«MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA»

Tratto da: "Mostraci il Padre e ci basta" - Riflessioni di don Domenico Labellarte Editrice E.S.D.M.

Imprimatur

Mons. Eduardo Davino

Vescovo di Palestrina

Palestrina 10.09.2000

«MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA» (Gv 14,9)

Questo l'apostolo Filippo chiedeva al Signore Gesù e questo il popolo domanda a noi, a ciascuno in particola-re: «Mostraci il Padre!» (Gv 14,9).

La gente del popolo e, ancora di più, le persone che ci avvicinano vogliono vedere in noi il volto e il cuore del Padre.

Il vero e grande rivelatore del Padre e della sua bontà è stato Gesù (cf Gs, 22), il quale poteva con assoluta cer-tezza affermare: «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45); e rispondendo a Filippo: «Da tan-to tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filip-po? Chi ha visto me ha visto il Padre... Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?... Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» (Gv 14,9-11).

Purtroppo, nei nostri rapporti sociali, non mostrando la pace del Padre, nella distensione e nella serenità e, tanto meno, la bontà del Padre proveniente da un cuore sempre generoso, gioviale ed affabile, noi facciamo be-stemmiare, disprezzare e disonorare il nome santo di Dio (cf Rm 2,24; Is 52,5; Ez 20,44; 36,21-24).

Allora dobbiamo fare due cose: scoprire il volto e la bontà-fedeltà del Padre e quindi riprodurre in noi ed ef-fondere intorno a noi la pace e la bontà del Padre.

 

1 1 Mostriamo, seguendo attentamente la Bibbia, la Bontà-Fedeltà del Padre

Mentre ci disponiamo ad esporre, sulla scia della Bib-bia, la bontà-fedeltà del Padre, consideriamo come que-sta immensa bontà, sempre fedele a se stessa, si riveli a noi nel Figlio e, nello stesso tempo, si doni nello Spirito Santo.

L'apostolo Paolo, a chiusura della seconda lettera ai Corinzi, così saluta la chiesa di Dio che è in Corinto (cf 2Cor 1,1): «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2Cor 13,13).

Il Padre è la pienezza dell'amore (cf l Gv 4,8.16). In qual modo, soprattutto, il Padre ha manifestato questo suo grande amore per noi?

«In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, per-ché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi ed ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazio-ne per i nostri peccati» (1Gv 4,9-10).

«Ed egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19).

«Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, men-tre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. E Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,16-17).

L'iniziativa del Padre è stata tutta sua, non richiesta da noi e tanto meno sollecitata dalla nostra bontà e dai nostri meriti, anzi è tutto il contrario. Il Padre si è mosso perché noi uomini l'abbiamo offeso e continuamente l'offendiamo con i nostri peccati. E poiché eravamo in-capaci di riparare da soli le nostre offese umano-divine, ossia fatte da noi misere umane creature verso il grande e santo nostro Creatore-Padre-Signore, il Figlio si è ri-volto al Padre, domandando un corpo umano, sapendo che questa era la volontà del Padre (cf Eb 10,5-7; Sal 39,7-9).

«Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cri-sto» (Eb 10,10).

Abbiamo così «piena fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne. Avendo (dunque) noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero in pienezza di fede, con il cuore purificato dalla cattiva coscienza» (Eb 10,19-22).

E, difatti, «... egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare per-fettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro fa-vore» (Eb 7,24-25).

«Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo..., ma nel cielo stesso, allo scopo di pre-sentarsi, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore...; per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso» (Eb 9,24.26).

E tutto questo egli l'ha fatto nello Spirito Santo: «Il Cristo con uno Spirito eterno offrì se stesso senza mac-chia a Dio» (Eb 9,14).

E così noi «per mezzo di lui (il Cristo) possiamo pre-sentarci... al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18). Praticamente, posto il sacrificio del Cristo, voluto dal Padre e spontaneamente accettato dal Figlio, come di-scende a noi questa grande Bontà-Fedeltà del Padre? Attraverso il Figlio: nella verità e nella grazia.

Nello Spirito Santo: nella penetrazione della verità e nella consolazione dello spirito.

Ed è per questo che la testimonianza di Dio Padre vie-ne data nell'acqua (verità), nel sangue (grazia) e nello Spirito (penetrazione della verità e consolazione) (cf 1Gv 5,6-9). E, difatti, l'evangelista Giovanni ci attesta: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unige-nito del Padre, pieno di grazia e di verità. Dalla sua pie-nezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Per-ché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,14.16-17).

E riguardo allo Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Se uno mi ama, osserverà la mia parola ed il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre man-derà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ri-corderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv 14,16-17.23.26).

«Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza» (Gv 15,26).

«Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Con-solatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'an-nunzierà» (Gv 16,7-8, 13-14).

Perché il Padre si manifesta nel Figlio, facendoci ottenere verità e grazia?

Ce l'attesta Gesù stesso, quando in croce pronunzia quella nobile e grandissima invocazione al Padre: «Pa-dre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). è l'ignoranza la causa principale di tutti gli erro-ri, i peccati e i disordini dell'umanità.

«Non sanno quello che fanno».

«L'uomo naturale non comprende le cose dello Spiri-to di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di in-tenderle... » (1 Cor 2,14).

E tanto meno viene compreso il linguaggio della cro-ce: per la maggioranza degli uomini è stoltezza, anzi scandalo, mentre per chi si salva è potenza di Dio e sa-pienza dell'Altissimo.

Gesù ci ha procurato la salvezza e la grazia proprio lasciandosi crocifiggere. Ciò che gli uomini sapienti del mondo chiamano stoltezza e debolezza di Dio, cioè il lasciarsi crocifiggere, è risultato più sapiente e più forte degli uomini (cf 1Cor 1,18-25). Per questo egli affermò: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire» (Gv 12,32-33).

Gesù Cristo, pertanto, ci ha dato la verità come luce degli uomini (cf Gv 1,4-5): «Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Chi mi respinge e non accoglie le mie pa-role, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parla-to da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire ed annunziare. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me» (Gv 12,46.48-50).

Di qui scaturisce la necessità di accogliere docilmen-te la Parola di Dio: «Perciò, deposta ogni impurità ed ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1,21-22).

E, di conseguenza, è doveroso ed urgente liberare ed illuminare gli ignoranti e gli erranti: «Ogni sommo sa-cerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nel-l'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli rivestito di debolezza» (Eb 5,1-2).

Con la parola (espressa dalla "luce "), il Signore Gesù ci ha anche dato la grazia (donandoci la vita in abbon-danza: cf Gv 10,10), offrendosi per noi al Padre quale «vittima di espiazione per i nostri peccati; e non soltan-to per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,2).

Perché il Padre si dona nello Spirito Santo, come «Consolatore» e «Spirito di verità»?

In sintonia con il Figlio, lo Spirito Santo, in quanto «Spirito di verità», insegnandoci ogni cosa e facendoci ricordare tutto ciò che Gesù ci ha detto, ci fa comprende-re il peccato e ci rinsalda nelle convinzioni, guidandoci alla verità tutta intera (cf Gv 14,17.26; 16,8.13).

Tutto questo fa splendere sempre più in noi la luce, che è fonte di gioia e di consolazione spirituale. E in più ci fa accettare ciò che ci costa, aiutandoci ad offrire nelle prove una totale accoglienza, paziente e serena, della volontà di Dio, producendo in noi una sicura speranza (cf Rm 5,3-4) e facendoci andare incontro anche ad un prossimo difficile e scontroso (cf 1Pt 2,18), per amore (cf 1Gv 4,12). A questo duplice sforzo il Padre risponde effondendoci lo Spirito di consolazione e di amore per-fetto (cf 1Gv 4,13).

Poste queste essenziali premesse, prendiamo dalla Bibbia alcuni passi che mettono bene in evidenza la Bontà-Fedeltà del Padre.

Anzitutto cominciamo dalla definizione che il Padre dà di se stesso: «Mosè disse al Signore: "Mostrami la tua Gloria!". Rispose: "Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, da-vanti a te"... » (Es 33,18-19).

«Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà "... » (Es 34,5-6).

Passando ai Salmi, troviamo dei concetti ben deline-ati sulla bontà-fedeltà del Padre:

«Buono e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore. Egli non continua a contestare e non con-serva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua mi-sericordia su quanti lo temono; come dista l'oriente dal-l'occidente, così allontana da noi le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasma-ti, ricorda che noi siamo polvere» (Sal 102,8-14).

«Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte nazioni date-gli gloria; perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno» (Sal 116,1-2).

«Paziente e misericordioso è il Signore, lento all'ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 144,8-9).

«Pietà e tenerezza è il Signore» (Sal 110,4).

«Ti amo, Signore, mia forza. Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza» (Sal 17,1-3).

«Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò pa-ura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timo-re? Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia.

Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 26,1.3.5.14).

«Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni ti-more mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce. L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva. Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l'uomo che in lui si rifugia. Temete il Si-gnore, suoi santi, nulla manca a coloro che lo temono... chi cerca il Signore non manca di nulla. Il Signore è vi-cino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti. Molte sono le sventure del giusto, ma lo libera da tutte il Signore» (Sal 33,5-11.19-20).

«Confida nel Signore e fa' il bene, ...e vivi con fede. Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera; farà brillare come luce la tua giustizia, come il meriggio il tuo diritto. Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui. Desisti dall'ira e deponi lo sde-gno, non irritarti: faresti del male. I miti possederanno la terra e godranno di una grande pace. Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo e segue con amore il suo cammi-no. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tie-ne per mano» (Sal 36,15-8.11.23).

«Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio. Mi abbandono alla (misericordia) (e) alla fedeltà di Dio ora e per sempre» (Sal 51,10).

«Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà soste-gno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Sal 54,23).

«Ti loderò tra i popoli, Signore, a te canterò inni tra le genti, perché la tua bontà è grande fino ai cieli, e la tua fedeltà fino alle nubi» (Sal 56,10-11).

«Solo in Dio riposa l'anima mia; da lui la mia salvez-za. Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare. Solo in Dio riposa l'anima mia, da lui la mia speranza. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; il mio saldo rifugio, la mia difesa è in Dio. Confida sempre in lui, o popolo, davanti a lui effondi il tuo cuore, nostro rifugio è Dio» (Sal 61,2-3.6.8-9).

«Salvami, o Dio; l'acqua mi giunge alla gola. Sparla-vano di me... mi dileggiavano. Ma io innalzo a te la mia preghiera, Signore, nel tempo della benevolenza; per la grandezza della tua bontà, rispondimi, per la fedeltà della tua salvezza, o Dio» (Sal 68,2.13-14).

«O Dio, non stare lontano: Dio mio, vieni presto ad aiutarmi. Io... non cesso di sperare, moltiplicherò le tue lodi. Mi hai fatto provare molte angosce e sventure: mi darai ancora vita, mi farai risalire dagli abissi della ter-ra, accrescerai la mia grandezza e tornerai a consolar-mi. Allora ti renderò grazie sull'arpa, per la tua fedeltà, o mio Dio; ti canterò sulla cetra, o santo d'Israele» (Sal 70,12.14.20-22).

«Quando si agitava il mio cuore e nell'intimo mi tor-mentavo, io ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia. Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consi-glio e poi mi accoglierai nella tua gloria... la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio» (Sal 72,21-23.26.28).

«Non abbandonare alle fiere la vita di chi ti loda, non dimenticare la vita dei tuoi poveri. Sii fedele alla tua al-leanza... L'umile non torni confuso, l'afflitto e il povero lodino il tuo nome. Sorgi, Dio, difendi la tua causa, ricorda che lo stolto ti insulta tutto il giorno» (Sal 73,19.21-22).

«La mia voce sale a Dio e grido aiuto; la mia voce sale a Dio, finché mi ascolti. Rifletto e il mio spirito si va interrogando. Forse Dio ci respingerà per sempre, non sarà più benevolo con noi? E forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre? Può Dio aver dimenticato la misericordia, aver chiuso nel-l'ira il suo cuore? Tu sei il Dio che opera meraviglie, manifesti la tua forza fra le genti» (Sal 76,2.7.8-10.15).

«Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli; la tua fedeltà è fondata nei cieli. Giustizia e diritto sono la base del tuo trono, grazia e fedeltà precedono il tuo volto» (Sal 88,2-3.15).

«Tu che abiti al riparo dell'Altissimo e dimori al-l'ombra dell'Onnipotente, di' al Signore: "Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido". Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio. La sua fedel-tà ti sarà scudo e corazza; non temerai i terrori della notte. Poiché tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell'Al-tissimo la tua dimora» (Sal 90,1-2.4-5.9).

«Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha com-piuto prodigi. Il Signore ha manifestato la sua salvezza. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa di Israele. Tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio» (Sal 97,1-3).

«Signore,- non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l'anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130).

«Benedetto il Signore, mia roccia. Mia grazia e mia fortezza, mio rifugio e mia liberazione, mio scudo in cui confido» (Sal 143,1-2).

«Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore per tutta la mia vita, finché vivo canterò inni al mio Dio. Beato... chi spera nel Signore suo Dio. Egli è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli af-famati. Il Signore rialza chi è caduto» (Sal 145,1-2.5-6.7-8).

Ed ora attingiamo dai Libri Sapienziali e mettiamo in risalto qualche passo che ci faccia sempre meglio comprendere e penetrare la bontà e la fedeltà del Padre.

«Tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso. Pre-valere con la forza ti è sempre possibile. Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita. Tu castighi poco alla volta i colpevoli e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore. Colpendo-li... a poco a poco, lasciavi posto al pentimento. Non certo per timore di alcuno lasciavi impunite le loro colpe. Non c'è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall'accusa di giudice ingiusto. Es-sendo giusto, governi tutto con giustizia.

Condannare chi non merita il castigo lo consideri incompatibile con la tua potenza. La tua forza infatti è principio di giustizia; il tuo dominio universale ti rende indulgente con tutti. Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza; ci governi con molta indulgenza, perché il potere lo eserciti quando vuoi. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini; inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speran-za, perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi. Mentre dunque ci correggi, (vuoi che) nel giu-dicare riflettiamo sulla tua bontà e speriamo nella mise-ricordia, quando siamo giudicati» (Sap 11,20b-21.23-24.26; 12,2.10-11.13.15-16.18-19.22).

«In tutti i modi, o Signore, hai magnificato e reso glo-rioso il tuo popolo e non l'hai trascurato, assistendolo in ogni tempo ed in ogni luogo» (Sap 19,22).

«Quanti temete il Signore, aspettate la sua misericor-dia. Voi che temete il Signore, confidate in lui. Voi che temete il Signore, sperate i suoi benefici, la felicità eter-na e la misericordia. Chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? O chi ha perseverato nel suo timore e fu abbandonato? O chi ha invocato ed è stato da lui trascu-rato? Perché il Signore è clemente e misericordioso, ri-mette i peccati e salva al momento della tribolazione. Gettiamoci nelle braccia del Signore...; poiché, quale è la sua grandezza, tale è anche la sua misericordia» (Sir 2,7-11.18).

 

2 Dal Signore imploriamo ed apprendiamo a riprodurre in noi e ad effondere intorno a noi la Pace e la Bontà del Padre

Consapevoli «che da noi stessi non siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma (che) la nostra capacità viene da Dio» (2Cor 3,5) e che «è Dio che suscita in noi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni» (Fil 2,13), rivolgiamoci a lui, con pro-fonda umiltà e con illimitata fiducia, ed imploriamo la grazia di riprodurre in noi e di effondere intorno a noi la pace e la bontà del Padre celeste, che si manifestano nel Figlio e ci vengono donate nello Spirito Santo.

«Gesù è la nostra pace» (Ef 2,14), da lui annunziata, mostrata e favorita (cf Ef 2,17; Is 57,19; Zc 9,10), da noi cercata nell'ordine e nella giustizia (cf Is 32,17; Gc 3,18) e dallo Spirito Santo ottenuta (cf Rm 14,17; Gal 5,22).

Gesù è la stessa bontà, ardente di zelo per infiammar-ci col fuoco del suo amore (cf Lc 12,49), e per guidarci con i due bastoni della benevolenza e dell'unione (cf Zc 11,7; Ez 34,4.16; Sal 22; Gv 17,11.21-23.26); bontà, che si raggiunge con il nostro sforzo interiore (cf Lc 6,45) e col dono dello Spirito Santo, che ci dà «un cuore nuovo, mettendo dentro di noi uno spirito nuovo, togliendo da noi il cuore di pietra e dandoci un cuore di carne» (Ez 36,26).

Un impegno serio ed uno sforzo fattivo devono na-scere in noi come conseguenza di una mentalità nuova, che dobbiamo decisamente e progressivamente acquisi-re, unitamente alla grazia del Signore da implorare «con forti grida e lacrime» (Eb 5,7) in una «incessante pre-ghiera» (1Ts 5,17). è questo "l'uomo nuovo" che l'apo-stolo Paolo ci propone di raggiungere: «Dovete deporre l'uomo vecchio con la condotta di prima, l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Dovete rinno-varvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,22-24).

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gra-dito e perfetto» (Rm 12,2).

«Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull'uomo» (Gal 1,11); ma è a misura di Dio, in quanto siamo suoi figli carissimi (cf Mt 5,48; Ef 5,1-2).

«Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni, ed avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creato-re. Qui... Cristo è tutto in tutti» (Col 3,9-11).

L'apostolo Paolo in questa lettera precisa due punti importanti: l'uomo nuovo si forma e si rinnova ad imma-gine del suo Creatore, tramite una piena conoscenza.

E poi, siccome l'immagine-prototipo del Creatore è il Cristo, è precisamente lo stesso Cristo che va conosciuto ed assimilato in maniera totale, in modo che ognuno di noi possa dire: «Non sono più io a vivere, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

E dove e come conoscere il Cristo, immagine viva del Padre (cf Gv 14,9), in tutto ciò che ha detto e ha fatto? (cf 1Gv 2,5-6). Nella Parola di Dio. Per questo lo stesso Apostolo ci esorta dicendo: «La Parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente» (Col 3,16).

è dalla Parola di Dio, «tutta ispirata da Dio» (2Tm 3,16), che riceviamo luce e forza di convinzione (cf Lc 24,32), per rinnovare la nostra mentalità e così impe-gnarci, con decisione e sforzo fattivo a riprodurre in noi l'immagine del Padre, soprattutto nella pace e nella bon-tà.

Ed allora cerchiamo nella stessa Parola i lineamenti del Padre, rivelatisi nel Figlio e donatici nello Spirito, nella misura in cui gli offriamo uno spirito libero e vero.

Vogliamo mettere ora in risalto ciò che abbiamo ri-portato sul Padre sia dai Salmi come anche da alcuni Libri Sapienziali, per apprendere ed incarnare in noi la sua grande bontà ed effonderla intorno a noi.

Il Padre mostra la sua gloria a Mosè, proclamando che il suo nome è: «Il Signore, il Signore, Dio misericordio-so, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,5-6).

Egli si presenta, come confermato dall'apostolo Pao-lo, «Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» (2Cor 1,3), «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati» (Ef 2,4).

Per logica conseguenza, noi saremo ricchi di miseri-cordia se saremo pieni di amore verso il prossimo, fino ad essere strumenti di consolazione, di conforto e di sol-lievo per l'umanità sofferente. Inoltre, riflettendo in noi ed intorno a noi la vita del Padre, vivremo «a lode della sua gloria» (Ef 1,12), ci sforzeremo di essere lenti al-l'ira (cf Is 42,2-3; Ge 1,19) e ricchi di grazia (cf Col 4,6) e di fedeltà a Dio, a noi stessi e al prossimo, cercando di realizzare un'armonia tra l'essere (fatti ad immagine di Dio Gn 1,26-27) e l'operare.

Leggiamo nei Salmi: «Buono e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono; come dista l'oriente dall'occidente, così allontana da noi le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (Sal 102,8-14).

La misericordia di Dio è alta ed immensa come il cie-lo (cf Is 55,8-9). Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno; infatti non ci rinfac-cia i nostri peccati, ma è contento di abbracciarci, appe-na nota che, rientrando in noi stessi, abbiamo ricono-sciuto e rigettato i nostri peccati (cf Lc 15,17-24).

«Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore af-franto ed umiliato tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 50,19); perché tu, o Dio, «volgi lo sguardo sull'umile e su chi ha lo spirito contrito» (Is 66,2), come avvenne per il pub-blicano a differenza del fariseo, che presumeva di essere giusto (cf Le 18,9-14). Ed è per questo che Gesù aveva una preferenza per i peccatori: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5,32).

Il Padre ama largamente perdonare (cf Is 55,7). Egli non rigetta mai (Lam 3,31). E soprattutto su questo pun-to che risalta in modo particolare la misericordia di Dio: nel cercare i peccatori per convertirli, per dispensare loro perdono e grazia. Sembra quasi che rincorra i pecca-tori, per toccarli, farli rientrare in se stessi, suscitando lacrime di pentimento e di amore, e convertirli (cf Lc 7,36-50).

è questa la vera ed autentica misericordia, di cui dob-biamo rivestirci. Nostro Signore Gesù Cristo ce lo do-manda espressamente: «Siate misericordiosi, come è mi-sericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36).

Praticamente: «Non giudicate...; non condannate...; perdonate...; date...; perché con la misura con cui misu-rate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,36).

è anzitutto dal di dentro che dobbiamo pulire la men-te ed il cuore verso il prossimo, allontanando qualsiasi pensiero e, ancora di più, qualsiasi giudizio o sentimento di disistima e, peggio, di condanna verso il prossimo, di-sponendoci a scusare (cf 1Cor 13,7), a perdonare e a dare, cercando piuttosto di confondere e conquistare la cattiveria con la bontà (cf Prv 25,21-22; Rm 12,20-21).

Se useremo questa misura misericordiosa verso i no-stri fratelli, ce la troveremo assicurata e sovrabbondante presso il buon Dio quando sarà l'ora del nostro giudizio (cf Le 6,38; Gc 2,13).

Continuiamo con i Salmi: «Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte nazioni dategli gloria; perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eter-no» (Sal 116,1-2).

L'amore del Signore è veramente forte ed è sempre fedele a se stesso, come ci viene confermato tramite il profeta Geremia: «Ti ho amato di amore eterno, per que-sto ti conservo ancora pietà» (Ger 31,3). Questo è l'amore che anche noi dobbiamo vivere e trasmettere in-torno a noi.

«Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 144,8-9); perché «pie-tà e tenerezza è il Signore» (Sal 110,4).

Egli ci ama con la pietà e la tenerezza di una mamma, ed ama tutti senza distinzione. Infatti «(Egli) fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45); «Egli è be-nevolo verso gli ingrati e i malvagi» (Lc 6,35).

Il suo amore ha le dimensioni dell'ampiezza (abbrac-cia tutti) e della lunghezza (non ha interruzione né ri-pensamenti: è sempre il medesimo).

è questo l'amore che dobbiamo coniugare anche noi, costi quello che costi, perché risponde alle nostre stesse esigenze costituzionali, in quanto fatti ad immagine di Dio (cf Gn 1,26; Mt 5,48).

«Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza; mio Dio, mia rupe in cui trovo riparo; mio scu-do e baluardo, mia potente salvezza» (Sal 17,2-3).

Quando siamo certi che una persona ci ama, ci sentia-mo al sicuro, come su una roccia o su una fortezza; essa diventa per noi scudo e baluardo e potente salvezza. In essa ci rifugiamo, perché il nostro cuore ama veramente e non viene mai meno, è veritiero, non inganna e non colpisce alle spalle, è sempre fedele a se stesso.

«Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti» (Sal 33,19).

Il Signore, che è amore (1Gv 4,8), si muove sempre per primo (cf l Gv 4,19), si accosta soprattutto a chi ha il cuore ferito, solleva e salva gli spiriti affranti (cf Es 3,7-9).

Questa è una lezione forte per ciascuno di noi. Egli non vuole che rimaniamo chiusi in noi stessi, ma ci vuole vigili e con gli occhi e il cuore aperti verso i bisogni altrui, per prestare un pronto e generoso sollievo (cf Lc 10,33-34).

L'apostolo Paolo amava affermare: «Mi sono fatto de-bole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,22).

E più conosceremo e penetreremo la bontà di Dio, più avremo fiducia in lui fino ad abbandonarci totalmente nelle sue braccia, come bambini semplici e sicuri.

Questo viene confermato da alcune forti espressioni del salmista: «Confida nel Signore... e vivi con fede. Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (Sal 36,3.7; cf Is 30,15).

«Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio. Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e sempre» (Sal 51,10).

«Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà soste-gno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Sal 54,23). Ma perché la fiducia sia piena bisogna allontanare ogni agitazione, ogni affanno ed ogni preoccupazione (cf Mt 6,25-34).

E difatti: «Quando si agitava il mio cuore e nell'inti-mo mi tormentavo, io ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia» (Sal 72,21-22).

A questo punto il salmista riconosce lo sbaglio e si riprende: «Ma io sto con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria... La roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio» (Sal 72,23.26.28).

L'apostolo Paolo trovava tutta la sua forza quando nella fiducia in Dio, nella sua potenza e nella sua bontà immensa, sempre fedele a se stessa. Egli era convinto che, quando presentava al Signore la sua debolezza e tut-te le sue angosce e necessità, dava libertà piena all'Altis-simo di manifestare la sua potenza; infatti affermava: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10); ed ancora: «Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13).

E questo abbandono in Dio sarà sempre più totale ed efficace, se ci staccheremo da ogni "vezzo", da ogni ca-priccio e, soprattutto, dalla nostra testa, che vuole tutto alla sua misura e non alla misura di Dio (cf Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23). Questo ci viene confermato dal salmista: «Signore, non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezza-to è l'anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sem-pre» (Sal 130).

Ed ora, seguendo qualche passo preso dai Libri Sapienziali, cerchiamo di conoscere, penetrare ed assi-milare la paziente e misericordiosa bontà del Padre:

«Tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso. Prevalere con la forza ti è sempre possibile. Hai com-passione di tutti, perché tutto tu puoi; non guardi ai pec-cati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai cre-ato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata.

Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signo-re, amante della vita» (Sap 11,20b.21.23-24.26).

«Tu castighi poco alla volta i colpevoli e li ammoni-sci ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore. Colpendoli... a poco a poco, lasciavi posto al pentimento.

Il tuo dominio universale ti rende indulgente con tut-ti. Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza; ci go-verni con molta indulgenza, perché il potere lo eserciti quando vuoi. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini; inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza, perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi. Mentre dunque ci correggi, (vuoi che) nel giudicare riflettiamo sulla tua bontà e speriamo nella misericordia, quando siamo giudicati» (Sap 12,2.10.16.18-19.22).

In questi versetti si riscontra in maniera pratica ed esperienziale la paternità-maternità del Padre, «pieno di pietà e di tenerezza» (cf Sal 110,4). Egli, che si vede ri-flesso nel dono della libertà, ci rispetta come degli au-tentici signori e, siccome conosce la nostra debolezza (cf 2Cor 4,7), ci aiuta con grande delicatezza ed insieme con incessante premura.

Egli, mentre ci richiama con fermezza ai principi sani e salvifici, ci dà fiato, c'incoraggia e ci accompagna amorosamente (cf Is 42,2-3).

«E, se affligge, ha anche grande pietà, secondo la sua grande misericordia. Poiché contro il suo desiderio egli umilia ed affligge i figli dell'uomo» (Lam 3,32-33).

Quanto abbiamo da imparare da questa sapiente ed amorosa pedagogia del buon Dio!... L'Altissimo propo-ne, non s'impone; ed intanto non ci abbandona, ma deli-catamente ci sollecita dal di dentro con il suo Spirito, perché possiamo compiere tutto con libera e matura decisione. Pur essendo un padrone, il gran Signore, non spadroneggia perché ci tratta come figli; ed anche se ci corregge lo fa in amore e per amore (cf Prv 3,11-12; Eb 12,5-6).

Agendo così verso di noi, vuole che facciamo altret-tanto verso il nostro prossimo ed insieme vuole suscitare una illimitata fiducia nella sua immensa bontà.

Purtroppo dobbiamo constatare che siamo portati con facilità a spadroneggiare sui fratelli, pur essendo noi mi-sere creature, piene di limiti e di manchevolezze. Troppo presumiamo di noi stessi, come quel tale fariseo che tor-nò a casa sua non giustificato, nonostante la sua preghie-ra e le sue buone opere (cf Lc 18,9-14).

Ed in più, appena si presenta una necessità, manchia-mo di fiducia in Dio, non ci abbandoniamo totalmente in lui; e questo perché guardiamo solo noi e contiamo esclusivamente su di noi.

E qual è la radice profonda di questa mancanza di rispetto verso il prossimo e di fiducia verso Dio? Non siamo radicati e fondati nell'amore. Dobbiamo conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscen-za, per essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio (cf Ef 3,14-19). Chiediamo umilmente al Padre che ci faccia dono di tanto amore.

E, mentre supplici lo domandiamo, cerchiamolo. Ma dove? Nel Sacratissimo Cuore di Gesù, dove sono na-scosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, dove risiede tutta la pienezza della Divinità (cf Col 2,2.9).

Fissiamo lo sguardo sul Crocifisso, sostiamo dinanzi a lui, lasciamoci attirare dal suo amore (cf Gv 12,32-33). Accostiamoci al suo fianco trafitto (cf Gv 19,37; Zc 12,10): succhieremo al suo petto e ci sazieremo delle sue consolazioni; succhieremo con delizia all'abbondanza del suo seno (cf Is 66,11); e così «attingeremo... con gio-ia alle sorgenti della salvezza» (Is 12,3).

A questo punto bisogna sostare e gridare con tutto lo slancio possibile: «Ho cercato il Signore e mi ha rispo-sto e da ogni timore mi ha liberato. Guardate a lui e sa-rete raggianti, non saranno confusi i vostri volti. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce... Gustate e vedete quanto è buono il Signo-re; beato l'uomo che in lui si rifugia» (Sal 33,5-6.9).

Ed allora concludiamo con ferma convinzione: «Get-tiamoci nelle braccia del Signore...; poiché, quale è la sua grandezza, tale è anche la sua misericordia» (Sir 2,18).

 

NOI SIAMO I FIGLI ADOTTIVI DEL PADRE

Lo stupore di essere figli

Si legge nella Volgata latina originale: «Videte qua-lem caritatem dedit nobis Pater ut filii Dei nominemur, et sumus» (1Gv 3,1). «Guardate quale amore ci ha do-nato il Padre: ci ha chiamati figli di Dio... e lo siamo davvero!» (1Gv 3,1).

C'è una nota di stupore nell'apostolo Giovanni, che, appunto, sente il bisogno di attirare l'attenzione dei suoi lettori: «Guardate!...». L'amore di Dio è così grande da sorprenderci: nessuno avrebbe potuto immaginarlo se non ci fosse stato rivelato, perché essere figli di Dio non è un semplice modo di dire, ma una condizione da pren-dersi alla lettera: «e lo siamo davvero!» (ibid.).

La ragione umana può dimostrare che esiste un Essere supremo, causa prima di ogni creatura, provvidenza del mondo, rimuneratore sovrano, fine ultimo di tutte le cose (cf Rm 1,18-21).

Da questa conoscenza razionale e dalle relazioni, che essa ci manifesta, tra le creature e Dio, derivano per noi certi doveri, il cui insieme fonda ciò che si chiama la legge naturale e la cui osservanza costituisce la religione naturale. Ma la nostra ragione non può scoprire nulla, con certezza, della vita intima dell'Essere supremo.

La vita divina appare infinitamente lontana, abita una luce inaccessibile (cf 1Tm 6,16).

La rivelazione è venuta ad inondarci della sua luce. Essa ci insegna che c'è, in Dio, un'ineffabile paternità. Dio è Padre!... è il dogma fondamentale su cui poggiano tutti gli altri; dogma magnifico, che lascia confusa la ragione, ma rapisce la fede ed entusiasma le anime sante.

Dio è Padre! Dinanzi a questa grande verità l'aposto-lo Paolo, profondamente ammirato, piega con grande umiltà le sue ginocchia: «Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,14).

Egli, Dio, non aveva bisogno di noi per esprimere la sua paternità, e, tuttavia, ci ha fatti suoi figli. L'unico movente è stato soltanto e tutto il suo amore libero, puro e fedele a se stesso. Da questo stupore non può che sca-turire la lode, il ringraziamento, la contemplazione, lo sguardo incantato fisso sul mistero del Padre.

In un antico inno cristiano l'apostolo Paolo racconta nelle linee essenziali la storia di Gesù che conclude con questa espressione: "a gloria di Dio Padre" (cf Fil 1,6-11).

La gloria è la manifestazione visibile, luminosa del Padre, una manifestazione che l'uomo non può che am-mirare e lodare.

Vista dalla parte del Padre, la gloria è la manifestazio-ne della sua paternità e, tuttavia, vista dalla parte del-l'uomo, la gloria è riconoscimento e lode.

Lo stupore di fronte al Padre è il sentimento più alto che ci è dato di provare, tanto alto da essere un dono dello Spirito, il primo e fondamentale dono dello Spiri-to. Scrive l'Apostolo delle genti: « Voi non avete ricevu-to uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: "Abbà Padre!"... » (Rm 8,15).

Dio è anzitutto il Padre di Gesù, che ne è il Figlio.

Il Padre, nella sua immensa bontà, ha voluto che fos-simo benedetti con ogni benedizione celeste in Cristo e predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera dello stesso Gesù.

è l'apostolo Paolo che ce ne dà conferma: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mon-do, per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia che ci ha dato nel suo Figlio diletto» (Ef 1,3-6).

A noi tocca guardare Gesù ed imparare da lui a dare gloria al Padre, perché la sua missione è stata: lodare il Padre, stare costantemente davanti a lui, mostrare che Dio è Padre. Per un solo scopo, infatti, tutte le sue parole e i suoi gesti, la sua intera vita, tutto è stato indirizzato a lui: glorificare il Padre, rendendo visibile il suo amore.

Se ha accolto i peccatori lo ha fatto per mostrare che Dio è un Padre che accoglie e perdona.

Compiendo miracoli, ha voluto manifestare che la po-tenza del Padre è amore che salva e libera. Donando se stesso sulla Croce, ha testimoniato che Dio è un Padre il cui amore è senza limiti.

Gesù è stato la "trasparenza" (la glorificazione) della grandezza, dell'amore del Padre.

è questa la strada che Gesù ha percorso e tracciato per noi. è riconoscendo il Padre che noi scopriamo la pietà e tenerezza di Dio (cf Sal 110,4), la sua fedeltà senza ombra di mutazione (cf Ge 1,17), la sua vigile e gelosa custodia (cf Es 20,5; Dt 4,24; 5,9), la difesa dei miseri e bisognosi (cf Gc 1,27), la sua provvida e paterna cura (cf Mt 6,25-34).

Egli elimina da noi ogni timore e ci infonde illimitata fiducia (cf lGv 4,17-18).

 

Che cosa vuol dire essere figli adottivi di Dio

Dall'eternità Dio genera il Figlio, al quale comunica la sua natura, le sue perfezioni, la sua beatitudine, la sua vita, poiché generare è comunicare l'essere e la vita: « Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» (Sal 2,7).

La vita è dunque in Dio, vita comunicata dal Padre e ricevuta dal Figlio. Questo Figlio, in tutto uguale al Pa-dre (cf Fil 2,6), forma col Padre una stessa ed indivisibi-le natura divina.

Tutti e due, benché distinti l'uno dall'altro (a causa delle loro relazioni personali di "essere Padre" e di "es-sere Figlio"), sono uniti in un vincolo di amore potente e sostanziale, da cui procede la terza persona, lo Spirito Santo. In questa unione, per quanto può conoscerla la fede, risiede il segreto della vita intima di Dio.

La pienezza e la fecondità di questa vita è la sorgente della felicità incommensurabile, che possiede l'ineffabi-le società delle tre persone divine.

Ed ecco che Dio, non per aggiungere qualche cosa alla sua pienezza, ma per arricchire per suo mezzo altri esseri, estenderà, per così dire, la sua paternità.

Questa vita divina, così trascendente, che Dio solo ha il diritto di vivere, questa vita eterna, comunicata dal Padre al Figlio e, per loro mezzo, al loro Spirito comune, Dio decreta di trasmetterla alle creature umane.

Per un trasporto d'amore, che ha la sua sorgente nella pienezza dell'Essere e del Bene, che è Dio stesso, questa vita traboccherà dal seno di Dio Padre per raggiungere e beatificare, elevandoli al di sopra della loro natura, gli esseri tratti dal nulla. A queste creature Dio dà la qualità di figli e fa loro sentire il dolce sapore di questo nome.

Per natura Dio Padre non ha che un Figlio, per amore ne avrà una moltitudine innumerevole: tale è la grazia dell'adozione soprannaturale.

Questo decreto d'amore, effettuato in Adamo fin dal-l'alba della creazione, attraversato, in seguito, dal pec-cato dei nostri progenitori, trascinerà tutta la discenden-za nelle sue conseguenze disastrose.

Questo decreto d'amore sarà poi restaurato da un'in-venzione meravigliosa di giustizia e di misericordia, di saggezza e di bontà.

Il Figlio Unigenito, che vive in eterno nel seno del Padre (cf Gv 1,18), si offre al Padre dicendo: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà... Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Eb 10, 5b-7.10; cf Sal 39,7-9).

Il Figlio, quindi, si unisce alla natura umana in manie-ra così stretta che questa natura appartiene interamente alla Persona divina, alla quale è unita.

La vita divina, comunicata nella sua pienezza a que-sta umanità, fa di lei l'umanità del Figlio di Dio: è l'ope-ra mirabile dell'incarnazione. Egli viene, dunque, nel mondo come «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), e, a quanti l'accolgono dà il potere di diventare figli di Dio, generati non da sangue, né da volere di carne, ne da volere di uomo, ma direttamente da Dio (cf Gv 1, 9.12-13).

In tal modo il Figlio viene costituito capo di una mol-titudine di fratelli, ai quali, per mezzo della sua opera redentrice, renderà la grazia della vita divina.

Così, la stessa vita divina, che deriva dal Padre nel Figlio, e che scorre dal Figlio nell'umanità di Gesù, cir-colerà, per opera di Cristo, in tutti coloro che vorranno accettarla.

Tutta la santità consisterà, pertanto, nel ricevere la vita divina da Cristo Gesù e, per mezzo suo, che ne pos-siede la pienezza (cf Gv 1,16), anche la grazia di santità, che dovrà essere conservata ed aumentata continuamen-te per mezzo di un'adesione sempre più perfetta e per mezzo di una unione sempre più intima a colui che ne è la sorgente.

In tal modo Cristo è veramente la vita dell'anima, perché della vita egli è la sorgente ed il dispensatore. Quando l'anima considera questa munificenza e que-ste attenzioni, di cui si vede ricolmata da parte del buon Dio, sente il bisogno di inabissarsi nell'adorazione e di cantare, in lode dell'Essere infinito, che si abbassa verso di lei per darle il nome di figlia, un cantico di ringrazia-mento: «Della tua lode è piena la mia bocca, della tua gloria, tutto il giorno» (Sal 70,8).

Secondo il pensiero dell'apostolo Paolo, il disegno di Dio può riassumersi in tre grandi linee:

a) Dio vuole comunicarci la sua santità;

b) questa santità consiste in una vita di figli adottivi;

c) questo mistero ineffabile non si effettua che per opera di Gesù Cristo.

Dio ci vuole santi. è la sua volontà eterna, perciò ci ha eletti (cf Ef 1,4). «La volontà di Dio è la vostra santi-ficazione» (lTs 4,3).

Dio desidera che siamo santi, perché è santo egli stes-so (cf Lv 11,44; 1 Pt 1,16), perché ha posto in questa san-tificazione la gloria che aspetta da noi (cf Gv 15,8) e la gloria di cui desidera saziarci (cf Gv 16,22).

La nostra figliolanza adottiva ci fa partecipare alla santità stessa di Dio.

La santità è l'altissima perfezione divina, che forma l'oggetto dell'eterna contemplazione degli angeli e dei santi (cf Is 6,3; Ap 4,8; 5,8-10).

In che consiste, dunque, la santità di Dio, di cui noi, come figli adottivi, siamo resi partecipi?

In Dio, le sue perfezioni sono realmente identiche a lui stesso: anzitutto in Dio non ci può essere assoluta-mente alcuna imperfezione di qualsiasi specie o che, co-munque, possa trovarsi in qualsivoglia creatura. Questo è soltanto l'aspetto negativo della santità di Dio.

L'aspetto positivo, invece, consiste esattamente in questo: Dio aderisce per mezzo di un atto immutabile e sempre attuale della sua volontà al Bene infinito (che non è altro che egli medesimo), in modo da conformarsi adeguatamente a tutto ciò che costituisce questo Bene infinito. Dio conosce perfettamente se stesso; ed è la propria essenza la norma suprema di ogni sua attività.

Questa adesione immutabile, questa conformità su-prema della volontà divina all'essenza infinita, conside-rata come norma ultima di attività, è perfetta, poiché in Dio la volontà è realmente identica all'essenza.

La santità divina si ricollega dunque all'amore perfet-to e alla fedeltà sovranamente immutabile, con la quale Dio ama se stesso infinitamente. Da ciò deriva che la santità divina serve da fondamento primo, da esemplare universale e da sorgente unica ad ogni santità creata.

In tal modo ogni creatura umana, manifestando la santità stessa di Dio, vive «a lode della sua gloria» (Ef 1,12).

E come vivere questa vita intima di Dio, questo rap-porto tra la nostra vita e quella del Signore? Ce lo dice nostro Signore Gesù Cristo: «è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spi-rito e verità» (Gv 4,23-24).

Anche l'apostolo Paolo spiega bene in che consiste questo culto, questo rapporto vero tra il nostro spirito e quello del Signore: «Vivendo secondo la verità nella ca-rità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15).

Ne consegue che è il Cristo l'immagine vivente del Padre (cf Col 1,15; Gv 14,8-11), è in lui «che abita cor-poralmente tutta la pienezza della Divinità» (Col 2,9); è in lui che dobbiamo restare, vivere e camminare, rive-stendoci dei suoi stessi sentimenti (cf Gv 6,56-57; 15,4-9; Col 2,6), in modo da poter dire come l'Apostolo delle genti: «non sono più io a vivere, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Come allora possiamo essere veri nel nostro rapporto con Dio e la sua santità? Un'azione umana è vera se ri-sponde realmente alla nostra natura umana di creature dotate di ragione, di volontà e di libertà.

Compiere azioni vere vuol dire compiere opere con-formi alla nostra natura umana. Ogni atto contrario, che non risponde alla nostra natura di esseri ragionevoli, è un atto falso.

Il carattere che deve dapprima manifestarsi nelle no-stre azioni e che Dio vuole trovare in esse, è il carattere di opere umane, compiute da una creatura libera, dotata di una volontà illuminata dalla ragione. Pertanto ogni ordine di esseri creati ha delle leggi speciali.

Anche l'uomo ha delle leggi insite nella sua natura che condizionano la sua attività di creatura ragionevole: egli può così glorificare Dio compiendo opere conformi alla sua natura di essere libero e ragionevole. Ciò che distingue, dunque, l'uomo dalle altre creature è la ragio-ne e la libertà.

Per essere "vera", ed è questa la prima condizione ri-chiesta per piacere a Dio, ogni azione umana deve dun-que essere conforme alla nostra condizione di creature libere e ragionevoli, sottomesse alla volontà divina; al-trimenti sarebbe falsa e deviante.

Non bisogna dimenticare che la legge naturale è qual-cosa di essenziale nell'ordine della religione e, quindi, del nostro rapporto con Dio; questo carattere di atto umano, pienamente libero, ma d'accordo con la nostra natura e con la finalità ultima della nostra creazione, e per conseguenza moralmente buono, deve innanzi tutto contrassegnare le nostre opere agli occhi di Dio.

Per agire da cristiani dobbiamo, prima di tutto, agire da "veri" uomini. La legge del Vangelo rinchiude e per-feziona la legge naturale, prima base, sulla quale lavora la grazia.

La grazia non distrugge la natura, anzi la presuppone assieme alle operazioni proprie che ne derivano. Invece di urtarsi, la grazia e la natura, in ciò che quest'ultima ha di buono e di puro, si armonizzano, conservando ognuna il proprio carattere e la propria bellezza.

Contempliamo quanto avveniva in Gesù Cristo. è lui che dobbiamo tenere sempre presente come il vero mo-dello di ogni santità, continuamente, infatti, afferma l'apostolo Paolo:

«Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1).

«è lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere cia-scuno perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con po-tenza» (Col 1,28-29).

Egli è vero Dio e vero uomo, tutto Dio e tutto uomo. Benché unita in modo ineffabile alla persona divina del Verbo, la sua natura umana non perdeva affatto la sua attività, il suo modo speciale di agire.

Questa natura era la sorgente di azioni umane perfet-tamente autentiche. Egli pregava, lavorava, mangiava, soffriva, riposava da vero uomo; gli atti che scaturivano dalla sua natura umana erano di una incomparabile per-fezione, ma in lui la natura sussisteva nella divinità del Verbo.

Qualche cosa di analogo avviene in noi. La grazia non sopprime e non rovescia la natura, né nella sua essenza né nelle sue buone qualità. Essa costituisce senza dubbio un nuovo stato sovraggiunto, infinitamente superiore al nostro stato naturale. Ma la nostra natura non ne viene turbata né rimpicciolita.

Naturalmente lo stato soprannaturale tende ad escludere ciò che c'è di vizioso nella natura in seguito al pec-cato originale. Esercitando le nostre facoltà, intelligen-za, volontà, cuore, sensibilità, immaginazione, la nostra natura umana, anche ornata dalla grazia, può e deve libe-ramente compiere le sue operazioni; ma questi atti che derivano dalla natura sono, per la grazia, elevati fino a diventare degni di Dio.

Noi dobbiamo conservare, nella vita soprannaturale, la nostra personalità in ciò che essa ha di buono.

Dio, creandoci, ha dato ad ognuno di noi doni, talenti, privilegi. E così ogni anima ha una naturale e particolare bellezza. La grazia rispetterà questa bellezza, come ri-spetta la natura che ne è il fondamento, essa aggiungerà solamente allo splendore nativo una luce divina che lo eleva e lo trasfigura.

Perché i nostri atti siano "veri", è sufficiente che sia-no conformi alla nostra condizione di creature ragione-voli, sottomessi a Dio, liberamente compiuti, secondo il nostro stato? Per essere atti di vita soprannaturale ciò non basta.

Bisogna ancora, questo è il punto capitale, che essi derivino dalla grazia, che siano compiuti da un'anima ornata dalla grazia santificante, che San Paolo indica con l'espressione: «nella carità» (Ef 4,15).

Questo significa riferire a Dio tutto ciò che facciamo, perché in lui troviamo il Bene supremo che preferiamo ad ogni altro bene.

E questo il frutto della grazia, che ci rende piacevoli a Dio fino ad essere suoi figli adottivi. La carità, derivante dalla grazia, eleva il nostro essere e trasforma le nostre attività. Grazia e carità sono sempre unite; il grado del-l'una segna il grado dell'altra.

E la grazia è proporzionata alla nostra intima unione con il Cristo, dal momento che non dobbiamo mai di-menticare che Cristo Gesù nostro Signore è la sorgente della vita soprannaturale e che ogni nostra attività ha valore per la vita eterna soltanto in quanto noi siamo strettamente uniti a Cristo affettivamente ed effettiva-mente (cf Gv 15,4-9).

Ci domandiamo: e tutte le azioni buone compiute se-condo natura, e non in modo soprannaturale, ossia non derivanti da uno stato di unione con il Cristo, hanno un merito dinanzi a Dio? Senza dubbio Dio, che è bontà infinita, non guarderà senza benevolenza tutti questi atti onesti, soprattutto quando sono animati dalla carità ver-so il prossimo (cf Tb 4,10-11; 12,9; 1Pt 4,5).

La misericordia di Dio concederà sicuramente, a co-loro che compiono azioni caritatevoli verso il prossimo, la piena disponibilità ad accogliere la grazia santifican-te.

Ed è esattamente ciò che capitò al centurione Corne-lio di Cesarea (cf At 10,1-48). Costui, anche se pagano, faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio (cf At 10,2). E Dio fece scomodare Pietro, che si trovava a Giaffa, affinché andasse a Cesarea e battezzasse, così, Cornelio con tutta la sua famiglia (cf At 10,48). Lo stes-so grado di grazia varia nelle anime nella misura del dono di Cristo (cf Ef 4,7).

Le operazioni di Dio nelle anime sono molteplici e diverse, ma è il medesimo Spirito che produce tutti que-sti doni, distribuendoli ad ognuno secondo i disegni di-vini.

Così, sotto l'azione infinitamente delicata dello Spiri-to Santo, ognuna delle nostre anime deve mirare a rappresentare nella sua attività individuale, sollevata e tra-sformata dalla grazia, il modello divino, Gesù nostro Si-gnore, in modo che il Padre vedendo in noi Gesù (cf Gal 2,20), possa esclamare, come fece per il suo Figlio natu-rale: «Ecco il mio figlio (adottivo), nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 17,5).

 

Il Battesimo è il sacramento dell'adozione divina

Il battesimo è la nascita spirituale, nella quale ci è conferita la vita della grazia.

Dio vuole comunicarci la sua stessa vita, ossia una vita superiore che, senza distruggere la vita naturale in ciò che ha di buono, la sorpassi, la elevi, la deifichi.

Ora, il mezzo regolare istituito da Cristo Gesù, per nascere a questa vita, è il battesimo.

Nostro Signore Gesù Cristo nel discorso notturno con Nicodemo è molto preciso a riguardo: «In verità, in veri-tà ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio»; alla sorpresa di Nicodemo, egli risponde: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne e quello che è nato dallo Spi-rito è Spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: dovete rinascere dall'alto» (Gv 3,3.5-7).

Gesù oppone chiaramente le due vite: quella naturale e quella soprannaturale scaturita dalla grazia del battesi-mo, che dà libero accesso al regno dei cieli.

L'apostolo Paolo ce lo conferma: «Dio ci ha salvati, per sua misericordia mediante un lavacro di rigenera-zione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo salvatore nostro» (Tt 3,5-6).

Così il battesimo costituisce il sacramento dell'ado-zione divina, per mezzo del quale diventiamo veramente figli di Dio e veniamo incorporati a Cristo. Di più: esso apre le porte a tutte le grazie celesti.

In quel momento solenne noi entriamo a far parte del-la famiglia di Dio, diventiamo stirpe divina, assicurati, in linea di massima, all'eredità eterna. Nell'ora del no-stro battesimo, per mezzo del quale Cristo scolpisce un carattere indelebile nella nostra anima, noi riceviamo il "pignus Spiritus" (cf 2Cor 1,22; 5,5), il "pegno dello Spirito" divino, che ci rende degni delle compiacenze dell'Eterno Padre e ci assicura, se lo conserviamo fedel-mente, tutti i favori che sono fatti a coloro che Dio ri-guarda come suoi figli.

Perciò i Santi hanno sempre tenuto in grande stima la grazia battesimale: il giorno del battesimo ha segnato per essi l'amore delle liberalità divine e della gloria fu-tura.

San Paolo spiega il simbolismo primitivo dell'immer-sione nelle acque del fonte battesimale e la grazia che ne scaturisce.

L'immersione rappresenta la morte e la sepoltura di Cristo. Noi vi partecipiamo seppellendo nelle acque san-tificate il peccato e tutte le affezioni al peccato, alle qua-li rinunciamo.

L'uscita dal fonte battesimale è la nascita dell'uomo nuovo, purificato dal peccato, rigenerato dall'acqua fe-condata dallo Spirito Santo. L'anima è ornata dalla gra-zia, principio di vita divina; ornata anche dalle virtù in-fuse e dai doni dello Spirito Santo (cf Rm 6,3-13).

Ma non basta, poiché, ricevuto il germe della vita di-vina (cf 1Gv 3,9), è questo germe che bisogna sviluppare in noi.

Ed ecco la verità del "germe divino" ricevuto nel bat-tesimo. La vita divina, che Dio ci dà, è soltanto allo stato di germe; essa dovrà crescere e svilupparsi, appunto come la nostra rinuncia e la nostra "morte al peccato" devono continuamente rinnovarsi e sostenersi.

Noi abbiamo perduto tutto, in una sola volta, per una sola colpa di Adamo. Ma Dio non ci rende in una sola volta, con il battesimo, tutta l'integrità del dono divino. Egli lascia in noi, perché costituisca una sorgente di me-riti con le lotte che provoca, la concupiscenza, focolare di peccato, che tende a diminuire ed a distruggere la vita divina. In tal modo tutta la nostra esistenza deve compie-re ciò che il battesimo inaugura.

La nostra dichiarata "morte al peccato" deve tradursi in una continua rinuncia a Satana, alle sue insinuazioni e alle sue opere, alle sollecitazioni del mondo e della car-ne. La grazia è in noi principio di vita, un germe, che dobbiamo sviluppare.

Nostro Signore stesso paragona questo regno di Dio in noi ad un seme, al grano di senape che diventa un grande albero (cf Mt 13,31-32). Così è della vita divina in noi. San Paolo spesso ribadisce il medesimo concetto (cf Col 3,9-10; Ef 4,20-24). L'opera nostra sarà dunque di perseverare, di conservare e di sviluppare questo ger-me fino a quando arriveremo, nell'ultimo giorno, alla pienezza dell'età di Cristo. Quanto più si riproducono in noi la morte e la vita stessa di Cristo, fin dall'istante del battesimo, tanto più ci rivestiamo interiormente di Cri-sto (cf Gal 3,27).

Rinnoviamo spesso le virtù di questo sacramento di adozione e di iniziazione, con le promesse battesimali, affinché Cristo, nato in quel giorno nelle nostre anime per mezzo della fede, cresca sempre più in noi «ad gloriam Dei Patris» (Fil 2,11).

Dobbiamo spesso ringraziare Dio dal profondo del cuore per l'adozione divina data nel battesimo, che è la grazia iniziale, dalla quale derivano per noi tutte le altre. Il battesimo dà alla nostra vita il principio della sua vera fecondità. Questa riconoscenza deve manifestarsi per mezzo di una generosa e costante fedeltà alle nostre pro-messe battesimali. Dobbiamo essere tanto penetrati dal sentimento della nostra dignità soprannaturale di cristia-ni da respingere tutto ciò che può offuscarla e cercare soltanto ciò che le è conforme.

La gratitudine dev'essere il primo sentimento, che deve scaturire dalla grazia battesimale. La gioia è il se-condo. Non dovremmo mai pensare al nostro battesimo senza un profondo sentimento di allegrezza interiore.

Quale grande motivo di gioia è per l'anima il pensare che, nel giorno del battesimo, lo sguardo dell'Eterno Pa-dre si è posato su di lei con amore e che il Padre l'ha chiamata, mormorandole il nome di figlia, a partecipare alle benedizioni di cui Cristo è ricolmo!

Infine, ma soprattutto, noi dobbiamo dilatare la nostra anima in una grande confidenza. Nelle nostre relazioni con il Padre celeste, dobbiamo ricordarci che siamo suoi figli per la partecipazione alla filiazione di Gesù Cristo, nostro fratello maggiore.

Dubitare della nostra adozione e dei diritti che ci dà, è dubitare di Cristo stesso. Non dimentichiamo che nel giorno del battesimo ci siamo rivestiti di Cristo e siamo stati incorporati a lui (cf Gal 3,27). Noi abbiamo, pertan-to, il diritto di presentarci davanti all'Eterno Padre, par-lando a nome del suo Figlio prediletto e primogenito, per sollecitare con confidenza piena ed assoluta tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

Tale è la grazia e la potenza che ci vengono conferite con il Santo Battesimo.

 

«QUANDO EGLI, IL PADRE, SI SARA' MANIFESTATO, NOI SAREMO SIMILI A LUI, PERCHé LO VEDREMO COSì COME EGLI è» (1Gv 3,2)

è Gesù stesso che parla della gloria di cui verremo investiti nel Cielo, quando «vedremo Dio così come egli è» (1Gv 3,2) e precisamente nel discorso dell'ultima Cena.

«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. Ed ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,3-5).

Gesù prima chiede che la sua santa Umanità sia am-messa alla partecipazione della gloria, che il Verbo pos-siede da tutta l'eternità e poi domanda: «Padre, voglio che, anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato» (Gv 17,24).

L'apostolo Paolo ci conferma questa verità. Dopo aver detto che Dio vuole la nostra santità, egli precisa che questa santità consiste nel predestinarci ad essere conformi all'immagine del suo Figlio naturale, affinché questi sia il primogenito di un gran numero di fratelli. E subito dopo aggiunge: «quelli che ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati, li ha anche giu-stificati; quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati» (Rm 8,30). Ecco il grande disegno di Dio su di noi!... Il battesimo è il segno della nostra vocazione sopran-naturale, il sacramento della nostra iniziazione cristiana, che ci rende giusti per la grazia di Gesù nostro Signore. Questa giustificazione può perfezionarsi continuamente, secondo il grado della nostra unione a Gesù Cristo, fino a trovare il completamento supremo della perfezione, la pienezza della nostra vita, nella gloria.

è l'eredità che il Cristo ci ha meritato, di cui egli è in pieno possesso e che vuole condividere con noi; così di-ventiamo «coeredi di Cristo» (Rm 8,17).

Dobbiamo fissare il nostro sguardo su questa altissi-ma eredità, che l'Apostolo delle genti, rapito in Paradi-so, contemplò ascoltando parole ineffabili (cf 2Cor 12,4). Per cui ci infonde grande speranza ed immensa gioia, quando ci assicura che «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d'uomo, queste cose ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).

Cose tutte, nelle quali gli stessi angeli, profondamen-te ammirati, desiderano fissare lo sguardo (cf 1Pt 1,12). è Gesù che ce ne dà conferma: «Io sono venuto, per-ché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10b); e questa vita non sarà mai piena ed abbondante, se non sarà eterna. Perché egli stesso è la "Vita" e la "Vita Eterna" (cf 1Gv 1,4), che noi contempleremo "fac-cia a faccia" e conosceremo con il "lumen gloriae" per-fettamente, come noi stessi siamo da lui conosciuti (cf 1Cor 13,12). Ecco quanto grande ed immensa sarà la nostra gloria lassù in Cielo, quando ne saremo autentici "comprensori".

La vita di Cristo in noi quaggiù, per opera della grazia, non è che un'aurora. Essa giunge al suo pieno merig-gio, ma un meriggio senza tramonto, sbocciando nella gloria eterna.

Questo è il fine ultimo che va contemplato incessan-temente e che può dare un potente slancio alla nostra ascesi spirituale.

San Paolo pregava per i fedeli di Efeso, affinché co-noscessero le ricchezze profonde e sublimi di questo mistero: «Non cesso di rendere grazie per voi, ricordan-dovi nelle mie preghiere, perché... il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente, per far-vi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi» (Ef 1,16-18).

Vediamo, dunque, qual è "questa speranza", e quali sono "queste ricchezze", che l'apostolo Paolo desidera-va vivamente veder conosciute e contemplate.

Parlando delle virtù teologali, l'apostolo dice che, nello stato presente, quaggiù, restano le tre virtù: fede, speranza e carità; e subito aggiunge: «ma di tutte più grande è la carità» (1Cor 13,13). Infatti al termine di questa vita, quando il buon Dio ci ammetterà nella gloria celeste, la fede in Dio cederà alla visione diretta di Dio, la speranza svanirà nel possesso pieno del Signore, men-tre la carità resterà e ci unirà in amore a lui... e per sem-pre.

Ecco in che consiste la glorificazione di noi figli adottivi: vedremo Dio, ameremo Dio, godremo Dio.

 

a In Cielo vedremo Dio.

Questo costituirà la nostra vita beata: sarà il primo atto vitale nella gloria.

Afferma l'apostolo Paolo: Noi lo conosceremo così come siamo da lui conosciuti (cf 1Cor 13,12). L'anima sarà fissata nel "lume di gloria".

Vedremo Dio con tutte le sue perfezioni; o piuttosto, vedremo che tutte le sue perfezioni si compendiano in una perfezione infinita, che è la Divinità. Contemplere-mo la vita intima di Dio, la pienezza dell'Essere, l'iden-tità in Dio tra l'Essere e la Volontà, tra l'Essere e l'Ope-rare, tra l'Essere e tutte le sue Perfezioni.

Capiremo allora la bella definizione che Dio dà di se stesso: «Io sono Colui che è» (Es 3,14); la stessa defini-zione Gesù dà di se stesso: «Io sono» (cf Gv 8,24.28.58; 13,19).

E in Dio comprenderemo la pienezza di ogni verità, di ogni santità, di ogni bellezza e di ogni bontà. Contem-pleremo, e per sempre, l'Umanità del Verbo incarnato.

Vedremo Gesù, nel quale il Padre ha posto le sue compiacenze (cf Mt 17,5); contempleremo i suoi linea-menti divini. Ed a lui canteremo il nostro inno di ricono-scenza assieme agli angeli e ai santi (cf Ap 5,9-10.13).

Contempleremo la Vergine Santissima ammantata di sole (cf Ap 12,1) unitamente ai cori degli Angeli e alla grande moltitudine degli eletti di ogni razza e nazione, che incessantemente cantano, lodano e ringraziano l'Altis-simo (cf Ap 7,9-14).

Questa visione di Dio senza velo, senza oscurità, sen-za intermediario, è la nostra eredità futura, è la consuma-zione della nostra adozione divina. Lassù gusteremo la nostra somiglianza divina; allora comprenderemo vera-mente che cosa significa essere figli di Dio.

Ma questa visione non ci costringerà ad una immobi-lità passiva. La contemplazione di Dio non sarà l'an-nientamento della nostra attività. Pur non cessando mai di contemplare la Divinità, la nostra anima serberà il li-bero uso di tutte le sue facoltà. Basta osservare nostro Signore Gesù Cristo: quaggiù sulla terra la sua anima godeva costantemente della visione beatifica, tuttavia la sua attività umana non era assorbita da questa contem-plazione continua. La perfezione del Cielo non sarebbe una perfezione, se dovesse annichilire l'attività degli eletti. Dal Paradiso essi ci contemplano in Dio con il "lume della gloria" e continuamente vigilano su di noi, ci sono vicini, ci confortano, ci incoraggiano e ci accom-pagnano con cura delicata, premurosa ed amorosa.

 

b In Cielo ameremo Dio.

Vedere Dio è il primo elemento della vita eterna, la prima sorgente di beatitudine.

Ma, se l'intelligenza è divinamente saziata dalla veri-tà eterna, non bisogna che anche la volontà sia appagata dall'infinita bontà?

Noi ameremo Dio... «La carità, dice l'apostolo Paolo, non finirà mai» (1Cor 13,8). Noi ameremo Dio, non più di un amore debole, vacillante, spesso distratto e preoc-cupato dalle tante cose e creature; ma di un amore poten-te, puro, perfetto ed eterno.

S. Paolo affermava con energia e profonda sicurezza «chi mi separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribola-zione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?... né potenze, né altezza, né profon-dità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dal-l'amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35.39).

Se, come è avvenuto per l'Apostolo, alcune persone, anche su questa terra, hanno gustato un amore tanto grande, quanto intenso ed elevato diventerà questo amo-re quando abbraccerà, per non perderlo più, il Bene infi-nito!

Quale slancio verso Dio, slancio sempre saziato! Quale stretta amorosa sempre appagata! E questo amore senza fine si esprimerà in atti di adorazione, di lode, di compiacenza, di ringraziamento.

San Giovanni l'apostolo ce lo conferma quando ci presenta i Santi, prostrati dinanzi a Dio, mentre fanno risuonare il Cielo delle loro lodi: «A voi, Signore, la glo-ria, l'onore e la potenza per i secoli dei secoli» (Ap 7,12).

 

c In Cielo godremo Dio.

Nostro Signore Gesù Cristo spesso paragona il regno dei cieli ad un banchetto, che Dio ha preparato per ono-rare suo Figlio: Egli cingerà da se stesso i propri fianchi e ci servirà, dopo averci fatto sedere alla sua tavola (cf Lc 12,37).

Che significa ciò, se non che Dio stesso sarà la nostra gioia? Il Salmista fa notare che il Signore inebrierà i suoi eletti dell'abbondanza della sua casa e li abbevererà al torrente delle sue delizie (cf Sal 35,9).

Dio dice all'anima che lo cerca: «Io stesso sarò la tua grande ricompensa» (Gn 15,1).

è come se dicesse: "Ho voluto introdurti nella mia casa, adottarti come figlio, perché tu abbia parte alla mia beatitudine.

Voglio che tu viva della mia stessa vita, che la mia beatitudine divenga la tua beatitudine" e, riprendendo il pensiero di S. Agostino è come dicesse ancora: "Quag-giù ti ho dato mio Figlio, il quale si è donato per darti la grazia di essere e di restare mio figlio. Ed ha continuato a darsi nell'Eucaristia, per rimanere in te ed essere la tua forza ed il tuo sostegno continuo ed amoroso. Ora sono Io, il Padre, nella gloria, che mi dò a te, per renderti par-tecipe della mia vita, per essere la tua beatitudine senza fine".

La grazia quaggiù, la gloria lassù. E la gloria è lo sbocciare della grazia: è l'adozione divina, quaggiù na-scosta ed imperfetta, lassù rivelata e consumata.

Il Salmista sospirava tanto questo possesso di Dio: «Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 41,2-3); poiché io non sarò sazio, se non quando la tua gloria piena di delizie mi apparirà (cf Sal 16,15).

Così, quando parla di questa beatitudine, nostro Si-gnore ci dice che Dio fa entrare il fedele servitore «nella gioia del suo Signore» (Mt 25,21).

Questa è la gioia di Dio stesso, gioia che sarà tutta e per sempre nostra (cf Gv 17,13). La sua beatitudine ed il suo riposo saranno la nostra beatitudine ed il nostro ripo-so; la sua vita, la nostra vita; vita perfetta, nella quale tutte le nostre facoltà saranno pienamente saziate.

Sarà "una partecipazione al bene immutabile" (S. Agostino).

«Saremo per sempre con il Signore» (1Ts 4,17), «e nessuno ci potrà mai togliere questo gaudio» (Gv 16,23).

Noi sappiamo, dalla Rivelazione, che questa vita bea-ta diviene possesso di ogni anima, appena essa esce da questo mondo, essendo, per la grazia, figlia di Dio, e non restandole più niente da espiare nel Purgatorio, che le pene del peccato. Tuttavia non è tutto. Dio ci riserva an-cora un completamento.

Il Signore vuole dare anche al corpo la sua piena bea-titudine.

Gesù, che si è presentato a Marta come «Risurrezione e vita» (Gv 11,25), sarà la nostra risurrezione finale per vivere con lui nell'abbondanza della vita (cf Gv 10,10). Risuscitando, Cristo Gesù ci ha assicurato la nostra ri-surrezione con lui, come attesta l'apostolo Paolo: «Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù» (Ef 2,4-6).

Dio non si accontenta di saziare la nostra anima di una felicità eterna, ma vuole che la nostra carne, secon-do l'esempio di quella di suo Figlio, partecipi a questa beatitudine infinita; vuole adornarla di quelle prerogati-ve gloriose d'immortalità, di agilità, di spiritualità, di cui risplendeva l'umanità di Gesù alla sua uscita dalla tomba.

Noi godremo di Dio, partecipando alla sua stessa glo-ria, in proporzione al grado di grazia che avremo rag-giunto al momento della nostra uscita da questo mondo (cf 1Cor 3,8).

Non perdiamo di vista questa grande verità: il grado della nostra beatitudine eterna è e resterà fissato per sempre dal grado di carità, al quale saremo pervenuti con la grazia di Cristo, quando Dio ci chiamerà a lui. Ogni momento della nostra vita è, dunque, infinitamente prezioso, poiché serve a farci avanzare di grado nel-l'amore di Dio, ad elevarci di più nella beatitudine della vita eterna.

Se Dio commisura il premio agli sforzi che avremo fatti per vivere della sua grazia e per aumentare questa grazia in noi, sarà pertanto necessario e doveroso portare al Padre celeste un raccolto abbondante, come attesta Gesù stesso: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto» (Gv 15,8).

E, per questo, l'Apostolo delle genti c'incoraggia: «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsa-mente raccoglierà e chi semina con larghezza, con lar-ghezza raccoglierà» (2Cor 9,6). «Non vi fate illusioni... Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato» (Gal 6,7).

E quale sarà il grado di gloria e di splendore corri-spondente al frutto del proprio lavoro e del proprio sfor-zo?

Lo stesso Apostolo dà la risposta: «Altro è lo splendo-re del sole, altro è lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un'altra nello splendore» (1Cor 15,41).

Ed il profeta Daniele precisa: «I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (Dn 12,3).

Sforziamoci, quindi, di allontanare continuamente gli ostacoli, che possono diminuire lo splendore della luce celeste. Facciamo in modo che l'azione divina ci penetri profondamente per lasciare che la grazia agisca libera-mente in noi, in modo da farci pervenire a quella grande misura di gloria alla quale il buon Dio ci ha eternamente destinati.

Non si tratta di un impegno semplice, ma di un grande e continuo sforzo, come ci rivela Paolo: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo con-quista il premio? Correte anche voi in modo da conqui-starlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io, dunque, corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predi-cato agli altri, venga io stesso squalificato» (1Cor 9,24-27).

S. Paolo, dunque, non solo si sforza, ma corre, come attesta in un altro passo: «Non però che io abbia già con-quistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché an-ch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo.

Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, que-sto soltanto so: dimentico del passato e proteso vero il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. Quanti, dunque, siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimen-ti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illu-minerà anche su questo. Intanto, dal punto a cui siamo arrivati, continuiamo ad avanzare sulla stessa linea. Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti, ve l'ho già detto più volte ed ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, per-ché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra.

La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo; il quale trasfigu-rerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo cor-po glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,12-21).

 

d Contempliamo il Padre nella sua gloria secondo la Sacra Scrittura.

«Nell'anno in cui morì il re Ozia (verso il 740 a.C.), io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: "Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra e piena della sua gloria". Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo» (Is 6,1-4).

«Io continuavo a guardare, quand'ecco furono collo-cati troni ed un vegliardo si assise. La sua veste era can-dida come la neve ed i capelli del suo capo erano candi-di come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scen-deva dinanzi a lui, mille migliaia lo assistevano. La cor-te sedette ed i libri furono aperti.

Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco appa-rire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, ed il suo regno è tale che non sarà mai distrutto» (Dn 7,9-14).

«Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c'era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell'aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. Attor-no al trono, poi, c'erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d'oro sul capo. Dal trono uscivano lam-pi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. Davanti al tro-no vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono ed intorno al trono vi erano quattro esse-ri viventi pieni di occhi davanti e di dietro.

Il primo vivente era simile ad un leone, il secondo es-sere vivente aveva l'aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l'aspetto d'uomo, il quarto vivente era simile ad un'aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno cia-scuno sei ali, intorno e dietro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: Santo, santo, san-to il Signore Dio, l'Onnipotente, Colui che era, che è e che viene! Ed ogni volta che questi esseri viventi rendeva-no gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo: "Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono"... » (Ap 4,1-11).

«Vidi poi un nuovo cielo ed una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi ed il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusa-lemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una spo-sa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni la-crima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate". E colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose"; ed soggiunse: "Scrivi, per-ché queste parole sono certe e veraci. Ecco, sono com-piute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio... ". Poi venne uno dei sette angeli e mi parlò: "Vieni, ti mostrerò la fidan-zata, la sposa dell'Agnello ".

L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte gran-de ed alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La cit-tà è cinta da un grande ed alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. Ad oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello.

Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta for-mata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello.

Le sue porte non si chiuderanno mai durante il gior-no, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d'impuro. Il trono di Dio e dell'Agnello sarà in mezzo a lei ed i suoi servi lo adoreranno: vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e re-gneranno nei secoli dei secoli» (Ap 21,1-7.9-14.18-19.21-23.25-27; 22,3b-5).

 

CHE COSA SIGNIFICA: «DIO E' NOSTRO PADRE» E QUALI SONO I NOSTRI OBBLIGHI DI FIGLI SUOI?

1. Dio è amore (1 Gv 4,8)

Come figli, siamo obbligati a riconoscere il suo amo-re per noi e a credere in esso, per stare nel suo amore e così dimorare in Dio, e Dio dimorare in noi (cf l Gv 4,16; Ef 3,19).

E come si riconosce il suo amore?

«Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Non siamo stati noi ad amare Dio, ma egli si è mos-so per primo (cf lGv 4,19), dimostrando praticamente il suo amore per noi, mandandoci «il suo Figlio come vitti-ma di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10).

Ed a questo proposito l'apostolo Paolo esclama: «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,32). Infatti dandoci il Figlio ci ha dato tutto, perché nel Cristo «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3).

Cristo Gesù è «l'immagine del Dio invisibile» (Col 1,15); in lui «abita corporalmente la pienezza della Di-vinità» (Col 2,9); ed «è irradiazione della sua gloria ed impronta della sua sostanza» (Eb 1,3).

E sappiamo che il Figlio è venuto, non solo per redi-merci, ma anche per darci l'intelligenza, in modo da conoscere il vero Dio; e così stare nel vero Dio e nel Figlio suo, che è la stessa "Vita eterna" (cf Gv 17,3; 1Gv 1,1-3; 5,20).

 

a Dio, essendo amore, si manifesta a noi come «Pietà e Tenerezza» (Sal 110,4).

Qualcuno potrebbe osservare: se Dio è amore, ed in particolare pietà e tenerezza, perché permette il dolore ed ogni specie di sofferenza fisica, morale e spirituale?

E proprio in queste prove che ci fanno gemere e spes-so suscitano dubbi nella fede ed esitazioni nello stesso cammino spirituale, che il Signore Dio, l'Altissimo, si dimostra «Padre misericordioso e Dio di ogni consola-zione» (2Cor 1,3), «ricco di misericordia» (Ef 2,4).

Egli così ama proclamare il suo nome e manifestare la sua gloria a Mosè: «Il Signore passò davanti a lui pro-clamando: 'Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà"...» (Es 34,6).

Ed il Salmista conferma: «Buono e pietoso è il Signo-re, lento all'ira e grande nell'amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga se-condo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono; come dista l'oriente dall'occidente, così allontana da noi le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi fi-gli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo pol-vere» (Sal 102,8-14).

«Paziente e misericordioso è il Signore, lento all'ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 144,8-9).

Ed ancora si potrebbe obiettare: Alle volte, però, si ha l'impressione che Dio, forse a causa delle nostre man-canze, ci abbia abbandonato e che non si prenda più cura di noi.

Il Signore ci risponde: «Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato". Si di-mentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenti-cherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,14-16).

Egli non è lontano da noi. Lo conferma il regale pro-feta: Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti» (Sal 33,19).

Sì, egli ascolta e salva: «Gridano ed il Signore li ascolta, li salva da tutte le loro angosce» (Sal 33,18). Ce lo dimostra concretamente quando interviene presso Mosè per liberare gli Ebrei dalla schiavitù di Egitto: «Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto ed ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele... Il grido degli Israeliti è arrivato fino a me ed io stesso ho visto l'op-pressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora va! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popo-lo, gli Israeliti! "... » (Es 3,7-10).

I verbi esprimono chiaramente la vicinanza e la sensi-bilità del buon Dio in tutti i nostri bisogni, che lo spingo-no non solo a compenetrarsi in pieno, ma anche, e so-prattutto, a liberarci; infatti a lui non piace lasciarci a lungo nella sofferenza.

Va tenuto presente che nella prova egli non solo ci è vicino, ma ci dà la forza e la grazia proporzionate al "peso" e al "giogo" che c'impone, da Padre, per il nostro bene (cf 1 Cor 10,13).

Ed allora si dirà: Se Dio ci dà un aiuto proporzionato a tutte le sofferenze che ci capitano, perché non provia-mo alcun sollievo, anzi ci sentiamo schiacciati?

Il Signore a questo proposito è stato chiaro e non ha voluto ingannarci o illuderci: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi ed imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce ed il mio carico leggero» (Mt 11,28-30).

Il Signore parla esplicitamente non di oppressione, ma di ristoro per qualsiasi specie di sofferenza che ri-guarda il corpo ("affaticati") e lo spirito ("oppressi"), ma, nello stesso tempo, richiede delle disponibilità inte-riori prima e durante le prove: "Prendete". Questo verbo suppone che il nostro spirito accetti qualsiasi sofferenza, fino a "prenderla", ossia abbracciarla. Ma non basta...

Occorre prenderla con "mitezza", ossia padronanza ed equilibrio interiore, e non con ira, «perché l'ira del-l'uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio» (Gc 1,20).

Ed anche con "umiltà di cuore", lasciando fare all'Al-tissimo che dispone tutto per il nostro bene, convinti che se prendiamo tutto con serenità filiale dalle sue mani, egli saprà volgere anche il male in bene (Gb 2,10; Rm 8,28; Gc 1,12).

Per cui l'apostolo Pietro ci esorta dicendo: «Umiliate-vi, dunque, sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccu-pazione, perché egli ha cura di voi» (1Pt 5,6-7; cf Sal 54,23).

Ed allora troveremo «ristoro per le anime nostre; ed il giogo ci sarà dolce ed il carico leggero»; e tutto torne-rà a nostro vantaggio su questa terra ed a grande merito per l'altra vita.

L'apostolo Paolo spiega qual è il vantaggio concreto che si ricava anche in questa vita: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericor-dioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di af-flizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra con-solazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete an-che della consolazione» (2Cor 1,3-7).

Il buon Dio come ci dà la forza in tutte le prove della vita, così pure ci dà consolazione e salvezza nella misura in cui sappiamo pronunziare il nostro "sì" filiale e sereno.

Consolazione effusa in abbondanza nel nostro spirito dallo Spirito Santo, «che è caparra della nostra eredità» (Ef 1,14).

Infatti attesta lo stesso Paolo: «Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione pro-duce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mez-zo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,3-5).

Dio, pertanto, guarda con sommo compiacimento la nostra pazienza quando è accettazione serena e filiale della sua volontà, come collaudo della fede e sigillo di perfezione; per questo, la premia già su questa terra con una grande consolazione, corroborata nell'intimo dello spirito dal sommo «Consolatore» (cf Gv 14,16.26; 15,26; 16,7).

Ce lo conferma l'apostolo Giacomo: «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce pazienza. E la pazienza completi l'opera sua in voi, per-ché siate perfetti ed integri, senza mancare in nulla» (Gc 1,2-4).

E come si può stare nella perfetta letizia quando ci si trova dinanzi a delle ingiustizie?

La risposta ci viene data dall'apostolo Pietro: «è una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sop-porterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio» (1Pt 2,19-20).

Ma questa forza, si dirà, potrà averla chi è santo, non noi che siamo misere creature!

Eppure, continua Pietro: «A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2,21).

Si tratta, allora, di una vera vocazione alla sofferen-za? Esattamente. Lo confermano i primi due vescovi iti-neranti, Paolo e Barnaba (cf At 13,2-3), dopo il loro pri-mo viaggio missionario: «Dopo aver predicato il vange-lo in quella città (Derbe) e fatto un numero considerevo-le di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio ed Antio-chia, rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano: è necessario attraver-sare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14,21-22).

Da notare che costoro soffrivano perché avevano ab-bracciato la fede cristiana; per cui la sofferenza non è un castigo riservato ai cattivi. Anche per costoro è una cor-rezione di un Padre che li cerca, perché li ama di amore eterno (cf Ger 31,3; Is 26,16; Prv 3,11-12; Eb 12,5-11).

Difatti, dopo averli scossi per farli rientrare in se stes-si (cf Sal 118,67-71; Ap 3,14-19), bussa continuamente alla porta del loro cuore, perché lo ascoltino e lo accol-gano (cf Ap 3,20).

La sofferenza è soprattutto per i buoni, perché si puri-fichino sempre di più, raggiungano la perfezione e, men-tre guadagnano per sé, salvino ed arricchiscano anche gli altri. Sì, è in questa maniera che l'altissimo Padre li tro-va "degni di sé" (cf Sap 3,1-5) e "bene accetti" (cf Sir 2,1-5).

Quando si è insultati e perseguitati, subendo ogni sor-ta di male, si entra in uno stato di beatitudine, di gioia e di esultanza e si pregusta la grande ricompensa che si otterrà nei cieli (cf Mt 5,11-12).

In tal modo il Padre celeste si compiace molto di noi, perché ci vede strettamente uniti al suo dilettissimo Fi-glio, partecipando alle sue stesse sofferenze.

Ce lo conferma l'apostolo Pietro: «Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi ed esultate» (1Pt 4,13).

E noi sperimentiamo abbondantemente il compiaci-mento del Padre quando veniamo insultati per il nome di Cristo.

è allora, infatti, che viene effuso in noi il dono dello Spirito-Persona, Amore sostanziale, che ci rende parte-cipi della sua stessa Gloria, trovando in noi il suo Cielo, il suo dolce riposo (cf 1Pt 4,14), il «trono della sua gloria» (Ger 14,21).

Da quanto finora esposto, dobbiamo concludere che nel dolore e nelle prove il Padre non spadroneggia, né ci tiranneggia, ma ci tratta con predilezione come «Colla-boratore della nostra gioia» (2Cor 1,24).

Anzi, se non ci visitasse con prove di ogni genere, do-vremmo temere il suo abbandono (cf Sal 80,12-13). Pro-prio questo temevano i Santi.

Infatti il S. Padre Giovanni Paolo II mette molto bene in risalto che la "pietà e la tenerezza di Dio" si manife-stano pienamente quando veniamo visitati dalla croce. è allora che si realizza il mistero pasquale: dalla croce si passa alla gloria, come è avvenuto per il Cristo Signore (cf Fil 2,8-11).

"La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull'uomo e su ciò che l'uomo, specialmente nei momen-ti difficili e dolorosi, chiama il suo infelice destino. La croce è come un tocco dell'eterno Amore sulle ferite più dolorose dell'esistenza terrena dell'uomo, è il compimento sino alla fine del programma messianico, che Cristo formulò una volta nella sinagoga di Nazareth (cf Lc 4,18-21) e ripeté poi dinanzi agli inviati di Giovanni Battista (cf Lc 7,20-23), secondo le parole scritte già nella profezia di Isaia (cf Is 35,5; 61,1-3)" (Lett. Enci-clica "Dives in Misericordia", 8).

Perciò dobbiamo guardare senza timore la croce ed assuefarci al suo linguaggio, non come i sapienti che la reputano una stoltezza ed una debolezza (cf Is 29,14; 1Cor 1,18-25). La croce va abbracciata, perché siamo chiamati ad essere figli di Dio e coeredi del Cristo. E soltanto se partecipiamo alle sofferenze del Figlio natu-rale, Gesù, possiamo considerarci figli adottivi del Padre celeste con diritto di partecipazione alla gloria eterna (cf Rm 8,17).

Non c'è da scoraggiarsi o da tirarsi indietro dinanzi alle prove, fossero pure le più tristi e le più dolorose. Sono sempre a misura di un Padre, che tutto dispone «con misura, calcolo e peso» (Sap 11,20b).

Il peso della nostra tribolazione è leggero e momenta-neo, ed intanto ci procura una quantità smisurata ed eter-na di gloria (cf 2Cor 4,17).

Non c'è paragone tra le sofferenze del momento pre-sente e la gloria futura che ci viene preparata lassù in cielo (cf Rm 8,18), perché il tratto più lungo ed impe-gnativo del cammino al Calvario è stato affrontato tutto e solo da Gesù, mentre al Cireneo è stato imposto solo l'ultimo tratto. Anche per noi avviene lo stesso.

Gesù porta il massimo del peso dei nostri peccati e di tutte le nostre miserie fisiche, morali e spirituali (cf Is 53,4-5; Eb 2,10.17-18; 4,15-16) ed a noi lascia una mini-ma parte, per darci diritto a tutto il merito, come se tutto il peso fosse portato da noi. è esattamente questo che ci viene detto dall'apostolo Paolo «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

E Paolo, mentre paga la parte che gli spetta, guadagna anche per gli altri, anzi per tutta la Chiesa.

Possiamo aggiungere che la sofferenza bene accettata ed unita strettamente a quella di Cristo ha un potente va-lore salvifico che, a cerchi concentrici, raggiunge tutta l'umanità.

Ma che cosa si trova in questa croce e soprattutto nel Crocifisso? Anzitutto l'amore, che «urget nos» (2Cor 5,14), ossia ci infiamma e ci spinge ed incalza dal di dentro; e poi la «potenza di Dio e la sapienza dell'Altis-simo» (1Cor 1,24).

In breve: dalla Croce ed in particolare dal Crocifisso non solo si attingono potenza e saggezza divine per ab-bracciare, in amore, sofferenze, contrarietà e prove di ogni genere, ma anche, e soprattutto, si acquisisce un forte potere impetrativo presso il Padre Celeste.

Il Signore, Iddio Padre buono e misericordioso, non nega nulla a chi sa dirgli di "sì" e, pieno d'amore, si prodi-ga, specialmente nel suo quotidiano, per tutti e per tutto.

Qui risalta la grande misericordia dell'Altissimo: più la persona umana partecipa alle sofferenze del Cristo, più si arricchisce ed arricchisce gli altri su questa terra e guadagna un grande splendore nel Cielo (cf Dn 12,3; 1Cor 15,41).

è esattamente questo che abbiamo riscontrato in vita nell'amato e venerato Padre Pio e che si va constatando ogni giorno in tutto il mondo, in particolare a S. Giovanni Rotondo, proprio come egli stesso soleva dire: "Nes-suno salirà questo monte senza sperimentare la Miseri-cordia di Dio".

 

b L'amore in Dio Padre si manifesta anzitutto in Pietà e Tenerezza, ma anche in Fedeltà, Sicurezza, Speranza certa e Fiducia.

Fin qui abbiamo messo in risalto soprattutto la pietà e la tenerezza di Dio proprio nelle prove della vita, per sfatare il falso e denigrante concetto che alle volte ci si forma nei riguardi del Signore, come se egli volesse spa-droneggiare su di noi, facendoci pesare eccessivamente la giustizia e la condanna per le nostre mancanze.

Dio ci ama con la pietà e la tenerezza di una madre. - Nella terminologia dell'Antico Testamento spesso si applica al Signore il vocabolo "Rahamim ", che nella sua radice denota l'amore della madre (Rehem = grembo materno).

"Rahamim" genera una gamma di sentimenti, tra i quali la bontà e la tenerezza, la pazienza e la compassio-ne, fino alla prontezza nel perdonare.

- Viene adoperato anche il termine "Hanan ", che esprime un concetto più ampio; esso significa, infatti, la manifestazione della grazia, che comporta, per così dire, una costante predisposizione alla magnanimità, alla be-nevolenza e alla clemenza.

E, difatti, troviamo nella Sacra Scrittura: «L'empio abbandoni la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie -

oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,7-9).

«Poiché il Signore non rigetta mai... Ma se affligge, avrà anche pietà, secondo la sua grande misericordia. Poiché contro il suo desiderio egli umilia ed affligge i figli dell'uomo» (Lam 3,31-33).

Ma nella Parola di Dio torna spesso il termine "He-sed ", che denota benevolenza verso l'altro, in forza di un atteggiamento interiore di fedeltà, anzitutto verso se stesso, che è tutto e sempre bontà, ma anche in rapporto all'alleanza che egli, Dio, ha stretto con il suo popolo.

E difatti: «Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore -parola del Signore Dio- quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi aspergerò con acqua pura e sa-rete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzu-re; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Voi sarete il mio popolo ed io sarò il vostro Dio» (Ez 36,22-23.25-28).

«Io mi ricorderò dell'alleanza conclusa con te al tem-po della tua giovinezza e stabilirò con te un'alleanza eterna. Io ratificherò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore» (Ez 16,60.62).

Per questa fedeltà, da parte di Dio, a se stesso e al-l'alleanza stipulata, il popolo di Dio ricorre con slan-cio al Signore, convinto di trovare Sicurezza, Speranza e Fiducia.

«Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; esse sono rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà. Mia parte è il Signore -io esclamo- per questo in lui voglio sperare. Buono è il Signore con chi spera in lui, con l'anima che lo cerca. è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore» (Lam 3,22-26).

Ed il profeta Baruc completa il concetto, scendendo nel concreto: «Chi vi ha afflitto con tanti mali saprà li-berarvi dal potere dei vostri nemici. Coraggio, figli miei, gridate a Dio ed egli vi libererà dall'oppressione e dal potere dei vostri nemici. Io, infatti, spero dall'Eter-no la vostra salvezza. Una grande gioia mi viene dal Santo, per la misericordia che presto vi giungerà dal-l'Eterno vostro salvatore. Vi ho visti partire fra gemiti e pianti, ma Dio vi ricondurrà a me con letizia e gioia, per sempre. Coraggio, figli, gridate a Dio, poiché si ricor-derà di voi colui che vi ha provati. Come pensaste di allontanarvi da Dio, così ritornando duplicate lo zelo per ricercarlo, poiché chi vi ha afflitti con tante calami-tà, vi darà anche, con la salvezza, la gioia perenne» (Bar 4,18.21-23.27-29).

Dinanzi a tanta bontà dell'Altissimo, il regal profeta esclama: «Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte, na-zioni, dategli gloria; perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno» (Sal 116).

 

c Il Signore è un provvido Padre, che ha costante cura di noi.

Egli, dopo averci creati a sua immagine, ci ha resi si-gnori del creato, mettendo tutto a nostra disposizione per i nostri bisogni (cf Gn 1,26-27) ed anche per allietare la nostra vista (cf Gn 1,31).

E, dopo averci arricchiti d'intelligenza, di libertà, di volontà, di amore e di tanti talenti di natura, di grazia e di possesso (cf Mt 25,14-30; 1Cor 12,7; Ef 4,7; IN 4,10), non ci ha abbandonati a noi stessi. Ce lo conferma il li-bro della Sapienza: «In tutti i modi, o Signore, hai ma-gnificato e reso glorioso il tuo popolo e non l'hai trascu-rato, assistendolo in ogni tempo ed in ogni luogo» (Sap 19,22).

Egli ha voluto soltanto che cercassimo il regno di Dio e la sua giustizia, assicurandoci che tutto il resto ce l'avrebbe dato in aggiunta, alla sola condizione di de-porre ogni affanno, preoccupazione ed inquietudine so-prattutto per il domani (cf Mt 6,25-34).

Ed anche in campo spirituale non ci fa mancare nulla: infatti ci ha dato il dono della ragione (cf Sir 37,16; Mt 6,23b), che riflette in noi la stessa legge eterna e con la quale possiamo contemplare alcune principali perfezioni invisibili di Dio e dargli gloria (cf Rm 1,18-21); poi ci ha fatto dono della voce della coscienza, sacrario intimo dell'uomo (cf GS, 16), che ci offre il giudizio pratico, risultante dal confronto tra la legge divina, insita in noi, e l'azione compiuta o da compiere e che costituisce il nostro vanto, ma che ci richiama anche alla nostra re-sponsabilità (cf Rm 2,14-15; 2Cor 1,12).

In più ci ha collocati, non solo in una famiglia natura-le, ma anche in una più ampia, quella spirituale, la Chiesa, che ci segue passo passo (cf Ef 1,22-23) e che è assi-stita e guidata dallo Spirito Santo (cf Mt 28,20; Gv 14,26; 16,13); in essa troviamo i sacerdoti che ci assisto-no spiritualmente ed i Sacramenti che ci accompagnano e ci nutrono in tutte le fasi della nostra vita. Ed ancora: ci ha affidati all'Angelo Custode (cf Mt 18,10; Eb 1,14) e ci fa guidare, quali suoi figli, dal suo stesso Spirito che, con gemiti inesprimibili, intercede per noi, perché si rea-lizzino per noi gli stessi disegni divini (cf Rm 8,14.26-27).

Dinanzi a tutto questo cumulo di grazia e di premuro-sa e paterna cura, c'è proprio da domandarci col profeta: Che cosa doveva ancora fare per te il buon Dio che non abbia fatto? (cf Is 5,1-7). Siamone profondamente rico-noscenti e non induriamo la mente ed il cuore dinanzi a tutte le sue generose sollecitudini interne ed esterne.

 

d Il Signore, Iddio buono, è nostro vigile e geloso guardiano, nostra Consolazione e Sposo.

Per comprendere bene questi attributi del Padre, ci serviamo soprattutto del profeta Isaia.

«In quei giorni si dirà: "La vigna deliziosa: cantate di lei!'. Io, il Signore, ne sono il guardiano, ad ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, ne ho cura notte e giorno» (Is 27,2-3).

è un guardiano che vigila continuamente su di noi, per indicarci la strada giusta: «Popolo di Sion che abiti in Gerusalemme, tu non dovrai più piangere; ad un tuo grido di supplica ti farà grazia; appena udrà, ti darà risposta. Anche se il Signore ti darà il pane di afflizione e l'acqua della tribolazione, tuttavia non si terrà più nascosto il tuo maestro; i tuoi occhi vedranno il tuo ma-estro; i tuoi orecchi sentiranno questa parola dietro di te: "Questa è la strada, percorretela", caso mai andiate a destra o a sinistra» (Is 30,19-21).

«Ci sarà una strada appianata e la chiameranno Via santa» (Is 35,8).

Per questo il Signore è geloso di noi, non perché ab-bia bisogno di noi o ci voglia dominare, ma perché non ci sviamo dalla retta via, per il nostro stesso bene.

Questo concetto ce lo spiega molto bene l'apostolo Paolo: «Io provo, infatti, per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi ad un unico sposo, per pre-sentarvi (o cristiani di Corinto) quale vergine casta a Cristo. Temo però che, come il serpente nella sua mali-zia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qual-che modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei ri-guardi di Cristo. Se, infatti, il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo» (2Cor 11,2-4).

La gelosia di Dio è una vigile e santa custodia della sua stessa santità in noi, in quanto questo è preteso dalla nostra stessa costituzione, perché creati a sua immagine (cf Gn 1,26-27).

E difatti: «Io sono il Signore, tuo Dio: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso» (Es 20,5).

«Guardatevi dal dimenticare l'alleanza che il Signo-re vostro Dio ha stabilito con voi... Poiché il Signore tuo Dio è fuoco divoratore, un Dio geloso» (Dt 4,23-24).

«Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi?» (Gc 4,4-5).

* Dio è la nostra stessa Consolazione

«Poiché così parla l'Alto e l'Eccelso, che ha una sede eterna ed il cui nome è santo: In luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi. Poiché io non voglio discutere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me ver-rebbe meno lo spirito e l'alito vitale che ho creato. Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo ed offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti io pongo sulle labbra: "Pace, pace ai lontani e ai vicini", dice il Signore, "io li guarirò "... » (Is 57,15-16.18-19).

Iddio, l'Altissimo, il Creatore, è il Dio-Sposo, perché ama ammetterci alla comunione con lui.

Difatti, il profeta Isaia così ce lo presenta: «Non teme-re, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata... Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo di Israele, è chiamato Dio di tutta la terra» (Is 54,4-5).

«Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua ter-ra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo.

Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti spose-rà il tuo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62, 4-5).

Ed il profeta Osea: « E avverrà in quel giorno - ora-colo del Signore - mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Ti farò mia sposa per sem-pre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fe-deltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,18.21-22).

Da notare che le espressioni "il Creatore Sposo e non Padrone" sono del Signore, riportate ripetutamente dai due profeti, nei riguardi del regno di Giuda (Isaia) e del regno d'Israele (Osea), dopo averli fortemente rimpro-verati per le loro ripetute prevaricazioni. Perciò non si tratta di manifestazioni di compiacimento per una con-dotta esemplare, tutt'altro. Ed è appunto qui che si nota l'immensa bontà del Padre: è sempre lui che prende l'iniziativa verso il suo popolo. Più questo sbaglia e si allontana dalla retta via, più lo cerca, prospettandogli con certezza addirittura uno sposalizio, ossia un patto d'amore intimo e fedele. Io, egli afferma categoricamen-te, ti sposerò, perché non voglio agire da Padrone che ricorre subito al castigo e all'emarginazione. No, ti cer-cherò e ti sposerò, io il tuo Dio.

E così arriviamo ad uno dei più belli ed affascinanti attributi del Padre:

 

e Ricostruttore della dignità umana, per renderla partecipe della sua stessa gioia, felicità e gloria.

E' soprattutto il profeta Isaia che ci presenta questi aspetti meravigliosi dell'amore di Dio.

«Come una donna abbandonata e con l'animo afflit-to, il Signore ti ha richiamata... Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore.

In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore.

Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillereb-be la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia» (Is 54,6-8.10).

«Il Signore sarà per te luce eterna; saranno finiti i giorni del tuo lutto. Il tuo popolo sarà tutto di giusti, germogli delle piantagioni del Signore, lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria» (Is 60,20-21).

«Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poi-ché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per cre-are, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio. Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio po-polo. Non si udranno più in essa voci di pianto, grida di angoscia... prole di benedetti dal Signore essi saranno e con essi anche i loro germogli. Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati.

Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l'amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto. Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete con delizia all'abbondanza del suo seno. Poiché così dice il Signore: Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusa-lemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fre-sca» (Is 65,17-19.23-24; 66,10-14).

Perché Dio è ansia di ricostruzione di dignità, nella gioia, nella felicità e nella gloria? Perché è Padre, Sposo e tenera Madre che si commuove per noi, mentre parteci-pa al nostro dolore. No, non è un Padrone! è Amore, è tutto per noi! Ce lo conferma il profeta Osea: «Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira» (Os 11,8-9).

 

2. Quali sono i nostri obblighi di figli verso tanto Padre?

La chiave per comprendere quali siano i nostri doveri filiali verso il Padre, ci viene data dalla famosa sintesi offertaci dall'apostolo Giovanni: «Noi abbiamo ricono-sciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16).

I nostri obblighi verso Dio, perciò, consistono nel ri-conoscerlo, credere in lui, onorarlo, amarlo e abbando-narci in lui con piena fiducia.

 

a Ri-conoscere Dio come Padre.

Non basta avere di Dio Padre una conoscenza generi-ca, ma specifica e dettagliata, tenendola sempre viva e presente dinanzi a noi, fissa nella mente e penetrata nel-l'intimo del nostro cuore.

è necessario comprendere bene che l'essenza di Dio è amore, che le sue relazioni con il Figlio e lo Spirito San-to sono tutte improntate sull'amore. Tutte le sue opera-zioni "ad extra", in particolare verso di noi creature umane, sono un'incessante effusione del suo sommo amore per tutti noi e per ciascuno in particolare, soprat-tutto per i peccatori, verso i quali egli ha una vera predi-lezione (cf Mt 9,9-13; Os 6,6; Lc 5,32; 7,36-50; 15,1-7.8-10.11-32; Gv 8,1-11) e per i più bisognosi (cf Is 35,5; 61,1-2; Lc 4,16-21; 7,18-23).

Bisogna sempre tenere presente quello che attesta l'apostolo Paolo: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2Cor 13,13).

L'amore è tutta l'essenza dell'Essere del Padre (cf 1Gv 4,8), che si manifesta nel Figlio (Col 1,15; 2,9; Eb 1,3; Gv 14,8-11) e si dona nello Spirito Santo (cf Rm 5,5; 1 Gv 4,13).

Allora la prima cosa che dobbiamo considerare è la conoscenza sapienziale ed esperienziale delle quattro di-mensioni dell'amore del Padre, manifestatesi nel Figlio: ampiezza, lunghezza, altezza e profondità (cf Ef 3,19).

Ed in più dobbiamo gustare il "rimanere nell'amore del Figlio" (cf Gv 6,56; 15,4-5.9), soprattutto abbrac-ciando la Croce, per sperimentare la "potenza di Dio Pa-dre" e la "sapienza dell'Altissimo" (cf 1Cor 1,24) ed ac-costandoci con le dovute disposizioni all'Eucaristia (cf 1Cor 11,27-30).

è soprattutto in questo forte momento spirituale che si entra in contatto diretto con l'amore trinitario (cf Gv 14,23), perché stando nel Figlio ci rivolgiamo e diamo onore, lode ed amore al Padre nello Spirito Santo (cf Ef 2,18).

 

B è necessario credere al Padre ed al suo amore per noi.

Quanto è dolce e soave sapere che Dio è nostro Padre e che noi siamo suoi figli, tanto amati e continuamente cercati da lui! (cf Ap 3,20). è soprattutto quando il cielo della nostra anima è cupo e la croce tanto pesante, che sentiamo il bisogno di ripetere: Credo, Padre, al tuo amore per me e per tutta l'umanità!

Sì, credo che tu mi sei e ci sei Padre in ogni momento della nostra vita, ma soprattutto quando abbiamo il cuo-re ferito (cf Sal 33,19).

Credo che tu vegli giorno e notte su di me e su tutti i miei fratelli e che non cade neppure un capello dalla no-stra testa senza il tuo permesso! (cf Mt 10,30).

Credo che, infinitamente Sapiente, sai meglio di me e di noi tutti quello che ci è utile! Vuoi soltanto che cer-chiamo prima il regno dei cieli e la via che conduce las-sù, mettendo da parte distrazioni, affanni e preoccupa-zioni, soprattutto per il domani (cf Mt 6,33-34).

Credo che, infinitamente Potente, puoi trarre il bene anche dal male (cf Gb 2,10; Rm 8,28).

Credo che, infinitamente Buono, fai servire tutto a vantaggio di quelli che ti amano. Anche sotto le mani che ci percuotono, noi baciamo la tua mano che guari-sce. Sì, è tua la mano che tutto permette e che mette una misura alla prova, ottenendo purificazione, santità e sal-vezza per noi e per l'umanità intera (cf Sap 11,20b; 1Cor 10,13; Eb 5,7-9).

c/ Una volta conosciuto e creduto Dio Padre come Amore, è doveroso onorarlo.

Il primo onore consiste nel santificare il suo nome in noi (cf Mt 6,9); mostrando praticamente in noi la sua stessa santità (cf Ez 36,23; Mt 5,16), ossia facendolo re-gnare da padrone e re in noi, accettando in pieno la sua parola, la sua mentalità, la sua stessa vita ed in particola-re rispondendo generosamente al fattuale quotidiano, che è la sua stessa volontà (cf Mt 6,10).

E questa accettazione dev'essere serena ed amorosa alla maniera degli angeli e dei santi. Ma dobbiamo anco-ra dare onore al Padre facendolo conoscere ed amare da tutti, celebrando le sue lodi, confessando il suo nome (cf Eb 13,15) e proclamando le sue opere meravigliose (cf 1 Pt 2,9; Tb 12,7.11).

 

d Il Padre va amato continuamente.

Più ci mettiamo in sintonia con lo Spirito Santo, libe-rando il nostro spirito e lasciandoci guidare da lui (cf Rm 8,14), più ci sentiamo fortemente spinti a gridare con lui a Dio Padre: «Abbà, Padre» (Rm 8,15).

L'Amore sostanziale, Persona-Dono, vuole che vivia-mo dell'amore e per l'amore, che si trova tutto, nell'es-senza e nelle manifestazioni, in Dio Padre.

Si vive dell'amore e per l'amore non quando sentia-mo, ma quando tendiamo con tutte le forze, quando squarciamo le nubi nel buio, nel dubbio, nelle prove.

Si è nell'amore quando ubbidiamo all'amore, quando accogliamo la sua Parola scritta e quella viva che ci gui-da passo passo (cf Gv 14,21.23; 15,7-8; 1Gv 2,5-6).

Si rimane nell'amore quando mostriamo maturità di virtù in tutte le tentazioni (cf Rm 5,3-5) e quando entria-mo in comunione con il prossimo (cf 1Gv 4,12-13).

E diventiamo compiacimento del Padre quando ascol-tiamo e seguiamo fedelmente il Figlio (cf Mt 17,5), che è la sua stessa Parola (Gv 1, 1), via, verità e vita (Gv 14,6) e la porta per arrivare al Padre (cf Gv 10,7.9).

 

e Chi sta nell'amore si abbandona con piena fidu-cia nelle braccia del Padre.

è lo Spirito Santo che, facendo penetrare in noi l'amore con la sapienza e l'esperienza, ci fa eliminare ogni paura, non ci fa più considerare schiavi, ma figli, e ci spinge a gridare: "Babbo tenero e buono, tu non sei il nostro Padrone, ma pietà, tenerezza e bontà; per cui con-fidiamo pienamente in te e, con totale ed incondizionata fiducia, gettiamo in te ogni nostra preoccupazione" (cf Rm 8,15-16; Gal 4,6; Sal 54,23).

Sì, l'amore sostiene ed alimenta la fiducia ed elimina ogni timore (cf 1Gv 4,17-18). Più siamo stabili e radicati nella fiducia più sperimentiamo una grande calma inte-riore che si esprime e si effonde in pace (cf Is 32,17; Gc 3,18). E la calma diventa la nostra forza e la nostra sal-vezza (cf Is 30,15).

La fiducia dava forza all'apostolo Paolo (cf Fil 4,13), e gli faceva dire con convinzione: «Quando sono debole, è allora che sono forte!» (2Cor 12,10).

E da dove gli veniva questa sicurezza? Dall'aver con-statato che «la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza (umana)» (2Cor 12,9a).

Perciò Dio premia la nostra fiducia che, fondata sulla fede (cf 2Tm 1,12), si sostiene e si alimenta continua-mente di amore, tanto da non farci temere alcun male, poiché rimaniamo stretti «all'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39).

 

NELLA PREGHIERA CI INCONTRIAMO DIRETTAMENTE CON IL PADRE

Il modo migliore per rivolgerci al Padre è la preghie-ra; la più perfetta è quella insegnataci da nostro Signore Gesù Cristo, chiamata anche "Orazione domenicale": il "Padre nostro".

Vogliamo considerare in che modo questa preghiera dà gloria al Padre e ci unisce in un rapporto filiale e reli-gioso con lui. Per questo è necessario esporre prima qualche concetto sulla preghiera; a questo scopo, voglia-mo attingere dalla parte quarta del "Catechismo della Chiesa Cattolica", che tratta esplicitamente della pre-ghiera ed in particolare del "Padre nostro".

 

Che cos'è la preghiera?

«La preghiera è l'elevazione dell'anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti» (S. Giovanni Da-masceno).

«La preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui» (S. Agostino; cf Gv 4,7.10.14).

La preghiera cristiana è azione di Dio e dell'uomo. è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infi-nitamente buono.

Essa sgorga dal nostro cuore sotto l'impulso dello Spirito Santo ed è interamente rivolta al Padre, in unione con la volontà umana del Figlio di Dio fatto uomo.

La creatura umana, anche se in stato di peccato, è fat-ta ad immagine di Dio, per cui il bisogno del Padre è insito nella sua costituzione. Ed anche se l'uomo si di-mentica e non ci pensa, è sempre Dio, per primo (cf 1 Gv 4,19), che chiama l'uomo al misterioso incontro della preghiera.

La preghiera accompagna tutta la storia della salvezza come un appello reciproco tra Dio e l'uomo.

I Salmi costituiscono il capolavoro della preghiera nell'Antico Testamento.

Nel Salterio le parole del salmista esprimono, cantan-dole per Dio, le sue opere salvifiche. I Salmi, infatti, sono lo specchio delle meraviglie di Dio nella storia del suo popolo e delle situazioni umane vissute dal salmista.

La preghiera dei Salmi è sempre animata dalla lode ed è alimentata dalla fede ancorata alla fiducia nella fedeltà di Dio.

Nel Nuovo Testamento il modello perfetto di preghie-ra si trova nella preghiera filiale di Gesù. Fatta spesso nella solitudine, nel silenzio, la preghiera di Gesù com-porta un'adesione piena di amore alla volontà del Padre fino alla croce ed un'assoluta fiducia di essere esaudito. Nel suo insegnamento Gesù educa i suoi discepoli a pregare con un cuore purificato, con profonda umiltà, con una fede viva e perseverante e con filiale audacia.

Li esorta alla vigilanza per non cadere nella tentazio-ne (cf Mt 26,41; Lc 21,36) ed invita a rivolgere le loro domande a Dio nel suo nome (cf Gv 16,24).

Anche la preghiera della Vergine Maria ci è di model-lo. Nel suo "Fiat" e nel suo "Magnificat", la sua preghie-ra è caratterizzata dalla generosa offerta di tutto il suo essere nella fede.

San Paolo, intanto, ci mette in guardia, avvertendoci che non sappiamo pregare bene. Per farlo è necessario metterci in ascolto dello Spirito Santo (cf Rm 8,26-27) e lasciarci guidare da lui (cf Rm 8,14).

La santa Umanità del Cristo rimane, come attesta la grande Teresa di Gesù, la via classica per andare al Pa-dre, sempre però nello Spirito Santo (cf Ef 6,18).

La Chiesa esorta i fedeli ad una preghiera regolare: preghiere quotidiane, Liturgia delle Ore, Eucaristia do-menicale, feste dell'anno liturgico.

La tradizione cristiana comprende tre espressioni maggiori della vita di preghiera: la preghiera vocale, la meditazione e l'orazione o contemplazione.

Esse hanno in comune il raccoglimento del cuore. La preghiera vocale. Il bisogno di associare i sensi alla preghiera interiore risponde ad una esigenza della natura umana. Siamo corpo e spirito, dobbiamo pertanto pregare con tutto il nostro essere per dare alla nostra supplica maggior forza possibile.

La meditazione. La meditazione è soprattutto una ri-cerca per aderire e rispondere a ciò che il Signore chiede, soprattutto con la S. Scrittura, con la quale egli parla al-l'uomo. La meditazione mette in azione il pensiero, l'immaginazione, l'emozione ed il desiderio.

Questa mobilitazione è necessaria per approfondire le convinzioni di fede, suscitare la conversione del cuore e rafforzare la volontà di seguire Cristo.

L'orazione o contemplazione. S. Teresa di Gesù ce la descrive come un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si intrattiene spesso da soli con quel Dio da cui ci si sa amati.

L'orazione o contemplazione consiste nel "raccogliere" il cuore per concentrare tutto il nostro essere sotto l'azione dello Spirito Santo; ed entrare così alla presen-za di colui che ci attende con amore paterno-materno.

L'orazione o contemplazione è l'abbandono umile e povero all'amorosa volontà del Padre, in unione sempre più profonda con il Figlio suo diletto.

L'orazione o contemplazione è un dono, una grazia, che si ottiene nella misura in cui ci accostiamo al Signo-re distaccati da tutto e da tutti, rinnegando noi stessi ed accettando solo lui, al quale vogliamo conformarci in abbandono filiale e totale. Essa ci porta all'esperienza della più intima comunione con l'Altissimo in "spirito e verità".

L'orazione o contemplazione è il tempo forte per ec-cellenza che noi dedichiamo alla preghiera e che dobbia-mo programmare, con ferma decisione, per ogni giorno, qualunque siano le prove e l'aridità dell'incontro.

Sempre si può e si deve entrare in orazione-contem-plazione, indipendentemente dalle condizioni di salute, di lavoro o di sentimento.

S. Agostino precisa che l'incontro deve avere un cuo-re libero, semplice ed umile, per dare spazio al buon Dio ed alla sua toccante azione in noi.

E quanto più avremo curato, in un tempo debito e congruo, la "lectio divina", tanto più avremo offerto allo Spirito Santo una migliore possibilità di far echeggiare e sviluppare in noi quella Parola di Dio che, nella punta dello spirito, penetra, tocca e converte, elevandoci al-l'immagine stessa del Signore.

L'orazione o contemplazione per essere efficace non può far uso del raziocinio: è silenzio totale (cf Os 2,16) o "silenzioso amore" (S. Giovanni della Croce).

Bisogna intanto tenere presente che la preghiera è un dono della grazia e presuppone sempre uno sforzo, anzi, è una lotta continua contro noi stessi e contro le astuzie del Tentatore, che fa di tutto per distogliere l'uomo dalla preghiera e dall'unione con il suo Dio.

Dobbiamo costantemente impegnarci durante la gior-nata a raggiungere una tale verginità di mente e di cuore, in modo da dare spazio pieno a Dio solo.

Con questa preparazione remota ci è più facile met-terci, semplici e liberi, alla presenza di Dio, guidati al-l'incontro con lui dai "gemiti inenarrabili" (cf Rm 8,26-27) dello Spirito Santo.

Va tenuto presente che si prega come si vive e si vive come si prega.

La preghiera è la migliore verifica se la nostra vita è tutta orientata verso Dio o verso altri inutili e dannosi idoli; e, nello stesso tempo, è la più potente carica a vi-vere la nostra vita tutta «a lode della sua gloria» (Ef 1,12).

Dobbiamo anzitutto combattere in noi stessi ed intor-no a noi alcune concezioni erronee sulla preghiera. Nell'inconscio di molti cristiani pregare è un'occupa-zione incompatibile con tutto ciò che hanno da fare: non ne hanno il tempo.

Alle volte ci si scoraggia nella preghiera, per le delu-sioni di non essere esauditi secondo la nostra volontà o per il ferimento del nostro orgoglio che si ostina a crede-re che Dio non ci può ascoltare perché indegni peccatori.

La difficoltà abituale della preghiera è la distrazione. Andare a caccia delle distrazioni equivarrebbe a cadere nel loro tranello, mentre basta tornare al nostro cuore: una distrazione rivela ciò a cui siamo attaccati. E questa umile presa di coscienza davanti al Signore deve risve-gliare il nostro amore preferenziale per lui, offrendogli risolutamente il nostro cuore, perché lo purifichi. Qui si situa il combattimento: nella scelta del Padrone da servi-re (cf Mt 6,21.24). Per questo dobbiamo pregare soprat-tutto vigilando, per non perdere mai di vista il Signore (cf Sal 26,8).

Un'altra difficoltà, specialmente per coloro che vo-gliono sinceramente pregare, è l'aridità.

è il momento della fede pura, che ci fa rimanere con Gesù nell'agonia e nella tomba. Purtroppo, è proprio nella preghiera che constatiamo la nostra mancanza di fede.

Quando ci mettiamo a pregare, mille lavori o preoc-cupazioni, ritenuti urgenti, si presentano come prioritari. Ancora una volta è il momento della verità del cuore e del suo amore preferenziale.

Un'altra tentazione è l'accidia, che è una forma di de-pressione, dovuta al rilassamento dell'ascesi, e che porta allo scoraggiamento e ad una pratica indolenza spiritua-le.

Occorre vigilare e non farsi prendere dai momenti di scoraggiamento e di rilassamento; ma subito rialzarsi, fissando lo sguardo sul Signore e sulla vita eterna (cf Eb 11,6).

Dobbiamo pregare incessantemente (cf 1Ts 5,17) e con fiducia filiale, proprio in quei momenti di prova, con la stessa confidenza ed audacia di Gesù (cf Lc 22,44) e dell'apostolo Paolo (cf 2Cor 12,9-10; Fil 4,4-7.13).

 

Pregare è una necessità vitale.

Osserva S. Giovanni Crisostomo: "Niente vale quan-to la preghiera; essa rende possibile ciò che è impossibi-le, facile ciò che è difficile. è impossibile che cada in peccato l'uomo che prega".

E S. Alfonso: "Chi prega, certamente si salva; chi non prega, certamente si danna ".

Preghiera e vita cristiana sono inseparabili, perché si tratta del medesimo amore e della medesima abnegazio-ne che scaturisce dall'amore. Si ottiene così la medesi-ma conformità filiale e piena d'amore al disegno d'amo-re del Padre.

Impariamo a pregare nell' «oggi», ossia nelle vicende prospere e tristi di ogni giorno, nel presente che incon-triamo, come se volessimo "impastare" mediante la pre-ghiera le umili situazioni quotidiane.

Tutte le forme di preghiera possono essere quel lievi-to al quale il Signore paragona il regno dei cieli, già su questa terra (cf Lc 13,20-21).

La preghiera dell'ora di Gesù, quella dell'ultima cena, è la preghiera solenne che egli rivolge al Padre. Essa abbraccia tutta l'economia della creazione e della salvezza.

La tradizione cristiana a ragione la definisce la "pre-ghiera sacerdotale", inseparabile dal suo Sacrificio, dal suo "passaggio" (Pasqua) al Padre. In questa preghiera pasquale, sacrificale, tutto è "ricapitolato" in lui. è la preghiera dell'Unità, perché è la preghiera che ci unisce in amore al Padre.

La sua "preghiera sacerdotale" ispira, dall'interno, le grandi domande del "Pater noster": la sollecitudine per il nome del Padre (cf Gv 17,6.11.12.26), la passione per il suo regno (la Gloria) (cf Gv 17,1.5.10. 22.23-26), il compimento della volontà del Padre, del suo disegno di salvezza (cf Gv 17,2.4.6.9.11.12.24) e la liberazione dal male (cf Gv 17,15). Infine, è in questa preghiera che Gesù ci rivela e ci dona la "conoscenza" indissociabile del Padre e del Figlio (cf Gv 17,3.6-10.25), che è il mi-stero stesso della vita di preghiera.

 

La preghiera del Signore "Padre nostro"

« Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli!"» (Lc 11,1).

è in risposta a questa domanda che il Signore affida ai suoi discepoli e alla sua Chiesa la preghiera cristiana fondamentale.

S. Luca ci dà un testo breve (di cinque richieste; cf Lc 11,2-4). S. Matteo ci dà una versione più ampia (di sette richieste; cf Mt 6,9-13). La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di S. Matteo: Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

"L'orazione domenicale è veramente la sintesi di tut-to il Vangelo" (Tertulliano).

S. Agostino, dopo aver dimostrato che i Salmi sono il principale alimento della preghiera cristiana e confluiscono nelle richieste del "Padre nostro", conclude affer-mando: "Se passi in rassegna tutte le parole delle pre-ghiere contenute nella Sacra Scrittura, non ne troverai una che non sia contenuta e compendiata in questa pre-ghiera insegnata dal Signore".

E S. Tommaso d'Aquino afferma: "La preghiera del "Parer Noster" è perfetta. Nella Preghiera del Signore non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui devo-no essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti ".

L'espressione tradizionale "Orazione domenicale" (cioè "preghiera del Signore") significa che la preghiera del Padre nostro ci è insegnata e donata dal Signore Gesù.

Questa preghiera, che ci viene da Gesù, è veramente unica, è "del Signore".

Da una parte, infatti, il Figlio Unigenito ci dà parole che il Padre ha dato a lui (cf Gv 17,7): è il Maestro della nostra preghiera; dall'altra, poiché è il Verbo incarnato, conosce nel suo cuore di uomo tutti i nostri bisogni: è il Modello della nostra preghiera.

Gesù, però, non ci lascia una formula di preghiera da recitare meccanicamente. Egli, con le sue parole, ci dà insieme il suo Spirito; poiché è lo Spirito che interpreta i giusti e retti nostri desideri secondo i disegni di Dio in noi (cf Rm 8,26-27).

L'Orazione domenicale è, per eccellenza, la preghiera della Chiesa. è parte integrante delle Ore maggiori del-l'Ufficio divino e dei sacramenti dell'iniziazione cristia-na: Battesimo, Confermazione ed Eucaristia.

Durante la Liturgia eucaristica è posta tra l'Anafora (Preghiera eucaristica) e la Liturgia della Comunione. Ed è lì che si rivela il suo pieno senso e la sua efficacia, in quanto da un lato ricapitola tutte le domande e le in-tercessioni espresse lungo lo sviluppo dell'Epiclesi e, dall'altro, bussa alla porta del banchetto del regno, di cui la Comunione è un anticipo.

"Padre "

è la potenza dello Spirito Santo che ci introduce alla Preghiera del Signore, che ci spinge a chiamarlo: "Pa-dre!", con gioia, con semplicità schietta, con fiducia fi-liale, con gioiosa sicurezza, con umile audacia e con cer-tezza di essere amati. L'espressione di Dio-Padre non era mai stata rivelata ad alcuno.

Possiamo invocare Dio come "Padre", perché ci è ri-velato dal Figlio suo fatto uomo e perché lo Spirito c'in-fonde il suo slancio interiore, che ci spinge fino alla "parrhésia" o grido di esultanza gioiosa e di manifesta-zione gloriosa.

Possiamo adorare, invocare, lodare ed amare il Padre, perché egli ci ha fatto rinascere a vita nuova, adottandoci come figli, per opera di Gesù Cristo rigenerandoci col Battesimo.

"L'uomo nuovo, che è rinato e restituito, mediante la grazia, al suo Dio, dice anzitutto: Padre, perché è diven-tato figlio" (San Cipriano di Cartagine).

Questo dono gratuito dell'adozione esige da parte no-stra una conversione continua ed una vita nuova. Pregare il Padre nostro deve sviluppare in noi due di-sposizioni fondamentali: la volontà di somigliargli e il desiderio di piacergli in tutto.

Creati a sua immagine, per grazia ci è restituita la so-miglianza e noi dobbiamo corrispondervi.

Occorre avere un cuore umile e confidente che ci fac-cia "diventare come bambini" (Mt 18,3): infatti è ai "piccoli" che il Padre si rivela (cf Mt 11,25).

Con l'umiltà e la semplicità di bambini, "l'anima al-lora tratta con Dio come con il proprio Padre, in una tenerezza specialissima di pietà" (S. Giovanni Cassia-no).

Padre nostro: questo nome suscita in noi, contempo-raneamente, l'amore, il fervore della preghiera,... ed an-che la speranza di ottenere ciò che stiamo per chiedere... Che cosa, infatti, può Dio negare alla preghiera dei suoi figli?... " (Sant'Agostino).

Padre "nostro"

Quando diciamo Padre "nostro" riconosciamo che noi siamo diventati il "suo" Popolo e che lui è ormai il "no-stro" Dio.

La Chiesa è questa nuova comunione di Dio e degli uomini. Per questo, nonostante le divisioni dei cristiani, la preghiera al Padre "nostro" rimane il bene comune ed un appello urgente per tutti i battezzati.

Infine, se preghiamo, in verità, il "Padre nostro", usciamo dall'individualismo.

Il "nostro" dell'inizio della Preghiera del Signore, come il "noi" delle ultime quattro domande, non esclude nessuno.

I battezzati non possono pregare il Padre "nostro" senza portare davanti a lui tutti coloro per i quali egli ha dato il suo diletto Figlio.

L'amore di Dio è senza frontiere, perciò anche la no-stra preghiera deve esserlo.

Pregare il Padre "nostro" ci apre alle dimensioni del suo amore, manifestato in Cristo: pregare con e per tutti gli uomini che ancora non lo conoscono, ci apre al-l'unione nell'unità (cf Gv 11,52).

"che sei nei cieli"

Il Cielo, la casa del Padre, costituisce la vera patria, verso la quale siamo in cammino e alla quale già appar-teniamo.

Diciamo "che sei nei cieli", quantunque Dio si trovi in ogni luogo come Signore del Cielo e della terra, per-ché la considerazione del Cielo ci muova ad amarlo con più ardore e a vivere in questa vita come pellegrini, aspi-rando alle cose celesti.

La Lettera agli Ebrei ci attesta che i giusti sospirano la patria celeste: «Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infat-ti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se aves-sero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avu-to possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano ad una migliore, cioè a quella celeste... Dio... ha preparato infatti per loro una città» (Eb 11,13-16).

E questa città e patria celeste già la incontriamo e la viviamo su questa terra, come attesta nostro Signore: «... il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17,21).

E l'impatto con questa realtà celeste avviene, quando ci uniamo a Cristo vivo nell'Eucaristia: «Voi vi siete...

"sia santificato il tuo nome"

Il termine "santificare" qui va inteso non già nel sen-so causativo (Dio non ha bisogno di essere santificato da noi, perché solo lui è il Santo per eccellenza e per essen-za e lui solo può santificare), ma piuttosto nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una ma-niera santa.

Essendo noi creati ad immagine di Dio (cf Gn 1,26), siamo costituzionalmente chiamati alla santità.

Infatti egli così ci esorta: «Siate santi, perché Io, il Signore, Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2; cf 20,26). Per questo, quanto più realizziamo la santità di Dio in noi, tanto più gli diamo Gloria, perché diventiamo l'irra-diazione della sua vita (cf Sal 86; Is 6,3); e, di riflesso, anche noi risplendiamo della sua stessa Gloria, ossia di-ventiamo gloriosi (cf 2Cor 3,18).

Ed è qui che troviamo la ragione recondita della pa-zienza di Dio (cf Rm 2,4; 2Pt 3,9.15). Egli non vuole che venga profanato il suo nome in noi; perché è a causa di questa profanazione che il suo nome viene bestemmiato in mezzo alle Nazioni (cf Rm 2,24; Ez 20,44; 36,21-23).

Domandiamo ed impegniamoci affinché il nome di Dio sia santificato in noi dalla nostra vita. E chiediamo che il suo nome venga santificato anche in coloro che non si sono lasciati raggiungere e toccare dalla sua glo-ria.

"venga il tuo regno"

L'invocazione "sia santificato il tuo nome" viene meglio compresa e realizzata con le altre due invocazioni: "venga il tuo regno" e "sia fatta la tua volontà". In-fatti con l'invocazione "venga il tuo regno" domandia-mo e, nello stesso tempo, ci impegniamo affinché il buon Dio trionfi nei cuori di tutti gli uomini ed in parti-colare in ciascuno di noi con la sua Parola, Mentalità e Vita.

Con l'invocazione "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra" domandiamo e, nello stesso tempo, ci impegniamo affinché da tutti gli uomini, e da ciascuno di noi in particolare, venga accettato e vissuto con sere-nità filiale, con fede, fiducia ed amore il momento fat-tuale, così come offerto, assistito e potenziato di grazia dall'amore misericordioso e provvido dell'Altissimo.

Riguardo al regno di Dio, nostro Signore ne parla fin dall'inizio del suo ministero: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15).

E, nello stesso tempo, l'apostolo Paolo parla del re-gno che verrà consegnato dal Cristo al Padre suo: «... poi sarà la fine, quando egli (il Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre... Bisogna ... che egli regni, finché non ab-bia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi» (1Cor 15,24-25).

Si tratta della venuta finale del regno di Dio con il ritorno di Cristo (cf Tt 2,13).

Questo desiderio non distoglie, però, la Chiesa dalla sua missione in questo mondo, anzi, la impegna mag-giormente.

Nello stesso tempo Gesù parla del regno di Dio che già si realizza nell'oggi nei nostri cuori: «... il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17,21).

Ed in che modo? Ce lo spiega il migliore catecheta del Vangelo, l'Apostolo delle genti: «Non regni più dun-que il peccato nel vostro corpo mortale» (Rm 6,12). Ed ancora: «Il regno di Dio... è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17).

«Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Si-gnore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e veri-tà» (Ef 5,8-9).

Questi sono i frutti che produce la vita nuova secondo le Beatitudini (cf Mt 5,13-16; 6,24; 7,12-13).

"sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"

è in Cristo e mediante la sua volontà umana che la volontà del Padre è stata compiuta perfettamente e una volta per tutte.

Gesù, entrando in questo mondo, ha detto: «Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,7; cf Sal 39,8-9). Solo Gesù può affermare: «... io faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8,29).

Nella preghiera della sua agonia, egli consente total-mente alla volontà del Padre: «... non sia fatta la mia, ma la tua volontà!» (Lc 22,42).

Noi chiediamo al Padre nostro che la sua volontà ven-ga fatta in terra da tutti gli uomini, da ciascuno di noi in particolare, come la fanno in Cielo tutti gli Angeli e i Santi. Ma chiediamo soprattutto di unire la nostra volon-tà a quella del Figlio suo per compiere la sua volontà e il suo disegno di salvezza per la vita del mondo (cf 1Tm 2,4; 2Pt 3,9).

Noi siamo radicalmente incapaci di questo, ma, uniti a Gesù e con la potenza del suo Santo Spirito, possiamo consegnare a lui la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre (cf Gv 8,29).

è mediante la preghiera che possiamo «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) e ottenere la costanza nel compierla (cf Eb 10,36).

Gesù ci insegna che si entra nel regno dei cieli facen-do «... la volontà del Padre (suo) che è nei cieli» (Mt 7,21).

E riconosce come suo familiare esattamente chi com-pie la sua volontà: «Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fra-tello, sorella e madre" ... » (Mc 3,34-35).

E se uno fa la volontà di Dio, egli lo ascolta (cf Gv 9,31; 1Gv 5,14), perché il figlio che ubbidisce conquista il cuore del Padre e gli comanda.

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano"

Dacci: dopo aver dato gloria a Dio con la prima parte della preghiera del "Padre nostro", con la fiducia di figli ci rivolgiamo al Padre, sapendo di ottenere tutto dalla sua immensa bontà (cf Mt 5,45; 6,25-34; Sal 103,27).

Dacci, vuol dire dà a noi tutti: questo "noi" lo ricono-sce come il Padre di tutti gli uomini; e, per questo, noi lo preghiamo per tutti, solidali con le loro necessità e le loro sofferenze.

Il nostro pane: cioè quello che tu, Padre, hai stabilito di dare a noi tutti, ed a ciascuno in particolare. Anzitutto il Pane della Parola (cf Dt 8,3) ed il Pane dell'Eucaristia (cf Gv 6,26-58) e poi il pane materiale come sostegno del nostro corpo (cf Mt 6,25-34).

Quando noi domandiamo a Dio il "nostro pane", egli non giustifica la passività, l'inerzia e il disimpegno, che espressamente condanna con le categoriche parole del-l'apostolo Paolo (cf 2Ts 3,6-13), ma vuole soltanto libe-rarci da ogni affanno e da ogni preoccupazione (cf Mt 6,35-34).

Difatti, S. Benedetto nella sua regola stabilisce: "Pre-ga e lavora "; e Sant'Ignazio di Loyola: "Dobbiamo pre-gare come se tutto dipendesse da Dio, ed agire come se tutto dipendesse da noi".

E, nello stesso tempo, dobbiamo anche impegnarci non solo a pregare perché non manchi il pane agli altri, ma darci da fare per procurare il pane per gli altri per quanto è possibile (cf Mt 14,16; Mc 6,37; Lc 9,13; Gv 6,5; Ef 4,28; At 20,33-35).

Oggi: si domanda, per noi e per tutti gli uomini, il pane per l'oggi, perché il domani non e ancora giunto; e, quando giungerà, arriverà con il suo affanno, ma anche con la grazia e la provvidenza del buon Dio (cf Mt 6,34).

Chiedere il pane per l'oggi o per il momento fattuale non deve limitarci a domandare il pane materiale, ma anche l'aiuto del Padre per le necessità materiali, fisi-che, morali e spirituali di noi e di tutti (cf 1Cor 10,13; Sap 7,7.11-12; 11,20b).

Quotidiano: ossia la porzione necessaria di pane e di ogni bisogno stabilito dalla sua Provvidenza per ciascun giorno (cf Es 16,19-21; 1Tm 6,8; 2Cor 9,8).

E questo per confermarci in una confidenza filiale e totale, senza riserve, in modo da sentirci veri figli di un Padre sempre provvido e premuroso.

 

"rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori"

Abbiamo iniziato a pregare il Padre nostro con una confidenza audace, sicuri di essere esauditi da un Padre tutto e sempre buono.

Ed intanto ci viene presentata un'esigenza, come "una conditio sine qua non", ossia come una condizione indispensabile: tutto questo flusso di pane materiale, di grazia e di ogni grazia, e soprattutto di perdono per i no-stri innumerevoli debiti, potrà scendere dal cuore del "Padre misericordioso" (2Cor 1,3), a patto che anche noi ci disponiamo ad aprire il nostro cuore al perdono ed al continuo dono verso il prossimo.

Il "come" stabilisce una misura di giustizia e di parità d'animo che dobbiamo presentare al buon Dio nell'atto stesso in cui domandiamo a lui il "pane quotidiano" ed il perdono dei nostri peccati.

Questa condizione, stabilita dal "come" che noi stessi domandiamo, è talmente importante che Gesù vi torna spesso, sviluppandola nel discorso della montagna (cf Mt 5,23-24; 6,14-15; Mc 11,25; Lc 6,36.38).

La parabola del servo spietato ci è di grande insegna-mento (cf Mt 18,23-35).

Qualcuno potrebbe obiettare: che necessità c'è di par-lare di peccati, quando a noi interessa anzitutto il pane quotidiano? Ma Dio sa molto bene che il dono migliore che egli possa farci, prima del pane quotidiano, è il per-dono dei nostri peccati.

Egli vuol rimettere la nostra anima nello stato di gra-zia, perché questa ci dona la sua amicizia e ci fa vivere in intimità di comunione di vita e di amore con lui.

Però vuole che questo lo facciamo anzitutto al prossi-mo, perché Dio non lo vediamo, ma il prossimo sì (cf 1 Gv 4,20) e perché egli considera fatto a se stesso tutto ciò che facciamo ai nostri fratelli (cf Mt 25,40).

Noi chiediamo a Dio anzitutto che perdoni i nostri debiti, che sono i peccati e le pene dovute per essi; pene enormi che mai potremo pagare, se non col Sangue di Gesù, con i talenti di grazia, di natura e di possesso che abbiamo ricevuto da Dio e con i continui sacrifici che troviamo o che ci imponiamo durante la giornata.

E ci impegniamo, in questa domanda, a perdonare al nostro prossimo i debiti che ha con noi, che sono le con-trarietà, le ingiustizie e le offese, dimenticandoli senza vendicarci.

A questo punto, Dio mette nelle nostre mani il giudi-zio che verrà fatto su di noi, perché se perdoniamo ci perdonerà e, se non perdoniamo agli altri, egli non ci perdonerà (cf Gc 2,13).

 

"non ci indurre in tentazione"

Noi chiediamo al Padre nostro di non "indurci" in tenta-zione, ossia di "non permetterci di entrare in" (cf Mt 26,41), di "non lasciarci soccombere alla tentazione".

Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

Lo Spirito Santo ci guida a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell'uomo interiore (cf Lc 8,13-15; At 14,22; 2Tm 3,12), in vista di una "virtù provata" (Rm 5,3-5), e la tentazione che conduce al peccato e alla morte (cf Gc 1,14-15). E dobbiamo anche distinguere tra "essere tentati" e "acconsentire" alla tentazione.

Dio non vuole costringerci al male. Egli ci vuole libe-ri, perché dalla libertà dipendono tutti i nostri meriti e demeriti.

La tentazione ha pertanto una sua specifica utilità. Origene afferma che la tentazione ci insegna a cono-scere noi stessi e a scoprire ai nostri occhi la nostra mi-seria, in modo da superarla ed elevarla e, così, poter ren-dere grazie al Signore per i beni che la stessa tentazione ci ha procurato.

Dio permette la tentazione per il nostro profitto, la nostra debolezza per vincerla, sperimentando la fortezza divina per la nostra vittoria (cf 2Cor 12,9-10).

E, d'altra parte, Dio, permettendo la prova, ci dà la grazia necessaria per portarla da figli ed anche per supe-rarla (cf 1 Cor 10,13).

Bisogna tenere presente che senza combattimento non c'è vittoria e, quindi, non c'è alcun guadagno né per noi né per gli altri (cf Col 1,20; 2Cor 4,10-12); ed il combattimento è per tutta la vita (cf Gb 7,1). l

Combattimento e vittoria sono, pertanto, possibili, se ci serviamo dei mezzi indispensabili che Gesù ci ha pre-sentato: la vigilanza e la preghiera (cf Mt 26,21; Mc 13,9.23.33-37; 14,38; Lc 12,35-40; 21,36).

Anche nostro Signore, durante la sua vita terrena è stato tentato, ha vigilato ed ha pregato, offrendoci l'esempio e la forza per il nostro continuo combattimen-to (cf Mt 4,1-11; Lc 4,1-13; Mt 26,34-44; Eb 2,18; 4,15; 5,7-9).

 

"ma liberaci dal male"

L'ultima domanda che noi rivolgiamo al Signore nella recita del Padre nostro si trova anche nella preghiera dell'ultima cena rivolta da Gesù al Padre: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno» (Gv 17,15).

In questa richiesta, il male indica una persona: Sata-na, il Maligno, l'angelo che continuamente si oppone a Dio ed ai suoi fedeli seguaci. Satana, omicida fin dal principio, «... menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44), «... satana e che seduce tutta la terra» (Ap 12,9), ci insidia continuamente, «come leone ruggente... cer-cando chi divorare» (1Pt 5,8).

E, purtroppo, «tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1 Gv 5,19).

Come vincerlo? S. Pietro ci, indica il rimedio: «Siate temperanti, vigilate... Resistetegli saldi nella fede, sa-pendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» (1Pt 5,8-9).

L'apostolo Paolo ci invita caldamente ad affidarci al Signore per sconfiggere il demonio (cf Rm 8,31.35-39) e insiste sulla vigilanza e sulla preghiera (cf Ef 6,12.18)

Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghia-mo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, pre-senti, passati e futuri, di cui egli (il demonio) è l'artefice e l'istigatore.

In quest'ultima domanda la Chiesa porta davanti al Padre tutte le miserie dell'umanità, implorando sollievo e pace per tutti.

 

"Amen"

Con l' "Amen" finale esprimiamo il nostro "Fiat" alle sette domande. Così sia, così avvenga e così ci sia con-cesso, a gloria di Dio ed a salvezza e bene materiale, fisi-co, morale e spirituale di noi tutti.

Tratto da: "Mostraci il Padre e ci basta" (Gv 14,9) Edizioni E.S.D.M.