LA PASSIONE DI N. S. GESù CRISTO SECONDO IL CHIRURGO

Dott. PIERRE BARBET Chirurgo dell'Ospedale San Giuseppe di Parigi

Traduzione Italiana del Dott GIUSEPPE BELLARDO Autorizzata e riveduta dall'Autore

L. I. C. E. R. BERRUTI & C. TORINO 16 febbraio 1951

Imprimatur

Can. Lunar COCCOLO, Vic. Gen.

 

PREFAZIONE

Da molto tempo, e recentemente con maggior instistenza, sono stato pregato di raccogliere in un unico volume il complesso dei miei esperimenti anatomici, delle mie indagini archeologiche, delle varie ricerche sulla Sacra Scrittura e delle mie meditazioni sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Si tratta infatti di un argomento il cui pensiero non mi ha mai abbandonato da più di venti anni, giungendo talvolta sino ad ossessionarmi. Esiste forse al mondo oggetto di meditazione più importante per l'uomo di queste sofferenze, in cui si concretizzano due Verità misteriose, le sole che veramente importino all'uomo, l'Incarnazione e la Redenzione? E' necessario e sufficiente, evidentemente che egli vi aderisca con tutta l'anima sua e ne tragga lealmente la sua norma di vita. Ma in questo evento unico, che è il punto culminante della storia umana, il più piccolo particolare acquista, a mio giudizio, un valore infinito e non dev'essere trascurato anche quando la concisione degli Evangelisti ci riduce a costruire su basi scientifiche, e non più scritturali ed ispirate, ipotesi più o meno solide.

I teologi possono immaginare e descrivere le sofferenze morali che accompagnano la Passione del Salvatore, dall'agonia del Getsemani, ove Egli era oppresso sotto il peso dei peccati del mondo, sino all'abbandono del Padre che sulla Croce gli strappava un gemito: « Eloi, Eloi, lamma sabacthani! ». E si può ancora immaginare che Egli continuasse a recitare a bassa voce quel magnifico Salmo XXI di cui quel gemito è il primo versetto e che prosegue con accenti di speranza per terminare in un canto trionfale di vittoria.

Ma quando quei teologi ed esegeti vogliono narrarci le sofferenze fisiche di Gesù, si resta colpiti dalla difficoltà che provano per rendercene partecipi, almeno col pensiero. In verità non le comprendono troppo: e nulla sembra meno adeguato a questo argomento delle tradizionali prediche della Passione.

Alcuni anni or sono il Dott. Pasteau, mio buon amico, presidente generale della Società di S. Luca dei medici cattolici francesi, trovandosi in Vaticano con alcuni dignitari ecclesiastici, spiegava loro ciò che, in seguito alle mie ricerche, sapevamo ormai della morte di Gesù e delle sue inenarrabili sofferenze e come era morto per contrazione tetanica di tutti i muscoli e per asfissia. E l'allora Card. Pacelli, che come gli altri era impallidito di dolore e di compassione, gli rispose: « Non ne sapevamo nulla; mai nessuno ce ne aveva fatto parola ».

Perciò bisogna assolutamente che noi medici, anatomisti, fisiologi, noi che sappiamo proclamiamo ben alta la terribile verità, affinchè la nostra povera scienza non serva soltanto a sollevare i nostri fratelli, ma anche missione più grande ad illuminarli.

Il primo motivo di questa ignoranza, bisogna pur riconoscerlo, risiede nella « impressionante» concisione degli Evangelisti: « Pilato, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò affinchè fosse crocifisso... Ed essi lo crocifissero». Queste due frasi, ogni cristiano, per poco che conosca la liturgia, le sente ripetere ogni anno quattro volte nella Settimana Santa, in forme poco diverse. Ma che è questo, nella lunga lettura della Passione? La salmodia solenne prosegue: si odono le urla della folla ebrea, le parole gravi del Salvatore; e lo spirito non ha il tempo, se non vi è preparato in anticipo, di soffermarsi sulle spaventose sofferenze racchiuse in quelle frasi disadorne.

Certamente gli Evangelisti non avevano alcun bisogno di dare maggiori schiarimenti. Per i cristiani che ascoltavano la catechesi apostolica, o che più tardi leggevano i quattro Evangeli, queste due parole « flagellazione, crocifissione» conservavano una potenza evocatrice della massima efficacia. Essi ne conoscevano il significato, ne avevano ancora una esperienza diretta, avendo avuto occasione di veder fiagellare, di veder crocifiggere. Ma per noi, per i nostri sacerdoti, questo non significa quasi nulla; l'idea di un supplizio crudele, sì, ma che non suscita più alcuna visione precisa. Ed il povero predicatore si batte il petto, senza giungere ad esprimere il suo sincero dolore: « Gesù ha sofferto, ha molto sofferto, ha sofferto per i nostri peccati ».

Ma chi sa di che cosa si tratta e ne soffre al punto di non poter più fare una Via Crucis, e, preso da una terribile tentazione di suggerire all'oratore e di mostrargli quanto Gesù ha sofferto e come ha sofferto: la quantità e la qualità, delle sue sofferenze, ed infine come ha voluto morire.

Ho avuto, da alcuni anni, la gioia suprema, la miglior ricompensa ai miei sforzi, nell'apprendere che in molte chiese la mia « Passione corporale » l'ha ispirato, vivificato, talora sostituito completamente la predica, della Passione. Io stesso ho avuto durante la guerra, la grande emozione di leggerla ad Issyl'esMoulineaum, davanti a trecento seminaristi ed ai loro direttori e, di vederli piangere con me. Era l'apostolato laico in tutta la sua pienezza, a parti paradossalmente invertite. Non predicherò più la Passione, tanto ne soffersi: ma ho voluto divulgare le mie idee soprattutto all'indirizzo del clero, affinchè esso ne nutra la sua pietà verso Gesù Crocifisso e la faccia rivivere nella sua predicazione.

Perciò ho accettato di raccogliere tutte queste idee in un solo libro; il che mi permetterà anche di svilupparle maggiormente. I miei esperimenti anatomici furono computi negli anni 1932 e 1933 e ne diedi la primizia ai miei colleghi della Società di S. Luca il cui giudizio avevo più caro di ogni altro i quali non mi hanno negato la loro entusiastica adesione e l'ospitalità sul loro bollettino ai miei articoli: « Le mani del Crocifisso » maggio 1933; « I piedi del Crocifisso e il colpo di lancia » marzo 1934; « La deposizione dalla Croce ed il trasporto al sepolcro » marzo 1938; « La sepoltura di Gesù » marzo 1948. Le mie prime ricerche sono state pubblicate in un opuscolo « Le cinque piaghe di Cristo », nel gennaio 1935, la cui IV edizione è uscita nel 1948, arricchita da un capitolo sulla Deposizione. Nel 1940, è uscita in opuscolo la « Passione Corporale », precedentemente apparsa su la « La Vie Spirituelle »; e nel 1948 è uscito l'opuscolo sulla «Sepoltura di Gesù », stesura d'una mia conferenza al comitato di Parigi della Società di S. Luca.

Posso affermare che, da quando ho terminato i miei esperimenti, le constatazioni allora formulate non hanno subìto alcuna regressione, benchè io non sia alieno dall'accogliere ogni fatto nuovo che dimostri un mio errore (vedere il nuovo paragrafo sulla retrazione polmonare nel cadavere recente Capitolo VII, 5'°, pag. 173). Mi sono sempre preoccupato di considerare la questione dal punto di vista puramente scientìfico e di porre le mie ipotesi come conclusioni, a mio giudizio, solidamente costruite, ma suscettibili di modificazioni, almeno nei particolari. Non credo quindi di avere nessuna vanità di autore. Ma non ho mai cessato di riflettere su questo supplizio e sulle impronte della Santa Sindone, ed una nutrita serie di prove anatomiche mi porta oggi ad ammetterne e sostenerne l'autenticità.

Da questa lunga e costante meditazione sono scaturito, senza nessun nuovo esperimento, delle spiegazioni complementari, convincenti nella loro semplicità. Così, ad esempio, la doppia colata di sangue del polso dovuta al sollevarsi ed al successivo accasciarsi del Crocifisso; la colata toracica posteriore dovuta alla modalità del trasporto al sepolcro. Rivedremo tutto ciò e constateremo come tutte queste conclusioni scientifiche concordino perfettamente con i Vangeli.

Non ho d'altronde (ci si rassicuri sul mio conto), la pretesa di dare a questo libro una soluzione completa e definitiva del problema sindonologico. Dio non voglia! Esporrò più modestamente, ciò che un lungo studio mi fa considerare come lo stato attuale della questione, o almeno la visione abbastanza omogenea e logica che ne ho io per il momento, e metterò in evidenza quanto può essere motivo di dubbio e quanto mi sembra definitivamente acquisito. Questo è lo spirito che informa il metodo scientifico e sperimentale. Ma senza dimenticare, come diceva S. S. Pio XI, che la Sindone è ancora avvolta da molto mistero. L'avvenire ci riserverà ancora senza dubbio molte sorprese.

Nel corso delle mie vare pubblicazioni, ho notato la difficoltà di far comprendere a profani conclusioni scientifiche che presuppongono tutta una preparazione. Quando scrivevo per ï miei colleghi, tutto era semplice e mi faceva capire a mezzi termini; la mia tendenza naturale alla concisione non comportava che vantaggi, rendendo più precisa e più serrata la mia dimostrazione. Ma quanti profani mi hanno chiesto spiegazioni supplementari o posto obiezioni, quando risposte e spiegazioni erano già implicite nel mio lavoro! Si, tutto era, chiaramente espresso, ma in frasi troppo brevi per un non iniziato e senza ripetizioni: non avevo approfondito abbastanza. Ho approfittato di questa esperienza nelle edizioni successive, e mi sforzerò di farlo ancora meglio in questo libro.

Come è forse noto, i miei esperimenti anatomici iniziarono dopo l'ostensione della Sindone nel 1931, a Torino. Il P. D'Armailhacq, mio vecchio amico, che Dio ha chiamato a Sè, era venuto alla Conferenza Laennec degli studenti in Medicina di Partigli, per mostrarci le recenti fotografie, le stesse di cui mi sono servito. Egli voleva conoscere l'opinione degli anatomisti. E' dunque naturale, poichè il mio scopo iniziale (anche se in seguito si è ampliato) era di controllare la realtà anatomica delle sue impronte, che io informi il lettore almeno succintamente di questa insigne reliquia e delle appassionate discussioni da essa suscitate, anche e soprattutto tra i cattolici.

I miei studi mi hanno pure condotto a ricercare tutto quanto nell'archeologia pagana e cristiana, nei testi antichi (al di fuori delle Scritture), nella storia dell'arte può illuminarci sui particolari dell'ultimo supplizio presso i Romani: poichè i nostri carnefici erano legionari romani ed il giudice un procuratore romano. Mi è dunque lecito esporre in un libro, che non è condannato, come un opuscolo, ad essere riassuntivo, il risultato di queste mie ricerche e le loro pezze d'appoggio; non tralascierò nulla, ma eviterò qualsiasi pedanteria.

Nelle mie « Cinque piaghe » avevo omesso, per definizione, tutto quanto si riferisce alle sofferenze di Gesù precedente la Sua Crocifissione (sudor di sangue, sevizie durante la Sua detenzione, flagellazione, incoronazione di spine, trasporto della croce), le cui traccie sconvolgentï si ritrovano nella S. Sindone. Mi, è quindi necessario, per fare opera cornpleta, rispondere a tutti questi quesiti, sempre naturalmente dal punto di vista medico. Riferirò pure le mie induzioni circa la deposizione dalla Croce ed il trasporto al sepolcro, come pure le mie ricerche esegetiche (spero che gli esegeti mi perdonino), storiche e filologiche sulla Sindone e sulla Sepoltura.

Aggiungerò infine, come conclusione e sintesi delle mie idee, quella « Passione corporale » che tanta commozione ha già suscitato in coloro che sanno « compatire ». Chiedo venia al lettore, ma sono incapace di modificarla anche soltanto in parte. Senza alcuna figura retorica, essa mi è costata troppe lacrime, quando l'ho redatta di getto nel giorno della Circoncisione del 1940. Ho avuto, stendendola, una sensazione così pungente di uno specialissimo stato di grazia che, senza avere la presunzione di invocare l'aiuto dello Spirito Santo (Dio lo sa! diceva S. Paolo) non credo avrei potuto far meglio.

Infatti mi domando spesso perchè sono stato scelto per questa serie di ricerche. Da quarant'anni mi sono interessato con passione all'esegesi biblica ed ho divorato quella magnifica messe di opere che costituiscono la gloria della Chiesa di Francia, dal P. Lagrange sino al P. Grandmaison, per non citare che dei morti. Ed è utile confrontarne moltissimi, per coglierne le pagine più belle. La rnia solida formazione classica mi ha dato la possibilità di esaminare testi greci e latini, non purtroppo quelli ebraici. Ho sempre ricercato con passione nella archeologia e nella storia dell'arte dagli affreschi delle catacombe, che ho visitato e studiato a lungo, fino alle elucubrazioni dell'arte moderna le manifestazioni dello spirito cristiano. Infine sono soprattutto un chirurgo, un competente quindi in anatomia, che ho insegnato a lungo; per tredici anni ho vissuto in compagnia dei cadaveri e durante la mia carriera ho studiato a fondo l'anatomia dei viventi. Posso dunque senza presunzione scrivere la « Passione di Cristo secondo il chirurgo » diciamo il chirurgo colto, come è suo stretto dovere di essere. Penso che il lettore sorriderà di fronte a questa ingenua «Apologia pro Domo ». Essa è molto più, lo si cornprenda, una scusa per la mia audacia che una esposizione di titoli giustificativa. Poichè tutto ciò mi ha dato un tremendo desiderio di pormi tutti questi problemi e la speranza di giungere, forse, a risolverli, con l'aiuto di Dio. Inoltre non ho iniziato le me esperienze, se non dopo aver constatato che nessun mio collega vi si applicava.

Ma mi rassicuro, rileggendo quel grazioso X Capitolo dei « Fioretti », in cui frate Masseo, per mettere a prova l'umiltà del suo Maestro, ripete a S. Francesco: « Perché a tte'? Perchè a tte? » piuttosto che ad un altro?... E San Francesco risponde a frate Masseo: « Imperò che gli occhi del Altissimo Dio non hanno veduto tra i peccatori alcuno più, vile nè più insufficiente ... di me; e imperò a fare quella operazione meravigliosa... ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandezza e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si riconosca ogni virtù e ogni bene è da Lui e non dalla creatura e nessuna persona si possa gloriare in lo cospetto Suo; ma chi si gloria sì si glorii nel Signore, a cui è onore e gloria in eterno ».

Non voglio chiudere questa prefazione senza ringraziare come è mio dovere, i Missionari del S. Cuore di Issoudun ed il loro editore, il mio vecchio antico Dillen, che hanno stampato e diffuso le rnie pubblicazioni con una devozione fraterna. Non potevo fare di meglio affidando nelle loro mani questo libro: esso è già loro debitore di tanto!

Parigi, Ognissanti, 1949.

L'Autore.

 

 

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CAPITOLO PRIMO

La Santa Sindone

Ho iniziato i miei esperimenti, per stabilire se le impronte della Sindone corrispondevano alla realtà anatomica e fisiologica, in assoluta indipendenza di spirito, dispostissimo sia a dichiarare la Sindone un'assurda falsificazione, che a riconoscerne l'autenticità. Ma ho dovuto a poco a poco constatare, su tutti i punti senza eccezione, che quelle impronte erano veritiere. Anzi, quelle che in apparenza erano più strane concordavano meglio con l'esperimento. Le impronte sanguigne non erano evidentemente opera umana poteva trattarsi soltanto di decalchi di coaguli preventivamente formatisi su un corpo umano. Un artista poi non avrebbe potuto mai immaginare tutte le minuzie di queste impronte, di cui ciascuna riflette un particolare di quello che sulla coagulazione del sangue conosciamo oggi, ma che si ignorava nel XIV secolo. Anche attualmente, nessuno realizzerebbe tali immagini senza commettere qualche errore.

Questo insieme omogeneo di constatazioni, senza un solo difetto, mi ha deciso (d'accordo col calcolo delle probabilità) a dichiarare che dal punto di vista anatomofisiologico l'autenticità della Sindone è una verità scientifica.

 

A) Storia.

E' certo che, la Domenica di Resurrezione, Pietro e Giovanni hanno trovato nel Sepolcro la Sindone di Cristo. I sinottici che, al momento della sepoltura, non hanno parlato che della Sindone, ritrovano la domenica gli « othonia », i lini: la Sindone ne fa evidentemente parte. San Giovanni, che il venerdì non ha parlato che di « othonia », ritrova, la domenica, gli « othonia » e il « soudarion ». Vedremo con Lévesque che questo « soudarion » è la Sindone dell'aramaico di S. Giovanni. Se ci rifiutassimo di ammetterlo, saremmo costretti a mettere la Sindone tra gli « othonia ».

Che cosa ne hanno fatto gli apostoli? Nonostante la naturale ripugnanza dei Giudei, per cui tutto ciò che è stato toccato dalla morte è impuro, soprattutto un lino macchiato di sangue, non è possibile credere che essi non abbiano raccolto preziosamente questa reliquia della Passione dell'UomoDio. Bisogna anche pensare che l'abbiano accuratamente nascosta; era necessario metterla al riparo dalla distruzione da parte dei persecutori della giovane Chiesa. D'altronde, non si poteva pensare di proporla alla venerazione dei nuovi cristiani, tutti imbevuti dell'orrore degli antichi per l'infamia della Croce. Ritorneremo diffusamente su questo lungo periodo in cui la croce si nascondeva sotto i simboli. Vedremo come si debba giungere sino al V e VI secolo per vedere i primissimi Crocifissi, ben ingentiliti d'altronde; e al VII e VIII perché incomincino a diffondersi. Soltanto nel XIII secolo si divulgherà la devozione alla Passione corporale di Cristo.

Aggiungiamo ancora questo: non si tratta che di ipotesi, ma vedremo studiando la formazione delle impronte (v. E, 2° di questo stesso capitolo lavoro di Volckriuger), che essa è basata su un fenomeno biologico misterioso ma debitamente constatato: è probabilissimo che su quel lenzuolo che recava sin dall'inizio alcune macchie di sangue le impronte corporali non siano state visibili per moltissimi anni e che si siano « rivelate » successivamente, come. su un negativo fotografico che nasconde la sua immagine virtuale sino al bagno rivelatore.

Vi è dunque tutto un periodo oscuro in cui la Sindone non compare, in cui non può comparire. Bisogna pure che sia stata bel gelosamente nascosta, per essere sfuggita a tutte le occasioni di distruzione. Romani, Persi, Medi, Parti hanno volta a volta devastato Gerusalemme e la Palestina, massacrato o disperso i Cristiani, saccheggiato e demolito le loro Chiese. Che ne era della Sindone?

Niceforo Callisto scrive nella sua Storia della Chiesa, che l'imperatrice Pulcheria fece costruire nel 436 a Costantinopoli la Basilica di S. Maria di Blachernes e vi depose i lini sepolcrali di Gesù che erano appena stati ritrovati. Là troveremo la Sindone nel 1204 (Robert de Clari). Tuttavia nel 1171, secondo Guglielmo di Tiro, l'imperatore Manuele Commeno mostra al Re Amaury di Gerusalemme le reliquie della Passione: lancia, chiodi, spugna, corona di spine e Sindone, che egli conserva nella cappella del Boucoléon. Ora, secondo Robert de Clari, al Boucoléon si trova tutto ciò (e in più una Veronica) ma non la Sindone che è, sempre secondo Clari, a Santa Maria. Bisogna d'altra parte notare che Niceforo, morto nel 1250, scrive dopo la presa di Costantinopoli del 1204, nella quale la Sindone è scomparsa. E' dunque possibile qualche confusione.

Ma, molto tempo prima, S. Braulione Vescovo di Saragozza nel 631, uomo dotto e prudente nella sua lettera XLII all'Abate Taio (P. L., t. LXXX, 689) parla, come di una cosa conosciuta da molto tempo « de sudario quo Corpus Domini est involutum del sudario in cui il corpo del Signore fu avvolto ». E aggiunge: «La Scrittura non dice che lo si sia conservato, ma non si possono chiamare superstiziosi coloro che credono all'autenticità di questo sudario ». Un sudario che ha avvolto il corpo di Gesù non può essere che un lenzuolo: lo vedremo al capitolo della sepoltura. Dove era esso a quell'epoca?

Apriamo i tre libri dell'abate benedettino di Jona, Adamnan, « sui luoghi santi, secondo la relazione di Arculfo, vescovo francese», sez. III, cap. 1, de Sudario Domini (pubblicato da Mabillon Acta Sanctorum ordinis benedictini). Arculfo si reca in pellegrinaggio a Gerusalenune verso il 640. Egli vede e bacia il « sudarium Domini quod in sepulcro super caput ipsius fuerat positum il sudario del Signore che nel sepolcro era stato posto sul suo capo ». Sono per l'appunto le parole di S. Giovanni. Ora questo sudario è secondo Arculfo una lunga pezza di tela che misura a prima vista circa otto piedi di lunghezza. Non si tratta dunque di un fazzoletto: è il lenzuolo.

Il Ven. Beda all'inizio dell'VIII secolo segnala pure questa testimonianza di Arculfo; nella sua Storia della Chiesa (de locis sanctis). Verso il medesimo periodo S. Giovanni Damasceno segnala tra le reliquie venerate dai cristiani la « sindon ». Lo vediamo fin d'ora, « sindon » e « sudarium » sono usati indifferentemente come sinonimi.

Da tutto ciò sembra risultare che nel VII secolo la Sindone era rimasta, o ritornata, a Gerusalemme e che non fu trasferita a Costantinopoli se non più tardi. Quando? Non lo sappiamo. Forse prima del XII secolo, in cui dei pellegrini vi segnalano il « sudarium quod fuìt super caput eius » abbiamo visto, secondo Arculfo, che ciò sta ad indicare la Sindone. In ogni caso essa vi si trovava nel 1204 all'epoca della IV Crociata.

Robert de Clari, cavaliere piccardo, che partecipò alla presa di Costantinopoli nel 1204, ci conduce su un terreno già molto più solido (« La Conquète de Constantinople », ivi Classiques français du moyen àge. Ed. Champion, 1924). Robert è considerato dai critici di storia come un uomo di media istruzione, un po' ingenuo, al quale la si può dare ad intendere sulla politica degli alti baroni, da cui è lontano, sincero ma testimonio molto attento e perfettamente sincero per tutto ciò che vede di persona.

Ora egli descrive minunziosamente tutte le ricchezze e le reliquie viste da lui nei palazzi e nelle « rikes kapeles » della città; specialmente al Boucoléon, che chiama stranamente « el Bouke de Lion », e alle Blachernes. Nel Boucoléon egli ha visto, per ciò che riguarda Gesù, due frammenti della vera croce, il ferro della lancia, due chiodi, un'ampolla di sangue, una tunica, la corona. Ha visto pure (e li descrive a parte, con la lunga leggenda della loro formazione in occasione di un'apparizione di N. S. ad un santo uomo di Costantinopoli) una « toaille », un lino recante il Volto del Salvatore (come la Veronica di Roma), ed una tegola ove esso è decalcato.

Ma è alle Blachernes che trova la Santa Sindone. Tutto ciò è scritto in quell'aspra lingua d'oil del XII secolo che vive ancora nei dialetti valloni. « E tra questi altri vi fu un monastero, chiamato Signora Santa Maria delle Blachernes, ove si trovava il lenzuolo in cui fu avvolto Nostro Signore; esso ogni venerdì era sollevato verticalmente, in modo che vi si poteva vedere il Volto di Nostro Signore. E nessuno, né greco, né francese, seppe mai dove andò a finire quel lenzuolo quando la città fu presa».

La Sindone è dunque stata rubata; o trasformata in bottino di guerra, a voler essere indulgenti. Ora, secondo gli storici di Besançon, Dom Chamard in particolare, un lenzuolo corrispondente alla descrizione di Clari è consegnato nel 1208 nelle mani dell'Arcivescovo di Besançon da Ponce de la Roche, signore della Franca Contea, padre di Ottone de la Roche, uno dei principali comandanti dell'esercito borgognone Della crociata del 1204. E questo lenzuolo, che quasi certamente è il nostro, sarà venerato nella cattedrale di Santo Stefano fino al 1349. Noto di passaggio che Vignon ha emesso qualche dubbio, nel suo libro del 1938, sul soggiorno a Besançon, che però rimane molto probabile.

In quell'anno, 1349, un incendio danneggia la cattedrale, e la Sindone scompare una seconda volta: non si ritrova che il suo reliquiario. Era stata rubata; e questo fatto spiega verosimilmente la posizione falsa e le traversie che subirà, durante un secolo. Il loro ricordo la danneggia ancora nello spirito di certi storici, sempre più rari, che rifiutano di considerare il valore intrinseco del documento e di esaminarne le impronte, sotto il pretesto che a priori non può trattarsi che di un falso. Sarebbe come rifiutarsi di studiare la luna, perché ne vedremo sempre soltanto una metà!

La Sindone ricompare dopo otto anni, nel 1357, come possesso del conte Geoffroy de Charny, a lui donata dal re Filippo VI, il quale l'avrebbe ricevuta dal ladro, che si suppone essere un Vergy. Charny la depone nella collegiata di Lirey (diocesi di Troyes), da lui fondata qualche anno prima. Ora, press'a poco nello stesso periodo, ricompare a Besancon un'altra Sindone, di cui abbiamo numerose copie e che era evidentemente una cattiva e incompleta riproduzione dipinta di quella di Lirey. (Ed è quanto dimostrarono, senza difficoltà, gli inviati del Comitato di Salute Pubblica, che la distrussero d'accordo col clero della Cattedrale nel 1794).

La Sindone di Lirey fu nondimeno esposta all'ostilità dei vescovi di Troyes, prima Ileuri de Poitiers e trent'anni dopo Pierre d'Arcy che si opposero alla sua ostensione da parte dei cattolici di Lirey. Essi si lamentavano del fatto che i fedeli disertavano le reliquie di Troyes per correre in massa a Lirey. I Charny ripresero tosto la reliquia e la conservarono per trent'anni.

Nel 1389, essi espongono la loro causa al legato del nuovo Papa d'Avignone (quel Clemente VII che aveva aperto lo scisma d'occidente), poi allo stesso antipapa. Entrambi autorizzano l'ostensione, nonostante il divieto del vescovo Pierre d'Arcy. Poi in seguito ai reclami di quest'ultimo, Clemente VII finisce per decidere che il vescovo non potrà, più opporsi alle ostensioni, ma verrà dichiarato ogni volta trattarsi di un dipinto rappresentante il vero sudario di Nostro Signore.

Pierre d'A rcy, nei suoi memoriali a Clemente, reca accuse gravi ed astiose di simonia contro i canonici di Lirey. Egli pretende d'altra parte che il suo predecessore avrebbe condotto un'inchiesta e ricevuto le confessioni del pittore autore del lenzuolo.

Non si è mai trovata traccia di questa inchiesta né di queste confessioni: se un pittore vi fu, molto verosimilmente si tratta di colui che ha copiato il lenzuolo di Lirey per fare quello di Besançon. In effetti, tutte queste decisioni sono state motivate soltanto da questioni di interesse particolare e dal silenzio dei Vangeli sull'esistenza delle impronte. Non sembra che il documento sia mai stato esaminato in se stesso senza parzialità: si sarebbe visto, come lo si vede al giorno d'oggi, che non porta traccia di pittura. Ma pare che lo pseudopapa Clemente VII non si sia mai preoccupato di farlo esaminare.

E' molto difficile riassumere queste dispute un poco sordide; ma sembra risultare da esse che la povera Sindone aveva un solo torto: quello di non possedere le sue «credenziali». Come dunque le avrebbe avute, se la sua presenza a Lirey era il risultato di due furti, di cui il secondo comprometteva lo stesso re di Francia come ricettatore? Ed è quest'assenza di « carta di identità » che si obietterà ovunque all'ultimo possessore, Marguerite de Charuy, quando essa la porterà in Belgio a Chimay. Per cui, dopo molte peregrinazioni, essa ne farà dono ad Anna di Lusignano, moglie del Duca di Savoia.

Così giunge a Chambéry e diviene (com'è tuttora) proprietà di Casa Savoia. Dio voglia che essa giunga un giorno in porto, nelle mani del Sommo Pontefice, successore di S. Pietro e Vicario di Gesù Cristo, l'unica persona al mondo a cuì questo possesso si addice!

La storia della Sindone è da allora notissima. Il duca di Savoia fa, costruire una santa cappella a Chambéry. Le ostensioni si susseguono e, secondo il cronista Antoine de Lalaing, le si fanno subire strane prove per assicurarsi della sua autenticità: la si fa bollire nell'olio e la si mette in bucato molte volte senza poter cancellare le sue impronte. Idea spaventosa, se la cronaca è veritiera, ma che suppone una selvaggia volontà di certezza.

Come se gli uomini non bastassero, un incendio scoppia nella S. Cappella, nel 1532, e minaccia di distruggere la reliquia. Una goccia d'argento fuso brucia un angolo del Lenzuolo piegato nel suo reliquiario e lo dissemina così di due serie di bruciature, che ritroveremo disposte ad uguale distanza. Fortunatamente questi buchi sono ai due lati dell'impronta centrale. L'acqua usata per spegnere l'incendio ha lasciato dei larghi cerchi simmetrici su tutta la superficie della Sindone. E' il suo secondo incendio, dopo il suo secondo furto.

La Sindone vaga ancora molto, seguendo le vicissitudini politiche del suo proprietario: giunge infine, nel 1578 a Torino, dove S. Carlo Borromeo la venera. Egli aveva fatto voto di andare sino a Chambéry, ma il duca di Savoia gli risparmiò la traversata delle Alpi, per cui si portò a piedi soltanto da Milano a Torino.

Essa fu poi deposta nella Santa Cappella annessa alla Cattedrale di S. Giovanni, dove viene esposta molto raramente. L'ostensione dipende da un permesso di Casa Savoia che non ne è molto prodiga. Le più recenti ebbero luogo nel 1898 (prima fotografia), nel 1931 e nel 1933: quest'ultima fu ottenuta in occasione del centenario tradizionale (ma probabilmente inesatto) della morte di Gesù.

 

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B) La Santa Sindone e i Papi.

Abbiamo visto l'atteggiamento ambiguo e manifestamente politico dell'antipapa Clemente VII. Lo storico ipercritico Ulysse Chevalier, che sembra attribuire un'importanza così grande alla opinione oscillante di questo Papa, poichè crede di trovarvi un argomento contro la Sindone, avrebbe potuto, con assoluta, imparzialità, mettere in riscontro la costante venerazione dei successivi pontefici legittimi. Da quando la Sindone si è stabilita a Chambéry, Paolo II erige in Collegiata, con dodici canonici, la chiesa in cui il duca Amedeo IX l'ha posta, e Sisto IV nel 1480 le decreta il titolo di Santa Cappella. Giulio II nel 1506 accorda alla Sindone una messa ed un ufficio proprio, per la sua festa fissata al 4 di maggio. Leone X estende questa festa a tutta la Savoia e Gregorio XIII al Piemonte, con la concessione di un'indulgenza plenaria ai suoi pellegrini.

Tutti, nei loro scritti solenni, attestano che questa Sindone è proprio quella in cui Gesù fu messo nel sepolcro e tutti aggiungono che le reliquie dell'Umanità del Salvatore che vi sono contenute, cioè il Suo Sangue, meritano ed esigono di essere venerate ed adorate. Si tratta esattamente di quel culto di latria contro cui si scagliavano violentemente i due vescovi di Troyes, approvati infine dall'antipapa Clemente VII. E questo è tanto più importante in quanto molte decisioni prese dagli antipapi di Avignone sono state ratificate, terminato lo scisma, dai loro legittimi successori romani.

Bisognerebbe citarli quasi tutti per elencare i segni di venerazione da loro prodigati, le indulgenze concesse o confermate al suo riguardo. Pio VII le si prostrava solennemente davanti nel 1874, rientrando trionfalmente nei suoi Stati; e Leone XIII manifestava la sua gioia e la, sua emozione nel vedere la prima fotografia della Sindone nel 1898.

Giungiamo così, per non parlare del nostro amatissimo Papa attuale prima che non l'abbia fatto lui stesso S. S. Pio XI di v. m. Coloro che l'hanno avvicinato, ed io ho avuto questo onore, sanno quale rigorosa ed esigente precisione scientifica egli avesse in uno spirito meravigliosamente lucido: non lo si accontentava se non con buone ragioni solidamente costruite su fatti. Mons. Ratti aveva visto l'ostensione del 1898 e ricordava la flessibilità della stoffa, la finezza delle sfumature, l'assenza di ogni residuo colorante e l'impeccabilità dell'anatomia di quel corpo. Ma era vissuto a lungo nella Biblioteca Ambrosiana, ove regnava sovrano lo spirito dei Bollandisti, grandi distruttori di false reliquie e di finte leggende, ed era rotto a questa disciplina, talvolta un po' feroce. Ora, a partire dal 1931, possiede e studia le fotografie di Enrie e le tiene a portata di mano, secondo la sua abitudine. Legge tutto ciò che compare sull'argomento, in particolare le mie « Cinque Piaghe » (l'ho saputo da fonte attendibilissima), e lo fa come sempre, penna alla mano, prendendo degli appunti; mi farà, anche l'onore di desiderare una mia visita. Esamina il problema sotto tutti gli aspetti, come sa farlo, coscienziosamente, scientificamente, lentamente. Non ignora affatto le difficoltà storiche: è la sua specialità ed ha a disposizione gli archivi del Vaticano, di cui è stato il sovraintendente, così come i papi del XVI secolo avevano gli archivi di Avignone.

Ma, come ha scritto il P. d'Armailhacq, « la Provvidenza aveva stabilito che, tra i papi, a promuovere la sentenza sarebbe stato quello più autorizzato, quello meno sospetto dì ingenua pietà, quello meglio documentato ». Questa sentenza, intendiamoci, non ha nulla di dogmatico, di infallibile. Si tratta di una semplice opinione di ordine scientifico; ma acquista tutto il suo valore dalla personalità eminente dell'uomo, unita alla dignità del Pontefice.

Dopo cinque anni di lavoro e di meditazione, la sua opinione è decisa e, come è sua abitudine, coglie la, prima occasione per manifestarla pubblicamente: egli conduce, con un giro di frasi talvolta imprevisto, la sua allocuzione all'argomento che gli sta a cuore.

Il 5 settembre 1936, ricevendo un pellegrinaggio di giovani di A. C. di ritorno dal Santuario della Madonna di Pompei, distribuisce, come ricordo, delle immagini della Sindone e dice, dopo aver parlato della Vergine Santa: « ... sono immagini del Divin Figlio Suo e perciò, già si può dire, le immagini più suggestive, più belle, più care che si possano immaginare. Esse vengono proprio da quell'ancor misterioso oggetto, ma certamente non di fattura umana (questo già si può dir dimostrato) che è la Sindone di Torino. Dicevamo misterioso, perchè ancora molto mistero avvolge quella sacra cosa: ma certo è sacra cosa come forse nessun'altra: e sicuramente (per quanto ormai si può dire consti nel modo più positivo, anche a prescindere da ogni idea di fede e di pietà cristiana) non è opera umana » (Osservatore Romano, 8 settembre 1936).

Questa convinzione doveva conservarla sino alla morte. Egli la formulava negli stessi termini il 23 settembre dello stesso anno, ai collaboratori di « Vie Spirituelle ». Poco tempo prima della morte, il 3 febbraio 1939, in una solenne udienza che celebrava tanti anniversari per lui molto importanti, distribuiva ancora delle immagini del Santo Volto della Sindone.

In verità, questo storico erudito, quest'uomo di scienza aveva non solo acconsentito a guardare le impronte della Sindone, ma aveva voluto studiarle. Egli non avrebbe certo controfirmato questa, frase che mi affligge; essa è del buon P. de Jerphanion, di cui ho divorato con passione lo splendido lavoro sulle chiese rupestri di Cappadocia: « Deliberatamente evitiamo di soffermarci» (sono io a sottolineare) « su tutta una serie di deduzioni mediante le quali ci si mostra come, sulla Sindone, delle impronte e delle tracce di ogni specie corrispondono alle minime circostanze della Passione e della Sepoltura di Cristo». Un tale scetticismo aprioristico è scientificamente ingiustificabile e non può essere che sterile.

Veramente degna di una persona dotta, a qualsiasi disciplina appartenga, mi pare invece la posizione esattamente opposta. Tutte le reliquie traggono la prova della loro autenticità soltanto dai documenti, dalle attestazioni solenni, dalle « credenziali » che le accompagnano: vorrei d'altronde sapere per quante di queste reliquie le « credenziali » risalgono alle loro origini. Viceversa, una sola al mondo conserverebbe intero il suo valore anche se non avesse nessuna base storica, e ciò perché le prove della sua autenticità sono intrinseche; essa le reca in se stessa: questa reliquia è la Santa Sindone.

Soffermiamoci dunque sulle impronte e sulle tracce in essa contenute.

 

C) Descrizioni generali

1) La tela.

La Sindone è una pezza di lino larga m. 1,10 e lunga m. 4,36. Vignon aveva formulato l'ipotesi che questa lunghezza fosse stata una volta più considerevole e che la Sindone fosse stata accorciata da prelievi all'estremità dell'immagine anteriore, fatti dagli imperatori di Bisanzio in vista di doni. Sembra però, come scrivono Antoine Legrand ed il P. d'Armailhacq (Dossiers du Saint Suaire, nov. 1939) che non manchi nulla all'estremità della Sindone. L'esame più preciso dell'immagine anteriore delle gambe, mostra infatti che è completa e giunge sino alla punta dei piedi (vedi cap. VI in fine).

Viceversa a questo livello si ebbe un prelievo laterale che è stato colmato da una pezza simile a quelle usate dalle Clarisse per le bruciature.

Si è potuta studiare facilmente la struttura di questa tela, grazie alle fotografie ad ingrandimento diretto di Enrie, (che danno una superficie ingrandita sette volte), le quali si possono esaminare in tutti i particolari, meglio che con la lente; questo hanno fatto giudici competenti in Francia ed in Italia. Risulta da questa perizia che si tratta di una saja di lino a diagonale a 45°, a spina di pesce. La confezione del suo intreccio « 3 sopra ed 1 sotto » necessita di un telaio a 4 pedali. Secondo Timossi, perito tessile di Torino, la sua composizione nel senso dell'ordito è di circa 40 fili per cm. e nel senso della trama è di circa 27 inserzioni per cm. E' un tessuto di puro lino, fitto e opaco, fatto con qualità di filato lavorato non finemente ed a fibra grezza. Questo è molto interessante, poiché l'esame fotografico del tessuto ha dimostrato che tutte le immagini della Sindone risultano da una semplice impregnazione dei fili: impregnazione facilitata dalla proprietà caratteristica del lino di essere un eccellente assorbente. Questo esame elimina definitivamente l'ipotesi cento volte ripetuta di una pittura e cioè di un falso. Ritorneremo sulla posizione di ripiego degli avversari che ne vogliono fare una tintura.

Si può affermare in via assoluta che un tessuto di tale tipo, fosse in uso ai tempi di Gesù. Si sono infatti trovate delle saje analoghe a Palmira e a lloura Európos; sembra anche il centro d'origine di queste tessiture fosse l'Aram, particolarmente la Siria. Si doveva dunque trovare facilmente in vendita a Gerusalemme, nell'anno 30. Si sono scoperte ad Antinoe delle pezze di lino della stessa larghezza e sensibilmente più lunghe (v. studio dettagliato in Vignon, Saint Suaire, 1938).

 

2) Le bruciature.

Ciò che colpisce sempre a prima vista e mette in imbarazzo chi inizia lo studio delle impronte, sono le tracce di bruciature disposte ai due lati dell'immagine centrale: la loro tinta più intensa e più nera offusca un poco le impronte, molto meno cariche. Le più importanti sono situate in due serie di sei ed hanno la stessa forma e le stesse dimensioni, eccetto le quattro estreme che sono parziali; se ne deduce facilmente la ripiegatura nei due sensi, lunghezza e larghezza, che conduceva ad una serie di ventiquattro strati. La bruciatura, producendosi su un angolo della tela piegata in rettangolo nel reliquiario, ha intaccato tutti gli strati e prodotto le due serie di fori. Fortunatamente si trattava di un angolo vicino ai margini laterali, per cui è rimasto intatto quasi tutto il rettangolo centrale e sono state distrutte soltanto le spalle e le braccia sull'impronta anteriore.

Queste bruciature, che sono circondate da una colorazione rossastra, come la traccia d'un ferro troppo caldo, avevano corroso una parte della tela nel loro centro: queste parti sono state sostituite da nuove pezze, ad opera delle Clarisse di Chambéry. L'acqua usata per spegnere si è diffusa sulla tela, spingendo nell'angolo un alone carbonioso e producendo larghe zone cerchiate, anch'esse disposte in serie simmetrica, ma mediana.

Sulle stesse linee di quelle grosse esistono altre bruciature più piccole, in serie di macchioline rotonde e rossastre. Esse devono attribuirsi ad un altro precedente incendio: si ritrovano infatti su una copia eseguita nel 1516 e rimasta a Lierre, in Belgio, anteriore quindi all'incendio di Chambéry (forse incendio di Besançon).

 

3) Le pieghe.

Oltre quelle dalle bruciature, si può a prima vista essere fuorviati da un certo numero di linee trasversali (nere sul positivo, bianche sul facsimile del negativo) che tagliano le immagini. Si tratta semplicemente di pieghe della stoffa, che non è stato possibile eliminare quando la si è tesa nella sua cornice leggera. I tratti neri sono le ombre di queste pieghe.

 

4) Le impronte corporali.

Sulla parte mediana della Sindone, si vedono due impronte d'un corpo che si contrappongono per le teste, le quali non si toccano. L'una è l'immagine anteriore d'un corpo, l'altra quella posteriore. Se si suppone trattarsi di una impronta prodotta da un cadavere, la spiegazione è semplicissima. Il corpo è stato coricato supino su una metà della lunghezza della Sindone, che è stata ripiegata in seguito, al di sopra del capo, sulla superficie anteriore del cadavere sino ai piedi. Una miniatura attribuita a G. B. della Rovere, XVII secolo, rappresenta questa operazione in modo perfetto. Si vede subito che, poichè il corpo imprime la sua immagine sulla Sindone, questa deve essere invertita sulle due impronte.

Bisogna subito fissarsi in mente questo: Guardando un uomo in piedi con il volto verso di voi, il suo lato destro è alla vostra sinistra, e viceversa. Guardandolo di schiena il suo lato destro è alla vostra destra, e viceversa. E' quanto vedrete nel facsimile del negativo fotografico che, invertendo l'immagine della Sindone, vi presenta il cadavere stesso. Ma nella Sindone, che è un'impressione, o su un positivo fotografico, l'immagine anteriore si presenterà come se voi vi guardaste in uno specchio: il suo lato destro, la piaga del cuore saranno alla vostra destra, e viceversa. Analogamente sull'immagine dorsale il lato sinistro sarà alla vostra destra e viceversa.

Il color bistro di queste impronte è dovuto, l'abbiamo già detto, all'imbrunimento individuale di ogni filo, più o meno impregnato.

L'insieme rivela una anatomia perfettamente proporzionata, elegante e robusta di un uomo che misura circa un metro e 80. Il volto, malgrado lo strano aspetto di tutte queste impronte che dà già ad un fotografo l'impressione di un negativo, è bello ed imponente, incorniciato da due masse di capelli che sembrano un poco spinte in avanti. Probabilmente la, fascia che manteneva chiusa la bocca doveva passare dietro queste masse: all'estremità del cranio essa doveva allontanare la Sindone, donde lo spazio libero tra le due immagini, dorsale e ventrale, del capo.

Gli arti inferiori si vedono molto distintamente sull'immagine dorsale, e terminano con una perfetta impronta del piede destro. Sull'impronta anteriore le gambe sfumano nella loro parte inferiore, come se il lenzuolo fosse teso a distanza dal collo dei piedi. Ma vedremo tutti questi particolari studiando le piaghe ad una ad una.

Ciò che colpisce nell'insieme di queste impronte corporali è la sorprendente impressione di rilievo che esse dànno. Non c'è un tratto, un contorno, un'ombra: e tuttavia le forme si staccano stranamente dal fondo. Questo è d'altronde confermato da un fatto: non ho mai visto nessuna copia, pittura o disegno, che somigli al Volto della Sindone. Viceversa, la medaglia in bassorilievo, che ne ha fatto il mio amico Dott. Villandre, lo richiama in un modo impressionante.

 

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5) Le impronte sanguigne.

Si ritrovano dappertutto e le studieremo a lungo nei loro particolari: piaghe della flagellazione, dell'incoronazione, di tutte le sevizie del processo, del trasporto della Croce, della crocifissione, fino a quel colpo di lancia inferto ad un cadavere che, in due momenti successivi, ha vuotato le vene del loro sangue. Tutte queste impronte sanguigne hanno una speciale colorazione che spicca sul bistro del corpo. Sono carminie, un poco color malva, più o meno intense o cupe secondo le piaghe, ed anche sulla superficie di una stessa piaga, il che dà un'impressione, talvolta sorprendente, di spessore variabile, come se si vedesse il rilievo del coagulo.

Altra particolarità importante: mentre sull'impronta del corpo tutto è in chiaroscuro, con sfumatura insensibile e margini impercettibili, i decalchi sanguigni hanno dei limiti molto più precisi, che sembrano anche nettissimi su fotografie in formato ridotto. Essi tuttavia sulle fotografie a grandezza naturale pur conservando questa nitidezza e dando quell'impressione di maggior spessore sui margini si vedono talvolta come circondati da un'aureola molto più pallida, una specie di alone. Ciò è dovuto, lo vedremo, forse, al siero che trasuda da un coagulo ancora fresco, formatosi sulla pelle.

Sull'argomento delle immagini sanguigne, c'è un dato di fondamentale importanza su cui ritornerò altre volte. Ma lo debbo sin d'ora sottolineare, perché difficilmente lo capisce un profano che non sia vissuto a contatto col sangue.

Ciò che colpisce a prima vista un chirurgo, e si conferma in seguito con uno studio più attento, è l'aspetto evidente di coaguli formatisi su di una pelle, presentato da tutti questi decalchi! Vedete! si tratta d'una cosa per me talmente evidente che, senza pensarvi, vi parlo già di decalchi. Le impronte sanguigne, lo vedremo, si sono formate in tale modo.

Quando, nel maggio del 1933, scrivevo il mio primo articolo sulle piaghe delle mani, non avevo come documenti, d'altronde eccellenti, se non delle fotografie. Tutte le immagini erano quindi soltanto dei « neri » più o meno cupi. Gli Autori (specialmente Noguier de Malijay) insistevano sulla monocromia della Sindone, nonostante antiche e rispettabili testimonianze, come quella delle Clarisse di Chambery. Così, dopo aver visto la Sindone in pieno giorno nel 1933, ho scritto, nella prima edizione delle « Cinque piaghe di Cristo » la, seguente testimonianza: « Durante l'ultima ostensione, avvenuta nel 1933 per concessione straordinaria in occasione dell'anno giubilare della Passione, sono andato a Torino ed ho potuto, il 14 ottobre, studiare a lungo la Sindone come era esposta nella Cattedrale al di sopra dell'altar maggiore, nella sua monumentale cornice, illuminata da forti riflettori elettrici. ....L'immagine si presentava esattamente come era stata descritta, di color bistro; le piaghe erano semplicemente più cupe del resto, distaccandosi più o meno sull'insieme dei contorni umani. »« Ma la domenica 15 ottobre, giorno della chiusura, si tolse la reliquia dalla pesante cornice in cui era stata esposta sotto vetro e 25 prelati la portarono solennemente nella sua cornice leggera fin sulla scalinata della cattedrale, per esporla alla venerazione dell'immensa folla ammassata nella piazza, dietro un doppio cordone di soldati con le armi al piede. Io ero davanti a loro, sui gradini della scalinata, e Sua Em.za il Card. Fossati, Arcivescovo di Torino, ebbe la bontà di far deporre la cornice al margine della scalinata per alcuni minuti, affinché potessimo osservare attentamente...... Il sole era appena sceso dietro le case dall'altro lato della piazza: la luce viva, ma diffusa, era l'ideale per l'osservazione. Ho quindi visto la Sindone in pieno giorno, senza interposizione di vetro, a meno di un metro di distanza, ed ho provato improvvisamente una delle più forti emozioni della mia vita, poiché ho visto, senza aspettarmelo, che tutte le impronte delle piaghe avevano un colore nettamente diverso dall'insieme del corpo: e questo colore era quello di un sangue essiccato che avesse impregnato la stoffa. Non si trattava dunque, come per il resto, di un imbrunimento del Lenzuolo riproducente il rilievo del cadavere. »

« Il sangue stesso aveva colorato la stoffa per contatto diretto; ed ecco perché le impronte delle piaghe sono positive mentre tutto il resto è negativo. »

« La tinta esatta era, difflcile a definirsi da parte di un profano della pittura, ma il fondo era rosso (carminiomalva, diceva Vignon che era un fine intenditore di colori), più o meno sbiadito secondo le piaghe; più accentuato al costato, al capo, alle mani ed ai piedi; più pallido, ma percettibilissimo, sulle innumerevoli piaghe della flagellazione... Ma il chirurgo si rendeva conto, fuor d'ogni dubbio, che era sangue quello che aveva impregnato questo lino e questo sangue era il Sangue di Cristo! »

« Conosco gli italiani da lunga data e le loro vivaci reazioni mi sono molto simpatiche; ma confesso che quel giorno fui sorpreso: la folla si mise ad applaudire.

« Quanto a me, sconvolto nel mio animo di cattolico e di chirurgo da questa inattesa rivelazione, soggiogato da quella presenza reale che si imponeva a me come un'evidenza, piegai le ginocchia ed adorai in silenzio».

Mi hanno rimproverato, con un'intenzione ironica che mi rattrista per i suoi autori, questa frase: « Il chirurgo si rendeva conto, fuor d'ognì dubbio, che era sangue quello che aveva impregnato questa tela». Ho forse peccato di eccesso di concisione, ma sono meno ingenuo di quanto sembri: o piuttosto, vi sono persone che non sanno leggere ed altre che non vogliono leggere. Ho dunque aggiunto nella seconda edizione questo piccolo paragrafo.

Ben inteso, una prova rigorosamente scientifica che queste macchie sono di sangue esigerebbe (se fossero permessi) degli esami fisici o clinici: per esempio, la ricerca spettroscopica delle righe dell'emoglobina o dei suoi derivati. Ma poiché è provato che le altre impronte non sono opera umana e che la Sindone ha contenuto un cadavere, queste tracce di piaghe, talmente ricche di particolari tanto ieri quanto ieri previsti, possono essere colorate con altro che non sia sangue?

Potendo svolgere l'argomento in questo libro più e meglio che in un opuscolo, svilupperò il mio pensiero, tanto più che esso mi condurrà ad insistere su un dato fondamentale per la comprensione di queste impronte sanguigne: quello stesso della loro formazione.

Lo studieremo tra poco all'articolo E, 1° di questo stesso capitolo.

 

D) Fotografie.

Su questo argomento non voglio dare che le indicazioni essenziali. Al lettore che voglia interessarsene consiglio il libro del mio amico Giuseppe Enrie, fotografo ufficiale della Sindone, a cui dobbiamo così preziosi strumenti di lavoro: « La Santa Sindone rivelata dalla fotografia » (Ed. S.E.I., Torino).

 

1) Tecnica.

L'Enrie ha eseguito dodici fotografie, di cui otto della Sindone tolta dalla sua cornice ed esposta, senza vetro, ad una illuminazione di 16.000 candele, sapientemente ripartite. Tre contengono l'insieme della tela: di esse la maggiore è di formato 1,2 per 47, su lastra 40 per 50. Le altre sono fotografie di particolari: due Santi Volti, di cui uno di grandezza 2/3 dell'originale e l'altro in grandezza naturale; un Santo Volto con la parte superiore del busto (grandezza 2/3) formato 40 per 50; un dorso, formato 40 per 50. Infine una fotografia ad ingrandimento diretto della piaga della mano, ingrandita sette volte in superficie, che ci permette di studiare la trama del tessuto in tutti i suoi particolari. La, dodicesima dà l'insieme dell'ostensione.

Tutti i negativi erano presi su lastre ortocromatiche. I tecnici troveranno tutti i particolari nel libro dell'Enrie. Aggiungiamo che naturalmente questi negativi non hanno ricevuto nessun ritocco e non hanno subito altro trattamento se non il normale sviluppo. Senza parlare della coscienza scrupolosa del mio amico Enrie, il fatto è stato autenticato davanti ad un notaio, da una commissione di periti fotografi. Tutte le riproduzioni sono vistate per autenticità da Sua Em.za il Card. Fossati, Arcivescovo di Torino. D'altronde tutti i particolari di queste fotografie ufficiali sono confermati dai numerosi negativi di dilettanti presi durante l'ostensione del 1931 e del 1933, ed anche all'aperto il giorno della chiusura: io ne so qualche cosa.

Riassumo dunque rapidamente ciò che si vede su queste fotografie.

 

2) Risultati.

In poche parole, sul negativo fotografico le impronte del corpo sono decisamente positive, come è positiva ogni fotografia di qualsiasi oggetto usualmente ottenuta sulla carta. Qui, viceversa, la fotografia su carta dà l'immagine corporale in negativo, perché riproduce delle impronte che sulla Sindone sono negative. Il conio impresso sulla Sindone è dunque un'immagine negativa: essa ha tutte le caratteristiche di un negativo fotografico sul quale tutti i valori si presentano invertiti: il nero in bianco, il bianco in nero. L'unica differenza è che la Sindone, immagine negativa, non presenta nessuna ombra, portata, come se ne trova sempre sulle fotografie degli oggetti fotografati.

Viceversa, e questo è fondamentale ed evidente, le bruciature ed anche tutte le impronte sanguigne sono chiaramente positive sulla Sindone: quindi sul negativo fotografico, esse risultano tutte in bianco. Sono dunque sulla Sindone delle immagini positive normali. Il fondo della tela, naturalmente, diventa nero sul negativo.

Da tutto ciò deriva una conseguenza fondamentale: le impronte del corpo si sono prodotte con un procedimento che, se è naturale, come pensiamo, ha qualche analogia con il fenomeno fotografico. Le impronte sanguigne al contrario hanno potuto prodursi soltanto per contatto diretto; si tratta di decalchi di coaguli; e su questo ritorneremo.

Non mi è possibile riassumere chiaramente tutte le considerazioni dell'Enrie; bisogna leggere il suo libro. Una parola tuttavia per spiegare che le riproduzioni dei suoi negativi fotografici (quelli che ci danno un aspetto positivo normale del Santo Volto, per esempio) partecipano della impeccabilità dei negativi originali; anche qui, nessuna manipolazione. Si imprime il negativo non su carta ma su di una lastra sensibile (come nelle diapositive che si guardano per trasparenza). E' questa diapositiva (su cui la Sindone appare, come un positivo su carta, nel suo aspetto reale) che serve alla stessa guisa di un negativo normale per stampare delle copie su carta del negativo primitivo.

 

3) Conclusioni.

Voglio soltanto riprodurre qui le conclusioni poste dall'Enrie stesso:

a) L'esattezza dei valori negativi dell'impronta è assoluta, e le caratteristiche di questa singolare immagine, non manuale, sono mantenute in tutti i suoi punti salvo che per le macchie di sangue.

b) E' esclusa l'esistenza di tracce di sedimento di colore, di segni di pennello, o altri artifici di disegnatore o falsario.

c) Il chiaroscuro è ovunque distribuito senza contorni, senza tratti o punteggiature, ma con particolari sfumature e gradazioni soffuse che ricordano i procedimenti fotografici.

d) Le macchie di sangue, che sono positive sulla immagine negativa del Redentore sono invece fortemente segnate e presentano la caratteristica della impressione formatasi per un contatto: presentano anche delle naturali irregolarità nella loro struttura.

e) L'anatomia e il modellato sono veridici e corretti i caratteri fisionomici rivelano distinzione di personalità e di razza; non sono alterati da gravi tumefazioni, no da frattura del naso, come erasi ritenuto sulla fotografia del 1898, per la quale il tessuto della Sindone non era stato accuratamente disteso. (Enrie mi perdonerà; ma oltre le escoriazioni e le piaghe, vi è una tumefazione della regione zigomatica destra e una frattura della cartilagine dorsale del naso).

f) Le parti corrispondenti alle ombre sono esenti assolutamente dalle impressioni, perché lasciano vedere la tela intatta.

g) Il facsimile del negativo fotografico di questo volto mette in risalto l'esattezza meravigliosa dei valori negativi dell'impronta, perché ci rivela non solo una forma, ma un suo contenuto spirituale: l'espressione.

Non voglio insistere su questa ultima conclusione. Lascio contemplare le immagini al lettore: esse sono più eloquenti di quanto non saprei essere io. In questo Volto, nettamente semitico, si trova, malgrado le torture e le piaghe, una così serena maestà che ne sprigiona una impressione indicibile. Bisogna per comprenderlo, ricordarsi che se in questo corpo l'Umanità è morta, la Divinità rimane presente con la certezza della risurrezione vicina.

Nessun artista ha mai realizzato un Volto che si avvicini a questo. Ed io non ho la crudeltà di evocare le copie o le imitazioni che se ne sono purtroppo volute fare e neppure i ritocchi che ne cancellano le pieghe. Come diceva Virgilio a Dante nel suo Inferno, « non ragioniam di lor, ma guarda e passa ».

 

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E) Formazione delle impronte.

1) Impronte sanguigne.

Incominceremo da esse, poiché in realtà sono le sole di cui possiamo in modo certo e quasi completo immaginare la formazione. Questo « quasi», un cristiano l'avrà indovinato, richiama le circostanze della Risurrezione, la quale è un mistero. Gli stessi ipercritici non esigeranno che io fornisca loro una spiegazione scientifica.

Le tracce di sangue sulla Sindone non sono, come le impronte corporali, delle immagini grafiche. Non dico fotografiche, perché, ignorando il modo di formazione delle impronte corporali, non sappiamo se una luce vi ha preso parte; esse sono in ogni caso, l'abbiamo visto, molto vicine ai negativi fotografici. Le impronte di sangue non sono immagini, sono decalchi: esse si sono formate con del sangue. Ma sotto quale forma? Sangue liquido o sangue coagulato? Grumi già secchi o coaguli recenti in atto di trasudare il loro siero?

Scartiamo subito un'idea falsa che si traduce in una espressione troppo spesso da me udita sulla bocca di uno dei più antichi e più decisi difensori della Sindone: « Una colata di coaguli ». Pur aspettandomela, trasalivo ogni volta che la sentivo. No, un coagulo formatosi sulla pelle vi aderisce e vi si dissecca.

Inoltre un coagulo non si forma mai nel corpo, più esattamente nelle vene, in cui il sangue rimane sempre liquido. Il « trombo » che si forma nelle vene colpite da flebite è anatomicamente tutt'altra cosa: esso si produce soltanto in vene ammalate e questo non è il nostro caso.

Il sangue (vi ritorneremo a proposito della piaga del cuore) rimane liquido nei cadaveri. Esso si raccoglie nelle vene; alla morte, le arterie si vuotano nei capillari e nelle vene, in seguito alle ultime contrazioni dei ventricoli ed alla loro propria elasticità. Nelle vene esso rimane liquido per un tempo molto lungo, praticamente fino alla putrefazione e vi rimane persino vivente per alcune ore, cosicché lo si può anche trasfondere in un individuo vivente.

Se si raccoglie in un recipiente il sangue che esce dalle vene attraverso una ferita, lo si vede coagulare rapidamente, cioè rapprendersi in una specie di gelatina rossa che è chiamata coagulo. Questo coagulo è dovuto alla trasformazione d'una sostanza disciolta nel sangue, il fibrinogeno; in una sostanza solida, la fibrina, la quale racchiude nelle sue maglie i globuli del sangue, donde il suo colore rosso. La coagulazione si produce in un tempo molto breve, non superiore ad alcuni minuti. In un secondo tempo, il coagulo si ritrae e trasuda la sua parte liquida, il siero. Poi a poco a poco si essicca.

Quindi se il sangue, in un vivente o in un morto, esce da una ferita cutanea, in buona parte scende liquido sulla pelle e, secondo il peso, può cadere per terra; in parte, a causa della sua viscosità, rimane aderente alla pelle (in quantità, maggiore se essa è disposta su un piano orizzontale) e su di essa coagula rapidamente. Continuando la fuoruscita, nuovi strati di sangue liquido si sovrappongono ai precedenti e vi coagulano successivamente; se il sangue incontra nella sua discesa un ostacolo, si accumula a monte di esso: ne consegue che a questo livello il coagulo diventa più spesso.

La retrazione del coagulo, con trasudazione del siero ed essiccazione, si produce sulla pelle come nel recipiente. Ma, essendo la superficie estesa e lo spessore minimo, questa essicazione è evidentemente più rapida.

Naturalmente dò queste spiegazioni elementari per i profani. Esse mi sono parse indispensabili, dopo aver così spesso constatato gravi incomprensioni anche in gente molto colta. Si capisce dunque come la Sindone abbia potuto essere macchiata sia da sangue liquido, sia da coaguli ancor freschi ed umidi, sia da coaguli essiccati. Si vede pure che attorno al coagulo, se è ancora fresco, essa ha potuto essere macchiata dal siero che ne trasuda. A quale di questi casi corrispondono le nostre impronte sanguigne?

Il sangue liquido è un' eccezione, forse unica: forse possiamo parlarne soltanto per le colate che si sono prodotte dai fori dei piedi, durante il trasporto e nel sepolcro, in direzione dei calcagni. La maggior parte si è d'altronde coagulata sulle piante e questi coaguli si sono impressi sulla Sindone mentre erano ancora freschi. Tuttavia, una parte è colata al di fuori dei piedi, nelle pieghe della tela e le ha attraversate da una parte all'altra per dare origine, come vedremo, ad impronte simmetriche.

Alcuni coaguli dovevano essere ancor abbastanza freschi per rimanere umidi. E' forse il caso del grande coagulo anteriore della piaga del cuore, a causa del suo spessore. E' sicuramente il caso dei coaguli della grande colata trasversale posteriore (vedi Cap. VIII), coaguli formatisi nella profondità delle pieghe di un lenzuolo ritorto a cinghia, posto sotto le reni per il trasporto al sepolcro. La maggior parte di questo sangue, uscito attraverso la piaga aperta del cuore, ha dovuto cadere lungo il tragitto. Solo la piccola parte che ha potuto raggiungere la pelle tra le pieghe del lenzuolo ritorto ed aderirvi per la sua viscosità, vi si è coagulata in quell'aspetto di meandri multipli, caratteristico della colata posteriore. Questi coaguli erano evidentemente freschissimi, quando si è deposto il corpo sulla Sindone; essi si sono decalcati molto facilmente ed hanno potuto determinare abbondanza di siero attorno ai decalchi.

La maggior parte dei coaguli era più o meno essiccata al momento della sepoltura. Come si sono decalcati? Bisogna rendersi conto del fatto che il cadavere, una volta collocato nel sepolcro, si trovava ermeticamente chiuso in un lenzuolo e in pannolini, il tutto impregnato di una trentina di kg. di mirra e d'aloe e praticamente impermeabile. Bisogna anche pensare che il cadavere continuava a trasudare per lungo tempo del vapor acqueo. Si dimentica troppo spesso che tutte le cellule di un cadavere continuano a vivere, ciascuna per conto proprio, quelle della pelle con le altre, e muoiono individualmente dopo tempi differenti. Se le cellule nobili, le cellule nervose, sono le più fragili, le altre sopravvivono abbastanza a lungo: la morte completa incomincia soltanto con la putrefazione. Ora la Fede ci dice che Gesù non ha conosciuto la corruzione e tutta la Sindone ci conferma in questa certezza. D'altronde tutte le piaghe, tutte le escoriazioni da cui era ricoperto il corpo continuavano a secernere una linfa più o meno infetta come in vivo e liquida. Risulta da tutto ciò che il corpo era immerso in un' atmosfera acquosa che tornava ad inumidire i coaguli, sulla pelle ed in ogni piaga. E questo ci riconduce al caso di coaguli freschi, fatta eccezione del siero.

Di fatto, non voglio dire che la fibrina ridiventasse liquida, il che è totalmente diverso. Vignon, tutto impregnato della sua teoria aloeticoammoniacale delle impronte vaporografiche (teoria che lo soddisfaceva molto meno, d'altronde, fin dal 1938), pensava che fosse l'ammoniaca a ridisciogliere la fibrina ed i coaguli. Egli l'ha esperimentato, ponendo dei coaguli su un mezzo imbibito di soluzione ammoniacale. Ma in questo caso non si tratta più di sangue normale vivente, ma di un liquido colorato, in grado di defluire, ma incapace di coagulare di nuovo. Queste colate, effettuandosi, nel sepolcro, in posizione orizzontale, sarebbero state disastrose per le nostre impronte sanguigne: infatti non vi sono colate colorate sulla Sindone, ma soltanto coaguli decalcati.

L'ipotesi di Vignon non può dunque renderci ragione delle immagini sanguigne, anzi le confonderebbe. Ma vi è di più, poiché essa pecca direttamente dall'origine, esattamente come la sua teoria dell'imbrunimento ammoniacale dell'aloe. La fibrina può in effetti, sciogliersi in soluzione ammoniacale, ma io non trovo dove vi sia ammoniaca nella Sindone.

Può ben esservi un po' d'urea, lasciatavi dal sudore essiccato sulla pelle (?) : ve n'è anche nel sangue e nella linfa trasudata dalle piaghe; ma anche a voler essere generosi, la quantità d'urea non sarebbe molto considerevole. E soprattutto questa urea non ha nessuna delle proprietà dell'ammoniaca: bisogna che essa si trasformi in carbomato e poi in carbonato d'ammonio. Ora questa trasformazione che si produce nell'orina richiede un tempo abbastanza lungo, il che non va d'accordo con il soggiorno nel sepolcro. Essa esige pure la presenza di un microrganismo speciale, il « micrococcus ureae ». Non si vede nessuna ragione perchè esso sia esistito alla superficie del corpo. Il mio amico Volckringer, farmacista dell'Ospedale S. Giuseppe, ha compiuto l'esperimento collocando dell'urea su una pelle d'animale: i valori ammoniacali comparivano soltanto dopo venti ore. La reazione è ritardata ed anche inibita da tutti gli antisettici anche deboli, l'aloe per esempio. Tutto ciò non è molto incoraggiante per l'ipotesi del Vignou.

Le due condizioni necessarie per la formazione dell'ammoniaca, tempo e fermento, non sono quindi realizzate: ciò mi ha sempre lasciato scettico su questa teoria.

Viceversa, mi sembra possibile che coaguli più o meno secchi abbiano potuto in atmosfera umida inumidirsi di nuovo e sufficientemente, senza liquefazione di fibrina, per formare una specie di pasta più o meno molle. Cosi trasformati, essi potevano essere perfettamente in grado d'impregnare la tela messa a loro contatto e di determinarvi quei decalchi ai margini netti, riproducenti la forma dei coaguli.

Questi decalchi avevano una colorazione tanto più intensa quanto più considerevole era lo spessore dei coaguli. Vignon ha visto molto esattamente che questo spessore, su una goccia di sangue coagulato che si retrae, è maggiore alla periferia che al centro. Per tale ragione, molti di questi decalchi sono intensamente colorati alla periferia e lasciano al centro una zona meno colorata.

Così dunque, a mio modo di vedere, si sono formate quasi tutte le impronte sanguigne. Ma bisogna che ritorni sulle impronte riproducenti le colate di sangue liquido e sulle possibilità che questo sangue avrebbe fornito ad un falsario ingegnoso. Tutti coloro che hanno una qualche esperienza sanno che una macchia di sangue fatta su un lino non resta invariata, soprattutto se questo lino non è fortemente apprettato. Su una compressa, un campo operatorio, noi vediamo una goccia di sangue diffondersi rapidamente: si allarga, intorbidendo il tessuto, ma, più in fretta in alcune direzioni che seguono i fili della tela. Per esempio, se l'armatura è una semplice crociera, com'è il caso più comune, si vedono, attorno ad una zona centrale più o meno rotonda, svilupparsi quattro piccoli prolungamenti che seguono i fili della trama e dell'ordito, disegnando così una piccola croce.

Il fenomeno è ancor più evidente se invece che gocce di sangue si proiettano gocce di un liquido più volatile come la tintura di iodio: la tela è costellata di piccole croci brune. Questa diffusione irregolare ed orientata è tanto più spiccata quanto più il filo è idrofilo. Ora, abbiamo visto che il filo di lino di cui è tessuta la Sindone, grossolanamente filato e a fibra grezza, è un eccellente assorbente.

Si nota infatti che i margini delle due colate liquide che vi sono sulla Sindone al di fuori delle piante dei piedi, invece di avere la nitidezza dei decalchi della mano e della fronte, per esempio, sono irregolari e frastagliati. Sarebbe interessante averne una fotografia ad ingrandimento diretto, per paragonarla con quella che l'Enrie ha fatto del polso. Su di questa, infatti, si vede con evidenza che la colorazione dell'impronta sanguigna è costituita unicamente dall'impregnazione di ogni filo, che conserva la sua forma e la sua autonomia: nessun impasto, nè il minimo spessore di colorante tra i fili della trama.

Risulta pure da questo particolare che un falsario non avrebbe mai potuto simulare le impronte sanguigne servendosi di sangue come colorante. Egli non avrebbe mai potuto realizzare queste macchie a margini netti che riproducono con una realtà così parlante la forma dei coaguli formatisi naturalmente sulla pelle. Questo, tra parentesi, taglia in anticipo le ali alle chiacchiere che non mancheranno di nascere nel campo degli avversari della Sindone, il giorno in cui gli esami fisici, che noi reclamiamo da lungo tempo all'inerzia dei proprietari, avranno forse dimostrato scientificamente che la colorazione delle macchie è di origine sanguigna.

In assenza di questi esperimenti decisivi, lo studio di queste riproduzioni di coaguli mi aveva portato alla convinzione che si trattava proprio di decalchi di sangue coagulato. Ne descriverò uno più diffusamente come esempio, a proposito della incoronazione di spine (v. cap. IV, D), ma potrei ripetere la medesima dimostrazione per tutte le impronte sanguigne. Per un chirurgo esse sono di un realismo impressionante che non ho mai visto in nessuna pittura.

Tutti i pittori, oltre a rappresentare delle piaghe senza rapporto con la realtà, dipingono delle colate di sangue a margini più o meno paralleli, ed è già molto se rispettano le leggi della gravità, facendole, per esempio discendere dalla mano verso il gomito. Ma sono delle colate di sangue liquido, non dei coaguli; ed essi credono così di fare del realismo.

Sulla Sindone non vi sono colate di sangue: vi sono soltanto dei coaguli decalcati; questi coaguli rappresentano la parte di sangue, che si è rappresa sulla pelle, colando su di essa. Se parlo talvolta di colate di sangue descrivendo la Sindone, è perché questi coaguli richiamano quel sangue che prima era colato sulla pelle: così come una, calligrafia richiama nella sua immobilità, il movimento della penna che l'ha tracciata.

In realtà le immagini pittoriche che si vogliono più realistiche sono quelle che contengono gli errori fisiologici più grossolani. Questa, regola supera d'altronde largamente il campo delle tracce sanguigne. Generalmente un crocifisso più si sforza di rappresentare, per commuoverci, le atrocità del supplizio, più s'allontana dalla realtà. Mi farò lapidare, ma bisogna che lo dica: se apprezzo come artista il valore pittorico d'un Grunewald, le contorsioni del suo crocifisso sono per me semplicemente grottesche. La Passione, vi assicuro, è molto più semplice ed infinitamente più tragica.

Si comprende ora, ciò che ho scritto dopo l'ostensione del 1933 nelle «Cinque Piaghe». Sapevo poi, in seguito allo studio delle tracce sanguigne, che era veramente sangue quello che aveva formato queste riproduzioni di coaguli: li avevo riconosciuti, come si riconosce la fotografia di un volto familiare. Ero falsamente convinto che queste tracce avessero lo stesso colore del resto ed avevo visto infatti delle immagini monocrome sulla Sindone alla luce elettrica; ed improvvisamente, in pieno giorno, vedevo quel loro colore carminio che aggiungeva un'ultima nota alle mie convinzioni già formulate. Avevo quindi tutto il diritto di scrivere, senza scartare naturalmente ogni ulteriore precisazione scientifica, « il chirurgo si rendeva conto, fuor d'ogni dubbio, che era sangue quello che aveva impregnato questo lino e questo sangue era il Sangue di Cristo! ». Ero certamente più scientifico io in questa affermazione, che coloro che rifiutano di guardare la Sindone.

Abbiamo esaurito lo studio di questi coaguli? Purtroppo ne siamo lontani e rimarranno sempre da risolvere immense difficoltà. La spettroscopia, la fotografia in tutte le zone dello spettro (l'infrarosso in particolare), la radiografia e quant'altro ancora si possa immaginare, poiché l'esame chimico non sembra molto facile ad ottenersi, tutte queste ricerche ci diranno forse un giorno che un cadavere coperto di piaghe è rimasto per qualche ora in questo lenzuolo. Nulla ci spiegherà in che modo esso ne sia uscito, lasciando intatte e belle su questa Sindone, l'impronta del suo corpo e le tracce delle sue emorragie. Un uomo non vi riuscirebbe, usando il cadavere di un altro, senza guastarle.

Questo risulta da un fatto sperimentale già posto in luce dal Vignon. Quando un grumo sanguigno si è decalcato su di una tela e vi si è essiccato, diventa cosa molto difficile, anzi impossibile, togliere la tela conservandovi un'impronta corretta. Sempre una parte del grumo rimane attaccato alla pelle. L'impronta sulla tela è incompleta, presenta dei vani irregolari e si presenta dunque del tutto diversa dalle immagini sanguigne della Sindone, che sono perfettamente intatte, intiere e riproducono l'aspetto familiare di un coagulo normale. Allo stato attuale delle nostre cognizioni sembra quindi impossibile spiegare scientificamente l'aspetto «totale » dei decalchi del sacro Lenzuolo.

Ma per noi cristiani, è certissimo che questo corpo è risuscisitato glorioso. Poteva tanto facilmente uscire da questa Sindone che entrare nel Cenacolo a porte chiuse (« januis elausis »). Quest'ultima difficoltà ci fa toccare con mano, umanamente parlando, una quasi impossibilità materiale. Alla scienza a questo punto non rimane che tacere, poiché questo non è più di suo dominio: ma il dotto può almeno intravvedervi una prova palpabile della Risurrezione.

Quando ebbi fatto stampare la prima edizione delle « Cinque Piaghe », mi recai alla « Scuola di dissezione » per farla leggere al mio vecchio amico Prof. Hovelacque. Si trattava d'un appassionato d'anatomia, materia che egli insegnava alla Facoltà di Parigi. Ma era ben lontano dall'essere un credente. Egli approvò con crescente entusiasmo i miei esperimenti e le mie conclusioni. Quando ebbe finito di leggere ripose l'opuscolo e meditando conservò per un istante il silenzio. Poi, esplodendo improvvisamente, con quella bella franchezza che era stata la base della nostra amicizia esclamò: « Ma allora, caro mio?... Gesù Cristo è risuscitato! ». Ho avuto raramente nella vita un'emozione altrettanto profonda ed altrettanto dolce come questa reazione di un incredulo davanti ad un lavoro puramente scientifico, da cui traeva egli stesso le incalcolabili conseguenze. Oso sperare che Dio lo avrà ricompensato di ciò, poichè morì qualche mese più tardi.

 

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2) Impronte corporali.

Diciamo subito che se sappiamo esattamente che cosa con sono queste impronte, non abbiamo nessun'idea del modo in cui sono apparse. Potremo aggiungere: non sappiamo quando sono apparse. Questo mi ricorda la conoscenza negativa, di Dio, così ben esposta da S. Bonaventura.

Che cosa non sono? Un falso, una contraffazione, un'opera umana. Non riesco a concepire che si possa ancora contestarlo. Questa pittura sarebbe stata eseguita al più tardi nel XIV secolo, quando la Sindone è ricomparsa a Lirey. Bisogna ancora una volta ripetere tutte le difficoltà insormontabili sollevate da una tale ipotesi? Questa pittura contiene un'immagine negativa, concezione inimmaginabile fino all'invenzione della fotografia. E non si dica che la Santa Sindone è stata « rovesciata » dalle Clarisse di Chambéry; la copia di Lierre, che è anteriore ad esse, porta già la piaga del cuore a sinistra. Questo negativo è così difficile che tutti gli antichi copisti si sono sforzati di interpretarlo in un'immagine positiva, il che snaturava tutti i particolari. Anche artisti moderni che hanno copiato la Sindone con assoluta cognizione di causa, come Reffo e Cussetti, non vi sono riusciti: le loro copie, che sembrano rassomiglianti, mostrano nel loro negativo fotografico delle immagini positive molto differenti da quelle della Sindone. Questo è dovuto al fatto che i chiaroscuri della Sindone, costituiti negativamente, sono d'una perfezione assoluta che non può essere raggiunta da un pittore, come fa la natura o l'obiettivo fotografico.

Come abbiamo visto, non si rileva traccia di pittura, nemmeno sulla fotografia a forte ingrandimento diretto di Enrie. (Non si insisterà mai abbastanza per farsi capire non si tratta di ingrandimento di una fotografia, ma di un artificio che porta direttamente sulla lastra un'immagine ingrandita sette volte in superficie, come quella che porterebbe nell'occhio una lente della stessa potenza). Queste immagini, come ha dimostrato Viale Direttore dei Musei Civici di Torino non hanno uno stile naturale: sono impersonali. In particolare, non hanno rapporto con nessuno stile medioevale né francese, né piemontese.

In che modo un artista, eseguendo una Sindone destinata all'ostensione, avrebbe osato, cosa unica, dipingervi un Cristo interamente arido? Chi avrebbe contraddetto tutta la iconografia tradizionale, con un chiodo nel carpo, con un pollice nascosto nella palma (che i copisti della Sindone spesso dipingono visibile), con un crocifisso che non mostra che una mano ed un piede forati, con quella bizzarra colata trasversale posteriore? Come ha immaginato, senza sapere una parola della fisiologia del sangue, dei coaguli così veridici e come li ha saputi dipingere su una tela non apprettata? Tutti gli artisti dipingono delle colate di sangue nessuno ha mai avuto l'idea di dipingere dei coaguli.

Non mi dilungherò sull'obiezione della pittura che diventa negativa per alterazione dei colori: essa è dottamente invalidata da Enrie. Le parti più scure del negativo non corrispondono sulla Sindone se non alla tela nuda: un colore inesistente non può invertirsi. Ho d'altronde visto molte volte il Cimabue d'Assisi: esso non ha alcun rapporto con un negativo come quello della Sindone.

Dunque, non pittura. E gli avversari dell'autenticità lo sanno così bene che si ritirano con gioia sulla posizione di ripiego della tintura e sull'immagine ottenuta per leggero contatto dal pittore Clément. Ho visto questa immagine non nel lavoro di P. Braun, ma nell'originale: non si tratta che di un grossolano decalco. Il cosidetto negativo ha un chiaroscuro privo di finezza, senza sfumature, per nulla paragonabile tecnicamente al Volto della Sindone. Qui ancora si presentano tutte le obiezioni contro la possibilità d'una tale tintura nel XIV secolo, per mancanza d'una statua adeguata. E non si tratta di aggraziare l'impronta sbiadita che si otterrebbe, con qualche macchia di colore; abbiamo visto che riproduzioni di coaguli come quelli della Sindone non si possono realizzare con nessun colorante. Clément infatti non l'ha tentato. C'è da meravigliarsi nel vedere persone dotte (forse troppo dotte per avere il senso dell'umorismo) considerare come un' esperienza, scientifica ciò che, dopo tutto, non è che una divertente burla, di pittori gioviali. Passiamo alle cose serie: esse ci riservano ancora non poche preoccupazioni ed incertezze.

In quel lenzuolo vi è dunque stato un cadavere. Perché quello di Cristo e non quello di un altro uomo? Eliminiamo ancora rapidamente questa obiezione frequentemente intesa. Questo cadavere porta tutte le stimmate della Passione. Tutte quelle che deve portare un crocifisso, mi si chiederà? Esattamente, ivi compresa la flagellazione; ed anche il colpo di lancia al cuore se il corpo è stato reso alla famiglia (come vedremo al cap. II, C, G). Ma un solo crocifisso, che noi sappiamo è stato incoronato di spine, ed è il nostro. E poi, se non si trattava della Sindone del Cristo, perché la si sarebbe preziosamente conservata? Infine quale condannato a morte potrebbe presentare sul viso tanta nobiltà e divina maestà? Non insisto: decida il lettore, dopo avere, con tutta umiltà, contemplato questo Volto.

La teoria di Vignon, la più antica, considera le impronte come un imbrunimento dell'aloe cosparso sulla tela, dovuto all'ammoniaca emanata dal corpo. Questi vapori agirebbero in ragione inversa del quadrato della distanza esistente dai rilievi del corpo alla superficie della Sindone. (L'avvenire ci dirà forse se vi sia una parte di vero in quest'ultima frase; benché, per l'impronta che si produce sotto il cadavere, la cosa non mi sembri molto chiara; ma andiamo avanti!). Questi vapori sarebbero dovuti alla decomposizione dell'urea sudorale e sanguigna accumulatasi alla superficie del cadavere. E qui mi rifiuto di seguirlo. Abbiamo visto poco fa, a proposito dei coaguli che si sarebbero ridisciolti per liquefazione della fibrina, come questa trasformazione dell'urea in carbonato d'ammonio sia problematica e tardiva e, in presenza di aloe, impossibile. La teoria di Vignon, seducente a tutta prima, solleva parecchie altre difficoltà essa sembra soprattutto peccare per la base. Pare che lo stesso Vignon nei suoi ultimi anni, e sin dal 1938, non le accordasse più la stessa fiducia.

Il mio buon amico Don Scotti, salesiano, dottore in medicina ed eccellente chimico (che ha curato l'edizione italiana delle « Cinque Piaghe », liberandomi di un lavoro che, senza la sua dedizione, stavo per intraprendere riscrivendo io stesso l'opera in italiano), ha eseguito dal 1931 numerose ricerche sull'aloe, sui suoi componenti e sui suoi derivati, che non mi è possibile riassumere con chiarezza. Per esempio, l'aloetina assume a contatto con l'acqua e con le sostanze alcaline un colore bistro, per trasformazione in aloeresinotannolo. Le tele immerse per alcuni minuti in una soluzione di aloina, il cui principio colorante è l'aloemodina, assumono al semplice contatto dell'aria, nello spazio di due mesi, una tinta rosa carminio. L'azione ulteriore della luce solare ravviva ancora queste tinte. Intravvediamo già qui la possibilità di una rivelazione tardiva e progressiva delle impronte della Sindone.

Judica e Romanese, fin dal 1939, hanno ottenuto delle impronte sui cadaveri. Ciò che li ravvicina tra di loro e allo Scotti, è il fatto che eliminano l'ammoniaca. Entrambi operano per contatto leggero. Ma Judica ottiene le sue impronte spargendo del sangue sul cadavere ed impregnando la tela di olio d'oliva e di essenza di trementina; la sfumatura delle impronte è ottenuta con esposizione al vapor acqueo caldo. Romanese, invece, asperge semplicemente il cadavere di siero fisiologico (soluzione di NaCl) nebulizzato e cosparge la tela di aloe polverizzato. Le impronte ottenute con questi due procedimenti sono ancora, bisogna confessarlo, lontane dalla perfezione del Volto della Sindone. Ma si tratta di una novità che deve incoraggiare vivamente a proseguire le ricerche in questo campo.

E termino, con un lavoro estremamente suggestivo pubblicato nel 1942 dal mio amico Volckringer, farmacista capo dell'Ospedale S. Giuseppe di Parigi, di cui abbiamo visto gli esperimenti sull'urea. Egli ha eseguito pure delle ricerche sulla formazione dei colori, che si avvicinano molto a quelle dello Scotti. In questo lavoro (« Le problème des cuipreintes devant la science» Librairie du Carmel 27, Rue Madame, Paris) egli presenta un fatto assolutamente originale e delle immagini molto belle, le sole che sin qui s'avvicinino per la loro perfezione a quelle della Sindone. E' vero che anch'esse si sono formate naturalmente e, lo vedremo, senza ammoniaca, senza aloe e, per alcune, senza contatto diretto. Non si tratta, è vero, di tessuti animali, ma di tessuti vegetali. Sono però tessuti viventi; e si conoscono le analogie esistenti tra i due regni: diciamo, come esempio, che si trova nelle piante l'urea, l'acido urico, l'allantoina e l'acido allantoico. Desgrez ha dimostrato la trasformazione della clorofilla vegetale e della ematoporfirina animale nella identica urobilina, sotto la semplice azione dei raggi ultravioletti.

Volckringer ha constatato, consultando vecchi erbari, la presenza sulla carta di immagini specialissime riproducenti le piante conservate. La pianta, completamente e rapidamente essiccata, perde molto presto la maggior parte dei suoi caratteri esteriori. Poiché essa è posta su un foglio compreso fra altri due fogli, vi è spesso un'immagine superiore e due immagini inferiori, la seconda essendosi formata sul foglio esterno, attraverso il foglio che sostiene la pianta.

Queste immagini si hanno qualunque sia il contenuto in acqua del campione e la presenza o l'assenza di clorofilla (le radici danno le medesime immagini). Ora, queste impronte non esistono negli erbari recenti. Esse non compaiono che dopo molti anni: infatti sono molto nitide in un erbario del 1836, mentre vi sono soltanto alcune tracce in un erbario del 1908, vecchio già di 34 anni. Esse sembrano resistere a tutti i reattivi, fatta eccezione per l'ammoniaca, la quale attenua fortemente la colorazione, che viene respinta in un alone bruno al limite della regione trattata.

Esse appaiono « come un disegno leggero di color seppia, d'una continuità perfetta; l'esame con la lente non rivela alcun tratto, ma un insieme di macchie senza limiti definiti ». Sembrerebbe una descrizione delle impronte della Sindone; e non è tutto. « Si distinguono sull'impronta in color seppia, le nervature delle foglie nelle loro più piccole ramificazioni, la frastagliatura degli orli... le pieghe e le posizioni reciproche delle diverse parti della pianta, grazie al paragone delle due impronte superiore ed inferiore... L'insieme della pianta è fedelmente riprodotto nelle due immagini.

Ma ecco il più interessante: Volckringer fotografa queste impronte e vede che sul negativo fotografico «inversamente all'immagine stessa, le parti in rilievo della pianta sono rappresentate in chiaro, mentre le parti situate in piani più lontani sono rappresentate in scuro ». Tutta l'immagine dà una sensazione straordinaria di rilievo e si staglia naturalmente su un fondo nero.

Il negativo, dunque, ci mostra un'immagine normale positiva della pianta un tempo deposta tra quei fogli di carta. Ora questa pianta è ridotta ad un cadavere, « massa uniforme più o meno sciupata di color bruno o nerastro; il rilievo è a poco a poco scomparso; le nervature sono quasi invisibili e i particolari fortemente attenuati. Il negativo di questo cadavere presenta lo stesso aspetto sciupato, la stessa, assenza di rilievo ». La pianta aveva già questo aspetto di cadavere molto tempo prima che comparissero le prime tracce di questa impronta meravigliosa, la sola che somigli alla Sindone.

Volckringer si scusa, terminando, di aggiungere un nuovo problema da risolvere, invece di apportare una soluzione a quello della Sindone. Questo fatto nuovo ci permette tuttavia, ed è già molto, di affermare che, comunque le impronte della Sindone si siano formate, si tratta di un fenomeno naturale, poichè la natura stessa ce ne fornisce spontaneamente un altro esempio. Inoltre, non possiamo inferirne che la Sindone trovata nel sepolcro recasse, forse, soltanto delle impronte di sangue? Non possono le impronte corporali essersi rivelate a poco a poco, soltanto dopo lunghi anni? Già Nognier de Malijay, nel 1929, segnalava questa ipotesi di un fotografo francese, il Signor Lesgranges.

Come possiamo rendercene conto, c'è ancora molto da fare per chiarire la questione delle impronte della Sindone. Ci si obietta sempre: perché non avete fatta questa o quella ricerca, questo o quell'esperimento? Finirebbe per essere odioso, se non fosse così ridicolo. Non abbiamo atteso i suggerimenti degli avversari dell'autenticità per reclamare questi esperimenti scientifici. Li abbiamo richiesti prima di loro, ne abbiamo chiesti di più. Rispondiamo una volta per tutte: Se la Sindone ci appartenesse, da almeno venti anni tutto sarebbe fatto, poiché il programma era pronto nel 1933 e da allora non abbiamo fatto che perfezionarlo. Pazienza !

In attesa di quel giorno fortunato, credo che possiamo concludere con la frase di un avversario ostinato dell'autenticità, il P. Braun, nel suo articolo della Nouvelle Revue de Theuologie (novembre dicembre 1939, pag. 1041); ed io la sottolineo con gioia, perché decisamente tutte le strade conducono a Roma: « Certo. l'impronta sorprendente lasciata sul Lenzuolo venerabile di Torino, il suo stupendo realismo, il suo carattere impersonale e quasi scultoreo, sicuramente estraneo alla pittura medioevale, rimangono un mistero ».

E per completare il mio pensiero, aggiungerò col Santo Padre Pio XI: « Molto mistero avvolge ancora, quella sacra cosa; ma certo è sacra cosa come forse nessun'altra; e sicuramente (per quanto ormai si può dire consti nel modo più positivo, anche a prescindere da ogni idea di fede e di pietà cristiana) non è opera umana » (5 settembre 1936).

 

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CAPITOLO SECONDO

Archeologia e crocifissione

Non è certamente privo d'interesse, prima di studiare in se stesso il supplizio di Gesù, ricercare ciò che l'archeologia in tutte le sue forme, testi letterari e documenti artistici, può fornirci sulla crocifissione. Per questo capitolo devo una grande riconoscenza al P. Holzmeister S. J. che ha pubblicato su questo argomento, nella rivista Verbum Domini dell'Istituto Biblico Pontificio (maggio, luglio, agosto, settembre 1934), uno studio magistrale e quasi completo: « Crux Domini Eiusque crucifixio ex arcliaelogia romana illustrantur ». L'abbondanza e la precisione delle fonti gli hanno permesso di giungere a conclusioni che per la maggior parte sembrano irrefutabili. Non potendo dettagliarne qui tutta la bibliografia; tranne taluni testi da me verificati ed altri da me scoperti, consiglio vivamente coloro che potranno trovare questi articoli o la pubblicazione che ne segui a leggerli in latino, non accontentandosi di questo mio riassunto. Mi permetterò tuttavia di sottolineare i pochi punti in cui la mia opinione differisce dalla sua e tratterò in un capitolo a parte le cause della morte di Gesù questo argomento necessita infatti di competenze mediche che mancano sia agli antichi scrittori che agli esegeti in generale e all'autore in particolare.

Vi aggiungerò d'altronde le indicazioni che può darci la storia dell'arte; ma voglio, in omaggio al valore di questo lavoro, conservarne nell'insieme l'ordine e le suddivisioni.

 

A) Uso della Crocifissione.

Sembra, che i Greci, i quali avevano in orrore la crocifissione, non ne abbiano fatto uso: bisogna infatti giungere alle conquiste di Alessandro, che ne apprese l'uso dai Persiani, per vederla entrare nella storia ellenica. Essa continua ad esservi inflitta sotto i Diadochi, in Siria sotto i Seleucidi (come Antioco Epifanio), in Egitto sotto i Tolomei. A Siracusa, città greca, Dionigi il Tiranno ne aveva forse appreso l'uso dai Cartaginesi.

Sembra che anche i Romani l'abbiano adottata seguendo l'esempio di Cartagine che ne faceva uso frequente. Vedremo tuttavia, studiando lo Strumento (B), che presso di loro la crocifissione costituì come il termine di una evoluzione, trattandosi all'inizio di una semplice punizione relativamente benigna, che si infliggeva agli schiavi. A Roma si misero dapprima in croce, durante le guerre, i disertori e i ladri, ma soprattutto i ribelli vinti. In nessun luogo questo motivo fu più largamente invocato come in terra israelita: dai duemila ebrei sediziosi crocifissi dal legato di Siria, Quintilio Varo, dopo la morte di Erode il Grande, sino all'ecatombe dell'assedio di Gerusalemme, in cui i Romani crocifiggevano fino a cinquecento ebrei al giorno, secondo la testimonianza di Giuseppe, storico ebreo, favorevole però ai padroni del mondo. In tempo di pace essa era soprattutto il supplizio degli schiavi: numerosi autori ne fanno fede (Tito Livio, Cicerone, Tacito). Le commedie di Plauto, che formicolano di schiavi, sono piene di allusioni dirette a ciò elle essi considerano, senza illusioni, come la loro fine naturale «Mio padre, mio nonno, il mio bisnonno, il mio trisavolo hanno così finito la loro carriera » (Miles gloriosus).

La croce era stata dapprima riservata alle rivolte in massa, come quella di Spartaco, dopo la cui repressione seimila croci fiancheggiavano la strada da Capua sino a Roma.

Più tardi, i padroni ricevettero il diritto di vita e, di morte senza appello sui loro schiavi, considerati come un gregge. L'ordine di morte era: « Pone crucein servo » (Imponi la croce allo schiavo), e non metti lo schiavo in croce. Ritorneremo su questa importante questione dei patibulum, studiando la croce (L, 2° C, 3° D, 4°).

Se quest'ordine era dapprima motivato dalla fuga del disgraziato o da altre gravi colpe, i motivi più banali finirono per provocarlo. Ricordiamo d'altronde che, secondo una vecchia ed orribile usanza, quando un padrone era stato ucciso e non si trovava il colpevole, tutti gli schiavi della casa erano giustiziati.

Anche cittadini romani hanno potuto essere crocifissi e non solo da Verre o da Labieno, a cui Cicerone lo rimproverava amaramente; risulta da tutta una serie di testi che la cosa poteva farsi regolarmente: tuttavia si trattava, in generale di cittadini di virile professione, liberti o provinciali. Le invettive di Cicerone tendevano a far estendere definitivamente questa esenzione alla cittadinanza: essa non era ancora una garanzia assoluta ai suoi tempi e si può citare anche dopo di lui un certo numero di « cives romani » legalmente crocifissi.

 

B) Strumenti della crocifissione.

Generalmente la croce (la croce regolamentare, se così si può dire) era formata di due parti distinte già i Settanta la chiamano « xulon didumon il legno doppio » (Giosuè, VIII, 29) di cui una, verticale e piantata in luogo fisso, era lo « stipes crucis » l'altra, mobile e che veniva fissata orizzontalmente sulla prima, si chiamava « patibulum ».

 

1°) Stipes crucis.

In italiano, il tronco della croce: poichè stipes significa tronco (d'albero), piolo ed anche palo; è ciò che primitivamente era designato col termine croce. « Crux », come « stauros » in greco, non è se non un piolo piantato verticalmente nel terreno, così come « skolops » che vuol dire palo; a tal punto che «stauros» e «skolops» hanno potuto essere adoperati indifferentemente ed alcuni autori hanno potuto usare il verbo « anaskolopìzein » (impalare) per la crocifissione di S. Pietro e di Gesù.

Il significato di «crux» si è esteso, in seguito, all'insieme connesso di due legni, così come l'intendiamo oggi. Ma vedremo, cosa ancora più strana, che « crux » e « stauros » sono stati usati per sineddoche, per designare isolatamente il patibulum mobile: « crucent portare stauron bastazein portare la propria croce ».

Quanto alla croce di S. Andrea, a forma di X, essa è stata ignorata dagli antichi autori; la prima menzione risale al X secolo e la prima immagine è del XIV secolo.

Quanto era alto questo stipes? Il P. Holzmeister distingue la « crux humilis » che è corta e la « crux sublimis » che è lunga. Ma tutte le citazioni da lui riferite mostrano chiaramente che la « crux sublimis » era riservata ai personaggi che si volevano mettere in evidenza, si trattasse di un alto personaggio, come Regolo o Bomilcare a Cartagine, o dell'assassino spagnolo a cui Cesare Galba l'accordò ironicamente, poichè aveva preteso di essere cittadino romano.

Viceversa, la massa delle croci era bassa, « humilis ». Ciò permetteva agli animali lanciati nell'arena di dilaniare a loro agio i crocifissi ed ai lupi dell'Esquilino (Orazio) di divorarne i cadaveri (vi era sulle pendici dell'Esquilino a Roma una foresta di « stipites » in permanenza). Svetonio riferisce, per parte sua, un ignobile atteggiamento di Nerone che si travestiva da animale feroce nell'arena per soddisfare il suo sadismo.

Notiamo d'altronde che le croci basse, soprattutto quando il lavoro urgeva ed i condannati erano numerosi, dovevano indubbiamente semplificare l'opera dei carnefici. Non bisogna mai, in tutte queste ricerche su un supplizio che era quotidiano, dimenticare questa nozione di comodità, perfezionata da un lungo uso; bisogna sempre mettersi nei panni di un carnefice.

 

2°) Patibulum Furca.

Il legno orizzontale presenta, a Roma almeno, un'origine molto curiosa: fu all'inizio una «furca ». La furca era un pezzo di legno in forma di V, su cui nelle rimesse si faceva posare il timone dei carri a due ruote. Quando si voleva punire uno schiavo, gli si metteva la furca a cavallo sulla nuca, gli si legavano le mani ai due bracci della furca e lo si conduceva in giro nel quartiere, facendogli proclamare la sua colpa. Donde l'ingiuria, che si ritrova spesso in Plauto, di « furcifer portatore di forca ». Vi si trova pure « Ita te forabunt patibulatum per vias stimulis Così ti condurranno a colpi di pungolo per le strade, portando il patibulum » (Mostellaria, v. G6).

Ben presto questo giro espiatorio si accompagnò, dopo il denudamento del condannato, ad una flagellazione in piena regola durante tutto il tragitto. Poi, per maggiore comodità, si attaccò la furca ad un piolo verticale, il che permetteva di fustigare a morte il condannato. E' ciò che si chiamava, ancora al tempo di Nerone (v. Svetonio, la morte di Nerone), punire « cuore maiorum », secondo il costume degli antichi: «Nulla causa est, scrive Plauto, quin pendentem ine virgis verberes Ti dò il diritto di percuotermi con le verghe, appeso (alla croce) » (Casina, v. 1003). « Verberibus caedere pendens Sarai percosso appeso (alla croce) » (Mostellaria, v. 1167).

Ma poichè non si aveva sempre sotto mano una «furca », si venne ad utilizzare un lungo pezzo di legno che serviva a sbarrare le porte e si chiamava « patibulum » (da patere essere aperto). Così il braccio orizzontale della Croce, che non era più, ben inteso, tolto ad una porta, divenne una trave rettilinea, portata dal condannato, dal tribunale al campo degli stipites, generalmente sulla nuca, con gli arti superiori estesi e legati su di essa, in modo che non potesse nuocere. Si comprende ora perchè la sentenza di morte fosse: « Poni la croce sullo schiavo ». Questo patibulum è quello che Tertulliano paragona alla grande antenna unica dell'albero delle navi romane.

Sotto Costantino o i suoi successori, dopo l'abolizione della crocifissione, si vedrà comparire un'altra « forca ». E' un piolo molto alto terminante a forca, ad Y. Vi si appendeva per il collo il condannato (in modo che la testa gli impedisse di cadere), il quale veniva rapidamente strozzato. Questo non aveva dunque più nulla in comune con la morte lenta della croce.

 

3) Connessione dei due legni.

I due legni erano dunque separati: ne vedremo altre prove al capitolo del trasporto della croce (cap. IV, E). Come si fissava il patibulum allo stipes? A priori, si poteva farlo in due modi: sia inserendolo su una faccia del piolo, sia mettendovelo in cima; si realizzava sia un +, sia un T (il Tau maiuscolo dell'alfabeto greco). Nessun testo antico sembra chiarire questo problema in modo definitivo e bisogua giungere a Jost Lips (filologo e critico fiammingo del XVI secolo), per vedere battezzata, da lui, la prima, « crux immissa » o « capitata » e la seconda, « crux commissa ».

Quasi tutti gli archeologi moderni pensano che la croce romana avesse forma di T (v. Dom LECLERC, Diet. d'Archéologie). Nell'arte cristiana si possono vedere in ogni epoca le due forme, benchè quella a T sembri più antica: vi ritorneremo a proposito della croce di Gesù (D, 5°). Certamente la forma a T era, in pratica, di più facile costruzione: bastava scavare un incastro a metà del patibulum ed assottigliare a dente l'estremità dello stipes; con una croce media, alta due metri al massimo, la connessione poteva farsi facilmente a braccia tese. Potrei aggiungere che il patibulum visibile in S. Croce a Roma, sulla scala che conduce alla Cappella delle Reliquie, è ritenuto quello del buon ladrone, porta precisamente questo incastro.

 

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4) Sedile

E' possibile che, in certi casi, si fissasse sulla superfice anteriore dello stipes, nella sua parte di mezzo, una specie di sostegno orizzontale in legno che passava tra le coscie e reggeva il perineo. Lo fanno supporre tre frasi di Seneca (Epistulae morales), in cui si parla di «sedere cruce » e pure di « acuta sedere cruce », come se questo sostegno fosse a margine acuto come i cavalletti degli strumenti di tortura medioevali. Il terzo testo parla di « patibulum pendere, extendi et sustineri pendere dal patibulum, esservi disteso e sostenuto ». S. Giustino parla pure di « crucis lignum, quod medium est iufixum, sicut cornu eminet, in quo insident crucifixi il legno della croce, che è fissato nel suo mezzo e risale come un corno su cui si seggono i crocifissi ». S. Ireneo dice pure che la croce ha cinque estremità: sulla quinta riposa il crocifisso. Tertulliano parla pure (adv. Marcionem) del « sedilis excessas » elle ricorda il corno dell'unicorno. « Sedile. » vuol semplicentente dire un seggio qualsiasi ed è probabìltnente in seguito a questo passo che gli autori moderni chiamano il supporto perinale un « sedile »: esso non si vede nominato, che io sappia, in nessun altro posto.

Vedremo studiando le cause della morte di croce, che questo supporto era destinato a prolungare considerevolmente l'agonia, poichè diminuiva la trazione sulle mani, causa di tetania, e di asfissia. E' più che probabile che non tutte le croci lo portassero e che lo si aggiungesse quando si aveva intenzione di prolungare il supplizio. Ci possiamo immaginare facilmente che, quando si dovevano fabbricare centinaia di croci, i falegnami non si dessero la pena di complicare gli strumenti di morte con un lavoro supplementare che sapevano essere perfettamente inutile.

Vedremo d'altronde, studiando le piaghe delle mani (cap. V), per quali ragioni sono convinto dell'assenza di questo supporto nella croce di Gesù: ciò spiega d'altra parte la relativa brevità della sua agonia.

Il «sedile » non è stato quasi mai rappresentato dagli artisti, pittori o scultori. Questo fatto non è però un argomento contrario alla sua esistenza storica, anche nella Passione del Salvatore: significa soltanto che questo supporto perinale è essenzialmente antiestetico, per non dire indecente. E' per tutt'altra ragione che io lo elimino in piena coscienza scientifica.

 

5) Suppedaneum.

Viceversa, gli artisti hanno molto spesso rappresentato (e i moderni rappresentano quasi sempre) i piedi di Gesù riposanti su una mensola orizzontale od obliqua, su cui sono inchiodati. Ritornerò su questo « suppedaneum », che nessun autore antico conosce, come afferma il P. Holzineister. La prima menzione ne è fatta tra Gregorio di Totirs (VI secolo De gloria martyrii). Vedremo studiando l'inchiodatura dei piedi (D, 6° di questo capitolo) come sia nata e si sia sviluppata, questa pura immaginazione d'artista.

 

6) Strumenti di fissazione.

Bisogna risolversi ad ammettere che il sistema di inchiodare le mani ed i piedi era quello essenziale, abituale di fissazione alla croce, qualunque fosse il motivo della condanna; e la condizione sociale del condannato. Si inchiodavano schiavi come uomini liberi, Giudei come Romani.

L'errore iniziale, che attribuisce a Gesù il monopolio dei chiodi, si può far risalire a Tertulliano che scriveva (adv. Diarcionem) che « Egli solo fu crocifisso in modo così straordinario ». L'errore è stato sottoscritto ai nostri tempi da Teodoro Mommsen, eminente storico certamente, ma di cui molte tesi sono state in seguito assai discusse; non è l'unica volta che l'evoluzione della scienza ha inflitto alla pretesa infallibilità germanica delle crudeli smentite. A causa di Tertulliano, l'iconografia cristiana rappresenta molto spesso Gesù inchiodato tra due ladroni fissati con funi.

In realtà i due modi di fissazione (chiodi e funi) sono stati usati sin dall'inizio presso i Romani; ma erano separati. Nessun testo (bisogna insistervi) insinua, nè permette di credere, che i due metodi siano stati mai impiegati contemporaneameute sullo stesso crocifisso. Gli esperti sapevano molto bene che tre chiodi, quattro al massimo, erano largamente sufficienti per realizzare una crocifissione rapida e solida. Tutto il resto è pura immaginazione.

Penso pure che l'uso dei chiodi fosse il più frequente in numerosissimi testi, non solo i chiodi sono formalmente citati, ma lo sono pure le colate di sangue che scendevano dalle ferite sulla croce. Vedete anche, nell'Asino d'oro di Apuleio, « quelle streghe che vanno a raccogliere il sangue degli assassini aderente alla croce, per esercitare la loro vergognosa magia ». Meglio ancora, Il termine tecnico che in greco indica più spesso la crocifissione è « proshèloun » o il sinonimo « kathèloun », inchiodare: entrambi hanno per radice il sostantivo « hèlos » chevuol dire chiodo. E quando Senofonte di Efeso riferisce che in Egitto i crocifissi erano fissati sulla croce, per le mani e per i piedi, con funi, nota espressamente che si trattava di un uso locale il che dimostra che altrove più generalmente si usavano i chiodi.

E non si ripeta più che l'impiego delle funi era appannaggio degli schiavi! Plauto, a cui bisogna sempre riferirsi per i costumi servili, parla di « adfigere », « offligere ». « Te cruci ipsum propediem adfigent alii Fra poco altri ti inchioderanno alla croce » (Pers, v. 295). « Chi si farà crocitiggere al mio posto? », dice lo schiavo Tranione; « ego dabo ei talentum, primus qui in cruce excurrerit, sed ea lege ut offigantur bis pedes, bis brachia darò un talento al primo che sarà corso alla croce, ma a patto che gli si inchiodino due volte i piedi e due volte le braccia » (Mostellaria, versi 359360). Questo « bis », secondo il contesto, significa semplicemente che egli domanda ironicamente due chiodi per ognuno dei quattro arti, per essere più sicuro che il suo sostituto non sfuggirà. Ciò non significa un chiodo per ogni piede. L'ultima parola « le braccia » richiama già, esagerandolo, ciò che dimostreremo sperimentalmente la crocifissione, non nelle palme, ma nei carpi.

 

C) Modalità della crocifissione.

Quasi certamente esse erano fissate nei particolari da una serie di leggi e di regolamnenti interni; ciò non sempre escludeva una certa fantasia sadica da parte dei carnefici.

 

1) Flagellazione preventiva.

Non si tratta qui della flagellazione ordinata come tortura in sè e neppure come un sistema per uccidere i condannati, ma soltanto della flagellazione che era il preambolo legale di ogni esecuzione. Ogui condannato a morte era prima di tutto flagellato a viva forza, sia che l'esecuzione fosse effettuata sulla croce sia in altro modo, per decapitazione (Tito Livio) o sul rogo (Giuseppe). Ne erano soltanto esenti, secondo Mommsen, i senatori, i soldati e le donne che godevano del diritto di cittadinanza.

Tuttavia, in caso di decapitazione, non si trattava di flagellazione ma di fustigazione. Quest'ultima si eseguiva con le verghe dei fasci littori: « nudatos virgis caedunt securique percutiunt dopo averli denudati, li percuotono con verghe e li colpiscono con la scure » (Tito Livio).

La flagellazione era d'altronde a Roma un'antica usanza, come abbiamo visto; la s'ìnfliggeva pure presso Alessandro e Antioco Epifanio ed a Cartagine. In ogni modo, si ritrovano frequentemente le formule: « proaikistheis anestaurothè verberatos crucibus adfixit crocifissi dopo flagellazione ».

Questa flagellazione, che abbiamo visto infliggere primitivamente sulla croce, era più tardi invece eseguita nel tribunale stesso: ivi il condannato era legato ad una colonna (probabilnaeute con le mani fissate al (li sopra della testa). Plauto scrive: « abducite hunc intro atque astringite ad columuam fortiter conducete dentro quest'uomo e legatelo saldamente alla colonna » (Bacchides).

La flagellazione era preceduta dal denudamento del condannato. E nudo e flagellato egli cominciava il suo cammino verso il luogo del supplizio, portando il suo patibulum (Valerio Alassimo, Cicerone).

Qual'era lo strumento della flagellazione? Abbiamo visto che la fustigazione si effettuava con le verghe dei littori; per la flagellazione era necessario il «flagrum», strumento specificatamente romano, che si componeva di un corto manico su cui erano fissate più striscie di cuoio spesse e lunghe, generalmente in numero di due. A qualche distanza dalla loro estremità libera, erano inserite delle pallottole di piombo o delle ossa di montone, dei « tali », come quelli che servivano per giocare agli «ossicini», gioco molto usato dagli antichi. Si tratta degli astragali dei piedi di montone.

Le corregge incidevano più o meno la pelle e le pallottole o gli ossicini imprimevano in essa profonde piaglie confuse; donde un'emorragia non trascurabile ed una diminuzione considerevole della resistenza vitale. Avremo infinite occasioni di constatare sulla Sindone di Gesù le ferite che poteva provocare questo terribile strumento e le tracce sanguinanti che lasciava sulla cute.

Il numero dei colpi di flagello era, nel diritto ebraico, strettamente limitato a quaranta. Ma i farisei, gente scrupolosa, volevano essere sicuri di non superare questo numero, ne avevano ridotto la quantità a 40 1 cioè 39. Presso i Romani la legge prevedeva come unica limitazione la necessità di non uccidere il paziente sotto i colpi: bisognava che potesse portare il patibulum e morire sulla croce, regolarmente. Egli era talvolta, come dice Orazio (Epodo IV), « sectum flagellis... praeconis ad fastidium lacerato dalle frustate sino a disgustarne il carnefice ».

 

2) Trasporto della croce.

Il condannato, prima debitamente flagellato, faceva dunque a piedi e senza vesti, trasportando il suo patibulum, il tragitto dal tribunale al campo del supplizio, dove l'attendeva il suo stipes in mezzo ad una foresta di altri stipites simili.

Diciamo subito che l'espressione « crucem portare in greco, stauron bastazein portare la propria croce» si trova soltanto in testi greci o rabbinici (Plutarco, Artemidoro, Caritone, Commentari ebrei della Genesi, Nuovo Testamento); la si riscontra, in latino, solo nelle versioni latine della Bibbia: Crucem portare, ferie, bajulare. Per sineddoche, come abbiamo visto, con il termine « croce » si designa la parte orizzontale di essa.

Presso i Latini non si trova mai questa locuzione « crucem ferre », benchè come abbiamo visto fosse in uso la formula di sentenza « pone crucem servo », ma si dice « patibulum ferre ». I particolari dell'operazione sono descritti da Dionigi di Alicarnasso (Storia Romana): il patibulum era collocato sulle spalle e sui due arti superiori distesi trasversalmente, poi legato sul petto, sulle braccia e sulle mani. Dunque soltanto il patibulum era portato dal condannato.

Sempre Plauto, fra altri testi che si potrebbero citare, riassume tutto questo in una formula lapidaria: « Patibulum ferat per urbem, deinde affigatur cruci Che egli porti il suo patibulum attraverso la città ed in seguito sia inchiodato alla croce » (Carbonaria). Il « patibulatus » era il condannato che portava la croce (Plauto, passim,).

Lo «stipes crucis» invece attendeva il condannato al luogo del supplizio. Cicerone (Pro Rabino) si scaglia contro Labieno che « nel campo Marzio ha fatto piantare stabilmente le croci per il supplizio dei cittadini in campo Martio... crucem ad civium supplicium defigi et constitui jussit ». Si ritrova questo « piantare stabilmente » nelle Orazioni contro Verre e in Giuseppe. Polibio cita pure, a Cartagine, un crocifisso appeso ad una croce che portava già un altro corpo.

A Roma il luogo delle esecuzioni era rappresentato dai Campi Esquilini (resi celebri da Orazio), in cui s'elevava secondo Saglio (Diz. Darentberg), una vera foresta di croci, un bosco di stipites. Era fuori di Porta Esquilina: per chi conosce Roma, circa la Piazza Vittorio Emanuele, poco oltre S. Maria Maggiore, venendo dal centro.

Un ultimo argomento viene a suffragare quest'uso. Il patibulum pesava solo circa 50 Kg: la croce intiera avrebbe superato i 100 Kg. Portare il patibulum costituiva quindi un'ardua prova per un uomo che aveva subìto una severa flagellazione e conseguentemente perso una parte del suo sangne e delle sue forze. Come avrebbe potuto portare una croce intiera di più di cento Kg.? Poiché non si trattava di trascinarla: si trova in tutti i testi «portare, hajulare, ferein, bastazein, portare», mai «trahere, surein, trascinare».

Diciaino infine che colui che portava la croce era preceduto da un cartello di legno, il «titulus», su cui era scritto il suo nome ed il delitto per cui era condannato. Il titulus veniva, poi fissato alla croce.

 

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3) Tecnica della crocifissione.

Tutto ciò che abbiamo detto or ora sul trasporto del solo patibulum e della sua connessione sullo stipes crucis sottintende quel sistema di crocifissione che la formula di Firmico Materno (Mathein.) cosa sintetizza: « Patibulo suffixus in crucem tollitur Il condannato, inchiodato al patibulum, è issato sulla croce ».

Se la crocifissione si effettua con funi, basta incastrare il patibulum a cui il paziente è già legato, e poi fissargli i piedi allo stipes con alcuni giri di fune. Se si effettua con chiodi, il condannato viene slegato, poi, dopo averlo coricato a terra con le spalle sul patibulum, si fa trazione sulle mani, le quali vengono inchiodate alle due estremità del patibulum; si solleva quindi l'uomo insieme con il patibulum, che viene incastrato all'alto dello stipes; dopodiché si inchiodano i piedi a piatto su quest'ultimo.

Questa manovra di sollevamento doveva compiersi abbastanza facilmente, soprattutto se la croce non era molto alta, non superiore ai due metri. Quattro uomini potevano facilmente sollevare a forza di braccia patibulum e condannato, che pesavano al massimo 130 Kg. A rigore, potevano far salire a ritroso il paziente su di una piccola scala appoggiata allo stipes; se la croce era alta, essi dovevano aiutarsi o con forche per sollevare il patibulum o con le scale più grandi appoggiate lateralmente allo stipes: in ogni modo non c'erano da superare molte difficoltà.

Questa tecnica è d'altra parte suggerita dalle espressioni usate per designare la stessa crocifissione. Tutte comportano una azione di elevazione: in greco « epibainein ton stauron anabainein eis ton staurou salire in croce »; in latino « in crucem ascendere medesimo significato; in crucem agi, tolli, elevari essere issato sulla croce » e pure « in crucem salire », su cui si basa un intraducibile gioco di parole di Plauto; l'istrione Crisalo dice: « Facietque me Croci salum ex Chrysalo Da Crisalo diventerò Saliincroce ». Bisogna dunque escludere completamente la crocifissione su croce intera distesa a terra e la crocifissione verticale su croce intera diritta.

Sembra che Gesù stesso abbia descritto questa modalità, quando prediceva a Pietro: « Extendes manus tuas et alius te cinget et ducet quo tu non vis Stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà ove tu non vuoi ». L'estensione delle mani era l'applicazione del patibulum sulle spalle e sugli arti superiori del condannato, che si effettuava al tribunale; lo si cingeva poi d'una corda per condurlo al supplizio.

Aggiungiamo infine che la fantasia dei carnefici poteva talvolta esercitarsi a variare la tecnica regolamentare della crocifissione. Essi affumicavano, per esempio, i crocifissi o li bruciavano; oppure modificavano la posizione classica e li mettevano a testa in giù (kató kara proshèlóthentes) come fecero sotto Diocleziano, in Palestina (Eusebio). Seneca scrive: « Vedo croci di diversi tipi; alcuni vi sono sospesi a testa in giù » (Consolatio ad Marciam XX). Sappiamno, da Origene, che S. Pietro fu crocifisso così.

 

4) Guardia militare.

Tutta l'esecuzione si effettuava legalmente con un apparato interamente militare, agli ordini di un centurione, come dice Seneca: « Centurio agmen periturum trahens Il centurione che conduce la schiera di coloro che vanno a morire ». L'esercito, che già s'era incaricato della flagellazione, forniva la scorta dal tribunale al luogo del supplizio; ed era inoltre nelle sue file che si reclutavano i carnefici per la crocifissione. Infine esso doveva costituire una guardia che vigilasse ai piedi della croce: ciò per evitare che amici dei suppliziati venissero a staccarli dalla croce; la guardia era, dunque permanente fino alla morte sicura dei condannati. Essa continuava anche dopo morte, aggiunge Petronio, « affinchè nessuno prelevasse il corpo per seppellirlo ne quis ad sepulturam corpus detraberet ». Che ne era dunque dei cadaveri dei crocifissi?

 

5) Sepoltura e non sepoltura.

Generalmente, i cadaveri rimanevano sulla croce e divenivano pasto degli uccelli rapaci e degli animali selvatici. Orazio risponde ad uno schiavo ìnnocente : «Non pasces in cruce corvos Non nutrirai sulla croce i corvi » (Epodo, I, 16). E nell'Epodo V scrive: « Post insepulta membra different lupi et Aexquilini alites In seguito, i lupi e gli uccelli dell'Esquilino disperderanno le tue Membra insepolte ». Ed altri testi riprendono lo stesso tema (Petronio, Seneca, Artemidoro).

Tuttavia i corpi potevano essere richiesti dalle famiglie che volevano assicurare loro una sepoltura decente; sembra che la legge accordasse senza difficoltà e senza pagamento quest'ultima grazia. Chiunque poteva d'altronde reclamare i cadaveri: « Corpora animadversorum quibuslibet petentibus ad sepulturam danda sunt » (Digesto, l. XLVIII, tit. XXIV, Lex II). Si restituivano pure le ceneri di coloro che erano stati condannati al rogo (Pandette). Questa regola di clemenza è precisamente provata dal fatto che si segnalano, come eccezioni, i casi in cui l'autorizzazione gratuita è stata rifiutata. Cicerone nel « De Suppliciis » rimprovera aspramente a Verre di essersi fatto lautamente pagare per concedere i corpi dei suppliziati, che le famiglie non volevano veder preda di animali selvatici. Questa estorsione di denaro era, dice l'oratore, contraria alla legge.

D'altronde, il giudice poteva, dipendendo da lui l'autorizzazione, rifiutarla in certi casi, per vari motivi, in cui interveniva generalmente l'odio contro il condannato. Si trattava insomma di un aggravamento della pena; il delitto di lesa maestà lo comportava. Vespasiano, alla condanna di certi congiurati, aggiunse che essi sarebbero stati gettati nell'immondezzaio senza sepoltura (Svetonio). Augusto aveva già rifiutato, dopo la battaglia di Filippi, la sepoltura di un prigioniero autorevole, per cui lo si supplicava, rispondendo che questo sarebbe stato ben presto compito degli avvoltoi (Svetonio). Anche Flacco, prefetto d'Egitto, nell'anno 38 d. C., non autorizzò la sepoltura di certi ebrei crocifissi (Filone, in Flaccum).

 

6) Il colpo di lancia.

Si ritrovano più tardi, nel Digesto, le medesime disposizioni: «I corpi dei condannati a morte non devono essere rifiutati ai loro parenti... I corpi dei suppliziati non vengono seppelliti, salvo quando il permesso è stato domandato ed accordato; talvolta tale permesso viene rifiutato, soprattutto nel caso di condannati per delitto di lesa maestà» (Ulpiano). Il Digesto è del VI secolo; ma si tratta di una compilazione di tutte le leggi antiche, che, dato lo spirito tradizionalistico dei giuristi romani, richiama sicuramente i costumi e le legislazioni del tempo che ci interessa.

D'altronde Quintiliano, che è del I secolo, scrive: « Percussos sepeliri carnifex non vetat il carnefice non impedisce che si seppelliscano coloro che sono stati colpiti». Questo «percussos», se interpreto esattamente, introduce qui una nozione nuova che interessa direttamente il nostro argomento. Che cosa vuol dire infatti « percussos »? Non si riferisce al supplizio in se stesso nè alla flagellazione: poichè si tratta di condannati a morte, sappiamo già che sono stati flagellati e crocifissi. Si parla dunque di un colpo speciale, successivo al supplizio e che richiama irresistibilmente il nostro «colpo di grazia», quel colpo di pistola che si spara nell'orecchio del fucilato, anche se è evidenteniente morto. Si può dunque interpretare la frase di Quintiliano: Il carnefice lascia seppellire i suppliziati, dopo che essi hanno ricevuto il colpo di grazia.

In che cosa consisteva questo colpo di grazia regolamentare, che solo autorizzava il carnefice a consegnare il corpo alla, famiglia? Origene parla veramente (Coram. in Math.), come dice il P. Holzineister, di «percussio sub alas», che è evidentemente un colpo al cuore. Ma, verificando il contesto, vedo che si tratta, del colpo che si dava, talvolta subito dopo la crocifissione per uccidere rapidamente il condannato. Origene dice che Gesù non l'aveva ricevuto e che questo spiega, lo stupore di Pilato davanti ad una morte rapida.

Ma ecco intervenire un testo di Sesto Empirico, filosofo e dotto medico del III secolo, egli ci spiega come « la piaga del cuore è causa di morte è tès kardias tròsis aition estin thanatou ». Sembrerebbe dunque questo il colpo di grazia cui allude Quintiliano.

Così, quando la famiglia reclamava il cadavere, il carnefice doveva anzitutto colpirlo al cuore. Poichè si trattava generalmente di un soldato, questo colpo doveva essere inferto con l'arma che aveva sotto mano: una lancia o un giavellotto. Vedremo che questo colpo al cuore, diretto al lato destro del petto, era certamente studiato e ben conosciuto, come forzatamente mortale, nella scherma dell'esercito romano. Esso dava ogni sicurezza sulla morte reale del condannato ed eventualmente la provocava.

 

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D) Spiegazione dei Vangeli mediante l'Archeologia.

1) La condanna.

Bisognava trovare un motivo che cadesse sotto il dominio della legge romana. Pilato era il solo a possedere a Gerusalemme il « jus gladii », il diritto di vita e di morte, e gli Ebrei, amaramente, glielo dicono a gran voce. Evidentemente gli uomini del Sinedrio non potevano prospettare davanti ad un funzionario i loro motivi di odio; perciò, tanto per cominciare, accusano Gesù di incitare il popolo alla rivolta. Ma una breve inchiesta e l' indifferenza di Erode distruggono nell'animo di Pilato questo capo d'accusa. Egli ripete tre volte (LUCA): «Non ho trovato in Lui nulla che meriti la morte». I Giudei adducono allora che si è fatto figlio di Dio, cosa che, secondo la loro legge, merita l'estremo supplizio. Ma, ciò non commuove affatto il Procuratore, anzi inquieta vagamente la Sua anima superstiziosa: per un pagano, un figlio di Dio è un eroe. Evidentemente Pilato fa tutti i suoi sforzi per rilasciare quest'uomo manifestamente innocente, e che gli impone il rispetto. Solo dopo tutti questi sotterfugi e questi tentativi, gli Ebrei trovano infine il motivo che costringerà Pilato a condannarlo: «Egli si è fatto re e, se tu lo liberi, non sei amico di Cesare». Astuzia satanica, poichè comprende un capo d'accusa regolare, «la ribellione contro Cesare», e smuove a fondo l'inquietudine egoista, in un povero funzionario coloniale, di dispiacere al governo centrale e forse anche di essere compromesso in un tentativo sovversivo contro l'imperatorte. Da allora, ogni volontà di benevolenza, ogni pensiero di giustizia, già ben strani in un rozzo romano (e che gli meritano una certa indulgenza ben espressa da S. Agostino), scompaiono di fronte ad un capo d'accusa grave e singolarmente compromettente per il giudice che non lo ammettesse. Da allora anche la condanna è automatica e l'applicazione della legge comporta la morte per crocifissione: ribellione contro Cesare.

Egli si vendicherà dei Giudei, scrivendo sul titulus: « Gesù di Nazaretht, re dei Giudei»,

e mantenendovelo malgrado le loro proteste («o gegrapha, gegrapha» ciò che ho scritto, ho scritto). E' solo l'espressione del suo rancore e del suo cattivo umore.

 

2 ) La flagellazione.

Si tratta di sapere se questa flagellazione è stata quella che legalmente precedeva la crocifissione o se ha costituito un supplizio a parte. Matteo e Marco non permettono di risolvere questo problema, perchè scrivono: «Dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perchè fosse crocifisso». E' una semplice enunciazione della successione degli avvenimenti ed è quanto aveva luogo in ogni condanna capitale.

Già in S. Luca, Pilato ripete due volte agli Ebrei: «Lo farò dunque castigare e lo libererò». Questo ci mostra la sua intenzione di infliggere la flagellazione come una pena speciale, ma non ci dice ancora che egli l'abbia fatto.

Ma Giovanni, spesso più esplicito quando ritiene opportuno completare i Sinottici senza contraddirli, nella sua qualità di testimone oculare ci fornisce i particolari del processo. Pilato ha dichiarato ai Giudei che Gesù, da lui interrogato, è innocente; offre loro di liberarlo per la Pasqua, ma essi reclamano Barabba. « Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare » (Giov., XIX, 1). E' la flagellazione, l'incoronazione di spine, l'uscita dell'Ecce Homo, l'accusa di essersi fatto figlio di Dio. Pilato rientra, inquieto, per interrogare Gesù a questo riguardo. Quando esce per un ultimo tentativo, esplode la suprema accusa: Egli s'è fatto re, tu non sei amico di Cesare. Ed è la condanna.

Come si vede la flagellazione ha preceduto la sentenza di morte ed anche la maggior parte dell'«actio», del processo, un processo ben poco degno e che sembra più una sommossa che una deliberazione giudiziaria. Purtroppo il risultato non è diverso!

 

3) L'incoronazione di spine.

Abbiam detto che si usava sottoporre il condannato ad ogni sorta di beffe e di maltrattamenti, che dipendevano soltanto dall'immaginazione dei carnefici. Per Gesù il motivo era trovato: lo si accusava di essersi fatto re dei Giudei, e questo capo d'accusa comporterà la condanna a morte. Certamente questo titolo regale ebreo doveva sembrare ai legionari dell'Impero una enorme buffonata e doveva venir loro subito l'idea di farne una crudele mascherata. Donde l'incoronazione di spine, la vecchia clamide come manto di porpora ed una canna a guisa di scettro.

Di questo profondo disprezzo dei romani per la regalità ebrea, Filone ci riporta un altro esempio (in Flaccum): Alcuni anni dopo la morte di Gesù, mentre il re giudeo Agrippa è di passaggio per Alessandria, il popolaccio si impadronisce di un povero idiota, gli mette in capo un fondo di paniere come diadema, lo avvolge di una stuoia, gli pone in mano una canna, gli mette al fianco delle ironiche guardie del corpo e circonda questo re da commedia, di onori derisori. Tutta questa mascherata improvvisata voleva essere un insulto alla regalità ebrea di Agrippa.

Ritorneremo sui particolari dell'incoronazione di Gesù, studiando le piaghe che ne sono risultate.

 

4) Trasporto della croce.

Bisogna anzitutto annmettere con P. Lagrange e col Padre Huby che Gesù, condannato da un romano al supplizio della croce «more romano», ha portato, secondo il costunne romano, soltanto il patibulum, e non la croce intiera, come lo rappresenta la maggior parte degli artisti. Abbianno visto che l'espressione «portare la propria croce», che si trova soltanto nei testi greci o tradotti dal greco in latino, era esattamente sinonimo del romano «portare il proprio patibulum».

Questo patibulum è stato fissato con funi sulle braccia distese, secondo l'uso romano, o Egli l'ha portato liberamente sulla spalla? I Vangeli non lo dicono formalmente ed è difficile, a tutta prima, decidersi in un senso piuttosto che nell'altro.

Tuttavia l'espressione di S. Giovanni « bastazón autò ten stauron bajulans sibi crucem caricandosi della sua croce » sembra supporre il gesto attivo di impugnare Egli stesso la sua croce (Giov., XIX, 17).

D'altra, parte, il fatto di Simone di Cirene sembra pure far propendere per il trasporto libero, senza funi. Secondo i quattro Evangelisti, Gesù ha, almeno all'uscita dal Pretorio, portato Egli stesso la croce. Poi i soldati, vedendo che così non sarebbe giunto al Calvario, hanno obbligato (secondo i tre Sinottici, Giovanni non parla di Simone) il Cireneo a portare la trave. Ciò starebbe ad indicare, per altro senza certezza, che essa era libera sulla sua spalla quanto a Simone, non c'era alcun motivo valido per legare un uomo libero semplicemente requisito. Soltanto Luca aggiunge che egli la portava dietro Gesù (opisthen). Ciò significa che Gesù camminava davanti, condotto dai soldati, e Simone lo seguiva portando soltanto ìl patibulum. Siamo lontani dall'iconografia così frequente in cui Gesù porta una immensa croce di cui Simone solleva dietro a Lui il braccio verticale; ciò è una pura immaginazione d'artista: essa non è senza bellezza nè senza significato mistico.

Vedremo d'altronde che le piaghe constatate sulla Sindone e le macchie della Tunica di Argenteuil non si spiegano (a meno di ammettere il trasporto della croce intiera, il che è inesatto) se non con lo sfregamento della trave sul dorso, che viene escoriato al momento delle cadute, quando Gesù s'abbatte sotto di essa.

Infine gli Evangelisti attestano che Gesù non fu sottoposto all'uso romano secondo cui i condannati andavano al supplizio completamente nudi. « Lo spogliarono della clamide di porpora e gli rimisero le vesti per condurlo al supplizio ». Questa deroga si spiega facilmente con l'abitudine che avevano i romani di rispettare le usanze indigene. Giuseppe scrive (C. Appionem): « Romani subjectos non cogunt patria jura transcendere i Romani non costringono i loro sottomessi ad infrangere le leggi della loro Patria».

Aggiungiamo infine che la fissazione del patibulum alle due braccia aveva soprattutto lo scopo di evitare ogni reazione violenta del condannato. I soldati avevano dovuto rendersi conto che Gesù era perfettamente inoffensivo. Il solo problema per loro era di condurlo vivo sino al Calvario.

 

5) La croce.

I. Altezza della croce. Il P. Holzmeister pensa che si trattasse di una « croce alta », sublimis. Mi permetto di non essere d'accordo con lui: il suo unico argomento non mi sembra interamente probante. Egli crede infatti che la croce dovesse essere molto alta poichè vi fu bisogno di fissare la spugna imbevuta d'aceto (la «posca » acetata, bevanda abituale del soldato romano) all'estremità di un'asta, per avvicinarla alle labbra del Crocifisso.

Eliminiamo subito l'issopo, che è un fragile arbusto anche in Palestina, e leggiamo col P. Lagrange non «hussopô», non «hussô» che significa giavellotto (Marco e Matteo parlano di una canna, «kalamos», ma il giavellotto ne ha abbastanza l'aspetto). Questo «hussos», il «pilum» romano, era lungo tre piedi, circa 90 cm., ivi compreso il ferro che era lungo circa un piede. Questo porta la spugna a braccia tese, verso i m. 2,50.

Io penso che si trattasse della «crux humilis». Non vi era, alcuna ragione per piantare uno stipes speciale, più alto, nemmeno per beffarsi d'un «Re dei Giudei». Non c'era tempo sufficiente ed i soliti pali attendevano piantati sul Golgota, campo abituale dei supplizi. Oltre a Gesù, condannato all'improvviso, essi dovevano ricevere quel giorno due ladroni condannati con processo regolare. Si trattava quindi di esecuzioni banali e ben regolate da leggi.

Io immagino dei pali di circa due metri, il che permette di attaccarvi comodamente il patibulum. I piedi sono facilmente inchiodati sullo stipes (data la flessione delle coscie delle gambe, che noi calcoleremo esattamente), a circa cinquanta centimetri dal suolo. La bocca non è molto più bassa del patibulum, dopo l'accasciamento del corpo, dunque a circa due metri. Sembra quindi più comodo alzare la spugna su di un pilum per portarla a questa altezza, che fare lo sforzo di alzarvela con le mani.

Un altro fatto dev'essere preso in considerazione, e di esso il Padre non parla: è il colpo di lancia. E' certo, anatomicamente parlando, che il colpo è stato dato obliquamente, ma molto vicino all'orizzontale. Ora, supponendo la croce alta due metri, la piaga è circa ad un metro e cinquanta dal suolo. Un soldato può dunque dare facilmente questo colpo alzando semplicemente le braccia. Questo diventa impossibile se la croce è più alta. I soldati erano certamente dei legionari, dei fanti, comandati da un centurione, ufficiale di fanteria: ma egli stesso era un ufficiale non a cavallo. Ora, solo un cavaliere avrebbe potuto dare il colpo di lancia su un crocifisso collocato in alto. Questo distrugge evidentemente le belle cavalcate così impressionanti di tanti nostri pittori, ma mi sembra molto più conforme alla verità storica.

Potrò ricordare il testo di Eusebio, citato dallo stesso P. Holzmeister, all'inizio del suo lavoro? S. Blandina « era esposta (sulla croce) in pasto alle fiere ». Si trattava dunque della croce bassa solita, usata nelle arene. « E appesa sulla croce, ella rassomigliava a Colui che fu per loro stessi (i martiri) crocifisso ». Questa rassomiglianza andava sino alla dimensione della croce? Non vorrei torturare il testo, ma esso sembra suggerirlo.

Infine, si è voluto, in favore della croce alta, fondarsi sul verbo « hupsousthai elevari essere elevato », che Gesù applica a se stesso tre volte in S. Giovanni, alludendo alla sua crocifissione. Nella terza, ad esempio, dice: « Quando sarò sollevato da terra, attirerò a me tutti gli uomini ». Evidentemente una croce della dimensione che noi supponiamo soddìsfa in pieno il. significato di questo verbo.

 

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II. Forma della croce. La croce di Gesù aveva forma di T o di + ? Sembra, secondo il P. Holzmeister, che i Padri della Chiesa abbiano optato per la seconda, ma egli deduce questa opinione soltanto da certi paragoni che essi fanno della croce: per esempio, con Giacobbe in atto di benedire, a braccia tese, Efraim e Manasse. Un solo testo è un poco più preciso, quello di S. Ireneo, il quale parla di cinque estremità (cornua) alla croce, ivi compreso il « sedile ». Insomma, non troviamo nella Patrologia nessuna affermazione netta in questo senso. Al contrario Dom Leclerc cita tre testi dello Pseudobarnaba, di Origene e di Tertulliano in cui la forma della croce a T è fuor di dubbio. Tertulliano ricorda il passo di Ezechiele in cui il Signore gli ordina di segnare la fronte degli uomini di Gerusalemme con un Tau, aggiungendo elle si trattava d'una prefigurazione del segno della croce che i cristiani tracciano sulla loro fronte.

«I vangeli scrive il P. Holzmeister non indicano affatto la forma della croce. Il titulus che era secondo S. Matteo « epano tès kephalès autou al di sopra del suo capo », non prova che lo stipes oltrepassasse il patibulum».

Questo non solleva infatti nessuna difficoltà. Il titulus si poteva fissare al patibulumn del T con un'asta di legno e quattro chiodi, come l'ho realizzato per molti crocifissi: poteva anche estendersi un poco sulla faccia del patibulum ed essere inchiodato direttamente su di esso. Si ritroveranno questi due aspetti presso molti pittori.

E' anche possibilissimo che la sopraelevazione del titulus al di sopra del patibulumn, abbia originato la forma delle croci greca e latina. (Questi due aggettivi non hanno d'altronde nessun significato geografico). La vera croce greca classica, presenta al di sopra del patibulum (che incrocia a metà lo stipes), una seconda sbarra obliqua elle rappresenta il titulus. Il corno superiore di S. Ireneo sarebbe dunque il titulus.

Bisogna d'altronde tener presente che quando apparvero i primi crocifissi, ancor molto rari, alla fine del V secolo (avorio del British Museum) e nel VI secolo (portale di S. Sabina, evangeliario di Rabula), già da quasi due secoli la crocifissione era stata abolita da Costantino (315, al più tardi 330), e gli artisti non avevano mai visto un crocifisso. S. Agostino, all'alba del V secolo, dichiara che nessuno era più stato crocifisso a Roma da molto tempo. La forma è stata dunque scelta dagli artisti per motivi che non hanno nulla a che vedere con la realtà: ragioni estetiche, facilità di collocare il titulus ben visibile al di sopra dal capo di Gesù. Le due forme saranno sempre rappresentate, nell'arte di ogni tempo, secondo il gusto degli artisti.

Dal VI al XII secolo, la produzione orientale è, senz'altro, la più importante. Essa comprende molti piccoli oggetti, ampolle (Bobbio, Monza), incensieri, che recano spesso la Croce a forma di +, la quale si ritrova pure in affreschi, come duelli di S. Maria Antiqua al Poro (VIII sec.). Tuttavia le grandi composizioni che si diffondono a partire dall'XI secolo portano molto spesso la croce a forma di T. Se ne trovano così a S. Luca in Focide, a Dafni, ad Aquileia, a S. Maria in Vescovio. Considero a parte i crocifissi bizantini collocati in mezzo ad una grande cornice a forma di croce, le cui estremità ed i cui lati si allargano in piccoli quadri accessori: vedi il crocifisso di S. Damiano in Assisi.

Quando la pittura si risveglia in Italia (XII e XIII secolo), i primitivi usano piuttosto la croce in forma di +, vedi ad esempio Duccio e Cimabue; ma nel XIV e XV secolo, la croce a forma di T ricomincia a fiorire con Pietro Lorenzetti (chiesa inferiore di Assisi), Giotto (Arena di Padova), Fra Angelico (S. Marco di Firenze). Tutti tre fissano il titulus sopra il patibulum mediante una stretta asta.

In Francia gli scultori gotici si servono piuttosto della croce in forma di +. Ma la croce a forma di T domina nettamente nel XV secolo in ogni scuola di pittura, sia essa provenzale, borgognona, parigina o del Nord: Bréa, Bellechose, Fouquet Pesano generalmente; nei paesi valloni, il grande; Roger dele Pasture non dipinge che quest'ultima; così come Alberto Durer in Germania, Jércîme Bosch in Olanda, Memlinck in Fiandra; nel XVI secolo alcuni artisti come Quentin Metsys, rimangono ad essa fedeli. Ma nel XVII secolo, in tutti i paesi, la croce latina si impone, generalmente molto alta, in composizioni pompose e magniloquenti, che s'allontanano sempre più dalla verità e dalla pietà. Si può tuttavia vedere ancora qualche T in Lebrun (Louvre) e in Rembrandt. I nostri artisti moderni vi ritornano volentieri.

Ma risaliamo ora alle origini.

Sarebbe infatti molto interessante sapere come i cristiani dei primissimi tempi si raffiguravano la croce. Sfortunatamente essa era, in tutto il mondo romano, un tale oggetto di orrore e d'infamia che non si osava mostrarla nemmeno agli occhi dei fedeli. Tutta la catechesi apostolica era anzi tutto una predicazione trionfante della resurrezione. I primi crocifissi (V e VI secolo) saranno immagini trionfali del Cristo vivente, collocato davanti alla croce soltanto nel Medio Evo si svilupperauno l'immagine ed il culto della Passione, l'idea mistica della a compassione.

Si trovano tuttavia rarissime riproduzioni di crocifissi su gemme incise dei primi secoli. Su di una Gesù, ha le braccia in croce, tra questa, non è visibile, mentre su due altre sembra essere a forma di T. Su una corniola del Britislt, il Cristo è in piedi a braccia allargate: una sbarra trasversale è dietro di lui al di sopra delle sue spalle e delle sue mani ha più l'aspetto di un condannato che ponti il proprio patibulum secondo l'uso romano, che di un crocifisso. Infine il celebre graffito del Palatino, grossolano disegno satirico che rappreseta un cristiano in atto di adorare un crocifisso con la testa d'asino (calunnia, abituale dei pagani), mostra nettamente tratteggiata una croce a forma di T.

Nelle catacombe, la, croce è rarissima: se ne citavano una ventina ed i recenti scavi non hanno aumentato di molto questo numero. Si tratta di croci nude, senza, corpo, espresse con tratti analoghi alle lettere delle iscrizioni vicine. Quasi sempre, e costantemente nei due primi secoli, la croce è simbolizzata con immagini di meno facile comprensione da parte da non iniziati.

E' soprattutto l'àncora, simbolo della speranza: ma Gesù è la nostra più grande speranza. D'altronde l'àncora è spesso abbracciata o ricoperta dal pesce. Esso, come ognuno sa, si dice in greco « ichthus », le cui lettere sono le iniziali delle parole greche corrispondenti a « Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore ». Il pesce allungato sull'àncora, talvolta su un tridente, è dunque un'immagine perfetta del crocifisso. L'àncora richiama nettamente con la sua forma una croce a foma di T. Tuttavia, molto più tardi d'altronde e raramente, il braccio rettilineo dell'àncora è incrociato da una sbarra trasversale che sottolinea l'aspetto cruciforme e rappresenta forse il patibulum.

La stessa croce si presenta sotto due forme, T e +. Questa ultima è sempre a lato del nome d'un defunto; la prima si ri trova pure situata talvolta nel medesimo modo, ma occupa più spesso un posto tutto particolare, cioè in mezzo ad un nome, generalmente con la stessa larghezza delle altre lettere, ma superandole in alto ed in basso. Per esempio, a S. Pietro e Marcellino ad duos lauros, si vede (...) (Dionusiou). Così. un graffito in uno dei tre ipogei delle catacombe di S. Sebastiano traccia l'acrostico del Salvatore non (...) (pesce) ma (...). Cosa curiosa, si trova la medesima disposizione con la lettera M, sbarrata in alto(M), che tutti gli archeologi ammettono come abbreviazione di Martire. Così (...), a Priscilla (Vericinidus). Queste iscrizioni del T sono antiche (II e III secolo), come quelle dell'M che sono del II secolo. Non ho trovato presso gli archeologi la spiegazione di questo T. Sarebbe anch'esso l'indicazione di un martire, come le piccole croci che essi tengono in mano nell'affresco di S. Maria Antiqua? Queste croci erano forse anch'esse l'indicazione d'un martire crocifisso?

Come si vede, le informazioni sulla croce di Gesù sono rarissinie ed abbastanza imprecise. Ma non vedo comunque nessuna ragione perché si sia dovuta costruire nei Suoi riguardi una croce speciale. Lo attendeva una qualunque delle croci del Golgota. Si trattava dunque non solo di una croce di altezza inedia, ma di una croce a T, come lo erano normalmente le croci romane, secondo l'opinione degli archeologi.

 

6) I chiodi.

Gesù ha avuto le mani ed i piedi inchiodati sulla croce. Non è soltanto la realizzazione della profezia di Davide « foderunt manus meas et pedes meos hanno trapassato le mie mani ed i miei piedi» (Salmo XXI), ma è affermazione dello stesso Salvatore che diceva agli Apostoli radunati nel Cenacolo, quando apparì loro la prima volta « Videte mantis meas et pedes neos, quia ego sum Vedete le mie e inani e i miei piedi, poiché; sono proprio io ». Due o tre testi patristici, di cui si parla soltanto dei chiodi delle mani, non hanno valore, di fronte a questa affermazione evangelica.

L'unico problema da risolvere riguarda il numero di questi chiodi: tre o quattro? In altre parole, i piedi sono stati inchiodati, separatamente o l'uno sull'altro? L'archeologia romana sembra assolutamente muta su questo punto. Gli oratori ecclesiastici si dividono le due opinioni, ma sfortunatamente non producono, nè da una parte nè dall'altra, le ragioni della loro preferenza.

S. Cipriano, S. Ambrogio, Gregorio di Tours parlano di quattro chiodi. Viceversa Nonius (IV secolo) parla dei piedi incrociati « pedibus positis inutuo percomplicatis ». S. Gregorio Nazianzeno scrive: « Triclavi positum ligno appeso al legno dai tre chiodi ». S. Bonaventura: « Illi tres slavi sustinent totius corporis pondus questi tre chiodi sostengono tutta il peso del corpo ». Questo, sia detto di passaggio, presupposte quello spirito di S. Bonaventura l'assenza del « sedile ». S. Brigida nelle sue rivelazioni e Mons. Paleotto, arcivescovo dì Bologna ne XVI secolo, complicano le cose facendo incrociare i piedi, ma inchiodandoli ciascuno con un chiodo. Questa tecnica è realizzata da Giotto all'Arena, ma è molto complicata. Vedremo che la soluzione anatomica è infinitamente più semplice e meglio fondata.

Può darsi che si tratti d'una questione di estetica, poichè la tradizione orale (che avrebbe potuto esistere) non giunge ad una soluzione univoca. E' dunque interessante studiare l'evoluzione del crocifisso su questo punto particolare. Ciò meriterebbe un lunghissimo studio, ma possiamo schematizzare grosso modo nella maniera seguente.

I primi Crocifissi non sono dei suppliziati: essi stanno in piedi, in atteggiamento di maestà davanti alla croce, su cui distendono le braccia orizzontalmente; le mani mostrami una testa di chiodo, ma i piedi non sono inchiodati (Portale di S. Sabina). Sull'avorio del British, Gesù è sollevato su una croce, con le braccia distese e le mani inchiodate, ma i piedi cadono verticalmente senza essere fissati. Nell'evangeliario di Rabula, la disposizione è analoga, ma le gambe sono inchiodate allo stipes, un po' al di sopra della caviglia e separatamente: i piedi pendono liberi obliquamente.

Questo atteggiamento conduce più tardi gli artisti ad immaginare il « suppedaneum », che dispongono in un primo tempo orizzontalmente sotto i piedi, inchiodandoli al di sopra di esso l'uno a fianco dell'altro; così a S. Luca in Focide. Ma questi piedi orizzontali sono antiestetici e molto rapidamente il suppedaneum assume quella forma di mensola obliqua che conserverà sino ai nostri giorni: i piedi riacquisteranno così una direzione obliqua molto più naturale. E' quanto si vede dapprima presso i Bizantini, a Dafne, Aquileia, ecc., e poi presso i pittori e gli scultori del medioevo. Ciò non ci impedisce di trovare spesso i piedi inchiodati direttamente a piatto sullo stipes. La soppressione del suppedaneum è soprattutto frequente nella Francia del XIV e XV secolo.

Il suppedaneum obliquo porta con sè d'altronde un'altra trasformazione: l'incrociamento dei piedi. Dopo aver visto gli arti inferiori verticali, se ne vedono altri piegati lateralmente all'altezza delle ginocchia, in modo da ricondurre i piedi alla verticale e da inchiodarli parallelamente sulla mensola. Ma ben presto le ginocchia si flettono lungo l'asse del corpo e i piedi si incrociano l'uno sull'altro sul sostegno. Questo esiste già nel 1270 a S. Diaria in Vescovio. Tale disposizione non sembra molto diffusa in Italia prima del XV secolo; ma la si ritrova già in Francia nelle sculture del XII secolo. In seguito troveremo ancora, di tanto in tanto, piedi paralleli tra loro fissati ciascuno con un chiodo, ma diventa sempre più diffusa la regola d'incrociare i piedi. Quasi sempre, vi ritorneremo al cap. VI, il piede sinistro è dietro il destro, contrariamente a ció che si vede sulla Sindone.

Risulta da tutto ciò che la scelta degli artisti fra tre e quattro chiodi è determinata unicamente da preoccupazioni estetiche e che la cura della forma li riconduce progressivamente alla realtà storica. Non avranno se non da sopprimere il loro suppedaneum immaginario per adattarsi completamente ad essa, come i loro predecessori del XVI secolo.

 

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7) Gesù era nudo sulla croce?

Anzitutto è evidentissimo che prima di crocifiggerLo, Lo hanno spogliato delle vesti, poichè i soldati se le sono divise ed hanno tirato a sorte la Sua tunica (Giov., XIX, 23). Si tratta dunque di sapere se Egli ha conservato qualcosa attorno alle reni. Secondo il P. Holzmeister, i Padri sono unanimi nell'affermare questa nudità; ma sembra che essi basino generalmente la loro opinione su ragioni di simbolismo tratte dall'Antico Testamento (es.: Adamo era nudo per peccare; Gesù era nudo per redimerci) e si accontentino di rimettersi al «costume romano», senza alcuna tradizione storica speciale per Gesù.

Si oppone a questa opinione un testo apocrifo degli « Atti di Pilato » secondo cui, dopo avergli tolte le vesti, Gli avrebbero rimesso un « lention » (un panno, in greco), una specie di perizoma (?).

Si obietta soprattutto che sarebbe sorprendente che i Romani (i quali L'avevano rivestito per trasportare la croce, contrariamente al loro costume personale, ma senza dubbio per concessione alle idee ebraiche di decenza ed alle loro usanze nazionali) non Gli avessero lasciato sulla croce, almeno quest'ultimo resto di abbigliamento.

L'usanza ebraica, scrive il P. Lagrange (in MARCO) è il seguente: « Giunto alla distanza di quattro cubiti, si spoglia il condannato; se è un uomo lo si copre davanti; se è una donna, davanti e dietro » (Sanh., VI, 14; traduzione SCHWOB).

Tutta la questione resta tuttavia influenzata dal «costume romano». Presso di loro il crocifisso era nudo? E' ciò che dice Artemidoro (Oniricriticon), secondo Dom Leclerc « (gumnoi gar staurountai ». Ma che cosa significa questo « gumnoi »; questo nudo? Tutti quanti gli antichi portavano sotto i loro abiti ciò che si chiamava il « subligaculum » erano delle specie di mutande formate da una striscia di tela, che si arrotolava attorno alle reni ed alle coscie e che, si portava in permanenza.

S. Marco narra (XIV, 51) che dopo l'arresto di Gesù, un giovane (molto probabilmente lui stesso) seguiva il corteo non avendo che la sua sindone sul corpo nudo. La sindone, lo vedremo, era una lunga pezza di tela con la quale ci si avvolgeva il corpo, sotto le tuniche, e che si conservava come abbigliamento notturno. Marco aveva dormito al giardino degli olivi: egli si era quindi tolta la tunica, ma, beninteso, aveva conservato il subligaculum sotto la sindone. Ora le guardie s'impadroniscono di lui che, abbandonando la sua sindone, fugge nudo, « gumnoi ephuge ». Questa nudità non comportava naturalmente, il subligaculum?

Mi si permetterà di avvicinare a questo testo una vicenda analoga dei Fioretti: l'usanza era la stessa nel XIII secolo. S. Francesco per punire frate Ruffino che si era rifiutato, adducendo la sua incapacità, di predicare in città, gli comanda di andare ad Assisi a predicarvi nudo. Ora il titolo di questo XXIX capitolo porta « ignudo nato », cioè nudo come alla nascita. Ed il testo spiega, con le parole di S. Francesco « ignudo, solo col panni di gamba». Mi si dirà che si tratta di un'altra epoca: certamente; ma è la stessa usanza e probabilmente la stessa concezione del termine « nudo ».

La questione rimane dubbia. Vediamo ciò che ne pensa l'iconografia. Si può dire che nessun artista ha osato rappresentare questa nudità di Cristo in croce: essa sarebbe eccessivamente odiosa. Dom Leclerc dice veramente che sulle gemme incise di cui abbiamo parlato, e che risalgono probabilmente ai primi secoli, il corpo del crocifisso è nudo. Confesso che è difficile giudicarne dai disegni che le rappresentano; in ogni caso, sulle due prime sculture importanti che abbiamo (S. Sabina e British), Gesù e come Lui i due ladroni porta il subligaculum.

Questa tradizione si è perpetuata da quell'epoca nei paesi orientali. La maggior parte dei crocifissi bizantini (S. Luca, Dafne, ecc.) sono di questo tipo. In occidente, viceversa, durante tutto l'alto medioevo, il Crocifisso è abbondantemente vestito, come nell'affresco di S. Maria Antiqua (VIII secolo). Uno dei tipi più caratteristici è il S. Volto di Lucca, crocifisso di cedro che si dice scolpito da Nicodemo, ma che non deve essere anteriore all'VIII secolo. Il corpo è scolpito interamente vestito di un lungo abito con le maniche, che lascia scoperti soltanto le mani e i piedi. Questa scultura vestita è ricoperta d'altronde di ricchi paramenti di stoffa; le gambe sono diritte e l'insieme richiama molto più la maestà ed il trionfo che la tortura.

Il Santo Volto ha fatto scuola e se ne ritrovano le immagini un po' dappertutto in Occidente: citiamo soltanto il celebre Saint Saulve (Salvatore) della Cattedrale di Amiens. Bisogna giungere al primo Rinascimento italiano (XII secolo) ed alla scultura francese cosidetta gotica per vedere riapparire i crocifissi ignudi rivestiti del solo subligaculum. Esso è generalmente costituito d'un perizoma più o meno lungo ed artisticamente drappeggiato.

Fatto più curioso ancora, e che mostra a qual punto il nudo completo ripugnasse agli artisti, su molte antiche copie della Sindone, il pittore ha aggiunto, intorno al bacino delle informi mutande che nulla, sull'originale, permette di supporre. (La regione glutea è coperta di piaghe della flagellazione).

Notate che, per conto mio, ammetterei senza eccessiva difficoltà, che le impronte del bacino si siano formate attraverso il subligaculum; le immagini vegetali di Volckringer si formano, attraverso il foglio di sostegno, sul foglio esterno: i fogli di carta aderenti alla pianta per fissarla non impediscono tuttavia la formazione delle impronte attraverso ad essi. Ma il subligaculum di Gesù era sicuramente macchiato abbondantemente di sangue: questi coaguli avrebbero lasciato la loro impronta.

Tutto ciò, bisogna confessarlo, è soprattutto materia artistica, preoccupazione di estetica, di decenza e di rispetto, insieme al desiderio di esprimere in modo reale le sofferenze della Passione. Non mi posso trattenere, dopo aver patrocinato in qualche modo la causa del subligaculum, dal ritornare all'opinione generale dei Padri, la cui unanimità è comunque impressionante.

Ho verificato i testi citati dal P. Holzmeister. Tutti parlano di « nudus, nuditas, gumnos, gumnesthai nudo, nudità, nudo, essere denudato ». S. Crisostomo, per esempio, scrive: « Egli era condotto nudo alla morte epi to pathos égeto gumnos »; « egli rimaneva nudo in mezzo a quella folla eistèkei gumnos eu meso ton ochlòn ekeinon ».

Ho ritrovato pure un testo di S. Efreim, siriano (Sermone VI sulla Settimana Santa), in cui, come l'Alessandrino, egli dice che il sole si nascose davanti alla nudità di Gesù. (Egli esagera parlando anche della luna, la quale durante il plenilunio non si mostra in pieno giorno). Tuttavia scrive: « Quia vero nudatus erat ille qui omnia vestit, astrorum lux obscurata est la luce degli astri fu oscurata poichè era stato veramente denudato Colui che veste tutte le cose ». Infine, ecco una precisazione ancora maggiore in S. Crisostomo (Omelia sull'Epistola ai Colossesi): egli parla di Gesù che, prima di salire in croce, depose l'uomo vecchio tanto facilmente quanto i suoi abiti, ed aggiunge: « Egli è unto come gli atleti che si apprestano ad entrare nello stadio ». Ora tutta la scultura greca ci mostra questi atleti interamente nudi.

Tutte le affermazioni patristiche non riposavano forse su una tradizione orale persa per noi? E' molto difficile giungere a delle conclusioni.

In ogni caso, lo ripeto, mai nessun artista ha voluto rappresentare un crocifisso interamente nudo. Ora proprio questo noi troviamo sulla Sindone. E' possibile che un falsario abbia avuto questa idea anormale e che urta tanto fortemente contro tutte le nostre tradizioni artistiche di decenza e di rispetto?

 

8) Crocifissione.

Sembra che vi siano soltanto tre modi di eseguirla.

I) La croce già preparata è distesa per terra. Vi si crocifigge Gesù ai piedi ed alle mani. Poi si innalza la croce e si affonda la base dello stipes in un foro preparato in precedenza. La manovra è complicata, faticosa e pericolosa. Essa ha sedotto artisti come Rembrandt; dubito che essa avrebbe soddisfatto i carnefici, soprattutto quando si trattava di lavori in serie. Tecnicamente avrei grande difficoltà ad ammetterla. Inoltre essa viene eliminata da tutto cìò che sappiamo, con sicurezza, sulla croce romana. Questa idea avrebbe la sua origine, si dice, nell'apocrifo Vangelo di Pietro ed è stata rimessa in onore nel medioevo da S. Anselmo.

Il) La croce intiera è già innalzata ed il condannato vi è crocifisso in piedi. Questa tesi ha avuto i suoi sostenitori e proviene forse dagli «Atti di Pilato», pure apocrifi. Vi si oppongono le medesime obiezioni archeologiche. Non le trovo che un merito: quello di aver ispirato al mio vecchio amico Beato Angelico una commoventissima composizione che egli è il solo, credo, ad aver realizzato. In questo affresco della cella 36 del Convento di S. Marco a Firenze, Gesù è addossato alla croce, in piedi, sull'alto di una corta scala; egli distende da solo le mani che due carnefici, le cui scale sono appoggiate dietro il patibulum, si preparano ad inchiodare.

III) Gesù è inchiodato a terra sul patibulum. Poi lo si solleva con esso, lo si addossa allo stipes e si solleva il tutto per connettere il patibulum all'alto del palo. Possiamo immaginare che, per facilitare l'ascesa, salga a ritroso su una corta scala addossata allo stipes, come quella dì Fra Angelico.

E' questa la soluzione più semplice, quella più facile per i carnefici e questo, già, l'ho detto, è un argomento di valore assoluto. Essa è d'altronde d'accordo con i testi di S. Atanasio, S. Crisostomo, S. Ambrogio e S. Agostino: « crucem ascendisse esser salito in croce », « se permisit in crucem levari permise che lo si sollevasse sulla croce », e gli altri testi citati in favore della seconda ipotesi. E' infine la sola soluzione che concorda con tutto ciò che l'archeologia ci ha insegnato sulla crocifissione secondo l'uso romano.

 

9) Il colpo di lancia.

Mi sono sempre chiesto quale fosse la ragione di questo gesto bizzarro, anormale da parte di un soldato che ha appena assistito alla morte di Gesù. La mentalità di queste guardie si è molto modificata durante le tre ore di agonia, nel senso di pietà e del rispetto: il centurione, facendosi interprete dei suoi uomini (Matteo attribuisce la frase all'insieme dei soldati) ha proclamato solennemente: «Questo uomo era un giusto» (LUCA) o, secondo la formula ebraica di Marco e Matteo, «Quest'uomo era un Figlio di Dio», il che significa press'a poco la stessa cosa.

Ora, essi constatano precisamente che Gesù è evidentemente morto e gli risparmiano il «crucifragium» che finirà, rapidamente i ladroni, precipitandoli nella tetania e nella asfissia, come vedremo. E su un cadavere, uno di questi soldati reca un colpo di lancia al cuore?!

Ma, se abbiamo esattamente interpretato i testi legali, questa, ferita al cuore era il gesto regolamentare che si doveva compiere per poter deporre il corpo per la sepoltura.

Secondo S. Giovanni, Giuseppe d'Arimatea si recò alla torre Antonia, dopo il colpo di lancia, a richiedere a Pilato il corpo di Gesù. Ma dal momento dell'arrivo al Calvario, tutto il drappello aveva ben visto quel folto gruppo («numerose donne», aggiunge Marco, dopo l'elenco nominativo) che circondava Maria e Giovanni e che costituiva visibilmente la famiglia. Tutti costoro, se si erano tenuti dapprima in disparte (apomakrothen), al di fuori del cerchio delle sentinelle, avevano poi dovuto avvicinarsi, dopo la partenza degli Ebrei insolenti. Ne sono prova le parole di Gesù alla Madre ed al discepolo prediletto. I soldati li avevano forse intesi manifestare l'intenzione di reclamare il corpo? In ogni caso, era evidente che lo avrebbero fatto. Il colpo di lancia, una volta constatata la morte, diventava un gesto naturale e benevolo per preparare la deposizione, conforme al regolamento.

Confesso francamente che quest'idea mi dà sollievo e che sotto questo punto di vista, comprendo meglio la cosa.

 

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CAPITOLO TERZO

Cause della morte rapida di Gesù

A) Cause preparatorie.

Dopo la morte di Gesù ed il colpo di lancia che gli aprì il cuore, Giuseppe d'Arimatea si presentò arditamente (audacter) a Pilato e gli chiese il corpo del Salvatore. Ora, «Pilato si meravigliò che fosse già morto» (Pilatos autem mirabatur is jam obiiset O de Pilatos ethaumasen ei èdè tethnèken). E avendo convocato il centurione, gli domandò se fosse già morto. E come ne fu informato dal centurione, accordò il corpo a Giuseppe (MARCO, XV, 42 e segg.).

Gesù infatti aveva avuto soltanto tre ore circa di agonia, tempo abbastanza breve per un crocifisso. I ladroni gli erano sopravvissuti ed erano in seguito morti solo perchè, spezzando loro le gambe, si era affrettata la loro asfissia. I Giudei l'avevano richiesto a Pilato, volendo seppellirli tutti e tre prima di notte. Secondo la regola ebraica, i crocifissi dovevano essere deposti e seppelliti nello stesso giorno. Vi si aggiungeva il fatto che era venerdì, cioè la vigilia del Sabbato e in più la vigilia della grande festa di Pasqua: era la « paraskeuè ».

I crocifissi avevano in genere un'agonia più lunga, almeno (lo diremo) in determinate circostanze. Secondo Origene, non era raro vederli sopravvivere tutta la notte ed il giorno seguente. Un testo ebraico afferma che nel 1247, a Damasco, un crocifisso era rimasto in vita per due giorni.

Altre sopravvivenza più lunghe sono citate con minor certezza.

Si giunse persino a liberare dei crocifissi, che poi sopravvissero. Si cita il caso di un magistrato di Dario (Erodoto) e quello di Cherea (Caritone). Ma l'esempio narrato da Giuseppe è il più interessante. Durante l'assedio di Gerusalemnle del 70, tre amici suoi furono fatti prigionieri dai Romani, in sua assenza, e crocifissi. Ritornato, la sera, al campo romano, egli chiese subito a Tito la grazia per loro e l'ottenne: furono deposti dalla croce. Due di essi non poterono più essere richiamati in vita dai medici, ma il terzo sopravvisse. Ora i due primi erano stati inchiodati, mentre il sopravvissuto era stato soltanto fissato con funi. Si vede già che una variante nelle modalità della crocifissione poteva far sì che il supplizio portasse alla morte più o meno rapidamente. Coloro elle erano fissati alla croce con funi, dice Giuseppe, agonizzavano meno rapidamente di coloro che erano fissati con chiodi e potevano essere più facilmente rianimati.

Tutti gli altri Autori che ne hanno parlato, concordano nel fare della croce il più terribile e crudele dei supplizi « crudelissimum et teterrimum supplicium », scrive Cicerone. Nessuno però ne dice il motivo, ma tutti affermano soltanto che i tormenti si prolungavano a lungo. Ma perchè allora Gesù è morto più in fretta della media dei condannati? E' ciò che rimane da determinare.

Evidentemente tutta una serie di circostanze, di cui alcune sono stata invocate come cause di morte, si sono associate per diminuire la Sua resistenza fisica. E noi sappiamo dall'esperienza fisiologica che chocs dolorosi in serie non si addizionano, ma in certa misura si moltiplicano. (Una serie di eccitamenti abbassa la soglia di reazione).

Già il giorno prima, Egli aveva subìto nel giardino degli ulivi un'agonia morale spaventosa, prodotta dalla previsione della Sua Passione fisica e dalla coscienza di tutti i peccati degli uomini, che Egli assumeva su di Sè per redimerli. Egli stesso aveva detto ai Suoi Apostoli : « La mia anima è triste sino alla morte ». Era triste a morirne. Questa perturbazione grave può determinare un fenomeno noto in medicina e di cui S. Luca, medico, dà una descrizione perfettamente clinica ed impressionante nella sua brevità. Questo fenomeno, d'altronde raro, è provocato da una grande scossa morale, conseguenza di una emozione profonda, d'una grande paura. E S. Luca descrive, nel Getsemani, la lotta della Umanità di Gesù davanti al calice di sofferenza che Gli viene presentato e l'accettazione di questo calice ( « Padre, la Tua volontà sia fatta e non la mia »). E aggiunge: « Coepit pavere et taedere incominciò ad atterrirsi e ad attristrasi ».

Poi aggiunge: « Et factus in agonia, prolixius orabat. Et factus est sudor eius sicut guttae sanguinis decurrentes in terram (Volgata) Ed entrato in agonia, pregava più intensamente. E diede in un sudore come gocce di sangue che cadevano sino a terra». Il testo greco di S. Luca dice più esattamente: « Egeneto o idros autou òsei thrornboi aimatos katabaiuontes epì tèn gèn ». Ora, thrombos vuol dire coagulo. Questi coaguli di sangue hanno sempre messo molto in imbarazzo i traduttori: dei coaguli, osservano giustamente, non possono uscire dal corpo. Così, non comprendendo il fenomeno fisiologico, si sono sforzati di torturare le parole: alcuni manoscritti antichi hanno addirittura soppresso il passo, come indegno della divinità di Gesù. Il P. Lagrange, esegeta geniale, ma non medico, ha tradotto «come globuli di sangue che scendevano fino a terra».

Ora il fenomeno che noi chiamiamo scientificamente « ematoidrosi » consiste in una intensa vasodilatazione dei capillari sottocutanei che, tesi al massimo, si rompono a contatto dei milioni di ghiandole sudoripare ripartite in tutta la cute. La medesima vasodilatazione ha provocato un'intensa secrezione in queste ghiandole. Il sangue si mescola al sudore e questo miscuglio imperla tutta la superficie del corpo. Ma una volta giunto all'esterno il sangue si coagula ed i grumi così formatisi sulla pelle cadono a terra, trascinati dal sudore profuso. S. Luca ha dunque scritto, da buon medico e buon osservatore: « e il Suo sudore divenne come grumi di sangue che cadevano sino a terra».

Possiamo già concludere da questo fenomeno due fatti. Anzitutto un'enorme diminuzione della resistenza vitale, successiva a questa emorragia, che è grave, data l'estensione della superficie su cui si è prodotta; in secondo luogo, lo stato anormale di questa cute che, avendo sanguinato nell'intimità delle sue ghiandole sudoripare, su tutta la superficie del corpo, è resa più fragile e indolenzita e quindi meno adatta a sopportare le violenze e le percosse che la colpiranno nella notte e nel giorno successivo, sino alla flagellazione ed alla crocifissione.

Questa sensibilizzazione della cute, che è, un fenomeno puramente fisiologico, ci conduce a riflettere, di passaggio, su un altro fatto che domina tutta la Passione; non bisogna perderlo di vista poichè può contribuire a spiegare, umanamente parlando, la brevità dell'agonia. Gli uomini non hanno tutti la medesima resistenza nè le stesse difese di fronte al dolore fisico. E' di constatazione quotidiana per noi medici il fatto che un malato piuttosto rozzo è meno sensibile al dolore di un altro più raffinato e colto. E non si tratta soltanto di una reazione psichica, poichè si vedono viceversa degli operai dalla volontà debole sopportare molto male una sofferenza insolita; mentre organismi fisicamente affinati la sopportano con maggior pazienza e vi resistono meglio nell'insieme, sotto l'influenza d'uno spirito più forte e di sentimenti elevati. Sembra dunque che vi sia correlazione tra l'affinamento del sistema nervoso sensitivo e, l'intensità della sofferenza, anche fisica, indipendentemente dalle reazioni puramente psichiche.

Ora, noi siamo obbligati a credere che, in Gesù, l'unione della natura divina alla natura umana aveva sviluppato al massimo grado questa sensibilità fisica. D'altra parte, Nostro Signore, avendo assunto questa natura umana, aveva la ferma volontà di sopportarne sino in fondo le conseguenze dolorose.

Sempre a proposito delle cause di indebolimento, bisogna anche considerare le sevizie subite durante la notte, soprattutto tra i due interrogatori, quando Egli fu preda ed oggetto di scherno da parte di una turba infame di servi del tempio, « quei cani sanguinari », come dice S. Giovanni Crisostomo. Bisogna aggiungervi le percosse ricevute al pretorio, dopo la flagellazione e l'incoronazione, schiaffi, pugni ed anche bastonate, poichè la parola « rapismata », che S. Girolamo traduce con « alapas » (schiaffi), significa anche bene, e soprattutto, « bastonate ».

La prova che questo è il significato ovvio di « rapisiria » si trova paragonando S. Giovanni e S. Matteo, nel passo riguardante la flagellazione. Entrambi dicono che dopo aver incoronato, piegavano il ginocchio dinanzi a Lui, dicendo: « Salve, Re dei Giudei! ». Poi S. Giovanni aggiunge: « Kai edidosan autô rapismata et dabant ci alapas e gli davano delle bastonate». Ma S. Marco specifica: « Kai elabon ton kalamon kai etapton eis tèn kephalèn autou acceperunt arundinem et percutiebant caput eius e prendendogli la canna, gli percuotevano il capo ».

Ritroviamo la traccia di queste sevizie sulla Sindone, in una grossa piaga contusa della guancia destra ed in una frattura dell'ala cartilaginea del naso. Ma questi colpi diretti principalmente al capo hanno anche potuto provocare una scossa forse grave, ciò che chiamiamo una commozione od anche una contusione cerebrale; esse sono caratterizzate dalla rottura più o meno estesa di piccoli vasi, nelle meningi e nel cervello.

Le emorragie hanno pure indebolito considerevolmente e progressivamente la resistenza vitale. Abbiamo già parlato del sudor di sangue. Ma oltre le piaghe contuse che ritroveremo, soprattutto la selvaggia flagellazione e l'incoronazione di spine subite al Pretorio di Pilato, al « Lithostrotos », hanno dovuto provocare la perdita di sangue più grave. Le corregge, armate come abbiamo visto, hanno coperto il corpo di piaghe che devono aver sanguinato abbastanza a lungo, perchè se ne ritrovino le tracce sanguinanti sul Lenzuolo, su cui si sono decalcate, forse sei ore più tardi. E sorvolo sulle piaghe del trasporto della croce, che studieremo nei particolari. Quanto alla crocifissione, essa non ha fatto perdere a Gesù che una quantità relativamente minima di sangue.

Ma tutte queste emorragie cause certe di un indebolimento tale che si rese necessario far portare la croce da Simone, perchè Gesù potesse giungere al Calvario non sono sufficienti a provocare la morte, nè a spiegare completamente la relativa brevità della Sua agonia.

Si è parlato di fame. Effettivamente Egli non ha mangiato nulla dalla Cena sino alla morte. Ma non si muore di fame in venti ore. E' anche poco probabile che le lunghe agonie sulla croce uccidessero per la fame, come pretende Eusebio.

Egli ha avuto sete, una sete violenta, come tutti i crocifissi. Questa sete era dovuta anzitutto alla perdita di sangue, e poi ai sudori profusi che accompagnano, come vedremo, la sospensione alle mani ed i crampi da essa provocati. Questo non può ancora essere causa di morte.

Si è parlato, senza fondamento, di insolazione: i crocifissi morivano altrettanto bene all'ombra e con ogni tempo. Gesù ha subito, è vero, una delle sofferenze più atroci che si possano immaginare, quella provocata dalla ferita d'un grosso tronco nervoso, come i nervi mediani. Questo dolore si accompagna con una brusca caduta della pressione arteriosa, anche in anestesia generale, e noi abbiamo preso l'abitudine di infiltrare questi tronchi con novocaina, prima di tagliarli. Questa ferita determina spesso una perdita di conoscenza. Ma nulla, nel Vangelo, ci porta a supporre che Gesù abbia acconsentito ad approfittare di questa sincope per interrompere il suo dolore; e i chiodi continuavano ad appoggiare su queste piaghe nervose, mentre Egli lottava per parlare. D'altronde queste sincopi non sono mortali.

Alcuni autori inglesi, il Dott. Stroud in particolare, hanno emesso l'ipotesi di una rottura del cuore, che spiegherebbe, secondo loro, l'uscita di sangue ed acqua (coaguli e siero!) al momento del colpo di lancia. Confuteremo quest'ultima asserzione (v. cap. VII, in fine). Quanto alla rottura del cuore, essa non si produce che su un organo ammalato, portatore d'un infarto o di una degenerazione cerea. Non abbiamo nessun motivo di pensare ad uno stato patologico del cuore di Gesù: l'uscita di coaguli e di siero, lo vedremo, è assolutamente impossibile in questa ipotesi. Non può trattarsi che di una immaginazione pseudonistica, d'altronde molto bella il cuore di Gesù che si spezza in un eccesso d'amore per gli uomini ma scientificamente insostenibile.

L'idropericardio (versamento sieroso nelle inembrane che avvolgono il cuore) esisteva certamente; lo studieremo con la piaga del cuore (cap. VII). E' possibile, come sostiene Judica, che esso sia stato causato da una pericardite traumatica, a sviluppo rapido, consecutiva ai violenti traumi subìti dal torace, specialmente durante la flagellazione. Questo versamento causava dolori terribili ed angoscia, ma non si può pensare che abbia provocato la morte rapida.

Nel suo articolo su « Le supplice de la Croix » (Nevue L'Evangile dans la Vie, aprile 1925), il Dott. Le Bec ha sollevato l'ipotesi, sostenuta poi a fondo dal Dott. Louis (Revue de la Passion, nov. 1936), che la deglutìzione d'un po' d'acqua potesse provocare una sincope mortale in un crocifisso. Egli cita il caso dell'assassino di Kléber che, impalato, morì in questo modo. « Come ebbe bevuto, emise un grido e spirò ».

Evidentenientc si è tentati di avvicinare questo fatto alla spugna imbevuta d'aceto che fu offerta a Gesù. Tutti gli esegeti moderni pensano d'altronde che questo aceto fosse la «posta», bevanda abituale dei legionari: essa era composta di acqua, cui veniva aggiunto un po' d'aceto e di uovo sbattuto. Ve n'era un secchio pieno per le guardie.

Secondo Marco e Matteo, sembra appunto che Egli sia spirato dopo aver ricevuto questa bevanda. La frase che segue nel testo, la quale non sottolinea affatto d'altronde una relazione di causa ad effetto, dice semplicemente: « Ma Gesù, gettato un grande grido, spirò » (MARCO). « E Gesù dopo aver di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito » (MATIMO). Essi non ci dicono se questo grido era una parola. Giovanni è più esplicito: anzitutto egli è il solo a riferire la parola di Gesù: « Ho sete » e a spiegare il gesto di una delle guardie che gli offre da bere. Ed aggiunge: « Gesù, come ebbe preso l'aceto, disse: Tutto è compiuto e, chinato il capo, rese lo spirito ». Egli ha dunque parlato dopo aver bevuto (se ha bevuto) e questa non è la sincope brutale dell'impalato.

Quanto a Luca, egli passa sotto silenzio l'episodio della spugna. Questo è ben strano da parte di un medico, eccellente osservatore, avidissimo di informazioni che sollecita da ogni parte. («Dopo essermi dedicato fin da principio a conoscere esattamente tutte le cose», dice nel suo prologo). Legge tutti questi particolari nei suoi due predecessori e li trascura! Questa cosidetta sincope per deglutizione era veramente ben conosciuta dagli antichi, come afferma Le Bec? Egli non ne cita le fonti ed io non ho trovato nulla. Come spiegare allora che un medico come Luca abbia trascurato un fatto così fondamentale, che sarebbe causa della morte e spiegherebbe la brevità dell'agonia? Sarebbe un errore imperdonabile per un giovane studioso ed una dimenticanza ben singolare per quel fine clinico che era il nostro Santo Collega.

Ora, egli descrive l'oscurità, la lacerazione del velo del tempio, poi continua: « E gettando un grido, con gran voce (come S. Matteo, ma ecco qui la parola), disse: Padre, nelle Tue mani raccomando il mio spirito. E ciò dicendo spirò ». (Exepneusen, il termine medico). No! Decisamente l'ipotesi della deglutizione mortale non soddisfa affatto.

 

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B) Causa determinante.

Tutte le cause di indebolimento e di dolore che abbiamo sin qui esaminate hanno potuto soltanto accelerare l'agonia. Manca sempre una causa determinante la morte; quella cioè che, indipendentemente dalle circostanze preliminari, uccideva sempre, tosto o tardi, i crocifissi. Questa causa, diciamolo subito, era l'asfissia: i crocifissi morivano tutti asfissiati.

Il lavoro del Dott. Le Bec, mio predecessore come chirurgo all'Ospedale di San Giuseppe (Le Supplice de la Croix, aprile 1925, loc. cit.), contiene già su questo fatto delle nozioni precise, esatte e complete. Secondo lui la fissazione del corpo a braccia sollevate, quindi in posizione di inspirazione, determina una relativa immobilità delle coste ed una grande difficoltà di respiro: il crocifisso ha la sensazione di un progressivo soffocamento. (Ciascuno può constatare come questa posizione prolungata, pur senza nessuna trazione sulle mani, provochi già una dispnea delle più sgradevoli). Il cuore deve lavorare di più, le sue pulsazioni si fanno più frequenti e si indeboliscono: ne deriva una certa stasi venosa in tutto il corpo. E « poichè, d'altra parte, l'ossigenazione è ostacolata a livello dei polmoni che funzionano in modo insufficiente, l'eccesso in acido carbonico provoca un eccitamento delle fibre muscolari e conseguentemente, una specie di stato tetanico di tutto il corpo».

Tutto ciò è perfettamente esatto, fisiologico e logicamente dedotto. Le Bec ha avuto il grandissimo merito, nel 1925, di concepire questa nuova teoria che coincide strettamente con la realtà. Egli non poteva farne, fortunatamente per la Francia, la prova sperimentale; ma prevedeva tutto ciò che le tristi osservazioni dell'Hynek dovevano confermare, tutto ciò che quest'ultimo aveva già visto durante la guerra del 1914, ma che non doveva pubblicare che dieci anni. dopo l'articolo di Le Bec.

E' infatti al Dott. Hynek di Praga che dobbiamo la triste conferma della tesi del Le Bec ed essa è il contributo personale di quest'autore allo studio della Passione. Poichè egli ha visto con i propri occhi ciò di cui Le Bec ha avuto la bellissima intuizione (HYNEK La Passione di Cristo, Praga 1.935; Ed. Vita e Pensiero, Milano 1937).

Due fatti hanno messo il Dott. Hynek sulla via di questa spiegazione:

 

1) L'osservazione delle estasi di Teresa Neumann che, quasi tutti i venerdì, rivive in sè le sofferenze della Passione di Gesù.

 

2) Il ricordo di un supplizio o di una punizione grave (come si vorrà considerarlo) osservato nell'esercito austrotedesco; l'Autore vi era mobilitato durante la guerra del '14'18, essendo ceco. Questa punizione, che si chiama « aufbinden » e che i nazisti si sono ben guardati dal dimenticare, consiste nel sospendere per le mani il condannato ad un palo. I piedi possono appena toccar terra con le punte; tutto il peso del corpo, e questo è importante, esercita dunque trazione sulle due mani fissate in alto. Dopo un certo tempo, si nota la comparsa di violente contrazioni di tutti i muscoli, le quali terminano in uno stato permanente di contrattura, di rigidità in contrazione di questi muscoli: sono i cosidetti crampi. Ciascuno sa quanto siano dolorosi, e come non si possano far cessare se non tirando l'arto nel senso opposto ai muscoli contratti.

Questi crampi iniziano negli avambracci, poi colpiscono le braccia, si estendono agli arti inferiori ed al tronco. Molto rapidamente, i grandi muscoli che presiedono alla inspirazione (grandi pettorali, sternocleidomastodei, diaframma) ne sono invasi. Ne risulta che i polmoni si riempiono d'aria, ma non sono più in grado di farla uscire. I muscoli espiratori, pure contratti, sono più deboli dei muscoli inspiratori (l'espirazione di solito si fa quasi automaticamente e senza sforzo muscolare per l'elasticità dei polmoni e della gabbia, toracica).

Poichè i polmoni, fissati in posizione di inspirazione forzata, non possono più svuotarsi dell'aria, ne consegue che l'ossigenazione normale del sangue che circola in essi non è più in grado di effettuarsi, per cui nel paziente si scatena l'asfissia esattamente come se lo si strozzasse; egli si trova, nello stato di un enfisematoso in piena crisi di asma. Questo è anche il quadro provocato da una malattia da germi, il tetano, per intossicazione dei centri nervosi. Perciò questa sindrome di contrattura generalizzata, qualunque ne sia la causa determinante e ve ne sono delle altre è chiamata « tetania ».

Notiamo inoltre che il difetto di ossigenazione del sangue a livello dei polmoni provoca nei muscoli, in cui esso continua a circolare, un'asfissia locale, un accumulo di acido carbonico (Le Bec lo notava giustamente), che, per una specie di circolo vizioso, aumenta progressivamente la tetanizzazione dei muscoli stessi.

Si vede dunque il paziente, col petto disteso, presentare tutti i sintomi dell'asfissia. Il suo volto diventa rosso, cianotico; un sudore profuso scende dal suo viso e da tutta la superficie del corpo. Se non si vuole far morire il disgraziato, bisogna staccarlo. La semplice punizione, dice Hynek, non poteva durare più di dieci minuti. La si è spinta poi sino all'assassinio nei campi di deportazione hitleriani.

Possiamo contare sulla testimonianza di due exprigionieri di Dachau, che hanno visto molte volte infliggere questo supplizio e ne conservano un terrificante ricordo. Questa testimonianza è stata raccolta da Antoine Legrand: non ho potuto vedere io stesso questi testimoni.

Il condannato era sospeso per le due mani, sia una a fianco dell'altra, sia distanziate tra di loro. I piedi rimanevano a una certa distanza dal suolo.

Dopo breve tempo, la difficoltà di respirazione diventava insopportabile. Il paziente vi rimediava, esercitando sulle braccia delle trazioni, che gli permettevano di riprendere respiro: egli si manteneva in aria fino a trenta, sessanta secondi.

Gli si attaccavano allora dei pesi ai piedi per appesantire il corpo ed impedire le trazioni. L'asfissia si scatenava allora rapidamente in tre o quattro minuti. All'ultimo momento si toglievano i pesi per lasciargli riprender vita, permettendogli le trazioni.

Il testimone, che non è un medico, non ha potuto rendersi conto se queste trazioni erano contrazioni volontarie o contratture. Comunque esse sollevavano la respirazione.

Dopo un'ora di sospensione queste trazioni diventavano sempre più frequenti, ma nello stesso tempo sempre più deboli. L'asfissia s'instaurava, progressiva e definitiva. Il testimone descrive la gabbia toracica rigonfia al massimo e l'incavo epigastrico molto approfondito; le gambe rigide pendevano senza agitarsi; la cute diveniva cianotica; un sudore profuso compariva su tutto il corpo, scendendo a terra e macchiando il cemento. Esso era soprattutto straordinariamente abbondante nei pochi minuti precedenti la morte; i capelli e la barba ne erano letteralmente inzuppati: e questo con temperature vicino a zero gradi. I moribondi dovevano avere una temperatura elevata.

Dopo morte, il corpo era di una rigidità estrema. Il capo ricadeva in avanti sull'asse del corpo.

La morte sopravveniva in media nel giro di tre ore; un po' più tardi quando le mani erano distanziate.

Risulta dunque da questa testimonianza (così come dall'osservazione, grazie a Dio meno prolungata, di Hynek) che la sospensione per le mani determina un'asfissia, con contratture generalizzate come prevedeva Le Bec. I crocifissi morivano quindi tutti d'asfissia, dopo un lungo periodo di lotta.

Segnaliamo a questo proposito gli interessantissimi esperimenti eseguiti dal Dott. Modder di Colonia che ne ha riferito in « Neues Illustrierte » del 9 aprile 1952, ma che non ha ancor detto la sua ultima parola. Egli sospende per le mani, durante alcuni minuti, giovani soggetti tenendoli sotto controllo radioscopico, elettrocardiografico e della pressione arteriosa. Egli constata molto rapidamente una riduzione trasversale dell'ombra cardiaca, una caduta della pressione arteriosa, turbe elettrocardiografiche ed infine un collasso cardiaco per insufficienza coronarica.

Come poteva dunque il crocifisso sfuggire momentaneamente a questi crampi e a questa asfissia, per sopravvivere alcune ore, e persino due o tre giorni? Ciò non poteva effettuarsi se non diminuendo la trazione sulle mani, che sembra essere la causa iniziale e determinante di tutto il fenomeno.

Il corpo, dopo la crocifissione, si accasciava e si abbassava, come vedremo, notevolmente: al tempo stesso le ginocchia si flettevano maggiormente. Il paziente poteva allora prendere punto d'appoggio sui piedi fissati allo stipes, per fare risalire tutto il corpo e ricondurre verso la posizione orizzontale le braccia che, nell'accasciamento, erano scese intorno ai 65°. La trazione sulle mani era così di molto ridotta. I crampi diminuivano e l'asfissia scompariva momentaneamente, per la ripresa dei movimenti respiratori... Poi, la stanchezza degli arti inferiori sopravveniva, costringendo il crocifisso ad accasciarsi, e la asfissia si instaurava di nuovo. Tutta l'agonia trascorreva dunque in un'alternativa di accasciamenti e di raddrizzamenti, di asfissia e di respirazione. Ne vedremo la materializzazione sulla Sindone, nelle due colate verticali di sangue che escono dal foro della mano con uno scarto angolare di qualche grado: una corrisponde alla posizione di accasciamento e l'altra allo sforzo di raddrizzamento.

Si concepisce come un individuo spossato, come lo era Gesù, non potesse prolungare molto a lungo questa lotta. D'altra parte se Egli riteneva, nella Sua saggezza suprema, che era giunto il momento di morire, che «tutto era consumato » poteva farlo nel modo più semplice possibile, abbandonando questa lotta. Non si può parlare per Lui di quell'istinto vitale che fa inconsciamente lottare contro l'annegamento l'uomo che, deciso di suicidarsi, si è appena gettato in acqua.

Circostanze speciali potevano facilitare questa lotta o diminuirne la sua necessità. Abbiamo visto che i condannati fissati con funi alla croce sopravvivevano più a lungo di quelli fissati con chiodi, secondo Giuseppe. E Abdia, nella sua vita di S. Andrea, dichiara elle egli fu fissato con funi e non con chiodi, perchè soffrisse più a lungo. E' possibile che una buona fune arrotolata più volte attorno ai piedi ed al collo dei piedi costituisse un solido punto d'appoggio, che non scivolava su uno stipes mal squadrato. Appoggiarsi sulle corde era certamente meno doloroso di un analogo sforzo sugli spigoli di un chiodo a sezione quadrata di 8 mm. piantato nei due metatarsi; ci si poteva tenere più a lungo sollevati, senza che l'eccessivo dolore nei piedi riconducesse all'accasciamento. Ancora una volta Gesù si trovava nelle condizioni più terribili.

Infine, quando si voleva prolungare il supplizio, si usava il sedile (non parlo del suppedaneum, che nessun autore antico conosce e che è una pura invenzione degli artisti). Questo sostegno doveva d'altronde causare ben presto un dolore atroce al perineo ed alle coscie. Ma tuttavia la forza di trazione esercitata sulle mani ne risultava molto diminuita e rimaneva quasi unicamente la difficoltà respiratoria ed il dolore prodotto dall'estensione delle braccia in alto, senza trazione. Tuttavia il corpo, anche così sostenuto, non poteva rimanere indefinitamente nella medesima posizione: esso doveva inclinarsi in avanti ed accasciarsi. La trazione sulle mani aumentava e con essa sopravvenivano i crampi e l'asfissia. Nonostante tutto, il sedile doveva indubbiamente permettere un considerevole prolungamento del supplizio.

Al contrario, i carnefici avevano un sistema sicuro per dare il colpo di grazia ai crocifissi: rompevano loro le gambe. Questo mezzo era spesso utilizzato a Roma e molto noto; lo ritroviamo in Seneca ed in Ammiano Marcellino; Origene attesta che ciò si faceva « secondo l'usanza romana»: era il « crurìfragium ». Il termine è stato forse inventato da Plauto: « Continuo is me ex Syncerasto Crurifragium fecerit », dice lo schiavo Sincerasto (egli mi farebbe subito cambiare il nome di Sincerasto in Gamberotte. Poeuulus , v. 886). Questo crurifragium gli Ebrei, che avevano fretta di far sparire i tre corpi prima di notte, richiederanno a Pilato: « Ina kateagòsin autôn ta skelè, kai arthôsin che si rompessero loro le gambe e li si togliesse ».

Gli esegeti... e i medici hanno molto divagato sulle cause di morte che questo crurìfragium determinava. Si è parlato di inibizione cardiaca prodotta dal dolore. Il dolore d'una frattura è molto penoso, infatti lo designiamo col termine di dolore « squisito »; l'aggettivo sembra ironico; è soltanto latino, si tratta di un dolore speciale, scelto, « exquisitus ». Questo dolore, che può d'altronde essere quasi nullo sull'istante, può determinare una perdita di conoscenza, ma non una sincope mortale, un arresto definitivo del cuore. Bisogna cercare altrove.

Altri, soprattutto medici, hanno parlato di embolia polmonare grassosa, per passaggio del grasso del midollo osseo nelle vene aperte dell'osso fratturato. Queste embolie grassose hanno avuto una certa voga per molto tempo: almeno in teoria, poichè non era facile trovarle all'autopsia. Oggi abbiamo quasi completamente cambiato opinione e la consideriamo come una rarità, molto dubbia. Essa non può essere la causa abituale di morte nel crurifragium.

Viceversa, ciò che noi sappiamo ora della tetania e dell'asfissia dei crocifissi getta una luce abbagliante su questo procedimanto. I suppliziati potevano resistere a questa asfissia soltanto raddrizzandosi sull'appoggio dei piedi: se si rompono loro le gambe, essi sono nell'impossibilità assoluta di raddrizzarsi. Da quel momento l'asfissia li coglie interamente e definitivamente: è la morte in un tempo molto breve, come abbiamo visto. Quanto a coloro che avevano il sedile, la frattura delle gambe doveva rendere loro anche più difficile raddrizzare il corpo; ma se si metteva un sostegno tra le coscie lo si faceva allo scopo di farli soffrire più a lungo; non era dunque il caso di romper loro le gambe.

Per Gesù, vedremo studiando le piaghe delle mani (capitolo V) le ragioni anatomiche che mi fanno affermare la sua sospensione semplicemente mediante tre chiodi, senza alcun altro sostegno.

Diciamo subito, per non confondere questo studio con quello delle piaghe, che questa asfissia è illustrata in modo singolare dalle tracce lasciate sulla Sindone, o, per meglio dire, la tetanizzazione e l'asfissia, che sono fuor di dubbio per un medico, provano che le impronte della Sindone sono conformi alla realtà questo corpo è morto come un corpo crocifisso.

Vi vediamo infatti i due grandi pettorali (i più potenti muscoli respiratori) in contrazione forzata, allargati e risaliti verso le clavicole e le braccia. Tutta la gabbia toracica è essa pure risalita e iperestesa, in massima inspirazione. L'infossamento epigastrico (l'incavo dello stomaco) è approfondito, depresso, in seguito a questa elevazione e a questa distensione in avanti ed in fuori del torace; e non in seguito alla contrazione del diaframma, come dice Hynek. Egli dimentica che il diaframma, che è esso pure un grande muscolo inspiratorio, tenderebbe a sollevare l'epigastrio in una respirazione addominale normale. Con questa distensione e con questa elevazione forzata delle coste, esso non può che spingere verso il basso la massa addominale; ed è per ciò che si vede, al di sopra delle mani incrociate, far rilievo l'ipogastrio, il basso ventre.

Non sono molto evidenti gli sternocleidomastoidei, altri muscoli inspiratori, nascosti come sono dietro la barba; ma il capo è nettamente fissato in inclinazione anteriore, come effettivamente deve essere.

Le lunghe colate di sangue che scendono dal carpo verso i gomiti sembrano seguire i solchi molto marcati che, su degli avambracci contratti, separano i muscoli estensori lunghi della mano. Le coscie mostrano forti rilievi muscolari che, su di un corpo d'altronde perfettamente modellato, richiamano essi pure la contrattura tetanica.

Sulla impronta posteriore, la colonna cervicale è evidentemente inclinata in avanti, contrariamente alla sua curvatura normale, il che concorda con la immagine anteriore. D'altronde la regione lombare, che dovrebbe presentare una curva e concavità posteriore, la lordosi lombare, appare appiattita, con sporgenza delle apofisi spinose, come ha esattamente visto il Dott. Gedda. Egli ne deduce erratamente che il corpo era meno rigido di quanto si pensi ordinariamente.

Io non sono per nulla della sua opinione, circa questa interpretazione. La sporgenza molto netta delle ginocchia, soprattutto il sinistro, mostra una flessione persistente incompatibile con un rilassamento. Questa flessione delle ginocchia porta sempre con sè un certo appiattimento della lordosi lombare ed è quanto avviene sulla croce. D'altra parte, si è abituati a pensare che la contrattura del tetano (malattia) determini sempre l'incurvamento all'indietro di tutto il corpo il quale si dispone a ponte dai calcagni alla nuca: è ciò che chiamiamo « opistótono ». Questo è infatti il caso più frequente dell'infezione tetanica. Ma si vede pure abbastanza spesso il contrario, cioè l'incurvamento in avanti, l'« emprostótono ». Nella crocifissione, non abbiamo nessuna esperienza di che cosa si verifichi; ma sembra abbastanza normale in relazione all'accasciamento del corpo, alla stanchezza del capo che cade in avanti, alla flessione delle anche e delle ginocchia che il corpo abbia una naturale tendenza a mettersi in contrattura in incurvamento anteriore, in emprostòtono.

Si determina così un atteggiamento, che è in tutti i suoi particolari registrato sulla Sindone: flessione del capo in avanti, appiattimento della concavità della nuca e della lordosi lombare, comparsa delle apofisi spinose lombari, rilievo di quei quadricipiti femorali e dei grandi glutei che hanno tanto lavorato a far risalire il corpo durante l'agonia.

Ecco dunque, mi sembra, nettamente delucidato dal punto di vista umano, scientifico (povera scienza, che non è se non un'ignoranza mascherata!), le cause della morte di Gesù numerose cause predisponenti che l'hanno condotto, fisicamentee indebolito e spossato, al più terribile supplizio che la malizia degli uomini abbia immaginato; è una causa determinante, terminale, immediata: l'asfissia.

O piuttosto, ecco tutte le circostanze più o meno dannose, in mezzo alle quali Egli è morto, per mezzo delle quali ha voluto morire. Poichè, come prediceva Isaia: « Oblatus est quia ipse voluit E' stato sacrificato perchè lo ha voluto » (Is., LLII, 7).

Quando si rileggono i Vangeli con occhio di medico, si è sempre più colpiti dal modo con cui Egli domina tutta la Sua Passione. Egli ha accettato pienamente, volontariamente tutte le conseguenze della natura umana assunta col Suo consenso alla volontà del Padre, ivi comprese tutte le distruzioni che i traumatismi potevano produrre nella nostra povera carne.

Ma (la cosa è evidente) con quale volontà serena, con quale suprema dignità ha dominato tutta questa Passione da Lui prevista e voluta! Egli è morto perchè l'ha voluto, è morto quando l'ha voluto, quando in perfetta conoscenza ha potato dire: « Tutto è terminato, la mia opera è compiuta». E' morto con i mezzi che ha voluto. Abbiamo visto come, nella realtà umana, questo Gli era facile.

In questo corpo umano sofferente e moribondo albergava la Divinità. Essa rimane in questo cadavere. Perciò, unico al mondo, il Volto della Santa Sindone ci mostra questa serena, sconvolgente e adorabile maestà.

 

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CAPITOLO QUARTO

Sofferenze preliminari

Inizieremo adesso lo studio di tutte le piaghe della Passione di Gesù. Le mie prime pubblicazioni, dopo gli esperimenti proseguiti dal 1932 al 1933, si erano volontariamente limitate alle Cinque piaghe delle mani, dei piedi e del costato. Si trattava essenzialmente di localizzare queste piaghe e di dedurre da esse le modalità della crocifissione. Era dunque un lavoro specificamente anatomico, che non poteva farsi se non mediante esperimenti sul corpo umano bisognava avvicinarsi il più possibile, come vedremo, al vivente. Ma prima di riprendere questa esposizione che in questi diciotto anni ha trovato larga diffusione e di svilupparla, mi sembra utile, affinché questo libro sia completo così come me lo auguro, studiare anzitutto le sevizie cui è stato sottoposto Gesù, come preliminari della Sua crocifissione.

Queste sevizie (almeno una buona parte di esse), inflitte durante il processo della notte ed al Pretorio, ed il trasporto della croce hanno costituito l'oggetto di un bellissimo lavoro del mio amico Judica (« Le lesioni da traumi contusivi sul corpo di Cristo », Medicina Italiana, nov. 1938), di cui mi varrò molto, che discuterò talora in qualche particolare. Vi aggiungerò alcuni schiarimenti personali sulla flagellazione e sulla incoronazione di spine.

Apporterò a questo esame il medesimo spirito obiettivo dal quale non mi sono mai allontanato nelle mie ricerche sulle cinque Piaghe. Ma mi si concederà che è sempre più permesso accordare credito alle indicazioni della Sindone, dal momento che si è trovato (come è capitato a me) un gran numero di testimonianze di veridicità senza un solo errore; pur conservando, come ho fatto io da un capo all'altro, un onesto dubbio cartesiano, si concede progressivamente più fiducia al documento che si verifica.

A studio terminato, quando si è constatato che tutto le impronte, anche e soprattutto quelle che sono a tutta prima bizzarre e contrarie all'iconografia tradizionale, sono conformi alla verità sperimentale, quest'insieme di prove parziali finisce per equivalere ad una prova assoluta. Il calcolo delle probabilità ci insegna che una possibilità infinitesimale di errore equivale ad una certezza. Per questo, anatomicamente parlando, ho finito per persuadermi dell'autenticità della S. Sindone. Un falsario avrebbe, in un posto o nell'altro, commesso un errore che lo avrebbe tradito e non sarebbe andato, con questa somma disinvoltura, contro tutte le tradizioni artistiche.

 

A) Generalità.

Come dice molto bene Judica, i traumi producono sulla cute lesioni molto diverse, le cui tracce sulla Sindone differiscono notevolmente secondo la loro natura e la loro profondità. Bisogna eliminare anzitutto le contusioni propriamente dette, che non intaccano la continuità della cute: esse producono ecchimosi (lividi), ematomi (ammassi di sangue) sotto la pelle e lesioni viscerali profonde. Nessuna di queste lesioni può lasciare traccia sulla Sindone, a meno che non abbia determinato una deformazione della superficie che ne modifichi la forma, come vedremo sul naso. Affinchè la Sindone ci mostri qualche altra cosa, bisogna che si sia verificata una soluzione di continuità della cute, cioè una piaga sanguinante.

Le irritazioni cutanee prodotte dai colpi determinano, con il loro accumularsi, piccole vescicole che si rompono spargendo su tutta la superficie del corpo il loro essudato sieroematico. Questo non lascia traccia sulla tela, ma potrebbe aver contribuito alla formazione delle impronte corporali, meglio dell'urea sudorale di Vignon. Problema, l'abbiamo visto, ancora molto oscuro.

Le escoriazioni asportano su una determinata superficie tutta l'epidermide, mettendo a nudo le papille del derma, che sanguinano, e distruggendo più o meno il chorion. E' quanto vedremo nelle piaghe della flagellazione e nelle escoriazioni di tutto il corpo, specialmente del viso.

Infine, le piaghe contuse rompono la continuità della cute in tutto il suo spessore e presentano bordi contusi, frastagliati. Esse si producono soprattutto quando la pelle riposa su un piano osseo resistente.

 

B) Sevizie della notte e del Pretorio.

Avete riletto ciò che raccontano i quattro Vangeli. Cerchiamone le tracce sulla Sindone.

Sul volto, si trovano escoriazioni un poco dappertutto, ma soprattutto sulla metà destra, la quale è inoltre deformata, come se, sotto le escoriazioni sanguinanti, vi fossero degli ematomi. Le due arcate sopracciliari presentano quelle piaghe contuse che noi conosciamo bene e che si determinano di dentro in fuori, sotto l'influenza di un pugno o di una bastonata, poichè l'arcata ossea fende la cute dalla sua superficie profonda.

Ma la lesione più evidente è prodotta da una larga escoriazione di forma triangolare nella regione sottorbitaria destra, con base di due centimetri, la cui punta si dirige in alto ed in dentro per raggiungere un'altra zona escoriata sul naso, tra il suo terzo medio ed il suo terzo superiore. A questo livello, il naso è deformato da una frattura della cartilagirie dorsale, vicinissimo alla sua inserzione sull'osso del naso che però è intatto. Molto probabilmente l'insieme di queste lesioni è stato prodotto, come dice Judica, da un bastone avente il diametro di 45 centimetri e maneggiato vigorosamente da un aggressore posto alla destra di Gesù. Abbiamo giù detto che « rapisma » significa colpo di bastone. Altre escoriazioni si vedono pure sulla guancia sinistra, sulla punta del naso e sul labbro ìnferiore.

Su tutto il corpo se ne riscontrano innumerevoli. Ritroveremo le più importanti a proposito della flagellazione e del trasporto della croce.

 

C) Flagellazione.

Conosciamo già lo strumento del supplizio, il « flagrum » romano, le cui corregge recano a qualche distanza dalla loro estremità due pallottole di piombo o un ossicino, un « talus » di montone. Se ne trovano le tracce in abbondanza sulla Sindone, distribuite su tutto il corpo, dalle spalle all'estremità inferiore delle gambe; la maggior parte sono sulla superficie posteriore, il che dimostra che Gesù era legato con il viso rivolto alla colonna e con le mani fissate in alto, poichè non vi sono tracce sugli avambracci ben visibili; essi non avrebbero mancato di ricevere qualche colpo sulla loro superficie posteriore, se fossero stati fissati in basso. Se ne trovano tuttavia in buon numero anche sul petto.

Bisogna aggiungere che hanno lasciato la loro impronta soltanto i colpi che hanno prodotto un'escoriazione o una piaga contusa. Tutti quelli che hanno determinato soltanto un'ecchimosi non hanno lasciato traccia sul Lenzuolo. Ne ho contate in tutto più di cento, forse centoventi: il che significa dunque, se vi erano due corregge, circa sessanta colpi, senza contare quelli che non hanno lasciato traccia.

Tutte le piaghe hanno la stessa forma, quella d'un piccolo manubrio di tre centimetri. I due cerchi rappresentano le palle di piombo; la parte sottile intermedia è la traccia di una correggia. Sono quasi tutte disposte a coppie di due piaghe parallele: e questo mi fa supporre due corregge per flagrum. La loro direzione è nettamente orientata a ventaglio, avente come centro la mano di uno dei carnefici: esse sono disposte oblique verso l'alto sul torace, orizzontali sulle reni, ed oblique verso il basso sugli arti inferiori. A questo livello si vedono, sull'impronta anteriore, lunghe strie oblique (come le piaghe posteriori a forma di manubrio) che non possono essere prodotte se non dall'estremità delle corregge. Dopo aver colpito, con le loro pallottole i polpacci, esse hanno circondato il margine esterno della gamba e percosso la faccia anteriore con le loro estremità.

Diciamo anche che Gesù era interamente nudo. Si vedono le piaghe a manubrio su tutta la regione glutea che non era dunque ricoperta dal subligaculum altrettanto profonde che sul resto del corpo.

Infine i carnefici dovevano essere in numero di due. Si potrebbe anche calcolare che non erano della medesima statura, dato che l'obliquità dei colpi non è la stessa dai due lati.

I pittori si accontentano, al massimo, di vaghe informi escoriazioni. Avrebbe qualcuno potuto immaginare e realizzare tutti questi minuziosi particolari?

 

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D) Incoronazione di spine.

Gli artisti hanno preso ben presto l'abitudine di circondare il capo di Gesù di una corona circolare di spine intrecciate. La pittura bizantina ignorava qualsiasi corona: non la si vede se non eccezionalmente nei primi pittori italiani. Pietro Lorenzetti e Giotto non mettono nulla sul capo; ma, a partire dal XV secolo in tutti i paesi, questa fascia di spine si è imposta ed è rimasta sino ai nostri giorni. Perchè questa forma di corona fu adottata e conservata così fedelmente? Senza dubbio per ragioni estetiche; o anche per ignoranza.

Pittori e scultori hanno interpretato a modo loro i testi evangelici e non hanno avuto la minima preoccupazione per l'archeologia: ne' io faccio loro alcuna colpa.

Luca non parla di incoronazione. Marco scrive: « Perititheasin autó plexantes akarnhinon stephanon Lo cinsero di una corona di spine che avevano appena intrecciata ». Questo non ci indica la forma. Matteo e Giovanni sono invece più precisi: « Plexantes stephanon ex akanthcon, epethèkan epi tès kephalès Ed avendo intrecciato una corona di spine, la posero sul suo capo ». S. Giovanni dice « tè kephalà », ma con « epethèkan » il significato è medesimo.

S. Vincenzo di Lùrins (Sermo in Parasceve) scriverà più tardi: « Coronam de spinis capiti eius imposuerunt, nam erat ad modum pilei, ita quod undique caput tegeret et tangeret Gli posero sul capo una corona di spine; essa era, in realtà, in forma di « pileus », cosicchè da ogni lato ricopriva e toccava il suo capo ». Ed afferma che aveva causato settanta ferite. Il « pileus » era, presso i Romani, una specie di cuffia semiovale di feltro che avvolgeva il capo e serviva soprattutto durante il lavoro. Era d'altra parte anche un segno di libertà, donde l'espressione, per liberare uno schiavo: « servum ad pileum vocare chiamare uno schiavo al pileus ». S. Brigida affermerà più tardi nelle sue rivelazioni che la corona lacerava tutto il capo di Gesù.

Tutto questo precisa in modo singolare ciò che Matteo e Giovanni lasciano chiaramente intendere: la corona era una specie di calotta formata di rami spinosi intrecciati (e non una fascia), la quale doveva essere fissata attorno al capo mediante un laccio. Molte spine della corona sono state distribuite nel corso dei secoli in tutto il mondo, per soddisfare la devozione dei cristiani.

Si ammette generalmente che esse appartengano ad un arbusto spinoso comune in Giudea, il Zizyphus spina Christi, una specie di giuggiolo. (E' probabile che ve ne fosse un mucchio nel pretorio, per il riscaldamento della corte romana). Le sue spine sono lunghe e molto pungenti. Il cuoio capelluto sanguina moltissimo e molto facilmente e, poichè questa calotta era conficcata a colpi di bastone, le ferite hanno dovuto perdere molto sangue.

Esiste, a NotreDame di Parigi, la « corona di spine ». S. Luigi l'ha riscattata dai veneziani, a cui l'imperatore di Costantinopoli l'aveva data in pegno d'un prestito; e ha fatto costruire per essa una Santa Cappella. Ora, questa corona non presenta spine: è un cerchio di giunchi intrecciati. Ma la cosa si spiega pensando che dopo aver imposto la calotta di spine, i soldati l'abbiano fissata sulla testa, serrandola attorno alla fronte ed alla nuca con questa treccia di giunchi. Questo spiega anche come antichi autori, fra cui Gregorio di Tours, abbiano detto che la corona era fatta di « giunchi marini » (molto pungenti?!).

Una corona di questo tipo ha dovuto perciò provocare ferite su tutta la superficie del cranio e sulla fronte. Esaminiamo ora la Sindone. Il vertice del cranio non è visibile; nascosto probabilmente dalla classica fascia mentoniera destinata a mantenere chiusa la bocca.

Sull'impronta posteriore, si vedono su tutta l'altezza del cranio delle colate di sangue (intendo i coaguli che esse hanno lasciato), che discendono ciascuna da una ferita di spina seguendo tragitti irregolari. Tutte si arrestano in corrispondenza di una linea un po' concava verso l'alto, che indica evidentemente il passaggio della fascia di giunchi stretta alla nuca. Poi più sotto, riprende un'altra serie di larghe colate che sembrano perdersi nella massa dei capelli.

La maggior parte di sangue è accumulata posteriormente. Nulla di strano in ciò, poichè durante tutta la permanenza sulla croce, la corona doveva a questo livello appoggiare ed urtare contro il patibulum ogni volta che il crocifisso raddrizzava il capo, affondando sempre più le spine nel cuoio capelluto.

Anteriormente, le colate di sangue sono meno numerose, ma di ancor più facile interpretazione. Ve ne sono già sulla parte alta del cranio e ne discende una lunga striscia su ciascuna delle folte masse di capelli che inquadrano il viso. Dall'alto della fronte se ne dipartono quattro o cinque che discendono verso il volto.

Di esse una è particolarmente impressionante e d'una tale veridicità che non ne ho mai visto nessuna realizzata in modo simile da un pittore. Essa inizia da una ferita, molto in alto, al limite dei capelli. Poi la colata discende verso la parte interna dell'arcata sopracciliare sinistra, con un tragitto sinuoso, un po' obliquo in basso ed in fuori. Essa si allarga progressivamente, esattamente come, su un ferito, una colata reale che incontri degli ostacoli.

Non bisogna infatti mai dimenticare che vediamo qui solo la porzione di sangue che si è coagulata a poco a poco sulla pelle. La discesa è lenta e continua e, poichè la coagulazione richiede qualche minuto per prodursi, soltanto una piccola parte si coagula in vicinanza della ferita. Quanto più ci si allontana da essa, tanto maggiore è la quantità di sangue che giunge al suo tempo di coagulazione e che, continuando ad affluire, coagula disponendosi in strati successivi. La massa del coagulo è quindi tanto più larga e spessa quanto più si guarda in basso: e ciò tanto più in quanto il sangue ha incontrato degli ostacoli.

Bisogna anche notare che il sangue non è disceso verticalmente in una colata rettilinea. Gli artisti non evitano quasi mai questo errore; se nella loro pittura il tragitto è irregolare, questo è per un capriccio, senza che ciò sia apparentemente spiegato da nessun ostacolo nè da altra causa naturale. Qui la colata ondeggia un po' verso destra e verso sinistra, ed è naturalissimo: sia che il sangue segua momentaneamente una ruga della fronte, sia piuttosto che un ramoscello spinoso, aderente obliquamente alla fronte, obblighi la colata a seguirne per un istante la direzione.

Verso la parte inferiore della fronte, la stessa colata (che merita veramente quest'analisi minuziosa) si arresta al di sopra dell'arcata sopracciliare e si distende orizzontalmente verso la linea mediana, allargandosi nel senso dell'altezza, mentre lo spessore del coagulo è manifestamente aumentato, rendendo più intensa la colorazione del decalco. Vi si notano tutti i segni di un arresto nella discesa, come una specie di canale bloccato da una chiusa. Il sangue è stato obbligato ad accumularvisi lentamente ed ha potuto coagularvisi a suo agio, donde l'estendersi in larghezza, l'allargarsi in altezza e l'ispessirsi del coagulo.

Vi è dunque un ostacolo, evidentemente in corrispondenza del punto in cui la fascia di giunchi cingeva l'estremità inferiore della fronte al di sopra delle arcate sopracciliari. Uno dei rametti di giunco doveva essere su una certa larghezza intimamente applicato in senso trasversale sulla cute della fronte. A destra ed a sinistra, verso i lati, due coaguli si arrestano nettamente al medesimo livello e permettono di seguire nel suo insieme, il tragitto della fascia. Al di sotto di essa il sangue ricompare sulla verticale della colata frontale che abbiamo or ora analizzato, sotto il punto in cui essa aveva incominciato ad estendersi orizzontalmente e ad ispessirsi verso la linea mediana. Poichè l'ostacolo è sempre aderente alla cute, si deve pensare che il sangue abbia sorpassato lo sbarramento. Il grumo che si forma al di sotto è dapprima sottile e stretto sulla regione sopraorbitaria, poi si allarga e si ispessisce progressivamente nella parte interna del soppracciglio sinistro fino alla cavità orbitaria: si tratta sempre dello stesso meccanismo di discesa e coagulazione.

Io sfido un pittore moderno a meno che non sia un chirurgo, conosca a fondo la fisiologia della coagulazione ed abbia meditato a lungo su tutte le trasformazioni possibili di questo sottile filo di sangue che si coagula lentamente in mezzo a degli ostacoli a immaginare e realizzare questa immagine di coagulo frontale. Anche iu queste condizioni, è più che probabile che qua o là qualche errore denuncerebbe il falsario e l'opera di immaginazione.

L'ipotesi quindi, avanzata da qualcuno, che un pittore, quale che fosse il suo genio, sia stato capace (dopo aver dipinto o tinto delle immagini negative in pieno medioevo) di immaginare tutte le minuzie di questo coagulo così parlante di verità, come sul vivente, è tale da disgustare un fisiologo e un chirurgo. Ve ne prego, non parliamone più! Questa immagine, da se' sola, dovrebbe bastare a provare che nessuno ha toccato la Sindone fuorchè il Crocifisso stesso. E si tratta, di un'impronta fra cento!

 

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E) Trasporto della Croce.

Gesù ha lasciato sulla Sindone tracce evidenti di escoriazioni in corrispondenza del dorso e delle ginocchia. Ricordiamolo subito: una tradizione rispettabile, che si è materializzata in tre stazioni della « Via Crucis », afferma che Gesù è caduto tre volte sotto il peso della croce, prima, di giungere al Calvario. Questo avrebbe costretto i soldati a requisire Simone di Cirene per portare il patibulum, in vece sua, dietro di Lui. Su una strada accidentata e irregolare, cosparsa di pietre, queste cadute erano necessariamente accompagnate da escoriazioni, soprattutto in corrispondenza delle ginocchia.

Judica, di cui riprendiamo il lavoro dopo averlo lasciato per i due studi precedenti, ci descrive molto esattamente le immagini di queste piaghe, sulla regione anteriore delle ginocchia, soprattutto il destro. Il ginocchio destro, oltre che sembrare più contuso, presenta numerose escoriazioni di forma e grandezze diverse, a bordi frastagliati, sulla regione rotulea. Un poco al di sopra e in fuori, vi sono inoltre due piaghe rotonde di 2 cm. di diametro. Il ginocchio sinistro mostra anche diverse piaghe contuse, meno evidenti e meno numerose.

Ma soprattutto sull'impronta dorsale troviamo le tracce del trasporto della croce. Sulla spalla destra, nella parte esterna della regione soprascapolare, vi è una larga zona escoriata, obliqua in basso ed in dentro, avente la forma di un rettangolo di cm. 10 per 9. (Si vede d'altronde, sull'immagine anteriore, che questa zona si prolunga in avanti sulla regione clavicolare esterna in larghe placche d'escoriazione). La zona posteriore sembra costituita da un insieme di escoriazioni, che si sovrappongono a numerose piaghe della flagellazione, le quali sono come schiacciate ed allargate rispetto a quelle del lato opposto; come se un corpo pesante, scabro, mal fissato, abbia pesato su questa spalla ed abbia schiacciato, riaperto ed allargato, attraverso la tunica, le piaghe precedenti della flagellazione.

Più in basso, ma a sinistra, nella regione scapolare, si vede un'altra zona escoriata che presenta i medesimi caratteri; essa è di forma rotonda con un diametro di 14 cm. (tutto ciò è esatto, ma io preciserei volentieri: regione suttoscapolare e punta della scapola sinistra).

Ma, nell'interpretazione, Judica ed io discordiamo (molto amichevolmente). Egli suppone che Gesù abbia portato la croce intiera, patibulum e stipes connessi; e per di più una croce latina (la croce a forma di T non cambierebbe d'altronde nulla, alla sua tesi). La croce sarebbe portata, come si rappresenta generalmente, sulla spalla destra; uno dei bracci orizzontali scende sul davanti al corpo, l'altro risale dietro il capo, mentre la parte verticale scende obliquamente dietro il corpo verso i piedi. Egli immagina una croce alta circa 2 metri e 80, (essa peserebbe circa 125 Kg. !).

La piaga della spalla destra sarebbe prodotta dallo sfregamento dell'angolo retto, formato da due bracci orizzontale e verticale, in cui si incastra la spalla, e dagli spigoli di questi due legni. Quanto alla piaga sinistra, essa si sarebbe prodotta al momento delle cadute: il braccio trasversale posteriore ricade sul dorso dell'uomo che è a terra e naturalmente colpisce la scapola sinistra.

Io penso, esattamente come Judica, che nelle cadute il legno della croce ha ferito la parte sinistra della schiena. Ma credo anche che l'interpretazione di queste due piaghe debba essere assai differente dalla sua. Ho studiato abbastanza a lungo, nel Cap. II, la forma della croce, le modalità della crocifissione ed il posto del titulus, in accordo con gli archeologi e gli esegeti moderni, ed ho fornito prove, tratte da testi e documenti, sufficienti per essere categorico. E' ormai certo oggi che la croce era costituita di due parti separate e che anche se si trattava d'una croce latina (il che non credo assolutamente) il condannato trasportava soltanto il patibulum, sino al luogo del supplizio dove lo attendeva lo stipes piantato stabilmente: è tutto ciò che Gesù poteva fare e che non ha nemmeno potuto fare sino alla fine! Ricorderò ancora la frase di Plauto, nella Carbonaria: « che egli porti il suo patibulum per la città e sia inchiodato alla croce »? Gesù l'ha portato liberamente.

Il mio amico Judica mi scuserà se nella prefazione, tra le qualità che sembravano predispormi allo studio della Passione ne ho dimenticata, una: all'età di 19 anni, nel 1903, soso stato zappatore al 5° Genio ferrovieri, dove ho trasportato le traverse che si mettono sotto i binari. favoro quindi con cognizione di causa. Le traverse si portano sulla spalla in due, poichè sono pesanti; ma si vede talvolta un atleta fanfarone trasportarne una da solo. Come io stesso ho trasportato sulla spalla travi un po' meno pesanti e so come si fa.

La trave dev'essere posta in equilibrio sulla spalla destra nei maldestri e la sinistra nei mancini. Si riconosce subito a quale di queste due categorie appartiene un uomo, osservando la guancia, che è stata bruciata dal catrame iniettato nelle travi per renderle imputrescibili. Non si deve portarla esattamente nel mezzo: ma bisogna che il suo punto d'appoggio sia spostato un po' in avanti, il che la rende leggermente obliqua e pendente indietro; la mano destra appoggiandosi sulla metà, anteriore le impedisce di sollevarsi. Se la trave fosse perfettamente orizzontale la minima oscillazione le toglierebbe l'equilibrio ed essa cadrebbe in avanti, senza possibilità di trattenerla.

D'altronde, la mano destra, per un movimento naturale, porta in fuori verso destra l'estremità anteriore, mentre l'estremità, posteriore si porta in dietro verso la linea mediana. Tutti questi particolari hanno la loro importanza, soprattutto per le conseguenze d'una caduta in avanti. Ne ho osservate, poichè ero pure infermiere di guardia quale studente di medicina, al Poligono dove si facevano gli esercizi di lavoro.

L'uomo che inciampa su una pietra, per non aver sollevato il piede, cade generalmente sulle ginocchia, prima sul destro (Judica lo osserva giustamente) se è mandestro, e lacera i calzoni e la fodera di pelle. Poi si stende a terra e abbandona la trave per appoggiarsi sulle mani nella caduta.

Ora la trave, già obliqua in dietro, in basso e a sinistra, oscilla sollevandosi anteriormente e scivola obliquamente sulla schiena. Ne conseguono escoriazioni sulla regione scapolare destra e sulla regione scapolare sinistra, ma più in basso, vicino alla punta della scapola sinistra; altre escoriazioni si producono al suo passaggio sulla colonna dorsale e sulla parte posteriore della cresta iliaca sinistra. In breve, essa dissemina le lacerazioni degli abiti e le escoriazioni cutanee su tutte le sporgenze ossee che incontra obliquamente dalla spalla destra alla regione sacroiliaca sinistra e talvolta anche il sacro.

Queste lacerazioni non sono contusioni da trauma, ma escoriazioni per sfregamento rude, violento, su parti prolungati e resistenti, di una massa dura e pesante qual'è quella della trave che scivola sul dorso sino a toccar terra.

Quest'esperienza vissuta non spiega a meraviglia le piaghe contuse sulla Sindone? Si nota inoltre che la regione scapolare sinistra ha potuto già cominciare ad escoriarsi prima della caduta, poichè Gesù era chino in avanti per la spossatezza; infatti il patibulum, a causa dell'obliquità che ho descritto, doveva giù soffregare sulla scapola sinistra.

Aggiungiamo infine che la Tunica di Argenteuil (che ha le sue « carte », o storici! almeno dal tempo di Carlomagno) presenta macchie di sangue nei medesimi punti. Esse risaltano fortemente in nero sulle fotografie ai raggi infrarossi eseguite nel 1934 dal mio amico Gérard Cordonnier, ingegnere del Genio Navale e cultore della Sindone. Judica d'altronde ne parla, ma riferendosi a quanto scrive Hynek, la cui citazione è però un po' inesatta. Ecco ciò che dice Cordonnier (« La Passion et le Crucifiement », Paris, 1934, Librairie dn Carmel, 27 Rue Madame, IV), ed io ho sott'occhio la sua fotografia ai raggi infrarossi: 1) numerose macchie di media grandezza sulla metà esterna della clavicola, sull'acroinion e sulla regione soprascapolare destra; 2) alcune piccole macchie disposte ad intervallo regolare sulle apofisi spinose dorsali a partire dalla VII cervicale (sempre prominente); 3) una larghissima macchia sulla parte inferiore e sulla punta della scapola sinistra, macchia che supera un po' a destra la linea inediana; 4) un ammasso importante sulla parte posteriore della cresta iliaca sinistra; 5) più in basso e in dentro, un gruppo di macchie in corrispondenza della regione sacrale.

Tutti questi punti anatomici sono stati individuati, riportando le macchie della Tunica, su una tunica di tela avente le stesse dimensioni (la tunica era stata fotografata distesa su una carta a quadretti quotati) e collocando questa tunica su un uomo normale alto mt. 1,78.

Nello studio della Sindone abbiamo soltanto parlato delle due piaghe della spalla destra e della scapola, sinistra. Vi sono anche su di essa, tracce di escoriazione sulla cresta iliaca sinistra come sulla Tunica? Probabilmente sì, ma esse sarebbero nascoste dall'estremità sinistra della colata trasversale posteriore.

Tutte queste descrizioni non giustificano la profezia di Isaia (]., 6)? « El planta pedis usque ad verticem non est in eo sanitas: vulnus et livor et plaga tumens; non est circunmligata, nec curata medicamine, neque fota oleo. Dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo, non ha nulla di sano: non vi sono che ferite, lividi e piaghe tumefatte, le quali non sono state fasciate, nè medicate, nè addolcite con olio ».

 

 

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CAPITOLO QUINTO

Le piaghe delle mani

L'iconografia cristiana, com'è noto, concorda in linea di massima nel localizzare in pieno palmo delle mani il segno dei chiodi del Crocifisso. Si potrebbero tuttavia citare parecchie eccezioni a questa regola: una ancora ne ho trovata nella mia udienza della Pasqua del 1934, nella Sala del Tronetto in Vaticano; si tratta di un grande crocifisso d'avorio donato dai Cavalieri da Gerusalemme a S. S. Pio IX, in cui i chiodi sono ancora un po' troppo bassi, ma nettamente in pieno carpo. Si può dire altrettanto, per esempio, di un Rubens al Rijkmuseum di Amsterdam e di tre Van Dyck ad Anversa, Bruxelles e Bruges.

Ho anche sott'occhio la fotografia di un crocifisso in avorio dell'inizio del XVII secolo, che associa al suo valore estetico una perfezione quasi assoluta dal mio punto di vista anatomico. I chiodi sono collocati esattamente nella piega di flessione del polso ed i pollici sono in opposizione alle palme ed in leggera flessione; per di più, i piedi sono inchiodati a piatto sullo stipes ed il destro è posto al di sotto del sinistro. Il Sig. R. Grünevald, incaricato di dipartimento al museo di etnografia del Trocadero, ha avuto la gentilezza di inviarmi questa fotografia dopo aver letto la prima edizione delle « Cinque Piaghe ».

La crocifissione nel palmo delle mani non è altro se non la traduzione plastica delle parole del profeta Davide: « Foderunt manus meas » (hanno trapassato le mie mani) e di quelle di Gesù a Tomaso: « Vide manus meas » (guarda le mie mani). Gli artisti non sono andati oltre: per loro le mani sono le palme. Come vedremo, tuttavia, alcuni artisti bolognesi del XVI secolo sono stati i primi, forse, a riconoscere sperimentalmente l'impossibilità di piantare i chiodi nelle palme.

Si è spesso obiettato alla mia localizzazione nei carpi il fatto degli stimmatizzati. Ho già risposto nella prima edizione delle « Cinque Piaghe », ma in modo troppo conciso, in otto righe, dimenticando che sono troppo pochi coloro che sanno leggere, all'epoca dei cinematografi e dei « Digest ».

Indubbiamente, la maggioranza degli stimmatizzati (naturalmente quelli riconosciuti dalla Chiesa), da S. Francesco d'Assisi ai nostri giorni, reca le piaghe nella regione del metacarpo, nel palmo cioè delle mani. Ora queste stimmate sono riproduzioni esatte delle piaghe delle mani di Gesù?

Non è molto probabile. Bisogna anzitutto far notare che queste piaghe non hanno sempre il medesimo aspetto, ma sono più o meno superficiali o profonde, andando dalla semplice escoriazione sino al foro beante.

Talvolta si nota, come in S. Francesco, una specie di escrescenza carnosa, di cui non voglio definire la natura anatomica poichè non rassomiglia a nulla di quanto possiamo aver visto. Essa è tuttavia nettamente affermata e molto esattamente descritta nei Fioretti: « ...e così parevano le mani ed i piedi chiovellati nel mezzo con chiovi, i cui capi erano nelle palme delle mani e nelle piante dei piedi fuori dalle carni, e le loro punte riuscivano in su '1 dosso delle mani e dei piedi di tanto che parevano ritorti e ribaditi per riodo elle infra la ribaditura e ritorcitura loro, la quale riusciva tutta sopra la carne, agevolmente si sarebbe potuto mettere il dito della mano a modo come di uno anello: e i capi dei chiovi erano tondi e neri ». In un altro passo si afferma che questi chiodi erano mobili nel foro delle mani e dei piedi: lo si è constatato dopo la sua morte.

Si può dunque rispondere affermativamente alla mia domanda? No. Queste stimmate non sono la riproduzione esatta delle piaghe del Salvatore: esse non si presentavano così quando l'hanno deposto nella sua Sindone, né quando Egli le mostrava ai suoi fedeli in quel corpo glorioso in cui Gli piacque conservarle. E non insisto sulla palese inverosimiglianza delle teste dei chiodi confitti nelle piante dei piedi, poichè evidentemente questi chiodi sono stati piantati sul dorso dei piedi.

A tutto ciò aggiungo che la localizzazione delle stimmate non è sempre la stessa, ma varia, trovandosi su tutta la superficie del metacarpo e anche vicinissimo al carpo. Bisogna dunque concludere che le stimmate non possono fornirci alcuna spiegazione nè sulla localizzazione nè sulla forma delle piaghe della crocifissionc (v. anche, piaga del cuore).

Questo è d'altronde il modo di pensare degli stessi stimmatizzati: le piaghe non hanno per loro che un valore mistico. Non citerò che Teresa Neumann quantunque le sue manifestazioni soprannaturali non siano ancora state ratificate dalla legittima autorità la quale ha detto a un mio amico: « Non crediate che N. S. sia stato inchiodato alle palme, là dove io ho le stimmate. Questi segni hanno soltanto un significato mistico. Gesù doveva essere fissato più saldamente sulla croce ».

E poichè parliamo di mistici, mi sia permesso ricordare, con tutte le necessarie riserve e con il più grande rispetto, questa rivelazione della Vergine a S. Brigida (libro 1, cap. 1): « Perforatae fuerunt Filio meo manus in ea parte, in quo os solidius erat Le mani del mio Figlio furono trapassate in quella parte in cui l'osso era più solido».

Concludiamo dunque. Senza volere, nè lo protremmo, discutere il meccanismo somatico del miracolo (infatti persisto a credere che queste stimmate abbiano una causa soprannaturale), è lecito pensare che la loro comparsa avvenga generalmente dove lo stimmatizzatoo crede si trovassero le piaghe del Signore. Questo sembra provvidenzialmente necessario, affinchè lo stitmmatizzato non sia fin dall'inizio disorientato di fronte a queste manifestazioni ed esse conservino per la sua anima il loro significato mistico. Confessiamo d'altronde di non comprendere nulla di questo mistero. Nell'ipotesi impossibile che questa prova mi fosse imposta, le mie stimmate sarebbero forse... non nei carpi, ma in pieno palmo, per insegnarmi l'umiltà!

In ogni caso i testi sacri, cui dobbiamo assolutamente sottommetterci, non sono così espliciti: non parlano di palme, ma di mani. Spetta agli anatomisti dire che cosa si intende per mano; e gli anatomisti di ogni tempo e di ogni paese sono comlpletamente d'accordo sulla questione: la mano si compone del carpo, del metacarpo e delle dita.

Ora la piaga di cui ci occupiamo è visibile facilmente sulla Sindone: le due mani sono incrociate press'a poco davauti al pube; la destra raggiunge il margine esterno della radice della coscia sinistra; la sinistra passa al di sopra del polso destro nascondendolo completamente e supera la linea mediana molto meno della mano destra. Ciò è parzialmente di relazione al fatto che la spalla destra è un po' più bassa della sinistra, come risulta ancor meglio sull'impronta dorsale.

Ricordiamolo incidentalmente che il polso è una regione mal definita, posta tra la mano e l'avambraccio, la quale comprende i due ordini di ossa del carpo, articolate tra di loro, ed inoltre le loro articolazioni con l'avambraccio ed il metacarpo (articolazioni radiocarpita e carpometacarpica). In corrispondenza dell'articolazione radiocarpita, al di sopra del carpo, termina, l'avambraccio ed incomincia la mano.

Nella, Sindone, delle due mani si vedono soltanto quattro dita, i pollici non sono visibili, essendo in opposizione ne vedremo il motivo nascosti nel palino delle mani.

Sul dorso della mano destra, il cui polso è nascosto dalla sinistra, non vi è traccia di piaga; mentre sulla sinistra, che passa al di sopra dell'altra, si vede una delle piaghe più nette. Essa può essere studiata nei suoi particolari costituita da un'impronta rotonda, da cui si diparte una, larga colata dì sangue, che sale obliquamente verso l'alto e in dietro (in posizione anatourica, qual'è quella del soldato sull'attenti) per raggiungere il margine ulnare dell'avambraccio. Un'altra colata più sottile e frastagliata sale sino al gomito: probabilmente essa ha seguito un solco tra due gruppi di muscoli estensori, sfuggendo di tratto in tratto verso il margine ulnare, secondo la legge di gravità. Sempre secondo tale legge, sulla croce la grossa colata principale era logicamente verticale; e si può calcolare, dato l'angolo che questa colata forma con l'asse dell'avambraccio, qual'era l'inclinazione di questo sulla croce: esso formava con la verticale un angolo di 65 gradi.

Tutto questo concorda con gli esperimenti da me compiuti sul possibile allungamento dell'arto superiore, allungamento che non può superare i 45 centimetri, e con le costruzioni geometriche da me eseguite. Supposto che le braccia siano state inchiodate quasi trasversalmente (e non può essere altrimenti quando si distendono le braccia per inchiodarle sul patibulum), il corpo non può aver subìto un abbassamento tale che le braccia abbiano formato con la verticale un angolo minore di 65 gradi. Ed eccone il motivo.

Si è molto parlato di un allungamento delle braccia per dislocazione e non mi è stato facile convincere alcuni cultori della Sindone, poco anatomisti: bisogna intenderci. La dislocazione potrebbe aver luogo soltanto nelle articolazioni della spalla e del gomito: ma una lussazione dell'una o dell'altra accorcerebbe, e non allungherebbe, il braccio. Inoltre, il gomito è un'articolazione a cerniera che non si può lussare per semplice trazione lungo l'esse. Alla spalla invece, le due superfici (quella omerale sferica e quella scapolare quasi piana) possono alllontanarsi un poco per distensione dei legamenti articolari iu seguito a violenta azione (analogamente a quanto si produce alla base di un dito, quando lo si tira facendolo scricchiolare). Questo allungamento può aumentare un poco per un movimento ad altalena della scapola, ma fino ad un massimo di quattro o cinque centimetri.

D'altra parte, se si vuole determinare l'allungamento a cui necessariamente è sottoposto il braccio quando, in seguito al peso del corpo, passa da 90° all'angolo della posizione definitiva, basta calcolare l'ipotenusa del triangolo i cui due cateti sono rispettivamente costituiti dalla lunghezza del braccio in posizione iniziale (orizzontale) e dalla misura dell'abbassamento della spalla nell'accasciamento del corpo. Ammettendo, come valore medio, in 55 centimetri la distanza tra la spalla ed il chiodo della mano in posizione iniziale, un abbassamento da 90° a 45° dà un'ipotenusa di 77 centimetri. Il braccio, partendo da 55 centimetri, si sarebbe dunque allungato di 22 centimetri?! Viceversa, le costruzioni geometrïche mostrano che abbassandosi da 90° a 65°, con un abbassamento di 25 centimetri, il braccio non si allunga, che di 5 centimetri, ciò che ritengo essere il massimo possibile. Non servirebbe a nulla supporre una posizione iniziale obliqua e non trasversale: infatti più questa posizione iniziale è obliqua più un medesimo abbassamento del corpo presuppone un maggior allungamento del braccio. Così per passare da 65° a 45° con un abbassamento di 26 centimetri, si ha un allungamento di 10 centimetri; e da 65° a 35'° con un abbassamento di 55 centimetri, un allungamento del braccio di 30 centimetri.

Mi si voglia scusare per tutte queste cifre: ho voluto esaminare il problema sotto tutti gli aspetti; mi sembra che l'anatomia e la geometria concordino, e tutto concorre a farmi ritenere che le braccia sullo state inchiodate quasi trasversalmente e siano discese sino a formare con la verticale un angolo di 65°: esattamente l'angolo che ho misurato sulla Sindone.

Più tardi, come ultimo esperimento, dopo aver terminato e stampato le « Cinque Piaghe » ed aver fatto scolpire da Villandre il suo crocifisso, precisandogli tutti gli angoli, crocifiggerò un cadavere, unicamente per verificare questi angoli: distenderò le braccia quasi trasversalmente sul braccio orizzontale della croce, senza misurare alcun angolo, rapidamente, come un qualsiasi carnefice frettoloso di condurre a termine il suo lavoro, e le inchioderò in alcuni secondi. E quando avrò raddrizzato verticalmente la croce, queste braccia da sè sole si disporranno a formare con la verticale un angolo che, misurato, risulterà esattamente di 65° (v. cap. X).

 

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Osservando più da vicino il polso sinistro sulla Sindone, si nota l'esistenza di due colate principali, formate dal sangue proveniente da una medesima zona centrale che è la piaga, determinata dal chiodo. Queste due colate sono leggermente divergenti formando tra di loro un angolo di circa 5°. Ho studiato a lungo questa impronta bizzarra (che è tra le più istruttive e più vere in tutto questo studio), senza coglierne il significato. Oggi credo di averlo trovato nei cambiamenti di posizione del corpo.

Abbiamo visto al cap. III, 1 (sulla causa determinante della morte), che la sospensione per le mani provoca nei crocifissi un insieme di crampi, di contrazioni che vanno generalizzandosi fino a ciò che noi chiamiamo « tetania ». Essa colpisce infine i muscoli inspiratori rendendo impossibile l'espirazione; i suppliziati non potendo più svuotare i loro polmoni muoiono per asfissia. Essi possono tuttavia sfuggire momentaneamente a questa tetania ed alla successiva asfissia, raddrizzando il corpo col far leva sui piedi. In tal modo le ginocchia e le anche si estendono, il corpo risale e per conseguenza l'angolo degli avambracci con la verticale aumenta leggermente verso l'angolo retto primitivo. Il corpo passa quindi alternativamente durante l'agonia da una posizione di accasciamento e di asfissia ad una di raddrizzamento e di sollievo. In ciascuna di queste posizioni, la colata di sangue verticale, che si coagula lentamente sulla pelle, forma con l'asse dell'avambraccio angoli leggermente diversi. La colata più distante dalla mano che è di circa 65° corrisponde alla posizione di accasciamento; quella più vicina alla mano corrisponde al raddrizzamento e dà un angolo di 68°70°.

Ed eccoci all'argomento delle mie ricerche: dove è stato piantato il chiodo? Do' senz'altro la mia conclusione: in pieno carpo.

Senza dubbio, la piaga sul dorso della mano sinistra, la sola visibile sulla Sindone, non si trova in corrispondenza del metacarpo, come dovrebbe essere se il chiodo fosse stato piantato nel palmo della mano: la cosa è subito evidente per un anatomista. L'origine delle dita, segnata dalla testa delle ossa metacarpali, è visibilissima e la piaga ne dista di almeno tutta la lunghezza del metacarpo, senza essere sull'avambraccio. Come è noto, alcuni affermano che il chiodo è stato piantato nella parte inferiore dello spazio interosseo radioulnare; ma tale spazio si restringe ad angolo per giungere all'articolazione radioulnare inferiore. Una tale sospensione sarebbe evidentemente saldissima, lasciando sopra il chiodo tutto il massiccio del carpo; ma bisogna risalire nello spazio interosseo fino a trovare tra radio ed ulna un intervallo di almeno 8 millimetri corrispondente alla larghezza del chiodo. Il che pone la piaga ad una distanza dal polso incompatibile con l'immagine che vediamo.

Ho condotto un esperimento sull'avambraccio di un uomo adulto, fendendo completamente lo spazio radioulnare: il punto più basso dove il chiodo si arresta tra le due ossa si trova a 5 cm al di sopra della piega di flessione del polso; quindi non si tratta più di mano, ma di avambraccio: le Scritture ci vietano perciò una tale localizzazione.

Grazie all'estrema gentilezza del Vignon e del P. d'Armahilacq, che studiavano la Sindone con una passione non disgiunta da altrettanta serenità scientifica, ho potuto rendermi esattamente conto della localizzazione della piaga. Essi mi hanno imprestato delle fotografie in grandezza naturale delle due impronte ventrale e dorsale della Sindone. Senza possibilità di contestazioni, la piaga dorsale di sinistra, senza essere sul metacarpo, è ancora sulla mano: essa è dunque nel carpo. Ho misurato, su queste fotografie e su altri negativi diretti di dimensioni quotate, la distanza tra il foro e la testa del III osso metacarpale: essa supera di poco gli 8 centimetri.

Ho pure voluto rendermi conto sperimentalmente del tragitto percorso dal chiodo: ho eseguito la crocifissione della mano e, dopo averla radiografata, ho proceduto alla sua dissezione.

Ma esponiamo anzitutto qualche nozione di anatomia. Per ciò che riguarda il palmo della mano, sarò breve. Il chiodo, se è confitto, come tradizionalmente, in pieno palmo, tra il III ed il IV osso metacarpale, perfora la pelle e l'aponevrosi palmare, può ferire l'arcata arteriosa superficiale, scivola tra i tendini dei muscoli flessori, attraversa i muscoli interossei ed esce tra i tendini dei muscoli estensori. Il corpo, sospeso, fa trazione sul chiodo. Su quali organi trasversali può trovare appoggio? Alcune fibre trasversali dell'aponevrosi palmare; un sottile legamento palmare trasverso, situato davanti alle teste delle ossa metacarpali; più in basso, in corrispondenza della commessura, un altro sottile legamento palmare. Chi è pratico di dissezione sulle mani sa che si tratta di ben poco. Tutti gli organi sono verticali. Non rimane che la pelle, la quale si lacererebbe, in conseguenza della trazione, sino alla commessura.

Non ignoro l'esperimento di Donnadieu che nel 1903 ha pubblicato un libro che è pieno di preconcetti per dimostrare che la Sindone è un'immagine dipinta: ipotesi oggi abbandonata, avendo le ultime ostensioni confermato in pieno le constatazioni del 1898. Fissando come limite superiore della mano la regione metacarpale (singolare pregiudizio), egli ha voluto dimostrare che la crocifissione nel palmo poteva essere resistentissima e l'ha realizzata sul cadavere constatando che i tessuti non si laceravano.

Sfortunatamente per la sua tesi, l'autore ci dà, in una sincerità perfetta che però vuol trionfare troppo presto, dei particolari ed una fotografia che demoliscono completamente le conclusioni del suo esperimento. Egli dichiara che il cadavere, messogli a disposizione da studenti di medicina di Lione, presentava le dita talmente irrigidite in flessione che egli non ha potuto distenderle completamente. Ecco una impossibilità che non ho mai riscontrato in cadaveri non disseccati e che ci allontana notevolmente dalle condizioni di una mano vivente.

La fotografia mostra infatti, appeso per una sola mano (chi vuol provare troppo non prova nulla), un povero piccolo cadavere emaciato, con le dita in forte flessione. Chi ha frequentato a lungo le sale di anatomia, sa che si tratta di un cadavere preparato per la dissezione ed estremamente disseccato, il che spiega la rigidità delle dita; inoltre esso è leggerissimo. Infine le iniezioni endoarteriose praticate per la conservazione del cadavere modificano completamente, aumentandole, le resistenze delle parti molli e non si può trarre nessuna conclusione da un esperimento condotto su un corpo come quello, così differente da un corpo vivente.

Il cadavere da me crocifisso (v. cap. X) era esso pure un corpo abbastanza leggero e preparato per la dissezione, ma perfettamente fresco e flessibile: il che d'altronde poco importava, trattandosi non di una prova di resistenza (che avevo già fatto, come vedremo, in un braccio vivente), ma di un esperimento di angolazione.

Per avvicinarsi alle condizioni del vivente, bisognava usare un cadavere fresco: ma la legge non permette di intervenire se non ventiquattro ore dopo la morte. Si può però far di meglio ancora, servendosi di pezzi di amputazione, come ho fatto io. E' noto che i tessuti muoiono gradualmente, dopo l'ultimo atto respiratorio: per un tempo più o meno lungo, i muscoli ed i nervi reagiscono ancora agli eccitamenti elettrici ed anche a quelli meccanici: e questo ha la sua importanza. In conclusione, i miei esperimenti, eseguiti subito dopo l'amputazione del braccio, sono stati effettuati su mani realmente viventi, a parte la circolazione del sangue.

Ho dunque eseguito il seguente esperimento: servendomi del braccio di un uomo vigoroso, di recente amputato al terzo superiore, ho piantato il mio chiodo di forma quadrata, di 8 millimetri di lato (il chiodo della Passione), in pieno palmo, nel III spazio metacarpale. Ho sospeso con cura al gomito 40 chilogrammi (metà del peso di un corpo umano alto circa 1 metro e 80). Dopo dieci minuti la piaga si era allungata ed il chiodo si trovava in corrispondenza della testa delle ossa metacarpali. Ho provocato allora una scossa molto moderata ed ho visto il chiodo superare bruscamente il punto dello spazio ristretto delle teste delle due ossa rnetacarpali e lacerare largamente la pelle sino alla commessura. Una seconda scossa leggera ha strappato il restante della pelle.

Ora, un peso non di 40 ma di circa 95 chilogrammi esercitava trazione su ogni chiodo delle mani del crocifisso. E' noto infatti che scomponendo un peso P in due forze oblique simmetriche si fauno delle componenti il cui valore è maggiore di P fratto 2 el è dato da P fratto 2 cos X dove X è l'angolo formato dalle componenti con la verticale. Cioè, un corpo di 80 chilogrammi, sospeso per le due braccia formanti un angolo di 65° con la verticale, esercita su ciascuna di esse una trazione di kg 80 fratto 2 cos 65° cioè di circa 95 chilogrammi.

Un lavoro comparso dopo il mio, libello velenoso che stupisce di veder accettato come tesi di laurea in medicina, contenente un buon terzo di esegesi rabbinica ha preteso di controbattere questo mio esperimento: esso presenta un cadavere crocifisso nelle palme. L'autore ci dice trattarsi d'un annegato rimasto immerso per otto giorni. Mi guarderò bene dal discutere questo esperimento che, senza invalidare il mio, non può provare se non una cosa: e cioè che la resistenza dei tessuti del palmo delle mani è maggiore in un annegato di otto giorni che nel vivente. Ora noi discutiamo il caso di un vivente ed il mio esperimento è stato condotto su un braccio ancora vivente; esso conserva quindi tutto il suo significato ed è il solo ad avere valore.

Questo mio esperimento di crocifissione non è certo il primo e ne ho trovato una testimonianza preziosa, dopo la prima edizione del mio lavoro, in un vecchio libro italiano, che il signor Porché, mio buon amico e membro del comitato dei Cultores S. Sindonis, ha potuto procurarsi. Mons. Paleotto, arcivescovo di Bologna, dopo aver visto con S. Carlo Borromeo, nel 1578, la Santa Sindone a Torino ne ha fatto una descrizione particolareggiata che è forse la prima (Bologna, 1518). Vi è allegata una copia molto minuziosa, della S. Sindone che mostra le impronte sanguigne nel colore carminio. E' la sola copia di valore, che io conosca.

Si tratta di uno studio che qua e là è meraviglioso per intuizione, data la palese ignoranza dell'autore in fatto di anatomia

Per esempio, egli si sofferma a lungo sul fatto che il chiodo è uscito « nella giuntura che gli anatomisti chiamano carpo ». « Carpo » è esattissimo ma egli ignora che il carpo è un insieme formato di otto ossicini articolati tra di loro, il quale fa parte integrante della mano, e che la « giuntura » di cui parla, cioè l'articolazione radiocarpica, è al di sopra del carpo. Poi imbastisce tutta una teoria secondo cui il chiodo sarebbe stato piantato nella parte alta del palmo obliquamente verso il braccio, in modo da uscire nella suddetta « giuntura ». Ciò è evidentemente impossibile anatomicamente ed io l'ho visto sperimentalmente. Il termine, « manus » metteva già in difïicoltà l'esegeta! Ed ho constatato ancora poco fa, presso i contemporanei, la mania di voler conciliare le Scritture con una falsa concezione dell'anatomia (era anche una malattia del mio amico Vignon).

Egli aggiunge, e questo mi colpisce, che il chiodo non è stato in ogni caso piantato direttamente nel palmo della mano, « e questo perchè il chiodo non riavrebbe retto il corpo ma sarebbesi per lo peso stracciata la mano, secondo l'esperienza fattane da i pittori e scoltori valenti di corpi morti, per cavarne i ritratti ».

Il salesiano Don Scotti, laureato in medicina e scienza naturali, che ha curato con me l'edizione italiana della « Cinque Piaghe » (S.E.I., Torino, 1940), mi ha fatto notare che questi esperimenti non datano dal Medioevo ma dal Rinascimento e precisamente da quel XVI secolo che vide fiorire gli studi anatomici. Ciò dev'essere rilevato di fronte alle ipotesi, sempre risollevate, che vogliono attribuire la Sindone ad un falsario medioevale.

Ecco dunque degli accorti ed anonimi miei predecessori che mi inducono a rallegrarmi per il buon senso dell'umanità, in generale e degli artisti in particolare.

Dimostrato quindi che i chiodi non potevano essere infissi nel palmo delle mani, senza lacerarle rapidamente, non resta che cercare altrove.

Mi si obietterà che il peso del corpo del crocifisso non si esercitava tutto intero sulle mani. Non parlo qui della fissazione dei piedi, poichè essa non poteva alleviare tale trazione: dato che le ginocchia sono flesse, il chiodo dei piedi sopporta soltato una parte minima e trascurabile del peso sol corpo. Esso serve quasi unicamente ad impedire ai piedi di staccarsi dalla croce, come ho constatato chiaramente: crocifiggendo un cadavere (v. cap. X). Ma si è osservato che le braccia potevano essere fissate con funi al braccio trasversale della croce e che d'altronde il perineo poteva appoggiare su una specie di sostegno situato tra, le coscie. In tali condizioni la fissazione delle mani non avrebbe avuto bisogno di essere altrettanto solida, una parte del peso del corpo essendo sostenuta da questi due artifici. Non ho atteso la contraddizione (P. Braun lo riconosce lealmente) per pormi questa obiezione e per rispondervi. Vedremo che con il ragionameuto potremo eliminare queste due ipotesi.

Come abbiamo notato al cap. Il (B, 6°), l'uso dei chiodi era il procedimento usato più di frequente, anche per gli schiavi; più raro era l'uso delle funi, fatta eccezione forse per alcuni paesi, come l'Egitto. Nessun testo suggerisce che si siano associati i due metodi: e, poichè era inutile, credo si possa senz'altro escludere la cosa.

Quanto al « sedile », la cui esistenza è avanzata da alcuni testi ed affermata da S. Giustino, non se ne trova cenno che una sola volta, in Tertulliano, come abbiamo visto al cap. Il (B, 4°) giungendo alla conclusione che l'uso del sedile era ben lungi dall'essere costante. Non lo si doveva applicare allo stipes, se non quando si voleva deliberatamente prolungare al massimo il supplizio, tale essendo esattamente il suo compito. Infatti in tal modo, i crocifissi potevano resistere più a lungo alla tetania asfissiante, poichè la trazione del corpo non si esercitava interamente sulle mani.

Si può sin d'ora supporre, data l'agonia relativamente molto breve di Gesù, che la Sua croce non fosse fornita di questo sostegno. L'associazione delle funi, anche se questo procedimento non fosse estraneo alla storia della crocifissione, avrebbe ugualmente prolungato l'agonia.

Ma un altro motivo ci porta decisamente ad escludere questi due procedimenti e ad ammettere la crocifissione con i soli chiodi, ed è l'accasciamento del corpo sulla croce. Possiamo fin d'ora ricostruire esattamente la crocifissione nei suoi particolari. Il patibulum, trasportato dal condannato al luogo del supplizio, è gettato a terra e vi si distende sopra il paziente; le sue braccia, allungate dai carnefici, vengono naturalmente disposte parallele al patibulum, in modo da formare un angolo di 90 gradi col corpo. I carnefici prendono le misure e con un succhiello incominciano a praticare i fori nella trave: sanno che le mani si perforano facilmente, mentre i chiodi entrano nel legno con maggior difficoltà. Poi inchiodano una delle mani, fanno trazione sull'altra e la inchiodano. Il corpo di Cristo riproduce già il T della croce, con le braccia ed il patibulum ad angolo retto col corpo.

Si rimette allora in piedi il condannato, sollevando per le due estremità il patibulum, che viene poi innalzato e, connesso all'estremità superiore dello stipes, ricostituendo in tal modo la croce a forma di T. Ora, il corpo si accascia e le braccia si allungano passando da 90 a 65 gradi. Rimangono soltanto da inchiodare i piedi, uno sull'altro, con un chiodo solo, come vedremo, flettendo le ginocchia che assumono subito la loro posizione di accasciamento. Le ginocchia formano posteriormente un angolo di circa 120 gradi; le anche ed i colli dei piedi formano degli angoli di circa 150 gradi aperti in avanti.

Quando, per sfuggire all'asfissia, il corpo si raddrizzerà prendendo come un punto d'appoggio il chiodo dei piedi, le braccia tenderanno a riprendere la loro posizione orizzontale, senza però superare (come si ricava dalla Sindone) i 70 gradi. Nello stesso tempo aumenteranno gli angoli delle ginocchia, delle anche e dei colli dei piedi.

Avevo già calcolato questi angoli della posizione di accasciamento, prima di ogni esperimento, contando su una discesa, del corpo di 25 centimetri, il che corrisponde al passaggio da 90 a 65 gradi dell'angolo formato dalle braccia con la verticale, e calcolando in 55 centimetri la lunghezza del braccio dalla spalla al carpo.

Quando, molto più tardi, crocifissi un cadavere intero (cap. X), dovetti servirmi d'una croce in assicelle sottili già inchiodate, preparata in precedenza dal mio amico professor Hovelacque. Alla croce disposta orizzontalmente, ho dunque inchiodato le braccia a 90 gradi, con un gesto del tutto automnatico. Poi ho fissato i piedi in massima iperestensione, a piatto, sul braccio verticale. Quando ho raddrizzato la croce verticalmente, le braccia si sono disposte da sole a 65 gradi, le ginocchia a 120 gradi, le anche ed i colli dei piedi a 150 gradi, esattamente come avevo calcolato.

Da tutto ciò si ricava che il corpo, nel passare dalla posizione primitiva a quella di accasciamento, è disceso di 25 centimetri. Evidentemente questo abbassamento non si avrebbe se il corpo appoggiasse su un sostegno perineale e fosse sostenuto con funi. L'abbassamento si è verificato dunque non c'erano nè funi nè « sedile », ed il corpo era sostenuto soltanto dai chiodi delle mani, dato che il chiodo dei piedi, in posizione di accasciamento, non sosteneva nulla. Bisogna dunque trovare un posto nella mano dove il chiodo possa tenere saldamente e sopportare quella trazione di 95 chilogrammi per chiodo. Un carnefice, pratico del suo mestiere, doveva sapere che un palmo inchiodato si lacera.

Il ragionamento mi sembra abbastanza valido per resistere agli attacchi. Il P. Braun (che prudentemente non si è allontanato dalla sua materia se non per mostrare con un solo esempio la possibile fragilità delle mie costruzioni anatomiche) me lo concede, con la menzione « molto bene ». Tutto al più egli richiama il fatto delle stimmate (cui abbiamo già risposto), il termine «mano » usato dalle Scritture (e abbiamo demolito l'obiezione) e la solidità del mio esperimento di crocifissione nelle palme che è stata controbattuta, (non contestata, come dice lui) in ulta tesi di ispirazione rabbinica, il cui autore finisce d'altronde per giungere alla conclusione della inesistenza di Gesù! Il mio esperimento condotto su un braccio ancora vivente, a venti minuti dall'amputazione, rimane solidissimo e le sue conclusioni conservano tutta la loro validità.

Mi sarei aspettato che il P. Braun mi accusasse, con qualche apparenza di verosimiglianza, di girare in un circolo vizioso. Sembra infatti che io m appoggi ad una impronta della Sindone per giungere a dimostrare l'autenticità di quest'ultima. Non vorrei approfittare di questa indulgenza per evitare di difendermi.

Confesso che, se potessi basarmi soltanto sul coagulo del polso, mi troverei in una brutta posizione dialettica. Ma come abbiamo già constatato e verificheremo ancora per i piedi e per il costato, tutte le impronte sanguigne coincidono, senza eccezione e in modo sorprendentemente esatto, con la realtà anatomica. Questo insieme compatto, diciamo pure questa unanimità di veracità, costituisce una presunzione di verità, equivalente ad una certezza. Se vi fosse una sola eccezione, potrei esitare e non accordare alla Sindone una fiducia che è andata aumentando di mano in mano che proseguivano i miei esperimenti. E questa fiducia si rafforza ancora, quando vedo che l'impronta del polso, invece di mostrare una sola colata verticale, ne mostra nettamente due separate da un certo angolo. Questo coincide manifestamente con ciò che sappiamo sperimentalmente, purtroppo, della morte per asfissia e degli sforzi di sollevamento fatti dal crocifisso. Bisognerebbe essere ciechi, per non vedere in tutte queste impronte sanguigne il puro riflesso della realtà.

Ma il P. Braun mi fa grazia del circolo vizioso. Molto bene dice ma chi ci prova che queste impronte sono dovute a sangue e non a un colore qualsiasi steso artificialmente da un falsario? Tutto il ragionamento crollerebbe così dalle fondamenta.

Il lettore, che ha seguito attentamente le mie precedenti illustrazioni, possiede già, gli elementi della mia risposta. Ci si porti al capitolo sulla formazione delle impronte sanguigne (cap. 1, E, 1°) e si rilegga nel capitolo IV (D, incoronazione di spine) l'analisi di quel coagulo formato sulla fronte a causa degli ostacoli del cappello di spine. Spero di aver abbastanza chiaramente dimostrato che tutte queste impronte di sangue non possono essere che decalchi di coaguli, non macchie di colore. Riassumendo, questi coaguli hanno di aspetto di verità ed una naturalezza tali che possiamo riconoscerli a prima vista e che soltanto la natura ha potuto fare così: essi soltanto hanno potato, imprimendosi direttamente, dare immagini così nitide. Solo per immaginarli, prima di dipingerli, sarebbe necessaria una conoscenza appronfondita della fisiologia del sangue ed una accortezza inverosimile per evitare ogni errore che potrebbe tradire il falsario, il quale non avrebbe potuto pensare a tutto. Infine, realizzare una pittura con un qualsiasi colorante e anche, e soprattutto, con del sangue, non condurrebbe se non a macchie dai contorni diffusi irregolari, che non avrebbero i margini netti, la infinita delicatezza e la sorprendente minuziosità dei particolari, presentati dalle impronte della Sindone..

 

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Da molto tempo reclamiamo tutte le rispettose esperienze tendenti a risolvere la questione dal punto di vista scientifico e siamo pronti ad eseguirne il piano predisposto. Ma possiamo fin d'ora, soltanto attraverso l'analisi delle fotografie di questi grumi, affermare che non può trattarsì d'altro che di sangue. Se alcun esegeti rifiutano ostinatamente di cedere alle mie ragioni, su questo terreno strettamente anatomofisiologico, spero di consolarmi con la adesione generalmente calorosa dei medici.

Bisogna quindi trovare in qual posto è passato il chiodo; infatti sulla Sindone esso non è nel metacarpo. Ricordiamo incidentalmente che un falsario non avrebbe mancato di raffigurarlo così. Anche qui, come per tante immagini strane in contraddizione con le abitudini iconografiche, egli avrebbe dovuto conformarsi alla tradizione, poichè questo falso lenzuolo era destinato alla contemplazione dei fedeli. Decisamente questo falsario si mostra sempre più malaccorto.

Risalendo in alto nel palmo della mano, che cosa si trova? Una sporgenza trasversale costituita dalla riunione, nella loro parte superiore, delle eminenze tenar ed ipotenar, muscoli corti del pollice e del mignolo; dietro di essa si trova uno spesso fascio fibroso alto un buon dito, saldamente inserito internamente all'osso uncinato ed al piramidale, esternamente al trapezio ed allo scafoide, esso passa a ponte sopra i tendini dei muscoli flessori che fissa saldamente, chiudendo il canale carpito e dando inserzione ai muscoli delle due eminenze: è il legamento anulare anteriore del carpo.

Al di sopra di detta sporgenza si trova un incavo che corrisponde alla piega di flessione principale del polso; poi vi è la faccia anteriore dell'avambraccio. Sembra dunque naturale piantare il chiodo non nella sporgenza che forma la base della mano ma nella depressione soprastante. Praticamente il chiodo dunque si pianta nella piega di flessione del polso. Questa piega è in corrispondenza del foro che è segnato sulla Sindone sulla faccia dorsale del polso, a poco più di 8 centimetri dalla testa del III osso inetacarpale; essa si trova esattamente davanti al margine superiore del legamento anulare che costituisce già una briglia trasversale estremamente resistente: la chirurgia dei flemmoni delle guaine ci insegna a rispettarlo. D'altronde questo margine superiore si protende sul carpo, sbarrando la testa del grande osso; tutto il semilunare e parte del piramidale lo superano in alto.

Se si esamina una sezione frontale del carpo e, meglio ancora una radiografia frontale, si nota l'esistenza tra le ossa del carpo d'uno spazio libero, delimitato dal grande osso, dal semilunare, dal piramidale e dall'uncinato. Tale è la conoscenza di questo spazio che, dopo i lavori del Destot, sappiamo interpretare la sua scomparsa, come un segno di dislocazione del carpo, primo stadio dei grandi traumatismi del carpo. Ebbene, questo spazio è situato esattamente dietro il margine superiore del legamento anulare anteriore e dietro la piega di flessione del polso.

Di tutto questo non ho compreso tutta l'importanza che dopo il seguente mio primo esperimento: eseguita l'amputazione d'un braccio al III° superiore, ho preso, subito dopo l'intervento, un chiodo di sezione quadrata, di 8 millimetri di lato (come quelli della passione) e di cui avevo ridotto la lunghezza a 5 centimetri per comodità di radiografia. Dopo aver disposto la mano a piatto con la superficie dorsale appoggiata ad una tavola, ho collocato la punta del chiodo a metà della piega di flessione del polso, tenendo il chiodo esattamente verticale. Poi con un grosso martello ho battuto sul chiodo, come un qualsiasi manovale che vuol piantare diritta una punta e come un carnefice che sa battere forte. Ho ripetuto il medesimo esperimento su parecchie mani di uomo (la prima era stata fatta su mano di donna), giungendo sempre alle stesse identiche constatazioni.

Attraversate le parti molli, il chiodo raggiunge il carpo e benchè io lo stringa con la mano sinistra, lo sento piegarsi un po' all'indietro, penetrare senza resistenza, e senza rumore, poi inclinarsi un poco in modo che la base si porta verso le dita e la punta verso il gomito, infine uscire nuovamente attraverso la pelle del dorso un centimetro circa al di sopra del suo punto d'ingresso, come ebbi a constatare dopo aver tolto il chiodo dalla tavola.

Subito furono praticate delle radiografie: pensavo, a priori, che il chiodo dovesse sfondare il carpo e attraversare probabilmente il semilunare, schiacciandolo. I movimenti del chiodo durante il suo affondamento mi facevano già supporre che esso avesse trovato un tragitto più anatomico.

Infatti sulla radiografia di profilo, il chiodo, un po' obliquo verso l'indietro e verso l'alto, passa tra le proiezioni del semilunare e del grande osso che sono intatti. La radiogratia frontale è ancora più interessaante: l'ombra del chiodo, a sezione quadrata, appare rettangolare a causa della sua disposizione obliqua. Il chiodo è penetrato nello spazio del Destot ed ha allontanato, senza rompere, nemmeno una delle quattro ossa che lo delimitano, limitandosi ad allargarlo secondo la sua grossezza.

La dissezione del pezzo in questione conferma il referto radiografico: dato che il punto d'entrata, mediano, era situato un po' al di fuori dello spazio del Destot, la punta del chiodo, giunta a contatto della testa del grande osso, è scivolata sulla sua superficie interna, è caduta nello spazio e l'ha attraversato. Le quattro ossa si sono allontanate, intatte e saldamente fissate, per il loro spostamento stesso, intorno al chiodo, il quale d'altronde appoggia sul margine superiore del legamento anulare.

Non è qui il caso di ricordare come fa S. Giovanni narrando che la frattura delle gambe è stata risparmiata a Gesù le parole profetiche « Os non comminuetis ex eo »?

Il foro d'uscita viene così ad essere situato un po' più in alto ed internamente rispetto al foro di entrata. Se io avessi infisso il chiodo (e l'ho fatto in altri esperimenti) un po' più all'interno del punto di mezzo della piega di flessione del polso, sarei caduto esattamente nello spazio di Destot, che è situato un po' all'interno dell'asse del polso, sull'asse del III spazio intermetacarpale.

La disposizione obliqua del chiodo verso l'alto e l'indietro è dovuta unicamente alla disposizione delle superficie ossee attorno alto spazio del Destot; infatti essa si è riprodotta regolarmente in tutti i mici esperimenti, nonostante cercassi di impedirla. Ho infatti ripetuto in seguito una dozzina di volte la crocifissione della mano su braccia da poco amputate, spostando il foro d'entrata tutto attorno al punto di mezzo della piega di flessione. In tutti i casi la punta del chiodo si orientava da sola, come se scivolasse sulle pareti d'un imbuto e s'inlilasse spontaneamente nello spazio preformato. Se si cerca di piantare il chiodo più in basso, nel legamento anulare anteriore del carpo, non lo si perfora ma vi si scivola sopra e si vede il chiodo obliquarsi, sia in alto verso lo spazio del Destot, sia in basso verso il palmo, in cui si perde e dove non può ricevere il peso dei corpo senza lacerare la mano.

L'ultima volta che ho avuto a disposizione una mano fresca, mi sono servito d'un bisturi con la lama di 8 millimetri. L'ho mandato nella piega di flessione del polso e, spingendo senza alcun sforzo, ho attraversato il carpo, senza incontrare resistenza, per uscire, di nuovo sul dorso della mano sempre nel medesimo posto; esso, nella mano di un uomo normale, è sempre a circa 8 centimetri dalla testa del III osso metacarpale: è la stessa distanza che ho misurato sulla Sindone.

Esiste dunque un passaggio anatomico preformato, normale, un percorso naturale in cui il chiodo passa con facilità, e dove è trattenuto molto saldamente dalle ossa del carpo strettamente fissate dai loro legamenti distesi e dal legamento anulare anteriore sul cui margine superiore è appoggiato.

L'emorragia dev'essere modesta, quasi unicamente venosa; il chiodo infatti non incontra nessuna arteria importante, come ad esempio le arcate palmari, le quali avrebbero determinato una larga chiazza di sangue su tutta la superficie dorsale della mano, applicata sulla croce, e potuto anche causare una grave emorragia.

E' possibile che carnefici esperti non abbiano conosciuto empiricamente questo punto particolarmente adatto per la crocifissione delle mani, che presenta tutti i vantaggi ed è così facile a trovarsi? La risposta è evidente. E la Sindone ci mostra la traccia del chiodo precisamente là dove un falsario non avrebbe mai avuto l'idea nè l'audacia di raffigurarla.

Ma questi esperimenti mi riservavano ancora un'altra, sorpresa. Operavo, lo ripeto, su mani ancora viventi, subito dopo l'amputazione del braccio. Ora, ho constatato, fin dalla prima volta e regolarmente in seguito, che al momento in cui il chiodo attraversava le parti molli anteriori, a palmo rivolto in alto, il pollice si fletteva bruscamente e soprattutto si portava in opposizione nel palmo, per contrazione dei muscoli tenar, mentre contemporaneamente le altre quattro dita si flettevano molto debolmente, probabilmente per eccitazione meccanica riflessa dei tendini dei muscoli flessori lunghi.

Le dissezioni mi hanno rivelato che il tronco del nervo mediano era sempre gravemente leso dal chiodo, sezionato, maciullato, per un terzo, metà o due terzi, secondo i casi, ma sempre nella sua parte interna, che è unicamente sensitiva. Esso non era mai sezionato interamente. Sempre i nervi dei muscoli adduttore corto, oppositore e flessore corto, che si distaccano a questo livello dal nervo mediano, erano intatti. La contrazione di questi muscoli tenar, ancora viventi come il loro nervo motore si spiegava facilmente con la stimolazione meccanica del nervo mediano. Non può dunque trattarsi di paralisi di questi muscoli, come si è preteso. Anzi, il nervo mediano teso, nella sua parte esterna motrice intatta, sul chiodo, ne riceveva ad ogni momento una eccitazione meccanica. Il Cristo ha dunque dovuto agonizzare e morire o fissarsi in rigidità cadaverica, con i pollici in opposizione nelle palme. Ecco perché sulla Sindone, le due mani viste dal lato dorsale non presentano che quattro dita: perché i due pollici sono nascosti nelle palme. Un falsario avrebbe potuto immaginare questo? Ed avrebbe osato raffigurarlo? Si tratta di una cosa talmente vera che molti antichi copisti della Sindone vi hanno aggiunto i pollici; analogamente hanno allontanato i piedi ed hanno dipinto le superficie anteriori con due fori di chiodo: ora tutto ciò sulla Sindone non esiste.

Ma purtroppo, i nervi mediani non sono soltanto nervi motori, sono pure grandi nervi sensitivi. Feriti e distesi sui chiodi, in queste braccia tese, come corde di violino sul loro ponticello, essi hanno dovuto provocare atroci dolori. Il nervo parzialmente tagliato, teso sul chiodo nella sua parte intatta, ne riceveva pure ad ogni movimento una violenta eccitazione sensitiva. Chi, durante la guerra, ha visto qualcuna di queste piaghe dei grandi tronchi nervosi, sa che si tratta di una delle più spaventose torture che si possano immaginare; a tal punto che il suo prolungarsi sarebbe incompatibile con la vita se non si stabilisse una specie di inibizione; il più spesso essa conduce alla sincope.

Ora, Nostro Signore, UomoDio, capace di portare agli estremi limiti la resistenza fisica, ha continuato a vivere ed a parlare sino al « Cousummatum est », per circa tre ore! E Maria, Madre Sua e Madre nostra, era là, ai piedi della Croce!

Dopo questa evocazione, sconvolgente per ogni cristiano che sappia « compatire » (e non si tratta tuttavia che di una constatazione strettamente obiettiva), concludiamo: il chiodo della mano è stato piantato in uno spazio naturale, lo spazio del Destot, situato tra i due ordini di ossa del carpo. E il carpo fa parte integrante della mano per tutti gli anatomisti, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, dato che la mano è appunto costituita di carpo, metacarpo e dita.

Possiamo quindi, in accordo con i risultati sperimentali, con la Sindoue e con le Sacre Scritture ripetere con Nostro Signore, nel senso strettamente anatomico della parola: « Vide manus », e con Davide: « Foderunt manus meas ».

 

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CAPITOLO SESTO

Le piaghe dei piedi

Mentre la localizzazione delle piaghe delle mani, come abbiamo visto, comportava difficoltà abbastanza notevoli, la questione delle piaghe dei piedi è invece incomparabilmente più semplice e di più facile risoluzione.

Si nota a prima vista, sulla immagine posteriore della Sindone, che i due piedi sono incrociati: il destro ha lasciato un'impronta, completa, e su di essa ritorneremo; del sinistro si vede il calcagno e la parte di mezzo, poi esso si nasconde obliquamente dietro il destro (davanti ad esso quindi, sulla croce) incrociando il suo margine interno, mentre la sua parte anteriore non è visibile.

Prima però di rendersi conto dei particolari, bisogna esaminare da vicino, studiare e paragonare tra di loro diverse fotografie: ma è senz'altro evidente che i piedi sono incrociati. A complicare le immagini vi sono le colate di sangue che si distendono su quasi tutta la lunghezza dei due piedi, anteriormente e posteriormente al foro dei chiodi, e oltrepassatto le impronte. Durante il trasporto al sepolcro effettuatosi in posizione orizzontale, certamente il sangue, che sulla croce era disceso verso le dita, ha continuato a scorrere dirigendosi, però, verso i calcagni e formando in tal modo, sulla metà posteriore della pianta, dei coaguli che si sono impressi. Poi nel sepolcro una parte ha dovuto continuare a scorrere oltre il calcagno, fin sulla Sindone. Inoltre il Lenzuolo ha formato delle pieghe longitudinali, per cui alcuni coaguli freschi, ed anche sangue liquido, hanno trasudato sulla faccia opposta della piega.

Si notano infatti, per entrambi i piedi, immagini simmetriche ed inverse (una delle quali è completamente al di fuori dell'impronta della piaga del piede) che non si possono spiegare se non con il meccanismo della piega.

Interpretate queste impronte un po' complesse, ritorniamo sulla posizione dei piedi che, anche nel sepolcro, sono rimasti parzialmente incrociati. Dato ciò che sappiamo sulla rigidità cadaverica, questo può significare soltanto che essi lo erano ancor maggiormente sulla Croce, il piede sinistro disposto anteriormente, con la pianta appoggiata sul dorso del piede destro. Una volta schiodati, quando il corpo fu disposto orizzontalmente, essi tesero, per la gravità, a disporsi nuovamente paralleli, ma furono tenuti ancora un poco incrociati dalla rigidità cadaverica. Ci sì può d'altronde render conto, sulle due impronte anteriore e posteriore, che la coscia ed il ginocchio sinistro sono spostati in avanti ed in alto rispetto al lato destro.

La rigidità cadaverica è stata certamente rapida, probabilmente istantanea, date le fatiche dell'agonia di Gesù e le contratture dei muscoli. Si dovette rendere necessario un certo sforzo per ricondurre le braccia dall'abduzione all'adduzione e per incrociare i polsi davanti al pube; Ma non c'era nessun motivo di modificare la posizione dei piedi che potevano entrare senza difficoltà nel sepolcro nella loro posizione di crocifissione, cioè incrociati ed in iperestensione.

Questa, iperestensione dovuta all'inchiodamento a piatto sullo stipes ha notevolmente facilitato l'imprimersi della bella immagine della pianta del piede destro, il quale appoggiava naturalmente sulla Sindone. Si è parlato con troppa leggerezza di lussazione o sublussazione del collo dei piedi; e mi sono stupito di trovare questa affermazione anche nel libro di Hynek. Basta distendersi sul pavimento e fare l'esperimento in vivo per rendersi conto di come stanno le cose: le articolazioni tibiocarsica e sottoastragalea hanno movimenti normali abbastanza estesi per permettere questa estensione forzata; è sufficiente piegare molto leggermente le ginocchia perchè i piedi si mettano in completo contatto con il suolo, senza grande difficoltà e senza nessun dolore.

La cosa è resa ancor più facile dal movimento di varismo che avvicina le punte dei piedi verso la linea mediana, ruotando il piede in dentro. Questo movimento si verifica in corrispondenza delle articolazioni sottoastralgea e mediotarsica.

Abbiamo visto che nella posizione di accasciamento l'angolo aperto in avanti formato dal collo del piede era di 150 gradi. Si può ancora aumentarlo, portando nello stesso tempo oltre i 120 gradi l'angolo formato posteriormente dalle ginocchia ed attuando in tal modo la posizione di raddrizzamento.

Naturalmente mi riferisco ad un piede d'uomo perfettamente normale, con articolazioni per nulla rilassate. Con un piede di donna si potrebbe giungere ad un'estensione ancora maggiore: le ballerine, vere digitigradi, camminano sulle punte con i piedi nell'asse della gamba. Anche nell'uomo bisogna risolutamente eliminare ogni lesione delle articolazioni del piede, ogni storta e ogni lussazione.

Notiamo che l'incrociamento del piede sinistro davanti al destro è contrario all'uso di solito eseguito dagli artisti nella stragrande maggioranza dei crocifissi, si vede infatti il piede destro anteposto al sinistro, quando pure sono incrociati. Mi sono chiesto spesso il motivo di questa preferenza.

Probabilmente esso è di natura estetica e dipende dall'abitudine frequentissima di inclinare a destra il capo di Cristo. Si sono volute dare a questo atteggiamento spiegazioni simboliclae che mi sembrano piuttosto « bizantine »: Gesù, crocifisso a, N. O. di Gerusalenune, col lo sguardo rivolto al sud (?), avrebbe inclinato il capo verso l'occidente dove avrebbe dovuto svilupparsi la Chiesa novella fra i Gentili, distogliendolo dall'Oriente e dagli Ebrei che lo avevano respinto (!). Perderemmo il nostro tempo se ci mettessimo a discutere il fondamento di questi simboli sul terreno storico, e non lo faremo.

Ma dal punto di vista artistico, certamente questa inclinazione verso la destra del capo determina una curva in tutta la forma del corpo che, per equilibrare armoniosamente le masse, deve condurre ad una flessione della coscia destra; essa porta in avanti il ginocchio destro e pone per conseguenza, il piede destro davanti al sinistro. Questa era già la mia impressione, prima che molti scultori e pittori mi esprimessero spontaneamente la stessa idea, quando posi loro la questione.

Approfitto dell'occasione per aggiungere che questa inclinazione del capo verso destra per tradurre « et inclinato capite, emisit spiritum » si basa su di un errore fisiologico. Se il crocifisso vive ancora, gli è possibile inclinare la testa di lato, a condizione che egli sia in posizione di raddrizzamento; se è invece accasciato, la tetania, colpendo con la medesima intensità le due masse muscolari, destra e sinistra, del collo, deve fissare il capo in posizione simmetrica, inclinato più o meno avanti o indietro, a seconda che predominino gli sternocleidomastoidei o i trapezi. Dopo la morte (inclinato capite), l'uguaglianza delle masse muscolari, fissate dalla rigidità cadaverica nella posizione di tetania, deve dar origine ad una posizione mediana e simmetrica del capo, inclinato in avanti verso lo sterno, i due sternocleidomastoidei essendo robusti muscoli espiratori contratti nella asfissia. E' la posizione che gli ha dato, dietro le mie indicazioni, il mio caro amico Dott. Villandre nel suo bel Crocifisso. E mi sembra anche che essa sia ancora visibile sulla Sindone.

D'altronde, sappiamo che a partire dal XVI secolo, alcuni artisti hanno avuto conoscenza della S. Sindone: fra essi il Rubens che abbiamo notato, fra altri, piantare i chiodi nei carpi. Forse hanno visto che i piedi della reliquia erano incrociati: ma siccome l'immagine di tutto il corpo è invertita, il piede sinistro è apparentemente dietro al destro. E se essi non hanno colto questa inversione obbligatoria, hanno potuto copiare la posizione dei piedi senza riflettervi oltre: è semplicemente una ipotesi. Ma

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ritorniamo allo studio delle impronte.

L'immagine del piede destro sull'impronta posteriore è la più interessante, perché è la più completa. Bisogna però notare che verso il calcagno essa è molto meno marcata, il che fa sembrare il piede un po' troppo corto. Ritorneremo su questo punto a proposito del trasporto al sepolcro (cap. VIII).

Paragonando fotografie di diverso formato e positivi di tinte differenti, si può tuttavia individuare il margine posteriore del calcagno. Dato questo, è possibile decalcare l'immagine del piede destro: si ottiene in tal modo un'impronta della pianta del piede molto interessante.

Il suo margine interno è più tenue nella sua parte di mezzo ma presenta comunque una nettissima concavità corrispondente alla volta plantare. In avanti, questa immagine si allarga e più avanti ancora si distingue l'impronta delle cinque dita molto particolareggiata: l'alluce con la sua impronta ovale, larga e lunga, molto maggiore delle altre quattro; le tre seguenti arrotondate; il mignolo a impronta leggermente triangolare a base posteriore. Insomma, ci troviamo di fronte all'impronta di una pianta di piede normale, come possiamo ricavarla su un foglio di carta affumicata, o, con un piede bagnato, su una lastra di pietra. La volta plantare è normale, nè appiattita nè troppo incavata; le dita sono leggermente divaricate, come quelle d'un piede che non ha mai conosciuto calzatura ed ha sempre camminato scalzo o con semplici sandali.

Su questa impronta si mostrano evidenti, disposti in meandri capricciosi, i coaguli delle colate di sangue, d'una tinta carminio che spicca sul bistro del piede. Nella parte di mezzo si nota una chiazza rettangolare, un po' più vicina al margine interno che a quello esterno dell'impronta, da cui sembra si dipartano le colate: alcune scendono verso le dita, ma la maggior parte si dirige verso il calcagno e, come abbiamo visto, oltrepassa l'impronta del piede, fin nella piega della Sindone.

Questa immagine quadrangolare è senza dubbio la traccia del chiodo, benchè il P. Noguier de Malijay abbia una volta localizzato la sede della trafittura verso il calcagno, supponendola eseguita attraverso il tarso « per analogia con quella della mano, attraverso il carpo » ! Per quanto riguarda la mano siamo d'accordo, sebbene l'eminente religioso non abbia potuto precisare il luogo esatto, per mancanza di esperimenti; ma per quanto riguarda il piede, la cosa non è sostenibile. Per inchiodare i due tarsi uno sull'altro, sarebbe stato necessario un chiodo lungo più di 12 centimetri. Per di più le ossa e le articolazioni del tarso oppongono alla penetrazione una resistenza troppo grande, soprattutto se i due piedi sono incrociati. Infine, in nessuna parte del tarso si vede un'iminagine che possa corrispondere alla trafittura del chiodo.

Ho d'altronde tentato, su un piede di fresco amputato, di inchiodare la parte anteriore del tarsoiche è la meno spessa del massiccio tarsico: per un solo piede, ho avuto bisogno di una ventina di colpi solidi di martello, per oltrepassare il massiccio osseo, frantumandolo.

Ci rimane dunque da localizzare il foro della crocifissione, ce lo consentiranno la medicina operatoria ed il nostro maestro Prof. Parabeuf. Sappiamo dai suoi studi che l'interlinea del Lisfranc, che separa il tarso dal metatarso, è individuata da una linea obliqua all'infuori e all'indietro le cui estremità, sono situate in corrispondeuza, dei punti di mezzo del margine interno e di quello esterno del piede. Se prendiamo le misure e tracciamo una linea, constateremo che la piaga del chiodo si trova immediatamente davanti alla linea del Lisfranc.

Inoltre, essa è situata sull'asse dello spazio che separa il II ed il III dito: sappiamo che, data la maggior larghezza del primo osso metatarsale, quest'asse divide press'a poco il piede per il luogo in due parti uguali.

Possiamo dunque concludere con sufficiente precisione che il chiodo è passato nella parte posteriore dello spazio intermetatarsale. Ho eseguito l'esperimento. Il passaggio è facile: il chiodo non incontra che parti molli, allontanando il II e il III osso metatarsale. Sul dorso, l'arteria pedidia si approfonda verso la parte posteriore del I spazio; nella pianta, il chiodo ha potuto evitare l'arcata plantare profonda che incrocia la base dei metatarsali. Ad ogni modo, l'emorragia non è mortale ed il sangue (sangue venoso) ha dovuto fuoruscire soprattutto dopo l'ablazione del chiodo, il che spiega le grosse colate verso il calcagno, divenuto declive nel decubito dorsale.

Cercate d'altronde, sul cadavere o su voi stessi, stando coricati, di incrociare i piedi, il sinistro davanti al destro, e vi renderete conto delle cose, come ho fatto io. Basta per questo piegare le ginocchia: la flessione non ha bisogno di essere molto accentuata, una trentina di gradi sono sufficienti a partire dall'estensione (150 gradi). I piedi, estesi in equinismo, possono anche appoggiare a piatto senza che vi sia affatto bisogno dell'artificio d'un sostegno obliquo, l'immaginario suppedanneum. E' molto probabile che i carnefici abbiano fatto a meno di tale artificio, che era inutile e complicava la crocifissione. Tentate ora di perforare insieme, su un cadavere, con un punteruolo o con un chiodo i due piedi così incrociati: sarete condotti con tutta naturalezza a forare nella parte posteriore del II spazio. Ancora una volta, i carnefici sapevano il loro mestiere. Al di sopra del chiodo si trovava tutta la massa dei due tarsi: data la loro robustezza, il crocifisso poteva far forza sul chiodo, quando voleva sollevarsi per alleviare la trazione sulle mani e diminuire i suoi crampi. Lo spessore da attraversare non era considerevole e la maggior parte del chiodo penetrava nel legno; il chiodo attraversava facilmente delle parti molli senza resistenza; l'emorragia infine era poco importante e permetteva di prolungare il supplizio.

Non abbiamo ancora preso in considerazione in tutto questo studio l'immagine anteriore della Sindone. In verità, essa è molto meno istruttiva: vi si vedono nitidamente le ginocchia, in corrispondenza del margine superiore delle pezze di tela applicate dalle Clarisse; le rotule sono evidenti e la sinistra è nettamente più avanti della destra. Quanto alle gambe, nella loro parte inferiore esse divengono sempre più sfumate, di modo che la regione del collo dei piedi è di difficilissima interpretazione. Sembra che la Sindone si allontani da questa regione e passi un poco a ponte dalla parte di mezzo della gamba alla punta dei piedi.

Tuttavia, sul dorso dei piedi, vi è una grossa impronta di sangue, di forma trapezoidale irregolare, che si prolunga in basso con una coda, dal lato sinistro. Essa è stata diversamente interpretata: Vignon la colloca sul dorso del piede sinistro e vi scorge pure la piaga del chiodo. Io non lo credo affatto. Se si paragona la porzione poco visibile del dorso dei chiodi con l'impronta delle piante, si vede chiaramente che i piedi, che erano molto incrociati sulla croce, si sono allontanati dalla loro posizione pur rimanendo incrociati, per cui il piede sinistro ricopre il dorso del piede destro soltanto nella sua parte anteriore in corrispondenza delle punte. Il dorso del piede destro in tutta la sua parte posteriore deve dunque essere più o meno evidente sull'impronta anteriore. Ora questa macchia di sangue è certamente sull'asse della gamba destra.

Se si determina per costruzione anatomica (in rapporto alla forma della coscia e alla posizìone della rotula) o riportando su un vivente di adeguata corporatura, come ha fatto A. Legrand la disposizione del collo dei piedi, sembra molto probabile che questo importante coagulo si sia formato durante la permanenza sulla croce, partendo dalle due piaghe plantare sinistra e dorsale destra tenute aderenti dal chiodo. La pressione del piede sinistro ha disteso sul dorso del piede destro questo sangue che continuava a scendere a punta nel solco tra i due piedi. Una volta tolto il chiodo ed allontanati leggermente i piedi, questo coagulo sul dorso del piede destro appare nella sua interezza: la sua forma trapezoidale si prolunga a punta verso le dita del piede destro per via del sangue coagulato nel solco. Quanto al foro del chiodo di cui parla il Vignon, io non lo vedo.

Ancora una volta, tutto ciò rimane nel campo delle ipotesi. La debolezza delle impronte rende difficile la loro interpretazione e necessita di costruzioni anatomiche.

In ogni caso, ciò che se ne può ricavare non fa che confermare le conclusioni delle immagini plantari. Concludendo: un solo chiodo, che attraversa nella parte posteriore del II spazio interno metatarsale i due piedi incrociati, il sinistro davanti; il destro applicato direttamente sulla croce. Sembra che si possa ritrovare un'impronta simmetrica del chiodo nell'impronta posteriore del piede sinistro, benchè meno nitida di quella del piede destro; dato che la parte anteriore non è visibile, il reperto non è così preciso: ma in rapporto al calcagno essa sembra proprio situata allo stesso livello nel senso della lunghezza e della larghezza.

 

 

 

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CAPITOLO SETTIMO

La piaga del cuore

Dico « piaga del cuore» e non piaga del costato, perchè tutta la tradizione lo afferma e la ricerca sperimentale me lo ha confermato. Il colpo di lancia che ha colpito il costato ha raggiunto l'orecchietta destra del cuore, perforando il pericardio.

« Ad Jesum autem cum venissent (milites), ut viderunt cura jam mortuum, non fregerunt ejus crura, sed unus militum lancea latus eius aperuit, et continuo exit sanguis et aqua Ora i soldati, come vennero a Gesù e lo videro già morto, non gli ruppero le gambe, ma uno di essi con la lancia gli aprì il costato e subito ne uscì sangue ed acqua» (GIOVANNI, XIX, 33, 34).

Abbiamo visto al capitolo Il il motivo di questo colpo di lancia stranamente inferto ad un cadavere. Il corpo del suppliziato era legalmente restituito alla famiglia su autorizzazione accordata dal giudice; ma il carnefice non poteva concederlo se non dopo essersi assicurato della sua morte (e, se necessario, averla provocata, ma questo non è il caso presente) con un colpo che gli aprisse il cuore. Questo gesto che a noi sembra strano non è se non l'esecuzione di un regolamento militare.

Questa fuoruscita di sangue ed acqua da un cadavere ha sempre profondamente commosso esegeti e teologi. Già Origene rispondeva agli insulsi sarcasmi di Celso (contro Celsum, 11, 36). « So benissimo che da un cadavere non può uscire nè sangue nè acqua: ma il fatto di Gesù è miracoloso ». Questo dimostra (sia detto incidentalmente) che i cattolici farebbero meglio ad affidarsi ad una rivelazione ben salda, piuttosto che, come si constata troppo spesso, mettersi al seguito dell'ultima mistificazione più o meno scientifica, nel timore di non sembrare aggiornati; eppure l'Alta Autorità, ispirata e responsabile, della Chiesa dà loro l'esempio della prudenza.

Quanto all'acqua, vedremo di che cosa si tratta, senza il minimo dubbio. Ma vediamo con stupore perpetuarsi attraverso i secoli la strana idea che in un cadavere il sangue è coagulato e che sangue liquido non può uscire da esso senza miracolo. Tuttavia i sacrificatori, gli aruspici ed anche i macellai dovevano sapere che le grosse vene almeno, quando si aprono per svuotare un animale, lasciano uscire un fiotto di sangue. Non voglio citare troppi testi, ma ritrovo questo errore confermato nella già ricordata « Descrizione della S. Sindone » di Mons. Paleotto, Arcivescovo di Bologna, pubblicato nel 1598: « Vero sangue e ver'acqua uscirono dal petto del Redentore... e ne uscirono dopo morte, che fu cosa mirabile, come osserva S. Ambrogio e vi fonda il miracolo, dicendo... che sia solito il sangue di congelarsi dopo morte nei corpi ». E riporta le parole di S. Ambrogio (in Lucam, cap. 23): « Fu un miracolo che il sangue uscisse da un cadavere... poichè certamente, dopo la morte, coagulasi il sangue nel corpo nam utique post mortem sanguis in nostris corporibus congelascit ». Per Mons. Paleotto un altro fatto è ancor più miracoloso, e cioè che si sia potuto vedere sangue ed acqua uscire contemporaneamente ma distinti l'uno dell'altra, mentre avrebbero dovuto mescolarsi intimamente.

Il P. Lagrange, eminente esegeta, dal quale ho preso la citazione di Origene, scrive nel suo commento a S. Giovanni, a proposito di questa uscita di sangue ed acqua: « Giovanni lo sapeva pure (che si trattava di un miracolo) e per questo ha tanto insistito sulla sua testimonianza oculare. Non tenteremo dunque di dare una spiegazione fisiologica più o meno esatta. Ma proprio perchè egli considera il fatto come miracoloso e ne attesta la realtà, non si ha il diritto di dire che esso ha soltanto un valore simbolico. E' la realtà che importa anzitutto, come base di simbolo ». Vogliate scusarmi se critico il maestro, ma non vedo dove Giovanni affermi un miracolo. Egli è senza dubbio stupito; ma non è soprattutto l'uscita dell'acqua contemporaneamente al sangue la causa di questo suo stupore? Non vuol dire forse: ne uscì sangue ed anche acqua? Porse egli sapeva che il sangue può uscire da un cadavere: ma l'uscita di acqua doveva sembrargli straordinaria, come lo sarebbe a tutta prima anche per un medico del nostro tempo.

Troppo numerose sono le spiegazioni simboliche che tutti i Padri hanno aggiunto a questa realtà solennemente affermata, perchè io possa dedicarvi la mia attenzione, tanto più che ciò mi porterebbe fuori argomento; esse sono tutte orientate verso la redenzione e la purificazione. Consideriamone soltanto una, bellissima, di S. Girolamo, che il P. Lagrange non cita: « Latus Christi percutitur lancea, et Baptismi atque Martyrii pariter Sacramenta fundantur » (Epistola 83, ad Oceanum). Questa doppia fuoruscita consacra contemporaneamente il Battesimo di acqua ed il Battesimo di sangue col martirio.

In qual punto del costato fu inferto il colpo di lancia? Una tradizione costante lo pone sul lato destro del petto: ed il fatto è tanto più importante in quanto l'opinione comune, anche ai nostri giorni, colloca il cuore a sinistra, il che è falso. Il cuore occupa una posizione mediana ed anteriore e riposa sul diaframma, tra i due polmoni, dietro il piastrone sternocostale, nel mediastino anteriore. Solo la sua punta è nettamente a sinistra, mentre la base supera a destra lo sterno.

Di questa tradizione del colpo a destra, ecco due esempi.

S. Agostino scrive nella « Città di Dio » (libro 15, cap. 26) « Ostium in latere dextero accepit, profecto illud est vulnus, quando latus crucifixi lancea vulneratum est Ebbe una porta nel fianco destro; questo significa certamente la ferita che ebbe il costato del Crocifisso quando fu colpito dalla lancia ». Il Papa Innocenzo III (1190 1216) scrive (Lib. Myster. Evangel., lib. 2, cap. 58): « Calix ponitur ad dexterum oblatae latus, quasi sanguinem suscepturus, qui de latere Christi dextero creditur profluisse Il calice è situato a destra delle oblate (particole), come pronto a raccogliere il sangue che noi crediamo essere disceso in abbondanza dal costato destro di Cristo ».

Ma rimaniamo al testo evangelico: uno dei soldati gli aprì con la lancia il costato e tosto ne uscì sangue ed acqua. Ho chiesto all'anatomia ed all'esperimento la spiegazione di questo testo e vedremo ciò che essi mi hanno risposto.

La Sindone reca evidente la traccia di questa piaga sul lato sinistro: il che significa, essendo le impronte invertite, che il cadavere l'aveva ricevuta a destra.

E' curioso che, nonostante il pregiudizio corrente che colloca il cuore a sinistra (mentre è soltanto la punta che vi batte), nessuno mi abbia mai contraddetto sulla questione del lato. Di più, non si è mai obiettato il fatto degli stimmatizzati. S. Francesco, è vero, portava la sua piaga a destra, ma dopo di lui numerosi stimmatizzati hanno avuto la loro ferita a sinistra. Teresa Neumann per esempio. Evidentemente questo cambiamento di lato è più manifesto delle variazioni di localizzazione nella mano: e si sono anche cercate delle spiegazioni... che non spiegano nulla. Per esempio questa: lo stimmatizzato, in questo caso, avrebbe la piaga sul lato che si trovava di fronte alla piaga del Crocifisso, che egli contemplava. Piuttosto che avanzare teorie così scientifiche, preferisco confessare che questo supera il dominio della scienza e rispettare il mistero di questi fenomeni. Comunque ciò viene a rafforzare l'opinione che ho sviluppato a proposito delle mani: le stimmate hanno un significato puramente mistico e non possono assolutamente pretendere di essere una riproduzione più o mieno esatta delle cinque piaghe della Passione.

Sull'impronta anteriore della Sindone vediamo dunque sul lato sinistro (cioè sul lato destro del cadavere) i coaguli di una notevole colata di sangue, in parte nascosta, nel suo margine esterno, da una delle pezze di tela applicate dalle Clarisse di Chambéry dopo l'incendio del 1532. Essa si estende in alto per una larghezza di almeno 6 centimetri e discende ondulando e restringendosi, per un'altezza di almeno 15 centimetri. Il suo margine interno è stranamente dentellato, con frastagliature arrotondate, che a tutta prima non si spiegano facilmente in una colata di sangue avvenuta, su un cadavere immobile e verticale; inoltre essa non si distende in modo omogeneo e vi si notano anche alcune zone assai tenui.

Nessun pittore ha mai pensato di rappresentare una colata di sangue così irregolare. Tuttavia essa corrisponde alla realtà e ancora una volta l'immaginazione degli artisti è in difetto (che genio, quel falsario!); soltanto la natura, e per conseguenza la Sindone, poteva rimanere nella infallibile verità.

 

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Il mio amico A. Legrand ha avuto l'idea ingegnosa di dipingere la piaga del costato ed il coagulo situato subito al di sotto di essa, sul petto muscoloso d'un uomo della corporatura di Cristo, dopo avervi riportato i punti di reperti che noi fisseremo più oltre sulla Sindone. La pittura è stata fatta, ben inteso, nella posizione di sepoltura, con le mani incrociate sull'ipogastrio ed in seguito egli gli ha fatto assumere la posizione di crocifissione con le braccia a 65°. Ora in questa posizione ha visto immediatamente rilevarsi le coste medie e su ciascuna di esse l'estremità, anteriore di una digitazione del muscolo grande dentato; ad ogni ondulazione del margine del coagulo corrispondeva uno di questi rilievi muscolari, elle pure erano ben noti agli artisti. Perchè non vi hanno pensato? Perchè dipingevano delle colate di sangue; perchè ignoravano la fisiologia della coagulazione; perchè non sapevano che, in corrispondenza di ciascuna di queste pieghe intermuscolari, il sangue doveva distendersi, rallentare la sua discesa e rapprendersi più facilmente in un coagulo più largo. Ed io stesso, con tutto quello che so, vi avrei pensato?

Come tutte le immagini di sangue anche questa, sulla Sindone vista in pieno giorno, risalta per il suo colore carminio sull'insieme dell'impronta che è di colore bistro. Essa corrisponde evidentemente ad un'importante fuoruscita di sangue, in gran parte caduto a terra ed in parte coagulatosi a contatto della pelle, in strati successivi. La parte superiore del coagulo, quella più vicina alla piaga, è la più spessa e la più larga poichè la colata è importante: questo, come abbiamo detto, è un fatto di esperienza comune per i chirurghi. Il contrario si verifica quando il sangue uscendo in quantità discreta è arrestato nella sua discesa e si accumula a monte di un ostacolo (v. fronte incoronazione di spine).

Nella parte superiore dell'impronta di sangue si distingue nitidamente, sia sull'originale che nelle fotografie, una macchia ovale con l'asse maggiore un po' obliquo da dentro in fuori e dal basso all'alto, che è evidentemente l'impronta della piaga del costato da cui è uscito il sangue. Questa piaga è lunga 4,4 centimetri ed alta 1,5. Si tratta di localizzarla per poterla riportare su di un altro corpo. Notiamo di passaggio che la reliquia del ferro della lancia del Vaticano ha, una larghezza massima di 45 mm. Le piaghe sono sempre un poco più strette degli agenti perforanti data l'elasticità, della pelle.

Ho decalcato le fotografie in grandezza, naturale messe a mia disposizione dal Vignon e dal P. D'Armaillracq e su di esse ho eseguito delle misurazioni. Su questi bellissimi positivi si vede nitidamente il rilievo dei muscoli pettorali e si distinguono pure senza fatica i capezzoli. L'estremità interna della piaga si trova 9,5 centimetri al di sotto e un po' al di fuori del capezzolo, su una linea orizzontale che passa 9 centimetri al di sotto di esso. Ma il capezzolo non è un punto di repere fisso: nel corpo soltanto le parti dello scheletro permettono di determinare delle localizzazioni. Mi sono quindi orientato verso lo sterno.

Alla base del collo è visibile una serie di macchie allargate di cui una, mediana, rappresenta certamente la fossetta soprasternale; le altre, laterali, e un po' più in alto, corrispondono alle fosse sopraclaveari (volgarmente dette saliere). Il margine inferiore della macchia mediana indica dunque sensibilmente il margine superiore dello sterno.

A livello dell'infossamento epigastrico vi è una macchia verticale irregolarmente rettangolare divisa e sfumata nella sua parte inferiore, la quale mette nitidamente in evidenza, l'infossamento situato tra i due muscoli grandi retti, ed il cui fondo riposa sull'appendice xifoide; il margine superiore di questa macchia corrisponde dunque all'estremità inferiore dello sterno. Più in basso si vede l'impronta dell'ombelico; più in basso ancora le mani si incrociano davanti al pube e, in tutto l'insieme, le proporzioni risultano perfettamente giuste ed armoniche. Si possono persino distinguere, lateralmente, le arcate costali che sovrastano agli ipocondri. La parte inferiore della macchia del costato destro discende fino al di sotto di questa arcata, raggiungendo la parete addominale.

Lo sterno così delineato ha un'altezza di 18 centimetri e questo non è affatto esagerato in un uomo alto circa metri 1,78. Non rimane dunque che localizzare la piaga in rapporto alla linea mediana e alla punta dello sterno (estremità inferiore), punto di repere facile a ritrovarsi su di un corpo.

Ora, l'estremità, inferiore ed interna della piaga si trova a 12 centimetri dalla linea mediana, su una linea orizzontale che passa tre centimetri sotto la punta; l'estremità superiore ed esterna si trova a 16 centimetri dalla linea mediana, su una linea orizzontale che passa mezzo centimetro sotto la punta. Ecco localizzata la piaga: non rimane che riportarla, su corpi viventi e radiografarla; riportarla sa cadaveri, inferire il colpo e poi praticare la dissezione.

Prima di incominciare questi esperimenti diamo ancora uno sguardo alla Sindone, che presenta su questo lato due nuove impronte anormali, due errori a prima vista: sappiamo già che esse sono le più istruttive.

Si è notato da molto tempo che il braccio destro non aveva la medesima posizione del sinistro: il gomito è nettamente più in basso e più in fuori a destra che a sinistra. Sì è voluto spiegare questa anomalia con il fatto che anche la spalla destra è un po' più bassa. La cosa è esatta e ne sono state date varie spiegazioni, dalla dislocazione (?) dell'articolazione della spalla, alla deformazione professionale degli operai mandestri che avrebbero la spalla normalmente abbassata. Quest'ultima, ipotesi, avanzata dal dott. Gedda, può essere esatta ma non è certo sufficiente.

Infatti, anche tenendone conto, il braccio destro è più lungo del sinistro e, soprattutto, l'avambraccio destro è più lungo dell'avambraccio sinistro. Inoltre, il rilievo del grande pettorale di destra è nettamente più largo di quello di sinistra. Esiste dunque uno spostamento del gomito destro in fuori con un allungamento apparente del braccio e dell'avambraccio destri. Strano! E' ben maldestro da parte d'un pittore di genio!

Ma v'è di più. Quando fra poco, con i nostri punti di repere, riporteremo la piaga del cuore sul torace di un uomo vigoroso alto 1 metro e 80, noteremo che essa si trova sulla superficie laterale del torace, nettamente indietro rispetto al piano anteriore sternocostale. Se distendiamo un panno su questo petto, constateremo che esso passa a ponte da questo piano anteriore alla sporgenza del braccio destro messo in posizione di sepoltura, senza toccare la piaga del cuore ne' il coagulo sottostante. Più strano ancora; poichè, a meno di un contatto diretto, piaga e coagulo non hanno potuto imprimersi. Ora, il decalco è meraviglioso.

Ma supponete che una mano abbia fatto il gesto naturalissimo di appoggiarsi su questo lenzuolo disteso per applicarlo, nell'infossamento bracciotoracico, sulla piaga del cuore: la mano tira forzatamente in dentro un po' della stoffa che era sul braccio, il quale lascerà la sua impronta su una zona più esterna della primitiva. Distendete ora nuovamente il Lenzuolo, come lo vediamo oggi: l'impronta del gomito destro risulta più esterna di quanto dovrebbe essere, più in fuori di quella del gomito sinistro; il braccio e, più ancora, l'avambraccio destro risultano più lunghi che sul cadavere; e nello stesso tempo il coagulo del cuore è magnificamente impresso.

Anche questa dimostrazione è dovuta al mio amico A. Legrand (a Dossiers du St. Suaire Parigi, novembre 1939). Qual'è stato il falsario tanto astuto da immaginare queste impronte ingannevoli?

Ma ritorniamo ai dati sperimentali.

 

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1) Sul vivente Radiografie.

Ho ritagliato una piastrina metallica avente la forma e le dimensioni della piaga e l'ho fissata sopra alcuni allievi scelti per la loro corporatura simile a quella del Cristo nel luogo esattamente localizzato dalle suddette misure. Poi ho fatto praticare all'Ospedale S. Giuseppe delle teleradiografie (con tubo radiogeno a 4 metri) in modo da avere delle immagini il più possibile ortodiagrammatiche, delle stesse dimensioni cioè del corpo radiografato.

Ho qui riprodotto schematicamente una di queste radiografie conservando, per maggior chiarezza, soltanto la parte anteriore dello scheletro e le ombre dei visceri. Come si vede, la piastrina si proietta abbastanza in fuori, sulla IV costa, sporgendo anche nel V spazio intercostale destro; le misure dànno esattamente le stesse cifre riscontrate sulla Sindone. Dietro lo sterno, che non è visibile nitidamente se non nella sua parte superiore, si osserva l'ombra cardiopericardica (cuore) sormontata dall'ombra dei grossi vasi (aorta, vena cava superiore). La parte destra del cuore supera notevolmente il margine destro dello sterno il cuore appoggia sull'ombra epatodiaframmatica (fegato). Sotto il diaframma sinistro si disegna la bolla gassosa della stomaco. La convessità destra del cuore si trova a 8 centimetri dal punto di mezzo della piaga, secondo una linea un po' obliqua in dentro e in alto. La piaga è nettamente al di sopra della massa epatica.

La lancia è dunque scivolata sulla sesta costa, ha perforato il V spazio intercostale ed è penetrata in profondità, incontrando la pleura ed il polmone. Se il soldato di cui parla S. Giovanni avesse dato il colpo di lancia in una direzione pressochè verticale, anzitutto difficilmente avrebbe potuto perforare lo spazio intercostale; se poi vi fosse riuscito, la punta si sarebbe persa nel polmone, dove avrebbe fatto sanguinare soltanto qualche vena polmonare: sarebbe quindi fuoruscita una piccolissima quantità di sangue, ma non acqua. Il liquido pleurico, se ve ne era, era necessariamente raccolto nel punto più declive, posteriormente, e sotto il livello della piaga. Intendo parlare, ben inteso, di idrotorace, liquido di trasudazione pleurica d'origine agonica, come ne vedremo nel pericardio; l'ipotesi, emessa già da tempo ne « La pazzia di Gesù », di una pleurite tubercolare, voleva essere, secondo il suo autore, blasfema, ma è soltanto insostenibile. Vi ritorneremo fra poco.

Il colpo di lancia è dunque stato obliquo e vicino all'orizzontale, cosa facile a realizzarsi se, come penso, la croce non era molto alta; se superava i due metri, ciò che non credo verosimile, era necessario un uomo a cavallo per vibrare il colpo. Ma i carnefici e le guardie, persino forse i soldati inviati da Pilato per il crurifragium, erano tutti fanti; ed il centurione era un ufficiale non a cavallo. Con la croce bassa di due metri che ho adottato, un soldato aveva soltanto da alzare le braccia nella posizione « in testa parate e puntat », come si diceva nella scherma alla baionetta, per vibrare correttamente il suo colpo di lancia.

Questo colpo a destra diretto al cuore, sempre mortale, doveva essere classico ed insegnato nella scherma degli eserciti romani; tanto più che il fianco sinistro era normalmente coperto dallo scudo. Ho d'altronde trovato, rileggendo i Commentari di Cesare (De bello gallico, lib. I, 25, 6 lib. VII, 50, l. De bello civile, .lib. III, 86, 3), che l'espressione « latus apertura fianco scoperto » era classica per designare il lato destro. Farabeuf ci insegnava che i colpi vibrati negli spazi intercostali lungo il margine destro dello sterno non perdonano, perchè aprono la parete, molto sottile, dell'orecchietta destra: e ciò è generalmente vero, nonostante l'intervento chirurgico immediato.

E allora: la punta si dirige di per sè attraverso la sottile parete anteriore del polmone destro e raggiunge, secondo le radiografie, dopo un tragitto di circa 8 centimetri, il margine destro del cuore avvolto nel pericardio.

Ora, e questo è il nocciolo della questione, la parte del. cuore che supera a destra lo sterno è l'orecchietta destra la finale (prolungata in alto nella vena cava superiore e in basso nella vena cava inferiore) è sempre, nel cadavere, piena di sangue liquido.

Gesù, come abbiamo letto all'inizio nel testo evangelico, era sicuramente morto al momento del colpo di lancia. Sembra d'altronde che S. Giovanni comprenda mirabilmente l'importanza di questo fatto perchè aggiunge, con un'insistenza significativa che ricorda le prime righe del Vangelo: « Et qui vidit testimonium perhibuit, et verum est testimonium eius. Et ille scit quia vera dicit, ut et vos credatis. E egli ha visto (Giovanni) ha reso testimonianza e la sua testimonianza è veritiera. E Quegli (Gesù) sa che dice la verità, affinchè voi crediate ». Come dice il P. Lagrange, « ille », in greco « ekeinos », indica il Signore, che Giovanni cita in testimonianza, in appoggio alla propria veracità.

Se il colpo di lancia fosse stato dato a sinistra, avrebbe raggiunto i ventricoli che nel cadavere sono vuoti di sangue non ne sarebbe quindi uscito sangue, ma soltanto acqua, come vedremo. Ma la Sindone, la tradizione ed il ragionamento localizzano la piaga destra.

Non rimane che sperimentare sul cadavere: vi troveremo altre sorprese.

 

2) Sul cadavere Esperimenti.

a) Il sangue. Ho ripetuto parecchi esperimenti su una serie di cadaveri. Localizzato il livello della piaga, ho affondato rapidamente un lungo ago, innestato su di una grossa siringa, nel V spazio intercostale destro senza cessare di aspirare, dirigendomi in dentro, in alto e un po' all'indietro. Dopo 910 centimetri, sono penetrato nell'orecchietta destra ed aspirando ho riempito la siringa di sangue liquido. Finché attraversavo il polmone, l'aspirazione continua non apportava alcun liquido, ne' sangue ne' acqua.

Ho successivamente affondato nelle stesse condizioni un largo coltello da amputazione: alla medesima profondità esso apre l'orecchietta destra ed il sangue esce lungo la lama, attraverso la breccia aperta nel polmone.

Tutti i miei esperimenti sono stati naturalmente seguiti da dissezione e sono stati condotti su cadaveri di persone morte da più di ventiquattro ore.

b) L'acqua. Il sangue proviene dunque semplicemente dal cuore e, in tale quantità, e provenire soltanto dal cuore. Ma di dove viene l'acqua?

Avevo notato nelle prime autopsie che il pericardio conteneva sempre una certa quantità di siero (idropericardio) sufficiente per essere visto uscire all'atto della incisione del foglietto parietale. In alcuni casi, esso era anche molto abbondante.

Ho quindi ripreso la mia siringa, ma ho spinto l'ago molto lentamente, aspirando di continuo. Così ho potuto notare la resistenza del pericardio fibroso e, subito dopo averlo perforato, ho estratto una notevole quantità di siero. Poi, mentre l'ago continuava a penetrare in profondità, ho aspirato sangue dall'orecchietta destra.

Ho successivamente ripreso il mio coltello e, conficcandola con le medesime precauzioni, ho visto fuoruscire il siero e poi, spingendo oltre, il sangue.

Infine, se si immerge brutalmente il coltello, si vede uscire dalla piaga una larga colata di sangue; ma sui suoi bordi si può distinguere una quantità meno importante di siero pericardico.

L'acqua era dunque liquido pericardico. E si può supporre che, dopo l'agonia eccezionalmente penosa del Salvatore, questo idropericardio, fosse particolarmente abbondante, in quantità sufficiente perchè S. Giovanni testimone oculare abbia potuto vedere distintamente uscire sangue ed acqua. Il siero non poteva essere per lui se non acqua, di cui infatti ha l'apparenza. D'altra parte non può trattarsi di acqua pura, dato che nel corpo vi è soltanto del siero: noi stessi parliamo d'altronde di « idropericardio », cioè acqua contenuta nel pericardio.

Questi esperimenti sul cuore sono stati ripresi nel 1937 dal Dott. Judica, allora libero docente di anatomia patologica all'Università di Milano, dopo che ebbe letto la prima edizione delle « Cinque Piaghe » (gennaio 1935). Ricordo che i1 mio articolo iniziale sull'argomento apparve nel « Bulletin de Saint Luc » del marzo 1934 e che i miei esperimenti si erano svolti nel 1932 e nel 1933.

Il mio amico Judica, nel suo articolo sulla « Medicina Italiana » (Milano, 1937), conferma in pieno i risultati dei miei esperimenti, con cui i suoi coincidono. Per lui pure, il sangue proviene dall'orecchietta destra e l'acqua dal pericardio: questa conferma, fatta in assoluta indipendenza poichè allora non ci conoscevamo, è tanto più preziosa per me, in quanto procede da un anatomopatologo di carriera.

Differiamo tuttavia un poco per quanto riguarda l'origine di questo idropericardio. Io avevo emesso l'ipotesi di un idropericardio agonico; ma confesso, senza alcuna vanità d'autore, di non tenere in modo assoluto a questa spiegazione patogenetica, se l'esperienza giungerà a dimostrare che quella di Judica è esatta.

Per lui si tratta di una « pericardite sierosa traumatica » provocata dai colpi, dalle bastonate e soprattutto dall'atroce flagellazione subìta al petto, nel pretorio. Tali violenze potrebbero causare una pericardite la quale, dopo un brevissimo stadio di iperemia che spesso non supera qualche ora determina un versamento sieroso rapido ed abbondante.

Un medico può immaginare le gravi turbe che una tale lesione può produrre: dolori précordiali strazianti, oppressione, angoscia, brividi, febbre, infine dispnea intensa, che si aggiunge all'asfissia per tetania dei muscoli inspiratori. Così si spiegherebbe l'estrema debolezza di Gesù nella salita del Calvario: Egli non ha neppure potuto portare la croce, limitata al patibulum, sui seicento metri che separavano il pretorio dal Golgota e Simone ha dovuto sostituirlo. Così si spiegano pure in parte le Sue cadute sulla via del Calvario.

Comunque, qualunque ne sia l'origine, si tratta di un idropericardio e Judica è completamente d'accordo con me. La sua ipotesi mi sembra sempre più verosimile.

e) La colata trasversale posteriore. Ecco quindi spiegata, con grandi probabilità di esattezza, l'origine del sangue e dell'acqua, ma non è tutto. Sull'impronta dorsale della Sindone si vede, alla, base del torace, un'importante striscia orizzontale di coaguli che lo attraversa completameute, molto larga in corrispondenza del margine destro e che si suddivide in numerosi rivoli per raggiungere il margine sinistro del tronco. Questa striscia è stata originata da una colata di saugue, poichè ne ho constatato il colore particolare, rosso sulla Sindone vista in pieno giorno. Di dove proviene questo sangue e perchè è colato trasversalmente? L'anatomia ancora una volta ce lo spiega.

Al momento del colpo di lancia il cadavere appeso alla croce era verticale. L'orecchietta destra ha potuto svuotarsi e probabilmente anche la vena cava superiore che le sta sopra con i suoi afferenti, vene della testa e delle braccia. La colata si è prodotta, abbondante, verticalmente sulla parete anteriore del torace, al di sotto della piaga. Ma la vena cava inferiore, che le sta sotto, è rimasta piena. Essa è lunga e larga e sappiamo che tagliandola in un'autopsia provochiamo subito una vera fondazione di sangue nell'addome.

Ora, al ritorno di Giuseppe d'Arimatea, si schiodano i piedi dallo stipes, si distacca il patibulum e si trasportano patibulum e corpo orizzontalmente fino al sepolcro. Il sangue della vena cava inferiore può quindi refluire nell'orecchietta destra e attraverso la ferita aperta dalla lancia, rimasta beante, uscire al di fuori. Ma poichè il cadavere è orizzontale, questa nuova colata scivola sul fianco destro e continua a colare trasversalmente sulla faccia posteriore, sbarrando la parte inferiore del torace. Ritorneremo sui particolari di questa impronta a proposito del trasporto al sepolcro(Cap. VIII).

Queste almeno erano le conclusioni a cui ero giunto prima che un fatto nuovo, di cui tratterò in seguito, venisse a prodursi.

 

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3) La coagulazione del sangue.

Conie ricorda S. Giovanni, il profeta Zaccaria aveva esattamente predetto: « Videbunt in transfixerunt ». Devo qui ancora ricordare alcune elementari nozioni di fisiologia (che valgono d'altronde per tutte le piaghe), poichè ho spesso constatato che esse erano conosciute male, anche da persone molto colte ma profane di medicina: il sangue rimane liquido e non coagula mai in un vaso intatto. (La trombosi che si produce in una vena colpita da flebite è un fenomeno completamente differente). Esso rimane liquido anche nelle vene del cadavere e ciò quasi indefinitamente, sino alla putrefazione o all'essiccamento (v. cap. I, E. 1°); e rimane pure per qualche tempo vivente, tanto che in Russia si sono attuate trasfusioni di sangue di cadavere. Se in Francia non usiamo questo metodo, ciò è dovuto forse a ragioni sentimentali, certo a mancanza di soggetti. Si deve trattare infatti di persone sane, di cui si sia prima verificato il gruppo sanguigno e la cui morte, prevista e legalmente provocata, sia deterininata da un trauma che risparmi la massa sanguigna, come non fa la ghigliottina (inoltre vi sono pochi ghigliottinati ai nostri giorni). E' necessario dunque il colpo di pistola alla nuca.

Il sangue coagula quando è fuori del vaso: esso si distende, nel caso che ci interessa, sempre liquido, colando sulla pelle; su di essa una parte del fiotto, quella che non è caduta a terra, coagula progressivamente, formando un grumo di fibrina, rosso perchè imprigiona nelle sue maglie i globuli rossi. In un secondo tempo, questo grumo si retrae, trasudando la sua parte liquida (il siero) che gli si dispone attorno. Coagulo e siero possono macchiare, l'uno al centro e l'altro alla periferia, la stoffa applicata sulla pelle. Ma non si deve parlare di colate di coaguli e di siero. E' sangue liquido che cola; il coagulo si fornna sulla pelle, vi aderisce e vi si dissecca.

E' importante precisare questo, soprattutto riguardo alla piaga del cuore, attraverso cui ha dovuto sgorgare, in due riprese, quasi tutto il sangue delle grosse vene (cioè un volume considerevole), dato che le arterie sono vuote nel cadavere. Una grande parte di questo sangue ha dovuto certamente cadere al suolo. Per formare le due macchie, anteriore e posteriore, è rimasto soltanto quel poco che si è via via coagulato sulla pelle, a cui l'ha fatto aderire la sua viscosità e su cui il coagulo rimarrà fissato.

 

4) Altre ipotesi.

Questa messa a punto mi conduce a scartare due ipotesi che mi sembrano insostenibili.

a) Secondo il Dott. Stroud ed il Dott. Talmage, in accordo con una fantasticheria di liena, il cuore di Cristo si sarebbe rotto spontaneamente; il sangue avrebbe inondato la cavità del pericardio e vi si sarebbe coagulato; il colpo di lancia, aprendo il pericardio senza raggiungere il cuore (ben mìrato, ben trattenuto!?), ne avrebbe fatto uscire coaguli e siero: questo siero sarebbe l'acqua di cui parla S. Giovanni. Questa tesi è insostenibile, benchè sia seducente per il suo contenuto pseudomistico: l'eccesso di amore avrebbe spezzato il cuore di Gestì. Ma:

1) Questo presuppone una grave malattia del miocardio (infarto, degenerazione cerea): nulla nei Vangeli ci permette di supporre in Gesù una qualsiasi malattia.

2) Un pericardio sieroso sano conserva molto a lungo il sangue versatosi nella sua cavità, senza che esso coaguli. Questo è un fatto sperimentale. Se in una cavia, qui dice il mio amico René Benard, medico degli Ospedali di Parigi, si preleva con un ago del sangue da un ventricolo e se questo ago, per un movimento intempestivo dell'animale, lacera il cuore, la cavia muore di emopericardio (versamento di sangue nel pericardio). Ma se si fa l'autopsia, anche dopo molte ore, si trova sempre sangue liquido.

Questo coincide con un'osservazione che trovo per caso negli « Archives de Médicine Légale » (dicembre 1936), a fianco d'una bellissima comunicazione del Dott. Belot sulla Sindone di Torino: il dott. Bardou di Tunisi, facendo l'autopsia (quindi più di ventiquattr'ore dopo la morte) d'un uomo morto in seguito a contusione toracica, trova una rottura della punta del cuore ed il pericardio disteso da sangue perfettamente liquido.

3) Il colpo di lancia è stato dato pochissimo tempo dopo la morte: meno di due ore, dice Stroud, e noi siamo d'accordo. E' dunque certo che, da questo cosidetto emopericardio da rottura del cuore, poteva sgorgare soltanto sangue liquido e non siero e coaguli.

b) Un'altra ipotesi è stata già da tempo emessa (e l'abbiamo detto) in un libello tanto velenoso quanto assurdo. Questo libro, scritto purtroppo da un medico, s'intitolava « La pazzia di Gesù » e voleva dimostrare che Nostro Signore era insieme pazzo e tisico: l'acqua era dunque l'essudato d'una pleurite tubercolare. Non farò al suo autore l'onore ne' la « réclame » postuma di nominarlo.

Questa idea d'una pleurite ambulatoria è stata sostenuta recentemente (Revue médical de Naney, agosto settembre 1949) dal Dott. Itené Morlot, un veterano dell'anatomia patologica, ma questa volta col massimo rispetto e col massimo amore, come s'addice ad un cristiano convinto. Egli accetta d'altronde tutte le mie altre conclusioni, come la fuoruscita del sangue in seguito a una ferita dell'orecchietta destra. Non posso fare a meno di contraddirlo con piena lealtà e simpatia: entrambi cerchiamo le verità.

Egli sembra credere, da quanto dice S. Giovanni, che dal costato sia uscito prima del sangue e poi dell'acqua. Nulla di ciò nel Vangelo, che dice: « E tosto usci sangue ed acqua Kai exèlthen euthus aima kai udòr », e questo indica la simultaneità. Tutt'al più si potrebbe tradurre: del sangue e anche dell'acqua.

D'altra parte, anche senza ricorrere alla S. Sindone ed alla tradizione, appare certo che la lancia ha colpito dal davanti (la croce proteggeva la schiena); abbastanza in alto per raggiungere il cuore; a destra per aprire l'orecchietta destra, unica cavità del cuore da cui poteva sgorgare del sangue (l'orecchietta sinistra è profonda, fuor di portata della lancia).

Ora un versamento pleurico si raccoglie anzitutto nella parte posteriore della pleura che scende molto in basso, a livello dell'XI costa; il seno pleurico risale di là ripidamente in avanti ed in alto, per raggiungere la base del pericardio. E' necessaria dunque una notevole quantità di liquido pleurico perchè il suo livello superi la piaga che abbiamo supposto per la ferita del cuore. Questa quantità è poco compatibile con la vita attiva condotta da Gesù durante le ultime settimane.

Inoltre, nulla nei Vangeli suggerisce, neppur lontanamente, a un medico che Gesù sia stato affetto durante la sua vita pubblica (di cui abbondano i particolari) da una qualsiasi malattia. Egli ha anzi condotto, dopo trent'anni di lavoro manuale una vita di peregrinazioni e di predicazioni, molto dura e talvolta spossante. Ha sofferto la fame, la sete, il caldo, la fatica: non v'è traccia di malattia. Lo si può immaginare robusto, di ottima costituzione: e faccio qui completa astrazione della Sindone che ci mostra un uomo alto un metro e ottanta e di splendida anatomia.

Il Dott. Morlot dice molto giustamente che secondo la Chiesa Cattolica il corpo di Gesù era suscettibile di malattia. Ma le decisioni conciliaci che egli cita a questo proposito (Efeso 431, Firenze 1438) sono unicamente opposte alle eresie monofisite, secondo cui il corpo di Gesù non era che in apparenza incapace di soffrire.

S. Tommaso d'Aquino cui egli si richiama (IIIa, q. XlV) dice bensì che Gesù ha assunta (volontariamente e non contratta per nascita, essendo esente dal peccato originale) la natura umana con i suoi « defectus corporis » (deficienze corporali), ma le enumera: fame, sete, morte ed altre cose analoghe. Non sì parla di malattia. Sembra che Egli avrebbe potuto accettarla, se vi avesse acconsentito: ma la maggior parte dei teologi cattolici professa che Egli non l'ha fatto per ragioni di convenienza. In ogni caso, non v'è n'è traccia nel Vangelo. Notiamo d'altronde che per la natura umana la malattia, è una possibilità e non una necessità, ineluttabile. Viceversa un traumatismio, un colpo determineranno sempre delle lesioni.

Mi sembra, che tutti questi argomenti debbano eliminare l'ipotesi d'una pleurite tubercolare e ricondurci ai miei esperimenti e all'idropericardio.

Si! S. Gìovanni era invero chiaroveggente: egli ha visto il sangue dell'orecchietta e l'acqua del pericardio. Io pure li ho visti « et verum est testimoniuui Ineuin ».

 

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5) Retrazione del polmone nel cadavere recente.

Ho sempre scritto che, poichè le mie conclusioni erano scientifiche, ero disposto a modificarle se fatti nuovi indubbi fossero ragionevolmente venuti a costringermi a ciò. E' una questione di elementare probità scientifica.

Ora il Dr. Donnet, « agrége » di Fisiologia a Marsiglia, nell'Ottobre '51 lui ha dato le prove sperimentali che in un uomo sano (e tale deve considerarsi Gesù) l'apertura traumatica della pleura praticata poco tempo dopo la morte determina una retrazione del polmone corrispondente, in misura quasi uguale a quella che si ha nel vivente. Il fatto, cosa curiosa, mi è stato confermato alcuni giorni più tardi dal Dr. Metras, specialista in chirurgia toracica a Marsiglia. Da notare elle ciascuno dei due ricercatori ignorava le constatazioni dell'altro, il che ne raddoppia il valore.

Ho insistito sul fatto che le mie esperienze sono state eseguite su cadaveri destinati ad autopsia, dunque più di ventiquattro ore dopo la morte, non avendone altri a mia disposizione. Non nascondevo che queste non erano esattamente le condizioni del colpo di lancia dato sul Calvario. In questi cadaveri il polmone non si retrae e la pleura non rimane beante. Viceversa in un cadavere recente, come era quello di Cristo, il polmone si retrae e la cavità pleurica si dilata. Che cosa ne risulta? E San Giovanni che cosa ha visto?

Richiamiamoci al suo testo che è alla base di tutta questa ricerca « ...ma un soldato gli trafisse con la lancia il costato e tosto ne uscì sangue ed acqua ». S. Girolamo traduce « continuo »: cioè nello stesso istante, subito, immantinente. S. Giovanni ha scritto in greco « euthus » che significa, immediatamente, tosto (e che vuol dire pure direttamente).

Risnlta da questa esegesi, senza possibilità di discussione, che nel preciso momento in cui il colpo raggiungeva il cuore, S. Giovanni ha visto il sangue e l'acqua zampillare lungo il ferro della lancia, istantaneamente, simultaneamente e distintamente. Non ha visto un miscuglio di sangue ed acqua, ha visto del sangue e anche dell'acqua.

Data la presenza del versamento pericardico che comprinieva il cuore, essi erano d'altronde sotto una certa pressione. Una parte dunque dovette zampillare e cadere a terra; ma, seguendo il ferro, una parte si è distesa sul petto per formarvi il coagulo anteriore. La lancia, per tutto il tempo della sua permanenza nella piaga, serviva da guida all'uscita del liquido e d'altra parte, penetrando nella porzione polmonare destra precardiaca, impediva la retrazione del polmone; ma, una volta estratta la lancia quindi quasi subito dopo lo zampillo il polmone si retrae, la pleura rimane beante e nel suo seno diaframmatico, posteriormente molto profondo, si accumula ciò che rimane della sierosità pericardica e si scarica il sangue della vena cava superiore, che non è poco. Prima che questo sangue della vena cava superiore abbia potuto svuotarsi nella sua maggior parte nella pleura, nell'orecchietta non ha tempo di formarsi nessun coagulo.

Ho già detto che l'ipotesi di una pericardite sierosa traumatica mi sembrava sempre più accettabile, soprattutto dopo aver parlato al Convegno Sindonologico di Roma del 1951 con il Dott. Judica. Non si potrebbe supporre che il medesimo fenomeno abbia potuto verificarsi nella pleura e vi sia stato un certo grado di pleurite sierosa traumatica a versamento rapido?

Ad ogni modo si può ammettere che al momento della deposizione ci fosse nella pleura una quantità importante di sangue della cava superiore, più o meno diluito nel siero. E' poco probabile che il suo livello sia risalito fino alla piaga laterale toracica (5° spazio intercostale), ma ciò non è del tutto impossibile

Che accade ora durante il trasporto, in posizione orizzontale, dalla croce al sepolcro? Non dimentichiamo che la piaga del costato è nettamente laterale, collocata nella regione sottoascellare. E' molto verosimile che in questa posizione orizzontale il liquido pleurico affiori a questa piaga e sgorghi sul fianco destro, come ho descritto. Questa uscita è favorita dalle oscillazioni trasversali inevitabili durante il trasporto. Questo miscuglio idroematico si spande trasversalmente nella parte inferiore della schiena, in mezzo alle pieghe del lenzuolo ritorto che ho immaginato. Questa diluizione del sangue spiega forse il largo alone che forma come una cintura di tinta molto pallida, che circonda e oltrepassa, sotto e sopra, i coaguli irregolari della colata posteriore. Può forse spiegarlo ancora meglio che non l'essudazione di siero da coaguli ancora freschi decaleati sulla Sindone, come ho finora, creduto?

Che accade dunque del sangue della vena cava inferiore di cui ho sempre supposto il riflusso durante il trasporto?

Qui interviene un altro fatto che non posso affermare perché sono lontano dall'esserne certo. E Donnet, che me l'ha riferito, continua le sue ricerche in proposito e non ha ancora pubblicato nulla. Diciamo soltanto che egli ha spessissimo riscontrato nel cane, dopo « colpo di lancia », la presenza di un coagulo sanguigno nell'orecchietta destra e nello sbocco della vena cava inferiore che impedisce il ritiusso. Rimane da sapere se le condizioni morali sono analoghe. E' possibile che il potere di coagulazione sia molto modificato in un uomo che aveva subìto in meno di ventiquattro ore parecchie gravi emorragie. Lascio dunque la questione in sospeso, non volendo intromettermi negli studi di un collega.

Comunque, la quantità di sangue della cava superiore diluita nella pleura, è sufficiente per spiegare la formazione della colata posteriore come l'ho descritta. Se vi si aggiunge il sangue della vena cava inferiore, la quantità diventa sovrabbondante. Ma bisogna ammettere che esso incominci a versarsi dalla orecchietta destra nella pleura aperta e che sgorghi in seguito e contemporaneamente dalla piaga del costato.

Riassumendo, si vede che le mie localizzazioni anatomiche così come le mie conclusioni circa la fuoruscita descritta da S. Giovanni e circa il coagulo anteriore rimangono immutate. Per quanto riguarda la colata trasversale posteriore, esca non proviene direttamente dal cuore attraverso un tunnel polmonare, ma dalla pleura in cui il sangue si è accumulato.

Queste conclusioni sono tutte definitive? Esse suppongono a priori che le circostanze della morte di Gesù coincidano esattamente con quelle dell'esperimento di Donnet. Ho già detto che condizioni umorali erano forse modificate dopo tanti supplizi.

E' anche probabile che la rigidità cadaverica non si sia stabilita nella forma abituale per i corpi dei nostri ammalati e dei nostri animali da esperimento. Ho già insistito più di una volta, su un fatto, che ritengo esatto: dopo una tale lotta fisica spaventosa, dopo una tale tetania, la rigidità ha dovuto essere bruciante, istantanea, totale.

Rodino, in un suo articolo (Giornale di Medicina Militare. MarzoAprile 1953) non cita che le mie « Cinque piaghe » e non sembra aver letto questo mio ultimo libro. Vi avrebbe trovato ciò che, nel 1940, avevo scritto nella « Passione corporale »: « La rigidità cadaverica vi ha colto bruscamente, colpe il nervo forzato alla corsa»; cose che l'Autore ha trovato in Hynek. Rodino parla di rigidità catalettica, il che è la stessa cosa. Ma ne trae una deduzione interessantissima: questa rigidità, a suo modo di vedere, si è estesa a tutti i muscoli lisci, in particolare a quelli del cuore e dei bronchioli. Ne conclude che è possibilissimo che il polmone non si sia retratto come in un cadavere fresco normale. Il tunnel polmonare ha potuto rimanere beante e dopo il primo getto di sangue e d'acqua lungo il ferro della lancia, colitinuare a lasciar colare direttamente al di fuori, almeno per un certo tempo, i liquidi cardiopericardici.

Come già ho scritto nella prima edizione: « l'avvenire ci riserva senza dubbio ancora molte sorprese ».

 

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CAPITOLO OTTAVO

Deposizione della Croce

Trasporto e introduzione nel Sepolcro

Questo capitolo è stato scritto per i medici della Società, di S. Luca (Bollettino del marzo 1938). Mi si permetterà di conservargli il suo carattere conciso e didattico di dimostrazione scientifica.

Sono sempre stato un po' urtato dal modo piuttosto brutale con cui gli artisti rappresentano la deposizione dalla Croce. Auche il mio vecchio amico Fra Angelico, il più mìstico, il più cattolico dei pittori, non sfugge interamente a questo rimprovero: e tuttavia Dio sa quante volte ho meditato davanti al suo commovente trittico, oggi all'Ospizio dei pellegrini del Convento di S. Marco, a Firenze. I poveri discepoli di Gesù, Giuseppe, Nicodemo e gli altri dimostrano è vero, una profonda afflizione; ma sembrano tuttavia ridotti a compiere manovre degne piuttosto di carnefici, il che deve portare fino al parossismo un dolore già violento.

Ora, lo studio della S. Sindone mi ha condotto a una concezione completamente differente e molto lontana dall'abituale tradizione iconografica. In realtà, credo che quelle brave persone siano riuscite a deporre il corpo dalla croce e a trasportarlo fino al sepolcro con una delicatezza, un rispetto ed una tenerezza infiniti. Essi hanno appena osato toccare quel Corpo adorabile.

Molti colleghi cattolici, dopo aver letto le prìme due edizioni delle « Cinque piaghe », mi hanno detto o scritto che i miei studi erano per loro la più bella meditazione della Passione. Così mi è parso utile, pur rimanendo nel campo scientifico, proporre loro questo nuovo argomento di riflessione, a mio giudizio non meno suggestivo: dopo i dolori della Redenzione e la crudeltà dei carnefici, la maestà di questo Cadavere (ove è sempre presente la Divinità) e, nello stesso tempo, la tenera pietà dei discepoli.

Il lettore vorrà tuttavia accontentarsi d'una esposìzìone scientifica e trarre egli stesso le conclusioni ascetiche per coglierne il frutto spirituale.

 

A. Certamente il Corpo di Cristo è stato trasportato orizzontalmente, così come si trovava sulla croce, da questa sino in vicinanza del sepolcro, soltanto là fu deposto sulla Sindone.

Infatti se le cose fossero avvenute in altro modo, la parte posteriore della Sindone sarebbe stata inondata di sangue durante il trasporto. Viceversa il trasporto è durato abbastanza a lungo perchè la pleura abbia potuto svuotarsi del suo contenuto attraverso la piaga del cuore, anche se vi è refluito il sangue della vena cava inferiore, ciò che costituisce una massa considerevole. Ho avuto, un giorno che esponevo questa opinione nei pressi di La Villette, l'approvazione entusiastica dei macellai dei mattatoi. Essi sapevano per esperienza che, quando sventrano un bue e ne asportano il fegato, resecando necessariamente la vena cava inferiore, essa si svuota, determinando un fiotto di sangue nero.

La maggior parte del sangue è dunque andata persa (o è stata raccolta senza che si venisse a toccare il corpo); ne è rimasta soltanto quella parte che sì è via via coagulata sulla pelle durante la fuoruscita. In tal modo la Sindone (dopo che il corpo fu trasportato, nudo, e deposto su di essa dopo il trasporto) ha ricevuto unicamente l'impronta dei coaguli di sangue formatisi sulla pelle del dorso durante il tragitto. Essi soli hanno impresso sulla Sindone quella che noi chìainiamo la colatatrasversale posteriore, di cui sono la traccia.

 

B. Certamente il trasporto è stato eseguito con un minimo di manovre, cosicchè i coaguli sono rimasti in sito, inalterati. Manovre più numerose e meno delicate li avrebbero asciugati e cancellati.

 

C. In che modo dunque Gesù Cristo è stato trasportato senza che il Suo corpo venisse toccato?

1) Abbiamo dimostrato (cap. II e III) i due fatti seguenti

a) Il patibulum (braccio orizzontale della croce) era mobile: Gesù ha avuto le mani inchiodate, a terra, sul patibulum, che è poi stato sollevato col corpo sull'alto dello stipes fissato stabilmente in terra sul Golgota.

b) La morte si è prodotta, come ha scritto il Dott. Le Bec (« Le supplice de la croix », Parigi, aprile 1925) e come ha confermato con l'osservazione sperimentale il Dottor Hynek (« La Passione di Cristo », Praga, novembre 1935), in seguito a contrazioni tetaniche di tutti i muscoli. Questi crampi dolorosi generalizzati costituiscono ciò che noi chiamiamo tetania. Essa non ha nulla a che vedere (vi insisto soltanto per i profani) con il tetano, malattia infettiva che produce dei crampi analoghi. Questa tetanizzazione finpisce per colpire i muscoli respiratori, donde asfissia e morte. Il condannato non poteva sfuggire all'asfissia se non raddrizzandosi sul chiodo dei piedi, per diminuire la trazione del corpo sulle mani: ogni volta che voleva respirare più liberameute o parlare, doveva così sollevarsi sul chiodo dei piedi, provocando altre sofferenze. Questa ipotesi consolidata dalle constatazioni fatte nel corso di certe punizioni disciplinari spinte poi sino all'assassinio nei campi di deportazione hitleriani è delle più verosimili: essa è confermata sulla Sindone dal rilievo anteriore del torace e dall'infossamento dell'epigastrio.

Abbiamo visto che la doppia colata di sangue al polso corrisponde, con i suoi due angoli un poco divergenti, all'alternarsi di queste due posizioni.

In tali condizioni la rigidità cadaverica doveva essere estrema, come nei malati morti di tetano: il corpo era rigido, fissato nella posizione della crocifissione. Lo si poteva sollevare senza che si accasciasse, tenendolo soltanto per le due estremità, come un corpo in catalessi.

2) Dato questo, è possibile: a) schiodare i piedi estraendo il chiodo dallo stipes ; b) abbassare il patibulum col corpo rigido; c) trasportare il tutto senza alcun artificio due uomini sostengono le due estremità del patibulum ed un altro sostiene i piedi, o forse soltanto il piede destro (posteriore), in corrispondenza del tendine d'Achille e del calcagno. Questa parte del corpo è così la sola ad essere toccata durante il trasporto.

3) Ora, sull'impronta del piede destro sulla Sindone si constata precisamente: a) che la parte posteriore del calcagno non è nitidamente segnata, il che contrasta con il rimanente dell'impronta della pianta del piede, molto nitida; questo dà anche l'impressione a prima vista (come abbiamo già notato) che il piede sia più corto di quello che non sia in realtà ; b) che la colata che è discesa, durante il trasporto in posizione orizzontale, dalla piaga della pianta verso il calcagno, non ne raggiunge l'estremità posteriore che non è nettamente impressa sulla Sindone. E ciò si spiega facilmente pensando che questa parte fosse appunto ricoperta dalla mano del portatore, che ha asciugato il calcagno ed impedito al sangue di scorrere fin là.

 

D. Probabilmente sono stati necessari cinque uomini, e non tre per trasportare questo corpo di circa 80 kg. ed il pesante patibulum di circa 50 kg. I due uomini supplementari dovevano sostenere il tronco mediante un lenzuolo, ritorto in modo da formare una cinghia e passato trasversalmente sotto la parte inferiore del torace.

Difatti: 1) Il iniscuglio idroematico della pleura di cui, una piccola parte si è coagulata trasversalmente sul dorso, durante il trasporto molto difficilmente (anche inclinando il corpo sul fianco sinistro) avrebbe potuto risalire dalla linea mediana fino al margine sinistro. Questo margine, nella posizione orizzontale, era infatti più alto della linea mediana.

2) La colata di sangue che si è coagulata trasversalmente sulla schiena è costituita da meandri irregolari molte volte biforcantisi e poi riunentìsi: e questo non parla certo per una colata regolare di sangue su una pelle che non tocchi nulla.

3) Viceversa un lenzuolo ritorto in modo irregolare a sostegno della parte inferiore del torace ha dovuto necessariamente, durante il trasporto, impregnarsi tutto di sangue: una piccola parte di esso si è coagulata irregolarmente sulla superficie della pelle nelle pieghe della stoffa, là dove questa non comprimeva la pelle.

 

E. La rigidità cadaverica, che ha permesso di trasportare il corpo senza che si piegasse in avanti sotto il peso, non è un ostacolo al fatto che una volta deposto il cadavere sulla Sindone, schiodate le mani e tolto il patibulum si siano potute ricondurre le braccia dall'abduzione all'adduzione ed incrociare le mani davanti al pube. L'esperienza ci insegna che non vi è rigidità cadaverica che non si possa risolvere con un po' di forza, anche se essa è stata abbastanza intensa per resistere al peso del corpo.

 

F. Si può quindi concludere che le cose si sono presuinibilmente svolte nel modo seguente

1) I piedi sono schiodati dallo stipes; c'è un solo chiodo da estrarre dal legno.

2) Si abbassa il patibulum col corpo, senza schiodare le mani. Il tutto è trasportato in blocco, senza alcun artificio, da cinque uomini di cui uno solo tocca il corpo a livello dei calcagni; due altri sostengono la schiena con il lenzuolo attorcigliato a guisa di cinghia che si impregna di sangue. I due ultimi reggono le estremità del patibulum.

3) Il corpo è deposto su una metà della Sindone soltanto al termine del trasporto. Durante il tragitto una piccola parte di sangue si è coagulata trasversalmente sulla pelle del dorso nelle pieghe della cinghia. Questi coaguli in forma di meandri irregolari daranno luogo alla « colata trasversale posteriore » imprimendosi, nella loro freschezza, sulla Sindone.

4) Il corpo è deposto sulla Sindone (probabilmente sulla pietra detta dell'unzione). All'ultimo momento, i portatori hanno quasi certamente cessato di sostenere il dorso con la cinghia che, inondata di sangue, avrebbe macchiato abbondantemente la Sindone.

5) Si schiodano le mani, si toglie il patìbulum e si piegano gli arti superiori, incrociando le mani sul pube.

6) Si ripiega in seguito l'altra metà della Sindone, al di sopra del capo (epi tèn kephalèn), sulla superficie anteriore del corpo.

 

G. Introduzione nel sepolcro.

Infine, grazie ancora all'estrema rigidità cadaverica, si è potuto facilmente collocare il corpo nel sepolcro. Lo si è introdotto lateralmente prendendolo dal di sotto: tutti i portatori erano dallo stesso lato. Cosi si depone nel suo letto un operato addormentato; in questo caso poi la rigidità cadaverica facilitava notevolmente il trasporto. Notiamo che si potrebbe anche pensare che il corpo sia stato deposto provvisoriamente non sulla pietra del fondo ma iu una anticamera oggi scomparsa, in attesa di un'imbalsamazione definitiva, dopo il Sabato. Questa ipotesi meriterebbe una discussione più approfondita, ma esce dai limiti di questo studio scientìfico.

 

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CAPITOLO NONO

La Sepoltura

Questo capitolo è nato da una conferenza tenuta ai medici della Società di S. Luca di Parigi, il 16 giugno 1947. Io dicevo loro, parafrasando il nostro caro San Luca: Ho scritto il mio primo libro, cari colleghi, su tutto ciò che ha fatto e sofferto Gesù durante la Sua dura Passione fino all'istante in cui, decidendo di morire, rese la Sua anima al Padre. Ma poichè molti hanno tentato di stendere il racconto dei fatti avvenuti dopo la Sua morte, sulla base di quanto ci hanno riferito coloro che sono stati sin dall'inizio testimoni oculari e ministri del Verbo, è parso bene a me pure, che da lungo tempo mi ero applicato a conoscere esattamente ogni cosa, di parlarvene con ordine, o Teofili, affinchè riconosciate la saldezza dell'insegnamento che avete ricevuto.

Evidentemente questa volta non si tratta più di anatomia e voi mi rimprovererete forse di salire « supra crepidam ». Mi scuso col dire che la filologia e l'esegesi sono da quarant'anni a questa parte i miei « violons d'Ingres ». Se oso emettere qualche ipotesi o porre qualche conclusione, sappiate d'altronde che mi baso su alte competenze e su autorità incontestate. In tale questione, che si è voluto talvolta complicare senza motivo, tutto riposa sullo studio dei quattro Vangeli; e noi li seguiremo parola per parola, cercando in altri passi della Scrittura i chiarimenti necessari e domandando ad altre scienze l'aiuto che possono darci. Base essenziale del nostro studio è la Sinossi dei quattro libri nel greco originale, in latino e nella nostra lingua; anche l'aramaico ci può riservare qualche sorpresa.

In questa lettura comparata, colpisce anzitutto il fatto che ciascuno dei quattro ha descritto gli avvenimenti conformemente al suo piano e al suo genio personale in modo differente, spesso con altre parole, senza insistere sugli stessi particolari. Essi si completano, senza contraddirsi. Sappiamo che tutti sono ispirati dallo Spirito Santo e posseggono il privilegio dell'infallibilità: se credessimo di scorgere tra loro delle contraddizioni, vorrebbe dire che li comprenderemmo male. Non credo, ponendo questo principio, di cadere nell'errore del concordiamo; ma vedrete che saremo costretti a giungere ad un accordo perfetto. Particolari, se volete, poiché hanno per noi importanza soprattutto la Passione e la Risurrezione, ma particolari che possono gettare il turbamento in spiriti scrupolosi.

L'altro fatto (dal quale inizieremo) risalta nettamente dall'insieme delle narrazioni: è la brevità del tempo concesso ai discepoli per la sepoltura di Gesù. Rileggiamo dunque la nostra sinossi: siamo sul Golgota, all'ora nona (circa le 15), il 13 del mese di Nisan, probabilmente nell'anno 30. Gesù ha reclinato il capo, verticalmente sul petto, nell'istante da Lui voluto e ha reso la Sua anima umana al Padre « et inclinato capite emisit spiritum ». Ora il Sabato inizierà verso le 18, alla prima stella, quando non si potrà più distinguere un filo bianco da un filo nero. E quante cose si faranno in queste tre ore! « I Giudei dunque dice Giovanni siccome era la Parasceve (vigilia di Pasqua), affinchè non rimanessero in croce i corpi durante il Sabato (perché quel giorno di Sabato era solenne), chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero tolti via ». Tenete presente che vi sono seicento metri dal Calvario al Pretorio, per strade accidentate, e che i viaggi d'andata e ritorno saranno più d'uno. Pilato non è certo d'umore tale da affrettarsi a ricevere quei Giudei che, incutendogli paura, gli hanno strappata una condanna ingiustificata: è probabile che li abbia fatti aspettare. Tuttavia acconsente ad inviare alcuni soldati forniti delle sbarre di ferro necessarie. Secondo l'uso romano i condannati vengono lasciati sulla croce fino alla morte e gettati in seguito nell'immondezzaio; ma la consegna di Roma è di conformarsi alle usanze indigene. « Vennero quindi i soldati (dal Pretorio) e ruppero le gambe al primo e poi anche all'altro che era stato crocifisso con Lui ». Questo « crurifragium » impedirà loro di sollevarsi, prendendo punto d'appoggio sulle gambe, e di diminuire così la trazione sulle mani. La « tetania » s'impadronirà dunque di loro definitivamente e terminerà nell'asfissia. Essi agonizzeranno : ma Gesù è gia morto.

Qui si inserisce il gesto tragico di uno dei soldati; la tradizione ci dice trattarsi del centurione di guardia al Calvario e ci tramanda il suo nome, Longino, che non è se non una deformazione del nome greco della lancia, « lonchè ». Perchè questo centurione, che ha seguito con simpatia il martirio di Gesù e Lo ha or ora proclamato giusto e figlio di Dio, compirebbe questo gesto crudele? Comunque Giovanni scrive «uno dei soldati ». Abbiamo visto (cap. II, C, 6°) che si tratta d'un gesto regolamentare, indispensabile prima di restituire il corpo alla famiglia che lo richiederà. Non insisto su questo episodio (già a lungo studiato), sull'uscita del sangue dell'orecchietta destra e dell'acqua dell'idropericardio.

Il pomeriggio è già molto avanzato, quando giungono Giuseppe e Nicodemo che dirigeranno la sepoltura. « Fattasi, sera», dice Matteo « venuta già la sera», insiste Marco, arriva dapprima Giuseppe d'Arimatea. « Decurione, uomo giusto e buono e discepolo di Gesù », dicono i Sinottici. In qualità di membro del Consiglio, aggiunge Luca, « egli non aveva dato il suo consenso alle deliberazioni e all'operato degli altri ». Vedendo che Gesù è morto, che i ladroni sono agonizzanti e che i Giudei stanno per deporli, egli si decide ad andare da Pilato per richiedergli il corpo del suo Maestro egli « era discepolo di Gesù», dice Giovanni, « ma in segreto per timore dei Giudei ». Marco insiste: « ebbe l'audacia di introdursi da Pilato ». Si trattava infatti di compromettersi del tutto e senza dubbio egli dovette un poco esitare. Ma Pilato, esasperato dagli uomini del Sinedrio, doveva senza dispiacere accedere alla sua richiesta, ben contento di giocare questo tiro ai suoi persecutori. Bisogna leggere in Matteo con quale cipiglio egli li riceverà il giorno dopo, quando verranno ad esporgli il loro timore che rubino il corpo ed a chiedergli di farlo custodire: « Avete la guardia; andate e custodite come vi pare ».

Egli è dunque dispostissimo ad accogliere la richiesta di Giuseppe; ma una cosa lo sorprende, che Gesù sia già morto; i crocifissi non muoiono così in fretta e Giuseppe ha dovuto dirgli che non Gli si erano rotte le gambe. « Pilatus autem mirabatur si jam obiisset » (Marco). Invia dunque un piantone alla ricerca del centurione di guardia rimasto al Calvario; questi giunge un po' tardi e conferma la morte al suo capo che concede a Giuseppe il corpo di Gesù. Vigeva d'altronde, lo sappiamo, l'usanza di restituire il corpo dei suppliziati alle famiglie che ne avessero fatta richiesta.

Ma ci vuole una sindone. Matteo e Luca dicono soltanto « preso il corpo lo avvolsero in una sindone » « una sindone pulita », precisa Matteo. Marco però ci dice che, uscito da Pilato, Giuseppe si recò in città ad acquistare una sindone: « Joseph autem mercatus sindonem »: nuova perdita di tempo. Poi fa ritorno al Calvario e tutto il lavoro rimane da compiere.

Sulla deposizione dalla croce ed il trasporto al sepolcro vi ho esposto chiaramente le mie idee. Il corpo non è stato avvolto nella sindone se non dopo il trasporto dalla croce al sepolcro, e in questo tragitto il sangue è sgorgato attraverso la piaga del costato: altrimenti questo sangue avrebbe inondato la Sindone. La croce è in due pezzi: lo « stipes » che rimane stabilmente piantato sul Calvario ed il « patibulum » orizzontale che Gesù ha trasportato. Dopo la morte per « tetania » la rigidità cadaverica è rapida ed estrema: il corpo è come una sbarra di ferro. Da questo momento la tecnica si precisa

Si estrae il chiodo dei piedi, e questo non è tanto facile; poi si stacca il patibulum, di cui due uomini afferrano ciascuno una delle due estremità, mentre un terzo sostiene il calcagno destro che si trova dietro il sinistro. Infine, poichè un corpo di 80 kg più la trave costituiscono un insieme troppo pesante, due altri attorcigliano un lenzuolo in forma di corda e con esso sostengono le reni. Il sangue venoso ancora rimasto, che esce dal cuore in posizione orizzontale, inonda questa cinghia e si coagula nelle sue pieghe in meandri irregolari. (Sulla Sindone di Torino si riscontrano, l'abbiamo visto, tutti questi particolari che un falsario non avrebbe mai immaginato).

Il sepolcro è, fortunatamente, vicinissimo e precisamente per questo lo hanno scelto. Esso « era scavato nella pietra», scrive Marco; «nel quale non era ancora stato messo nessuno », aggiunge Luca; e Matteo precisa « che Giuseppe aveva fatto scavare per sè ». Giovanni è ancora più esplicito

« Ora nel luogo dove Gesù era stato crocifisso c'era un orto e nell'orto un sepolcro nuovo, dove non era stato ancora posto alcuno. Ivi dunque deposero Gesù, perchè era la Paraseeve dei Giudei e perchè il sepolcro era vicino ». Non si può sottolineare maggiormente la fretta che essi hanno di terminare prima dell'inizio del Sabato. S. Agostino scrive: « Acceleratam vult intellegi sepulturam ne advesperasceret Egli vuole far comprendere che la sepoltura era stata affrettata nel timore che sopraggiungesse la sera ». (Tr. in Joann., CXX, 19).

Il corpo trasportato è anzitutto disteso su una lastra di pietra situata nell'anticamera del sepolcro, che la tradizione chiama pietra dell'unzione. Bisogna infatti liberarLo dal patibulum. Si possono allora svellere i chiodi delle mani con quali pie e tenere precauzioni, possiamo immaginarlo. Il lavoro è più facile in posizione orizzontale, ma sono necessari ancora molta forza e molto tempo per estrarre i chiodi dal legno; ciò fatto, essi escono senza difficoltà dai carpi. In seguito bisogna ricondurre davanti al corpo le braccia che sono state divaricate a 65°. La rigidità, come abbiamo detto, è estrema: bisogna usare tutta la forza per vincerla, per rendere pieghevoli le spalle e per ricondurre le mani fino ad incrociarle davanti al pube; tutto questo richiede del tempo « e stava per incominciare il Sabato », dice Luca « et sabbatunn illucescebat »: si accendevano le lampade del tempio e stavano per suonare le trombe ad annunziare l'inizio del grande giorno. Come dunque eseguire in modo completo i riti della sepoltura?

 

30

 

Prima di continuare lo studio dei nostri testi, è forse opportuno cercare di sapere come i Giudei seppellivano i loro morti. E' anzitutto certo che questo rito non aveva nulla in comune con l'imbalsamazione degli Egiziani. In tutta la Bibbia troviamo soltanto due mummificazioni, quelle di Giacobbe e di Giuseppe: ma la cosa avveniva in Egitto, per gente che era quasi egiziana. Mai altrimenti si parla di bende, nè di eviscerazione nè dell'uso di carbonato di sodio (natron). Nelle catacombe ebree le mummie sono rarissime (due in tutto) : si tratta probabilmente di ebrei della diaspora egiziana. Tutti gli altri corpi sono vestiti, come vedremo. Maimonide, medico ebreo di Cordova, del XII secolo, scrive:

« Dopo aver chiuso la bocca e gli occhi del morto, si lavava il corpo, lo si ungeva di essenze profumate e lo si avvolgeva in seguito in un lenzuolo di tela bianca nel quale si racchiudevano nello stesso tempo degli aromi » (Lévesque, art. embaumement in Diet. Bible). La Michna (Chabbath, XXXIII, 5) ci dice allo stesso proposito: « Si compie tutto ciò che è dovuto al morto: lo si unge e, lo si lava » (nota del P. Lagrange, in Marco). lo ritengo che lo si dovesse anzitutto lavare.

Alfred Lévy, rabbino di Luneville (Deuil et céréntonies funèbres chez les Israèlites) scrive: «Constatata la morte si attende un quarto d'ora, durante il quale si collocano nelle narici del defunto delle piume leggere e si osserva attentamente se non intervenga nessun movimento ad indicare il ritorno della respirazione. Passato questo tempo, si chiudono la bocca e gli occhi del defunto, si dà alle sue membra una posizione regolare, lo si avvolge in una sindone e lo si distende sul suolo pronunciando queste parole: « Tu sei polvere ed in polvere ritornerai ». Sembra quindi che vi sia una cerimonia preliminare, dopo la quale si avrà il tempo di preparare la sepoltura propriamente detta. A. Lèvy continua «Prima di procedere alla vestizione funebre, si purifica il cadavere, lo si lava con acqua tiepida; un tempo (ecco ciò che ci interessa) lo si profumava con essenze diverse, dopo di che lo si rivestiva con un abito comune. Questa vestizione, divenendo sempre più lussuosa, era diventata, un po' prima del tempo di Gesù, un tale onere per gli eredi che Gamaliele il vecchio, volendo reagire decisamente, ordinò che si vestisse il proprio cadavere di abiti semplici. Questa riforma, che riconduceva all'antica semplicità, ebbe un pieno successo e si perpetuò in tutti i secoli ». Ciò si rileva anche da una serie di documenti raccolti tra gli israeliti dal mio vecchio amico signor Porché, oggi defunto, fervente sindonologo. Molti rabbini da lui interrogati in Francia e in Palestina gli hanno confermato tutto questo; essi conoscevano un solo caso in cui si fece uso di bende per le mani e i piedi: quello di Lazzaro, in S. Giovanni! E non si spiegavano questa anomalia.

L'usanza dei primi cristiani, che doveva ispirarsi a quella ebrea, ci è confermata dagli Acta Martyrum, in cui si parla soltanto di lenzuola, di tessuti di lino, di abiti di lino semplici o più o meno adorni, « in sindone nova, mundo linteo, mundis sindonibus, in sindone biblea, cum linteaminibus mundis et valde pretiosis, dignissimis pannis, sindosin kainais, esthèti polutèlè » (Dom Leclerc, Dict. Arch.). Nei « loculi » delle catacombe si trovano stoffe di lino, stoffe tinte con porpora, tele e sete con ricami ed ornamenti, lenzuola d'oro ed abiti preziosi, come quelli che rivestivano S. Cecilia al cimitero di Callisto.

Dunque, avvolto dapprima in una sindone, il corpo era, generalmente vestito dopo l'unzione definitiva, e di ciò troviamo conferma nelle stesse Scritture. Non parlo della figlia di Giairo che era appena morta quando Gesù la risuscitò. Ma il figlio della vedova di Naim (LUCA, VII, 14) veniva trasportato al sepolcro quando Gesù gli disse: « Giovinetto, dico a te: levati su. E il morto si alzò a sedere e incominciò a parlare ». Nel caso di Tabitha risuscitata da S. Pietro a Joppe (Atti, IX, 40), questo è ancora più evidente. « Dopo averla lavata la deposero nel cenacolo ». Poi andarono a cercare Pietro a Lidda, il che presuppone un viaggio di andata e ritorno di almeno dieci ore. E Pietro « rivoltosi al corpo disse: Tabitha, levati su. Ed ella, aprì gli occhi e, come ebbe visto Pietro, si mise a sedere. Ora Pietro, datale la mano, la fece alzare ». I due morti erano dunque entrambi vestiti.

Il problema sembra risolto dal punto di vista storico: in una prima fase, si avvolgeva il corpo in una sindone, poi si preparava le sepoltura; essa consisteva nel lavare il cadavere con acqua calda, poi nella sua unzione con essenze profumate, con il balsamo di nardo prezioso usato da Maria Maddalena alla cena di Betania, o gli aromi che ella portava alla tomba il giorno di Pasqua. Questa unzione si faceva con massaggio. Il verbo « aleiphein » usato da Marco (XVI, 1) in quest'ultimo episodio indica una frizione col balsamo o con l'olio: è la stessa parola usata per l'unzione dei lottatori prima delle gare nello stadio: non si tratta d'una semplice aspersione.

Il cadavere, una volta vestito, era portato nel sepolcro. Questo era talora costituito da una fossa scavata nella roccia (Lazzaro, forse) in cui si discendeva mediante gradini e che si ricopriva con una lastra di pietra, ma quasi sempre si trattava d'una caverna scavata dall'uomo, comprendente un'anticamera e una cella posteriore in cui si deponeva il corpo su un banco roccioso. Una pietra in forma di disco, che rotolava in una scanalatura, ne ostruiva l'ingresso. « Et advolvit lapidem ad ostium monumenti e rotolò la pietra sull'ingresso del sepolcro ». L'usanza voleva che si visitasse il morto tutti i giorni, almeno per tre giorni (gli ebrei avevano molta paura della morte apparente). Così Marta può dire a Gesù di Lazzaro con cognizione di causa: « Egli già puzza, perché è di quattro giorni ». E quando Maria, avvisata da Marta, si alza per raggiungere il Signore, gli Ebrei, che erano in casa sua per consolarla, credettero che ella andasse ancora al sepolcro (GIOVANNI, XI).

Ritorniamo ora ai nostri testi e notiamo che non si parla di lavatura nè di unzione per questa prima sepoltura, nè nei Sinottici nè in S. Giovanni. Il tempo urge e non vi sono nè acqua calda, nè balsami per l'unzione.

I Sinottici scrivono dunque: «(Giuseppe)... l'avvolse in una sindone». Matteo e Luca dicono « énétulixen », Marco « éneilèsen », ma il significato è fuor di discussione e S. Gerolamo traduce i tre con « involvit ».

Il « sindon » greco, « sindon » per S. Girolamo, che traduciamo con « sindone », era una larga pezza di lino, molto più lunga che larga, che serviva per avvolgere il capo, ricordando (se vogliamo) l'« himation » dei greci, il « pepluni » dei romani o meglio la « palla » delle donne. La si portava, sotto l'abito e durante la notte, e per i morti serviva da lenzuolo funebre. (Noi diciamo pure sudario, ed in aramaico la si chiamava « soudarà »; ma su ciò ritorneremo). Troviamo questo termine in Marco (XIV, 51), quando parla dell'arresto di Gesù: « E un giovane lo seguiva coperto della sindone sulla nuda carne (péribéblèménos sindona epi gumnou); ed essi lo afferrarono, ma quegli lasciata andare la sindone scappó ignudo da loro ». Questo giovane era senza dubbio Marco stesso, figlio di una buona famiglia di Gerusalemme: la casa di sua madre Diaria sarà uno dei principali centri della cristianità primitiva (Atti, XII, 12). Ritroviamo il « sindón » nell'Antico Testamento: Sansone (Giudici, XIV, 12) promette ai suoi compagni, se essi risolvono un enigma, trenta sindoni e trenta tuniche (« dabo vobis triginta sindones et triginta tunicas »). Il « sindón » si portava, come s'è visto, sotto la tunica, ed egli darà loro quindi un abito completo. In Geremia (XIII, 1), il « sindón » ricompare nel testo greco dei Settanta e S. Girolamo traduce qui con « lumbare lineum », il che richiama lo stesso genere di vestito.

Da questo «sindón » è derivato nel francese antico « sidoine » e in italiano « sindone ». In italiano usiamo pure il termine « lenzuolo », da « linteolus » che, come « linteamen », è derivato da « linteunt » (tela di lino). E l'antico francese chiamava « linceulx » le lenzuola da letto. Tutte queste voci sono stranamente simili ed il tessuto di lino sta alla base di tutta questa terminologia. Ma con l'andare del tempo, sindone e sudario hanno servito a designare esclusivamente il lenzuolo funebre: ritorneremo su quest'ultimo punto a proposito di « sudarium ». In conclusione, per i Sinottici il corpo di Gesù è avvolto in una sindone ed essi non parlano di aromi.

Prendiamo S. Giovanni: egli ce ne parla subito. « Venne, dunque Giuseppe al Calvario e prese il corpo dì Gesù. Ora, anche Nicodemo, quegli che la prima volta era andato da Gesù di notte, venne portando circa cento libbre (intorno ai 32 kg.) di una mistura di mirra ed aloe ». La mirra è una resina estratta da un'ombrellifera, il balsamodendron: ha un odore soave e possiede un leggero potere antisettico. L'aloe, malgrado quello che si è detto, non ha nulla a che vedere con il legno d'aloe o galla; questo, venduto in trucioli, ha scarso odore e si sviluppa soltanto quando lo si brucia (come le nostre comuni carte d'Armenia) e non ha nessun potere antiputride. Inoltre esso era allora molto raro e caro, venendo dall'Estremo Oriente.

Nel caso di Gesù, si tratta in realtà d'una, resina estratta dall'aloe o agave, le cui lunghe foglie spesse e taglienti si vedono già sulla nostra riviera. Nella farmacopea ci serviamo ancora dell'aloe socotrino proveniente dall'isola di Socotra nel Mar Rosso. Ha un odore balsamico che sta tra la mirra e lo zafferano: lo si trova nel balsamo cattolico, nel balsamo simpatico e nel balsamo turco. D'altronde esso è stato sempre usato nel trattamento dei cadaveri: lo attestano Dioscoride, S. Giovanni Crisostomo, i medici arabi, il Romanzo della Rosa; ed anche l'antico Codice francese, seconde il collega farmacista di S. Giuseppe, Volckringer, recava ancora una formula di polvere per imbalsamazione contenente mirra ed aloe in parti uguali, con altre droghe. Malgrado tutto, con la mistura di Nicodemo non si poteva pretendere di imbalsamare un corpo intiero, ma soltanto di ritardare la putrefazione della sua superficie ricoperta da piaghe infette. La sovrabbondanza stessa della mistura, poco efficace con i suoi trentadue kg., dimostra che i discepoli miravano soltanto ad una antisepsi temporanea della superficie.

 

31

 

Bisognava attendere trentasei ore per fare, la domenica, mattina, la sepoltura di rito, lavare il corpo ed ungerlo di balsami: era un lavoro che spettava alle donne ed esse già vi pensavano. « Ora Maria Maddalena dice Matteo e l'altra Maria (la madre di Giacomo e di Giuseppe che ha citato sul Calvario) erano là, sedute dirimpetto al sepolcro ». E Marco: « E Maria Maddalena e Maria madre di Giuseppe stavano osservando dove fosse collocato ». Luca, che si è certamente informato presso le pie donne (sicut tradiderunt nobis qui ab initio ipsi viderunt come a noi riferirono coloro che fin da principio videro con i loro stessi occhi), precisa ancora: « Stava per principiare il Sabato. Ora le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea, avendolo seguito da vicino, videro il sepolcro e in che modo era stato collocato il corpo di Lui (esse facevano già i loro piani per l'unzione). E ritornatesene, prepararono aromi ed unguenti; nel giorno di Sabato però non si mossero secondo la Legge. Ma il primo giorno dopo il Sabato, prestissimo all'alba, andarono al sepolcro portando gli aromi che avevano preparato ». Non ci pare di udire queste pie donne raccontare a Luca i cari ricordi ancor vivi nella loro memoria? E Marco, dal canto suo, ci dice: « Trascorso il Sabato (sabato dopo il tramonto), Maria Maddalena e Maria di Giacomo (la indica col nome sia dell'uno che dell'altro dei suoi figli) e Salome comprarono degli aromi per andare ad ungere Gesù ». Sarà la sepoltura rituale e definitiva; abbiamo già precisato il significato del verbo « aleiphein ». Si trattava di aromi analoghi al balsamo di nardo prezioso sparso dalla Maddalena a Betania: la mirra e l'aloe avevano soltanto lo scopo di conservare provvisoriamente alla meglio.

Siamo partiti dalla mirra ed aloe di Giovanni per giungere agli aromi dei Sinottici. Questa anticipazione era necessaria per stabilire i particolari della sepoltura. Ma bisogna ritornare a S. Giovanni per comprendere quella famosa piccola frase che ha tormentato tanti esegeti ortodossi e condotto fuori strada tanti protestanti e modernisti. Apriamo prima la Vulgata di S. Gerolamo: « Acceperunt ergo corpus Jesu et ligaverunt illud linteis cum aromatibus, sieut mos est Judaeis sepelire ». « Cum aromatibus », con la mirra e l'aloe; il testo originale reca « mèta tón arômatôn », con gli aromi e non con degli aromi: si tratta senza dubbio di quelli di cui l'Evangelista ha già parlato. Il fatto che i Sinottici non ne facciano cenno non presenta difficoltà: essi sono liberissimi di non dire tutto.

« Sicut nos est Judaeis sepelire ». Il P. Lagrange ed il Can. Crampon concordano nel tradurre « secondo il modo di seppellire dei Giudei ». Accettiamo per il momento; e non tacciatemi di presunzione, non sarò io a rettificare. Ma « ligaverunt cum linteis? ». Qui essi divergono: Lagrange traduce «lo legarono con bende » e Crampon « l'avvolsero in lini». Quest'ultima traduzione sembra sia quella tradizionale, poichè la ritrovo in un Nuovo Testamento del P. Amelotte dell'Oratorio, nel 1578. Ma abbiamo visto che non si usavano bende presso gli Ebrei. Inoltre queste bende, a meno di srotolarle completamente, impedirebbero le unzioni previste per la domenica. Infine perchè prendersi il fastidio di bendarlo dal momento che si prevedono queste unzioni?

Ma il testo porta « othonia », che S. Gerolamo traduce molto appropriatamente in « lintea ». Ora i dizionari ci danno per « othonion »: pannilino, tela di lino ed anche « tela da vela, vela» ed in ultimo « benda »; al plurale « pannilini ». Per « linteum »: « tela di lino, pezzo di tela », per estensione « vela di nave » (VIRGILIO, Ovuno). Al plurale dunque sono ugualmente dei pannilini.

Anticipiamo ancora: alla domenica mattina, Pietro e Giovanni accorrono al sepolcro vuoto e vi trovano « ta othonia », dicono Luca e Giovanni. S. Gerolamo traduce qui « linteamina », che i nostri dizionari interpretano « i pannilini ». Ora nel suo S. Giovanni il P. Lagrange, fedele alla sua sepoltura, traduce « le bende»; mentre in S. Luca lo stesso illustre esegeta scrive « i pannilini ». D'altronde quando Giovanni (XI) nella risurrezione di Lazzaro ci dice che le sue mani e i suoi piedi sono costretti in bende, usa il termine « keiriai » che S. Gerolamo traduce « institae ». Queste due parole significano infatti: bende, fasce. Infine, se vogliamo far troncare il dibattito da un'alta autorità, trovo nel libro già citato di Mons. Paleotto (1598) questa frase di S. Agostino, di cui anche i più esigenti vorranno forse accontentarsi: « Licet Joseph involverit eum in Sindone, propterea non prohibetur intellegi quod et alia lintea postea addita fuerint a Nicodemo... Unde etsi una sindon fuerit, verissime dici potuit: ligaverunt eum lintels Se Giuseppe l'avvolse in una sindone, nulla ci vieta di credere che altri pannilini siano stati aggiunti da Nicodemo... Dunque se anche vi è stata un sindone, egli (Giovanni) ha potuto benissimo dire: essi l'avvolsero in pannilini ». Poi S. Agostino ci dà la sua definizione: « Lintea quippe generaliter dicuntur quae lino texuntur sono infatti chiamati « lintea » (pannilini) tutti i tessuti di lino ». P. Paleotto aggiunge, citando Beda che l'ha detto negli Annales Pontifticales, che S. Silvestro ordinò che, in rapporto ai pannilini della Sepoltura, il Corporale della Messa fosse di lino semplice e non d'altro tessuto. Io ho ritrovato questi due testi: S. AGOSTINO, « De consensu Devangelistarum » lib. III, cap. 23; BEDA « in Marci evangelium expositio », lib. IV (in Patrol. Lat., tomo XCII, colonna 293).

Giungiamo al « ligaverunt » della Vulgata che traduce l'« édèsan » di S. Giovanni. Il verbo « déó », come il latino « ligare », significa essenzialmente legare, fissare. Tuttavia se rileggiamo la risurrezione di Lazzaro, sempre in Giovannì (XI), vediamo che «facies illius sudario erat rigata ». S. Gerolamo usa qui il medesimo « ligare » per tradurre un composto da « déó » che dovrebbe rafforzare l'idea di avvolgere in bende, « péridéó » (i dizionari dànno « circondare, applicare intorno »). Ma si tratta qui di un sudario ed il P. Lagrange traduce « péridef » e « ligare » con « avvolgere ». Mi sarebbe lecito, per conservare ad « édèsan » l'idea d'un contenuto, proporre la traduzione: « lo racchiusero in pannilini? ». Questi pannilini comprendono tra l'altro, come suggerisce S. Agostino, la Sindone che circonda strettamente il corpo; di sopra e di sotto, con tutta la sua lunghezza, ripiegandosi al di sopra del capo, e con tutta la sua larghezza; sa può dire che il corpo vi è racchiuso.

Ritorniamo ora a « sicut mos est Judacis sepelire ». Il greco originale dice: « kathôs étos éstin Ioudaiois éutaphiazein ». Ma Dom Lévesque, esegeta e filosofo, tanto modesto che erudito di cui ho avuto l'onore, in gravi circostanze, di essere il chirurgo e l'amico, traduce (Dict. Bible) « secondo il modo di preparare la sepoltura in uso presso gli ebrei ». Numerosi ellenisti consultati dal mio amico Rev. Padre Aubert O. P. hanno confermato questo significato: il suffisso « azein » indica un'azione incominciata ma non terminata, in corso di esecuzione. « Entaphiazein », scrive uno di essi, non si può tradurre se non con « preparare la sepoltura » ( P. AUBERT O. P. « L'ensevelissement de N. S. J. C. d'après les Saintes Eüritures » Ed. Rivoire, 18 rue Nicola, Lyon ; e Librairie du Clarmel, 27 rue Madame, Paris 6°).

Ritroviamo d'altronde questo medesimo verbo alla cena di Betania, la vigilia delle Palme; ed esso dà luogo a traduzioni più o meno confuse. Maria Maddalena ha versato ai piedi di Gesù una libbra d'unguento di nardo puro prezioso e Giuda, il ladro, le rimprovera di non averlo venduto per darne il ricavato ai poveri: S. Giovanni scrive freddamente che l'avrebbe in realtà messo nella sua borsa. Ma Gesù rimprovera Giuda e i detrattori della Maddalena. Giovanni e Marco usano soltanto il sostantivo « éntaphiasmon » che si traduce con maggior facilità: « che ha serbato il profumo per il giorno della mia sepoltura» (Giov., XII, 7); « ella ha unto il mio corpo in anticipo per la mia sepoltura » (MARCO, XIV, 8), il che è già più chiaro. Matteo però (XXVI, 12) scrive « pros to èntaphiasai mé époièsen », che la Vulgata traduce in «ad sepeliendum me fecit » e il P. Lagrange con « ella lo ha fatto per rendermi un servizio di sepoltura». Si tratta evidentemente di un'unzione simbolica; Gesù predice che Maria non potrà fare questa unzione sul suo cadavere perchè Egli sarà risuscitato. Ma se lo si traduce come propone Lévesque per la sepoltura di Gesù, il significato diventa evidente perchè Gesù dice: « ella lo ha fatto per preparare la mia sepoltura ».

Ma allora tutto è chiaro: i discepoli hanno eseguito soltanto il primo atto delle usanze israelite, quello che precede la sepoltura propriamente detta; ciò per mancanza di tempo e di materiale. Essi hanno avvolto Gesù in una sindone, circondandola con pannilini impregnati d'una mistura di mirra ed aloe, per realizzare una relativa antisepsi superficiale; l' unzione definitiva dopo la lavatura sarà fatta dalle donne il primo giorno dopo il Sabato. Se vi ho potuto convincere, potremo dunque tradurre così Giovanni: « ed essi lo avvolsero in pannilini con gli aromi (mirra ed aloe di Nicodemo) secondo il modo di preparare la sepoltura in uso presso gli ebrei ». Il più grande di questi pannilini (tessuti di lino) era la Sindone dei Sinottici, una lunga e larga pezza di lino. Giovanni non la nomina espressamente, ma lo farà, lo vedremo tra poco, la domenica mattina.

 

32

 

« Vespere autent sabbati, quae lucescit in prima sabbati... »; sapete il seguito e come questo versetto risuoni gioiosamente nei brevi Vespri del Sabato Santo. Dunque, la domenica mattina di buon'ora, Maria Maddalena (Giovanni) con le pie donne (Sinottici) portando con sé gli aromi (Marco e Luca) per ungere il corpo (« aleiphein », Marco) si recano al sepolcro e lo trovano aperto e vuoto. Non mi soffermo sui particolari; l'apparizione degli Angeli, lo spavento delle donne e la loro fuga. Esse corrono ad annunziare la notizia agli Apostoli, che la qualificano come un « deliramentum »: il nostro Santo collega Luca usa qui il termine tecnico « Iéros » che è il delirio causato dalla febbre; lo faccio notare incidentalmente.

La Maddalena si rivolge specialmente (Giovanni) a Pietro e Giovanni, i quali, senza soffermarsi sull'opinione degli altri, si recano celermente al sepolcro. Luca parla, solo di Pietro: « Ma Pietro alzatosi corse al sepolcro e chinatosi vide soltanto i pannilini » (« blépei fa otltonia mona »). Notiamo che Luca il venerdì ha parlato della sola sindone, Evidentemente la sindone fa dunque parte dei « pannilini » e cui siamo già giunti a questa conclusione, con S. Agostino, studiando il testo di S. Giovanni.

S. Giovanni, scrivendo per ultimo, completa qui, come altre volte, i Sinottici che lo hanno preceduto, così come passa sotto silenzio ciò che sa già ben conosciuto attraverso la loro catechesi. Pietro e Giovanni corrono dunque al sepolcro, ma Giovanni, più giovane, vi giunge per primo. « E chinatosi vide « linteantina posita » « keiména ta othonia » « i pannilini deposti » (le lenzuola posate a terra, scrive Crampon; le bende giacenti, dice il Padre Lagrange che pure ha tradotto, nel suo S. Luca, « non vide che pannilini »). Ma non vi entrò ». Notiamo già questa deferenza davanti al capo degli apostoli. « Dietro a lui arrivò Simon Pietro; ed entrato nel sepolcro vide i pannilini posati, per terra ed il sudario che era stato sul capo di Gesù, non disposto coi pannilini, ma ripiegato in un angolo a parte. Allora dunque entrò anche l'altro discepolo (Giovanni), che era giunto per primo al sepolcro e vide e credette ». S. Gerolamo scrive: « vidit linteamina posita el sudarium quod fuerat super caput eius, non cum linteaminibus positum, sed separatim involutum in unum locum ». Per i « linteamina », gli « othonia », il problema è risolto: essi indicano l'insieme dei pannilini, tra essi Luca ha, compreso la Sindone, poichè non parla che di essa il venerdì, e la domenica non ne fa cenno. Ma che cosa è questo « sudarium » che Giovanni mette qui in evidenza; ripiegato a parte, mentre il venerdì parla soltanto dei pannilini? E' questa l'ultima difficoltà, anch'essa puramente filologica, come vedremo fra poco.

S. Giovanni scrive: « kai to soudarion o èn èpi tés képha1ès auton, ou meta ton otltonion keiménon, alla choris éntétulìgmenon eis èna topon ». « Sudarium » (da « sudare » sudare) è, nel latino classico, una pezzuola, un fazzoletto destinato ad asciugare il sudore. « Sondarion » è una trasposizione dal latino al greco: i dizionari greci danno unicamente « sudario, sindone, ». Esso ha sempre siguificato, in seguito, sudario nel senso di sindone. Vi ritorneremo tra poco.

« Non sembra d'altronde che nelle abitudini ebree fino alla rovina di Gerusalemme ed anche dopo », scrive Lévesque (Revue Pratique d'Apologétique, 1939, Tomo 1, pag. 234) «l'uso del sudarium, semplice velo per coprire il viso, abbia costituito un'usanza. Sembra che ci si accontentasse di ripiegare la sindone sul viso e sulla parte anteriore del corpo. Questa usanza sussiste tuttora in oriente presso i Drusi, presso gli antichi abitanti del paese: si avvolge il cadavere in una sindone, lo si porta col viso scoperto fino al sepolcro e si ripiega una parte della sindone sul capo e sino ai piedi. La sindone è trattenuta da tre o quattro bende che legano i piedï, fissano le braccia lungo il corpo o incrociate sul petto e stringono in corrispondenza del collo, in modo che la sia dono avvolge tutto il capo.

« Così ci appare la sepoltura di Lazzaro (GIOVANNI, XI, 14): « E subito il morto uscì fuori con i piedi e con le mani legate da bende (Giovanni dice per Lazzaro: « keiriai », « iustitae », che significano infatti bende, fasce; e non «othonia », « linteamina »), e con il volto coperto dal sudario ». Si rappresenta Lazzaro avvolto in una sindone di cui una parte era ripiegata sul volto e tenuta fissa al collo con una fascia, con le braccia lungo il corpo, avvolte ugualmente nella sindone e sopra di essa delle bende che tenevano unite le gambe e legavano le braccia al busto. Una persona viva, così legata e distesa per terra, potrebbe senza dubbio con uno sforzo vigoroso raddrizzarsi sulle gambe, mettere un piede davanti all'altro, ma non potrebbe liberare le mani ed il viso ». E Gesù dice: « Scioglietelo e lasciatelo andare! ».

Se aderisco in pieno a questa conclusione del Lévesque, è soltanto perchè sono convinto che egli è nel vero e non perchè il sudariofazzoletto mi metta in imbarazzo per spiegare la formazione dell'impronta del volto. Si è infatti a lungo obiettato e si afferma tuttora che questo velo, applicato sul volto di Gesù, avrebbe impedito la formazione, sulla Sindone sovrapposta, d'una impronta di questo volto. La scoperta di Volckringer (Cap. I, E, 2'°) ha annullato questa obiezione: egli ha constatato che la pianta imprime la sua immagine negativa non soltanto sul foglio di carta che la regge ma anche, attraverso ad essa, al di sotto, sul foglio di carta che la avvolge. Questa seconda impronta inferiore, prodotta nonostante l'interposizione del foglio di sotegno, è quasi altrettanto nitida che la prima.

Ora si tratta nei due casi, animale e vegetale, di un cadavere composto (vi ho già insistito) di cellule ancora viventi, sino alla putrefazione nell'uomo, sino all'essiccamento nella pianta. Se si pensa che queste impronte vegetali sono attualmente le sole conosciute che posseggono la perfezione del chiaroscuro negativo della Sindone, si può, senza presunzione, concludere che il Santo Volto avrebbe potuto lasciare la sua impronta sulla Sindone, anche attraverso un sudariofazzoletto interposto. Ma ritorniamo a S. Giovanni.

Non è facile concepire che un piccolo fazzoletto, ripiegato a parte in un angolo, abbia potuto attirare l'attenzione. E perché, d'altra parte, il suo significato sarebbe stato cambiato nel latino ecclesiastico ed in tutte le lingue romanze per designare esclusivamente una sindone? Domande gravi, indipendentemente anche dalla difficoltà esegetica. Ma ecco che Dom Lévesque, nel suddetto articolo e nella nota I del suo «Abrégé chronologique de la Vie de N. S. J. C. ». (Beauchesne, 1941.), viene, con una parola, a gettare su questo problema una luce abbagliante. Le sue conclusioni mi sembrano irrefutabili e, ben inteso, devo a lui tutta la mia presente erudizione.

Tutto il piano di Giovanni, in questo tratto, tende a provare la risurrezione di Gesù, dogma basilare di tutta la religione, elemento primordiale della predicazione apostolica. Ora, la presenza della Sindone nel sepolcro vuoto sembra dover fornire uua prova irrecusabile. (Se si fosse trattato di un furto, non si sarebbe asportato il corpo dalla Sindone, che offriva il mezzo più pratico per portarlo via). Così si annullerebbe la maldestra calunnia dei Giudei circa un preteso rapimento, durante il sonno delle loro guardie (MATTEO, XXVIII, 11). « O infelix astutia li schernisce S. Agostino dormientes testes adhibes; vere tu ipse obdormisti i O infelice astuzia, tu presenti dei testimoni che dormivano; sei tu in verità, che ti sei addormentata» (Tract. super Psalmos. Ps. 63). Giovanni non intenderebbe dunque parlare della Sindone?

Si trova nella Bibbia aramaica dei Targum, la parola « Soudara » che definisce esattamente ciò che abbiamo visto essere la Sindone. Nel libro di Ruth (III, 16) il grande mantello « Mitfahah », nel quale Ruth si avvolge per dormire ai piedi di Booz ed in cui questi al mattino le versa sei misure di orzo, è una lunga pezza di tela, un grande velo che si metteva sul capo e che, avvolgendosi attorno al corpo, discendeva sino ai piedi. Esso ricorda, come la Sindone, l'« himation » greco, la « palla » dei romani e lo «schauzar » delle donne arabe, a parte il fatto che si portava sotto l'abito e di notte. S. Gerolamo lo traduce con « pallium ». Ora il Targum aramaico lo chiama « soudara », un sudario: ma non si mettono sei misure d'orzo in un fazzoletto. S. Efrem, nel IV secolo, commentando il passo di Geremia (XII, 1) che abbiamo citato a proposito della Sindone, chiama « soudoro » la stoffa di lino con cui il profeta si cinge le reni, (letta in ebraico « êzôr », specie di perizoma che avvolge la parte alta delle coscia e la vita. E' il compito della « sindone » che avvolge il corpo e serve da veste intima sotto la tunica (v. Sansone, Giudici,, XIV, 12). S. Efrem non fa del resto che usare il termine della versione siriaca della Bibbia, la « Peschitto », il che ci fa risalire al II secolo della nostra era e forse anche, per l'Antico Testamento, al I secolo a. Cristo.

Vi è dunque; nella tradizione orientale anteriore al Nuovo Testamento un termine di « soudara » che non ha il significato del latino classico « sudarium » e della sua trascrizione greca « soudarion », ma indica un'ampia veste di lino che si mette sul capo e scende fino ai piedi. Si tratta senz'altro del « sindon », il « sudarium quod fuerat super caput eius » . ora Giovanni è un galileo puro: il suo greco è molto impregnato di semitismo, diciamo meglio di aramaismo. Quando pensa « sindone », pronuncia « soudara » nella sua lingua materna: non è naturalissimo che scriva in greco « soudarion »?

Tutto diventa quindi perfettaurente chiaro. Egli ha trovato nel sepolcro tutti i pannilini e, tra di essi, la sindone piegata a parte, che egli chiama « sudario ». Era il più grande di tutti questi « othonia » e si comprende senza difficoltà che una pezza di quattro metri per uno sia ripiegata ed attiri l'attenzione nell'angolo in cui è collocata.

Inoltre Giovanni ha raggiunto lo scopo perseguito: la prova è fornita: il corpo non è stato rubato. Gesù risuscitato ha lasciato la sua sindone nel sepolcro rimasto vuoto.

Nel corso dei secoli, il Sudario, l'abbiamo detto, rimane sinonimo di Sindone. Nel 640 il monaco Arculfo, pellegrino in Palestina (Acta sanctorum Ordinis Benedectini, ediz. Mabillon) venera il « sudarium Domini quod in sepolcro super caput ipsius fuerat positum il sudario del Signore che, nel sepolcro, era stato posto sopra il suo capo ». Ora non si tratta di un semplice velo, ma di una lunga pezza di tela che dice misurare ad occhio e croce 8 piedi di lunghezza. Nel VII secolo ancora, S. Braulione (Patr. lat. LXXX) parla del « sudario quo corpus Domini est involutum sudario in cui il corpo del Signore fu avvolto ». Ed entrambi non usano questa parola « sudarium » in mancanza di un termine latino corrispondente al greco « sindon » poichè, oltre che in S. Girolamo, ritroviamo la parola latina « sindon » negli epigrammi di Marziale, con il suo significato di lunga pezza di tela: « Sindone cinctus olente », egli dice di Zoilo, « avvolto in un lenzuolo profumato ». In tutti i secoli ed in tutte le lingue romanze, sudario conserva il significato di sindone e la tradizione orale nella bella sequenza « Victimae paschali laudes », ci ripete in eco « sudarium et vesto ». Forse vi erano tra questi pannilini anche queste « vesto », gli abiti di lino con cui si sarebbe rivestito il cadavere lavato ed unto, la domenica mattina?

Possiamo dunque concludere, al termine di questo arido ed appassionante studio, che i Quattro Vangeli, pur completandosi reciprocamente, concordano alla perfezione. Gesù per mancanza di tempo, è stato messo nel sepolcro il venerdì sera, dopo una semplice preparazione di sepoltura, destinata unicamente a ritardare la corruzione. I Discepoli, senza lavarLo nè ungerLo, hanno avvolto il Suo Corpo in una sindone circondata di pannilini impregnati di una grande quantità di mirra e di aloe. La sepoltura definitiva, consistente nella lavatura e nelle unzioni con aromi del tutto differenti, avrebbe dovuto essere eseguita dalle pie donne la domenica mattina. Nel sepolcro vuoto, Pietro e Giovanni hanno trovato i pannilini e la sindone ripiegata a parte.

 

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CAPITOLO DECIMO

Il Crocifisso di Villandre e il Crocifisso della Scuola di Dissezione

Sono stato molto contento, dopo di aver sottoposto le mie ricerche al giudizio dei miei colleghi della Società di S. Luca, di ottenere la loro unanime approvazione: essa rafforza le mie conclusioni. Ho il più profondo rispetto per tutte le altrui competenze, senza contare la mia assoluta sottomissione alla Santa Madre Chiesa. Ma io non mi rivolgerò mai ad un teologo o ad un paleografo per una precisazione anatomica, così come non chiederò ad un medico una definizione dogmatica od una spiegazione di esegesi o di storia. In verità, la collaborazione mi sembra indispensabile, ciascuno secondo la propria cultura specifica. Ora, alcuni dotti esegeti mi hanno affermato che nelle mie conclusioni nulla è in contrasto con le precisazioni contenute nelle Scritture e che anzi esse le sviluppano in modo meraviglioso. Limitandomi strettamente al mio campo, posso dunque ritenermi soddisfatto, senza voler con ciò imporre le mie opinioni come definitive, il che sarebbe poco scientifico.

Tra gli anatomisti che mi hanno incoraggiato debbo citarne uno, la cui approvazione mi ha fatto particolarmente piacere: si tratta del Dott. Charles Villandre, mio caro amico, chirurgo dell'Ospedale S. Giuseppe. Essendo egli maestro in scultura, oltre che valente chirurgo, l'ho pregato di modellare su mie precise indicazioni il Crocifisso di cui si trovano qui le fotografie.. Quando le avrete studiate, meglio ancora se avrete contemplato l'originale, non avrò più bisogno di aggiungere che egli vi ha messo non solo tutta la sua scienza anatomica e tutto il suo talento di artista, ma anche e con tutta semplicità tutta la sua fede. Sono convinto che il suo Crocifisso continuerà a diffondersi tra i fedeli, poichè mi pare che egli, rifacendosi a quella che noi crediamo essere la realtà storica, ha raggiunto una profonda emozione religiosa, che la sola immaginazione degli artisti ha raramente saputo realizzare.

Il suo Crocifisso morto rappresenta perfettamente la sintesi delle ricerche esposte in questo lavoro ed io lo ringrazio con molto affetto. Egli ci ha lasciati nel 1934, per raggiungere il suo Modello nella casa del Padre: preghiamo per lui.

Domando scusa di presentare, in contrasto con quelle precedenti, due fotografie che, da parte mia, trovo orribili e quasi blasfeme. Quest'ultima conferma delle mie ricerche non mi è stata certo richiesta dagli anatomisti, che la trovavano così poco importante. Mi hanno costretto a questa macabra esibizione soltanto le negazioni ostinate di alcuni profani, che d'altronde conoscevano molto male la Sindone

« Un corpo non può essere sospeso soltanto con tre chiodi: i due piedi non possono essere crocifissi l'uno sull'altro, a piatto, con lo stesso chiodo ». Noto che il crocifisso di Villandre era già da mesi modellato e fuso in bronzo.

Ho dunque preso all'Anfiteatro d'Anatomia una qualunque spoglia umana, fresca e perfettamente pieghevole, procuratami dal Prof. Hovelacque, mio vecchio amico ed antico collega, che ringrazio di tutto cuore perchè la sua approvazione alle mie ricerche anatomiche ha, per me e per tutti, uno specialissimo significato.

C'erano quel giorno soltanto cadaveri di donna ed io ho scelto quello che mi pareva meno ripugnante. Il peso leggero non mi preoccupava: non si trattava di una prova di resistenza, già fatta su braccia viventi (v. cap. V), ma semplicemente di verificare gli angoli.

Hovélacque aveva fatto preparare a mia insaputa una croce leggera fatta di assicelle sottili che ho dovuto mettere per maggior solidità su un carrello che poteva essere inclinato. Il cadavere fu disteso sulle croce, in presenza del Dott. Villandre che effettuò le fotografie qui riprodotte. Disponevo di tre chiodi quadrati di 8 mm. di lato. Le due braccia sono distese a piatto in modo da formare un angolo di 90°; su ogni mano, nel posto esattamente determinato, un solo colpo di martello è sufficiente per far passare il chiodo attraverso il carpo e fissarlo nel legno. Poi si inchiodano a piatto i due piedi, il sinistro avanti al destro, piegando un poco le ginocchia: un colpo di martello per attraversare il piede sinistro a piatto; poi questo piede sinistro è riportato sul destro ed un secondo colpo di martello permette di attraversare il piede destro e di fissare il chiodo nel legno. L'unico lavoro un po' faticoso, ma facile con le nostre assicelle sottili, consiste nel praticare un foro nel legno nei luoghi indicati dalle punte dei chiodi, affinchè essi vi si piantino senza troppa difficoltà. Il tempo anatomico della crocifissione è durato pochi secondi.

La croce viene raddrizzata verticalmente e si constata che il corpo si accascia e si colloca da sè esattamente secondo quegli angoli che io avevo descritto e Villandre modellato già molto tempo prima di quest'ultimo esperimento di conferma.

Tutto il peso del corpo è sostenuto dai chiodi delle mani e si può esercitare una forte trazione sul cadavere dall'alto in basso, senza che le mani abbiano a lacerarsi minimamente. Anche inclinando un poco la croce al davanti della verticale il corpo non si distacca. Sembra che il chiodo dei piedi serva unicamente ad impedire che essi si distacchino dalla croce ed ondeggino in avanti. La sospensione è estremamente solida, più che non lo richieda il peso del corpo. Ed il corpo è sostenuto soltanto da tre chiodi, senza nessun altro artificio, nè sostegno perineale, nè suppedaneum sotto i piedi.

I pollici naturalmente, non sono in opposizione, ma in una qualsiasi posizione, poichè in questo caso nervi e muscoli sono morti, mentre erano vivi nelle braccia amputate di fresco degli esperimenti precedenti, così come nel caso di Cristo.

Ripeto ancora che qui non si trattava più di provare la resistenza delle mani all'inchiodamento ed alla trazione; per cui mi era lecito, senza espormi minimamente alla critica imparziale, servirmi di un cadavere da dissezione fresco e flessibile come quello usato, il cui peso quindi non aveva affatto importanza.

Questo esperimento non aveva per noi anatomisti che un'importanza molto secondaria e noi lo eseguivamo con la massima sicurezza. Ho chiesto perdono a quel povero corpo, recitando un De Profundis per la sua anima. L'unico interesse, per noi, è consistito nel dare la conferma sperimentale degli angoli delle braccia e delle ginocchia, a cui mi aveva già condotto lo studio teorico, ed in questo sono stato completamente soddisfatto: l'esperimento dava esattamente gli stessi angoli della teoria. Inoltre, la testa si è inclinata da sè direttamente davanti e non di lato: nè poteva essere altrimenti, data l'anatomia simmetrica del collo. Così dunque dobbiamo intendere « et inclinato capite, emisit spiritum! ».

 

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CAPITOLO UNDICESIMO

Conclusioni

Giunto al termine di questo studio poichè ormai non mi rimane che esporre il crudele racconto delle sofferenze fisiche della Passione, come la vedo con occhio di chirurgo il lettore deve avere, spero, l'impressione d'una costruzione solida, omogenea e veritiera. Ne sono anzi certo, se si tratta di un lettore che sappia leggere, perchè non temo, data la mia naturale concisione, coloro che vanno cercando il pelo nell'uovo in ogni frase; sono inquieto soltanto per quelle persone sempre frettolose che galoppano nei libri come se avessero gli stivali delle sette leghe. A costoro dirò rileggete con calma o abbandonate la questione! Una visione di insieme su un tale problema non si può acquistare che con un esame minuzioso dei particolari.

Quest'esame, gli esperimenti anatomici, le considerazioni fisiologiche, le ricerche archeologiche e filologiche mi hanno, è vero, condotto apparentemente molto lontano dalla Sindone di Torino, di cui mi proponevo di verificare l'autenticità: ma non era che per ritornarvi più preparato. In realtà, sin dall'inizio, ciò che dominava il mio pensiero era la ricostruzione della Passione di Nostro Signore nei suoi minimi particolari, esaminando nelle sue circostanze fisiche il dramma essenziale della Redenzione che domina la nostra effimera esistenza terrena e regola definitivamente la nostra vita eterna.

Giungevo con molto spesso a dimenticare l'oggetto primitivo delle mie ricerche. La mia indagine appassionata non aveva che un obiettivo: Gesù è morto per me; ma come è morto? Questione che sconvolge profondamente, lo si comprende, un cristiano e per di più un chirurgo. Francamente, l'autenticità della Sindone non aveva per me sin dall'inizio che un'importanza molto secondaria: si sarebbe commesso un errore altrettanto grave ponendomi nel numero dei suoi difensori appassionati, quanto nel numero dei suoi avversari accaniti. Ancor oggi, la mia posizione è, come allora, imparziale poichè, come diceva Sua Santità Pio XI, attorno alla Sindone vi è ancora molto mistero. Ed io non sono assolutamente sicuro che gli studiosi futuri (non dico la Scienza, ignorando chi sia questa Signora) giungeranno mai a dissiparlo completamente.

Penso attualmente che sia un'assurdità e una pretesa scientifica insostenibile, affermare che queste impronte sono opera di un falsario. Credo fermamente che questo Lenzuolo ha avvolto il cadavere di Gesù e la Sua divinità; vi credo, come credo alla gravitazione universale ed al peso; vi credo come si crede ad una verità scientifica, perchè essa concorda con tutte le nostre attuali conoscenze. Sono quindi dispostissinno, come lo si deve essere in materia scientifica, ad abbandonare o a modificare nei suoi particolari questa convinzione, se fatti nuovi indubbi verranno ragionevolmente a costringermici. Dio solo conosce verità assolute o, meglio, la Verità: Egli e coloro ai quali a Lui piacque rivelarne dei frammenti.

Quanto alla Sindone, l'ho dapprima ascoltata con orecchio scettico: ma le sue parole mi si rivelavano sempre sincere e veritiere anche quando erano a tutta prima difficilmente comprensibili. Così mi sono lasciato prendere, a poco a poco, per essa, da uua particolarissima tenerezza: come per un bravo testimonio la cui candida astuzia e le cui oscurità possono per un istante mettervi fuori strada, ma della cui profonda onestà si è ben sicuri.

La stessa tenerezza ho sentito dichiarare spontaneamente da un uomo che per le sue discipline storiche propendeva un tempo per la non autenticità e che, in seguito alla attenta lettura delle impronte, si era commosso fino a credere oggi impossibile l'ipotesi di un falso. Comunque, non si illudeva, più di me, sulla difficoltà considerevole di provarne scientìificamente l'autenticità.

Mi si permetta, quindi, terminando questa esposizione obiettiva, di fare, per così dire, il punto delle nostre attuali conoscenze.

E' ormai acquisito, senza alcuna possibilità di dubbio, che le impronte della Sindone non sono opera dell'uomo, ma si sono formate spontaneamente. Non sappiamo, invece, assolutamente, di scienza certa, come e quando esse si siano prodotte e manifestate, almeno per ciò che concerne le impronte corporali. Per le immagini sanguigne, anche al di fuori d'ogni eventuale ed augurabile ricerca chimicofisica, credo di poter affermare sin d'ora che esse sono la riproduzione per contatto diretto, per decalco, dei grumi di sangue formatisi naturalmente sulla superficie cutanea del Crocifisso.

Abbiamo sufficientemente esaminato tutto ciò nei particolari, per cui mi sembra inutile insistervi ancora. Vorrei semplicemente riassumere i fatti che più mi hanno colpito, come postulanti inoppugnabili della autenticità della Sindone. Alcuni sono d'ordine generale e soprattutto fotografico, altri d'ordine anatomofisiologico. Si comprende come questi ultimi mi abbiano maggiormente colpito: ed io ho lo stretto dovere di metterli ancora più chiaramente in rilievo a beneficio dei profani.

I primi si riassumono molto semplicemente. Le impronte del corpo hanno tutti i caratteri di un perfetto negativo fotografico. Ora, la nozione stessa del negativo non solo non era nota, ma nemmeno concepibile nel XIV secolo. Anche pittori moderni non sono riusciti a darci una copia esatta della Sindone. Nè resiste all'esame l'assurda ipotesi della inversione d'un positivo in un negativo.

Non v'è traccia di pittura anche nelle fotografie a forte ingrandimento diretto. Tutta la gamma dei chiaroscuri è ottenuta per semplice imbrunimento dei singoli fili della stoffa. Una tintura, d'altronde, si rivela incapace di ottenere gradazioni di una tale finezza. Soltanto la natura può produrle, per esempio, nel fenomeno della fotografia. Si rileggano, per maggiori particolari, le attinenti conclusioni di Enrie al cap. I (E, 2°).

Si aggiunga che il corpo e soprattutto il volto della Sindone hanno un carattere impersonale e senza alcun rapporto con nessuno stile pittorico. In particolare, nessuna pittura del XIV secolo li ricorda neppure lontanamente, nè si avvicina alla loro perfezione. Da questo punto di vista artistico, consiglio vivamente di consultare il bel lavoro di Vignon (Le Saint suaire, edito a Parigi nel 1938) sulla verosimile progenitura del S. Volto della Sindone nelle pitture antiche, soprattutto bizantine.

Infine ricordiamo che il cadavere della Sindone è completalnente lindo. Nessun pittore ha mai osato rappresentarlo così. Il maggior ragione, un falsario non ne avrebbe avuto l'audacia su una tela proposta alla venerazione dei fedeli.

Vediamo ora le impronte sanguigne. Notiamo che nella maggior parte sembrano anormali, bizzarre, differenti dall'iconografia tradizionale con cui, più spesso, contrastano. Ora, gli esperimenti mi provano che esse sono esattamente conformi alla realtà. E' l'uso artistico, frutto (d'altronde legittimo) della immaginazione, che è sempre in errore. Un falsario avrebbe naturalmente obbedito a questa tradizione ed avrebbe evitato di introdurre novità tali da compromettere la riuscita della sua soperchieria. Passimo rapidamente in rassegna queste anomalie rivoluizionarie.

Le piaghe della flagellazione hanno un'abbondanza, un realismo ed una conformità ai dati archeologici, che contrastano stranamente con le povere immagini dei pittori d'ogni tempo.

I rivoli di sangue determinati dalla corona di spine, i grumi che essi hanno formato, sono d'una realtà inimmaginabile. (Rivedere la descrizione d'uno di questi grumi frontali al cap. IV, D).

Il trasporto della croce ha lasciato tracce di escoriazioni perfettamente conformi all'osservazione che ne ho potuto fare. Chi vi ha mai pensato, se non qualche mistico? E quale artista ha mai immaginato quelle contusioni del volto e quella frattura della cartilagine dorsale del naso?

La mano è perforata a livello del carpo; qui soltanto, il chiodo può tenere saldamente. Prima della conoscenza della Sindone, il foro veniva sempre collocato nella palma.

Il pollice è in opposizione nella palma. L'esperimento dimostra che non può rimanere disteso.

Un pittore avrebbe probabilmente raffigurato i quattro fori delle due mani e dei due piedi: mentre sulla Sindone se ne vedono soltanto due.

Il sangue scende dal carpo secondo la verticale. E, trovata geniale per un falsarlo, vi sono due colate divergenti ad angolo acuto; nè può essere diversamente quando si conoscono le alternative di accasciamento e raddrizzamento, nella lotta contro la tetania asfissiante.

La piaga del cuore è situata a destra. E' d'altronde la rappresentazione più frequente (benchè corrisponda alla realtà!). Ma la tradizione ed il falsario non ne conoscevano il motivo; nè sapevano che un colpo vibrato a sinistra, penetrando nei ventricoli, non avrebbe determinato fuoruscita di sangue, che è contenuto soltanto nell'orecchietta. E soprattutto era radicata la falsa idea che nel cadavere non vi fosse più sangue liquido. Si trattava dunque d'un miracolo? In verità, un grandissimo miracolo per giustificare questo enorme coagulo anteriore, per cui è necessaria una grande fuoruscita di sangue.

E perchè questa colata ha determinato un coagulo a margine irregolare e frastagliato? Il falsario, un esperto in anatomia, ha pensato alle digitazioni del muscolo grande dentato? Ha pure previsto, dipingendo la colata trasversale posteriore, che in posizione orizzontale il sangue accumulatosi nella pleura sarebbe rifluito attraverso la piaga del costano e poi disceso trasversalmente nella schiena durante il trasporto al sepolcro? Ma egli non è stato ricompensato dei suoi sforzi d'immaginazione, poichè nel 1598 Mons. Paleotto interpreterà questa immagine bizzarra come la impronta di una catena che avrebbe scorticato quelle povere reni!

Ma proseguiamo. Perchè poi, ha allontanato il gomito destro più del sinistro, allungando contemporaneamente il braccio e, l'avambraccio destri? Era proprio perchè ci si potesse spiegare il contatto della Sindone con la piaga del cuore che è in un piano posteriore?

Comunque questo pittore doveva aver visto morire dei crocifissi per asfissia tetanica, in inspirazione forzata, per darcene un'immagine così impressionante: quel torace iperesteso con i pettorali contratti e rilevati; i margini costali sopraelevati; il marcato infossamento dell'epigastrio in seguito alla elevazione delle coste, e non (come dice Hynek) in seguito a contrazione di diaframna; il diaframma, muscolo inspiratorio, dovrebbe sollevare l'epìgastrio, ma qui non può vincere questo spaventoso infossamento dovuto alla dilatazione del torace; la sporgenza infine dell'ìpogastrìo determinata dai visceri compressi precisaniente dal diaframma contratto. Pittura stupenda, dove non si trova un solo errore!

Trascuriamo i particolari minuziosi delle due colate successive sulla pianta del piede destro, una diretta verso le dita, l'altra verso il calcagno.

Non discutiamo se il pittore abbia voluto mostrarci in alcuni particolari la morte per tetania, mettendo in rilievo l'incurvamento in avanti del corpo in « emprostdtono » e tante altre minuzie, il cui elenco lascio completare al lettore. Tutti questi particolari, esatti e confermati come veri dall'esperienza, che abbiamo esaminati uno per uno, non sono tuttavia secondo gli avversari dell'autenticità che «tracce troppo incerte» su cui «deliberatamente evitiamo di soffermarci ». Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere!

Concludendo, questo falsario, ottimo anatomista e fisiologo, oltre che artista d'eccezione, qualunque sia l'epoca in cui lo si voglia far vivere, è evidentemente un genio di tale levatura, che in verità è stato necessario fabbricarlo su Misura!

Ritornando ora alla formazione di tutte queste impronte sanguigne, credo di aver dimostrato un certo numero di fatti. Anzitutto è impossibile ottenere immagini così belle, e bordi così nitidi, come sulla Sindone, con un qualsiasi liquido colorante, fosse pure sangue liquido. Non vi è sulla Sindone quasi nessuna immagine di colate di sangue come le rappresentano i pittori. D'altronde è assurdo pensare che il cadavere, dissanguato durante il trasporto al Sepolcro, abbia potuto ancora emettere quantità notevoli di sangue nella Sindone.

Tutte le immagini sanguigne sono dunque decalchi di coagulo freschi o rammolliti dal vapor acqueo, che emana normalmente da un cadavere per un tempo abbastanza lungo. Le impronte di questi coaguli di una naturalezza e realtà impressionanti, in tutti i minimi particolari non sono realizzabili che dalla natura, che li ha formati sulla, pelle e li ha impressi sulla tela. Si tratta di riproduzioni così perfette di coaguli naturali, che nessun artista avrebbe potuto immaginarli con tutte le loro particolarità, senza parlare delle insormontabìli difficoltà di esecuzione di fronte a cui chiunque avrebbe dovuto indietreggiare.

Questa Sindone ha dunque contenuto il cadavere di un crocifisso. Potrebbe trattarsi d'altri che di Gesù? Ipotesi inverosimile, su cui non mi dilugherò. La maggior parte dei crocifissi portava è vero quasi tutti questi segni, ivi compresa la flagellazione regolamentare e, per alcuni, il colpo di lancia. Ma in questo caso, il cadavere è stato tolto dal lenzuolo dopo un tempo molto breve: il poco che si conosce; circa la formazione delle impronte, ci prova che un'esposizione troppo prolungata e, in ogni caso, la putrefazione, avrebbero reso meno nitide e più velate queste impronte negative. Inoltre per quale altro crocifisso si sarebbe così pietosamente conservato il lenzuolo? E poi quale altro crocifisso, sotto un ironico pretesto di regalità, è stato incoronato di spine? La storia ne cita uno solo: Quello dei Vangeli.

Infine, vi lascio contemplare a vostro agio questo Volto meraviglioso, in cui, sotto la maschera semitica, traspare la divinità, e mi direte quale artista ne ha mai dipinto uno che Gli rassomigli, con questo carattere sovrumano.

E' d'altronde possibile, come ha potuto dimostrare Vignon, che il tramandarsi di questo tipo di Cristo presso gli artisti risalga ad antiche copie più o meno bene interpretate della Santa Sindone.

« In verità quest'uomo è veramente il Figlio di Dio ».

Questo il risultato delle mie ricerche, quelle anatomiche e le altre, sulle piaglie di Cristo. Spero di aver dato l'impressione, conforme d'altra parte alla realtà, di averle condotte in assoluta indipendenza di spirito, con la maggiore obiettività scientifica. Le avevo iniziate con un certo scetticismo, o almeno con un dubbio cartesiano, dispostissimo a negarne non avessero concordato con la realtà l'autenticità, con la realtà anatomica.

Viceversa i fatti vestivano via via a raccogliersi in un fascio di prove sempre più convincenti. non solo le immagini si spiegavano con una naturalezza e una semplicità che ne consacravano la veracità; ma proprio quando sembravano a tutta prima anormali, l'esperienza dimostrava che erano quali dovevano essere, non potevano essere differenti e non erano tali da poter essere opera di un falsario che avesse seguito le tradizioni iconografiche correnti. L'anatomia testimoniava quindi in favore dell'autenticità, in pieno accordo con i testi evangelici.

Noi possediamo dunque la Sindone in cui è stato avvolto Cristo, che reca l'impronta del Suo Corpo e le tracce del Suo Sangue. E' la reliquia più insigne che vi sia al mondo, una reliquia del Corpo di Nostro Signore. Per chi sa leggerla e sa riflettervi, è la più bella, la più commovente meditazione della Passione.

Di fronte a questa immagine del Salvatore, ancora ornata dei fiori della Redenzione, ancora impregnata del Sangue divino versato per i nostri peccati, possiamo veramente ripetere, come dopo la Comunione: « Tua vulnera considero, illud prae oculis habens quod jam in ore ponebat tuo Daviid propheta de te, o borse Jesu: Foderunt ntantcs incas et pedes nueos, dinuna,eraverunt oirtnia ossa mea » « Vado considerando le Tue piaghe, avendo dinanzi agli occhi, ciò che già poneva sulla Tua bocca il profeta Davide, di Te, o buon Gesù: hanno forato le mie mani ed i miei piedi; hanno contato tutte le mie ossa ».

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CAPITOLO DODICESIMO

La passione corporale di Gesù

Ho scritto questa meditazione il giorno della Circoncisione del 1940.

Se esiste una leggenda radicata negli animi, essa è quella della durezza di cuore dei chirurghi: si dice che l'assuefazione affievolisce le sensazioni e che questa abitudine, sorretta dalla necessità d'un male per un bene, ci riduce in uno stato di serena insensibilità. Nulla di più falso. Se ci irrigidiamo contro l'emozione che non deve manifestarsi e, neppure interiormente, turbare l'atto chirurgico (come il pugile, istintivamente, contrae l'epigastrio dove attende il colpo), la pietà rimane in noi sempre viva ed anzi si affina con l'età. Quando ci si è chinati per anni sulla sofferenza altrui, quando la si è provata in noi stessi, si è certo più vicini alla compassione che all'indifferenza, poichè si capisce meglio il dolore e se ne conoscono meglio le cause e gli effetti.

Così un chirurgo, quaudo ha meditato sulle sofferenze della Passione, ne ha analizzato i tempi e le circostanze tisiologiche e si è sforzato di ricostruire metodicamente tutte le tappe di questo martirio di una notte e di un giorno, può, meglio del più eloquente predicatore, meglio del più santo degli asceti (a parte coloro che ne ebbero la visione diretta, e ne furono annientati), prender parte alle sofferenze del Cristo. Vi assicuro che è abominevole: per parte mia, sono giunto a non più osare di pensarvi. Sarà viltà, senza dubbio, ma ritengo che si debba avere una virtù eroica a non capire, che si debba essere santi o incoscienti, per poter fare una « Via Crucis ». Quanto a me, non lo posso più.

Ed è tuttavia questa « Via Crucis » che sono stato pregato di scrivere: ed io non voglio rifiutarmi, certo che essa farà del bene. 0 bone et dulcissinie Jesu, aiutatemi. Voi che le avete sopportate, fate che io sia in grado di descrivere queste Vostre sofferenze. Forse, sforzandomi di rimanere obiettivo, opponendo all'emozione la mia « insensibilità » di chirurgo, potrò giungere sino in fondo. Se singhiozzerò prima della fine, mio povero amico che leggi, fa come me senza vergogna; vorrà soltanto dire che avrai capito. Seguimi dunque: abbiamo per guida i testi sacri e la Santa Sindone, il cui studio scientifico me ne ha dimostrato l'autenticità.

In realtà la Passione inizia alla Natività, poichè Gesù, nella Sua onniscienza, ha sempre saputo, visto e voluto le sofferenze che attendevano la Sua Umanità. Il primo sangue fu versato per noi nella Circoncisione, otto giorni dopo la nascita. Si può già immaginare che cosa dev'essere per un uomo la previsione esatta del suo martirio.

Di fatto è nel Getsemani che incomincierà l'olocausto. Gesù, dopo aver dato ai Suoi la Sua carne da mangiare ed il Suo sangue da bere, li conduce con sè di notte, come al solito, nell'orto degli olivi. Li lascia sdraiare presso l'ingresso, conduce un po' più lontano i Suoi tre intimi e si allontana da loro di un tiro di sasso per prepararsi pregando. Sa che la Sua ora è venuta. Egli stesso ha mandato il traditore di Karioth : « quod facis, fac citfts » (ciò che fai, fallo presto Giov., XIII, 27). Ha fretta di farla finita e lo vuole. Ma poiché ha rivestito, incarnandosi, quella forma di schiavitù che è la nostra umanità, questa si ribella ed inizia la tragedia della lotta tra la Sua volontà e la natura. « Coepit pavere et taedere » (Incominciò ad atterrirsi ed attristarsi MARCO, XIV, 33).

Quella coppa che Egli deve bere contiene due amarezze anzitutto i peccati degli uomini di cui deve caricarsi, Egli il giusto, per redimere i Suoi fratelli, e questa è senza dubbio la prova più dura, una prova che non possiamo immaginare poichè i più santi di noi sono coloro che più vivamente sentono la loro indegnità e la loro infamia. Forse, comprendiamo meglio il prevedere, il soffrire in anticipo le torture fisiche, che Egli subisce già nel pensiero: eppure non abbiamo provato che il brivido retrospettivo delle sofferenze passate. Dev'essere qualcosa di indicibile: « Pater, si vis, transfer calicem istuin a nrc; verumtarnen non mea voluntas sed tua fiat ». (Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; però non si faccia la mia rna la tua volontà. LUCA, XXII, 42). E' qui la Sua Umanità che parla... e che si sottomette, poichè la Sua Divinità sa ciò che vuole da tutta l'eternità: l'Uomo si trova in un punto morto. I Suoi tre fedeli sono addormentati « prae tristitia », per la tristezza dice S. Luca (XXII, 45). Poveretti.

La lotta è spaventosa: un angelo scende per confortarlo, ma nello stesso tempo per raccogliere, sembra, la Sua accettazione. « Et factus in agonia, prolixius orabat. Et factus est sudo), eius sieut guttae sanguinis decurrentis in terrant ». (Ed entrato in agonia, pregava più intensamente: e diede in un sudore, come di grugni di sangue che cadevano sino a terra. LUCA, XXII, 44). Si tratta del sudor di sangue che alcuni esegeti razionalisti, subodorando qualche miracolo, hanno interpretato come simbolico. E' curioso constatare quante bestialità questi materialisti moderni possono dire in materia scientifica. Sottolineiamo che, il solo Evangelista che riporta il fatto è un medico. Ed il nostro venerato collega Luca, utediccs carissimus, (119pist. di S. Paolo ai Qolossesi), lo fa con la precisione e concisione d'un buon clinico. L'ematoidrosi è un fenomeno rarissimo ma esattamente descritto. Essa sì produce, come scrive il Dott. Le Bec, « in condizioni particolarissime: una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale, conseguenza di una profonda emozione, di una grande paura » (Le supplice de la Croiw, Parigi, 1925, loc. cit.) (« et coepit pavere et taedere »). Il terrore, lo spavento e la scossa morale sono qui al massineo grado. E' ciò che Luca chiama « agonia » che, in greco, significa lotta ed ansietà. « E diede in un sudore, come di grumi di sangue, che cadevano sino a terra ».

A che serve spiegare il fenomeno? Una intensa vasodilatazione dei capillari sottocutanei che si rompono a contatto dei cul di sacco dei milioni di ghiandole sudoripare. Il sangue si mescola al sudore e si coagula sulla pelle, dopo essudazione. Ed è questo insieme di sudore e di grumi, che si raccoglie e discende per tutto il corpo, in quantità sufficiente per cadere al suolo. Da notare che questa emorragia microscopica si produce in tutta la pelle, la quale è in tal modo già lesa nel suo insieme, per così dire indolenzita e resa fragile per tutti i colpi futuri. Ma andiamo avanti.

Ecco Giuda ed i servi del Sinedrio, armati di spade e di bastoni e recanti corde e lanterne. Vi è pure la coorte dei soldati del Tempio comandati dal loro tribuno. Ci si è ben guardati dall'avvisare i romani e la coorte della torre Antonia. Il loro turno non verrà che quando gli Ebrei, dopo aver pronunziato la loro sentenza, cercheranno di farla ratificare dal procuratore. Gesù si fa avanti: una Sua parola basta a far cadere a terra i Suoi aggressori, ultima manifestazione del Suo potere, prima di abbandonarsi alla volontà divina. Il bravo Pietro ne ha approfittato per mozzare l'orecchia di Marco e, ultimo miracolo, Gesù l'ha riattaccata.

Ma la turba urlante s'è ripresa, ha legato il Cristo e lo conduce, senza riguardi, lo si può credere, non curandosi dei personaggi di secondo piano. E' l'abbandono, almeno apparente. Gesù sa che Pietro e Giovanni lo seguono di lontano (« a longe » MARCO, XV, 54; Geov., XIX, 15) e che Marco non scamperà, all'arresto se non fuggendosene nudo, dopo aver lasciato nelle mani delle guardie la « sindone » che lo copriva.

Ed eccoli davanti a Caifa ed al Sinedrio. E' notte fonda non può trattarsi che di una istruttoria preliminare. Gesù rifiuta di rispondere: ha predicato apertamente la Sua dottrina. Caifa è disorientato, furioso ed una delle sue guardie, traducendo questo sdegno, dà uno schiaffo all'imputato: « sic respondes Pontifici »? (così rispondi al Pontefice? Giov., XVIII, 22).

Ma questo non è nulla: bisogna attendere il mattino, per poter udire i testimoni. Gesù è trascinato fuori della sala, nel cortile vede Pietro che l'ha rinnegato tre volte e con uno sguardo lo perdona. Lo si trascina in qualche sala sotterranea e la canaglia dei servi se la spasserà sulle spalle di questo falso profeta (debitamente legato), che ancora poco fa li ha gettati a terra con non si sa quale stregoneria. Lo si tempesta di schiaffi, di pugni, gli si sputa sul viso, e poichè non c'è modo di dormire, si cerca di divertircisi un poco. E, velatoGli il volto, ciascuno lo colpisce: gli schiaffi risuonano e questi bruti hanno la mano pesante: « Profetizza dicci, Cristo, chi ti ha percosso ». Il Suo corpo è già tutto un dolore, la Sua testa rintrona come una campana; Egli è colto da vertigini... e tace. Con una sola parola, potrebbe annientarli « et non aperuit os suum » (e non aprì. bocca ISAIA, LIII, 7). Questa plebaglia finisce per stancarsi e Gesù attende.

Alle prime luci del giorno, seconda udienza, sfilata pietosa di falsi testimoni che non provano nulla. Bisogna che Egli stesso si condanni, affermando la Sua filiazione divina, e quel volgare istrione di Caifa proclama la bestenunia strappandosi le vesti. Oh, rassicuratevi: questi buoni Giudei prudenti ed avari hanno un abito preparato e ricucito leggermente che può servire un gran numero di volte! Non resta che ottenere da Roma la condanna a morte che essa ha arrogato a sè in questo paese di protettorato.

Gesù, già spossato per la fatica ed indolenzito per i colpi, verrà trascinato all'altro capo di Gerusalemme, nella città alta, alla torre Antonia, specie di cittadella di dove la maestà romana assicura l'ordine nella città troppo agitata per i suoi gusti. La gloria di Roma è rappresentata da un disgraziato funzionario, piccolo romano della classe dei cavalieri, un « arrivato » ben felice di esercitare il comando, tuttavia difficile, su un popolo fanatico, ostile ed ipocrita. Pilato è preoccupato di conservare il suo posto, ma si trova preso tra gli ordini imperativi di Roma e le mene sornione di questi Ebrei, spesso molto in favore presso gli imperatori. Insomma, si tratta di un pover'uomo. Non ha che una religione, se ne ha una, quella del Divies Caesar. E' il prodotto mediocre della barbara civiltà, della cultura materialista. Ma come prendersela con lui? E' come l'hanno fatto la vita di un uomo ha per lui poco valore, soprattutto se non si tratta di un cittadino romano. La pietà non gli è stata insegnata e non conosce che un dovere: mantenere l'ordine. (A Roma s'immaginano che sia facile!). Tutti questi Ebrei litigiosi, mentitori e superstiziosi, con tutti i loro « tabù» e la loro mania di lavarsi per nulla, la loro servilità e la loro insolenza e le vigliacche denunce al ministero contro un amministratore coloniale che fa del suo meglio, tutto ciò lo disgusta. Egli lì disprezza... e li teme.

Gesù invece (eppure in quale stato gli compare dinanzi, coperto di ecchimosi e di sputi!), Gesù gli si impone e gli è simpatico; ed egli farà tutto quanto sarà in suo potere per strapparlo alle unghie di questi energumeni: « et quaerebat dimettere illum » (e cercava di liberarlo Glov., XIX, 12).

« Gesù egli dice è Galileo: passiamolo a quella vecchia canaglia di Erode che recita la parte del reuccio negro e crede d'essere chi sa chi ». Ma Gesù disprezza quella volpe e non gli risponde verbo. Ed eccolo di ritorno con la turba urlante e quegli insopportabili farisei che schiamazzano in tono acutissimo, agitando le loro barbette. « Odiose queste chiacchiere! Che restino fuori, visto che si sentirebbero contaminati se entrassero in un pretorio romano! ».

Ponzio interroga questo pover'uomo che lo interessa. E Gesù non lo disprezza. Ha pietà della sua invincibile ignoganza, gli risponde con dolcezza e tenta persino di istruirlo. « Ah! pensa Pilato se non ci fosse questa canaglia che urla qui fuori, una buona sortita della coorte farebbe in fretta « curn gladio » (spada alla mano) a far tacere i più schiamazzanti e a disperdere gli altri. Non è molto che ho fatto massacrare nel Tempio qualche galileo troppo agitato. Sì, ma questi sornioni uomini del Sinedrio incominciano ad insinuare che non sono amico di Cesare e con questo non c'è da scherzare! E poi « Mehercle » (per Ercole) che cosa significano tutte queste storie di Re dei Giudei, Figlio dì Dio, Messia? » Se Pilato avesse letto le Scritture, forse sarebbe stato un altro Nicodemo, poichè anche Nicodemo è un vile; ma sarà la viltà a rompere gli argini. « Quest'uomo è giusto; io lo faccio flagellare (oh, la logica romana!); forse questi bruti ne avranno pietà ».

Ma anch'io sono un vile: perchè se mi attardo a difendere questo Quirite lamentevole, è soltanto per ritardare il mio dolore. « Tunc ergo apprehendit Pilatus Jesum et flagellavit » (Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare Grov., XIX, 1).

 

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I soldati di guardia conducono Gesù nell'atrio del Pretorio e chiamano alla riscossa tutta la coorte: le distrazioni sono rare in questo paese di occupazione. Tuttavia il Signore ha dimostrato spesso una speciale simpatia per i militari. Come ha ammirato la confidenza e l'umiltà di quel centurione e la sua affettuosa premura per il suo servo che Egli ha guarito! (Nulla mi toglierà la convinzione che si trattava dell'attendente di quell'ufficiale di fanteria coloniale). E fra poco, il centurione di guardia al Calvario per primo proclamerà la Sua divinità. La coorte sembra presa da un delirio collettivo, che Pilato non ha previsto. Satana è là, a suggerire loro l'odio.

Ma basta. Non più parole: soltanto colpi; e procuriamo di anelare sino alla fine. Essi lo spogliano e, del tutto nudo, lo legano per i polsi a una colonna dell'atrio, con le braccia sollevate in alto.

La flagellazione si effettua con delle striscie di cuoio multiple, su cui sono fissate, a qualche distanza dall'estremità libera, due palle di piombo o degli ossicini. (E' almeno a questo genere di flagrum che corrispondono le impronte della Sindone). Il numero dei colpi è fissato a 39 dalla legge ebraica. Ma i carnefici sono legionari scatenati, che andranno sino al limite della sincope. Infatti le tracce sulla Sindone sono innumerevoli e la maggior parte sulla impronta posteriore (la parte anteriore del corpo è contro la colonna); si vedono sulle spalle, sulla schiena, sulla regione lombare e anche sul petto. I colpi di flagello scendono sulle cosce, sui polpacci: e là, l'estremità delle striscie, oltre le pallottole di piombo, avvolge l'arto e lascia il suo solco fin sulla faccia anteriore delle gambe.

I carnefici sono due, uno da ciascun lato, e sono di ineguale corporatura (come si deduce dall'orientamento delle impronte sulla Sindone). Essi colpiscono accanitamente, con grande sforzo. Ai primi colpi le corregge lasciano delle lunghe tracce livide, delle lunghe ecchimosi bluastre sottocutanee. Si ricordi che la pelle è già stata alterata, resa più sensibile dai milioni di piccole emorragie intradermiche del sudor di sangue. Le palle di piombo determinano maggiori contusioni. Poi la pelle, infiltrata di sangue e resa più fragile, si apre sotto nuovi colpi. Il sangue zampilla; lembi di pelle si distaccano e restano pendenti. Tutta la parte posteriore non è più elle una superficie rossa su cui risaltano grandi solchi marezzati; e qua e là, le piaghe profonde dovute alle palle di piombo. Queste piaghe in forma di manubrio (le due palle e le striscie tra di loro) s'imprimeranno sulla Sindone.

Ad ogni colpo, il corpo trasale in un doloroso soprassalto. Ma Egli non apre bocca e questo mutismo raddoppia la furia satanica dei Suoi carnefici. Non è più la fredda esecuzione di un ordine giudiziario; è uno scatenarsi di demoni. Il sangue scorre dalle spalle fino a terra (le larghe lastre del pavimento ne sono coperte) e si sparge in pioggia, dai flagelli sollevati, fin sulle rosse clamidi degli spettatori. Ma ben presto le forze del suppliziato vengon meno: un sudor freddo inonda la Sua fronte, la testa Gli gira in una vertigine di nausea, brividi Gli corron lungo la schiena. Le gambe cedono ed Egli, se non fosse legato molto in alto per i polsi, cadrebbe nella pozza di sangue. « Ha avuto quanto gli spettava, anche se non abbiamo contato. Dopo tutto, non abbiamo ricevuto l'ordine di ucciderlo a frustate. Lasciamo che si rimetta; possiamo ancora divertirci ».

« Ah! questo scemo pretende di essere Re, come se ce ne fossero sotto le aquile romane, e Re dei Giudei ancora; è il colmo del ridicolo. Ha delle noie con i suoi sudditi? Non ci pensi: noi saremo suoi fidi. Presto, un manto ed uno scettro ». Lo hanno fatto sedere su una base di colonna (non è molto solida la Maestà!). La vecchia clamide d'un legionario sulle spalle nude Gli fa le veci della porpora regale; una grossa canna nella destra e sarebbe perfetto, se non vi mancasse una corona: qualcosa di originale! (Tra 19 secoli, contribuirà a farlo riconoscere questa corona, che nessun crocifisso ha portato). In un angolo, una fascina di quegli arbusti che abbondano nei cespugli del sobborgo. Sono flessibili e forniti di lunghe spine, molto più lunghe, più acute e più dure di quelle dell'acacia. Se ne intreccia con precauzione (poichè pungono) una specie di fondo di canestro che Gli si applica sul capo. Se ne ribattono i bordi e con una fascia di giunchi ritorti si serra la testa tra la nuca e la fronte.

Le spine penetrano nel cuoio capelluto ed esso sanguina. (Noi chirurghi sappiamo quanto sanguini il cuoio capelluto). Già il capo è tutto invischiato di grumi; lunghi rivoli di sangue sono colati sulla fronte, sotto la fascia di giunchi, hanno inondato i lunghi capelli arruffati ed hanno riempito la barba.

La commedia dell'adorazione ha avuto inizio. A turno ciascuno piega le ginocchia davanti a Lui, con una smorfia spaventosa, seguita da un forte schiaffo: « Salve, Re dei Giudei! ». Ma Egli non risponde. Il Suo povero viso, straziato ed impallidito, non ha un movimento. Davvero non è divertente!

Esasperati, i fedeli sudditi Gli sputano sul viso. « Non sai tenere il tuo scettro, via! ». E giù un gran colpo sul cappello di spine, che si affonda ancor di più; ed ecco che piovono altri schiaffi. Non mi ricordo più: è stato uno di questi legionari o l'ha ricevuto da qualcuno del Sinedrio? Ma ora vedo che un forte colpo di bastone dato obliquamente Gli ha lasciato sulla guancia destra un'orribile piaga contusa e che il Suo grande naso semitico, così nobile, è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea. Il sangue cola dalle narici sui baffi. Basta, mio Dio!

Ma ecco ritornare Pilato, un po' inquieto sulla sorte del prigioniero: « Che cosa ne avranno fatto quei bruti? Ah! l'hanno ridotto in ben malo modo! Se i Giudei non sono contenti! ». E lo mostra dal balcone del Pretorio nella Sua divisa regale meravigliato egli stesso di sentire un po' di pietà per quello straccio d'uomo. Ma egli ha fatto i conti senza l'odio: « Tolle, crucifige! » (A morte, crocifiggilo! Giov., XXI, l5). Ah! i demoni! E l'argomento terribile per lui: « Egli s'è fatto re; se tu l'assolvi non sei amico di Cesare ». Allora il vile cede e si lava le mani. Ma, come scriverà S. Agostino (Tr. super psalims, Ps. 63), «non sei tu, Pilato, che L'hai ucciso; ma i Giudei con le loro lingue taglienti; in confronto a loro, tu sei molto più innocente ».

Gli strappano la clamide che già ha aderito a tutte le Sue ferite, ed il sangue riprende a scorrere: Egli ha un gran brivido. Gli rimettono le Sue vesti che si tingono di rosso. La croce è pronta ed Egli stesso si carica il legno sulla spalla destra. Per quale miracolo di energia Egli può stare in piedi sotto tale peso? Non è, veramente, tutta la croce, ma solo il grosso braccio orizzontale, il « patibulum », che Egli dovrà portare fino al Golgota; ma esso pesa ancora una cinquantina di chili. Il palo verticale, lo « stipes », è già piantato sul Calvario.

Ed il cammino incomincia, a piedi nudi, per strade dal fondo irregolare cosparso di ciottoli. I soldati Lo tirano con le corde che Lo legano, ansiosi di sapere se giungerà fino in cima. Due ladroni Lo seguono, nella stessa guisa. Il percorso fortunatamente non è molto lungo, circa 600 metri; ed il colle del Calvario è poco fuori di porta Efraim. Ma il tragitto è molto accidentato, anche nell'interno dei bastioni. Gesù penosamente, mette un piede davanti all'altro e spesso si accascia e cade sulle ginocchia che non sono ben presto che una piaga. I soldati di scorta Lo sollevano, senza trattarlo troppo brutalmente; sentono che Egli potrebbe benissimo morire per via.

E sempre quella trave, in equilibrio sulla spalla, che lo ammacca con le sue asperità e che sembra volervi penetrare di forza. Io so di che cosa si tratta: ho trasportato una volta al V° Genio, delle traverse di ferrovia, ben piallate, e conosco questa sensazione di penetrazione in una spalla ferma e sana. Ma la Sua spalla è coperta di piaghe che si riaprono, si allungano, si approfondiscono ad ogni piè sospinto. E' spossato. Sulla Sua tunica inconsutile una enorme macchia di sangue va sempre più allargandosi e si estende poi fin sulla schiena. Egli cade ancora e questa volta lungo disteso; la trave Gli sfugge e Gli scortica il dorso. Potrà rialzarsi? Fortunatamente passa di là un uomo di ritorno dai campi, quel Simone di Cirene che, come i suoi figli Alessandro e Rufo, sarà, presto buon cristiano. I soldati lo costringono a portare quella trave; il buon uomo non domanda di meglio. Oh! come lo farei volentieri anch'io! Non c'è più da, salire, finalmente, che il pendio del Golgota e faticosamente si giunge in cima. Gesù si accascia al suolo e la crocifissione ha inizio.

Oh! non c'è nulla, di complicato: i carnefici sanno il loro mestiere. Bisogna anzitutto denudarlo. Per le vesti esterne è ancor facile; ma la tunica aderisce intimamente alle Sue Piaghe, per così dire a tutto il corpo, e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai tolto la prima medicazione già disseccata da una larga piaga contusa? o non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? In tal caso, potete in parte rendervi conto di che cosa si tratta. Ogni filo di lana aderisce alla superficie scoperta e quando lo si solleva strappa una delle innumerevoli terminazioni nervose messe a nudo nella piaga. Queste migliaia di chocs dolorosi s'addizionano e si moltiplicano, ciascuno aumentando via via la sensibilità del sistema nervoso. Ora, qui non si tratta di una lesione locale, ma di quasi tutta la superficie del corpo e soprattutto di questa schiena ridotta in stato deplorevole. I carnefici frettolosi non hanno nè modo nè misura. Forse è meglio così, ma come mai questo dolore acuto, atroce, non provoca una sincope? Come è evidente che da un capo all'altro, Egli domina e dirige la Sua Passione!

Il sangue riprende a scorrere; Lo distendono sul dorso. Gli hanno lasciato la stretta cintola che il pudore dei Giudei conserva ai giustiziati? Confesso di non saperlo. Ciò ha d'altronde poca importanza; comunque nella Sua Sindone Egli sarà nudo. Le piaghe del Suo dorso, delle cosce, dei polpacci, s'incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo hanno messo ai piedi dello stipes, con le spalle distese sul patibulum. I carnefici prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l'orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato che in corrispondenza della testa è largo 8 mm.), lo appoggia sul polso, in quella piega anteriore che conosce per esperienza. Un solo colpo del grosso martello: il chiodo è già piantato nel legno, ove qualche colpo energico lo fissa saldamente.

Gesù non ha gridato, però il Suo viso si è spaventosamente contratto. Ma soprattutto ho visto nello stesso istante il Suo pollice, con un movimentò violento, prepotente, mettersi in opposizione nel palmo: il Suo nervo mediano è stato leso. Allora mi rendo conto di ciò che Egli ha provato: un dolore indicibile, folgorante, che si è diffuso nelle Sue dita, è « zampillato », come una lingua di fuoco, fino alla spalla, è esploso nel Suo cervello. E' il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Quasi sempre esso provoca una sincope ed è un bene. Gesù non ha voluto perdere conoscenza. Almeno, il nervo fosse stato tagliato di netto! Invece (ed io stesso l'ho constatato sperimentalmente) esso non è stato distrutto che in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto con quel chiodo e su di esso, tra poco, quando il corpo sarà sospeso, si tenderà fortemente come una corda di violino sul suo ponticello, e vibrerà ad ogni scossa, ad ogni movimento, risvegliando il terribile dolore. Ed Egli ne ha per tre ore!

L'altro braccio è allungato dall'aiutante; gli stessi gesti si ripetono e gli stessi dolori. Ma questa volta pensateci Egli sa ciò che l'attende. Ora è inchiodato sul patibulum, a cui aderisce perfettamente con le spalle e le braccia. Ha già forma di croce: quanto è grande!

«Andiamo, in piedi! ». Il carnefice ed il suo aiutante impugnano le estremità della trave e rialzano il condannato, dapprima seduto e poi in piedì; quindi facendolo camminare all'indietro, lo addossano al palo verticale. Ma questo avviene esercitando trazione sulle due mani inchiodate. Con un grande sforzo, a braccia tese (ma lo stipes non è molto alto), rapidamente, perchè è molto pesante, essi incastrano con abile gesto il patibulum all'alto dello stipes. Alla sua sommità, con alcuni chiodi, è fissato il titulus scritto in tre lingue. Il corpo, stirando le braccia, che si allungano obliquamente, è un po' disceso. Le spalle ferite dalle fustigazioni e dal trasporto della croce, hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. La nuca, che sovrasta il patibulum, l'ha urtato passando, per arrestarsi in corrispondenza della sommità del palo verticale. Le punte taglienti del grande cappello di spine hanno lacerato ancor più profondamente il cranio. La povera testa è inclinata in avanti, poichè lo spessore della corona le impedisce di riposare sul legno; ed ogni volta che Egli la solleva, ne risveglia le punture.

Il corpo appeso è sostenuto soltanto dai chiodi piantati nei due carpi. E potrebbe bastare. Esso non cade in avanti. Ma è regola inchiodare anche i piedi. Per questo, non c'è bisogno di mensola; basta piegare le ginocchia e stendere i piedi a piatto sul legno dello stipes. Perchè, dal momento che non è necessario, dare lavoro ad un falegname? Non certo per alleviare le pene del crocifisso. Il piede sinistro è messo a piatto sulla croce e con un solo colpo di martello il chiodo penetra nella sua parte di mezzo, tra il secondo ed il terzo osso metatarsale. L'aiutante piega anche l'altro ginocchio ed il carnefice, riportando il piede sinistro davanti al destro tenuto piatto dall'aiutante, con un secondo colpo perfora questo piede nello stesso punto. Quest'operazione è facile; e poi a grandi colpi il chiodo è spinto nel legno. Qui, grazie a Dio, nulla più di un banale dolore; ma il supplizio ha appena avuto inizio. Con due uomini, tutto il lavoro non è durato più di due minuti e le ferite hanno sanguinato pochissimo. Ci si affacenda allora attorno ai due ladroni; e i tre patiboli sono approntati di fronte alla città deicida.

 

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Non ascoltiamo tutti questi Giudei trionfanti che insultano il Suo dolore. Egli ha già perdonato «poichè non sanno quel che si fanno ». Gesù a tutta prima si è accasciato. Dopo tante torture, per un corpo sfinito questa immobilità costituisce quasi un riposo, coincidendo con una diminuzione della sua capacità vitale. Ma Egli ha sete. Oh! non l'ha ancora detto. Prima di distendersi sulla croce ha rifiutato la pozione analgesica, vino mescolato con mirra e fiele, che preparano le pie donne di Gerusalemme. La Sua sofferenza, la vuole completa; sa che la dominerà. Ha sete. Sì, « adhaesit lingua mea faucibus meis » (la mia lingua ha aderito al mio palato Salmo XXI, 6). Non ha bevuto nulla nè mangiato da ieri sera. E' mezzogiorno. Il sudore del Getsemani, tutte le fatiche, la grave emorragia al Pretorio e quelle successive ed anche un po' di questo sangue che esce dalle piaghe, Gli hanno sottratto una gran parte della Sua massa sanguigna. Ha sete. I lineamenti sono tirati, il volto pallido è solcato di sangue che coagula dappertutto. La bocca è semiaperta ed il labbro inferiore già comincia a pendere. Un filo di saliva scende dalla barba, mescolato al sangue che esce dal naso schiacciato. La gola è secca ed infuocata, ma Egli non può deglutire. Ha sete. In questo volto tumefatto, sanguinante e deformato, come si potrebbe riconoscere il più bello dei figli degli uomini? « Vermis sum et non homo » (Salmo XXI, 6).

Sarebbe spaventoso, se non Vi si vedesse, malgrado tutto, risplendere la serena maestà del Dio che vuol salvare i Suoi fratelli. Ha sete. E tra poco lo dirà, perchè si adempiano le Scritture. Ed uno stupido soldato, nascondendo la sua compassione sotto lo scherno, Gli tenderà sulla punta d'una canna una spugna imbevuta nella sua acidula « posca » (« acetunt » dicono i Vangeli).

Ne berrà anche solo una goccia? Si è detto che il fatto di bere determina in questi poveri suppliziati una sincope mortale. Come, dopo aver bevuto, potrà dunque parlare ancora due o tre volte? No, no: morirà alla Sua ora. Ha sete.

E tutto è appena incominciato. Ma dopo un attimo uno strano fenomeno si produce. I muscoli delle braccia si irrigidiscono spontaneamente, in una contrattura che andrà accentuandosi: i deltoidi, i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta, di crampi!

Tutti, poco o tanto, abbiamo sofferto questo dolore, progressivo ed acuto, in un polpaccio, tra due coste, un po' dappertutto. Bisogna distendere, allungandolo, questo muscolo contratto. Ma guardiamo! Ecco, ora, alle coscie ed alle gambe gli stessi rilievi mostruosi rigidi e le dita dei piedi che s'incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenticare. E' ciò che noi chiamiamo tetania quando i crampi si generalizzano ed ecco che questo avviene. I muscoli dell'addome si irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più corto e superficiale. Le coste, già sollevate per la trazione delle braccia, si sono ancora più sopraelevate; l'epigastrio si incava ed anche le infossature al di sopra delle clavicole. L'aria entra fischiando ma non riesce quasi ad uscire. Egli respira con l'apice dei polmoni, inspira un po' ma non può più espirare. Ha sete d'aria; come un enfisematoso in piena crisi d'asma: il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi passa al violetto purpureo e poi al cianotico. Colpito da asfissia, soffoca. I polmoni gonfi d'aria non possono più svuotarsi. La fronte è coperta di sudore, gli occhi escono fuori dell'orbita. Quale atroce dolore deve martellare il suo cranio! Sta per morire! Ebbene, tanto meglio. Non ha dunque sofferto abbastanza?

No, la Sua ora non è ancora giunta. Nè la sete, nè l'emorragia, nè l'asfissia, né il dolore avranno ragione di Dio Salvatore e, se muore con questi sintomi, morirà veramente solo perchè lo vuole, « habeas in protestate ponere animam Suam et recipere cam » (avendo il potere di deporre la Sua vita e di riprenderla. S. AGOSTINO, Trattato sui Salmi. Salmo 63, vers. 3). Ed è così che risusciterà!

Che cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovrumano, ha preso punto d'appoggio sul chiodo dei piedi, sì, sulle Sue piaghe. Il collo dei piedi e le ginocchia si distendono a poco a poco ed il corpo, a piccoli colpi, risale alleggerendo la trazione sulle braccia (questa trazione, che era superiore ai novanta chili su ciascuna mano). Allora ecco che spontaneamente il fenomeno diminuisce, regredisce la tetania, i muscoli si distendono, almeno quelli del torace. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e ben presto il volto ha ripreso il suo primitivo pallore. Perchè tutto questo sforzo? Perchè vuole palarci: « Pater, dimitte illis » (Padre, perdona loro LUCA, XXIII, 34). Oh! sì, che Egli ci perdoni, noi che siamo i Suoi carnefici. Ma dopo un istante, il Corpo incomincia a riafflosciarsi e la tetania riprenderà. Ed ogni volta che parlerà (e sono state tramandate almeno sette delle Sue frasi), ogni volta che vorrà respirare, dovrà risollevarsi per ritrovare il respiro, tenendosi ritto sul chiodo dei piedi. Ad ogni movimento si ripercuote nelle Sue mani, in indicibili dolori. E' l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato ed a cui si lascia riprender vita per soffocarlo più volte. A questa asfissia, Egli non può sfuggire per un istante, se non a prezzo di sofferenze atroci e con un atto di volontà. E questo durerà tre ore!

Io sono là ai piedi della Croce, con Sua Madre e Giovanni e le pie Donne. Il Centurione, un po' in disparte, osserva con un'attenzione già piena di rispetto. Tra un accesso e l'altro di asfissia, Egli si solleva e parla: « Figlio, ecco tua, Madre ». Oh! sì, cara Mamma, che da allora ci avete adottati! Un po' più tardi quel povero diavolo di ladrone s'è fatto promettere il Paradiso. Ma, quando dunque morrete, Signore?!

Lo so, Pasqua Vi attende ed il Vostro Corpo non imputridirà come il nostro. Sta scritto: « Non dabis sanctum tuum videre corruptionem » (Non permetterai che il tuo Santo conosca la corruzione. Salmo XV, 10). Ma, mio povero Gesù (perdonate al chirurgo), tutte le Vostre Piaghe sono infette: esse lo sarebbero d'altronde anche per meno. Vedo distintamente gemere da esse una linfa chiara e trasparente che si raccoglie nel punto declive in una crosta cerea,. Sulle meno recenti già si Formano false membrane che secernono un siero purulento. Sta pure scritto: « Putruerunt et corruptae sunt cicatrices meae » (le mie piaghe si sono infettate ed hanno suppurato Salmo XXXVII, 5).

Uno sciame di mosche orrende, di grosse mosche verdi e blu, come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai, ronza attorno al Suo Corpo: ed improvvisamente piomba sull'una o sull'altra piaga per suggerne il succo e depositarvi le uova. Esse si accanniscono sul viso: non si può scacciarle. Fortunatamente dopo uu po' il cielo si oscura, il sole si nasconde; d'un tratto la temperatura s'abbassa. E queste figlie di Belzebù a poco a poco se ne vanno.

Fra poco saranno le tre. Finalmente! Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva. Tutti i Suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibrazioni dei suoi nervi mediani, non Gli hanno strappato un lamento. Ma se i Suoi amici sono presenti, il Padre (ed è l'ultima prova) sembra averlo abbandonato: « Eli, Eli, lamma sabachtanii? » (Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? MAZM;O, XXVII, 46; MARCO, XVI, 34; Salmo XXI, 1).

Sa che è giunta l'ora. E grida: « Consummatum est » (Giov., XIX, 30). La coppa è vuota, l'opera è compiuta. Poi sollevandosi di nuovo e come per farci capire che muore di Sua volontà, « iterum clamans voce magna» (di nuovo gridando con gran voce MATTEO, XXVII, 50) : « Padre dice Nelle tue mani raccomando il mio spirito » (LUCA, XXIII, 46), « habens in potestate ponere animam Suam ». E' morto quando ha voluto. E non mi si parli più di teorie fisiologiche!

« Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale! » Oh sì, Signore, siate lodato per aver finalmente voluto morire. Poichè non ne potevamo più. Ora tutto va bene. In un ultimo respiro, la Vostra testa s'è inclinata lentamente verso di me, diritta davanti a Voi, col mento sullo sterno. Vedo ora distintamente il Vostro Volto disteso, rasserenato, illuminato (nonostante tanti lividi spaventosi) dalla dolcissima Maestà, di Dio che è sempre presente. Ho piegato le mie ginocchia davanti a Voi ed ho baciato i Vostri piedi trafitti, dove il sangue scende ancora coagulandosi verso le punte. La rigidità cadaverica Vi ha colto bruscamente, come il cervo forzato alla corsa. Le vostre gambe sono dure come l'acciaio... e bruciano. Quale temperatura inaudita Vi ha dato questa tetania?

La terra ha tremato ed il sole si è eclissato. Giuseppe è andato a reclamare il Vostro corpo a Pilato, che non lo rifiuterà. Egli odia i Giudei che l'hanno costretto ad ucciderVi: la scritta sul Vostro capo proclama alto il suo risentimento: « Gesù Re dei Giudei » e crocifisso come uno schiavo! Il Centurione è andato a fare il suo rapporto dopo averVi proclamato vero Figlio di Dio. Tra poco Vi deporremo e non sarà difficile, una volta schiodati i piedi. Giuseppe e Nicodemo staccheranno il patibulum dallo stipes. Giovanni, il Vostro prediletto, Vi reggerà i piedi: e noi, in due, con un lenzuolo attorcigliato Vi sosterremo per le reni. La Sindone è pronta sulla pietra qui vicina, dirimpetto al sepolcro; e là, a nostro agio, schioderemo le Vostre mani.

Ma, che accade? Ah! sì, i Giudei hanno dovuto chiedere a Pilato che si liberi il colle da questi patiboli che offendono la vista e contaminerebbero la festa di domani. Razza di vipere che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello! Alcuni soldati spezzano a colpi di sbarre di ferro le gambe dei ladroni. Essi pendono ora miseramente e, poichè non possono più sollevarsi sulle gambe, la tetania e la asfissia li finiranno ben presto.

Ma non c'è nulla da fare per voi! « Os non comminuetis ex eo » (non romperete nessuna delle Sue ossa Giov., XIX, 36; Esodo, XII, 46; Numeri, IX, 12). Lasciateci dunque in pace: non vedete che è morto? Senza dubbio, rispondono. Ma che idea è venuta ad uno di loro? Con un gesto tragico e preciso ha sollevato l'asta della lancia e con un sol colpo gliela immerge profondamente nel fianco destro. Oh! perchè? « E subito dalla piaga uscì, sangue ed acqua » (Giov., XIX, 34). Giovanni l'ha visto, ed io pure: e non sapremmo mentire; un abbondante fiotto di sangue liquido e nero, che è zampillato sul soldato e a poco a poco scende sul petto coagulandosi in strati successivi. Ma nello stesso tempo, visibile soprattutto ai bordi, è colato un liquido limpido e chiaro come acqua. Vediamo; la piaga è al di sotto e al di fuori del capezzolo (V spazio intercostale), il colpo è obliquo. E' dunque il sangue dell'orecchietta destra e l'acqua esce dal pericardio. Ma allora, mio povero Gesù, il Vostro cuore era compresso da questo liquido e Voi avevate, oltre a tutto, quel dolore angoscioso e crudele del cuore serrato in una morsa.

Non bastava quanto avevamo visto? Ed era perchè lo sapessimo che quest'uomo ha commesso la sua strana aggressione? Forse i Giudei avrebbero preteso che Voi non eravate morto, ma svenuto; la Vostra risurrezione domandava dunque questa testimonianza. Grazie, Longino: tu morirai un giorno martire cristiano.

Ed ora, lettore, ringraziamo Iddio che mi ha dato la forza di giungere sino alla fine: non senza lacrime! Tutti questi orrendi dolori, che abbiamo visto in Lui, Egli li ha durante tutta la sua vita previsti, premeditati, voluti nel Suo amore per redimere tutte le nostre colpe. « Oblatus est quia ipse voluit » (E' stato sacrificato perchè lo ha voluto ISAIA, LIII, 7). Ha diretto tutta la Sua Passione senza evitare una tortura; accettandone le conseguenze fisiologiche, ma senza esserne dominato. Egli è, morto quando, come e perchè ha voluto.

Gesù è in agonia sino alla fine dei tempi. E' giusto, è bene soffrire con Lui e, quando ci invia il dolore, ringraziarLo di poterci associare al Suo. Bisogna completare come scrive S. Paolo ciò che manca alla passione di Cristo, e con Maria, Sua Madre e Madre nostra, accettare con gioia, fraternamente la nostra « compassione ».

O Gesù, che non avete avuto pietà di Voi che siete Dio, abbiate pietà di me, che sono un peccatore!