrificio per amore, accetta il disonore con estrema umiltà e procede nella Passione con grande pazienza. Amore, umiltà e pazienza: tre virtù degne ugualmente della nostra meditazione. Ma ora poniamo l'attenzione sull'ultima.

Siccome la Beata Vergine era totalmente immersa nella Passione del suo amatissimo Figlio, abbiamo ragione di pensare che sia stata presente quando Pilato lo mostrava al popolo dicendo: "Ecco l'uomo", e abbia udito il chiasso che facevano i Giudei nel gridare: "Crocifiggilo!". Non si può neppure immaginare quanto grande sia stato il suo dolore nel vedere in quello stato il suo dilettissimo Figlio e nell'assistere al rabbioso furore con cui, a forza di maledizioni e di bestemmie, veniva chiesta la sua morte. Ella nella piazza di Gerusalemme dovette assistere ad uno spettacolo ben diverso dalla scena del Presepio, dove gli Angeli cantavano: "Gloria nell'alto cieli", per celebrare la nascita del santo Bambino.

Riflessioni Sforzati, anima mia, di vedere Gesù ridotto in quello stato davanti ad una folla immensa, e immagina di udire tutti, nobili e plebei, chiedere ad alta voce che sia crocifisso; dovresti inorridire e tremare di sdegno in risposta a tanta crudeltà. Quanto sono diverse queste grida dai lieti evviva con cui Egli, solo cinque giorni prima, era stato salutato come Re di Israele! è proprio così che fa il mondo: ora esalta, ora abbatte, abbraccia e poi tradisce. Come si può riporre in esso amore e fiducia, visto che è così falso e così malvagio? Ma sii sincera: tu sei forse migliore? Ricorda quante volte anche tu hai gridato "crocifiggilo", se non proprio con la voce, certamente con le opere.

L'odio dei Giudei si mostra smisurato e diabolico nel volere per quell'Innocente proprio la morte più crudele. Ma la carità di Gesù va oltre il furore di tutti i Giudei e di tutti i demoni messi insieme. Egli, volendo per noi una redenzione senza limiti, non sceglie di morire di spada o per un qualsiasi altro mezzo che gli tolga la vita velocemente, ma cerca la morte più dolorosa e più lunga di tutte: il patibolo della croce. Perciò il suo cuore amoroso può solo provare piacere nell'udire quel "crocifiggilo". Non si deve mai, comunque, dimenticare che in Lui la gioia non diminuisce la capacità di soffrire, né i patimenti possono cancellare il gaudio interiore; Egli patisce e gioisce allo stesso tempo.

Così fanno anche le nostre passioni. Man mano che si radicano nel cuore, gridano sempre più forte: "Non basta", fino a quando il peccato non sia consumato in tutta la sua malizia. Perciò è necessario resistere fin dal primo momento in cui gli istinti cominciano ad agitarsi. Ma torniamo a Gesù. Guardalo, anima mia, come tiene la testa chinata sotto il peso della tristezza davanti a quella moltitudine di gente, che schiamazza contro di Lui, che lo deride e lo insulta. Quello che più lo affligge, però, non è la paura della morte, anzi, col suo coraggio insegna a noi a non temerla, ma è, come aveva detto il Profeta, l'ingratitudine di quei poveri Giudei, che non ricordano più gli innumerevoli benefici che hanno ricevuto, ed ora desiderano solo farlo morire, perché nei loro cuori non sentono alcuna compassione.

Considera, anima mia, la mansuetudine di Gesù. Mentre tutti gli lanciano addosso con violenza improperi e maledizioni, Egli non rende a nessuno male per male, anzi ha un amore misericordioso per ognuno di coloro che lo insultano e lo calunniano. Ogni atto brutale lo ricambia con atti di ardentissima carità. Nell'abissarsi fino agli ultimi gradi dell'umiltà e sottomettendosi in tutto alle disposizioni della volontà divina, Egli adempie quanto era stato profetizzato

Gesù, così tormentato e così ingiuriato, non prova risentimento né contro il Padre che l'ha destinato a patire, né contro il genere umano per cui patisce, né contro gli ingrati Giudei che lo ripagano dei suoi benefici con un martirio così straziante. Il suo paziente silenzio lo rivela come il vero Figlio di Dio, quale era stato profetizzato. Soltanto una pazienza divina può sopportare tanti strazi e tanti obbrobri. è un Dio innocente che sopporta e tace: questo dobbiamo ricordarlo sempre e usarlo come scudo davanti alla tentazione di ribellarci di fronte alle avversità che ci colpiscono. Gridi pure il mondo contro di me: "Crocifiggilo", mi basta pensare alla pazienza di Gesù per riuscire a frenare ogni moto di impazienza.

Anima mia, contempla la Vergine Santa nel suo immenso dolore, degno della nostra più tenera partecipazione. Che cosa Ella potrebbe dire a suo Figlio, tutto piaghe da capo a piedi, con la corona di spine, con le mani legate, con la canna in pugno, disonorato da insulti tanto obbrobriosi? Frenata dai sospiri e dalle lacrime, non è capace di proferir parola: però gli parla col cuore, assicurandogli il suo amore e la sua ansia di redenzione. Pur soffrendo in maniera indicibile, rimane calma perché si abbandona totalmente alla volontà divina. Come nell'incarnazione del Verbo, così nella Passione, Maria Santissima ripete: "Ecco l'ancella del Signore; sia fatta la sua volontà". Ella adora la giustizia e la misericordia di Dio e, invece di disperarsi, venera quei tormenti che redimono il mondo.

Pratiche Per far nascere in me l'umiltà di cuore e la compassione per Gesù Crocifisso, mi ricorderò spesso di essere peggiore dei Giudei: essi l'hanno crocifisso una sola volta, io ogni giorno con i miei peccati.

Ripeterò alla mia anima: "Se davvero sei risoluta ad amare Gesù, devi crocifiggere te stessa, cioè la tua volontà, le tue passioni e i tuoi sensi".

Sono le mie passioni che mi rendono ribelle ed ingrato verso Gesù. Potrò dimostrargli la mia gratitudine solo vigilando per riuscire a mortificarle fin dal loro primo insorgere per amor suo.

Devo riflettere su quali occasioni mi si potrebbero presentare di perdere la stima e il credito presso quelli che hanno di me un buon concetto. Voglio dispormi, per ognuna di queste, a soffrire e ad accettare la volontà di Dio.

Dovrò avere pazienza per mortificare volentieri me stesso, per tollerare in pace i difetti e le contraddizioni del prossimo e per ricevere con amore e gratitudine tutto ciò che Dio manda.

Imparerò da Maria Santissima ad accettare nelle mie pene la volontà divina. In questa sottomissione si esercita l'umiltà, che è fondamento della perfezione, e la carità che è il suo completamento.

 

Gesù è difeso da Pilato contro i Giudei Pilato si meraviglia Che i Giudei ostinati rimangano indifferenti davanti ad un innocente degno di tutta la compassione. Perciò, deluso e sdegnato perché gli viene impedito di realizzare i suoi disegni, con voce irata dice loro: "Prendetelo e crocifiggetelo voi: io vi ripeto che non c'è alcun motivo che giustifichi la sua condanna a morte". Provvidenza divina, quanto sei giusta! Gesù era stato condotto da Pilato perché fosse condannato, ma avviene proprio il contrario: per ben quattro volte egli lo dichiara innocente.

I Giudei, vedendo che Pilato non tiene in alcuna considerazione l'accusa che Gesù abbia voluto farsi re, subito gliene presentano un'altra. Dicono che Egli si è dichiarato Figlio di Dio e che, quindi, non deve sfuggire alla condanna, perché la legge comanda che i bestemmiatori siano fatti morire. è inesauribile la malizia dei Giudei in questo continuo ricorso alla legge; ma se la legge non permette che si lasci vivere il malfattore e non permette neppure che si uccida l'innocente, sarebbe logico condannare Barabba e liberare Gesù.

Pilato, non appena ha udito che Gesù è accusato di essersi definito Figlio di Dio, subito appare preoccupato e timoroso. E servendosi di questo atteggiamento la Provvidenza ancora una volta si prepara a confondere la malizia dei Giudei. Essi hanno certamente mentito accusando Gesù di aver bestemmiato dichiarandosi Figlio di Dio; ma Pilato comincia a pensare che ciò che essi chiamano bestemmia non sia forse una verità. I Giudei pretendono che venga rispettata la loro legge che condanna chi si è reso colpevole di sacrilegio, ma Pilato non cede, e non tanto per quella legge che egli ignora, ma proprio perché Gesù sostiene di essere Figlio di Dio. Pilato è pagano, quindi non sa nulla dei misteri del vero Dio, ciò nonostante, per aver sentito parlare della sapienza e delle capacità di quest'uomo, gli pare credibile che possa veramente essere uno degli dei venerati in qualche regione dell'impero romano; e per non correre il rischio di subire la sua indignazione, rifiuta di farlo morire.

Riflessioni Il governatore disapprova la malignità dei Giudei e, dopo essersi accorto che essi vorrebbero servirsi di lui come strumento per l'esecuzione del loro sacrilegio, protesta che facciano pure quello che vogliono, ma non lo troveranno consenziente: l'ingiustizia sarà imputata soltanto a loro. Questo modo di agire è degno di lode: non si deve mai fare il male, neppure per far piacere a qualcuno. Ma torniamo ai Giudei: sono proprio loro che vogliono la condanna di Gesù i veri colpevoli della sua crocifissione. Ma credono di poter riversare tutta la colpa su Pilato, poiché esteriormente si mostrano giusti e zelanti, e nessun'occhio può vedere la loro ipocrisia, che nasconde l'invidia e l'odio contro il Salvatore. Dichiarano di vivere nella religione di un Dio che scruta nei cuori e non si accorgono che questo Dio è davanti a loro e vede e comprende le loro intenzioni.

Era già scritto che il Messia avrebbe dovuto essere ucciso ingiustamente da quegli empi come usurpatore della Divinità. Costoro accusano Gesù di credersi Figlio di Dio, ma non raccontano le opere meravigliose con le quali si è fatto conoscere da tutti per quello che è in realtà. E non riferiscono neppure che ha risuscitato i morti e che ha guarito ciechi e lebbrosi con un solo onnipotente cenno. La loro perfidia non può essere più evidente di così. Ma perché tu, Gesù, che vuoi essere creduto UomoDio, non fai anche ora almeno un miracolo per dar prova della tua Divinità, visto che ne hai già fatti tanti per questo scopo? Rifletti anima mia: al nostro Salvatore sta più a cuore di mostrare la sua pazienza che la sua onnipotenza; infatti è con la pazienza che Egli vuole realizzare la nostra salvezza ed è con la pazienza che anche noi dobbiamo collaborare a quest'opera. Questa è la prima virtù che Egli ha voluto meritare per noi con la sua dolorosa Passione.

Mentre i Giudei e Pilato continuano a rimbeccarsi, che cosa fa Gesù? Ascolta e tace; e così si fa vedere uomo perché è prostrato dalle sofferenze e Dio per la fortezza con cui patisce. Perciò Pilato, vedendo quella pazienza sovrumana, è ancora più propenso a credere che Egli possa essere una divinità. Rifletti, anima mia: il solo timore che Gesù sia un dio basta a trattenere Pilato dall'acconsentire alla sua condanna. E noi invece che, illuminati dalla fede, diciamo di crederlo vero Dio, come mai lo temiamo così poco da essere indotti facilmente a peccare?

Pratiche Penserò che con me nel mondo ci sia solo Dio, per temere ed amare soltanto Lui, persuaso che tutto il resto è vanità, apparenza e pericolo per la mia anima.

Vedendomi privo del vero amore alla sofferenza, mi umilierò davanti a Dio e lo pregherò con insistenza di infondere in me questo amore tanto necessario per la salvezza della mia anima.

Senza desiderare certe mistiche unioni di cui sono indegno, cercherò di fondarmi con umiltà nel timor di Dio per ottenere poi grazia e gioia interiore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Ultimo esame di Gesù nel tribunale di Pilato Il sospetto che Gesù sia veramente una divinità, tiene Pilato nel timore, perché, avendogli fatto subire a torto i flagelli e gli scherni, ora giustamente ha paura di qualche grave castigo. Perciò, volendo accertarsi della verità, lo fa venire nel pretorio per interrogarlo. Vuol sapere non tanto quello che ha fatto e quello di cui è accusato, ma soprattutto chi effettivamente sia e da dove venga: è un essere terreno o divino? è preso dal rimorso e dal turbamento, come sempre avviene in chi opera il male. Gesù non risponde alla sua domanda, ma, come era stato profetizzato, resta muto come un agnello, tanto più che non ritiene Pilato degno di risposta, visto che nel precedente interrogatorio non aveva voluto ascoltare dalla sua bocca la verità. E questo è lo stile di Dio: aumentare la grazia a chi corrisponde con fedeltà, e negarla a chi, negligente ed ingrato, non la coglie e non la fa fruttificare.

A Pilato che vuol sapere di dove venga e di chi sia figlio, Gesù non risponde e tiene nascosto il mistero della sua origine divina che, essendo una delle verità più sublimi e più sante, non deve essere rivelata a chi ne è indegno

A Pilato che scioccamente si vanta di aver il potere di vita e di morte, quante cose potrebbe dire Gesù che è il Creatore ed ha il potere assoluto su tutte le creature del cielo e della terra! Invece il suo atteggiamento è talmente umile da sembrare un incapace che non ha alcun motivo di vantarsi. Gesù ha sempre taciuto quando si è trattato di difendere se stesso, ma non può tacere ora che è l'onore di Dio a dover essere difeso. Perciò, udendo che Pilato si attribuisce con arroganza un potere che è di Dio, così gli risponde, ma senza ombra di sdegno o di superiorità: "Il potere che hai non è tuo. Tu non avresti contro di me nessun potere, se il Cielo non te lo concedesse".

Quando dice che l'autorità terrena non può nulla contro di Lui e che tutto ciò che accade è voluto da Dio, Gesù non intende scusare la malizia umana come se non fosse colpevole dell'ingiustizia inflittagli, anzi, affinché Pilato non s'illuda di non aver alcuna colpa, soggiunge: "Ha peccato più di te chi mi ha consegnato nelle tue mani". Da queste parole quell'ingiusto giudice può facilmente capire che se gli altri hanno peccato più di lui, egli pure ha sbagliato, perché non ha messo il suo potere al servizio della giustizia e non ha assolto un innocente.

Riflessioni Una tale privazione è più grave di quello che non si creda, e vi si incorre esclusivamente per colpa nostra. Alla fine della vita saremo costretti a riconoscere che la grazia non ci è mancata, ma che noi stessi l'abbiamo rifiutata in molte occasioni. Le grazie sono concatenate l'una all'altra; basta corrispondere bene alla prima, per averne poi delle altre e progredire nella santità. Se ne disprezziamo una sola, però, saremo privati di molte e facilmente cadremo nella durezza del cuore. Verità consolante e paurosa: consolante per il futuro, se farò tesoro delle lispirazioni divine, anche se piccole come il mortificarmi in una curiosità, in una golosità, in una passioncella; paurosa per il passato, perché, ricordandomi di averne rifiutate una quantità, c'è il rischio che mi adagi in una tiepidezza mortale dalla quale io non possa risorgere.

Consideriamo come Pilato, gloriandosi di avere il potere di crocifiggere o d liberare Gesù, dimostri con chiarezza a se stesso di essere ingiusto. Infatti, se può realmente farlo, perché non assolve colui che ha riconosciuto e dichiarato innocente? Perché in favore di Gesù non esercita quell'autorità di cui poco prima si è servito per liberare Barabba? Purtroppo mi accorgo che ciò che dico di Pilato lo debbo dire ancora più forte a me stesso. Anch'io ho il mio libero arbitrio che, come se fosse il presidente di un tribunale, può optare per il bene o per il male, cioè peccare o non peccare, offendere Dio e crocifiggerlo oppure rendergli gloria. E poiché conosco per mezzo della fede la santità del nostro UomoDio, io mi condanno da solo se uso il mio arbitrio per peccare ed offenderlo, mentre potrei usarlo per non peccare ed ubbidirlo.

Gesù vuole che impariamo a non vantarci per nessun motivo, perché noi siamo nulla, ed ogni bene che abbiamo ci è concesso da Dio. Vuole inoltre che sappiamo accettare qualunque contrarietà come stabilita da Dio, e non causata da altri, nemmeno dal demonio che non può nulla senza il permesso di Dio. Gli preme in special modo che tutti sappiano che Pilato non ha alcun potere su di Lui e che tutto ciò che gli viene fatto è Lui che lo permette; vuole infine che ancora una volta sia chiaro che la Passione è esclusivamente l'effetto del suo amore misericordioso.

Se nella Passione di Gesù Pilato ha peccato meno degli altri, vediamo allora chi è che ha peccato di più: certamente il primo è stato Giuda, poi i capi dei sacerdoti che, per invidia, hanno calunniato il Salvatore e lo hanno consegnato al potere civile ed infine i Giudei che hanno preteso la sua crocifissione. Ma approfondiamo questa verità. Chi ha peccato nella Passione? Senza dubbio tutti coloro che si sono dati da fare per procurare sofferenze a Gesù; ma ancora di più pecca chi cerca di distruggere i meriti della Passione stessa e il fine per cui Gesù h 1 patito, cioè la salvezza delle anime. Perciò dobbiamo dedurre che i maggiori colpevoli sono tutti quei cristiani che, con lo scandalo, impedisco alle anime di salvarsi. Questo è un peccato orrendo, sacrilego, il più grave di tutti. Ed io quante volte l'ho commesso?

Pratiche Accetterò ogni ispirazione che mi allontani dal male e mi solleciti al bene, come se fosse l'ultima che Dio mi manda e dalla quale può dipendere la mia dannazione se resisto, o la mia salvezza se ubbidisco prontamente.

Pecca e si danna solo chi lo vuole. Io ho il potere di essere figlio di Dio o di diventare figlio della perdizione. Rifletterò

su questa verità e sarò deciso nel sottomettere la mia volontà a Dio.

Quante buone opere ho fatto finora solo per abitudine o per rispetto umano! Proporrò, sia nell'operare il bene che nel fuggire il male, di rendere tutto meritorio con l'amore verso Dio.

Non posso limitarmi a non offendere Dio e a non istigare gli altri a farlo; in penitenza dei miei scandali procurerò anche di ricondurre a Dio qualche anima con valide esortazioni, santi consigli e buoni esempi.

 

Pilato cerca di nuovo di liberare Gesù Due domande sono state fatte a Gesù in quest'ultimo interrogatorio: alla prima non ha risposto nulla e alla seconda solo poche parole; ciò nonostante Pilato cerca nuovamente di liberarlo, per non macchiarsi del sangue di un innocente che, tra l'altro in cuor suo crede forse il figlio di un dio.

I Giudei si accorgono che in Pilato non ha fatto breccia né la citazione della loro legge, né l'imputazione di sacrilegio nei confronti di Gesù; e, vedendo che, anzi, è più propenso a far assolvere l'imputato che a condannarlo, si mettono a gridare: "Se lasci libero costui non sei amico di Cesare". Vogliono che Pilato si arrenda per amore o per forza e, poiché a nulla sono serviti gli altri tentativi, cercano di spaventarlo minacciandolo di fargli perdere il favore di Cesare.

Gli Evangelisti devono aver avuto le loro ragioni, se hanno riportato la descrizione della malignità di quei Giudei; da essa infatti possiamo trarre misteriosi e benèfici insegnamenti. Osserviamo, ad esempio, il modo di procedere di costoro nel calunniare Gesù. Prima l'hanno accusato di volersi proclamare re e poi di essersi dichiarato Figlio di Dio; ma, poiché non è accettata neppure quest'ultima accusa, ritornano sulla prima e precisano che Gesù, pretendendo di essere un re, si è ribellato a Cesare. Appellandosi alla legge ebraica o a quella romana vogliono dimostrare che Gesù è comunque degno di morte e che Pilato, se non teme Dio abbastanza per punire un bestemmiatore, deve almeno temere Cesare e punire un ribelle.

Ora Pilato è preoccupato perché il processo contro Gesù sta prendendo una piega pericolosa: i Giudei lo minacciano di farlo cadere in disgrazia presso l'imperatore di Roma. Egli non può disprezzare la legge di Cesare come poco prima aveva disprezzato quella di Mosè; e nel tentativo di rimanere indenne, continua la discussione di questa causa con maggior diligenza. Conduce un'altra volta Gesù sulla pubblica loggia di fronte alla folla per assumere il compito non tanto di giudice obbiettivo, quanto quello di avvocato, persuaso com'è che si cerchi invano la colpevolezza dov'è manifesta l'innocenza. Poco prima Pilato nel mostrare Gesù al popolo aveva detto: "Ecco l'uomo", sperando che in esso nascesse un senso di compassione. Ora, vedendo che i Giudei continuano a calunniarlo per aver ambito al regno della Giudea, dice loro con voce di rimprovero e di scherno: "Ecco il vostro re", quasi volesse dire: "Come potete ancora sospettare che un uomo così abbietto e da poco, voglia farsi re? Guardatelo bene e capirete quanto sia inutile la vostra paura e quanto sia falsa la vostra accusa".

Non appena Pilato ha mostrato Gesù ai Giudei, per convincerli che non è possibile che un uomo così povero ed umile ambisca a farsi re, costoro infuriati cominciano a gridare: "Via, via costui, ché non possiamo più vederlo; portalo via e crocifiggilo".

Pilato vede quanto i Giudei siano maligni contro Gesù, perciò teme di poter essere a sua volta ingiustamente accusato al tribunale di Cesare; si sforza tuttavia di vincere questa paura e, per rimproverare la loro cieca perfidia, in risposta alle loro grida disumane chiede: "Crocifiggerò dunque il vostro re, cioè l'uomo da voi stimato tanto da giudicarlo degno di essere vostro re?". Pilato dice questo con serietà, per svergognare quegli empi che neppure la flagellazione e la coronazione di spine di Gesù erano riuscite a calmare. Ma essi, ben lontani dal sentirsi disonorati, con sfrontatezza replicano di non avere altro re all'infuori di Cesare.

Riflessioni E quali sono i motivi per cui Pilato pensa che Gesù potrebbe essere una divinità? Prima di tutto perché l'ha visto tacere nel processo contro di Lui. Infatti se avesse risposto per difendersi, si sarebbe potuto credere che lo facesse per paura della morte e che quindi fosse solo un uomo. Ma poiché ha taciuto, dimostrando così di non tenere in alcun conto la morte, è stato giusto per Pilato pensare che fosse più di un uomo, forse addirittura un dio. Inoltre Pilato l'ha udito parlare di una maestà divina da cui dipende ogni potere umano. Sia che taccia, sia che parli, Gesù edifica il prossimo e glorifica Dio.

Dobbiamo tenere presente che Pilato non ha mai visto Gesù operare un miracolo, l'ha visto solo coperto di obbrobri; ha udito da Lui soltanto poche parole e tuttavia, credendo che sia una divinità, si rifiuta di condannarlo. Invece i Giudei, dopo aver assistito a tanti miracoli ed aver ascoltato la sua dottrina, s'infuriano più che mai e vogliono che sia messo a morte per le stesse ragioni per le quali dovrebbero adorarlo. Ecco avverata in costoro la profezia secondo cui sarebbero arrivati al punto di non trarre alcun vantaggio da ciò che avrebbero visto e sentito.

Tutte queste cose sono state scritte perché fosse conosciuta da tutti la malizia giudaica, affinché risaltasse ancora di più l'innocenza di Gesù e l'importanza del suo silenzio. Infatti è proprio da questo che Pilato capisce che le accuse dei Giudei sono solo calunnie. In un primo momento, davanti al loro zelo, egli rimane dubbioso sulla colpevolezza di Gesù, ma poi, vedendo che non si difende e non risponde alle accuse, è talmente impressionato dal suo silenzio che si convince della sua innocenza. Che stupenda lezione! Non è col difenderci che dimostriamo la nostra innocenza davanti alle calunnie, ma agendo rettamente e tacendo. Appena so che qualcuno ha mormorato contro di me, mi risento subito e non vedo l'ora di discolparmi e di rendere nota la cattiveria di cui sono vittima. Questo non è un comportamento ragionevole, anzi, in tali circostanze chi è troppo loquace non si dimostra né saggio né forte. Imparerò dunque a tacere, e non da stoico con alterigia, ma da buon cristiano con modestia ed umiltà.

Vedi, anima mia, come Pilato, per difendere l'innocenza di Gesù, neghi la verità. Egli non ritiene possibile che Gesù sia un re, eppure lo è veramente come aveva predetto l'arcangelo Gabriele fin dal momento della sua incarnazione; e secondo la profezia avrebbe regnato nella casa di Giacobbe, e il suo regno non avrebbe mai avuto fine. Che pena, perciò, per il Salvatore del mondo, che è Verità, udire che il giudice prende le sue difese affermando una falsità!

Quanto sono ciechi i Giudei! Essi avevano già ritenuto Gesù degno di regnare e l'avevano addirittura cercato per farlo re; inoltre sono loro i migliori testimoni di quanto sia stato contrario ai tentativi di usurpare il potere di Cesare, insegnando e praticando l'amore, la mansuetudine e la pace. Erano stati i Giudei a dichiarare che era un uomo divino dopo averlo visto comandare al mare, ai venti, alle malattie, ai demoni e alla morte. E adesso sono ancora loro che, più crudeli che mai, lo odiano al punto di gridare di volerlo morto, e morto in croce come un malfattore. Come ritrovo me stesso in quest'alternanza di "osanna" e di "crucifige", in questo fare ora il bene ed ora il male, glorificare Dio e subito dopo offenderlo! Non posso più continuare in questo atteggiamento davanti all'Eterno Padre che mi mostra suo Figlio e mi dice: "Ecco il tuo Re".

I Giudei sono arrivati al punto di ripudiare il Messia, vero Figlio di Dio e Signore dell'universo, per farsi proteggere da un precario re della terra. Il loro grido ha ferito profondamente il cuore di Gesù, perché vuole un bene infinito al suo popolo eletto. Per bocca dei Profeti Egli si era già lamentato di questa scelta che avrebbe prodotto in seguito tutta una serie di sciagure spirituali e materiali. Devo riflettere su questo punto e vedere chi sia veramente il re che può dominare il mio cuore.

Pratiche La lingua parla di quello che c'è nel cuore. Devo perciò riempire il mio cuore di pensieri e di affetti santi, così anche le mie parole emaneranno santità.

Dovrò sempre aver paura che Dio mi tolga la sua grazia quando meno me lo aspetto, perché questa pena la merito proprio; e questo timore mi permetterà di umiliare la mia superbia.

Terrò una condotta esemplare, non per timore della maldicenza, ma per amore della virtù. Sarà la virtù a darmi il coraggio di sopportare tutte le calunnie.

Ascolterò la voce di questo Re che ha il trono nella mia coscienza. A Lui ubbidirò senza seguire mai più le tentazioni alle quali ho ubbidito finora.

I re del mondo vogliono essere temuti; Gesù, il Re dei re, cerca di essere amato. Lo pregherò che mi dia la grazia di impiegare tutta la mia vita ad amarlo.

Mi pentirò con vivo dolore di tutte le volte in cui, a somiglianza dei Giudei, ho ripudiato Gesù, disubbidendo sia ai suoi comandamenti che ai suoi consigli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Pilato accondiscende alla condanna di Gesù Pilato ha fatto molto per non condannare Gesù, riconoscendo pubblicamente la sua innocenza, respingendo le calunnie e procurando di mitigare la rabbia dei sacerdoti e il tumulto del popolo. Ma dopo aver sostenuto in più occasioni i princìpi della giustizia, ecco che alla fine si arrende e, dimenticando ciò che ha detto e ciò che ha fatto in difesa di Gesù, perduta la costanza, permette la condanna dell'innocente.

Pilato cerca di liberare Gesù, ma lo fa timidamente, poiché gli manca il coraggio necessario per sostenere la verità e la giustizia. E più cresce l'audacia dei Giudei, più aumenta in lui la pochezza d'animo. Egli teme Gesù e non osa condannarlo. "Che sarà di me pare che dica tra sé se faccio morire il figlio di un dio?". Ma teme ancora di più i Giudei e pensa preoccupato: "E se lo lascio libero, che cosa mi succederà quando costoro mi accuseranno davanti a Cesare?".

Pilato ha paura che, se lascia libero Gesù, i Giudei facciano arrivare a Roma una denuncia contro di lui e, di conseguenza, di essere deposto dalla sua carica. Egli ama eccessivamente il suo potere politico, ed è per non perderlo che tralascia i suoi doveri, e alla giustizia preferisce i suoi interessi. Perciò possiamo dire che è la superbia la causa della morte di Gesù.

Pilato sarebbe propenso a concedere la libertà a Gesù, ma teme il furore del popolo, la perdita del favore imperiale e il conseguente danno ai suoi interessi. Gli sarà difficile, quindi, potei evitate tutto questo ed insieme agite con rettitudine. Il compito di un giudice onesto è quello di istituire un processo per controllare le prove dell'accusa prima di emettere la sentenza. Perché allora non usa la diligenza necessaria nell'accertarsi della colpevolezza di Gesù? Per conquistare un regno sono indispensabili soldati, armi e denaro, perciò la sua innocenza è evidente, visto che Egli ha solo dodici apostoli, gente rozza ed ignorante, ed è tanto povero da non possedere neppure la casa dove abita. Ma Pilato non sa nulla di tutto ciò perché non si preoccupa dei suoi doveri di difensore della giustizia, e, preso dalla superbia, cerca di non danneggiare la sua immagine ed i suoi interessi.

Riflessioni Non ci si poteva aspettare altro da Pilato, visto che si era sempre dimostrato poco deciso nell'adempimento dei suoi doveri e poco energico nel respingere e nello stroncare le false accuse contro il Salvatore. Questo modo di comportarsi è proprio, anche oggi, di coloro che si mettono al servizio di Dio con tiepidezza e negligenza. Ad essi non mancano né la conoscenza né il rimorso, come non sono mancati a Pilato, ma vi corrispondono freddamente, proprio come ha fatto Lui. Quindi, a causa dell'incostanza, prima si vacilla nel bene poi, senza accorgersene, si cade nel male e si perde ogni merito insieme alla vita eterna, che è concessa ottiene soltanto a chi persevera nella virtù fino alla morte.

Infelice quest'uomo che mette sulla stessa bilancia da una parte il timor di Dio e dall'altra la paura del discredito degli uomini! Egli non sa nulla degli oracoli profetici che ci avvisano di non lasciarci intimorire da nessuno, quando si tratta di essere forti per difendere i diritti di Dio. Ma visto che non vorrebbe condannare Gesù e neppure disgustare i Giudei, che cos'altro ci si può aspettare da lui se non che si lasci vincere dalla paura umana? E infatti così avviene: Pilato accondiscende al furore dei Giudei e non si oppone alla condanna di Gesù. Mi comporto forse anch'io in questo modo?

Per quanto riguarda i capi della religione ebraica è la superbia a far loro desiderare la morte di Gesù; infatti temono che, se sarà liberato, Egli toglierà loro il primato ed il favore popolare. è ancora la superbia che spinge Pilato ad emettere una sentenza ingiusta; Egli, però, non si sarebbe macchiato di questa colpa se si fosse convinto che il suo potere gli veniva dal Cielo e non da Cesare, come l'aveva avvertito il Salvatore. Ed è sempre la superbia che, dopo aver pesato sulla condanna di Gesù, più di ogni altra cosa influisce sull'eterna condanna della nostra anima.

Questo succede continuamente. Man mano che in un'anima cresce la superbia, di pari passo diminuisce la grazia celeste che illumina e riscalda, tanto che senza accorgersene, ma per colpa sua, essa finisce per cadere in una cecità ed in una insensibilità spaventose. L'anima superba, tutta intenta a realizzare se stessa, trascura completamente i suoi doveri, non vede e non ama ciò che è retto, non conosce più né giustizia, né coscienza, né Dio. Nel descrivere il carattere di Pilato mi accorgo molto bene di quanto assomigli al mio; anche per quanto mi riguarda è la superbia che mi spinge a commettere ogni giorno le colpe più gravi, volgendo il mio giudizio in una direzione contraria a quella giusta: invece di tener lontano ciò che offende Dio, evito solo quanto potrebbe nuocermi od offendermi. Se non mi decido a vincere questo vizio, posso gia considerarmi nel numero di coloro che si perdono.

Pratiche Rifletterò seriamente sulla mia tiepidezza e domanderò a Dio il suo aiuto per corrispondere degnamente alle sue sante ispirazioni.

Esaminerò me stesso per scoprire quanti peccati commetto per assecondare il parere ora di uno ora di un altro e cercherò di combattere questa mia carenza.

Se i Giudei e Pilato non avessero considerato la superbia una piccola cosa, non sarebbero arrivati al punto estremo di far morire Gesù. Io invece la riterrò un male gravissimo e la temerò più della stessa morte.

La grazia divina si perde per la superbia e la si mantiene con l'umiltà, perciò è questa la virtù che devo amare e desiderare più di ogni altra.

 

Gesù è condannato a morire in croce Pilato alla fine lascia da parte le perplessità e prende la decisione di condannare Gesù, nonostante le sue convinzioni, i rimorsi e le prove dell'innocenza dell'imputato. Solo uno scopo politico, come quello di soddisfare il popolo e di non perdere la sua carica lo spinge a commettere un'ingiustizia così evidente. Questo hanno scritto gli Evangelisti, affinché fosse noto che Gesù, pur essendo innocente, ha dovuto morire per nessun'altro motivo che quello della salvezza del mondo, proprio come aveva detto Caifa. Il governatore, dunque, emette una sentenza ingiusta e crudele: Gesù Nazareno deve morire in croce. Nel pronunciarla egli trema da capo a piedi, come se fosse un reo condannato e non un giudice che condanna; istintivamente la sua natura rifiuta di accettare che il Dio della vita debba morire. Ciò nonostante non si ravvede e non modifica la sua decisione, ma abusa del potere che gli viene da Dio per ratificare il deicidio.

La sentenza di morte contro Gesù viene scritta alla presenza di tutti i magistrati e, dopo essere stato intimato il silenzio alla folla, a voce alta, pubblicamente, si legge che Gesù Nazareno deve essere crocifisso. Immediatamente la rabbia dei Giudei si trasforma in gioia satanica: gridano e si congratulano a vicenda per la vittoria ottenuta, poi corrono in fretta a divulgare la notizia come se si trattasse di un felice evento. Certo, Pilato ha peccato d'ingiustizia, ma i Giudei, oltre che ingiusti, sono anche rei di una crudeltà unica e ripugnante, perché si compiacciono che un innocente sia condannato ad una morte tanto infamante.

Mentre viene letta la sentenza della sua morte, Gesù rimane immobile davanti a Pilato in un atteggiamento da colpevole. Ma, visto che ha assunto tutta la debolezza umana, quanto dev'essere grande la pena del suo cuore nell'udire quell'ingiusta condanna! Non possiamo infatti dubitare che Egli soffra tutto il tormento e lo spavento che provano i condannati al patibolo, anzi soffre con un'intensità molto maggiore, perché la sua sensibilità non è comune. Ma la parte superiore dell'anima quanto generoso coraggio irradia! Egli non cerca di sfuggire alla morte, ma le va incontro e l'affronta deciso a vincerla.

La sentenza della condanna di Gesù, emessa da Pilato e pretesa dai Giudei, oppressori della giustizia, della verità e dell'innocenza, deve essere considerata come realizzazione del progetto divino di redimere il mondo.

Riflessioni Giudice cieco e disonorato, ben presto la tua anima sarà nelle mani di quest'UomoDio che ora tu condanni, ed allora sarai da Lui giudicato e forse anche condannato. Non devo, però, essere io ad inveire contro Pilato, perché anch'io, ogni volta che ho commesso un peccato mortale, ho condannato a morte Gesù, nonostante la mia fede e i miei rimorsi. Ripensando ai miei peccati dovrei odiarmi talmente da non aver più pace, e questa sarebbe la penitenza più giusta per me, visto che ogni mia mancanza è dovuta all'eccessivo amore di me stesso. I Santi odiavano tanto la loro volontà e la loro carne, ambedue causa di peccato, da combatterle continuamente con sacrifici e mortificazioni. Così dovrei fare anch'io per pagare il debito con la Maestà divina ed assicurarmi la vita eterna; invece non solo non mi odio, ma mi amo in maniera eccessiva e disordinata.

Vedi, anima mia, in quale deplorevole stato è ridotto l'unigenito Figlio di Dio, modello degli innocenti e dei giusti. Egli non deve solo subire una morte così temuta e terribile, ma deve subirla per una precisa sentenza del tribunale, come se tale morte Egli l'avesse meritata. Oltre a ciò la sua condanna è motivo di festa e di gioia, come se la città fosse stata liberata da un rifiuto della società, responsabile di scandali e di rivolte. Abbi il coraggio di opporti ai Giudei e, mentre essi, accecati dalla malizia, si rallegrano del loro sacrilegio, proclama davanti a tutti che Gesù, il Figlio dell'Altissimo, che custodisce in sé i più preziosi tesori della grazia e della sapienza di Dio, è condannato a morte per i tuoi peccati. Anima mia, medita con devozione questa verità: un Dio senza peccato muore a causa del peccato.

Gesù potrebbe far valere le sue ragioni, lamentarsi dell'ingiustizia ed appellarsi ad un giudice di grado superiore, ma non lo fa. Quando i Giudei si erano ribellati contro di Lui stringendo in pugno delle pietre, Egli aveva domandato loro per qual motivo volessero lapidarlo. Ora non chiede perché lo si voglia crocifiggere, non oppone alcuna resistenza, ma tace e non si sdegna né contro Pilato né contro i Giudei, anzi, li compatisce. Benché la sentenza sia ingiusta l'accetta volentieri, consapevole di dover morire per i delitti degli altri. Vedi, anima mia, come in Gesù si distinguano sia la fragilità dell'uomo che l'eccelsa virtù di Dio. Egli è venuto a redimere l'uomo superbo con l'umiliazione, ma senza che in alcun modo fosse avvilita la maestà del Redentore. Ed è in quest'UomoDio che la Sapienza divina ha voluto darci un modello per la nostra vita. Proviamo, però, a domandarci che cosa abbiamo effettivamente imparato riflettendo sulla mansuetudine, sull'umiltà e sulla pazienza con cui Gesù ascolta la sentenza della sua morte, per liberare noi dalla morte eterna. E chiediamoci anche se abbiamo avuto qualche beneficio dall'esempio che Gesù ci dà delle virtù che ha praticato fino al punto di sopportare la perdita della vita e dell'onore.

Sono i Giudei e i Gentili che condannano Gesù a morire in croce, ma questa morte era già stata decretata in Cielo fin dall'eternità. Il Padre Celeste, spinto dalla misericordia, per placare la sua giustizia aveva sacrificato il suo Unigenito; ma anche il Figlio aveva approvato la sentenza, così, pieno d'amore per il Padre e per noi, ora si dispone a subire il patibolo. Se Gesù avesse voluto, le cose sarebbero andate diversamente e non sarebbe stato necessario che qualcuno cospirasse contro la sua virtù; invece Egli ha preferito realizzare il progetto divino, facendosi vittima di carità e di ubbidienza. Ed è proprio la sua ubbidienza che dobbiamo ammirare e ringraziare.

Pratiche Disprezzare me stesso significa mortificarmi sia interiormente che nel corpo; e questo mi è estremamente necessario per riparare i peccati commessi e per preservarmi da quelli che ancora posso commettere.

Offrirò a Gesù il mio cuore di pietra affinché esso diventi umile e riconosca la sua miseria. Lo supplicherò per tutti i dolori e i meriti suoi e di sua Madre, di concedermi un vero pentimento delle mie colpe.

E una regola rigida quella di accettare con umiltà il disonore, ma diventerà dolce e soave se mi ricorderò che Gesù ha sopportato di essere trattato da infame e di essere condannato alla croce.

Chiarirò a me stesso a quali superiori e in quali cose io obbedisco con maggior difficoltà. Renderò forte il mio proposito di ubbidire a tutti, ricordando a chi e in che cosa ha ubbidito Gesù.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù prende la croce sopra le spalle Letta la sentenza, Gesù viene subito consegnato ai Giudei affinché lo crocifiggano come a loro pare e piace. Il Salvatore in quelle mai è proprio come l'hanno descritto i Profeti: un agnellino tra le fauci di un leone inferocito o anche un villaggio alla mercè di un nemico vincitore e crudele. Ansiosi di vederlo morto, vanno in fretta a preparare la croce e nel frattempo riprendono ad insultarlo, a percuoterlo e a coprirlo di sputi. Egli accetta in pace ogni affronto, consegnando spontaneamente la sua reputazione e la sua vita all'arroganza dei nemici. Gli viene tolto il mantello rosso che ha addosso, ma non la corona di spine perché il suo dolore non sia per nulla alleviato. E i Giudei quanto più lo vedono provato, tanto più lo tempestano di provocazioni.

Gesù, spogliato del logoro cencio rosso, rimane un'altra volta nudo e il suo pudore torna a soffrire terribilmente. Egli infatti è alla presenza di una grande folla accorsa per vederlo e per insultarlo, come si suol fare con tutti i condannati alla morte di croce. Gli viene ordinato quindi di rivestirsi della sua tunica perché tutti possano riconoscerlo mentre percorre le strade che portano al patibolo. Il nostro Salvatore è veramente degno di essere compatito con tenero affetto in quest'insulto che viene fatto alla sua purezza.

Quando Gesù ha indossato la tunica, i Giudei lo conducono sulla strada dove hanno già preparato la croce. A tutti i condannati a morte, per compassione, venivano nascosti fino all'ultimo momento gli strumenti del patibolo, affinché vedendoli non aumentasse la loro angoscia. A Gesù, invece, viene presentata subito senza alcuna pietà la croce sulla quale dovrà essere inchiodato, perché la sua anima venga crocifissa prima ancora del corpo.

Gesù prende tra le braccia la croce come se fosse il Padre in persona a presentargliela, la bacia, se la stringe al petto e la chiama sua diletta, perché con essa potrà espiare i nostri peccati, dei quali si è cariato come se fossero suoi. Quindi, senza attendere, se la mette sulle spalle per incamminarsi verso il Calvario.

Riflessioni è impossibile meditare questi misteri senza provare dolore per i propri peccati e senza umiliarsi. Fede, fede viva ci vuole per credere fermamente che Gesù è l'unigenito Figlio di Dio che ha avuto per me un grandissimo amore, tanto che per la mia salvezza si è consegnato nelle mani dei nemici, per patire ogni sorta di tormento. E se abbiamo fede non possiamo fare a meno di ammirare l'amore, la pazienza e l'umiltà che riducono in quello stato un Re per la salvezza dello schiavo, un Dio per la salvezza dell'uomo, il Creatore per la vita della creatura e l'Innocente per quella del peccatore.

Anima mia, guarda Gesù uomo: Egli è il più nobile, il più innocente, il più amoroso di tutti e, fino a poco tempo fa, anche il più bello e il più perfetto; ora invece è tutto sfigurato con la carne scorticata ed illividita a causa di piaghe e di grumi di sangue. Un uomo onorato e verecondo come Lui, nel fiore dell'età, deve provare una pena indicibile mentre rimane nudo, esposto agli sguardi di quegli insolenti che lo considerano il peggiore degli assassini. Ma costui non è solo un uomo: è vero Dio, potente, eterno ed impenetrabile, che si è compiaciuto di abbassarsi fino all'ultimo grado dell'abiezione, come se fosse un peccatore veramente meritevole della punizione.

Se Gesù nell'orto aveva agonizzato solo immaginando la croce, che cosa proverà ora che l'ha realmente sotto gli occhi? Ma poiché questa stessa croce era sempre stata anche l'oggetto del suo desiderio, tanto che non vedeva l'ora di morire per la salvezza del mondo, quanto grande dev'essere la sua gioia, ora che la vede già pronta! La sua natura umana si ribella al dolore, ma il suo spirito, reso coraggioso dalla carità, gioisce. Dobbiamo riflettere su questo rapporto di odioamore di Gesù con la sua croce. Certo è difficile capire come si possa amare ciò che si teme e come possa dare gioia un supplizio tanto doloroso. Gesù ama la croce perché la considera sia un mezzo per dar gloria all'Eterno Padre sia la chiave che ci aprirà l'immenso tesoro di tutti i beni celesti; Egli ama la croce perché ama immensamente noi: questo dovrebbe convincerci che anche per noi essa potrà diventare amabile quando ameremo Lui in maniera totale.

Nel momento in cui Gesù tocca la croce con le sue mani sante, essa riceve da questo contatto un potere divino, diventando, così, degna di venerazione per il cielo e per la terra, ma segno terribile per il luogo della pena eterna. Quando stava tra le mani dei malvagi, era come un'arma maneggiata da una schiera di demoni, nemici della nostra salvezza; ma appena è afferrata da Gesù, costoro, come fossero stati disarmati e vinti, fuggono precipitando negli abissi infernali. Così per primi vengono umiliati dalla croce coloro che erano stati i primi a peccare di superbia contro Dio e a volere la crocifissione del Figlio. Anima mia, adoriamo la santa croce, riconoscendo in essa il mezzo per rimediare ad ogni nostro male e conseguire ogni bene spirituale, temporale ed eterno. Nutriamo per la croce di Gesù sentimenti di stima, di devozione e d'amore e ricordiamoci che essa comparirà nel giorno del giudizio, per consolare gli eletti e per spaventare i cattivi. Contempliamola con timore e chiediamole di non far pesare un giorno su di noi la giustizia divina, ma di aiutarci ora a trarre vantaggio da ciò che Gesù ha sofferto.

Pratiche Rifletterò seriamente su questi propositi e, per realizzarli, diffiderò di me stesso, ponendo solo in Dio la mia fiducia ed invocando l'intercessione della Beata Vergine.

Rifletterò sull'incostanza dei miei propositi; io ne faccio molti ogni giorno e non ne metto in pratica nessuno. Mi umilierò e mi raccomanderò a Dio per avere da Lui forza e stabilità nel bene.

Domanderò con insistenza il divino amore; infatti io credo di amare Gesù, mentre in realtà non è così: questo è il motivo per cui rifiuto la sofferenza e cerco il piacere dei sensi.

Sarò sempre devoto al segno della croce per quello che rappresenta. Ricorrerò ad essa con fede in ogni mia azione, specialmente quando sarò tentato, per ottenere da Dio forza e benedizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù si incammina con la croce al Calvario I Giudei hanno fretta di far morire Gesù, perché temono che Pilato possa modificare la sentenza. Ma è Gesù stesso che, spinto da un'ardente carità, dispone che costoro siano tanto solleciti, perché è ansioso di anticipare con la sua morte la nostra salvezza. Perciò si portano fuori anche i due ladroni destinati al patibolo, perché il popolo si persuada, se ancora non lo avesse fatto, che Gesù è un vero malfattore, visto che sta insieme ad altri malfattori e come loro è condannato a morire in croce. Questo era stato predetto dal Salvatore ed ora la profezia si è avverata. Suonano le trombe e si odono grida indistinte di giubilo: inizia il cammino che porta al Calvario. Un ladro va avanti, l'altro sta indietro e Gesù nel mezzo. Tutti e tre portano la croce, e Gesù lo si distingue non dalla faccia che è tutta imbrattata e pesta, ma per la sua veste, che gli era stata fatta indossare proprio perché fosse riconosciuto e mostrato a dito da tutti.

Dobbiamo analizzare l'atteggiamento di Gesù e quello dei Giudei in questo percorso lungo le strade della città per arrivare al Calvario. Gesù fa uno sforzo enorme a portare la croce, perché a stento può reggersi in piedi, indebolito com'è dalle torture subite e dalla perdita di tanto sangue; le sue spalle sono rotte dai flagelli e il suo corpo è tutto pesto e dolorante. Quante volte la croce urta contro la corona di spine, generando nuovi e più atroci spasimi, e quante volte, sfinito, soccombe sotto il suo peso! E non c'è nessuno che provi compassione per Lui, anzi, invece di un aiuto riceve ancora pugni, calci ed insulti. Alcuni lo trascinano avanti con le corde che gli stringono il collo ed i fianchi, altri lo spingono da dietro con bastoni e lo punzecchiano con aste, altri ancora gli saltano addosso tormentandolo in vari modi. I responsabili di tutto questo esultano nel vederlo deriso da tutta quella marmaglia e costretto a portare, al posto dello scettro, lo strumento del suo supplizio; e con alterigia dicono: "Impari a voler essere un re!".

è grande e pesante la croce che Gesù porta con mansuetudine e pazienza indicibili. Prendendola sopra le spalle Egli ha preso su di sé tutti i nostri peccati: questo è una verità fondamentale della nostra fede. Quando diciamo "i nostri peccati", intendiamo quelli di tutto il mondo; ed è il loro peso che lo fa soffrire più che la stessa croce. Nessuno, né uomo né angelo, avrebbe potuto sottoporsi ad un carico così smisurato; Egli solo può farlo per il suo infinito amore, che tuttavia non diminuisce la sua dolorosa fatica. Di questo strumento grave e penoso fatto di peccati, Egli si era già lamentato con il profeta Davide.

La notizia della condanna di Gesù si è sparsa ovunque, perciò le strade per le quali Egli passa sono piene di gente. Tutti lo detestano e sparlano di Lui, perché nessuno riesce a capire il mistero della sua Passione. Gli stessi che lo applaudivano per le sue azioni gloriose, ora dicono con sadico piacere: "è giusto che quel malvagio sia castigato... Ecco chi è colui che noi credevamo tanto santo!". Molti lo seguono sperando di vederlo compiere qualche miracolo. Poco prima era tanto onorato e benedetto perfino dai fanciulli; ora, finito sotto l'estrema infamia della croce, è umiliato ed insultato da tutti.

Immaginiamo di accostarci rispettosamente a Gesù per chiedergli dove vada con quella croce e per quale scopo. Egli ci risponderà che esegue la volontà del Padre, contrapponendo il legno della sua croce a quello che era stato testimone della disubbidienza di Adamo. Adamo aveva fatto diventare la pianta, da cui aveva colto il frutto proibito, un albero di morte, e Dio, mosso a compassione dell'umanità, ha scelto la croce come albero di vita. Di un legno il demonio si era servito per rovinare il mondo, ora anche Gesù si serve di un legno, ma per salvarlo e per pagare con esso il debito contratto dal primo peccato. Gesù prepara una medicina con la stessa sostanza da cui era scaturito il veleno, e trionfa sul nemico infernale con la stessa arma con cui il maligno aveva vinto. Tutto questo poteva essere concepito solo dalla carità e dalla sapienza di Dio.

Possiamo ben credere che uno dei più atroci dolori sopportati da Gesù andando al Calvario, sia stato l'incontro con la sua Santissima Madre. Ella, senza preoccuparsi minimamente né della folla né dei soldati, è andata ad aspettarlo fuori della città e non vede l'ora che arrivi. Le giungono distintamente le bestemmie e i colpi che piovono su Gesù perché avanzi più in fretta. Ecco, lo vede arrivare coronato di spine, con addosso la croce, in mezzo ai due ladri, legato e trascinato senza pietà: è un miracolo se non muore straziata dal dolore. Gli sguardi della Madre e del Figlio s'incontrano. Non hanno il tempo di aprir bocca, perché i Giudei non concedono soste, ma si parlano ugualmente con gli occhi e con il cuore.

Riflessioni Contempla, anima mia, il tuo Signore, come fosse un altro Abele condotto fuori dal fratello per essere ucciso o come un altro Isacco che va sul monte per essere sacrificato. Pensa a quanto è grande il suo disonore poiché viene messo al livello di delinquenti comuni. La compagnia di quei due è ben diversa da quella che cinque giorni fa lo aveva accolto agitando festosamente rami d'ulivo. Allora era acclamato come figlio di Davide, ora è considerato un ladro. Voglio riflettere ancora un po' contemplando Gesù in mezzo ai due ladri: vedo che costoro, veri colpevoli, non si rammaricano affatto per i loro delitti, ma soffrono soltanto per la pena che subiscono; vedo Gesù che, pur essendo innocente, ama infinitamente la sua pena, perché odia tutte le colpe. Essi portano la croce per forza, Gesù per amore. Ed io chi imito meglio: Gesù o i ladri?

Con gli occhi della pietà e della fede ammiriamo la sublimità di questo mistero: la croce, che prima era considerata vera abiezione, ora è la gloria della nostra religione. E ammira ancor di più, anima mia, la carità di Gesù che si rivela così ardente proprio sotto la croce, soffrendo in una maniera straziante per la nostra salvezza. Accompagnalo nel suo cammino con la tua compassione, perché nessun figlio, sentendo dire che suo padre è condotto alla forca, può fare a meno di sospirare e di piangere.

Anima mia, quanto peso hai aggiunto con i tuoi peccati alla croce di Gesù, già così carica! Perciò pensa bene a quanti ne hai commessi e di quanto sei responsabile di quelli commessi da altri. Se nel mondo non ci fossero state altre mancanze all'infuori delle tue, la croce sarebbe già stata molto pesante. Sei veramente insensibile se questo pensiero non suscita in te compassione e contrizione.

Riflessione Anima mia, entra con riverenza nel cuore di Gesù e vedi come Egli, fonte di tutte le benedizioni, accetti di essere trattato con tanto disprezzo. Si umilia fino all'annientamento della sua gloria, e con tanto amore riceve su di sé tutte le maledizioni dovute a noi per i nostri peccati. Tenendo concentrata la volontà nel suo compito, che è quello di attuare la redenzione del mondo, Egli, messo da parte ogni rispetto umano, non si cura affatto di ciò che si dice di Lui; non bada al pubblico disonore e procede pazientemente con la sua croce. Nonostante l'atrocità delle pene il suo cuore è in letizia, e questo è il meraviglioso stato di chi si abbandona alla volontà divina.

Vedi, anima mia, quanto è grande la carità di Gesù: sarebbero bastati i flagelli e le spine a rendere fruttuosa ed abbondante la redenzione, invece Lui ha voluto subire anche la croce. E grande è anche la sua sapienza, perché si è servito della cosa più abbietta del mondo per compiere la sua opera più importante, propria di un Dio: la nostra salvezza eterna. Egli così vuole insegnarci che, come tutti i misteri, anche quello della croce, che ci parla di verità, di santità e di felicità, è nascosto ai superbi e rivelato solo ai piccoli e agli umili. Tutto questo mi deve convincere che sono superbo, visto che capisco poco o nulla della Passione di Gesù. Riesco sì, ad intuire qualcosa di esteriore legato alla fantasia o al sentimento, ma non le verità fondamentali, proprio quelle che Dio nasconde ai superbi.

Anima mia, fermiamoci ad ascoltare con amore e devozione la voce di questi due cuori: "Dolce Figlio mio... Mamma cara...", e così dicendo si comunicano i loro dolori, prendendo uno quelli dell'altro, senza che nessuno dei due si liberi dei propri. Maria sente tutta la sofferenza di Gesù e Gesù tutte le pene di Maria: ecco la nuova croce, la nuova dolorosa Passione.

Pratiche Le croci in questa vita non mancano a nessuno. Farò attenzione a portarle non come fanno i ladri per forza e senza merito; le porterò volentieri per imitare Gesù e per dimostrare a Dio il mio amore.

Devo ripropormi di compiere qualche atto particolare di umiltà, di pazienza, di carità, poiché queste sono le virtù che Gesù mi raccomanda mentre porta la croce.

Mi convincerò che il peccato è un male terribile, perché causa di tante angosce e di tanti affanni per il Figlio di Dio e ripeterò spesso l'atto di contrizione.

Rifletterò su ciò che mi rende più difficile l'obbedienza alla volontà divina e in quali occasioni io sia vittima del rispetto umano. Il Signore mi illumini durante questo esame e m'ispiri sui propositi da realizzare.

Farò già un passo avanti, se riconoscerò che è solo a causa della mia superbia se non progredisco nella vita spirituale. La combatterò in tutti i modi pensando a quanto sarei più illuminato e devoto se fossi umile.

Devo rimproverare a me stesso di essere poco devoto alla Vergine Addolorata. Voglio imitarla ed accompagnarla nel corso della Passione, raccomandandomi alla sua materna bontà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce I Giudei vedono che Gesù, già indebolito per il dolore, non ce la fa più a trascinare quel grave peso e che cade con una certa frequenza. Cercano allora qualcuno che porti la croce al posto suo; e non lo fanno perché provano compassione per Lui, ma per soddisfare ulteriormente la loro crudeltà. Temono infatti che possa morire per strada, privandoli così della gioia di vederlo sul patibolo. E poi non sopportano più di essere costretti ad un'andatura così lenta, tanto è grande la loro fretta di crocifiggerlo. Chiedono a gran voce se qualcuno è disposto ad offrirsi, ma tutti rifiutano con orrore di portare e anche solo di toccare quel pubblico segno d'infamia. I Giudei non vogliono aiutare Gesù perché temono di attirare su di loro la maledizione avendo dei contatti con un condannato; i Gentili non lo fanno perché ritengono disonorevole dover armeggiare intorno ad una croce, così come oggi è ritenuto disonorevole il mestiere del boia. I discepoli, poi, si sono sbandati per la paura e non si sa dove siano. Ecco, allora, perché viene fermato un forestiero della città di Cirene e costretto a portare la croce dietro a Gesù.

Da quando si è consegnato nelle mani dei suoi nemici fino a questo momento, Gesù ha sempre voluto essere solo nelle sue sofferenze. Nell'orto aveva comandato che gli apostoli fossero lasciati liberi di andarsene proprio perché non aveva bisogno di compagni per redimere il mondo, come non ne aveva avuto per crearlo. Soltanto nel portare la croce accetta la compagnia di qualcuno. Non è un caso, quindi, che Egli sia sostituito dal Cireneo, ma tutto avviene secondo il misterioso disegno di Dio.

Voglio pensare a Gesù come ad un re che ha fatto della croce l'insegna del suo nuovo regno. I prìncipi del mondo hanno come emblema della loro grandezza il diadema sul capo o lo scettro nella mano destra; Gesù invece ha la croce sulle spalle. I Profeti avevano detto che il Messia avrebbe portato il suo principato sulle spalle e che non avrebbe realizzato il suo potere con l'oro, ma con il legno. Ora le profezie si sono completamente avverate: con la croce Egli ha soggiogato l'Inferno e trionfato sui nemici ed ha reso più ampio il regno della sua Chiesa militante e trionfante.

II Cireneo si vede costretto dai Giudei a portare la croce di Gesù, perciò si lamenta e si appresta a farlo mal volentieri, anche perché teme di perdere l'onore. Ma appena tocca quel legno sacro, la sua mente viene illuminata da una luce celeste e il suo cuore è rinvigorito da una grande virtù, per cui sia i suoi pensieri che il suo umore cambiano improvvisamente. Ubbidiente alla grazia, si sottomette con santa pazienza alla croce e, pur ritenendosi indegno di farlo, la porta con amore e quindi con merito; anzi, gli pare che non ci sia al mondo un legno più dolce e più leggero.

Riflessioni Anima mia, resta vicina al tuo Salvatore così angustiato ed abbandonato e rifletti su come anche oggi si ripetano gli stessi errori. Infatti quando si tratta di soffrire per Gesù il nostro egoismo sa inventare le scuse più assurde pur di non farsi coinvolgere. Tutti al mondo sono nemici della croce e cercano di tenerla lontana, chi per superbia, chi per indolenza.

In Gesù l'umanità non si è mai separata dalla Divinità, perciò sarebbe facile per Lui con un miracolo ridare al suo corpo stremato il vigore necessario per portare la croce fino al calvario. Ma ora non vuole compiere miracoli, come ha già fatto per non morire di spasimi sotto i colpi dei flagelli o per le lancinanti trafitture delle spine. Ora soccombe sotto la croce e si mostra bisognoso d'aiuto per invitare ognuno dei suoi fedeli a portarla. Indica praticamente quello che aveva già insegnato a tutti: chi vuole seguirlo deve portare la sua croce. Rifletti, anima mia: Gesù desidera che lo imitiamo nel patire sotto la croce, perché vuole averci vicini anche nella sua gloria. Per noi portare la croce non è, quindi, una libera scelta ma un obbligo preciso se davvero vogliamo salvarci. Così Dio ha deciso nei suoi eterni decreti, e noi dobbiamo ubbidire portando generosamente la croce per amor suo.

Anima mia, contempla il tuo Re che procede verso il Calvario trascinando la croce: ora si volta indietro per farti capire con la parola e con l'esempio che chi vuole seguirlo deve portare la croce insieme a Lui. Egli non costringe nessuno, ma invita, e non invita soltanto alcuni, ma tutti, religiosi e secolari, potenti e sconosciuti. Ascoltalo: ti sta dicendo che per la tua debolezza non è sufficiente che Lui porti la sua croce, ma che anche tu devi collaborare. Dio Onnipotente, ammiro il perfetto equilibrio con cui la tua misericordia si fonde con la tua giustizia. Gesù ha espiato per i nostri peccati, ci ha donato i suoi meriti e ci chiede solo di seguirlo con la nostra croce, che non sarà mai pesante come la sua. Egli non avrebbe potuto fare di più per noi, né esigere di meno per farci guadagnare il suo regno celeste non solo per misericordia ma anche per giustizia.

Questo avviene a tutti coloro che credono ai beni racchiusi nella croce e sperano ed aspettano il premio promesso per mezzo suo. Ogni tristezza si tramuta in gioia, perché non pesa ciò che si fa per amore. Sforziamoci di capire il misterioso linguaggio della croce: che cosa significa portarla con Gesù? Nient'altro che mortificare i nostri istinti, le nostre sensazioni e soprattutto il nostro amor proprio. Perciò con la mortificazione m'impegnerò a trasformare l'uomo vecchio che c'è in me, ad acquisire le virtù cristiane, ad apprezzare i beni eterni più di quelli terreni. E anche nella prosperità mi manterrò sempre pronto a sopportare le tribolazioni con perfetta ubbidienza al volere divino. Questo è un linguaggio duro, ma rispecchia la verità, ed è Gesù stesso che ci incoraggia a metterlo in pratica, sostenendoci con la sua croce. E poi, non è piccolo il premio della beatitudine eterna che verrà concesso a chi avrà portato cristianamente la sua croce. E tu, anima mia, non pretendere la ricompensa subito dopo la tribolazione, non aver fretta, spera e aspetta con pazienza, perché ti sarà data immancabilmente.

Pratiche Farò un fermo proposito di portare la croce con Gesù. è croce di Gesù ogni mortificazione sia fisica che morale, purché fatta per amore di Dio.

Se io fossi stato presente quando si cercava qualcuno disposto a portare la croce per Gesù, credo che mi sarei offerto volentieri. Lo farò adesso sapendo di far cosa gradita al Salvatore.

Non ho difficoltà a portare le croci della carne e del mondo, perché amo entrambi; domanderò perciò a Gesù di amare Lui sopra ogni cosa, in modo che possa portare senza fatica anche la sua croce.

Devo convincermi che non basta portare la croce, ma che si deve anche imitare Gesù. Molte volte, infatti, io mi mortifico per motivi umani, ma non lo faccio certo per amore di Dio.

 

Gesù è compatito dalle donne di Gerusalemme Mentre Gesù va con la croce verso il Calvario, una grande folla gli viene dietro, molti per deriderlo, pochi per compatirlo. Tra questi ci sono alcune donne che piangono commosse vedendolo trattato molto peggio dei due ladroni. Ma Gesù, come se non fosse colui che patisce e che suscita la loro commiserazione, con voce ferma le invita a non piangere per Lui, ma a farlo per loro stesse.

Gesù, carico della croce, vuole che tutti vedano quant'è cruda la sua sofferenza e provino compassione per Lui, vedendo anche con quanta pazienza Egli la sopporti; ciò nonostante dice alle donne di non compiangerlo. Parrebbe una contraddizione, ma non lo è; infatti Gesù vuole che si versino lacrime, ma non sulla sua Passione, bensì sui peccati che l'hanno provocata. Non si pianga quindi, per il Salvatore che patisce, ma per il peccatore, causa di quei patimenti; e questo vale anche per le pie donne e per i loro figli.

Gesù, vedendo quanta pena provano per Lui quelle donne, a sua volta si muove a compassione per loro. Nonostante quelle lacrime abbiano poco valore perché prodotte da un sentimento naturale e non dalla fede, le gradisce ugualmente e ricompensa quell'umile e sincero dispiacere con suggerimenti idonei a suscitare nei loro cuori il dolore perfetto. "Non dovete piangere tanto per la mia Passione Egli dice quanto per coloro che da essa non traggono profitto. La mia Passione sarà più dannosa per voi di quanto non sia dolorosa per me, se mi lascerete soffrire in questo modo per riscattare i vostri peccati senza pentirvi di averli commessi. Se persisterete nei vostri errori, un giorno sarete puniti con eterni tormenti. Beato chi, quel giorno, porterà nelle sue mani mortificazioni e penitenze. Non piangete, dunque, nel vedermi andare alla morte come Redentore, ma fatelo pensando a quando verrò nella mia maestà a giudicare il mondo con giustizia".

Consideriamo ancora Gesù che parla alle donne di Gerusalemme con forza ed autorità, come se predicasse nel tempio. Non pare, quindi, che Egli vada alla morte e che gli resti solo mezz'ora di vita, tanto è il vigore che dà alla sua voce. Non dice nulla per lamentarsi della sua ingiusta condanna e neppure per compatire la Madre addolorata, ma, tutto ardente di carità, si ferma ad esortare quelle anime infelici a pentirsi Alle loro colpe, per poterle liberare dalla pena eterna. "Guardatemi bene, anime care Egli dice e riflettete sulla vostra condizione. Se io sono punito con tanta severità per colpe non mie, che sarà di voi per le vostre? Verrà infallibilmente il giorno del giudizio e sarete giudicate con rigore, se non avrete fatto tutto il possibile per ottenere il perdono, approfittando dei miei meriti. Se il fuoco della giustizia divina è così attivo per distruggere la mia umanità innocente, che cosa farà di voi che non avete ancora nessuna virtù, ma siete legni rinsecchiti senza frutto?".

Riflessioni Gesù bagna col suo sangue tutta la strada verso il Calvario, ma non vuole che si versino lacrime per Lui. Vedi, anima mia? Anche ora ti dà una prova di essere Dio. Infatti pare che dica: "Non piangete per me, donne, perché oggi è il giorno della mia gloria, il giorno delle mie nozze; oggi con questa croce preparo per il mondo una gioia eterna. Dovreste compiangere chi è costretto a morire, ma io, che vado alla morte di mia spontanea volontà, devo essere ammirato e ringraziato, perché presto anche risorgerò e trionferò sulla morte, distruggendo la sua stessa radice che è il peccato".

Gesù cerca ed aspetta che noi proviamo compassione per le sue sofferenze, però desidera che a questo siamo spinti dallo stesso motivo che fa soffrire Lui, cioè i nostri peccati. "Piangete pure dice anche a noi ma solo perché vado a morire per voi, per espiare i peccati da voi commessi. Vi ringrazio perché mi dimostrate amore, ma preferisco che vi preoccupiate soprattutto delle vostre anime e di quelle del prossimo; ricordatevi che ciò che soffro per i vostri peccati avrà fine, ma le pene minacciate ai peccatori saranno eterne". Fermiamoci ancora un po' su quello che deve essere il motivo del nostro pianto e sull'invito di Gesù. Esprimendosi così, come ha fatto con le donne, Egli vuole insegnarci ad esercitare il nostro zelo prima verso di noi, cercando di fare un profondo esame di coscienza, e poi verso gli altri. E questo insegnamento è rivolto soprattutto a me che sono il peggiore di tutti, visto che non provo alcun dolore per le mie miserie. Sono assai facile a fare lo zelante con gli altri, ma non mi preoccupo affatto per me che sono il più vizioso di tutti. Vedo le pagliuzze negli occhi altrui, ma non vedo la trave che mi opprime. Certi difetti leggeri negli altri mi appaiono gravi, mentre le colpe che commetto io, anche se sono veramente gravi, le considero cose da nulla. Vorrei vedere tutti convertiti, ma a pentirmi e a cambiarmi neppure ci penso.

Impara, anima mia, quanto è grande la misericordia del tuo Salvatore, che, nonostante sia oppresso nel corpo e nell'anima da tanti dolori, quasi dimentico di sé, cerca con tutte le sue forze di rendere fruttuosa la sua Passione per quelle anime che lo compatiscono. Egli offre loro ispirazioni ed insegnamenti che sono i più carichi di vigore tra tutti quelli del suo ministero terreno. Gesù gradisce immensamente ogni tenera dimostrazione d'affetto, ma insieme si preoccupa di suggerire come rendere efficace la meditazione sui suoi dolori, affinché la tenerezza non si riduca ad uno sterile sentimento di pietà, senza sfociare nel desiderio di imitarlo.

Sono terribili queste parole di Gesù per chi ha peccato e non si pente con tutto il cuore. O ci pentiamo o ci aspetta l'Inferno: questo è l'avvertimento che Egli ci dà mentre sale il Calvario, flagellato, coronato di spine e coperto di obbrobri. Per indurci alla penitenza, ci mostra stampato nelle sue piaghe sia quello che fa la sua misericordia per noi, sia quello che farà la sua giustizia. Non mi basta dire: "Gesù ha patito per la mia salvezza, dunque mi salverò senz'altro", perché tutto ciò che Egli ha sofferto nella sua carne santa non basterà a pagare per la mia malvagità, se io resterò impenitente.

Pratiche Con atti di umiltà mi riterrò indegno delle consolazioni divine, ma, se piacerà al Signore darmene qualcuna, procurerò di farne buon uso aumentando la mia devozione e la mia preghiera.

La regola della carità e dello zelo è questa: rendere fruttuosa la Passione di Gesù prima per se stessi e poi peP gli altri. Cercherò di fissare bene nella mente e nel cuore questa lezione che il Salvatore mi ha dato sulla strada che porta al Calvario.

Ricorderò spesso i novissimi: la morte, il giudizio, l'eternità, che mi porteranno gioia o disperazione a seconda se avrò imitato o no Gesù nella sua santa Passione.

Ripeterò spesso atti di contrizione e, in penitenza dei miei peccati, sopporterò volentieri le sofferenze che mi saranno date, aggiungendo qualche particolare mortificazione dei miei sensi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è arrivato con la croce al Calvario I Giudei sanno quanto sia efficace il modo di parlare di Gesù e temono che Egli, con le sue parole, riesca a convincere la folla a liberarlo, perciò lo incitano a camminare più in fretta con insulti e percosse. Ma molto di più lo sollecita la sua carità. Così, con indicibile fatica, giunge sulla cima del monte dove era stato condotto anche Isacco, vittima da sacrificare e figura del Salvatore. La sua umanità soffre una profonda tristezza nel vedere il luogo dove dovrà morire, ma il suo spirito è pieno di gioia, perché sa che qui si compirà finalmente la redenzione del mondo. Il Calvario è un luogo maledetto perché vi scorre il sangue dei malfattori giustiziati, tuttavia Gesù lo chiama monte santo di Dio poiché è destinato a vedere la sua vittoria e la sua gloria.

Quando Gesù è arrivato sul Calvario, tutti, Giudei e pagani mescolati insieme, gli si affollano intorno per continuare a tormentarlo; pensano che sia lecito fare tutto ciò che la crudeltà suggerisce loro. Il nostro Salvatore resiste a tutto, perché la sua Divinità interviene per sostenerlo fino all'istante in cui esalerà l'ultimo respiro. Poiché è abitudine aiutare i condannati a soffrire di meno, ai due ladroni viene fatto bere del vino mescolato alla mirra. Per Gesù invece il vino è reso amaro dal fiele. Quegli ipocriti mostrano di aver compassione di Lui e della sua spossatezza, in realtà fanno di tutto per deriderlo e per aumentare le sue pene.

Gesù avvicina le sue labbra benedette alla coppa di vino col fiele che gli viene presentata; ma appena l'ha assaggiato si tira indietro e si rifiuta di continuare a berlo, preferendo patire la sete, l'affanno e la debolezza. è un mistero perché Gesù non abbia voluto bere fino in fondo quell'amara bevanda: non certo perché non vuole sentirne il sapore, visto che quanto ha ingerito è stato sufficiente per guastargli la bocca; e allora, perché non ha voluto farlo?

I Giudei hanno trattato Gesù come un malvivente degno del patibolo quanto e come è loro piaciuto, ed ora, ansiosi di liberarsi di Lui, non perdono tempo. Come operatori d'ingiustizia, si danno da fare per preparare ogni cosa perché la sentenza sia eseguita in fretta. Chi pone mano ai martelli, chi ai chiodi e chi ad altri strumenti per preparare la buca in cui fissare la croce e chi addirittura si avventa addosso al Salvatore per spogliarlo: ogni cosa viene fatta con rabbia e con violenza. Le piaghe del suo corpo benedetto si erano già attaccate alla veste, perciò, quando questa gli viene strappata di dosso, si riaprono, causando un nuovo dolore e lo spargimento di altro sangue.

Riflessioni Nella Passione di Gesù tutto è voluto e predisposto da Lui e quindi anche il luogo della sua morte. Poiché il monte Calvario, secondo un'antica tradizione è al centro del mondo, Gesù lo ha scelto perché tutto il mondo facesse da tempio intorno all'altare della croce, dove Egli sarà immolato per redimere non un solo popolo, ma tutto il genere umano. Inoltre c'è da dire che in questo modo Gesù ha voluto manifestare, bltre alla sua carità, anche l'umiltà, perché per morire aveva preferito un luogo disonorevole, come per nascere aveva scelto una povera stalla.

Tutte le membra di Gesù sono lacerate e doloranti, solo la lingua e le viscere sono ancora intatte. Ora però col fiele si vuole far soffrire anche queste, perché Egli diventi totalmente l'uomo dei dolori. I profeti avevano predetto anche questo: il popolo eletto avrebbe fatto bere al Messia del fiele. Vedi, anima mia, quanto Gesù meriti di essere compatito ora che viene costretto a mandar giù una bevanda tanto disgustosa, con la scusa di fargli avere un po' di sollievo. Tienigli compagnia e cerca di mitigare con le tue lacrime l'amaro che c'è nella sua bocca.

Nel fiele sono simboleggiati i nostri peccati; per essi Gesù è pronto a ripare con la sua Passione, ma arrivare al punto di far penetrare nella sua umanità immacolata e divina ciò che è simbolo di peccato, questo no! Nel calice, che con rassegnazione aveva accettato nell'orto, non c'era questo fiele, perciò i flagelli, la croce, i chiodi, tutto gli era sembrato dolce, ma ora il peccato non può in nessun modo essere gradito né dal suo corpo innocente né dalla sua anima santa. Però la bevanda non è fatta di puro fiele, ma anche di vino. Non importa: Egli non può accettare neanche il miscuglio, cioè neppure quello che in apparenza può sembrare bene.

Questa è la quarta volta che Gesù compare nudo in pubblico. Egli non rifiuta la pena e la vergogna della nudità per vestire noi di una vita immortale. Anima mia, contempla il tuo Salvatore insanguinato e adora profondamente quel sangue che cade a terra, perché ti ha redenta. Osserva Gesù mentre alza gli occhi al cielo per ringraziare il Padre di averlo portato alla crocifissione così povero e nudo per amor tuo. Ma tu riesci a capire quello che vuole insegnarti? Ascolta: solo chi è nudo e povero può sconfiggere il mondo e il demonio, e solo a lui è stato promesso il regno della beatitudine eterna. E lo sai che cosa sono questa nudità e questa povertà tanto necessarie? Sono la povertà di spirito, che consiste nel vivere distaccati dalle cose di questo mondo. Queste non vanno desiderate, ma disprezzate, perché sono vuote, insidiose ed indegne della stima di un'anima che è stata creata per la gloria eterna.

Pratiche Anche se il pensiero dell'Inferno è molto incisivo, è meglio che io segua quest'altro: per quanto io possa patire, la mia sofferenza non è nulla in confronto a quella di Gesù.

Quando mangerò mi ricorderò del fiele di Gesù, per riuscire a mortificare la gola. E poi, perché tutte le mie parole e le mie azioni siano senza fiele, avrò cura che ognuna di esse sia buona in sé e fatta anche con buona intenzione.

Mi imporrò la regola di tenermi lontano da ogni miscuglio di fiele, cioè da tutto ciò che può contenere il peccato o anche solo il pericolo di peccare.

La povertà di spirito è in contrapposizione all'attaccamento alle comodità, perciò farò di tutto per moderarlo. La povertà in se stessa non è una virtù, lo è soltanto l'amore alla povertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

La crocifissione di Gesù Nella vita di Gesù tutto è retto dalla divina Sapienza la quale, come ha disposto che il luogo della crocifissione fosse il monte Calvario, così ne ha stabilito anche il tempo, per dimostrare la delicatezza dell'amoroso disegno di Dio. Egli dunque deve essere crocifisso nel fiore degli anni e in primavera, cioè nelle stesse condizioni e circostanze in cui si era trovato Adamo quando aveva peccato. Gli Evangelisti usano solo poche parole per descriverci questo momento, trattenuti forse dall'orrore e dal pianto; lasciano immaginare a noi il modo crudele con cui Gesù è stato inchiodato alla croce; solo Dio, che conosce la pietà del Figlio e l'empietà dei Giudei, ce lo rivelerà ampiamente nel giorno del giudizio.

Meditando la Passione di Gesù dobbiamo sempre tener presente la sua umanità che patisce e la sua Divinità che dispone sapientemente tutto ciò che «ab aeterno» era stato ordinato dalla misericordia divina. Per questo Gesù, vedendo giunta la sua ora, si stende sulla croce mettendo la schiena tutta piagata su quel legno ruvido e duro. Non c'è affatto bisogno di costringerlo: Egli spontaneamente stende anche le braccia come per chiamare a sé il suo popolo, anche se ribelle ed ingrato, e per stringersi al petto tutti i fedeli della sua Chiesa

Ancor più straziante è la crocifissione della mano sinistra. Questa non arriva fino al foro già praticato nella croce, perciò i carnefici afferrano il braccio sinistro e lo tirano con tutta la forza, fino a far combaciare la mano col foro. Sotto questa brutale violenza la piaga della mano destra si dilata, entrambe le spalle si slogano e molti nervi si strappano. Alla fine anche la mano sinistra viene inchiodata con la stesso procedimento dell'altra. Per tutte queste atrocità poco manca che Gesù, stremato, esali l'ultimo respiro.

Dopo che sono state inchiodate le mani di Gesù, è ora la volta dei piedi. Anche questi non arrivano fino ai fori dove devono entrare i chiodi; un carnefice, quindi, si mette a tirarli con tutta la sua forza in modo che, allungato il corpo quanto basta, gli altri possano trapassarli e configgerli al legno. Dopo aver subìto questa crudele tortura le fibre del corpo del Salvatore sono tutte rotte, i muscoli sconnessi e le ossa talmente slogate che potrebbero essere contate ad una ad una, come egli stesso aveva detto per bocca del Profeta.

La crocifissione è ormai finita; viene quindi attaccata in cima alla croce una tavoletta che porta scritto "Gesù Nazareno Re dei Giudei". Così viene reso noto a tutto il mondo che, dopo tanti processi e tanto chiasso, non è stato trovato nessun motivo all'infuori di questo per condannare a morte Gesù. I Giudei si lamentano con Pilato perché ha fatto scrivere quelle parole, ma per disposizione celeste costui li mette a tacere, ordinando che ciò che è stato scritto resti tale e quale. è verissimo che Gesù ha detto di essere Re e, a dispetto dei Giudei, lo sarà sempre, nella morte e dopo la morte.

I quattro carnefici di Gesù non sanno dove trovare il compenso per la loro crudeltà, perciò stracciano con disprezzo in quattro parti il suo mantello e tirano a sorte la sua tunica, offendendo il Salvatore con una volgarità mai usata neppure verso i peggiori malviventi. Questi particolari, anche se potrebbero sembrare di poco conto, vengono ugualmente riportati nei Vangeli, perché erano già stati predetti dai Profeti. E poiché si sono puntualmente avverati, servono a rinvigorire la nostra fede. Ma sono anche carichi di mistero, perciò procuriamo di meditarli con profitto.

Riflessioni Immaginiamo dunque che il Salvatore divino, appena gli viene ordinato di buttarsi a terra per distendersi sulla croce, prima di farlo, s'inginocchi e chini il capo per onorare la volontà divina. è proprio in quest'atto che precede la crocifissione che Egli, con la sua umiltà, dà a Dio il massimo della gloria, dimostrandosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce, che è di gran lunga la più disonorevole di tutte le condanne. Ed è qui che compie la redenzione del mondo immolando per noi la sua vita preziosa. Anima mia, il Figlio di Dio è ammirevole perché ha voluto farsi uomo per te, ma lo è di più ora che sta per distendersi sulla croce e morire come un essere spregevole. Egli vuole insegnarti come si deve ubbidire a Dio: ma tu come lo ubbidisci?

Gesù porge prima la mano destra, che è la principale dispensatrice della sua carità, perché vuol dimostrare quanto ci ama e perché con la destra Adamo ha peccato afferrando il frutto proibito. Il carnefice punta un grosso chiodo in mezzo al palmo e lo batte ripetutamente per farlo passare attraverso la mano e il legno, fino a farlo uscire dall'altra parte. è orribile lo spasimo di quel corpo delicato mentre i muscoli, i nervi e le vene si squarciano. Vedi, anima mia, quanto sangue zampilla da quella piaga mentre Gesù l'offre per te all'Eterno Padre. Sei davvero dura come la pietra, se non ti commuovi davanti ad un simile spettacolo. Prega il tuo Salvatore che ti conceda lacrime di pietà e di sincero dolore per averlo offeso e in ginocchio va ad adorare, ringraziare e baciare quella sacra mano, inchiodata per te in quel modo tanto feroce.

Se vedessimo trattare con tanta crudeltà anche solo un animale, certamente proveremmo una grande compassione. Con quanta intensità, quindi, dovremmo partecipare alle sofferenze di Gesù! E quelle del corpo non sono le più orribili, molto più atroci sono quelle dell'anima. E struggente la sua tristezza e la sua amarezza nel vedersi solo, insultato e deriso. Ciò nonostante nessuna sofferenza può impedire al suo spirito di praticare tutte le virtù e al sommo grado. Egli ama intensamente Dio e noi tutti, ed ora ama anche la croce sulla quale è inchiodato. Se gli chiedessimo il valore ed il significato di quelle piaghe, Gesù ci risponderebbe che sono i segni che testimoniano la sua amorosa ubbidienza al Padre. La nostra anima avrebbe un enorme beneficio anche solo guardando quelle mani trafitte. In esse la carità divina ha stampato il mio nome: possano quelle piaghe essere stampate a loro volta nel mio cuore, per cancellarvi tutte le impronte del vizio.

Questa nuova pena di Gesù è eccezionale e più dolorosa di quanto si possa dire o immaginare. Eppure il mio cuore non si muove affatto a compassione. Quando una spina mi punge leggermente un piede, io mi lamento e soffro per così poco, ma davanti a Gesù che è trapassato dai chiodi resto indifferente, come se non avessi alcuna sensibilità. Ho più amore per le membra del mio corpo che per il mio capo che è Gesù. Guarda, anima mia, con quanta pazienza e mansuetudine Egli sopporti questo atroce tormento, senza lamentarsi né delle spine che sono penetrate ancora più in profondità, né dei chiodi che gli trapassano le mani e i piedi, né dei carnefici che lo trattano peggio di un essere immondo. Egli è il nostro capo, e noi dobbiamo uniformare la nostra vita a Lui se vogliamo salvarci; ma siamo troppo legati alle nostre comodità e troppo abituati a soddisfare i sensi per poterlo imitare.

Prima di tutto Gesù è sommo Sacerdote perché sull'altare della croce offre se stesso in sacrificio al Padre e poi è anche Re perché, ancora sulla croce, fonda il regno della sua Chiesa e lo dilata fino ai confini del mondo. Ora bisogna che si veda realizzata l'antica profezia secondo la quale genti di tutte le lingue avrebbero formato quel Regno; per questo l'iscrizione è fatta con caratteri greci, ebraici e latini. Rifletti, anima mia, come tutto sia compreso nella prima parola di questa scritta: Gesù. Egli viene crocifisso per il solo motivo di essere Gesù, cioè il Salvatore; lo scopo della sua morte quindi è solo questo: salvare i peccatori. Egli inoltre è Dio e Uomo, perciò, mentre la sua umanità patisce, lampeggia sopra il suo capo la potenza divina per dimostrare che Egli è Re universale, sia degli eletti che credono e sperano in Lui, sia dei reprobi che lo odiano.

Nel mantello di Gesù, che viene diviso in quattro parti, è simboleggiata la grazia esteriore del cristianesimo che è diffusa nel mondo in tutte e quattro le direzioni; in virtù di questa grazia tutti possono partecipare alla Parola di Dio e ai Sacramenti. La tunica, invece, è simbolo di quell'unzione, di quella carità e di quella grazia santificante che non viene concessa a tutti indistintamente, ma che è destinata solo a pochi. Come la fortuna capita senza guardare né la persona né il merito, allo stesso modo Dio concede questa grazia soltanto a chi pare e piace a Lui, secondo il suo impenetrabile giudizio. Questo mistero della divina sapienza è insieme profondo e terribile. Prova a pensare, anima mia, a quanto poco giovi l'appartenere alla religione di Gesù se non si possiede il suo spirito. Le opere del cristianesimo sono una veste esteriore comune a tutti, ma non a tutti è data quella grazia che rende tali opere degne di vita eterna. E chi la possiede non l'ha certo ricevuta per i suoi meriti, ma per una misericordiosa concessione di Dio. Chissà se questa scelta toccherà anche a me! Comunque sia, queste riflessioni non devono minimamente scoraggiarmi, ma tenermi nell'umiltà.

Pratiche Per imitare Gesù che si sottomette ai suoi aguzzini, eserciterò l'umiltà ubbidendo anche a chi viene dopo di me nell'autorità; preferirò per l'amore di Dio l'altrui volontà alla mia.

Riconoscerò che provengono dalla piaga della mano destra le grazie che mi hanno aiutato ad umiliarmi ed a pentirmi dopo aver peccato.

Per rendere più stabile la speranza della mia salvezza, stamperò nel mio cuore la regola che è scritta anche nelle piaghe di Gesù: devo ubbidire a Dio e a chi fa le sue veci.

Contemplerò con tenera compassione Gesù crocifisso, sinceramente pentito dei miei peccati; confiderò nella divina misericordia rinnovando il fermo proposito di tendere alla perfezione cristiana propria del mio stato.

Ogni volta che guarderò o mediterò il Crocifisso, mi ricorderò della scritta sulla croce e ripeterò con fede che quest'uomo dei dolori è vero Dio. Se la mia fede sarà grande, ancora di più lo sarà la mia crescita spirituale.

Devo ringraziare Gesù per i benefici che ho ottenuto in seno alla santa Chiesa e ripropormi di unire alle opere esteriori la partecipazione del cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù crocifisso in mezzo a due ladri Nella legge antica la vittima sacrificata doveva essere sollevata in un gesto di offerta all'Altissimo; questo si fa anche con Gesù, vittima d'amore per noi. I carnefici trascinano la croce fino al buco in cui la base deve essere fatta scivolare e poi fissata; la innalzano a poco a poco fino a quando è ben diritta e poi la lasciano cadere di piombo in un colpo solo nel buco. Il corpo straziato di Gesù riceve uno strappo violento; tutte le membra si scuotono, le giunture si strappano e le piaghe si riaprono con dolori talmente acuti che per poco anche questa volta Gesù non muore.

Nei libri sacri era scritto che il Messia sarebbe stato come una fiaccola che diffonde dappertutto la sua luce; e infatti questa fiaccola viene posta nel candeliere proprio quando Gesù è innalzato sulla croce. I Giudei però fanno di tutto per oscurare la sua fama; decidono così di mettergli accanto le croci su cui sono legati i due ladri, una da una parte e una dall'altra, affinché Egli, stando in mezzo, sembri il loro capo e quindi il peggiore. Avevano sempre cercato di screditarlo con le calunnie e ora fanno gli ultimi sforzi imponendogli una morte infame in compagnia di due malviventi.

I Giudei hanno messo Gesù in mezzo ai ladri con la chiara intenzione di moltiplicare il suo disonore. Ma ben altra è stata l'intenzione di Dio. Egli, morendo con l'aspetto di peccatore fra i peccatori, oltre a chiamare tutto il genere umano a godere del beneficio della sua redenzione, mostra realmente di dare la vita per tutti, soprattutto per gli uomini peggiori. Gesù stesso, poco prima d'incamminarsi verso l'orto del Getsemani, aveva predetto che sarebbe stato posto tra malfattori: ora i Giudei non fanno altro che rendere vera la profezia loro malgrado, invece di approfittarne per riconoscere in Lui il Salvatore.

Guardiamo ancora il nostro Signore Gesù crocifisso che è nudo ed esposto agli sguardi di tutti, perché tutti vedano come è stato ridotto il suo corpo santo. Egli ha la testa coronata di spine e non sa dove appoggiarla, la faccia imbrattata di sputi e rigata di sangue, la bocca resa amara dal fiele, gli orecchi tormentati dalle bestemmie, le mani e i piedi inchiodati e tutto il corpo pieno di piaghe. Guardiamolo bene, non con gli occhi dei Giudei che lo considerano solo un uomo spregevole, ma con gli occhi della nostra fede, che ci fa vedere chi sia in realtà quest'uomo crocifisso ed immerso in un mare di dolori.

Riflessioni Gesù stesso aveva predetto tutto questo, ricordando la nota raffigurazione simbolica del serpente di bronzo innalzato da Mosè su di un palo, per garantire la vita ai Giudei che erano stati morsi dai serpenti. In questo stesso modo Egli sarebbe stato innalzato in croce, per dare ai fratelli quella vera vita che il serpente infernale aveva tolto loro. Il Crocifisso quindi non è affatto un simbolo, ma la realtà già da tempo raffigurata. Anima mia, contempla Gesù che ha la bocca aperta, gli occhi quasi spenti, la faccia livida, la carne smunta e il ventre così contratto da sembrare privo di viscere. Non è possibile neppure immaginare quanto debba essere atroce restare appesi in alto in quel modo, col peso del corpo sostenuto solo dai chiodi. Detesto la mia durezza che m'impedisce di piangere calde lacrime di compassione davanti a tanto dolore. Se gli stessi demoni si arrendono umiliati e vinti da Gesù, la mia malizia deve essere più che diabolica, se non si lascia vincere dalla sua immensa bontà.

Considera, anima mia, lo smarrimento di Gesù nel vedersi esposto allo sguardo di tanta gente di diverse nazionalità e soprattutto nel sentirsi considerato peggiore di quei due, che a loro volta erano i peggiori della città. Certo, Egli si rattrista nel vedere quanto lo si disonori, ma sopporta tutto con una pazienza che sbalordisce, una pazienza degna di essere adorata ed imitata, poiché è con essa che Gesù trionfa sulla superbia del mondo.

Considera, anima mia, come Gesù, crocifisso tra due ladri, riveli ora apertamente che la sua infinita carità ha sopportato una Passione tanto amara solo per chiamare, cercare e salvare i poveri peccatori, solo per guarire le loro malattie mortali offrendo il sangue che sgorga dalle sue piaghe. Allora guardiamo a Lui con fiducia, perché ci ha dimostrato che non rifiuta mai la compagnia dei peccatori: è per loro che si è fatto crocifiggere.

Gesù è il vero Dio, generato dal Padre che è Dio, immerso nella sua Maestà, nella sua bellezza e nella sua beatitudine. Allora perché la divina Maestà è tanto disonorata e la sua bellezza e tanto sfigurata? Chi ha potuto ridurre in quelle condizioni addirittura Dio? Solo la sua immensa carità. Si è fatto uomo e ora sulla croce si mostra a noi tutti, affinché comprendiamo, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto ci ami e quanto meriti di essere riamato. Nel suo corpo non c'è neppure un piccolo lembo che si possa considerare intatto, eccetto il cuore, anche se è tormentato da una tristezza mortale. In esso risiede l'amore, per questo è ancora tanto forte e generoso da dar vigore a tutto il corpo, perché possa sostenere quella terribile Passione. Anima mia, desideri veramente amare il Signore? Ebbene, fermati a contemplare le sofferenze che ha sopportato per amor tuo e tieni sempre presente che è stato Lui a venire in terra a cercarti e a salvarti. Inchinati davanti al tuo Redentore con devota umiltà e ricambia generosamente lo slancio del suo Cuore divino.

Pratiche Inginocchiato ai piedi della croce, pregherò Gesù crocifisso di essere veramente il mio Salvatore, concedendomi quell'amore che è indispensabile per la mia salvezza.

Farò il proposito di avere io pazienza, invece di pretendere che l'abbiano gli altri e di umiliare me stesso piuttosto che cercare di umiliare gli altri.

Terrò in grande considerazione la Passione di Gesù e l'amerò come se fosse stata sofferta solo per me; in essa riporrò la mia fiducia di essere aiutato a mantenere i miei buoni propositi.

Per raggiungere quest'uniformità devo dimenticarmi di tutto ciò che non piace a Dio; devo invece pensare come piace a Lui e volere ed agire come Lui con chiarezza mi indica.

 

Gesù crocifisso è schernito dai Giudei Dopo aver crocifisso Gesù nel corpo, i Giudei crocifiggono anche la sua anima, poiché non cessano di aggiungere dolori a dolori, unendo al supplizio della croce le ingiurie e gli scherni. è legge di natura che si compatisca, o almeno non si derida, chi è addolorato, ma in favore di Gesù nessuna legge è mai stata rispettata.

Le autorità ed il popolo gli rovesciano addosso bestemmie orrende e mostrano con gesti beffardi di gioire nel vederlo in quello stato. Da ogni parte offese e dolore, ma nel buon Gesù solo umiltà e pazienza. Quando noi crediamo che sia ormai saturo di tutte quelle infamie, Egli invece ne è ancora affamato. Si sente tormentato dal disonore, ma lo desidera ugualmente perché ci ama.

Una delle offese più dolorose che vengono fatte a Gesù è quella di vedersi sfilare davanti la plebaglia ed i capi, che si burlano di Lui e cercano di provocarlo con queste parole di sfida: "Se hai salvato gli altri, salva ora te stesso. Se sei Figlio di Dio, scendi da quella croce!". Essi vogliono insultarlo perché non lo credono né re né Dio, ma solo un arrogante millantatore. Si può anche pensare che essi parlino sobillati dai demoni, i quali sentono la potenza del Crocifisso e fremono di rabbia, perché non vorrebbero che si compisse la redenzione del mondo.

Gesù è tormentato ed ingiuriato in ogni momento della sua Passione, tuttavia c'è sempre qualche circostanza in cui si rivela UomoDio. I suoi nemici bestemmiando lo deridono, come se si fosse vantato scioccamente di essere Figlio di Dio e avesse inutilmente confidato nella sua protezione; riconosceranno quindi di aver avuto torto solo se dimostrerà la sua innocenza scendendo dalla croce. Nella Scrittura era stato predetto che il Messia sarebbe stato bersagliato di derisioni e di bestemmie, perciò abbiamo la conferma che Gesù è Dio proprio quando la sua Divinità è beffeggiata dagli increduli. E poi è la sua perseveranza nel sopportare pazientemente ogni pena la migliore garanzia della sua santità.

Riflessioni La pazienza di Gesù basterebbe da sola a farlo riconoscere Dio, perciò onoriamo l'Altissimo che è diventato sul Calvario l'ultimo e il più disprezzato di tutti gli uomini, mentre in Cielo è glorificato dagli Angeli. Rendiamo grazie alla sua immensa bontà, perché non per forza, né per necessità, ma di sua spontanea volontà si compiace di essere insultato e schernito, per liberare noi da una vergogna eterna. Decidiamoci perciò ad imitarlo, sostenendo con pazienza ed umiltà tutte le offese e le persecuzioni che Dio permette per provare la nostra fedeltà. Siamo veramente stolti se ci vergognamo di essere umili e mansueti. Infatti il servo non può ritenersi disonorato se, imitando il padrone, fa ciò che questi è orgoglioso di fare.

Consideriamo la costanza di Gesù nella sua umile pazienza. Egli è addolorato per le bestemmie e per le provocazioni che gli vengono fatte e potrebbe senza dubbio compiere il miracolo di scendere dalla croce, ma preferisce insegnare a noi ad essere pazienti, piuttosto che farsi ammirare usando il suo potere soprannaturale. Vuole essere riconosciuto Dio perché muore in croce per salvare le anime e non perché salva se stesso scendendo dalla croce. Nessuno l'avrebbe crocifisso se Egli non lo avesse voluto; e proprio perché ha scelto Lui di essere inchiodato sulla croce per noi ora non vuole scendere. Desidera che sia chiaro per tutti che l'Autore della salvezza non ha bisogno di fare miracoli per salvare se stesso e che la nostra beatitudine non si può realizzare senza la perseveranza.

I Giudei promettono di crederlo Dio solo se scenderà dalla croce; però dicono così non perché siano disposti a credere, ma perché i presenti si convincano ancora di più che non può essere Dio un uomo così deriso e disprezzato. E parlano anche per istigazione dei demoni che vorrebbero ,impedire, nel sacrificio della croce, la redenzione del mondo. Il nemico infernale sa che Gesù si è lasciato crocifiggere perché desidera ardentemente la salvezza delle anime. Suppone perciò che Egli sia disposto a tutto pur di offrire a quelle stesse anime un altro motivo di fede, anche a scendere dalla croce. Ma Gesù non bada né alle dicerie umane né alle astuzie diaboliche e ci insegna col suo esempio a non abbandonare mai la virtù, anche se gli uomini sparlano di noi e i demoni ci tendono insidie.

Pratiche Contro la superbia non c'è rimedio più efficace che ricordarsi dell'umiltà di Gesù crocifisso. Dovrò farlo spesso fino a quando il pensarlo diventerà un'abitudine che mi renderà forte nelle tentazioni di superbia e di orgoglio.

Rifletterò sulla mia instabilità e sulla mia debolezza; avrò così un motivo per umiliarmi, riconoscendomi tanto debole ed imperfetto. Implorerò l'aiuto divino con la preghiera frequente.

Uno sguardo al Crocifisso basterà a sfatare i pretesti con i quali vorrei giustificare una vita comoda ed oziosa ed assecondare il mio amor proprio che cerca sempre di dominarmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù prega per i suoi nemici Consideriamo Gesù sulla croce come se fosse un maestro sulla cattedra che mostra una carità veramente eccezionale fin dalla prima lezione, che consiste nella preghiera fatta per i suoi nemici. Egli ha già predicato più volte questa virtù ed ora, con l'esempio, ci lascia una sorta di riepilogo della sua dottrina, mostrando una tenera benevolenza verso chi l'ha perseguitato, calunniato e messo addirittura in croce. Così, facendoci vedere quanto ami i suoi nemici nel momento stesso in cui questi lo uccidono, insegna a noi ad amare i nostri avversari che difficilmente arriveranno al limite estremo di toglierci la vita.

Durante tutta la Passione, Gesù ha dimostrato di essere Dio e continua a farlo anche sulla croce. Potrebbe manifestare la sua Divinità sterminando tutti i nemici, invece preferisce renderla nota con la pazienza e la carità. Finora aveva sempre taciuto senza lamentarsi né dei tormenti né delle offese, adesso invece si rivolge al Padre e lo prega di aver misericordia di tutti coloro che lo perseguitano con ingiustizia e crudeltà. Il Profeta aveva già detto che il Messia avrebbe fatto questa preghiera, degna veramente del Figlio di Dio, perché nessun altro può amare fino a quel punto i suoi nemici.

Tutto è grande nella Passione di Gesù, ma è la sua infinta carità ad essere maggiormente degna di lode e di imitazione. Egli prega, infatti, per tutti coloro che l'hanno crocifisso e continuano ad insultarlo; ma non basta: per muovere il Padre a pietà verso di loro, cerca anche di scusarli e di far sembrare meno gravi le loro colpe, dicendo che non sanno quello che fanno.

Riflessioni è meravigliosa la carità di Gesù che non pensa a chi lo fa patire, ma a coloro per i quali patisce: Egli prega perché sia perdonato chi lo ingiuria e perché abbia la vita chi gli dà la morte. Non si preoccupa per le pene che soffre nel suo corpo innocente, purché le anime dei peccatori siano salve; infatti è più angosciato per il timore che queste si possano perdere che per la sua stessa Passione. Offre perciò tutti i suoi patimenti al divin Padre, affinché non venga a mancare neppure una di quelle anime infelici. La morte, che è una debolezza della natura umana, può diventare un bene prezioso, quando si muore per un amore soprannaturale così intenso.

Gesù, implorando benedizioni sui suoi crocifissori, si manifesta per quello che è, per quello che ha sempre dichiarato di essere. Egli aveva sempre insegnato a pregare per il bene dei nostri persecutori e calunniatori, perché sono anch'essi figli del Padre Celeste, ma ora, dalla croce, ci dimostra come mettere in pratica la sua Parola. Avrebbe potuto formulare quella preghiera nel suo cuore senza esprimerla con la voce, invece vuol farsi udire per farsi anche imitare. E poi, perché ha aspettato l'ultimo momento della sua vita per pronunciare quelle parole? Perché s'imprimessero meglio nel cuore dei suoi fedeli, quasi fossero le ultime raccomandazioni fatte ai figli da un padre morente.

è vero che quegli empi non sanno che costui è Figlio di Dio e neppure quanto sia atroce il loro delitto, però la loro è una ignoranza colpevole, prodotta da una volontà maliziosa che non sa perché non vuol sapere. Tuttavia Gesù con la sua carità cerca di giustificarli; Egli è Dio di misericordia, perciò nella sua umanità li ha già perdonati coprendo le loro iniquità col suo sangue; e in più prega il Padre di accettare la scusa dell'ignoranza, per rendergli più facile il perdono. Anima mia, impara la lezione che il Salvatore ti dà con il suo esempio. Ora sai che cosa fare e che cosa dire quando ti senti offesa da qualcuno. Tutti coloro che peccano sono veramente ciechi ed ignoranti, tanto da non sapere quello che fanno. Infatti nessuno peccherebbe mai, se capisse che cosa significhi offendere Dio, perdere il Paradiso e meritare l'Inferno. Noi comunque dobbiamo compatire l'ignoranza altrui e fare in modo che sia compatita da tutti, come noi pretendiamo che gli altri scusino la nostra, anche se colpevole.

Pratiche Imiterò la prudente carità di Gesù che odia il peccato, ma ama il peccatore. Praticamente questa distinzione è difficile, ma non lo sarà più con l'aiuto divino.

Pregherò in particolare per quelli che sparlano di me e rovinano la mia reputazione; lo farò per imitare Gesù che prega sulla croce per i suoi carnefici.

Cercherò di correggere il mio difetto di formulare sospetti o giudizi avventati sul mio prossimo. Scuserò il più possibile le colpe altrui, per imitare anche in questo la carità di Gesù.

 

Gesù promette il Paradiso al buon ladrone Gesù prega per i suoi nemici e subito uno dei due ladri crocifissi al suo fianco viene illuminato dalla luce di verità contenuta nelle sue parole. Costui non aveva mai seguito il Salvatore e quindi non aveva mai ascoltato le sue prediche né era stato presente ai suoi miracoli; ora sul patibolo lo vede per la prima volta e, dopo aver osservato la pazienza e la carità con cui sopporta tante pene e tanti insulti, lo riconosce per l'UomoDio. Si umilia, riconosce le sue colpe e poi domanda al Figlio di Dio la grazia di liberarlo non dalla morte del corpo, ma da quella dell'anima. "Ricordati di me quando sarai nel tuo regno", chiede il buon ladrone. E Gesù vedendolo umile e sinceramente pentito gli risponde: "Oggi sarai con me in Paradiso". Egli vuole consolarlo subito, prima ancora di consolare sua Madre che nel frattempo è arrivata sotto la croce.

Affinché la speranza non degeneri in presunzione, è necessario considerare che il buon ladrone si è convertito e salvato per un forte aiuto di quella grazia che Gesù aveva meritato per lui; da parte sua, però, a questo aiuto egli ha collaborato con fedeltà.

Sono due i ladroni crocifissi, ma mentre uno si converte, l'altro non cede e rimane un bestemmiatore ostinato. Simili nel compiere il male, subiscono lo stesso supplizio, ma ora non sono simili nella disposizione del cuore e nel modo di concludere la loro vita; infatti uno si pente, si salva e va in Paradiso prima di Pietro, mentre l'altro non rinnega i peccati, si danna e segue Giuda all'Inferno. Soltanto uno quindi si salva, benché Gesù versi per entrambi il suo sangue. Se è nostro dovere ammirare l'opera della grazia che aiuta il primo con forza ed in modo straordinario, non dobbiamo, però, indagare sul perché solo a lui sia concessa una grazia tanto efficace, ma dobbiamo adorare il giudizio di Dio ed imparare anche a temerlo.

Riflessioni In queste parole di Gesù cominciamo a gustare il frutto della sua Passione, perché è la prima volta, da quando è iniziato il mondo, che viene fatta una simile promessa. Ma a chi viene promesso il Paradiso? Ad un ladro che ha meritato mille volte l'Inferno con i suoi misfatti; di questi però egli prova un sincero dolore, perché li vede impressi nelle piaghe di Gesù crocifisso. è il massimo! La gloria del Paradiso, dovuta ai giusti che hanno speso la loro vita in un'eroica ricerca di santità, viene concessa a colui che proverà il pentimento per circa un'ora, ma che da gran peccatore diventa un grande santo, grazie alla sua conversione e alla sua fiducia nel Salvatore.

Il buon ladrone era strettamente legato alla croce e quindi gli rimanevano liberi solo la lingua e il cuore; di entrambi ha fatto un uso preziosissimo, se ne è servito, cioè, per mostrare a Gesù la sua fede, la sua speranza e la sua carità. Inoltre le circostanze in cui l'ha fatto erano davvero particolari, perché, oltre ad aver ricevuto la luce interiore necessaria per riconoscerlo Dio, ha potuto vederlo anche nell'aspetto di semplice uomo, anzi del più spregevole tra gli uomini. Il buon ladrone, poi, non ha aspettato l'ultima ora della sua vita per rispondere alla chiamata divina, ma si è arreso immediatamente, appena ha avvertito l'azione della grazia. Perciò lo si deve imitare non perché si è offerto a Dio poco prima della morte, ma perché ha ubbidito con prontezza alla chiamata del Signore. Tardare nella conversione è pericoloso, perché più la si rimanda più cresce il pericolo di perdersi, come dimostra la sorte di tanti che hanno avuto troppa fiducia di poter controllare la durata dei loro giorni. Anima mia, Gesù ti chiama e ti aspetta con le braccia aperte, ansioso di offrire il suo sangue per te. Egli ti invita ad uscire dal tuo abituale stato di tiepidezza, che ti allontana sempre più da Lui, e ti chiede di servirlo con fervore, mettendo in pratica tutte le virtù. Affrettati, dunque, ad imitare il buon ladrone e convertiti.

Questo momento è una figura di ciò che avverrà nel giudizio finale. Come nel tribunale della croce Gesù concede il Paradiso al ladro buono che sta alla sua destra, e condanna all'Inferno il cattivo che sta alla sinistra, così farà anche quando verrà a giudicare i vivi e i morti; avrà alla destra gli eletti e alla sinistra i malvagi. Chiamerà quelli con sé nella gloria e condannerà questi alla pena eterna. Riflettiamo sullo stato della nostra coscienza e impariamo a non fare affidamento su noi stessi, ma ad umiliarci davanti agli imperscrutabili giudizi della Maestà divina.

 

Pratiche Rafforzerò la mia speranza nella misericordia di Dio e nei meriti di Gesù, perché mi venga concesso il perdono dei miei peccati, ed inoltre domanderò la grazia del dolore perfetto.

Voglio pentirmi di aver trascurato, unicamente per pigrizia, tante buone ispirazioni. Mi ripropongo per l'avvenire di essere preciso e pronto nell'accettarle, perché sono doni di Dio.

Considererò diabolici i pensieri della predestinazione che provocano in me turbamento. Dio non agita mai, ma consola tutti specialmente gli umili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

La Vergine Maria ai piedi della croce Quando i Giudei hanno smesso di tormentarlo con supplizi ed insulti, Gesù viene oppresso da una nuova pena, senza alcun dubbio la più dolorosa di tutte: vedere sua Madre che sta diritta, lì, davanti alla croce. Ma non si può capire quanto Gesù soffra, se non si è capito quanto soffra Maria nel vedere suo Figlio crocifisso. Ella, che ama Gesù al di sopra dell'amore di ogni madre, sente nell'anima tutto ciò che Gesù soffre nel corpo; e, visto che i loro cuori sono strettamente uniti, è straziata anche dalle sofferenze del cuore di Lui. Per questo il tormento del Figlio aumenta a dismisura quando vede l'immenso dolore della Madre.

Gesù è veramente un uomo che prova dolore, gioia e tutti i sentimenti umani; ne dà un'ulteriore prova esprimendo alla Madre il suo amore filiale con un'incredibile intensità di sguardi. Ma l'ammirevole calma che conserva nel momento culminante di tutte le sue sofferenze non ci permettono neppure di dubitare della sua natura divina. Dobbiamo osservare bene la sua tranquillità quando compie gli ultimi atti della sua vita, lasciati come una sorta di testamento. Ha dato ai suoi nemici il beneficio delle sue preghiere e al buon ladrone il Paradiso; ora affida a sua Madre Giovanni, l'apostolo prediletto, e a questi la sua diletta Madre perché ne abbia cura. Maria Santissima mostra di essere una mamma terrena che ama profondamente il figlio, ma rivela anche di possedere una forza superiore che le permette di sopportare l'enorme peso delle sue sofferenze. Ella si comporta come una madre, ma con le qualità proprie della Madre di Dio; soffre con modestia e insieme con nobiltà d'animo, senza dare il minimo segno di turbamento.

Consideriamo come Gesù distribuisca i suoi doveri d'amore tra sua Madre e il suo Apostolo. Affida san Giovanni a Maria, affinché Ella lo consideri suo figlio al posto di Colui che sta per perdere; a Giovanni, che in Lui perderà un Padre, lascia sua Madre da amare, curare e difendere. è un conforto per Maria vedere come Gesù morente si preoccupi per lei affidandole come nuovo figlio un uomo buono e puro. è un onore ed una gioia per Giovanni avere per madre la Madre di Dio, anche se rimane acuto il dolore di dover rinunciare ad un simile Padre.

Riflessioni Gli occhi del Figlio e della Madre s'incontrano! Anima mia, fermati ad osservare questa scena pietosa e a considerare i sentimenti di entrambi. Quanto è grande il dolore di Maria vedendo così straziato il frutto benedetto del suo seno, e quanto è grande quello di Gesù nel vedere la sua cara ed immacolata Madre come Lui sacrificata per i peccatori. Ognuno è croce e dolore per l'altro. Ma non è sufficiente per noi considerare ed ammirare la profondità di questo amore, più di tutto è necessario che riflettiamo sulla causa del loro dolore, per convincerci che sono i nostri peccati che hanno provocato anche la Passione della Madre.

Sia Maria che Gesù ci danno un meraviglioso esempio di sottomissione alla volontà del Padre. Essi desiderano soltanto che si realizzi il piano di Dio, per questo il loro spirito è sereno e tranquillo, nonostante la terribile sofferenza dei sensi. Anche per noi è lo stesso: solo nell'accettazione del volere divino possiamo trovare felicità e perfezione. E se talvolta capita che ci sentiamo agitati e scontenti, il motivo è sempre uno: non ci uniformiamo a quello che Dio vuole per noi.

Dobbiamo pensare che Maria è stata data come Madre anche a noi che siamo rappresentati nella persona del santo Apostolo, perciò siamo suoi veri figli che Ella ha spiritualmente partorito ai piedi della croce, come fisicamente aveva partorito Gesù nella grotta di Betlemme. Che miracolo straordinario che una Vergine, pur rimanendo tale, diventi Madre feconda di tanti figli! E che grazia e che gioia per noi avere come madre niente meno che la Madre di Dio.

Pratiche La Beata Vergine ha offerto i suoi dolori al Padre, e insieme l'ha pregato di rendere efficaci per me le sofferenze di suo Figlio. Ogni giorno mi raccomanderò a Lei per diventare degno di godere il frutto dei suoi meriti.

Ogni volta che mi sentirò agitato per qualunque cosa, darò la colpa al mio amor proprio e ristabilirò la mia pace interiore accettando il volere di Dio.

Aumenterò la mia devozione alla Beata Vergine; le farò cosa gradita amando soprattutto la castità, come ha fatto san Giovanni, che proprio per questa virtù fu l'apostolo prediletto e meritò per primo di averla come Madre.

 

Gesù si duole di essere abbandonato Gesù è sulla croce da tre ore, quando all'improvviso si mette a gridare, nonostante sia troppo debole per farlo. Egli grida per dimostrare che i suoi dolori, sia dell'anima che del corpo, sono giunti al culmine e stanno per travolgerlo, e non perché si è lasciato andare ad un impulso d'insofferenza; infatti durante tutta la Passione non si è mai alterata la sua mansueta dolcezza. Nella Sacra Scrittura era stato predetto anche questo, cioè che il Salvatore del mondo, prima di morire, avrebbe presentato al Padre le sue tribolazioni ad alta voce. Egli non ha mai emesso un lamento durante le torture ed ora, che sta per morire, raccoglie tutte le energie per gridare e lamentarsi come una madre nelle doglie del parto.

«Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Queste sono le parole che Gesù dice ad alta voce sul Calvario. Ma Egli non si lamenta perché crede che la divinità si sia separata da Lui: l'unità delle sue due nature, divina e umana, nell'unica Persona del Verbo, è sempre intatta e il Padre non si è mai separato dal Figlio. Si lamenta solo come uomo; infatti alla sua umanità sofferente è parso per un attimo di essere rimasta senza aiuto e senza conforto. Geme perché tutti sappiano che la sua sofferenza non è più lieve perché Lui è Dio, anzi, proprio perché è Dio il patire è più forte, non essendo mitigato neppure da una stilla di consolazione divina.

Riflessioni Il Signore, che è nostro Padre perché ci ha creato, ora sulla croce diventa anche nostra Madre, perché, compiendo la Redenzione, ci fa nascere alla grazia e ci fa diventare suoi figli. Nella creazione la paternità gli è costata poco, ma per diventare nostra Madre nella Redenzione, ha sofferto un'agonia mortale, molto più terribile delle doglie del parto. Ora, anima mia, devi considerare Gesù come tua Madre amatissima, che, come tale, non può fare a meno di amarti e di usarti misericordia. Tu però sei tenuta a comportarti come una figlia dei suoi dolori. Ascolta il suo grido e imprimilo in te stessa a caratteri indelebili.

Nessuno può capire i grandi misteri contenuti in questa esclamazione del Salvatore, che non possiamo definire lamento, ma lezione divina. Gesù soffre questo apparente abbandono che è un inasprimento della giustizia divina, affinché la misericordia non abbandoni noi. Geme mostrando le sue piaghe all'Eterno Padre non per sé, quindi, ma per noi, perché non ci succeda mai di essere lasciati dalla grazia. Egli vede che la sua Passione, pur bastando per tutti, porterà beneficio solo a pochi. Ed è proprio questo ciò che lo addolora: ritrovarsi solo con pochi eletti, mentre molti reprobi hanno voluto rimanere tali.

Pratiche So che posso piacere a Dio solo se l'amo; eppure non l'amo, né sono disposto a farlo, anzi l'offendo e lo dimentico. Ripeterò continuamente atti di dolore, di umiliazione e di carità.

D'ora in poi avrò paura che Dio mi abbandoni. E lo farà se resisterò ancora alla sua grazia; per questo starò molto attento a non commettere più alcun peccato, perché l'essere abbandonati da Lui equivale ad essere irrimediabilmente perduti.

 

Gesù Crocifisso si lamenta della sua sete Gesù ha la gola secca e le viscere che bruciano per l'intensità degli spasimi e per la perdita di tanto sangue, perciò, con una voce tanto fioca da destare compassione, dice che ha sete. In questo modo oltre alla sua grande arsura vuol farci capire anche quanto sia povero; ed è come se volesse dire: "Ecco com'è ridotto il Dio che ha creato i mari ed i fiumi e che ha dissetato nel deserto milioni di Ebrei: non ha neppure due gocce d'acqua per calmare la sete". E che cosa si fa per dissetarlo? Per tormentarlo e deriderlo ancora di più, gli avvicinano alla bocca una spugna imbevuta di aceto. Ora la crudeltà dei suoi nemici è veramente arrivata all'inverosimile: rifiutano un sorso d'acqua ad un moribondo, cosa che non si fa neppure con le bestie, e vogliono invece fargli bere aceto.

è bene ripetere ancora una volta che quella dell'aceto è una delle crudeltà inventate per tormentare ancora di più Gesù e che la sete del Salvatore è sete di anime, causata dalla carità che accende il suo cuore. Egli vede un'infinità di anime che si salveranno grazie ai suoi meriti, ma la sua arsura ancora non si spegne. Sa che la vendemmia nella vigna della sua Chiesa sarà abbondante, però non ne è soddisfatto e si lamenta che il raccolto sarà insufficiente per spegnere la sua sete, perché molti non trarranno beneficio dal suo sangue e si perderanno.

Riflessioni Anima mia, soffri col tuo Gesù che sopporta dolori sempre più terribili e rifletti bene su quest'espressione breve e misteriosa: "Ho sete". Perché si lamenta per la sete e non per le altre pene che sono ben più gravose? Se gli domandiamo che cos'è che gli procura tanta sete, ci risponderà che più di ogni altra cosa Egli è bruciato dalla sua ardente carità, perché ama le anime tanto che, dopo aver bevuto il calice della Passione fino in fondo, è disposto a berne un altro ancora più amaro, se ciò è necessario per salvarle.

Anima mia, se ti fossi trovata là sul Calvario, avresti dato volentieri a Gesù acqua in abbondanza per dissetarlo. Ebbene, sei sempre in tempo a farlo. Egli dice a te dalla croce quello che già aveva detto alla Samaritana al pozzo di Sicar: "Dammi da bere". Ma pensa bene: ha sete proprio di te! E mostrando quanto ti desideri, vorrebbe che anche tu, come la Samaritana, provassi quell'intenso desiderio di bere alla sorgente di vita eterna. Se vuoi dissetarlo, quindi, devi essere tu ad aver sete di Lui, l'unico che può ristorarti.

Pratiche è necessario che io ripeta spesso atti di dolore per i miei peccati, perché con questi anch'io, come i Giudei, ho offerto l'aceto a Gesù.

Se voglio salvarmi, devo imitare il Salvatore nelle sue sante virtù: questa è la sete che devo avere. è necessario che mi fermi ad esaminare in quale di queste devo esercitarmi di più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Ultime parole di Gesù Crocifisso Gesù arriva al punto estremo della sua vita dopo aver compiuto ciò che gli competeva senza omettere nulla. Egli dimostra sia con i fatti che con le parole di aver eseguito tutto ciò che la divina giustizia, la divina misericordia e l'ubbidienza all'Eterno Padre gli avevano chiesto. Nell'orto Egli aveva dichiarato che gli premeva solo di realizzare il disegno di Dio, cioè la redenzione del mondo, in conformità alle figure e alle profezie della Sacra Scrittura; ora fa sapere che con la sua Passione redentrice il suo compito è finito e non gli resta che morire.

Si è adempiuto in ogni piccolo particolare tutto ciò che era stato predetto dai profeti e da Gesù stesso, ora manca solo che si avveri l'ultima profezia, il giudizio finale, ed anche questa si compirà infallibilmente. Allora verrà in tutta la sua grandezza di giudice quest'UomoDio, crocifisso dai Giudei, che ripeterà un'ultima volta: "è finito il mondo ed è finito il tempo sia per fare il male che per fare il bene". Alla luce dell'eternità tutti dovranno rendere giusta ragione della loro vita; tutto sarà finito: per gli empi i piaceri e gli svaghi, per i giusti le fatiche e le tribolazioni. Verrà l'ora in cui ciascuno dovrà ricevere, secondo i meriti, la gloria o la pena eterna.

Gesù ormai è arrivato al fondo del calice di dolore che gli era stato offerto nell'orto del Getsemani. Ora, per rendere completa la sua ubbidienza, non gli rimane altro che bere l'ultimo sorso, cioè morire. Entra quindi in agonia, un'agonia vera e propria, accompagnata da quei segni che si manifestano in tutti i moribondi. Improvvisamente, sollevando la testa e guardando verso il cielo, invoca l'Eterno Padre con una tale energia di voce e di spirito da sembrare del tutto sano. Non è l'uomo agonizzante che parla, ma l'UomoDio che vuol far giungere la sua voce potente a tutti, compresi coloro che stanno nell'Inferno.

Le ultime parole pronunciate da Gesù crocifisso erano già state espresse dal Profeta: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito". Ma Dio è già unito inseparabilmente alla persona del Verbo, perciò che necessità c'è di raccomandargli il suo spirito? Nessuna, non c'è dubbio. Egli parla in questo modo per dimostrare l'intima confidenza che esiste tra Lui e il Padre; e poi vuole depositare nelle mani del Padre, con la sua, anche le anime dei fedeli che ricevono la vita dalla sua morte e che sono tutt'uno con il suo spirito. Gesù si serve di queste parole per rassicurarci che le nostre anime non sono più nelle mani del demonio, dal momento che le ha consegnate al Padre Celeste. Infine vuole lasciare alla Chiesa un ulteriore insegnamento e a noi un esempio di come vivere gli ultimi istanti della nostra vita.

Riflessioni Dovremmo anche noi, secondo il suo esempio, essere convinti che la nostra vita ha questo compito: eseguire la volontà di Dio. Ma tutto ciò richiede umiltà, carità, pazienza, ubbidienza, e non in qualche cosa o per qualche tempo, ma per tutta la vita fino alla morte. Cominciare una vita buona non è garanzia di salvezza, bisogna vigilare e perseverare; infatti succede spesso che, dopo essere arrivati ad un alto grado di santità, si possa retrocedere paurosamente. Non dobbiamo perciò fidarci troppo di noi stessi, ma rimanere nel timore di una possibile caduta e chiedere con insistenza al Signore la grazia della perseveranza finale.

Gesù, invocando il Padre, vuol dimostrare per l'ultima volta di essere Dio Figlio che sta per tornare a Lui, dopo che era uscito dal suo seno per venire nel mondo. Inoltre dà alla sua voce una potenza straordinaria affinché tutti si rendano conto che Egli muore solo per un libero atto della sua volontà, che gli ha fatto sacrificare per noi la sua vita preziosa. Nell'udire quella voce meravigliosa e sovrumana il centurione non ha più dubbi: quell'uomo è veramente Dio. Anima mia, imprimi bene in te stessa il suono della voce del Salvatore, perché la sentirai anche quando Egli giudicherà tutto il mondo. Ora pentiti, prega e ringrazia, così il suo tono, quel giorno, per te si farà dolce e paterno.

Dobbiamo riconoscere che il Salvatore Divino, anche se afflitto da tanti dolori, non è mai restato inoperoso, anzi, ha voluto offrirci utili esempi ed insegnamenti anche nell'attimo estremo della sua vita. E noi che desideriamo imitarlo dobbiamo pregarlo, affinché, quando verrà per noi il momento della morte, Egli ci renda degni di ripetere la sua espressione di offerta. Dev'essere bello esalare l'ultimo respiro nelle mani del nostro Dio! Ma per avere una simile felicità conviene prepararci per tempo, rimettendoci completamente alla sua volontà, ciascuno nel proprio stato, altrimenti non possiamo sperare che in punto di morte Dio accetti l'offerta della nostra anima, se questa è vissuta senza il timore di offenderlo e lontana dal suo amore.

Pratiche Per avere il dono della perseveranza mi raccomanderò a Dio e confiderò in Lui, facendo violenza su me stesso.

Farò spesso atti di amor di Dio e sacrificherò a questo amore qualche mio attaccamento particolare, in unione ai meriti della Passione di Gesù.

Mediterò sulle grazie che Gesù, per i meriti della sua Passione, ogni giorno mi concede e farò di tutto per corrispondere, se non altro perché dovrò rendere conto di ciascuna di esse.

Ogni giorno raccomanderò l'anima e dirò con adorazione a Gesù crocifisso le parole che Egli disse al Padre: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito", così mi metterò al sicuro nel caso che la mia morte sia improvvisa.

 

La morte di Gesù Crocifisso Dopo essere stato tre ore sulla croce col corpo contratto per gli spasimi e con la tristezza nell'anima, Gesù muore né più presto né più tardi di quel preciso momento che la volontà divina aveva stabilito. Per questo prima di morire Egli reclina la testa, come per mostrare la sua obbedienza e per ringraziare con profondo rispetto l'Eterno Padre che si degna di richiamarlo a sé. China il capo per chiamare con un cenno la morte che non sarebbe mai venuta senza il suo consenso. E questo gesto è un'altra dimostrazione che in tutta la sua vita non ha fatto né patito niente per forza: soltanto Lui è l'assoluto padrone di se stesso e delle sue azioni.

Dopo aver abbassato la testa verso di noi e levato il cuore all'Eterno Padre, Gesù prega la Maestà divina di accettare il suo volontario e perfetto sacrificio; per i suoi meriti infiniti viene

subito esaudito, quindi consegna serenamente lo spirito nelle mani paterne. Nessuno ha potuto, e mai potrà, morire quando e come vuole, cosa che invece Gesù ha fatto.

Consideriamo le circostanze della morte di Gesù riportate dal Vangelo. Egli è appeso con tre chiodi alla croce e non c'è nessuna parte del suo sacratissimo corpo che non abbia avuto il suo martirio. Benché sia morto, Egli è ancora Dio perché la Divinità non si è mai staccata dal suo corpo. Un Dio eterno ed immortale si è ridotto a diventare mortale e a morire addirittura in croce per noi, perciò non possiamo esimerci dal dovere di riflettere soprattutto su quanto sia immenso il suo amore. Sarebbe stata già una cosa enorme, la più grande che umanamente si potesse fare, se Egli fosse morto per i suoi amici, cioè i giusti; invece è morto anche per salvare i suoi nemici, i peccatori: ha dato la vita per chi ha fatto di tutto per dargli la morte. Quest'infinita carità è degna solo di Dio e noi siamo tenuti a lodarla e a benedirla.

Anche ora che è morto, Gesù vuol farsi riconoscere UomoDio, così come aveva fatto durante la Passione. Tutti vedono chiaramente la sua umanità nell'attimo stesso in cui esala l'ultimo respiro, ma hanno anche la prova della sua Divinità, perché avvengono grandi prodigi. Perciò, dopo aver avuto compassione della sua umanità tribolata, dobbiamo ammirare la sua Maestà che si manifesta con potenza: il sole si eclissa, cala la notte in pieno giorno, il velo del tempio si squarcia, la terra si scuote, le pietre si spezzano e le sepolture si aprono.

Riflessioni Anima mia, guarda attentamente l'UomoDio che muore. Egli fin dalla nascita è sempre stato il più bello di tutti gli uomini e ora che muore è il più deforme, tanto da non avere più un aspetto umano. Osservalo bene un'ultima volta mentre è ancora vivo, Lui, l'Unigenito dell'Altissimo, perfezione immensa ed adorabile che sta morendo per te, miserabile creatura che di tuo hai solo la tua malizia. Prova a pensare: "Dio in persona muore per me e solo perché mi ama tanto". è necessario riflettere con fede attenta su queste parole e ripeterle spesso: "Gesù, il mio Dio, muore per me peccatore".

Nell'istante in cui Gesù muore la giustizia divina ha ottenuto completamente ciò che le era dovuto per i peccati del mondo. La natura umana viene riconciliata con Dio. Nella nuova Chiesa prende forza il Nuovo Testamento, e per noi si spalancano le porte del Paradiso. Dobbiamo perciò sentirci confortati e rallegrati da questa preziosissima morte. Ma sarebbe anche giusto che ci indignassimo contro noi stessi per aver causato la fine tanto crudele della sua vita, la più nobile del mondo.

Gesù è morto per tutti i peccatori, quindi anche per me. Io ho l'obbligo di credere a questa verità di fede; e se la fede deve essere ferma e senza alcuna esitazione, anche la mia speranza deve essere costante e stabile. Commetto un peccato mortale se rinuncio a sperare di salvarmi per mezzo della sua morte a causa dell'enormità dei miei peccati. Infatti anche se fossi cento, mille volte più peccatore di quello che sono, non importerebbe nulla, perché ogni anima, per quanto carica di colpe, può salvarsi per mezzo del sacrificio di Gesù. Proprio perché la morte è il più grande segno della fragilità umana, il nostro UomoDio l'ha scelta per esercitare con essa il suo potere sovrumano. Dobbiamo dunque credere in Gesù e sperare in Lui, ma dobbiamo anche amarlo, perché, senza la carità, la fede e la speranza sono vane e non bastano per salvarci.

Con questi segni la natura vuol mostrare il suo sdegno e testimoniare che è Dio colui che è morto, e non un semplice uomo. Sono tre i condannati, però quei prodigi vengono attribuiti solo a Gesù, perché soltanto Lui ha rivelato la sua Divinità. 1 Profeti avevano già predetto ogni cosa, ed Egli stesso aveva assicurato che quando sarebbe stato appeso in croce avrebbe attirato tutte le creature a dargli testimonianza. Anima mia, non è possibile che solo tu rimanga indifferente davanti a questi eventi, quando addirittura il cielo e la terra si commuovono per la morte del loro Creatore. Guarda bene, ammira e adora il tuo Dio crocifisso e morto per te, peccatrice incallita ed insensibile.

Pratiche Abbraccerò il Crocifisso e ripeterò tanti atti d'amore col più intenso fervore possibile, come se fossi già in agonia.

Devo preoccuparmi seriamente se, quando medito la Passione, rimango freddo, senza provare né sentimenti né emozioni. Tutto questo succede perché la mia mente ed il mio cuore sono distratti, perciò dovrò sforzarmi di raccogliermi in me stesso, dimenticando le preoccupazioni e gli impegni quotidiani.

Crocifiggere me stesso vuol dire mortificarmi; morire a me stesso significa rinunciare alle mie idee, ai miei progetti, al mio benessere e alla considerazione degli altri.

Per ottenere la grazia del pentimento, del dolore e della devozione, il mezzo più sicuro è l'umiltà. Chiederò perdono della mia tiepidezza e della mia pigrizia che mi rendono sempre più indegno della protezione celeste.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù Crocifisso è ferito con la lancia nel costato I Giudei temono che Gesù non muoia tanto presto come essi desiderano, perciò chiedono a Pilato il permesso di spezzargli le gambe, convinti che questo nuovo tormento lo stroncherebbe definitivamente. Per riuscire nel loro intento, si mostrano molto rispettosi della legge, dicendo che non vogliono lasciare i condannati ancora a lungo sulla croce per non mancare di riguardo alla solennità imminente. è veramente strana questa loro preoccupazione, dopo che hanno crocifisso un innocente contro ogni legge. Alcuni soldati, quindi, percuotono con sbarre di ferro le gambe dei due ladroni e li fanno morire, ma non toccano Gesù, perché vedono che è già morto. Però uno di loro, il più crudele, con un colpo di lancia lo trafigge nel petto sia per togliere ogni dubbio sulla sua morte, sia per compiacere i Giudei che continuano a stare lì, attorno alla croce, per insultarlo.

Gesù non ha voluto farsi ferire dalla lancia quando era ancora vivo, affinché nessuno credesse che era stata la violenza di quel colpo a procurargli la morte. La sua volontà era mossa solo dall'amore, perciò proprio l'amore doveva, con una lancia molto più acuminata, fermare il battito del suo cuore. Egli aveva disposto che soltanto dopo gli venisse aperto il costato, in modo che, attraverso questa seconda ferita si potesse vedere la prima, molto più profonda.

Gesù non sente dolore per la ferita aperta dalla lancia, perché è già morto. Tutto quello che era stato profetizzato al suo riguardo ora si è realizzato. Ma anche per Maria Santissima ora più che mai si compie alla lettera la profezia fattale dal vecchio Simeone nel tempio, secondo cui la sua anima sarebbe stata trafitta da una spada. Poiché l'anima di Maria è dentro il cuore di Gesù, visto che partecipa in maniera profonda al suo dolore, quando la lancia trapassa il cuore del Figlio, viene lacerata anche l'anima della Madre. Soffrire nell'anima è più doloroso che soffrire nel corpo, perciò Ella è più che martire.

Appena il costato di Gesù viene colpito, dalla piaga escono sangue ed acqua a conferma che il Salvatore è vero uomo, composto di umori come ogni altro mortale. E poi viene confermata anche la sua Divinità, perché non si è mai visto che da una corpo morto sia uscito del sangue o dell'acqua. Bisogna quindi pensare che questa sia una piaga eccezionale; anche l'Evangelista ne è convinto, infatti non la chiama ferita, ma apertura. E veramente si apre per noi questa porta di vita per far uscire i Sacramenti, simboleggiati dall'acqua e dal sangue, che rendono la Chiesa feconda di tanti eletti e concedono a questi la salvezza.

Riflessioni Gli stessi Giudei, col fatto di non rompere le ossa a Gesù e di ingiuriarlo e trafiggerlo anche dopo morto, fanno in modo che si realizzino le profezie fatte dal Salvatore. Ma non se ne accorgono, perché sono troppo induriti e accecati dalla propria malvagità che non è mai sazia di insulti e di cattiverie. Invece la carità di Gesù è sempre più ardente nel suo corpo divino, anche se l'anima se n'è già separata. Egli vede il loro comportamento e lo sopporta; e non solo, ma per mezzo della grazia li chiama interiormente alla conversione e li aspetta con amore. Anima mia, anche con te Gesù ha usato tante volte la stessa sollecitudine. Tu hai continuato ad offenderlo con i peccati e Lui a chiamarti e ad aspettarti con misericordia.

Osserva, anima mia, come la punta della lancia, spinta con forza, gli ha aperto il petto e trafitto il cuore. Sul lato destro del costato la lacerazione è così grande che può entrarci una mano. Guarda, anche il cuore è aperto, perciò immergiti in esso e vi troverai l'altra ferita invisibile dell'amore, da cui hanno avuto origine le ferite della testa, delle mani, dei piedi e di tutto il resto del corpo. Infatti Egli ha sopportato i flagelli, le spine, i chiodi e la morte solo per appagare il suo amore, tanto desideroso della nostra salvezza. E impossibile fermarsi a considerare questo cuore così ardente senza sentirsi obbligati a riamarlo.

Era grande il dolore di Maria perché, per amore, Ella era tutta nel Figlio e sentiva le sue sofferenze; ma ora in quel colpo di lancia il dolore è tutto suo, perché per Gesù non è altro che una piaga aggiunta alle altre. Anima mia, compatisci la Regina dei martiri e rifletti: l'immenso dolore della Madre Addolorata è provocato soltanto dal suo amore che è altrettanto smisurato, perciò convinciti che se tu ancora non provi neppure un piccolo impulso di pietà verso Gesù, è solo perché non lo ami. Sei veramente da commiserare, se non ti sono bastati la Passione, la Morte, ed ora anche quel brutale colpo di lancia, per sentirti attratta verso Gesù. Ebbene, visto che sei così dura, guarda attentamente il suo costato: Gesù ha voluto questa ferita per offrirti, attraverso di essa, il suo cuore.

Anche per questa piaga dobbiamo essere riconoscenti a Gesù, sebbene non gli abbia procurato dolore. Essa è stata meritoria perché Egli l'aveva già prevista, accettata ed offerta all'Eterno Padre. Ha fatto uscire il sangue della redenzione che ha pagato per me il debito alla giustizia divina, e ne è scaturita l'acqua che mi ha santificato nel Battesimo e che tante volte mi ha purificato dalle mie colpe nella Confessione. Da questa ferita esce la misericordia con tutte le grazie e le benedizioni che posso desiderare per la mia felicità temporale ed eterna. Essa è stata aperta perché io vi entrassi per salvarmi, come se fosse l'arca di Noè; mi sarà mostrata un giorno da Gesù che mi chiamerà in giudizio se avrò rifiutato di confidare e di rifugiarmi nel suo Cuore misericordioso.

Pratiche Rafforzerò la mia umiltà che è la colonna che sostiene le altre virtù e dà loro consistenza, e non smetterò mai di chiederla al Signore.

Devo aumentare la mia devozione al sacro Cuore di Gesù, simbolo del suo eterno amore per me. Mi pentirò di essere stato ingrato verso di Lui e gli assicurerò per il futuro tutta la mia riconoscenza.

Per cuore di Gesù s'intende il suo amore e la sua volontà. Amare Dio col cuore di Gesù vuol dire, quindi, avere una volontà in tutto simile alla sua, ubbidiente al volere del Padre.

Riterrò di non aver pregato bene se sentirò in me soltanto un sentimento di tenerezza, perché il vero frutto della

meditazione sulla piaga del costato e del cuore di Gesù dev'essere la costanza nel sottomettere in ogni cosa la propria volontà a quella di Dio.

 

Gesù è deposto dalla croce Appena Gesù muore, si vedono immediatamente gli straordinari effetti dei suoi meriti. Il centurione che l'aveva condotto al patibolo ed i soldati che erano di servizio con lui escono dalle tenebre del paganesimo e danno gloria al Crocifisso, riconoscendolo vero Figlio di Dio; molti di quanti erano accorsi per assistere a quell'insolito spettacolo partono ora dal Calvario percuotendosi il petto, addolorati e pentiti di essere stati complici di una condanna tanto ingiusta. Dove prima si rideva tra schiamazzi ed insulti, ora si sentono solo pianti e grida lamentose di pentimento. Le donne che stavano lontane per paura dei giudici, ora prendono coraggio e si avvicinano adoranti alla croce. Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, che erano stati in segreto discepoli di Gesù quando era vivo, ora che è morto si sentono onorati di essere riconosciuti come suoi fedeli. Infine tutta la folla che prima lo considerava un malfattore, ora lo riconosce giusto ed innocente. Perché tutto questo mutamento? Perché Gesù è morto, ed è in seguito alla sua morte che il suo regno si diffonde e si stabilisce nelle anime che Egli rapisce a sé con la forza della sua grazia.

La Santissima Vergine e Madre teme che arrivino altri soldati, mandati dai capi dei Giudei con l'incarico di togliere dalla croce suo Figlio, e che lo facciano senza alcun rispetto. Perciò prega Giuseppe d'Arimatea di chiedere il permesso di deporlo e di seppellirlo con la dovuta pietà. Quest'uomo nobile, ricco e timorato di Dio, va in fretta alla corte del governatore a chiedere, con generosa sicurezza, il corpo crocifisso di Gesù, senza badare al pericolo di esporsi all'odio e alle persecuzioni dei prepotenti. Non vuole che la sua richiesta suoni come un rimprovero a Pilato, perciò non chiede il corpo dell'UomoDio, alla morte del quale si è oscurato il cielo, ha tremato la terra e si sono spaccate le pietre, ma con molta modestia domanda soltanto il permesso di seppellire l'uomo di Nazareth. Ottenuta questa concessione che per lui è un grande dono, ritorna al Calvario.

Ottenuta la concessione da Pilato, Giuseppe d'Arimatea, col suo compagno Nicodemo, torna immediatamente al Calvario per deporre Gesù dalla croce. Entrambi s'inginocchiano ad adorare il Figlio di Dio, poi appoggiano due scale, una alla destra e l'altra alla sinistra della croce, e vi salgono per schiodare le mani; fanno fatica ad estrarre quei chiodi, grossi e lunghi, fatti penetrare molto profondamente nel legno. Poi Nicodemo libera anche i piedi, mentre Giuseppe sostiene con le braccia il corpo di Gesù. Beato lui, che ha avuto la gioia di abbracciare con tanta forza il Salvatore del mondo! Tutti i presenti li aiutano, anche Maria che man mano riceve i chiodi, la corona di spine e lo stesso Gesù che sorregge prendendolo sotto le ascelle. La Maddalena sostiene e bacia quei piedi che aveva già baciati, lavati con le sue lacrime di pentimento e profumati. Tutti, specialmente l'apostolo san Giovanni, esprimono col pianto il loro dolore, mentre quel corpo benedetto viene avvolto in un lenzuolo e deposto nel grembo della sua santa Madre.

Riflessioni Anima mia, considera con attenzione che molti di quanti non avevano voluto credere né alla dottrina né ai miracoli di Gesù mentre era vivo, dopo che è morto si arrendono a Lui con fede e pentimento. Vieni, unisciti a loro e, anche se arriverai tardi, Gesù ti accoglierà ugualmente, perché riceve tutti nella sua vigna qualunque sia l'ora dell'arrivo. Ti senti forse ancora tanto insensibile, nonostante che Gesù sia morto per te? Coraggio, umiliati e considerati indegna del suo amore a causa dei tuoi peccati e vedrai che con l'umiltà troverai tutte le grazie che desideri.

Anima mia, prima che venga deposto dalla croce, guarda ancora il tuo Gesù. Contemplalo sospeso in aria nudo, lacerato dai flagelli, con le mani e i piedi trapassati dai chiodi, con il petto squarciato da una lancia e tutto rigato del sangue uscito dalle piaghe. Questo è veramente il sangue sacro di Dio versato per te, per la remissione dei tuoi peccati. Pensa che non sei stata riscattata con monete d'oro o d'argento, ma col preziosissimo sangue di un UomoDio.

Non si è mai sentito che qualcuno tanto ragguardevole sia andato di persona a prelevare con le proprie mani un giustiziato da un patibolo così infame. Questi due, invece, si sentono onorati di salire sulla croce per togliere il corpo di Gesù. Il nostro mite Agnello quando era vivo si era lasciato straziare da tutti, plebei, pagani e bestemmiatori, ma ora che è morto permette che lo tocchino soltanto anime nobili e giuste, che fanno a gara per rendergli onore. Secondo la legge antica chi toccava i morti era considerato immondo, ora invece si è convinti che chi può toccare le sante membra di Cristo viene purificato e santificato. Anima mia, concentrati e vai anche tu vicino a quel corpo, toccalo e lava le sue piaghe con le tue lacrime.

Pratiche Controllerò se sono soggiogato dal rispetto umano e quindi se non ho il coraggio di mostrarmi devoto, umile e mansueto; poi lotterò per vincerlo, fiducioso nella grazia che Gesù ha meritato per me con la sua morte.

La prima virtù che Giuseppe d'Arimatea ha praticato imitando Gesù è stata la fortezza contro il rispetto umano, perché nel servire Dio non ha temuto nessun giudizio e nessun pericolo di questo mondo. Anch'io dovrò munirmi di questa virtù di cui ho tanto bisogno.

Ho già scelto di essere crocifisso con Gesù, perciò finché vivrò non abbandonerò la croce della mortificazione, per imitare Gesù che si è staccato dalla sua solo dopo morto.

 

 

 

 

 

 

CATECHESI SULLA PASSIONE DI GESù CRISTO MEDITATA

Gesù è deposto nel grembo di sua Madre Maria sta seduta sotto la croce e tiene in grembo il corpo di suo Figlio. Per capire quanto soffre, dobbiamo tenere presente che è la Madre di Dio; e visto che per questo Ella supera tutti nella grazia, nella santità e nel merito, anche la sua sofferenza non è paragonabile a nessun'altra. Se potessimo dare uno sguardo dentro il suo cuore, vedremmo come in uno specchio l'immagine di tutte le piaghe di Gesù e della sua morte. Una legge del Vecchio Testamento obbligava gli anziani della comunità, quando veniva trovato un cadavere, a lavarsi pubblicamente le mani e a dichiarare di non essere colpevoli di quell'omicidio. Anche sul Calvario c'è il corpo barbaramente ucciso non di un uomo qualunque, ma di un UomoDio, e noi dobbiamo capire chi sia stato il colpevole. Giuda, se l'ha tradito, ha rinnegato le sue azioni dichiarando che Gesù non meritava la morte. Pilato aveva tentato in ogni modo di mostrare a tutti la sua innocenza, per cui non si è sentito responsabile di quel delitto; si sono giustificati anche i Giudei col dire che non era in loro potere far morire qualcuno. Allora chi è stato ad uccidere il più santo e il più degno di essere amato tra tutti gli uomini della terra?

Mentre Gesù è tra le braccia di sua Madre, coni nuiamo a meditare il profondo significato di quest'immagine con movente e cerchiamo di trarne profitto. Perché Egli è stato depo sto nel grembo di Maria, in modo che tutti potessero contempla lo? Così ha disposto l'Onnipotente che ha voluto darci una dim< strazione della sua giustizia e farci capire che cosa significa con mettere un peccato mortale. Questo è un'offesa così grave all Maestà divina che il Padre non l'ha perdonata neppure a suo Figli che l'aveva preso su di sé; quindi, nonostante l'immenso amo che gli portava, l'ha castigato con grande severità.

Gesù ha dato la sua vita per riscattare l'uomo dalla schiavitù del demonio, per cui è giusto soffermarci un m mento per considerare che cosa ci sia nell'uomo che lo rende d gno di tanta stima e che valga il sangue e la vita di Dio. Per uanto riguarda il corpo, l'uomo è un pugno di polvere, un abisso di miseria, ed è soggetto alla vanità come una foglia in balia del vento. Ma dentro di lui c'è un'anima immortale, creata a somiglianza di Dio e destinata a godere la gloria eterna del Paradiso. Ed è proprio per salvare quest'anima perduta per il peccato che Gesù ha sacrificato se stesso; dev'essere, perciò, veramente preziosa se Egli l'ha pagata tanto.

Diamo un ultimo sguardo al nostro Salvatore adagiato nel grembo di sua Madre. Dopo aver considerato quanto sia terribile il peccato mortale, se Gesù è morto per cancellarlo e quanto sia preziosa la nostra anima, se Egli si è sacrificato per salvarla, dobbiamo pensare anche che Gesù ha fatto tutto questo per liberarci dalle pene dell'Inferno e per farci meritare la gloria

del Paradiso. Dio in persona è morto in croce perché sapeva quanta disperazione si provi nell'Inferno e, al contrario, quanta felicità si goda in Paradiso.

Riflessioni Anima mia, considera questa Madre addolorata che l'amore e il dolore hanno trapassato in tutte le fibre del suo essere. Ella contempla e bagna di lacrime tutte le membra lacere del Figlio; ora lo bacia, ora toglie con un panno il sangue incrostato e gli sputi, ora se lo stringe teneramente al petto, emettendo deboli lamenti come di colomba ferita. La consola solo il pensiero che suo Figlio è morto per la tua salvezza e per cambiare la tua tristezza in felicità, se tu davvero vorrai salvarti. Maria Santissima aspetta da te non tanto parole che esprimano la tua partecipazione al suo dolore, ma soprattutto opere degne di vita eterna. Ora ti sento perplessa: hai forse bisogno di essere aiutata? Ricorri a Maria ed Ella ti concederà tutte le grazie di cui hai bisogno, non solo, ma ti darà anche suo Figlio, l'autore stesso di ogni grazia.

Anima mia, vieni e guarda da vicino questo corpo deposto nel grembo di sua Madre: puoi affermare con sicurezza di non avere alcuna colpa della sua morte? Fatti illuminare dalla fede e capirai che non c'è piaga in quel sacro corpo che non sia stata aperta dalla tua cattiveria e dalla tua ingratitudine. Hai trafitto quella testa con i tuoi pensieri viziosi, hai insanguinato i suoi occhi con i tuoi sguardi licenziosi e hai amareggiato di fiele quella bocca col tuo parlare immodesto. Il tuo piacere ha straziato la sua carne immacolata e i tuoi desideri hanno ferito il suo cuore purissimo. Convinciti, anima mia: solo tua è la colpa della Passione e della Morte di Gesù.

La Passione e la Morte di Gesù erano già sta stabilite, ab aeterno, dalla SS.ma Trinità al solo scopo di punire peccato mortale. Poiché questo è un'offesa fatta da un uomo Dio, non poteva essere riparato se non da qualcuno che fosse nel stesso tempo uomo e Dio. Perciò deve essere veramente un ma immenso se, per cancellarlo, Dio stesso ha dovuto morire in i modo tanto crudele. è proprio attraverso le piaghe di Gesù, ci giace morto tra le braccia di Maria, che l'Eterno Padre ci fa coni scere l'enormità del peccato, e lo fa con una voce molto p minacciosa di quando mandò i castighi nel mondo o di quanc stabilì le terribili pene dell'Inferno. Anima mia, ti rendi conto finalmente di quali danni i tuoi pece ti abbiano provocato? Sei convinta che devi temerli più di tutti mali del mondo, visto che anche la più atroce sofferenza tempora od eterna è una piccola cosa al loro confronto?

Anima mia, pensa che Gesù ha versato tutto il suo sangue per te e potrai capire quanto è grande il tuo valore; Egli, infatti, non avrebbe cercato una Passione e una Morte così dolorose ed obbrobriose se tu fossi una cosa da nulla. Con questa dimostrazione di smisurato amore e di profonda stima ha voluto insegnarti a tenere un comportamento degno di una creatura tanto cara a Dio. E poiché proprio Lui ha fatto e patito tanto per salvarti, anche tu devi imparare a stimarti per quello che vali e a faticare per la tua salvezza. Considera quello che il Figlio di Dio ha fatto per la tua eterna felicità e quello che fai tu per lo stesso scopo: ti pare che si possa fare un paragone?

Pensa, anima mia, che cosa sarebbe di te se Gesù non fosse morto per la tua salvezza? Tu stavi sull'orlo di un'infelice eternità e, oppressa com'eri dal carico dei tuoi peccati, inevitabilmente saresti caduta, se Gesù non ti avesse trattenuta con la sua misericordia. E non basta: mentre meritavi il castigo, ti ha assicurato che, se vorrai imitarlo, sarai eternamente beata. Rifletti bene, anima mia, sul significato delle parole "Inferno" e "Paradiso" e su quanto sei debitrice al tuo Salvatore.

Pratiche Ogni giorno invocherò la Vergine addolorata e mi sforzerò d'imitarla; il miglior modo per farlo sarà quello di ripetere continui atti d'amore verso Gesù.

Per difendermi dal peccato mortale farò questi tre propositi: resistere alle tentazioni, fuggire le occasioni e mortificare i sensi; chiederò poi con insistenza alla Beata Vergine la grazia di metterli in pratica.

Mi ricorderò soprattutto della Passione e Morte di Gesù, sia per pentirmi di aver peccato, sia per evitare di farlo in avvenire. Il rimedio è sicuro e facile, e se non lo userò sarà solo per colpa mia.

Metterò una volontà risoluta nell'amare Dio; così amerò anche la mia anima e il mio corpo, perché è solo Dio che può rendere felici entrambi.

Il mio amore per Gesù non dev'essere fatto solo di parole, perciò mi sforzerò d'imitare il Salvatore sia nelle virtù che nelle opere. Questa è l'unica strada che mi assicuri la vita eterna.

 

Preghiera dopo la meditazione Mio dolcissimo Signore Gesù Cristo, io ti supplico affinché la tua santissima Passione sia per me la forza che mi fortifichi, mi protegga e mi difenda; le tue santissime Piaghe siano il cibo che mi alimenti, mi riscaldi e mi rallegri; l'aspersione del tuo Sangue mi purifichi da tutti i peccati; la tua Croce sia la mia gloria; la tua Morte sia per me pegno di vita eterna. In queste cose il mio cuore trovi il suo ristoro, la sua gioia, il suo amore, la sua vita. Amen.

 

Preghiera Adoro, Signore, la tua infinita Maestà, davanti alla quale mi trovo, e umilmente ti domando la grazia di trarre frutto dalla meditazione che sto per fare ad onore e gloria tua ed a santificazione dell'anima mia. Vergine Santissima, Angelo mio custode, Santi miei protettori, pregate ed intercedete per me.