PADRE NOSTRO

il grande sconosciuto

Padre nostro che sei nei Cieli

Un giorno Gesù se ne stava a pregare sul monte degli ulivi a Gerusalemme; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: "Signore insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli" (Lc. 11,1).

Bisognava aver visto Gesù pregare, per essere assaliti dal desiderio di imitarlo; bisognava aver ascoltato Gesù per capire di dover pregare in modo nuovo.

Ma che senso ha parlare di preghiera quando i son-daggi odierni dicono che oltre un miliardo di persone si dichiarano atee?

Molte persone, soprattutto giovani, dicono di credere in Dio, ma non credono nella chiesa; i preti, dicono, sono uomini e sbagliano come tutti noi, pur predicando e chie-dendo all'uomo la perfezione.

Ma è proprio vero? Sentiamo cosa dice l'abbè Pierre noto in tutto il mondo, soprattutto nel mondo giovanile per essere chiamato "l'uomo che dà le case ai senzatetto".

Un sabato pomeriggio 1'abbè Pierre ha una cristi di tristezza: è pronto un appartamento per essere consegnato ad una coppia di giovani sposi che si dichiarano credenti in Dio, ma non negli uomini di Dio (i preti).

L'abbè Pierre è triste, all'appartamento purtroppo mancano le piastrelle del pavimento, è sabato e tutto biso-gnerà rinviare a lunedì.

Un collaboratore dell'abbè Pierre, vedendolo triste e sapendo quanto per il padre fosse importane quella conse-gna, gli suggerisce un'idea: "Padre c'è un vecchio muratore italiano che vende le piastrelle; ma è così contrario ai preti che appena ne vede uno, vomita di bestemmie come un vulcano in eruzione".

Il muratore, infatti, che non crede affatto nei preti, crede un po' in Dio a suo modo, lo accoglie con un uraga-no di parolacce e gli racconta perché crede in Dio a suo modo, ma non crede nei preti.

"E' morto un padrone che era peggio di un delin-quente, - gli dice - succhiava il sangue agli operai e gettava via i soldi al casinò! La famiglia ha fatto una ricca offerta alla parrocchia e il parroco gli ha tracciato un panegirico come un santo. E' morta una vecchietta, continua l'uomo, che per oltre quarant'anni ha curato il marito paralitico, il parroco ha fatto un funerale clandestino. Sembrava che si vergognasse di lei".

Dopo una mitragliata di sfoghi anticlericali, il murato-re cambia volto, diventa dolce nella voce ed esclama: "Io non so se Dio esiste davvero. Se esiste io credo a modo mio, ma voi mi dimostrate, rivolgendosi al padre, che quel-lo che state facendo lo fate perché Dio esiste e credete in lui attraverso le opere che fate". E gli diede il materiale.

Questa dichiarazione del muratore blasfemo ha lo spessore di una definizione teologica. Voleva dire: "Dio è amore. E dunque il lavoratore sedicente ateo viveva Dio, quando compiva il gesto d'amore di dare le piastrelle per la casa che il padre doveva completare per consegnarla alla coppia di novelli sposi.

Naturalmente, dice 1'abbè Pierre, il muratore non volle un centesimo. Dio è gratuità d'amore.

Alla luce di questo episodio riflettendo sui due fune-rali narrati, potremmo porci la domanda: "Chi sono io per giudicare?"

Anche chi non crede nell'istituzione, ma interiormen-te crede in un supremo essere, vivendo la carità e l'amore del Cristo è uno squisito credente.

Molte volte il mondo sconvolto per alcuni atteggia-menti, avvenimenti per colpa dei preti, non crede più in Dio.

Molti giovani che si dichiarano atei negano Dio davanti all'esistenza del dolore, soprattutto davanti ai bam-bini che soffrono. Che rispetto avere per un Essere Supremo, che avrebbe ritenuto di includere nel suo divino sistema il cancro, la leucemia, la follia, i vecchi rincitrulliti e i giovani handicappati?

Se Dio è onnipotente, si sente spesso in questo perio-do, post terremoto, perché non impedisce i terremoti?

Se Dio è un Padre affettuoso, perché ha permesso che i "mostri" nazisti torturassero tanti giovani, tanti bam-bini? Perché hanno ucciso oltre sei milioni di persone per di più ebree, il suo popolo?

Nessun argomento è valido a giustificare il male, tranne uno, e cioè: Cristo Crocifisso.

Cristo dalla croce prega: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno". è la preghiera che vince il dolore.

La croce del Cristo è l'insieme di tutti i dolori umani e diventa il simbolo dell'amore più grande. è dalla croce che attingiamo la forza della preghiera: "Padre perdona loro...", ed è in forza di questo perdono che crediamo.

La preghiera non è un lusso né una debolezza del-l'uomo, è una necessità; è una fortuna, una felicità: "Bene sommo, dice S.Giovanni Crisostomo, è la preghiera e il colloquio con Dio perché è sodalizio e unione con Lui; e come gli occhi del corpo si illuminano vedendo la luce, così anche l'anima protesa verso Dio si illumina della Sua luce"; è "un intimo rapporto di amicizia, un trattenimento con colui da cui sappiamo d'essere amati" (S.Teresa di Gesù). Chi non crede potrebbe obbiettare: "Queste affermazioni ci vengono da personaggi che già avevano una fede forte; ma noi che oggi una fede siffatta non l'abbiamo, o la stia-mo cercando, come facciamo a credere che tutto ciò è vero?

Per chi crede Dio non è un'astrazione della mente, ma la realtà più misteriosamente reale, una persona che non solo vive, ma è la vita, una persona con la quale si può e si deve intrecciare un colloquio.

Per chi non crede ancora o è alla ricerca deve cerca-re l'aiuto negli altri affinché riesca col loro aiuto a trovare il colloquio con colui che ci è Padre.

Come si fa a conoscere una persona se non si intrec-cia con lei un colloquio, se non le si parla? Intanto dev'es-sere un discorso molto aperto, quasi silenzioso, non super-ficiale, ma un discorso che va da cuore a cuore.

Per Gheddafi e per tutti i nipotini di Maometto, Dio è il sole che splende nel cielo a mezzogiorno. Questa gran-de religione monoteista considera una follia l'ateismo: la suprema saggezza è abbandonarsi alla suprema saggezza di Allah clemente e misericordioso.

Solo un pazzo può negare la forza del sole, che ti dardeggia sulla testa nel caldo di luglio. Altrettanto è fuori di sé chi nega l'evidenza stessa: ossia che Dio esiste nei cieli.

Eppure un'inchiesta alla fine del 1995 ha documen-tato che atei e credenti sono cinque a cinque.

Voltaire s'era proposto la finalità di schiacciare l'infa-me (= il cattolicesimo), credeva nell'orologiaio dell'univer-so. Senza l'architetto universale non si spiega l'armonia dei vari sistemi solari.

La stessa massoneria esige come prima frontiera ideologica la fede in Dio: un ateo non può essere massone. Ma l'architetto dell'universo va incontro a grossi incidenti: se è così perfetto, perché lascia inghiottire gli uomini dai crepacci dei terremoti, dalle ondate del mare in tempesta o dalle forze ostili della natura matrigna?

Nasce il mistero che impone umiltà alla ragione ragionante dell'uomo.

Il Concilio Vaticano I nel 1876 ha definito che è pos-sibile risolvere il mistero della trascendenza con gli stru-menti della filosofia razionale. Ma non ha dichiarato che di fatto tutti gli uomini trasformino tale possibilità in realtà.

Il pagano Aristotele l'ha fatto, dimostrando l'esisten-za di Dio attraverso il moto: Dio è il motore immobile, che ha impresso movimento a tutte le cose.

San Tommaso sulla scia di Aristotele ha indicato le cinque vie che sfociano a Dio, "il Padre", il grande scono-sciuto.

Mi diceva un giorno una giovane: "Dio non lo accet-to, perché non lo vedo, e non so a che cosa serve".

Pascal dice che il vero Dio, che ci è Padre, deve essere nascosto.

Per scoprire Dio, se una persona lo vuole fare realmen-te, deve nella Bibbia scoprire il suo volto e con l'aiuto della preghiera aprire il proprio cuore. Non si tratta tanto di dire preghiere, ma di crescere in un rapporto personale con Dio.

Che cosa devo fare per scoprire Dio nella bibbia e nella preghiera? Da parte mia sono necessarie due sole disposizioni: fedeltà e apertura.

Fedeltà è trascorrere con Dio un po' del nostro tempo. Come un giovane per conoscere meglio la propria ragazza, o ragazzo, trascorre diverso tempo insieme, così chi vuole scoprire e conoscere Dio bisogna che trascorra del tempo con Lui.

Nessun rapporto d'amore può resistere e svilupparsi se non si sta un poco con la persona amata.

Apertura: all'incontro col mio ragazzo o ragazza, mi reco fedelmente e con gioia, con altrettante disposizioni devo recare all'appuntamento col Signore. Cosa faccio allora? Sono aperto, attento a lui, me ne sto lì insieme con lui, guardandolo con amore, ben sapendo in cuor mio quale sia il suo atteggiamento nei miei riguardi.

Sono povero, bisognoso di tutto; ma non è necessario che preghi per la mia miseria, per le mie colpe e sofferenze. Tutto questo lui lo sa. è vero, ci sono momenti in cui la pre-ghiera può essere un'invocazione di dolore rivolta a Dio.

Ma prima di esprimere le nostre ansie e le nostre preoccupazioni, la preghiera è il linguaggio della nostra fede.

Ma qual è la preghiera che devo fare? Gesù stesso, ci risponde, e come lo fece con i suoi discepoli, insegna anche a noi il "Padre Nostro".

Il "Padre Nostro" affonda le sue radici nella preghie-ra tradizionale di Israele, popolo di Dio.

"Voi pregate così", dice Gesù: "Padre nostro che sei nei cieli ...".

Un celebre studioso della Bibbia del nostro tempo dice: "Il Padre nostro è il più chiaro, e, nonostante la sua concisione, il più completo riepilogo del messaggio di Gesù che noi conosciamo". (JAeremias)

è tutto il Vangelo tradotto in preghiera; è la preghie-ra più perfetta e più sicura, perché preghiera di Gesù al Padre e questa diventa nostra.

Tutte le altre parole che diciamo pregando, ha scritto S.Agostino, "non esprimono altro se non quanto è racchiu-so in questa preghiera insegnataci dal Signore, se la recitia-mo bene e convenientemente. Chi però dice cose che non abbiano attinenza con questa preghiera evangelica, anche se non prega illecitamente, prega in modo carnale e non so come quelle cose non si dicano in modo illecito, dal momento che ai rinati nello spirito conviene pregare in modo spirituale".

Non c'è nessuno così presuntuoso da pretendere di poter parlare a Dio meglio di quanto abbia fatto Suo Figlio, il quale è al centro del mistero di Dio e del mistero dell'uo-mo: lui che solo conosce il Padre con assoluta verità (Mt. 11,17) e totale intimità e solo conosce che cosa veramente ci sia nell'uomo. (Gv 2,25)

Si potrebbe pensare che una formula di preghiera fissata per sempre non è spontanea e non può esprimere i bisogni di una umanità in continua mutazione e progresso. Non è così. Gesù ha deplorato una preghiera fatta di paro-le (Mt 6, 7), ci ha insegnato una preghiera destinata a libe-rare i pensieri e gli slanci del cuore.

"La vera preghiera non è nella voce, ma nel cuore. Non sono le nostre parole, ma i nostri desideri a dar forza alle nostre suppliche. Se invochiamo con la bocca la vita eterna, senza desiderarla dal profondo del cuore, il nostro grido è un silenzio. Se, senza parlare, noi la desideriamo dal profondo del cuore, il nostro silenzio è un grido". (S.Agostino)

Il Padre nostro è la preghiera esclusiva e perfetta del cristiano e dell'uomo che si avvicina alla Bibbia per scopri-re Dio. è la preghiera che fin dai primissimi anni della chie-sa si recitava tre volte al giorno in sostituzione delle pre-ghiere giudaiche; veniva insegnata, insieme col credo, sol-tanto al momento del battesimo e poteva essere recitata soltanto da chi, nel battesimo, era diventato pienamente figlio di Dio.

Era il quotidiano, indispensabile nutrimento dello spi-rito cristiano.

Dal quarto secolo in poi, la preghiera di Gesù trova la Sua migliore collocazione nel cuore della celebrazione eucaristica, come la più idonea premessa a un'attiva parte-cipazione alla mensa e al sacrificio di Cristo.

Essa è preceduta da parole che possono sembrare strane: "Ammoniti dai precetti del Salvatore e formati al Suo divino insegnamento osiamo dire: Padre nostro...

Senza un precetto di Cristo e senza la Sua rivelazio-ne, nessuno avrebbe mai potuto chiamare Dio suo Padre e non soltanto perché senza Cristo non avremmo mai saputo perché e come Dio ci ama, ma soprattutto perché senza Cristo non avremmo mai saputo essere realmente figli di Dio (1- Gv. 3,1), in quanto il battesimo ci fa nascere da Lui e ci dona la sua stessa vita.

Fin dalle prime parole, la preghiera del Padre nostro ci fa scoprire tutti gli orizzonti del mistero evangelico.

Il Signore del mondo, che ha creato e regge con la Sua onnipotenza e sapienza l'universo intero, è il Dio del-l'uomo, il Dio della storia; il Dio non soggetto ai mutamenti del mondo e ai capricci e al logorio del tempo, sempre identico a se stesso, immutabile nella Sua volontà d'amore, alla quale nulla e nessuno può sfuggire; il Dio che non ci ha dato il misterioso dono della vita perché fosse preda della terra.

La terra ingoierà la materia del nostro corpo, ma nel-l'ultimo giorno del mondo, nel giorno eterno di Dio, anche il nostro corpo ci verrà restituito glorioso e per la gloria.

Il Padre Nostro sta nei cieli e i cieli sono la nostra vera e certissima patria (Fil. 3,20) dove si trova anche, nelle mani di Dio, la nostra eredità di figli suoi: quel tesoro che, come ha detto Gesù, è al riparo da ogni rapina ed usura (Mt. 6,19-20).

Figli del Padre celeste, in virtù della grazia sua, noi siamo in ogni momento ad un passo dal cielo, perché la grazia ha già dato inizio, secondo l'insegnamento del Vangelo, alla Vita eterna in noi.

Dalla più remota antichità quasi tutti i popoli hanno in varie forme creduto alla paternità divina nei confronti dell'umanità o di determinati individui, ma al popolo di Gesù, Israele, educato dalla rivelazione divina, Dio ha dato la vita liberandolo dalla schiavitù d'Egitto e legandolo a sé con l'alleanza.

Mai, però, nella Bibbia un uomo singolo ha l'ardire di chiamare Dio Suo Padre. A questo proposito è eloquente il silenzio dei Salmi, che sintetizzano in una prospettiva spiri-tuale e in chiave di preghiera la storia, la fede o la speranza del popolo di Dio.

Soltanto in epoca recente, a partire dal secondo secolo A.C. la paternità di Dio è riferita anche ai singoli fedeli israeliti e l'appellativo di Padre è usato nella preghie-ra collettiva per sottolineare, con la teologia dei profeti, l'Eterno Amore di Dio per il popolo eletto e i suoi figli.

La preghiera personale di Gesù è caratterizzata dalla invocazione assoluta di Dio Padre, con un significato esclu-sivo: nella lingua aramaica da lui parlata, Gesù dice "ABBA' " (Mc. 12,36) che aveva il valore del nostro "papà" o "babbo", indicando non soltanto confidenza e abbandono, ma un vincolo di natura, tanto più che le pre-ghiere di Cristo contengono sempre un riferimento al mistero della sua natura e missione.

L'Innominato del Manzoni, sul punto di mettersi la pistola alla tempia, esclama: "Dio, se ti vedessi, se ti sentis-si, se ti toccassi". Più tardi il Cardinale Federico gli rispon-de che a nessuno Dio è così vicino come a lui, perché gli parla, gli fa sentire la gioia di una vita nuova e la bellezza di riparare al passato.

Scoprendo Dio, scopri che non solo ti è Padre e tu sei figlio, ma scopri soprattutto che Egli ti ama e cammina con te.

E che Voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Suo figlio che grida: "Abbà, Padre" (Sal. 4,4-6) "Voi non avete ricevuto uno spi-rito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre! Lo spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio" (Rm. 8,15-16).

La Vita cristiana è "comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1 Gv. 1,3) e trova il necessario alimento in una preghiera che è innanzitutto comunione col mistero umano-divino di Cristo ed è aperto a tutte le audacie della

fede, della speranza e dell'amore.

Gesù distingue la Sua filiazione divina da quella degli uomini, dicendo: "Il Padre mio è il Padre vostro" (Gv. 20,17) e nella sua sublime Preghiera nell'ultima cena è possibile ritrovare il Suo personale "Padre Nostro": "Padre" (Gv. 17, 1-5-11-21-24-25); "sia santificato il tuo nome, come in cielo..."; "non c'indurre in tentazione... liberaci dal male".

Queste sono le parole, forse le più importanti, della preghiera con la quale ci possiamo rivolgere al Padre.

 

Sia santificato il tuo nome

Dopo averci fatto invocare il Padre che ci fa suoi figli e quindi tutti fratelli tra noi, Gesù ci insegna a pregare in fraterna comunione, affinché il nome del Padre nostro sia glorificato.

La vigilia della morte, Gesù esprimeva la sua soddi-sfazione aver rivelato agli uomini il Nome del Padre (Gv. 17,6) cioè per aver raccontato (Gv. 1,18) Dio al mondo.

Il nome per un semita designa sempre la persona nella profondità del suo essere; pronunciare il nome di una persona significa renderla presente al proprio affetto.

In Isaia 43,1 Dio dice: "Ti ho chiamato per nome". Questa espressione ha un significato evidente: "Ti ho conosciuto nel profondo".

In Giovanni 17,6 Gesù dice: "Io ho fatto conoscere il tuo nome a quelli che mi hai dato". Certamente significa: "ho fatto conoscere la tua persona, il tuo amore".

Quando Gesù cambia il nome a Pietro dice: "Ti chia-merai Cefa (pietra) e su questa pietra edificherò la mia chiesa". (Mt. 16,18).

Dall'espressione usata da Gesù risulta dunque che il nome, nel mondo ebraico, ha un significato molto grande; il nome unisce e manifesta le caratteristiche di una persona.

Il nome di Dio, perciò, è Dio stesso in quanto noi lo abbiamo definitivamente conosciuto dal Figlio e nel Figlio venuto tra noi.

"Santificare", poi, non ha qui il significato comune di far progredire nella pratica del bene e nell'acquisto della virtù; Dio non può acquistare nulla perché è eterna e infini-ta pienezza d'ogni perfezione. Sulle labbra di Gesù, santifi-care il nome di Dio significa riconoscere e onorare Dio come Santo. Il comandamento di santificare la festa, per esempio, esige che l'uomo riconosca il carattere sacro del giorno che il Signore vuole a sé dedicato e lo onori con pensieri e pratiche degne di Dio.

Domandare, perciò, che il nome di Dio, cioè Dio stesso, sia santificato, vuol dire chiedere che Egli sia da tutti riconosciuto per quello che è: il Santo, cioè colui il quale è totalmente diverso da ogni altro essere, indicibil-mente eccelso su tutti: "L'unico immortale, che abita una luce inaccessibile, che nessuno degli uomini vide né può vedere" (1- Tm. 6,16).

Misterioso, tremendo e dolcissimo insieme, Dio è infinitamente diverso e distante da noi ma intimamente ci attrae; la sua assoluta diversità esige la nostra adorazione, il suo potere di attrazione libera il nostro amore.

In una famosa pagina della Bibbia, dove il profeta Isaia racconta la sua vocazione di portavoce di Dio, è descritta la gloria del Signore, che siede su un trono nel tempio e la cui maestà è tale che la visione del profeta non va oltre i lembi del divino ammanto regale.

Intorno al trono di Dio, esseri celesti, i Serafini, in atteggiamento di suprema riverenza, proclamano con voce possente che fa tremare il tempio: "Santo, Santo, Santo è il Signore dell'universo; della sua gloria è piena la terra" (Is. 6,1-3).

La triplice ripetizione del nome Santo indica il sommo grado della santità di Dio, dinanzi al quale il profe-ta si vede perduto perché è uomo peccatore, finché un serafino non lo mette in grado di ascoltare Dio e di rispon-dergli, purificandogli le labbra con un tizzone ardente preso dall'altare.

In questa suggestiva descrizione è espressa la condi-zione di tutte le creature del cielo e della terra al cospetto di Dio: tutte gli devono adorazione.

Certamente, Gesù ci ha messi in grado di nutrire per il Padre celeste una confidenza filiale, ma questa non abbassa Dio al nostro livello, non lo avvilisce ma lo esalta, e innalza noi al livello del cuore di Dio.

Ma come si può adorare un Dio che non si vede? Credenti ed atei sono d'accordo nel sostenere che Dio è invisibile.

Se Dio esiste deve essere nascosto; gli uomini, spes-so, hanno tentato di dargli un volto e l'hanno reso un mostro.

Dice Voltaire: "Dio ha creato gli uomini a sua imma-gine: ed essi si sono generosamente vendicati". Gli uomini hanno fabbricato un Dio vendicativo, arbitrario.

Si sono inventati un Dio, a cui la peggiore delle caro-gne si vergognerebbe di assomigliare; è colui che fa strari-pare i fiumi e uccide i bambini nella peste e colpisce giusti e delinquenti nel terremoto.

Ma il vero Dio è totalmente altro da quella sacra iet-tatura, che talora è stata contrabbandata per una vera teo-logia.

Altri intellettuali del pensiero umano prestato al Creatore come identikit la potenza, l'onnipotenza.

Il re terreno sembra l'immagine del Re eterno. E invece quando il Dio nascosto tira fuori la sua carta d'in-dentità, si presenta come schiavo.

Gesù che ha scandalizzato i farisei ponendosi al livel-lo di Dio, si cinge il grembiule di servo e lava i piedi ai discepoli e spiega: "Amatevi come io vi ho amato.

Il Dio nascosto non si rivela come l'onnipotente che legittima i troni dei grandi, ma come l'amore che si colloca dalla parte dei nullatenenti.

Nel nuovo testamento si realizza il vertice della Rivelazione. Ma Gesù resta il Dio nascosto. A Nazareth fa il garzone di falegname; sul Calvario fraternizza con due tizzoni d'inferno di cui uno però diventa il primo inquilino del Paradiso.

Anche quando compie i prodigi più stupendi, resta in una zona d'ombra.

Appare dopo la risurrezione alla Maddalena, la pro-stituta pentita, e dice: "Non toccarmi, perché devo salire al Padre".

Ma perché questo tono di mistero? E più facile intuir-lo che spiegarlo. Forse è l'esigenza più alta dell'amore.

Già nell'antico testamento, Iddio è l'inaccessibile, colui di cui non si può pronunciare il nome. Nessuno può vedere il volto di Dio e rimanere vivo.

Lo stesso Mosè lo scorse solo di profilo. La prima legge di Amore è la discrezione, il rispetto della libertà, il non forzare la mano della persona.

Se Dio ci apparisse nello splendore abbagliante della sua potenza d'amore, saremmo costretti a credergli, nessu-no resisterebbe. E invece egli mi presenta la sua proposta d'amicizia, attraverso le umili apparenze di un'ostia consa-crata.

Posso inginocchiarmi in segno d'affettuoso rispetto, ma sono libero di passare oltre.

Per chi crede, resta perciò intatto, anzi, più sentito, il dovere di adorarlo e di glorificarlo perché questo è un gesto di libertà, un dovere che rende liberi. Non c'è nulla nel mondo che sgomenti e atterrisca come un uomo senza il senso di Dio, di un uomo privo delle sue libertà.

"I cieli - sta scritto nella Bibbia (Sal. 18,2) - narrano la gloria di Dio" che li ha creati; Cristo è venuto sulla terra al solo scopo di glorificare il Padre. Fin da quando il Figlio di Dio, fattosi uomo, aprì gli occhi alla luce del nostro sole, gli angeli di Betlemme cantarono: "Gloria a Dio nei cieli altissimi" (Lc. 2,14) e chi mai crede di essere l'uomo che a questo coro oppone la sua indifferenza, il suo assurdo silenzio? E quale tentazione di satana, invidioso della gloria di Dio e della gloria dell'uomo, può chiudere la bocca perfi-no ai credenti?

Per mezzo dell'ultimo profeta della Bibbia, Dio si è lagnato: "Se io sono Padre, dov'è l'onore che mi spetta?' (Mc. 1,6) e fin dalle prime pagine del libro Sacro risuona il comandamento che Gesù rivolse come una freccia lucente contro Satana nel deserto della tentazione: "Adorerai il Signore Dio tuo e a Lui solo renderai culto" (Mt, 4,10; Dt. 3,13)

L'esclusione di Dio dalla vita dell'uomo, la pratica soppressione del nostro cuore del sentimento di adorazione per lui, è una mutilazione della nostra autentica umanità. è come definire gli idoli che, oggi, si sostituiscono a Dio. L'idolatria della ragione, l'idolatria della violenza, l'idolatria del denaro, l'idolatria di se stessi, hanno fatto indietreggia-re la progreditissima umanità ormai alla soglia del terzo millennio, verso i tempi più oscuri della sua storia.

Si è, oggi, disposti a piegare il ginocchio dinanzi a tutti, fuorché a Dio; l'uomo si vede così degradato e distrut-to nella sua dignità, che l'adorazione di Dio porta alla più nobile espressione. E si va perdendo la gioia e la gloria di essere uomini.

Quando Gesù glorificò il Padre per aver nascosto a coloro che si credono sapienti e scaltri i misteri del vangelo e averlo rivelato ai piccoli, "trasalì di gioia nello Spirito Santo" (Lc, 10,21); un trasalimento ineffabile. Ecco che cos'è la glorificazione del nome di Dio: una suprema, strug-gente felicità.

Immediatamente prima di portare a compimento l'o-pera di salvezza affidatagli, Gesù così pregò: "Padre glorifi-ca il tuo nome". E la risposta che venne dal cielo fu: "L'ho glorificato e lo glorificherò ancora" (Gv. 12,28). Dio dun-que è il primo a glorificare e santificare se stesso e a dimo-strare chi Egli sia nelle meraviglie della storia della salvezza, a partire dalle vicende d'Israele. L'antico suo popolo eletto era un'oasi nella steppa spirituale dell'antico mondo paga-no che lo osteggiava, il solo che conoscesse il nome di Dio, ma che lo tradiva anche, con le sue infedeltà.

Mai il Signore permise che da chiunque venisse impedito il disegno della sua misericordia che lo glorificava. Così parla Dio stesso in una drammatica pagina del profeta Ezechiele (36,22-27): "non lo faccio per voi, casa d'Israele, ma per il mio Santo nome, che voi avete profanato tra le nazioni dove siete andati. Io santificherò il mio grande nome ... e le genti conosceranno che io sono il Signore... Quando dimostrerò tra voi la mia santità ai loro occhi ... Espanderò su di voi un'acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure; vi purificherò da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò in voi uno spirito nuovo, toglierò dalla vostra carne il vostro cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò in voi il mio spirito e farò che obbediate ai miei comandamenti, che custodiate i miei decreti e li mettiate in pratica".

Nella pienezza dei tempi, questa glorificazione del suo nome promessa da Dio si compie nel figlio suo Gesù Cristo: "I1 Padre, è glorificato nel Figlio" (Gv. 14,13); "lo - è Gesù che parla al Padre - ti ho glorificato compiendo sulla terra l'opera che mi desti da fare" (Gv. 17,4)

La grande impresa della nascita dell'uomo alla vita di Dio suo Padre, avvenne, dice Paolo, "affinché fosse magni-ficata la gloria della grazia sua, della quale Egli ci ha favoriti nel suo diletto" (Ef 1,6). Così Dio santifica e glorifica il suo nome, e così dobbiamo santificarlo e glorificarlo noi, mani-festando ciò che siamo diventati in Cristo e per mezzo di Lui.

Ogni creatura glorifica il suo creatore: perché l'uomo non lo dovrebbe fare?

Riconoscere Dio per quello che è e non per essere, infatti, un platonico riconoscimento della ragione, ma un'affermazione fatta con tutta la nostra vita, nell'adesione perfetta alla divina volontà.

Professarsi cristiani e non dimostrare di esserlo nei pensieri, nelle parole e nelle opere, significa avere una fede fatta di fumo. Gesù invece ha detto ai suoi: "voi siete la luce del mondo. Non può restare nascosta una città che è situata su una montagna, né si accende una lucerna per nasconderla sotto il moggio, ma per metterla sopra il can-deliere e così essa fa luce a quanti sono nella casa.

Risplenda così la luce agli occhi degli uomini, affin-ché vedendo le nostre opere buone, diano gloria al Padre vostro che è nei cieli". (Mt. 5,14-16).

Onorare Dio è splendere della sua luce, riflettendola sul mondo, con una vita in cui sia facilmente identificabile la presenza di Dio e la potenza della grazia del suo Cristo.

Dio che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della glo-ria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2- Cor. 4,6); "e noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore Gesù, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2- Cor. 3,18).

Questa prodigiosa e progressiva trasformazione, che ha all'origine la grazia e si sviluppa mediante la nostra col-laborazione, è la vera eloquente prova della nostra fede. Noi siamo, infatti: "opera di Dio, creati in Gesù Cristo in vista delle opere buone, predisposti da Dio perché le prati-cassimo" (Ef. 2,10).

E nell'intimità dell'ultima cena, Gesù disse ai suoi: "Ciò che glorifica il Padre mio è che voi portiate molto frutto, e così vi dimostrerete miei discepoli" (Gv. 15,8).

Quando siamo aridi nello spirito e infecondi di opere defraudiamo Dio della sua gloria agli occhi del mondo, per-ché non riusciamo a dimostrare che cosa Egli sia effettiva-mente per noi, con quanta forza Egli incida nell'intera nostra vita.

La prova più convincente dell'esistenza e della poten-za di Dio siamo noi cristiani.

Quando siamo cristiani!

Ai primi fedeli S. Pietro scriveva: "La vostra condotta tra i pagani sia buona, affinché se ora sparlano di voi trat-tandovi come malfattori, considerando attentamente le vostre opere buone, diano gloria a Dio" (1Pt. 2,12 - 3,16).

L'apostolo parlava di un tempo di persecuzione, quando i credenti in Cristo, come dicono gli intellettuali di quell'epoca (Svetonio, Tacito, Plinio) erano accusati di pra-ticare malefici ed erano additati come nemici dell'ordine costituito e del genere umano.

La situazione non è diversa ai nostri giorni; anche oggi alla soglia del 2000, in vaste aree del mondo, Cristo è perseguitato nei suoi credenti; anche oggi c'è chi guarda a un cristiano coraggioso e coerente come un disturbatore della mentalità corrente, un peso morto in un mondo che avanza verso il 2000 con tutte le libertà e va costruendo la nuova torre di Babele, la cui cima giunga fino al cielo; che intende piantare sulla terra un proprio paradiso senza l'al-bero del bene e del male, senza il serpente tentatore.

Il dovere cristiano nell'ora presente, ed in particolare il dovere di ogni giovane, sollecitato dalla preghiera inse-gnataci da Gesù, è quello di dimostrare al mondo che una vita ispirata alla religione e alle norme divine della morale è una vita piena, felice e feconda, una perenne giovinezza dello Spirito; che il cristiano non crede per abitudine o per paura, ma crede per un suo liberissimo atto di intelligenza e di volontà; che lo sforzo per vincere il male dentro e fuori di sé non è rinuncia alla vita, ma recupero di una dignità e di una pienezza senza le quali non vale la pena di vivere.

Se oggi, tanti, troppi, commettono spudoratamente il male, se ne vantano e lo pubblicizzano addirittura, perché i buoni non dovrebbero avere il coraggio di dirsi e di dimo-strarsi tali?

Preghiamo con Cristo: "Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato e glorificato il tuo nome"; cantiamo con Maria Sua Madre: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché grandi cose ha fatto in me colui che è potente, e il cui Nome è Santo" (Lc. 1,46-49). Dio ha giurato di glorificare a qua-lunque costo il suo nome e non può venir meno alla sua parola; Egli non è come l'uomo che dice e disdice, e si contraddice, che promette e dimentica di mantenere.

Se c'è una cosa certa è che il mondo passa e ancora più certo è che giorno verrà in cui, come annunciò Zaccaria: "il Signore sarà lui solo, il suo nome soltanto" (Zc. 14,9).

 

Venga il tuo regno

Il Padre nostro orienta la preghiera dei credenti in Cristo nella giusta direzione, equilibrando perfettamente le esigenze di Dio e i bisogni dell'uomo, che devono ispirare ogni vera preghiera.

"Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà". Tre TU densi di mistero, che impegnano la sincerità della nostra fede, esprimendo il dovere fondamentale della creatura: l'adorazione di Dio.

"Il nostro pane", i nostri debiti, le nostre tentazioni; tre NOI carichi di preoccupazioni che non ci devono distrarre da Dio.

Nella preghiera dunque, c'è una legittima compene-trazione di ciò che riguarda Dio e di ciò che riguarda noi, nel rispetto della necessaria subordinazione: prima Dio e poi noi. Da soli valiamo poco; con Dio possiamo tutto.

La preghiera, perciò, non è disincarnata, ma nem-meno è ristretta dalle nostre necessità.

Senza un primo moto di adorazione e un iniziale slancio verso Dio, le richieste che ci riguardano sarebbero un lamento di miserabili, una querula sollecitudine della pietà di Dio, il quale, invece, intende essere riconosciuto, invocato e amato da noi nella nostra qualità di figli, che hanno la certezza di non invocarlo invano, ma hanno anche a cuore gli interessi del Padre.

Gesù ha detto: "I1 Padre Vostro che sta nei cieli sa di che cosa avete bisogno. Cercate innanzitutto il regno di Dio e la Sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiun-ta. (Mt. 6, 32-33)

Per stabilirci nell'atmosfera dell'amore, Gesù ci inse-gna a dire: "Padre nostro che sei nei cieli... venga il tuo regno"; come ci ha stimolati a chiedere, ci stimola ad ono-rare e glorificare il Padre.

L'intenzionale centralità della petizione indica che nella manifestazione del regno si realizza la santificazione del nome, il riconoscimento della paternità di Dio.

Ci sono molti che credono ma non accettano di sen-tire parlare che Dio è Padre. Affermano di credere in un Dio che governa il mondo, ma dall'accettarlo come Padre, amarlo come tale e adorarlo come Dio, sono ben lontani.

Ricordo che un giovane, qualche anno fa, mi diceva: "Come si fa ad amare un Dio che non ha avuto pietà per il mio amico Stefano, un giovane atleta di 19 anni, lavorato-re infaticabile, frequentatore della chiesa e dell'oratorio, crollato sul campo da tennis, stroncato senza pietà? Era quello un pomeriggio di sole. La mamma vedova già da anni, non aveva che lui. Questo Dio che chiami Padre non solo ha tolto la vita a Stefano, ma ha distrutto anche quella della madre".

La ragione giustamente definisce assurda quella morte. La fede stessa balbetta.

Un libro edito da Mondadori s'intitola "Vita oltre la morte". Continue le interviste che uno psicologo ha fatto a persone che erano clinicamente morte e che sono poi tor-nate in vita. La loro esperienza si può sintetizzare in questi termini: "Dopo il decesso camminavamo verso una grande luce, con serenità. Il rientro nella vicenda terrena è stato molto doloroso".

Tale vissuto può darci un'indicazione, un filo sia pur sottilissimo di luce in questo gran buio. Ma perché Stefano è stato ghermito così giovane?

A questa domanda risponde un vecchio libro, la Sapienza, al cap. VI: "Longevità non è la canizie, ma l'es-sere caro a Dio. Muore giovane chi è caro a Dio, il quale lo sottrae al mondo dei peccatori".

Stefano è entrato nell'orizzonte della luce; noi invece siamo nel mondo dell'egoismo e del male.

La fede confortata dalla promessa del "Padre" onnipo-tente e affettuoso ripete alla mamma di Stefano, ai suoi amici: "Stefano vive, i nostri occhi non lo vedono, ma egli vede noi".

Anche coloro che sono lettori superficiali della Bibbia si rendono conto, leggendo i vangeli, che l'amore del Padre, il regno di Dio, sono gli argomenti essenziali della predicazione di Gesù.

Anzi, quando il Vangelo albeggiava, le parole dell'ulti-mo degli antichi profeti che sconvolsero la Palestina, furo-no: "Convertitevi, perché è vicino il regno dei cieli" (Mt 3,2) e quando, dopo i lunghi anni di nascondimento a Nazaret, Gesù fece uscire il Vangelo nella piena luce del giorno, ripeté le stesse parole del Battista: "Convertitevi, perché è vicino il regno dei cieli" (Mt 4, 17).

Da allora i primi tre Vangeli parlano un centinaio di volte del regno "di Dio" o, alla maniera ebraica, sommamen-te rispettosa del nome ineffabile del Signore, del regno "dei cieli".

Gesù non tratta mai esplicitamente della natura di que-sto regno, di cui è annunziata la prossimità e la venuta. I suoi ascoltatori, educati dalla Bibbia, erano assuefatti a invocare la regalità di Dio come manifestazione della potenza e della bontà del Signore verso il popolo che aveva scelto per se, specialmente nei momenti di crisi e di maggiore bisogno.

Quando Israele era umiliato e quasi distrutto, il profe-ta proclamò:

"Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace,

messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio!" (Is 52, 7)

Già prima il Signore aveva promesso per bocca del profeta Milchea:

" In quel giorno radunerò gli zoppi, raccoglierò gli sbandati e coloro che ho trattato duramente. Degli zoppi io farò un resto, degli sbandati una nazion forte. E il Signore regnerà su di loro sul monte Sion (4, 6-7)

Nella Bibbia Dio è invocato come re in quanto è per natura il Signore di tutto e di tutti e, in particolare, in quan-to il Suo potere assoluto è un potere di giudizio e di salvez-za.

Come gli antichissimi monarchi, Dio è re "pastore" del popolo da Lui guidato e difeso; non un re dispotico, ma un re che ama e salva.

Il libro di Dio parla anche di un regno che verrà dato al Messia futuro, del quale il Signore dice: "Tu sei mio figlio io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le Genti e in dominio i confini della terra" (Sal. 2, 7-8)

Il redentore aspettando è il re "consacrato", in ebrai-co "Messia, che finalmente renderà possibile e concreto il regno di Dio sulla terra". Interrogato da Ponzio Pilato, sulla regalità da lui pretesa, Gesù dichiara: "Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, la mia gente avrebbe combattuto perché io non fossi con-segnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù."

A Pilato che si stupisce: "Dunque tu sei re..." Gesù risponde: "Tu lo dici, io sono re. Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce" (Gv 18,36-37)

Il Regno di Dio e del Suo Cristo non è, dunque, tale alla maniera di un qualsiasi segno della terra, ma è così riguardo gli atteggiamenti e i bisogni profondi, interiori del-l'uomo.

Cristo regna dando testimonianza alla Verità, cioè alla piena e definitiva rivelazione delle intenzioni e delle volontà di Dio sull'uomo da lui creato per la felicità suprema.

Di questa verità, Cristo è il solo testimone degno di fede (17 p. 1, 5) perché il solo a possedere una esperien-za diretta ed unica del divino (Gv. 3, 11-32; 8, 14); la Sua è una testimonianza, cioè una disposizione nel giudizio che Dio pronunzia su un mondo a lui ribelle e ostile alla luce che è Cristo (Gv. 1, 7).

"Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo figlio, l'unigenito, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna, poiché Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Chi crede in lui non è condannato; chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. La condanna è questa: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie" (Gv. 3, 16-19).

Gesù annunziò la venuta del regno di Dio, ma, in Palestina, fu costretto a parlarne in un linguaggio non comprensibile immediatamente, cioè in parabole, allo scopo di impedire alle folle, in attesa di una manifestazione clamorosa della regalità di Dio a favore soprattutto del trionfo politico del Suo popolo, di comprendere la Sua missione di salvezza precipitando gli eventi. Infatti dopo la prodigiosa moltiplicazione dei pani la folla avrebbe voluto rapire Gesù per farlo re ed Egli fuggì (Gv. 6, 15).

Non fuggì, invece, quando fu incoronato di spine. Le sorti del regno di Dio non sono affidate alle armi, o al favo-re popolare, ma a Dio soltanto.

La storia è fatta dagli uomini, ma è dominata da Dio. Nella Sua più intima realtà, tutto ciò che si agita sul tempe-stoso mare del mondo non può sopprimere il lento ma inarrestabile sviluppo del regno di Dio; e giorno verrà che sapremo fino a che punto la sola storia degna dell'umanità è stata la storia del regno di Dio sulla terra. Gesù ha parla-to di un mistero di questo regno (Mc. 4, 11) e il mistero ha, per definizione, dimensioni segrete, che sfuggono alle capacità di intendimento dell'uomo.

La parte di Dio nella nostra storia sembra a molti insignificante, addirittura inesistente, ma questa falsa impressione è stata già corretta da Gesù: "Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prese e seminò nel proprio campo. Certo, è il più piccolo tra tutti i semi, ma cresciuto che sia, è il più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vanno a fare il nido tra i suoi rami.

Il regno dei cieli è simile a un pizzico di lievito, che una donna prende e nasconde in tre misure di frazione, fin-ché tutto sia fermentato" (Mt 13, 31-33).

Il regno di Dio è la forza che solleva il mondo, è l'a-more che a quest'ultimo impedisce di trasformarsi in un tragico enigma.

Il regno di Dio è la vera ricchezza della terra; è, dice-va Gesù, "Simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, trovatolo, lo nasconde di nuovo; poi, tutto contento va a vendere quanto possiede per comperare quel campo".

E ancora: " Il regno dei cieli è simile a un mercante, che va in cerca di belle perle e avendone trovata una di grande valore va a vendere tutto ciò che possiede per acquistarla". (Mt 13, 44-46)

Chi può ancora dirsi veramente povero se ha a sua disposizione la ricchezza di Dio?

Molte sono ancora le persone che non si pongono il problema di Dio.

Per loro Dio non ha senso. Spesso si sente nel mondo giovanile e non: "Ti interessa il regno di Dio e ti interroghi su Dio? Perché? Lascia andare! Interessati alla vita".

Una reazione, questa, che non è rara. Si dichiara che il problema di Dio, il Suo regno, non ha nessun rapporto con la vita.

Molte persone sono vissute e cresciute in un mondo nel quale non hanno mai visto l'intervento di Dio non inter-veniva mai, e non lo si è mai conosciuto né come Padre né come re.

Molte volte queste persone hanno una sensibilità spi-rituale di un tipo ben diverso dalla sensibilità religiosa.

Non sono nemmeno atee, perché l'ateismo sembra loro ancora "Religioso", dogmatico, anche se è il contrario. L'ateismo sembra loro appartenere allo stesso mondo della credenza in Dio, un mondo cioè in cui si vuole ad ogni costo dare un senso a tutto.

Molte persone non possono più credere in Dio. Le cause sono varie:

- una disgrazia che li ha colpiti;

- la mediocrità di certi credenti che conoscono. Ma non credendo più in Dio, tuttavia conservano dentro di loro una traccia talvolta dolorosa della loro antica fede e per ora vivono delusi, talvolta irritati, spesso quasi disperati.

Ci sono poi persone che non possono credere in quel Dio (o non possono più credere) che viene loro pre-sentato, o hanno conosciuto o che pensano sia il solo pos-sibile. Credere in Dio, dicono, rende la vita fossilizzata. Ci sono poi persone che hanno una qualche idea di Dio.

Ma appunto un'idea, una credenza senza rapporto con la vita. Tanto che, qualche volta, non sanno più chiara-mente se credono: istintivamente sentono, che credere non significa soltanto sapere, in linea di principio che Dio esiste. Gesù nel suo insegnamento presenta il regno di Dio come una realtà presente, una realtà in continuo progresso e perfezionamento.

Realtà interiore e invisibile, il regno di Dio diventa realtà visibile nella chiesa, istituita da Cristo per realizzare in questo mondo il dominio regale e salvifico di Dio, mediante la liberazione del peccato.

A Nicodemo, un notabile e un maestro, Gesù disse: "In verità, in verità ti dico: nessuno può entrare nel regno di Dio se non nasce da acqua e spirito" (Gv 3, 5) cioè mediante il Battesimo. Questo introducendolo nella chiesa, permette all'uomo di trovare in concreto e con certezza la via, la verità e la vita di Dio e di essere governato da Cristo in nome del Padre, nella ferma speranza della eredità filiale nel regno celeste.

Dopo aver detto a Pietro, il primo e il capo dei dodi-ci discepoli come continuatori dell'opera Sua: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa", Gesù aggiunse: "A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra resterà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra, resterà sciolto nei cieli". (Mt 16, 17-10)

Durante gli anni terreni di Cristo la Sua parola è la parola del Regno; i suoi miracoli sono i segni dai quali ognuno potrà dedurre la certezza dell'avvento del regno, la cui manifestazione e affermazione nel mondo è però con-trastata da un nemico: Satana, con il quale Gesù si scontra sin dalla Sua prima apparizione in pubblico con le tentazio-ni nel deserto (Mt 4, 1-11).

Contemporaneamente all'avanzata del regno di Dio, indietreggia quello di Satana, che è il "principe di questo mondo": "Se io scaccio i demoni è dunque venuto per voi il regno di Dio". (Mt 12, 28)

Un regno di pace esposto a una implacabile lotta per una vittoria certa.

Con il mistero pasquale della morte e della gloria di Cristo, il regno di Dio entra in una fase nuova. Dopo la Sua risurrezione Gesù parlò agli apostoli "di ciò che riguar-dava il regno di Dio" (At 1, 3) e ad essi diede un preciso mandato: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra; Andate dunque, istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, inse-gnando loro a predicare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 18-20).

Con la risurrezione, Cristo è intronizzato come Signore e Messia regnante (At 2, 33-36) "Costituito figlio di Dio nella potenza secondo lo Spirito Santificatore (Rm 1, 4); il regno di Dio infatti, "non consiste in parole, ma in potenza" (1- Cor. 4, 20).

Gesù risorto è ritornato al Padre, comincia ad eserci-tare la Sua azione salvifica e Santificatrice derivante dal suo essere divino, senza le limitazioni del tempo della Sua dimora divina.

Con la gloria di Cristo alla destra del Padre, il regno di Dio irrompe a bandiere spiegate nel mondo, essendo stato dal mondo scacciato Satana (Gv 12, 31; 14, 30; 16, 16). Gli uomini, se vogliono, possono vincerlo con la gra-zia e la forza di Cristo; possono, se vogliono, far trionfare nella loro vita l'amore del Padre.

Se si arrendono al peccato rinnegano il regno di Dio scegliendo il dominio di Satana; se si abbandonano allo Spirito, lo affermano.

La meravigliosa avventura del regno di Dio non si esaurisce nella storia del mondo; la sua terza fase, infatti, avrà inizio con la fine della storia, quando Cristo verrà a pronunziare l'ultimo giudizio di salvezza e di condanna:

"Quando verrà il figlio dell'uomo nella Sua gloria, accom-pagnato da tutti gli angeli, siederà sul suo trono di gloria. Davanti a lui si raduneranno tutte le genti ed egli separerà le pecore dai capri, e porrà le pecore alla Sua destra e i capri a sinistra.

Allora il re dirà a coloro che sono alla Sua destra: Venite, benedetti dal Padre mio, a prendere possesso del regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Allora dirò anche a quelli che sono a sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli Suoi" (Mt 25, 31-34, 41)

Allora Satana, definitivamente annientato, nulla più potrà sugli uomini al sicuro nel regno di Dio, figli del Padre celeste nella pienezza gloriosa della loro filiazione; sarà sot-tomesso a Cristo l'ultimo nemico, la morte, perché gli uomini risorgeranno e vivranno per sempre con Dio e in Dio; allora Cristo consegnerà il Suo regno al Padre: "affin-ché Dio sia tutto in tutti" (1- Cor. 15,28).

Nell'Apocalisse Giovanni evangelista vide in cielo "Una gran folla, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua" gridare a gran voce: "La salvezza appartiene al nostro Dio, a lui che siede sul trono e all'Agnello" (Ap. 7, 9-10)

Nella Gerusalemme celeste, una voce possente grida: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini Egli dimorerà tra loro ed essi saranno suo popolo ed Egli sarà il Dio - con - loro. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate". (Ap 21, 3-4)

Così si concluderà la storia del regno di quel Dio, che la venuta di Cristo ci ha fatto invocare come Padre suo e nostro.

Con Cristo e in Cristo il regno di Dio è già venuto sulla terra e tuttavia è lo stesso Gesù che ci insegna a pre-gare perché questo regno venga. In realtà, è la potenza di Dio che instaura il regno, ma siamo noi a doverlo accoglie-re, a riconoscere di fatto la regalità del Signore.

Certo, Dio regna anche se gli uomini non vogliono, ma in questo caso sciagurato la sua regalità si manifesta nel giudizio e nella condanna, alla quale nessuno può sottrarsi.

Il Signore, però, vuole regnare per la nostra salvezza, che si realizza quaggiù; è bene, allora, interrogarsi, fino a che punto siamo buoni cittadini del regno di Dio, nel quale il battesimo ci ha introdotti, fino a che punto siamo vivi al battesimo come siamo vivi al mondo.

Il Sacramento della iniziazione cristiana è cresciuto con noi? Oppure, dal punto di vista della vita spirituale, non siamo ancora usciti dall'infanzia?

Il regno di Dio ci offre le sue sterminate ricchezze di verità e di grazia e dobbiamo seriamente domandarci se queste ricchezze diventano nostre ogni giorno di più; dob-biamo renderci conto se siamo attivamente dentro il regno di Dio e non, piuttosto, vaghiamo ai margini assenti e sper-duti.

Basta un minimo di umiltà per riconoscere che in noi, il regno di Dio deve ancora percorrere un lungo cam-mino.

Gesù ci fa invocare il padre nostro e l'avvento del regno è per tutti. è necessario, perciò che facciamo posto a tutti i nostri fratelli nella nostra preghiera e vita cristiana; nessuno di essi è anonimo e senza volto; tutti sono immagine di Dio e per tutti è morto Cristo, il quale vuole tutti attirare a sé (Gv. 12, 32)

Gesù ha detto: "Pregate il Padrone della messe per-ché mandi operai nella sua messe" (Mt 9, 38)

"Io sono il buon pastore, ed ho altre pecore che non sono del mio ovile. è necessario che raduni anche quelle, e ascolteranno la mia voce e si farà un solo gregge, un solo Pastore" (Gv 10, 14-16)

è necessario, dice Gesù, che questa necessità passi nel nostro cuore. O crediamo davvero che una volta entrati noi nel regno di Dio, gli altri devono vedersela da sé? Fu Caino che disse: "Sono forse io il guardiano di mio fratel-lo?" (Gn 4, 9)

A nessuno è lecito barricarsi dietro la propria sicurez-za spirituale come in un bozzolo d'oro e considerare come un privilegio personale i doni di salvezza.

Non abbiamo nessun merito di essere nati nel grem-bo della chiesa, come tanti non hanno alcun demerito se non conoscono ancora la felicità del regno di Dio.

Il Padre nostro ci invita a dilatare l'anima, a partire dalla preghiera, fino ai confini della terra, che sono i confi-ni terrestri del regno di Dio. Il regno di Dio deve ancora venire nell'ordine temporale e sociale: non basta elevare alti quanto sterili lamenti sui mali del mondo; bisogna senti-re nella propria carne le ferite dell'umanità e contribuire con tutte le possibilità a realizzare un mondo migliore, in cui l'uomo non sia lupo per un altro uomo, il potente non opprima vigliaccamente il debole, l'odio, l'ingiustizia e la violenza non seminino lacrime e sangue.

E non si dica che ciò è al di là delle nostre possibilità e delle nostre forze, perché il mondo comincia a un passo da noi, è sulla strada che percorriamo ogni giorno.

Il regno di Dio è implicato nell'intero tessuto della nostra vita; nelle relazioni di famiglia, di amicizia, di lavoro, di impiego. è là che possiamo e dobbiamo essere "Sale della terra" e "luce del mondo" (Mt 5, 13-14); fermento del regno; è là che ci si comincia a sollevare il mondo animan-dolo di spirito evangelico, di ansia di salvezza.

E non è necessario, per questo, assumere pose don-chisciottesche, atteggiamenti di acidi censori; è sufficiente essere consci, con semplicità e spirito fraterno, delle pro-prie responsabilità di cristiani.

Il regno di Dio deve soprattutto venire in tutto il suo splendore alla fine dei tempi e della storia. Perché pensare con terrore a quei momenti supremi, se sono quelli in cui si dispiega in tutta la sua potenza l'amore del Padre Celeste?

Il cristiano aspetta con amore la manifestazione della gloria di Cristo alla conclusione della vicenda terrena (2Tm. 4, 8) e fin dall'alba della Chiesa invoca nella lingua mater-na di Gesù: "Marana tha: Signore, vieni!" (1Cor. 16, 22). Questo è l'anello dello Spirito che anima la Chiesa, sposa di Cristo (Ap. 22, 17-20)

In uno scritto catechistico del I secolo si legge questa preghiera: "Venga, Signore la tua grazia e scompaia questo mondo" (Didachè 10, 6) parole che non esprimono stanchez-za e disprezzo del mondo, sentimenti del tutto estranei all'ani-mo cristiano. Chi conosce e ama Dio ed è suo figlio fedele sa pregare così senza malinconia, con struggente felicità.

Dicendo: "Padre, venga il tuo regno" noi desideria-mo che Dio riceva tutta la gloria degli uomini, che quanto

ha fatto per essi sia da tutti goduto e amato, che la Sua opera di salvezza non trovi ostacoli e giunga a felice compi-mento. Qual è quel padre che non è più, che lieto nel sapere che i figli suoi godono con le cose da lui create e che poi per questo lo onorano e gli rendono grazie?

Il mondo attuale non può compiutamente manifesta-re la gloria di Dio; è necessario che Dio stesso lo trasformi un giorno, liberando anche la creazione dal peso del pec-cato dell'uomo, che ne abusa facendola servire al suo egoi-smo, per farla "partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. (Rm. 8, 19-22)

Il Padre nostro è un'altra scuola di fede; ci insegna ad estendere all'infinito i nostri orizzonti, a sentirci implicati nella vita degli altri e nella vicenda del mondo, a guardare a tutto e a tutti con gli occhi di Dio.

 

Sia fatta la tua volontà

Nella pianura di Samaria, sotto il trionfante sole di Mezzogiorno, Gesù si riparava stanco, affamato e assetato presso il pozzo di Giacobbe: veniva da Gerusalemme, dopo sette o otto ore di cammino per valli polverose.

1 discepoli si erano recati nel vicino villaggio, in cerca di provviste; nel frattempo, Gesù aveva chiesto da bere a una donna venuta ad attingere al pozzo e avviato con lei un discorso che aveva preso una piega imprevedibile, fin-ché la Samaritana era giunta a riconoscere nell'oscuro giu-deo che si era rivolto a lei il Messia aspettato dagli ebrei e dai Samaritani.

Quando i discepoli sopravvennero con le magre provviste e le offrirono al Maestro, si sentirono dire da lui: "Io ho per mangiare un cibo che voi non conoscete; il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha inviato a portare a compimento l'opera Sua". (Gv. 4, 31-34)

L'accorrere dei Samaritani a Lui come Salvatore del mondo, apriva nuovi orizzonti al regno di Dio; la messe delle anime biancheggiava matura e Gesù era sazio di gioia.

Verrà anche il giorno in cui, per la stessa ragione, sarà sazio di patire.

Cominciamo a capire bene le parole.

è interessante questa precisazione esegetica: il testo greco è stato tradotto con "sia fatta la tua volontà", però l'originale non ha il verbo fare, ma il verbo divenire.

La preghiera chiede che la volontà di Dio "avvenga", "divenga", "vada avanti", quasi che la volontà di Dio sia un avvenimento che va avanti indipendentemente da noi, ma a cui noi siamo invitati a contribuire con la nostra debole collaborazione.

Le parole sono facili a comprendere, ma è la profon-dità di esse che occorre considerare bene.

Gesù ci fa chiedere due cose:

1) desiderare di dare la nostra adesione alla volontà di Dio.

2) desiderare una adesione perfetta "così in terra come in cielo".

Perché Gesù ci fa chiedere questo? Perché fare la volontà di Dio non è semplice, sovente è l'opposto della nostra volontà; siamo più portati alla nostra volontà che alla sua; inoltre aderire ad essa in modo perfetto è quasi impossibile alla debolezza dell'uomo, senza l'aiuto di Dio.

C'è tutta una scala di generosità nell'accettazione della volontà di Dio che rispecchia esattamente la nostra apertura a Lui.

C'è l'accettazione risentita: quando si dice sì a Dio con malanimo. Allora è un rispetto, non un'accettazione, perché è accettazione obbligata. Spesso davanti a una morte che stronca un affetto profondo, noi reagiamo così. è questa, almeno, la prima reazione istintiva, forse irre-sponsabile.

A Lourdes, ricordo d'aver incontrato una ragazza che diventò cieca a causa di un infortunio sul lavoro. E passato qualche anno dall'incidente, ma pur accettando la volontà di Dio ne è risentita; l'ho sentita dire ripetutamente: "Perché proprio a me, ho sempre fatto la catechista, per-ché, dunque proprio a me".

Accetta questa sua situazione come volontà di Dio, ma con Dio è molto arrabbiata: "Non posso che accettare, ma Dio con me è stato ingiusto".

C'è l'accettazione rassegnata: ma non completa. E spesso la nostra debolezza che ci condiziona negli avveni-menti dolorosi che ci colpiscono.

C'è l'accettazione vera: risponde già a un grado ele-vato di amore a Dio.

Può essere unita al buio più fitto, come fu per Gesù l'accettazione nel Getzemani. Può essere un passo eroico per l'uomo, ed egli non può mai compierlo senza l'aiuto di Dio.

Conosco un giovane che all'età di 16 anni subisce in bicicletta un incidente stradale, oggi ne ha circa 27 e da allora vive su una carrozzella.

Mentre i suoi genitori, ancora oggi, non si tranquilliz-zano, lui invece è sorridente, non ha perso la gioia di vive-re. è lui stesso che più volte tranquillizza i genitori, "se que-sta è la volontà di Dio, sia benedetto Iddio" e cita sovente i passi della sacra scrittura.

C'è poi l'abbandono pieno nelle mani di Dio: è un passo più avanti. è amore e fede. è fede e speranza. è atto con cui l'uomo lascia mettere in discussione tutte le sue vedute per abbracciare nella fede i piani di Dio.

C'è una giovane, che conosco bene, ammalata seria-mente e di una malattia rarissima; sono circa nove anni che va da un medico all'altro senza ottenere nessun risulta-to; il suo futuro potrebbe essere quello di vivere per sempre su una carrozzella.

Nonostante ciò è serena e si abbandona quotidiana-mente nelle mani di Dio, chiedendo d'essere sempre dispo-nibile a fare la sua volontà, con la certezza che la sua volontà è la cosa migliore per la propria vita.

Infine c'è la collaborazione attiva alla volontà di Dio: quando noi scendiamo ai fatti concreti, facciamo il passag-gio dagli atteggiamenti interiori alle decisioni responsabili e piene per assecondare con tutte le forze la volontà di Dio.

Gesù ci indica questa collaborazione attiva alla volontà di Dio; dopo l'ultima cena pasquale celebrata con i Suoi discepoli, lasciando la sala del convito, Gesù uscì da Gerusalemme e s'incamminò verso le pendici del monte degli Ulivi. E là, nel podere del Getzemani, al chiarore del plenilunio di primavera, si raccolse in preghiera mentre l'assalivano tristezza mortale, tèdio, angoscia e paura.

Prostrato a terra in un profuso sudore di sangue, per tre volte supplicò il Padre di allontanargli il calice amarissi-mo della passione e della morte: "Padre mio, se è possibile passi da me questo calice". Ma subito aggiunse: "Padre mio, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". (Mt. 26, 39-42)

Sulla croce, alla fine dell'orribile supplizio, Gesù pro-nunzierà con infinita soddisfazione una parola con la quale concludeva l'antica storia della salvezza e apriva la nuova storia dei doni divini dilaganti nel mondo: "Tutto è compiu-to" (Gv. 19, 30): la volontà di Dio era stata fatta.

Nel Padre Nostro Gesù ci insegna ad aderire piena-mente alla volontà di Dio. Ma questo non è facile!

Gesù ne è tanto conscio che mette questa preghiera dell'uomo al centro della preghiera al Padre, anzi, lo mette al centro di tutto il suo insegnamento.

è facile, infatti pronunziare all'indirizzo di Dio parole bellissime, apparentemente piene di fede, ma è difficile che questa fede sia quale dev'essere: adesione personale e tota-le a Dio, ai suoi pensieri e alla Sua volontà.

Ma non basta aderire alla volontà di Dio. Gesù va oltre, ci chiede di fare la volontà di Dio in modo perfetto: "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra", cioè in modo divino. In sostanza come l'ha fatta lui.

Questa profondità dà le vertigini. Apre due problemi.

Come determinare la volontà di Dio?

Non sempre è facile da capire. Ci sono, a mio parere, tre vie, una chiarissima, le altre due più nebulose e difficili.

La prima via è la "Parola di Dio".

E questa la strada chiara, sempre a portata di mano. Gesù ha ancora semplificato questa via, appianandola di più, cioè rendendola più precisa. Infatti ha unificato tutto ciò che attende da noi, tutto quello che ci comanda in un solo punto: LA CARITA'.

"Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati" (Gv. 15,12).

"Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv. 15,17).

"Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni verso gli altri" (Gv. 13,35).

è questa la via sicura, ma non è facile. Tante perso-ne, anche nel mondo giovanile, non sanno perdonare: "Perdono, ma non dimentico".

San Paolo ci dice (1- Cor. 13) che la carità è pazien-te, benigna, non manca di rispetto, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta; la carità non avrà mai fine.

Quante volte mi è capitato di parlare con giovani ed adulti i quali mi confermano d'aver perso la fede perché non hanno trovato nell'uomo la carità. La cosa più grave è che non l'hanno trovata anche in molti sacerdoti. Che rispondere?

La chiesa è peccatrice, è fatta di uomini; se trovi una persona che ti scandalizza col suo comportamento ne trovi altre che ti edificano con la loro vita, con la loro carità.

Anziché scoraggiarsi occorre ricercare in ogni situa-zione l'uomo di Dio.

La seconda via per discernere la volontà di Dio è segnata dagli avvenimenti.

Sopratutto quegli avvenimenti che sono al di là delle nostre possibilità di controllo.

Sono tanti! La vita, la morte, spesso la salute, l'intel-ligenza, le doti e le deficienze, il successo e l'insuccesso, le amicizie e le inimicizie.

Poi quegli avvenimenti a largo raggio da cui siamo condizionati, anche se non lo vogliamo: i contesti sociali, culturali, politici, la pace, la guerra, il clima, i cataclismi.

Tutti avvenimenti che spesso l'uomo non può deter-minare: deve solo viverli e subirli.

Sono un tunnel in cui l'uomo deve passare con molto coraggio e molta fede, accettando quello che la sua coscienza gli dice di accettare come voluto da Dio.

La terza via per discernere la volontà di Dio è più dif-ficile: è l'adempimento dei propri doveri.

Mille dubbi, mille interferenze, mille debolezze nostre o degli altri possono intralciare il cammino e lasciarci dubbiosi.

Qualche volta il dovere è semplice e chiaro, anche se non è mai semplice eseguirlo a perfezione.

La volontà del padre alcune volte rimane a noi non chiara.

Gesù con tutta chiarezza ci dice quale sia la volontà del Padre. "Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io nulla perda di quanto Egli mi ha dato, ma lo risusciti nel-l'ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre mio, che chiunque conosce il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna, ed io lo risusciti nell'ultimo giorno". (Gv. 6, 37-40)

Il mistero eterno della volontà di Dio, dice Paolo, è stato finalmente rivelato da Cristo e proclamato a tutto il mondo dalla chiesa: è l'intera, magnifica storia della reden-zione dell'umanità, la gloriosa vicenda della grazia, dalla voca-zione dell'uomo alla Sua filiazione divina conquistata nel bat-tesimo; dalla liberazione dal peso e dalla schiavitù del peccato alla crescita nella conoscenza e nell'amore di Dio in Cristo Gesù; dalla speranza viva in terra alla eredità immortale riser-vata ai figli del Padre celeste; dalla unificazione del genere umano nell'unica Chiesa, alla instaurazione di Cristo nell'u-manità e di tutte le cose del cielo e della terra. (Ef. 1, 4-11)

La volontà di Dio coincide con la santificazione, cioè con la glorificazione del Suo Nome e con l'avvento del Suo regno nel mondo, rivelando la suprema armonia della pre-ghiera insegnata da Gesù.

La volontà di Dio, insomma, è il Suo piano di miseri-cordia attuato nella storia, in attesa dell'ultimo compimento nell'eternità: Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità". (1- Tm. 2, 4)

Conoscenza che stabilisce un rapporto personale con Dio, un ininterrotto e interminabile colloquio con lui, una interiore ma reale comunione di vita "Col Padre e col Figlio Suo Gesù Cristo". (1- Gv. 1, 3)

Colloquio con Dio, comunione di vita che nella realtà si traduce nell'amore verso il prossimo. Gesù disse: "Siate perfetti come il Vostro Padre celeste è perfetto" (Mt. 5, 48) "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordio-so". (Lc. 6, 36)

Infatti per un uomo nato nel battesimo da Dio non ci può essere altro modello che il Padre celeste. E poiché nes-suno potrà mai, neppure da lontano, eguagliare la perfe-zione di Dio, il cristiano è invitato a tendere con sforzo incessante verso il bene, verso il meglio, verso ciò che è perfetto. Un cammino praticamente senza fine.

Quanto c'è di meglio nell'uomo è disponibile alla gra-zia. Fin dal principio, il cristiano si distingue dalle antiche religioni, per l'importanza attribuita alla vita morale come necessaria conseguenza della fede religiosa.

Il paganesimo si esauriva per lo più in pratiche esterne di culto più o meno interessante; a chi, invece, crede nel Vangelo si richiede di accettare come norma essenziale di vita la volontà di Dio, che esige la santificazione personale come partecipazione alla vita del Signore: "Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione, che vi asteniate dalle impudicizie, che ciascuno sappia tenere il proprio corpo in santità e onore, non in passione di libidine, come i pagani che non conoscono Dio, infatti non ci ha chiamati alla impudicizia, ma alla santificazione, perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Iddio, che dona il Suo Spirito Santo". (1° Tm. 4, 3-8)

Queste parole che esprimono l'esigenza fondamenta-le del Vangelo sono di lacerante attualità nel nostro tempo, in cui la morale cristiana viene con paurosa leggerezza con-siderata come una serie di arcaici tabù da relegare nel ricordo di epoche arretrate.

L'azione santificatrice di Dio dev'essere prolungata dalla nostra azione. Dio ci offre la possibilità, un potere (Gv. 1, 12), ma siamo noi a renderlo concreto, accettando liberamente la divina volontà e conformandoci fedelmente ad essa. è questo il dramma salvifico dell'uomo: accogliere Dio nella propria vita; non soltanto credere con mente e manifestare la fede nella preghiera e in alcune pratiche reli-giose, ma fare sempre spazio a Dio nella vicenda quotidia-na, farsi invadere da Lui in tutte le ore.

Lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo è, in noi, un dinamismo divino che ci sospinge e ci sostiene.

La morte e la risurrezione in Cristo, al quale il batte-simo ci assimila e incorpora (Rm. 6), è anche morte e risur-rezione di ogni giorno, perché ogni giorno il bene e il male si incontrano in noi e intorno a noi.

Quando S. Paolo scriveva: "Non più io vivo, ma Cristo vive in me" (Gal. 2, 19) parlava appunto del Battesimo, che è vita per Iddio, in Cristo Gesù.

Ogni giorno il cristiano deve offrire a Dio non soltan-to i propri pensieri, la propria anima, ma anche il proprio corpo "In sacrificio vivo, santo, gradito a Dio; è il culto spi-rituale che si addice a voi. E non vogliate modellarvi su questo mondo; trasformatevi, invece, rinnovandovi nella mente per saper discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è buono, che piace a lui ed è perfetto". (Rm. 12, 1-3)

Queste esortazioni dell'apostolo ai primi fedeli di Roma facevano e fanno parte del catechismo cristiano ele-mentare, perché il cristianesimo dei battezzati non può essere anemico e asfittico, ma deve respirare a pieni pol-moni, essere potenza di vita sempre nuova, giovinezza spi-rituale inesauribile nella monotonia e nella lenta morte dei giorni terreni.

Allora possiamo capire perché Paolo affermi che la volontà di Dio è che siamo felici (1- Ts. 5, 16-8). La gioia è il gusto segreto di una vita colma.

Fare la volontà di Dio è tradurre in pratica la Sua legge. Ogni giorno tornano a noi queste affettuose parole di Cristo: "Venite a me, voi tutti che siete stanchi e aggra-vati ed io vi darò ristoro; prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e trovere-te riposo per le anime vostre. Il mio giogo, infatti, è agevo-le e il mio carico è leggero". (Mt. 11, 28-30)

La legge di Dio portata a perfezione e compimento da Cristo è un giogo, perché disciplina le nostre energie, non perché ci costringe a schiavitù. La radice di ogni opera e volontà divina è la bontà, la misericordia, l'amore; quan-to comanda o proibisce Dio, sommo bene, non può avere altro movente che il bene, l'amore; e noi sappiamo di dover accettare la Sua volontà con amore e per amore.

Non ha scusa sottomettersi a Dio di mala voglia, a denti stretti, con la tristezza del cuore: "I comandamenti non sono gravosi perché chiunque è generato da Dio sa vincere il mondo". (1- Gv. 5, 3) Per i nati da Dio, la volontà del Padre è certezza d'amore.

è un'idea dura a morire che il buon cristiano sia un rinunciatario, un debole, un uomo che piega la mente e la schiena sotto il peso di una volontà minacciosa e implaca-bile; al contrario egli è un uomo che ha il coraggio di amare, perché non esiste vero amore senza la generosa offerta di sé.

Il male è la via troppo facile, perciò è la via dei deboli, di quelli che vanno a rimorchio dei propri istinti e della men-talità corrente da pecore matte in un gregge sbandato. è facilissimo abbandonarsi alla deriva, cedere ai compromessi; per essere buoni, invece, si ha bisogno di un cuore da leone.

Un grande maestro ebreo del secolo II, Rabbi Jehudah ben Temà, diceva: "Sii forte come un leopardo, leggero come un'aquila, rapido come una gazzella e valoro-so come un leone, per fare la volontà di Dio" (Pirkè Aboth v,20).

Dire a Dio sia fatta la tua volontà con supina rasse-gnazione, con tetro fatalismo è deformare la preghiera che Gesù ci ha insegnato.

Nel Getsemani, Cristo, pure oppresso dal dolore, ha pronunziato questa invocazione con spirito filiale. Pensare che la volontà di Dio intervenga soltanto per frustrare le nostre speranze, per abbandonarci alla sofferenza fisica e spirituale, per metterci davanti a fatti inspiegabili e ostili, è dire cosa assolutamente non vera.

è incredibile poi la disinvoltura con la quale certuni incolpano Dio delle conseguenze delle proprie colpe o delle proprie conseguenze. E ingiusto il tentativo di coinvol-gerlo comunque nelle nostre velleità.

Responsabili delle nostre azioni siamo noi: Quanti dolori, quante miserie, quante tenebre che oscurano l'avve-nire sono imputabili alla giustizia, alla indifferenza, alla cat-tiveria e al rifiuto di amare degli uomini!

Come si può pensare che Dio voglia vederci soffrire? La sofferenza viene attraverso molti canali terreni, spessis-simo identificabili; da Dio ci viene il conforto e la grazia di trarre vantaggio e merito da ciò che è inevitabile soffrire.

Inevitabile, a causa della natura umana e della nostra condizione terrena; noi però "sappiamo che Dio fa coope-rare tutto al bene di coloro i quali sono stati eletti secondo il suo eterno disegno". (Rm. 8, 28)

Dopo aver compiuto la volontà del Padre celeste sof-frendo e morendo per noi, Cristo ci consente di leggere chiaramente almeno nel termine ultimo delle nostre soffe-renze.

Il saperci affidati alle cure paterne di un Dio che, a prezzo della vita e della morte di suo Figlio, ha voluto rico-struire la nostra felicità distrutta dal peccato, di un Dio che questa felicità difende e salvaguarda da ogni attentato, ci deve riempire il cuore di speranza e di pace.

Il cristiano non sfugge al mistero e non si ribella cie-camente al dolore: lo affronta con animo forte e sereno sapendo di avere, accanto, sempre il "Fratello Gesù".

Cristo ci insegna a dire: "Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra"; a domandare il trionfo dei divini disegni di misericordia su tutto e su tutti.

Nei cieli, dice la Bibbia, gli astri "splendono nei loro posti di guardia e brillano festosi, Dio li chiama ed essi rispondono: Eccoci! e splendono con gioia in onore di Colui che li ha fatti". (Bar. 3, 34-35)

Gli angeli "eseguono la volontà di Dio ascoltando il suono della sua parola" (Sal. 102, 20-21) e noi preghiamo affinché anche gli uomini siano docili a quella voce, a quel-la volontà, per giungere a salvezza e partecipare alla gloria di Dio nell'universo intero.

Nel cielo della beatitudine, gli angeli e i redenti sono fissi nella eterna luce ed amano Dio senza stanchezza: la volontà del Signore, adempiuta in maniera stabile e perfet-ta, è pienezza di gioia.

Gesù dunque ci esorta a riempire la terra di cielo, ad anticipare nel profondo dello spirito la pace della patria celeste, a penetrare di eterno ogni attimo fuggente della vita.

Nel Paradiso di Dante, il poeta incontra la fiorentina Piccarda Donati, strappata giovinetta al chiostro delle cla-risse per andare sposa a un gentiluomo di Firenze e morta in brevissimo tempo.

La dolce fanciulla si trova, secondo l'ordine del poema, nel cielo della luna, cioè nell'infimo grado di beati-tudine, e Dante le domanda se le anime che si trovano con lei sono contente del loro stato e se non desiderano "più alto loco per più vedere". Piccarda risponde sorridente che anche le anime in possesso del minimo grado di beatitudi-ne sono del tutto paghe e felici, perché unite alla volontà di Dio con perfetto amore: "Frate, la nostra volontà quieta virtù di carità, che fa volerne sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta. Se disiassimo esser più superne, foran discordi li nostri disiri dal voler di colui che qui ne cerne... ...è formale ad esto beato esse tenersi dentro alla divina voglia, per ch'una fansi nostre voglie stesse; sì che, come noi sem di soglia in soglia per questo regno, a tutto il regno piace com'allo re ch'a suo voler ne invoglia. E `n la sua volontade è nostra pace: ell'è quel mare al qual tutto si move ciò ch'ella cria e che natura face" (Par. 111, 70-87)

La volontà di Dio è il principio e il fine di tutto ciò che esiste; è un oceano nel quale si versano tutte le acque per ritrovarsi in uno sconfinato orizzonte.

Nelle tempeste della vita, la volontà di Dio è un approdo di pace dove le braccia del Padre si aprono ai figli con ansia d'amore; la voce antica e nuova della Bibbia grida al Signore, in nome di tutte le creature: "Nella tua volontà è la mia gioia". (Sal. 118,16).

 

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

La prima parte del Padre nostro, dove invochiamo che Dio sia onorato e glorificato, che il suo regno di amore venga e che la Sua volontà di salvezza si compia, ci attrae quasi con violenza nel mondo di Dio, al quale effettivamen-te apparteniamo con il Battesimo. Ma è anche vero che, battezzati, noi viviamo impegnatissimi nell'attività che riguarda la nostra condizione terrena. Si può, anzi, dire che questo impegno è prevalente al punto da relegare nei rita-gli di tempo le occupazioni spirituali.

Chi più chi meno, tutti siamo travolti nella commedia e nella tragedia di ogni giorno.

La seconda parte del Padre Nostro, scende perciò più direttamente al nostro livello, invitandoci a invocare il Signore per il pane quotidiano, per il perdono dei quotidia-ni peccati, per le prove e le tentazioni che incontriamo a ogni passo sul nostro cammino, per scampare al Maligno che ogni giorno ci assedia.

La condizione umana è complessa e deve essere completa: la vita non è tutta rivolta all'esterno, ma ha la sua origine e la parte migliore dentro di noi.

La nostra vita è questo pane quotidiano che noi chie-diamo ed è troppo importante per essere ridotta a un guscio vuoto, a una scorza dura, ed essere misurata sui foglietti volanti di un calendario.

La nostra vita, il nostro pane quotidiano, dev'essere piena e carica di valori, dev'essere una vita che valga la pena di essere vissuta.

La prima delle tre domande al Padre Nostro, che ci riguardano, sembra far precipitare nel brutale e nel banale il livello della preghiera rimasta finora in un'atmosfera spiri-tuale incandescente: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano".

Dopo la risurrezione, Gesù apparve la terza volta a sette dei suoi discepoli, i quali in attesa di conoscere dal Maestro la loro sorte definitiva, si erano recati a pescare sul lago di Tiberiade.

Si trovavano al largo, quando sulla riva giunse un richiamo: "Ragazzi, avete nulla da mangiareT' Purtroppo la notte trascorsa sull'acqua era risultata infruttuosa e, forse con una punta di dispetto, fu risposto dalla barca un secco "NO". Lo sconosciuto allora disse "Gettate a destra e tro-verete".

1 sette ritennero forse che quell'uomo avesse intravi-sto da lontano a pelo d'acqua un branco fluttuante di pesci che andava verso la loro direzione e accettarono il suggeri-mento.

Quando la rete fu tirata colma, il discepolo prediletto di Gesù, Giovanni, disse a Pietro: "è il Signore!"; gli era venuta in mente un'altra pesca miracolosa. Pietro si tuffò per superare con vigorose bracciate il centinaio di metri che lo separavano dalla riva e dopo poco lo raggiunsero gli altri trascinando trafelati e felici la rete colma di prede guiz-zanti.

Quando tutti furono a terra, videro un fuoco di brace sulla quale erano messi ad arrostire pane e pesce. Nessuno fiatava e Gesù, lo sconosciuto, disse: "Portate qua un pò del pesce che avete preso ora". (Gv. 21, 1-13)

Cristo che è in uno stato glorioso dopo la sua risurre-zione, non nutre i discepoli con armonie angeliche, ma con pane e pesce arrostiti: il nutrimento quotidiano della gente del lago.

Tutti ricordano il grandioso ed insolito miracolo con il quale Gesù moltiplicò pochi pani e pesci per sfamare la grande folla che lo seguiva: "Ho pietà di questa folla, egli disse allora, son già tre giorni che stanno con me e non hanno da mangiare; se li rimando a casa digiuni verranno meno per via e ce ne sono di quelli venuti da lontano". (Mc. 8, 2-3)

Con altri miracoli Gesù lenì miserie, sanò malanni, restituì a un campionario fittissimo di umanità infelice la gioia di vivere e la tranquillità a famiglie in angoscia. Nessuno dunque può dire che Gesù abbia ignorato i biso-gni materiali dell'uomo, della cui esistenza egli fece piena e personale esperienza.

Il significato più immediato del pane che Egli ci auto-rizza a chiedere al Padre celeste è, dunque, il necessario sostentamento della vita. Con quale spirito però debba essere pronunciata l'invocazione che Egli ci ha messo sulle labbra è chiaro da ciò che Egli disse, nel discorso della montagna, a una folla di braccianti, di contadini, di pesca-tori, di artigiani, di padri e madri di famiglia, come noi e più di noi assillati dalle quotidiane necessità materiali: "Nessuno può servire due padroni: o, infatti odierà l'uno e amerà l'altro, o si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e Mammona" (che in aramaico indica ricchezza personificata).

Noi vediamo l'amore di Gesù verso degli uomini stanchi, uomini che hanno fame, ai quali dice di gettare le reti. Questi rozzi uomini-pescatori fanno osservare i risultati negativi; ma all'invito dello sconosciuto gettano le reti.

Quante richieste da ogni parte vengono rivolte al Padre, che ci ama: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano".

Eppure si constata in moltissimi casi il silenzio di Dio. Non si ha più fede in Dio. Per molti Dio "non è l'amore", ma uno che non ha niente da dare perché è niente.

Oriana Fallaci, la terribile scrittrice di best-seller, si ostina a usare con sarcasmo la lettera minuscola, quando nomina Dio.

Anche un celebre chirurgo del secolo scorso agitava il suo bisturi, urlando "dacci o Dio il nostro pane ... " ai suoi assistenti. " I1 nostro pane è questo bisturi", usava dire; "le mie mani che col bisturi ridanno la vita sono il nostro pane quotidiano".

E diceva ancora: "sotto questo bisturi non ho mai visto un'anima"

La scienza atea e positivista che insegnava agli uomi-ni che nulla c'è se non la vita terrena e che se vuoi il tuo pane devi cercartelo perché dall'alto mai è venuto alcuno a portarlo, ha tradito la sua parola da marinaio e ha regalato, Il quale pane quotidiano", i campi di concentramento di Hitler, l'olocausto disumano degli ebrei, la Siberia ed i mas-sacri di Stalin; oggi regala la droga che uccide i giovani, l'i-potesi apocalittica della catastrofe nucleare, l'AIDS e tanto rimpianto per chi pensa di non aver nulla da dare e nulla da perdere.

L'italiano Carlo Rubbia ha una fede grande in Dio, e ciò non gli ha impedito di guadagnarsi il premio Nobel.

Uomini come Rubbia, Zichichi, Barbiellini Amidei nell'inchinarsi dinnanzi al mistero della vita riconoscono che Dio ci è Padre, che Egli non ci fa mai mancare il pane quotidiano.

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano" dev'essere l'e-spressione della nostra fede e per chi non ha fede sia inve-ce la richiesta che viene fatta all'uomo per la propria sopravvivenza.

Gaspare Barbiellini Amidei nel suo libro sulla fede dice: "ci vuol più fede ad essere atei e chiedere il nostro pane quotidiano che ad essere credenti; quasi che questo ci aspetti per diritto".

Con una scherzosa battuta ironica il francese Jerome Leyeune, grande studioso dell'uomo e scopritore del mon-golismo ha viaggiato a lungo nei paesi di tutto il mondo.

Generosamente ha visitato diverse università; ovun-que ha scoperto che l'uomo va alla ricerca del pane e que-sto pane lo richiede sia a chi gli sta vicino, sia al Dio della propria fede; lo richiede con forza, perché ritiene, per il fatto stesso d'essere al mondo, che questo diritto gli appar-tiene.

Ed ha notato: "Quando vado a visitare gli zoo non vedo mai tra gli scimpanzè discutere se il pane è un diritto o no, l'averlo".

Ecco perché Gesù ci dice: "Non vi affannate per la vostra vita, di ciò che berrete, né per il vostro corpo, di ciò di cui vi vestirete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano né mietono né raccolgono nei granai, eppure il vostro Padre celeste li nutre. Non valete voi più di loro? E chi di voi, per quanto si affanni, può prolungare di una spanna la propria vita? E per il vestito, di che vi affannate? Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano né filano, ma vi dico che neppure Salomone in tutta la sua magnificenza fu mai vestito come uno di essi".

"Se dunque l'erba del campo, che oggi è e domani sarà buttata nel forno, Dio la riveste così quanto più vestirà voi, uomini di poca fede? Non vi affannate perciò, e non dite: Che cosa mangeremo? o: Che cosa berremo? oppu-re: Di che ci vestiremo? Di tutto ciò si preoccupano i paga-ni, ma il vostro Padre celeste sa che voi ne avete bisogno".

"Cercate innanzi tutto il regno di Dio e la sua giusti-zia (cioè la retta norma del vivere secondo la volontà salvifi-ca di Dio) e tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù. Non vi affannate dunque per il domani, poiché il domani avrà le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena". (Mt. 6, 24-34)

è impossibile dire con più frequenza, con poesia e con logica più elementare e inflessibile cose più concrete. Gesù oppone i pagani che si preoccupano ai figli che conoscono il loro Padre celeste e quindi non hanno alcun motivo di affannarsi; egli fa dunque un discorso di fede e, precisamente, di fede in un Dio che è Padre: "Chi è tra voi - ha detto Gesù - che se un figlio gli chiede del pane gli dà un sasso? o se gli chiede del pesce gli da una serpe?".

"Se dunque voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà ciò che è buono a coloro che lo domandano". (Mt. 7, 9-11)

L'uomo non può crearsi da se. Per creare dovrebbe non esistere. Il che è una contraddizione palese e insolubi-le. Perciò si comprende quando scriveva il romanziere e poeta Victor Hugo (l'autore de "I Miserabili").

Hugo non amava il cattolicesimo e rifiutava perfino la divinità di Cristo, che egli collocava sullo stesso piano di Maometto e Buddha. Ma Dio era per lui un assoluto.

Un giorno dichiarò ad un suo ospite: "Sono più sicu-ro dell'esistenza di Dio che della mia. Quando c'è un pove-ro che mi chiede da mangiare, io divento lo strumento di Dio quando si dice `dacci oggi il nostro pane quotidiano'. Quanto a me pur non amando il cattolicesimo prego per-ché Dio `l'Essere supremo' mi adoperi ad essere uno stru-mento per alleviare la fame di tanti uomini. Prego perché mi conceda il dono e la forza di non rifiutarmi mai di fronte ad una mano tesa".

Gesù deplora che l'uomo si faccia schiavo dei beni materiali, che serva ad essi invece di servirsene, che li metta al vertice solo delle sue occupazioni, e delle sue preoccupa-zioni, come se fossero la ragione unica e suprema della vita.

Gesù vuole che l'uomo non perda il dominio delle cose che fin dall'inizio il Creatore gli ha dato (Gn. 1, 28). La schiavitù delle cose è contraria alla fede e alla fiducia nella paterna provvidenza di Dio. Oltre tutto, è un supple-mento di sofferenza.

Il ragionamento di Gesù, non fa una grinza, ma sem-bra scontrarsi con la realtà: il cibo e il vestito non cadono dal cielo e se non ci impegnamo a procurarcelo non acca-de certo di trovarlo accanto al letto quando gli occhi si aprono al nuovo sole.

Guardare all'esempio degli uccelli e dei fiori non significa certo incrociare le braccia e aspettare che Dio ci imbocchi o ci agghindi, dal momento che lo stesso Figlio di Dio, facendosi uomo, ha dovuto lavorare duramente., per procurare a sé e ai suoi il necessario per vivere: fino all'età di circa trent'anni Gesù è stato carpentiere - falegname a Nazareth, lavorava con Giuseppe.

In uno scritto antico aramaico della fine del primo secolo di contenuto evangelico, a proposito della guarigio-ne miracolosa dell'uomo che aveva una mano secca (Mt 12, 9-13) si legge una notizia probabilmente autentica: quell'uomo avrebbe detto a Gesù: "Ero un muratore e con le mani mi procuravo il nutrimento; ti prego, Gesù, di ren-dermi la salute perché io non debba mendicare con vergo-gna il cibo". E Gesù con un miracolo gli avrebbe dato la possibilità di lavorare. Il richiamo del Padre nostro alla provvidenza del Padre celeste ci ricorda innanzi tutto che le cose necessarie alla vita sono dono della creazione di Dio, il quale ha messo le cose buone da lui create (Gn, 1, 4.8.10.12.18.21.25.31.) a disposizione di tutti.

Di suo, l'uomo ci mette da una parte l'operosità, ma dall'altra purtroppo, può metterci anche lo spirito di preda, l'avidità; è questa la ragione per la quale Gesù ci invita a chiedere il pane (nostro) con una preghiera paterna. Gesù vuole suggerire, accanto alla giusta sollecitudine per i nostri bisogni, una spontanea e generosa considerazione delle necessità degli altri, perché i doni della creazione non sono un privilegio di pochi, ma bene comune, la cui destinazione universale è compromessa dall'egoismo privato e pubblico, dagli sperperi, dalle ingiustizie sociali: cose tutte che sono in contrasto con la volontà di Dio.

è orrendo e insensato che in una società come quella di oggi, in alcune aree gonfie di benessere, ci siano perso-ne, anzi popolazioni, che muoiono letteralmente di fame.

Miguel de Unamuno, il celebre filosofo spagnolo, non credeva in Dio, ma viveva da buon cattolico, si com-portava come se Dio ci fosse. Forse affrontava la scom-messa contenuta nel dilemma di Pascal: "Se Dio c'è pre-mierà le mie opere d'amore; se Dio non c'è non perdo nulla, perché a volersi bene si sta meglio anche quaggiù".

Quando un povero bussava alla sua porta, e ciò avve-niva più volte al giorno, per avere un pezzo di pane, egli non lo mandava dai servi, lui stesso lo nutriva servendolo a tavola. La sua massima era "ogni uomo ha diritto al suo pezzo di pane ogni giorno".

Opposta è la posizione dello scrittore Leonardo Sciascia, il quale viene dalla Sicilia, "la terra dove l'uomo ha finito di sentire soltanto e ha incominciato a dubitare".

Dopo molto riflettere, lo scrittore siciliano è approda-to allo scetticismo di taglio anticlericale. In un'intervista ha detto: "credo che molti mali dell'Italia traggono origine dai preti che hanno dimenticato la parte importante della pre-ghiera di Cristo: `Dacci oggi il nostro pane quotidiano"'.

La Chiesa ora sta recuperando la socialità, sta dando valore alle parole "dacci oggi il nostro pane quotidiano"; ma purtroppo in molte comunità si è perso il valore religio-so della frase, le attività si svolgono come un club umanita-rio, dimenticando che il nostro agire è l'agire di uno che è strumento di Dio; quel Dio dà ad ogni uomo il pane quoti-diano.

Sciascia risponde a Vittorio Messori: "Leggo i vangeli e anche spesso. Per me è una necessità come caricare l'o-rologio, perché non lo si trovi fermo l'indomani. Ma non riesco a lasciarmi coinvolgere dalle attività `umane' di molte associazioni cattoliche che agiscono senza amore".

Il Concilio Vaticano II ha ricordato che "Dio ha desti-nato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti gli uomini e popoli, così che i beni devono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti, avendo come guida la giu-stizia e compagna la carità... Perciò l'uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri. Del resto a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte dei beni sufficienti a sé e alle proprie fami-glie. Questo ritenevano giusto i Padri e Dottori della Chiesa, quando hanno insegnato che gli uomini hanno l'obbligo di aiutare i poveri e non soltanto con il loro superfluo".

Il Concilio richiama a questo proposito un'antica sen-tenza: "Nutri colui che è moribondo per fame, perché se non lo hai nutrito l'hai ucciso". (Gs. N.69)

Papa Giovanni Paolo II ha ribadito che, secondo l'in-segnamento della chiesa, "su tutta la proprietà privata grava un'ipoteca sociale". (Discorso di Puebla, Messico 28/1/1979)

Già nell'antica legge di Dio sta scritto: "se vi sarà presso di te un povero, uno dei tuoi fratelli, non indurirai il tuo cuore né chiuderai la mano al tuo fratello povero, ma gli aprirai la mano, gli presterai quanto gli manca, gli darai ciò di cui egli ha bisogno".

Con una splendida espressione della nostra lingua, questo si chiama fare la carità, "cioè realizzare l'amore ... dimostrare che non si ama soltanto a parole". (1Gv 3, 18)

L'amore carità non è un qualsiasi sentimento di umana pietà, ma uno slancio sincero e spontaneo ispirato dalla grazia, dall'amore stesso di Dio.

Dobbiamo amare ed aiutare gli altri perché Dio li ama come ama noi, perché siamo tutti egualmente figli suoi, al di la di ogni artificiale discriminazione sociale o economica.

L'amore che dona è generoso e lieto. Parlando dei frutti dell'amore fraterno, San Paolo scrive: "chi semina scarsamente, scarsamente mieterà; chi semina con larghez-za, con larghezza pure mieterà. Ciascuno dia secondo ciò che ha stabilito in cuor suo, non di malavoglia o per forza; perché Dio ama chi dà con gioia". (2Cor. 9, 6-7)

Insegnandoci a chiedere a Dio il pane quotidiano, cioè le necessità di ogni giorno, Gesù ha inteso anche moderare l'eccesso dei desideri dell'uomo, e liberare que-st'ultimo dalla cupidigia che può degenerare in ingiustizia, in violenza e perfino in delitto, come dimostra quotidiana-mente la cronaca dei nostri giorni.

Un antico saggio della Bibbia, che in qualche modo anticipa e certamente illustra la domanda del Padre Nostro, ha scritto questa preziosa preghiera: "(Signore) non darmi né povertà né ricchezza, ma dammi il pane necessario, per paura che, sazio, io ti rinneghi e dica: Chi è il Signore? oppure, ridotto in miseria, mi dia a rubare e profani il nome del mio Dio" (Prv 30, 8-9).

La civiltà del nostro tempo è definita consumistica e del benessere, in cui il superfluo è diventato necessario ed è irrisa la sapienza e commiserata la gioia di chi sa mode-rare le proprie aspirazioni.

è inutile chiedere a Dio il benessere, la ricchezza: Egli ci ama troppo e si rifiuta di metterci nei guai. Nella parabola evangelica del Seminatore, le spine che soffocano la parola di Dio e le impediscono di far frutti di salvezza sono "le cure del mondo e le delizie della ricchezza" (Mt. 13, 22), l'avidità dei beni materiali, che rende vane le solle-citazioni dello spirito e uccide l'umanità dell'uomo.

"Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà mai sete... Io sono il pane vivente disceso dal cielo: se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che gli darò è la mia carne, per la vita del mondo... In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nel-l'ultimo giorno. Poiché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui. Siccome il Padre, il Vivente, ha mandato me, ed io vivo per il Padre, così anche chi mangia me vivrà per me". (Gv. 6, 35-51-53-56)

Il Padre Nostro è recitato nel momento culminante della celebrazione Eucaristica, come la più idonea premes-sa ad un'attiva partecipazione alla mensa e al sacrificio di Cristo. E come non pensare a chiedere che con la Sua carne gloriosa e il Suo sangue realmente presenti sotto le apparenze dell'ostia, Gesù sazi la nostra fame di vita eter-na?

Ciò che Gesù ci ispira col Padre Nostro è di non separare la vita materiale da quella spirituale, la realtà di ogni giorno dal regno di Dio, ma di ristabilire l'armonia e un'autentica scala di valori.

Nel profano e nel quotidiano, nel banale addirittura, si può e si deve agire con la forza della grazia che è vita eterna. Nella parafrasi dantesca del Padre Nostro la pre-ghiera per il pane è così formulata: "Dà oggi a noi la cotidiana manna, senza la qual, per questo aspro deserto, e retro va chi più di gir s'affanna" (Purg.XI,13-15)

La manna fu il cibo quotidiano che Dio mandò al suo popolo nel deserto; era cibo di questa terra, ma anche vero dono di Dio, ed era, come Gesù stesso ha detto (Gv. 6, 31-32), figura dell'Eucaristia, pane venuto dal cielo e cibo di vita eterna.

L'uomo è una unità vivente, un miracolo di vita fisica e spirituale, anzi divina, il capolavoro di Dio. L'uomo deve vivere di pane, ma non può vivere di solo pane.

 

Rimetti a noi i nostri debiti

La luce degli occhi ci assicura la felicità del ricordo: un bellissimo spettacolo della natura, una visione d'arte, un volto caro, passano dalla memoria degli occhi alla memoria del cuore, diventando parte di noi stessi.

Ma un altro, più grande ed esclusivo privilegio ha l'uo-mo: quello di poter guardare dentro di sé, di ripiegarsi su se stesso e scandagliare, se gli basta l'animo, il suo intimo.

Non sempre però si ha questo coraggio, e più spes-so, dopo uno sguardo fuggevole, ci ritraiamo sgomenti, come presi da improvvisa vertigine.

Per troppi è più facile vivere senza la propria compa-gnia, dimenticarsi il più possibile, magari stordirsi o perder-si tra la folla, spendere in spiccioli ora per ora quella vita che, invece, è un tesoro da difendere e far fruttificare. Preferiamo ignorarci per paura di scoprire un nostro volto segreto e poco gradevole; ma è proprio quello il volto che Dio scruta (Mt 6,6).

Il termine "rimettere" non appartenente al linguaggio religioso ma di origine pagana e proveniente dal linguaggio giuridico - commerciale, ha il significato di "condonarsi", "lasciar cadere" un obbligo.

Il procedimento del condono, completamente sgan-ciato dalla sfera sacrale - culturale, riguarda i rapporti inter-personali. Trasferito nella relazione tra Dio e l'uomo, que-sto verbo acquista un significato ben più ampio del perdo-no di una colpa, che poteva essere ottenuto attraverso l'of-ferta dei sacrifici prescritti dalla legge (Lv 4-5).

Nella psicologia moderna si è scoperto che la capacità di ristabilire un equilibrio psichico è la capacità di amare.

Freud ci direbbe che l'equilibrio lo trovi o lo riacquisti attraverso l'amare ed il lavorare (per riacquistare l'equilibrio nell'uomo).

Il segno di questo "rimetti a noi i nostri peccati" - "rimetti a noi i nostri debiti" è la possibilità che ha l'uomo di rendersi utile e di voler bene.

Da duemila anni il Vangelo lo ripete "rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Non è stato Lenin ma San Paolo ad affermare per primo che chi non lavora non mangia.

Quanto all'amore, nessuno è più radicale di Cristo, il quale impone anche l'affetto verso i nemici, verso coloro che ci hanno fatto del male, (direbbero in un certo modo i giovani: "verso coloro che ci stanno sullo stomaco").

Questa constatazione taglia alle radici la tesi del razionalista Renan, il quale sostiene che il cristianesimo non è altro che una delle tante correnti religiose che ha avuto più fortuna delle altre.

Questa teoria è però crollata quando nel 1947 è stata trovata nella grotta di Qunram, vicino al mar Morto, la biblioteca con tutti i codici degli Esseni.

L'amore radicale verso i nemici predicato da Ges era agli antipodi con la spiritualità degli Esseni, i quali erano un gruppo di persone chiuse, che non avevano amici, e che a quelli di fuori regalavano indifferenza, anzi ostilità e astio.

La società degli esseni era un circolo chiuso che teneva lontani i peccatori, gli stranieri, le donne. L'esclusivismo giungeva a tal punto che i bambini, i ciechi, gli storpi, gli zoppi, gli stolti, i pazzi, i minorati di qualsias genere non potevano entrare nella comunità.

Gesù nel Padre Nostro ci abitua a mirare in alto, a Padre che abbiamo nei cieli e poi ci fa volgere lo sguardo attorno, alle necessità dell'uomo. Ci invita a guardarci den-tro, nello specchio di colui, il quale ci conosce infinitamen-te più e meglio di quanto noi stessi ci conosciamo.

Gesù ci fa dire: "rimetti a noi i nostri debiti", e cosa siano questi debiti è messo in chiaro dall'evangelista San Luca, il quale scrive: "rimetti a noi i nostri peccati" (Lc 11,4).

Invece di rimproverare al cristianesimo di insistere sull'idea del peccato, umiliando e deprimendo l'uomo, ponendolo in atteggìamento di perpetuo e braccato colpe-vole, bisognerebbe riconoscergli il merito di educare l'uo-mo alla sincerità.

Ricordiamo tutti uno degli episodi di più pura marca evangelica: alcuni scribi e farisei al tempo di Gesù gli con-ducono una donna sorpresa in flagrante adulterio con l'in-tenzione di mettere in imbarazzo il Maestro.

"Nella legge", dìcono, "Mosè ha ordinato dì lapìdare donne di questo genere, e tu che ne dici?". La sciagurata si trova sotto il fuoco incrociato degli sguardi di censori sde-gnati e implacabili, ma Gesù sembra assente e si china a tracciare segni per terra, come a non far pesare alla donna la sua presenza.

Ai suoi interlocutori che insistono, Gesù, ergendosi in piedi, finalmente risponde: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra".

Poi, Gesù, si china di nuovo, sicuro di ciò che sareb-be accaduto. Infatti quelli, a tali parole, uno dopo l'altro, a cominciare dai vecchi e fino all'ultimo, se ne vano e Gesù rimane con la donna che stà lì in mezzo.

Gesù Figlio di Dio, santità per eccellenza e intoccabi-le dal peccato, non scaglia l'unica pietra, ma perdona: "Donna, dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha con-dannata?". Quella rispose: "Nessuno, Signore". Disse allo-ra Gesù: "neppure io ti condanno; va e d'ora innanzi non peccare più" (Gv 8,1 - 11).

Nei diversi passi evangelici noi troviamo Gesù con persone che noi scarteremmo con orrore e disprezzo.

Lo troviamo sempre in "cattiva compagnia". Accetta la Maddalena, accetta la collaborazione delle pie donne, che erano state tutt'altro che uno stinco di Sante.

Questo modo di fare del Signore indica che egli non poteva essere figlio del suo tempo. La discontinuità di Cristo con la civiltà contemporanea indica la sua statura più umana. Gesù che ha predicato il perdono degli offen-sori, prega per i suoi carnefici ed esclama: "Padre perdo-nali, perché non sanno quello che fanno".

Basta questa preghiera per accreditare la fede nella sua straordinaria personalità. Gesù non scusa il peccatore, ma lo perdona e ne sveglia la coscienza.

Il debito con Dio nasce dal fatto che il nostro rappor-to con Lui è duplice: Egli è il Signore, che l'uomo deve ser-vire rispettandone le volontà e ritenendo il minimo che possa fare: "Quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato comandato, dite: `Servi inutili siamo; abbiamo fatto ciò che dovevano fare"' (Lc, 17,10). Gesù ha anche detto: `Date a Dio quello che è di Dio' (Mc 12,17) e nessuno saprebbe dire che cosa nell'universo e in noi non è del creatore.

Un rapporto di diritto e, soprattutto, un rapporto di amore: il creatore e Signore è nostro Padre, che secondo la legge antica e nuova dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutto ciò che siamo, perché l'amore o è totale o non è amore degno di questo nome.

Questa espressione totale di amore la troviamo in Giovanni Paolo II, il 13 maggio del 1981 quando, grave-mente ferito, ha esclamato: "perdono il mio fratello atten-tatore e prego per lui".

L'amore per i nemici è talmente superiore alle risor-se delle creature che molti lo ritengono impossibile.

L'ebreo Montefiore riconosce che l'amore per i nemici è ignoto all'antico testamento, ma aggiunge che per quanto appaia bello il precetto di amarli, è inopportuno e nocivo, perché incoraggia i filibustieri.

Non solo gli ebrei, ma anche i filibustieri si beffano del precetto di porgere l'altra guancia. Lo fanno in nome del realismo, dicendo: "La guerra è parte della storia, è ineliminabile".

Il corano allora cerca di dettare le regole dello stermi-nio per "impedirne gli eccessi".

Il ragionamento musulmano poteva sembrare valido fi-no a ieri. Oggi, al bagliore demoniaco delle armi nucleari, il di-lemma è tragico: o si accetta d'amare i nemici o si precipita nell'abisso. La bomba atomica è come il lupo di Gubbio, che non ha ceduto alla potenza delle armi, ma a quella dell'amore.

Il peccato perciò è un furto alla gloria di Dio, una rapina all'amore che gli dobbiamo. Il peccatore, è per giun-ta, un debitore insolvibile.

Un giorno all'indirizzo di alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri, Gesù disse una para-bola: "due uomini salirono al tempio per pregare: l'uno era fariseo e l'altro un pubblicano; il fariseo, in piedi, così pre-gava tra sé: Dio ti ringrazio perché non sono come il resto degli uomini rapaci, ingiusti adulteri, oppure come quel pubblicano, digiuno due volte alla settimana e pago la deci-ma di tutto ciò che acquisto" (Lc 18,9-14).

è chiaro che il fariseo misurava la sua giustizia sul-l'osservanza esageratamente esemplare.

Perché? Perché il digiuno bisettimanale non era imposto dalla legge e la decima non era obbligatoria su tutti i prodotti della terra.

Al fariseo, la parabola contrappone un pubblicano: al santo ufficiale fa riscontro il peccatore ufficiale.

Il fariseo è sfrontatamente sicuro del proprio credito verso Dio; il pubblicano, rannicchiato in se stesso, non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo e, battendosi il petto, (il cuore era ritenuto la sede dei peccati) ripete la preghiera: "O Dio, abbi pietà di me che sono peccatore".

Intimamente immerso nella santità di Dio e cosciente della propria indegnità, egli pronunzia con cuore affranto e umiliato il suo "Miserere". Alla serie di meriti del fariseo, il pubblicano potrebbe far eco con una lunga lista di peccati; preferisce però confermare tutto il male che ha nel cuore.

La conclusione di Gesù, dopo la parlante caratteriz-zazione dei due personaggi, è uno sferzante giudizio che interpreta il pensiero divino su ciò che è autenticamente giusto: "Io vi dico: questi (il pubblicano) tornerà a casa giu-stificato; a differenza dell'altro" (Lc, 18,14).

La situazione è capovolta: giusto risulta colui, il quale si riconosce debitore di Dio, implorandone il perdono come un dono immeritato.

Nessuno di noi, per poco che si conosca, può onesta-mente ritenersi immune da peccato, non solo per ciò che fa e non dovrebbe fare, ma anche per quello che non fa e che dovrebbe fare: peccati commessi e peccati di omissione. Cristo già diciannove secoli fa ci insegnava la terapia dell'amore: l'amore dell'odio.

Poteva un genio arrivare a tale conclusione? Sembrerebbe di sì, dal momento che già nell'antico Testamento nel Levitico è compreso "Ama il tuo prossimo come te stesso".

Del resto il grande architetto dell'universo che ha col-locato come legge d'amore la gravitazione degli altri, non poteva non assegnare alle sue creature predilette l'armonia fraterna.

Ma Cristo va bene al di là delle frontiere antiche; egli propone come identikit dei suoi adepti l'amore dei nemici.

L'amore in pura perdita. Pregare per i persecutori; benedite quelli che Vi maledicono; invitate a pranzo gli storpi, i poveri, tutta gente che non potrà mai ricambiarvi.

La radicale novità del vangelo è tutta qui: l'amore ai nemici. Nessun sistema religioso, che si conosca ha mai raggiunto tale vertice umanamente irraggiungibile.

Neppure i monaci di Qumram, che rappresentano la tappa più alta della morale giudaica, toccano tale traguardo.

Il manuale di Qumram suona testualmente: "I fratelli amino i figli della luce, ma odino i figli delle tenebre".

L'apostolo Giovanni ci ricorda: "se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se invece confessiamo i nostri peccati, Dio è così fedele e giusto da rimetterci i peccati, e ci purifica da ogni iniquità. Se diciamo di non avere commesso peccato, facciamo Dio bugiardo e la Sua parola non è in noi" (1 Gv. 1,8-11).

Perché allora nascondersi a se stessi quando non sarà mai possibile nascondersi a Dio? Il dramma dell'uomo che non vuole riconoscersi in debito con Lui è quello di ritenersi al sicuro nelle tenebre.

Gesù invita a venire nella luce per mettere a nudo le piaghe, offerte al solo medico che può guarirle; egli infatti si è dichiarato medico dei peccatori (Mt 9,12) e il medico non diagnostica una malattia per il gusto di terrorizzare il malato, ma per trovare la medicina che gli ridia la salute.

L'amore del nemico potrebbe apparire una debolez-za ed invece è l'unica arma per "distruggerlo". Nel momento in cui tu lo ami il tuo avversario non esiste più come nemico.

Anche se ti ha procurato grosse amarezze, ti accor-gerai che la persona è infinitamente più grande dei suoi errori. Ma è possibile e realistico abbracciare il tuo persecu-tore? Ebbene sì!

Ricordo un episodio di qualche anno fa a Lourdes; accompagnavo un pullman e due acerrimi nemici erano nello stesso pullman. Nessuno dei due, sino al momento della partenza sapeva della presenza dell'altro.

Al momento della partenza uno dei due non voleva partire perché doveva viaggiare con il suo nemico.

Per capirci, chiamiamo l'offeso il n. 1 e la persona che ha recato offesa il n. 2.

Il n. 1 aveva ingiustamente, per colpa del n. 2, subito tre anni di carcere e questa situazione gli aveva distrutto la famiglia.

Com'era possibile viaggiare sullo stesso pullman per recarsi da colei che ci è madre? Le ore di cammino, la sorte, sono stati provvidenziali.

A Lourdes prima di celebrare la Santa Messa in grot-ta, il n. 2 mi chiese di fare da tramite col n. 1 affinché gli concedesse il perdono.

Il n. 1 accettò la domanda di perdono non per essere stato in carcere ingiustamente, ma per averlo odiato.

Il n. 2, piangendo, avendo il n. 1 accettato la sua richiesta non sapeva più cosa fare; è stata la Messa di riconciliazione e di ringraziamento; oggi ci teniamo in con-tatto telefonico ed epistolare e l'amicizia tra i due è ormai per familiare.

L'amore verso un nemico potrebbe sembrare in apparenza una debolezza, ed invece è l'unica arma che distrugge ed unisce (distrugge l'odio e l'indifferenza; unisce nella pace e nella fratellanza).

Gesù ha affermato che l'uomo è peccatore e ha pre-teso che l'uomo lo riconosca; solo l'amore che viene da Gesù è in grado di portarlo a salvezza, assicurandogli il per-dono del Padre.

L'umile coscienza dei propri peccati, il pentimento per averli commessi, il fermo proposito di evitarli, la volontà di riparare al male fatto anche agli altri, sono i passi necessari per ottenere il divino perdono.

II Signore "non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva" (Ez. 33,11) e Gesù non è stato mandato sulla terra per condannare il mondo, ma per salvarlo (Gv. 3,17).

Il grande ostacolo al perdono è la superbia, l'ipocri-sia, che Gesù ha sempre staffilato con parole durissime e amare.

Il desiderio di Dio è che i figli allontanatisi da Lui tor-nino al calore e alla felicità della casa paterna.

Il figlio prodigo della stupenda parabola evangelica, credette di poter trovare libertà e felicità abbandonando il padre, ma finì col perdere tutti i beni, dignità e gioia.

C'era un solo modo per venirne fuori: ritrovare la propria anima, pentirsi e tornare alla casa del padre.

Si direbbe che è la nostalgia di una vita comoda, il bisogno materiale che svuota il cuore del giovane: "Quanti mercenari di mio padre sono abbondantemente provvisti di pane e io qui muoio di fame" (Lc. 15,17).

In realtà, i beni perduti gli hanno fatto capire che cosa significhi abbandonare il padre e lo han fatto pentire della colpa commessa contro il cielo e contro di lui. La volontà di tornare sui propri passi è una percezione magari confusa, chi è l'offesa va espiata in umiltà, mettendosi all'ultimo posto nella casa, tra i servi. Il figlio pensa di dire al padre: "Non sono degno di essere tuo figlio, trattami come uno dei tuoi mercenari" (Lc. 15,19).

Ma quando, pentito, è in- vista della casa, si vede venire incontro il padre, che lo stringe tra le braccia baciandolo e ribaciandolo, e quando sta per dire di non ritenersi più degno d'essere suo figlio, il padre gli tronca sulla bocca le parole e con una serie di ordini ai suoi servi fa imbandire la mensa delle grandi occasioni e vuole che tutti onorino e festeggino il figlio che "era morto ed è tor-nato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15,32).

Il colpevole si aspettava un incontro penoso, rim-proveri di fuoco e forse un periodo di freddezza; il tempo di spegnere l'ira paterna e far dimenticare l'offesa. Il padre, invece, non gli rinfaccia il tradimento, ma gli dimostra la gioia di essere con lui; ama e dimentica, non fa nulla per nascondere la sua tenerezza, che sbandiera davanti a tutti.

Il peccato ha sconvolto il giovane sino a incrinare la sua fede e fiducia nell'amore del padre, il vero e solo prodi-gio della parabola. Prodigio d'amore!

Ma è possibile e realistico abbracciare il tuo persecu-tore? L'abbiamo visto nell'esempio di prima, e chissà quan-ti altri esempi esistono al mondo anche se non registrati da nessuna parte.

Nel momento in cui tu deponi il bastone Dio ti copre e ti illumina. Sembra invece troppo umana la teologia del Corano, che si basa su questo presupposto: dal momento che la guerra fa parte integrante della storia umana, cer-chiamo di dare una legislazione che regoli ogni conflitto. E il teologo ebreo "Montefiore" argomenta: "Per quanto possa parere sublime, il precetto di amare il nemico è invi-sibile, non corrisponde alla situazione dell'uomo".

Il peccato è una tragedia familiare, è la rivolta contro il Padre; "non è soltanto un nostro difetto personale, ma un'offesa interpersonale, che dalla nostra persona arriva a Dio; non è soltanto una mancanza ad una legalità dell'ordi-namento umano, una colpa verso la nostra logica morale interiore; è una rottura mortale del vincolo vitale, obiettivo, che ci unisce alla sorgente unica e somma della vita, che è Dio. Con questa prima fatale conseguenza: che noi, i quali siamo capaci, in virtù del dono della libertà, che l'uomo "a Dio fa somigliante" (cfr. Dante, Paradiso 1, 195), di perpe-trare quell'offesa, quella frattura, e con tanta facilità, non siamo poi mai più capaci, da noi stessi, di ripararla (cf. Gv 15,5). Siamo capaci di perderci, non di salvarci" (Paolo VI).

Rimanere nel peccato, insistervi, significa soltanto camminare a grandi passi sulla via larga che porta alla per-dizione (Mt 7,13).

Già alcuni antichi scrittori cristiani, commentando il Padre Nostro, si chiedevano se i Santi possono pronunzia-re le parole "Rimetti a noi i nostri debiti" con piena verità o se non lo fanno per impulso di eccessiva umiltà, e rispondevano senza esitazione che, sì, anche i santi hanno bisogno del perdono di Dio, perché nessun uomo, a meno di un privilegio eccezionale, di cui ha goduto soltanto la Vergine Maria, può evitare tutti i peccati, anche i più lievi.

Oggi non si vuole più parlare di peccato, perché non si vuol parlare di Dio e dell'uomo in termini di verità e di umiltà.

Quelli che prima erano, e restano, peccati, sono diventati, per certuni atteggiamenti spregiudicati, di moda.

La nostra è chiamata società permissiva, perché ritie-ne tutto lecito in nome della libertà e del diritto a tutte le esperienze, perfino quella dei veleni e della morte.

Ma nessuno potrà mai fare che il male diventi bene e nessuno potrà mai evitare, prima o poi, il giudizio di Dio. A salvare non sono la religione e la morale che ognuno si costruisce, ma la volontà di Dio e la sua grazia.

Gesù rimanda in pace l'adultera, che i bigotti voleva-no lapidare. Non è il passaporto per l'adulterio, ma il pri-mato della misericordia sul moralismo.

Come insegna il Vangelo, il Padre Celeste è pronto al perdono, ma alle condizioni che Cristo Suo figlio ha chiaramente indicato, dando agli apostoli e ai loro succes-sori, alla Chiesa, il potere di rimettere le colpe nel sacra-mento della penitenza.

"Dio - scrive S. Paolo - ci ha riconciliati con sé mediante Cristo, ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Vi supplichiamo in nome di Cristo, riconci-liatevi con Dio" (2 Cor. 5,19-20).

All'amore che perdona deve però corrispondere un perdonato che ami, che non disperi dei suoi tradimenti e non approfitti gradualmente dell'amore.

Giuda si pentì d'aver consegnato Cristo ai suoi nemi-ci, ma non seppe amare e si impiccò; Pietro negò di cono-scere il Maestro, ma le sue lacrime amare e sincere lo ricondussero all'intimità con Cristo, il quale non esitò, dopo che Pietro gli ebbe accoratamente professato il suo amore, ad affidargli la chiesa.

Il Papa S. Gregorio Magno osserva: "Colui che sareb-be stato il Pastore della Chiesa doveva imparare dal suo pec-cato come doveva essere misericordioso con gli altri." Prima, perciò, Dio rivelò Pietro a se stesso e poi lo mise a capo degli altri, affinché conoscesse dalla propria debolezza con quanta misericordia doveva compatire la debolezza altrui.

L'ultimo gesto di Gesù sulla terra fu un gesto di per-dono invocato sulla croce: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Lc. 23,34) e a uno dei mal-fattori suoi compagni di supplizio che invocava da lui, un ricordo soltanto, fece una solenne promessa: "In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso" (Lc, 23,43)

Bisogna leggerli i Vangeli, per capire fino a che punto il peccato è la quotidiana tragedia dell'uomo e fino a che punto la felicità è essere perdonati.

è stata la redenzione, cioè la liberazione dell'uomo dalla schiavitù della colpa, a rivelare definitivamente Dio all'uomo e l'uomo a se stesso.

La supplica del Padre nostro relativa ai nostri debiti ha, nei confronti di tutte le altre, una caratteristica: 'Tesse-re bruscamente interrotta dalla richiesta, imposta da Gesù, di un impegno esplicito!" "rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"; cioè perdona a noi, come noi ci impegniamo a perdonare gli altri.

Il condono del Padre precede quello che l'uomo deve concedere ai propri debitori. Il debitore non ottiene il con-dono dei suoi enormi debiti per la promessa di pagamento, ma per la generosità del creditore.

Di debiti con Dio ne abbiamo tanti. Origene ha il coraggio di scrivere: "Nessun uomo vivente passa un'ora del giorno o della notte senza contrarre un debito.

Probabilmente allude ai debiti di riconoscenza verso Dio, ma sono certamente dei debiti veri i nostri peccati perché sono ingratitudine vera verso il suo amore.

L'estinguere il nostro debito verso Dio, contempora-neamente all'estinzione dei debiti verso di noi, è affidata a un atto di amore paterno e fraterno. E non è inutile avver-tire che il perdono degli altri non è da noi promesso per un ipotetico ed evasivo futuro, ma precede e accompagna la nostra domanda a Dio.

L'evangelista, subito dopo il Padre nostro, registra queste parole di Gesù che non lasciano scampo: "Se voi perdonate agli uomini le loro offese, anche il Padre celeste vi perdonerà; se invece non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro vi perdonerà le vostre offese (Mt. 6,14-15).

Quel "come noi rimettiamo" non indica una parità di condizione, nel senso che dobbiamo perdonare nella esatta misura con cui siamo perdonati, ma sottolinea la necessità che il perdono sia senza restrizioni, sia un perdono sincero.

Un giorno che Gesù aveva parlato con i discepoli del loro dovere di riprendere con delicatezza il fratello peccato-re per guadagnarlo a Dio, Pietro gli disse: "Signore se il mio fratello pecca contro di me, quante volte devo perdo-nargli? fino a sette volte?" (Mt. 18, 21).

Perdonare va bene, avrà pensato Pietro, con buona volontà e per obbedire al maestro ci si potrà riuscire, ma dovrà pur esserci un limite alla pazienza e alla bontà.

1 maestri ebrei insegnavano che il Signore perdona soltanto tre volte e Gesù si spinge fino a settanta volte sette (Mt. 18,22). è chiaro che non si tratta di una operazione matematica: "490 volte", ma di un numero simbolico per significare che il perdono non deve avere limiti e fine: si dovrà perdonare sempre, senza calcolo e senza stanchezza.

Esistono anche motivi profani di perdono: indulgenza, mascherata superbia, sentimenti di superiorità; ma Gesù impone una motivazione squisitamente evangelica: bisogna perdonare per amore, a imitazione del Padre celeste.

Dio, che avrebbe tutto il diritto e la possibilità di rin-tuzzare la sacrilega audacia del peccatore, facendogliela immediatamente scontare e facendo crollare il mondo inte-ro sotto il peso del peccato, è paternamente longanime, chiama a penitenza e perdona con instancabile amore.

Noi coviamo ostinati rancori contro chi ci offende; aspettiamo il momento giusto per una rivalsa; godiamo del-l'umiliazione del colpevole, macchiniamo piccole o grandi vendette, e quando ci rassegnamo a perdonare lo facciamo con una vena di cattiva soddisfazione.

è incredibile, ma viene da pensare che l'uomo si ritenga avvilito o disonorato se si comporta come Dio.

E vero: la stupidità umana è un mistero.

Negare il perdono è negarsi a Dio, è seminare nel proprio cuore la morte; il rifiuto del perdono è infatti il ter-reno di coltura dell'odio.

In un mondo in cui l'odio è sparso a piene mani, è urgente che chi è fatto nuovo dalla grazia sia generoso seminatore d'amore.

Oggi la nostra società è permissiva. Il permissivismo è tale che non si riesce a capire ciò che è giusto o che non lo è.

Tutto è lecito, tutto è giustificabile; così facendo si perde il senso del peccato (debito contro Dio e contro i fratelli).

Se tutto può essere giustificato e spiegato, allora il peccato non esiste più. Dov'è (se c'è ancora) e qual è la linea che separa il giusto e buono dal non giusto e non buono? L'uomo non è infallibile!

Oggi però si riscontra che l'uomo ogni minuto com-mette uno o più errori, agendo o per non avere agito, pen-sando o per non aver pensato.

Quindi si può dire che l'uomo è talmente fallibile che, o vive in un confessionale a vita, o si fa prendere dallo sconforto e non riesce ad uscire ed a vivere.

Allora, com'è possibile uscirne? Cosa è lecito pensa-re? Cosa si può fare contro quella fallibilità?

Ognuno può dare una risposta, ma la certezza è qui nella preghiera di unità al Padre.

 

Non ci indurre in tentazione

Il Concilio Vaticano II ha non solo fatto premura a tutti di attingere alla "sorgente pura e perenne" della Sacra Scrittura la saldezza nella fede e il cibo per l'anima, ma ha ricordato le regole di ragione e di fede che devono guidare l'interprete della Parola di Dio.

Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, si deve ricercare con attenzione che cosa gli scrittori sacri in realtà abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le parole loro.

Per comprendere infatti nel loro giusto valore ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di intendere, di esprimersi e di raccontare, vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che allora generalmente erano in uso nei rap-porti umani.

Questo è appunto il caso dell'ultima domanda del "Padre Nostro", "Non ci indurre in tentazione". Gesù par-lava 1'aramaico, una lingua non comprensibile a tutti gli uomini, di espressione e mentalità diversa dalla nostra.

La Parola di Dio, la chiesa la conserva come è stata scritta, nella lingua in cui il Vangelo fu per la prima volta annunziato al mondo, la greca. Molto spesso questa riflette l'espressione originaria della Parola, che deve giungere a tutti viva, e fonte di vita nel suo pieno significato.

Dopo questa premessa questa invocazione del "Padre Nostro" può sembrare strana, e rischia di essere malintesa con la nostra mentalità. Dobbiamo chiedere a Dio che non ci tenti? Indubbiamente si tratta di una versio-ne non felice del testo, come dicevo prima, della lingua greca, le cui parole sono state tradotte troppo letteralmen-te prima in latino e poi in italiano.

è questo uno dei casi in cui il traduttore rischia di diventare un traditore.

San Giacomo nella sua lettera, ce ne dà una spiega-zione chiara: `Nessuno quando è tentato dica: "Sono tenta-to da Dio", perché Dio non può essere tentatore del male e non induce nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce' (Gc. 1,3-14).

Gli esegeti hanno scoperto una preghiera ebraica della sera che potrebbe spiegare questa frase del "Padre Nostro". Eccola: "Non portarmi in potere del peccato, né in quello della colpa, e nemmeno nel potere della tentazio-ne o del disprezzo".

Dicendo al Padre Celeste "non ci indurre in tentazio-ne", qualcuno potrebbe spontaneamente pensare che sia Dio a tentarci e noi gli chiederemmo di farne a meno per non essere vittime del male.

"Indurre", infatti, significa, in italiano, determinare una scelta di comportamento o di atteggiamento, e la ten-tazione, nel suo significato comune, è una provocazione a commettere il male. A questo punto credo sia importante avere le idee chiare.

La parola tentazione in greco significa due cose: ten-tazione e anche lotta.

Nel greco biblico, poi, il verbo "tentare" ha sovente il significato di provare, saggiare, noi diremmo in linguaggio moderno "fare un test".

San Paolo, per esempio, nella seconda lettera ai Corinzi dice queste strane parole: "tentate voi stessi se siete nella fede" (13,15).

Intendeva il tradimento; infatti pochi versetti dopo Matteo aggiunge: "tutti i discepoli abbandonatolo, fuggiro-no" (Mt. 26,56).

Quindi la frase del Padre nostro può avere proprio questo significato: "salvaci dal tradimento!".

Ma se tradiamo, se commettiamo il male tu liberaci col tuo perdono. Il tradimento, la tentazione, la prova! Gigi Moncalvo, giornalista e scrittore, chiede alla vedova di un uomo politico assassinato dalle brigate rosse: "Signora chi soffre di più tra la moglie di una vittima e la madre di un terrorista?"

Risposta: " Ho solo la mia esperienza. Ma penso che dev'essere ugualmente drammatico avere un figlio così".

Non meravigliamoci che Dio ci provi in tanti modi; non meravigliamoci della lotta, della sofferenza. Meravigliamoci che non c'è lotta, se non c'è sofferenza.

La vita ci è data per lottare, per perdonare, per amare e non per dormire.

Ho letto il messaggio della sorella del sacerdote sardo, ucciso alla vigilia di Natale del 1998, ha rivolto: "Perdono tutti, ... Dio ha voluto provare la comunità; ... perdono i suoi assassini; ... mio fratello è qui tuttora in mezzo a noi".

Enzo Biagi ha intervistato in carcere alcuni uomini e donne che hanno sparato e ucciso. Un terrorista di 24 anni, con uno sguardo duro e con parole ironiche ha detto: "la mia generazione non sa che cosa vuol dire rimorso, non conosce la parola perdono".

Il perdono ha il gioco della violenza. In un mondo di miti i cialtroni trionfano. La vita è lotta e solo nella lotta l'uomo sviluppa la sua personalità. Infatti lottare è amare, vincere il male è amare, trionfare sulle nostre meschinità è amare.

Per questo Gesù ha pregato: "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li preservi dal male" (Gv. 17,15).

è con la nostra lotta che Dio ci salva dal male, dalla tentazione. Il figlio del generale Enrico Riziaro Galvaligi ucciso dai terroristi ha dichiarato: "Ho due modi per rispondere alla domanda se ho perdonato o no. Ho una risposta da figlio e una da capitano dei carabinieri.

Da figlio posso affermare che il perdono, quello che Cristo ci ha insegnato, è la base della nostra fede.

Da carabiniere, in solidarietà con il "collega" caduto, posso dire che il perdono non è traducibile in effetti mate-riali: la giustizia è la base della nostra costituzione.

E la vedova di Galvaligi: "Sono contraria alla pena di morte; lo era anche mio marito. Diceva che esiste una sola persona sopra di noi in grado di decidere la vita e la morte di ogni essere umano: Dio".

è con la nostra lotta che Dio ci salva. Noi viviamo la nostra lotta con accanto a noi credenti e non credenti. Uomini e donne con credi diversi e sentimenti diversi, ci parlano con le loro vite, ci parlano dentro; sono persone che si interrogano a vicenda, che si rimandano continua-mente interrogazioni pungenti e inquietanti l'un l'altro.

Mi pare, che per i credenti, la frase del Padre Nostro "Non ci indurre in tentazione" voglia significare anche "Padre fa che io non allontani da me questi fratelli che mi metti vicino ogni giorno e che non credono in Te".

Invece per i non credenti onde possano avere dei fra-telli disponibili a dare voce e ascolto "Non ci indurre in ten-tazione" potrebbe tradursi così: "Fa che non lo allontani e che sappia parlare di te e farti conoscere".

Dio con il nostro operare, col nostro perdonare, col nostro lottare ci salva. Sant'Agostino ha scritto: "Dio che ha fatto te senza di te, che ha redento te senza di te, non salva te senza di te". Chiamiamola lotta, chiamiamola ten-tazione, il primo suggerimento è di non meravigliarci se la sentiamo, se la sperimentiamo.

Il secondo suggerimento è di non giocare con la ten-tazione, non flirtare col pericolo. "Lo spirito è pronto - ha ammonito Cristo - ma la carne è debole".

I suoi desideri sono grandi, ma la debolezza è più grande di quello che tu sospetti. Tuttavia noi abbiamo una sicurezza: possiamo sempre far fronte alla tentazione.

Cristo l'ha insegnato con estrema chiarezza: "Veglia-te e pregate per non cadere in (potere della) tentazione" (Mt. 26,41).

Pregate per non cadere nel pericolo dell'odio, pregate per essere pronti sempre a perdonare. La preghiera è il segreto per farcela! Sempre! Non c'è problema che non possa venire risolto dalla preghiera. Non c'è tentazione, lotta, prova che non possa venire superata con la preghiera.

Ricordo un giovane che mi confidava il suo più gros-so problema: le donne. Ogni sera usciva con una diversa; ne frequentava sette o otto.

Questa vita disordinata, senza principi morali, questa vita spesa solo per il piacere di qualche ora ma senza nessun fine l'aveva disgustato. L'invito a recitare alla sera tre Ave Maria, la compagnia di amici disposti ad ascoltarlo, l'amicizia con un giovane sacerdote ha riportato questo giovane a riscoprire la vita (ora è sposato felicemente da pochi mesi).

La preghiera è il segreto per farcela!

Non c'è problema che non possa venire risolto dalla preghiera. Non c'è tentazione, lotta, perdono, prova, che non possa venire superata con la preghiera.

Con la preghiera c'è in noi la potenza di Dio al nostro servizio. Il non credente sente che in molti momenti gli manca qualche cosa.

Mi diceva una giovane: "Perché devo credere? Se credo devo impostare la mia vita sul credo. Non credo, mi sento libera, faccio ciò che voglio; anche se spesso dentro di me c'è del vuoto, sento che mi manca qualche cosa, vedo ragazze come me felici e spesso io non lo sono nono-stante la mia libertà".

Non bisogna mai disperarsi. In nessuna situazione, anche quando tu credi che Dio non c'è, Egli è al tuo fian-co, aspetta, Egli è un Dio paziente perché è un Dio pieno d'amore.

Gesù Cristo ha detto delle cose sconcertanti sulla preghiera, assolutamente uniche: "chiedete e vi sarà dato, perché chi chiede ottiene ... Qual padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dun-que voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre Vostro, celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!" (Lc. 11,9-13).

La preghiera ottiene tutto! Ottiene nientemeno che lo Spirito Santo! Ottiene la buona volontà, ottiene l'amore, ottiene tutto.

Ragazzi siete deboli? La preghiera ottiene la forza perché ottiene lo Spirito Santo, ottiene la forza potentissi-ma di Dio.

Siete egoisti? La preghiera ottiene la generosità e l'a-more, perché ottiene lo Spirito Santo che è l'amore di Dio.

Siete nella tristezza? La preghiera ottiene la gioia perché ottiene lo Spirito Santo fonte della gioia.

Siete impigliati nel male? Oggi, in questo momento potete diventare persone libere se lo volete. Gesù vi può toccare.

Conosco una giovane che dopo una forte prova (la morte del fidanzato in un incidente stradale) aveva perso ogni fiducia in se stessa, nelle persone, nella famiglia e maledica Dio per l'accaduto.

Solo quando ha capito che con la preghiera tutto si può ottenere ha riacquistato la fiducia in se stessa, nella vita, nelle persone.

Spesso sento dire: "Sono stato tentato parecchio dal male, ho pregato ma sono sempre da capo". Se è così è perché:

- non è vero che avete lottato contro la tentazione

- la lotta contro le tentazioni non è stata sostenuta dalla preghiera vera: quindi non avete avuto la forza che viene dallo Spirito.

Questo comportamento potrebbe paragonarsi alla donna che va alla fontana con un secchio senza fondo, si capisce che non lo riempirà mai! Bisogna lottare e pregare bene per vincere le tentazioni (il male).

Se siete imprigionati dal male ricordatevi di questi due consigli:

- guardate in faccia la situazione ed accettatela: "Signore, sono peccatore!".

- guardate a Dio, non guardate a voi, alla vostra debolezza.

Un naufrago non si tira fuori da solo se non sa nuo-tare; bisogna che qualcuno lo salvi, o che qualcosa lo salvi. Da solo non si salva. Guardate a Dio e chiedete il miracolo di uscire dal male - "non ci indurre in tentazione!".

Questa forza chiedetela giorno per giorno, non liquida-te il problema "una tantum". Si capisce che pregare "una tan-tum" non vi salva dalle cattive abitudini, dalle tentazioni del male.

Chiedete a Dio la salvezza ogni giorno, con costanza accanita. Questo martellare sul cuore di Dio è importante, non per Dio, ma per voi! Che ne dite?

Tutto ciò vi apre alla fede; Dio può agire su di voi solo quando voi vi aprite alla fede, solo quando voi capite il bisogno di lui, e tirate fuori anche la vostra parte.

Dalle prove che incontriamo ogni giorno nella vita e che sembrano scuotere le fondamenta della nostra fede, un antico saggio della Bibbia dice: "Figliuolo, se ti accingi a servire Dio preparati alla prova ... accogli tutto ciò che Dio ti manda e fra le tue dolorose vicende abbi pazienza, per-ché l'oro si affina col fuoco e gli uomini graditi a Dio (si affinano) nel crogiuolo del dolore (Sir. 2,1-45)".

L'immagine del crogiuolo viene ripresa da San Pietro, con in più un motivo nuovo e tipicamente cristiano: la gioia nella sofferenza.

Ai cristiani esposti alla persecuzione l'apostolo scrive: "Trasalite di gioia anche se conviene che per qualche tempo siate molestati da prove di vario genere, affinché la vostra fede provata, ben più preziosa dell'oro che perisce (e che viene saggiato dal fuoco) sia trovata degna di lode, di gloria e di onore" (1 Pt. 1,6-7).

Santa Teresa d'Avila fa un paragone militaresco, come si conveniva a una dama spagnola: "Un'anima giun-ta alla perfezione ... desidera essere tra le prove ... somi-glia a quei soldati che sono tanto più contenti quanto più numerose sono le occasioni di far guerra, perché sperano di riportare maggiore bottino, mentre, in tempo di pace, dovendosi accontentare del soldo ordinario, non possono tanto avvantaggiarsi".

In termini evangelici, nella parte dove dice "tentazio-ne", il Padre Nostro vuol dire "male" alle cui origini è il maligno per eccellenza.

Nel deserto Satana aggredì Gesù in persona per distoglierlo dalla missione di salvezza, suggerendogli di compierlo secondo false speranze e fu da Lui smentito e respinto.

Satana non è una invenzione ad uso di sottosviluppa-ti mentali, uno spauracchio per i deboli di spirito, un sim-bolo del male; è uno spirito, il quale ha trasferito sulla terra la ribellione a Dio consumata nel cielo.

La storia religiosa e morale di tutti i tempi, si svolge nel segno della tentazione dal primo Adamo a Cristo nuovo Adamo, fino all'ultimo uomo che vivrà sulla terra.

Nessuno si illude di essere al riparo da ogni tentazione del Maligno, il quale, anzi, sceglie come bersaglio preferito i migliori, affinché la sua vittoria sia più significativa e redditizia.

Nemmeno Satana ha stima dei fiacchi, degli uomini -canna, pronti a piegarsi a ogni soffio di vento.

La tentazione non è per se stessa peccato; comincia ad esserlo e lo diventa quando si delinea il nostro cedimen-to e quando accede il nostro consenso.

La chiave per comprendere la vera portata delle parole "non ci indurre in tentazione sta precisamente in quell' "indurre".

Poche ore prima della sua morte, nel giardino degli Ulivi, Cristo dice ai discepoli che sono materialmente con lui, ma non riescono a fargli compagnia: "Vegliate e prega-te per non entrare in tentazione" (Mc. 14,38), cioè state in guardia, perché Satana non vi sorprenda distratti o sprov-veduti, assenti a voi stessi e ignari del pericolo, e pregate: "II Signore è fedele, egli vi darà forza e vi difenderà dal Maligno" (1- Ts. 3,3). Rivolgetevi a lui con la volontà di non tradirlo: "Dio è fedele, e non permetterà che siate ten-tati al di sopra delle vostre forze, ma con la tentazione, procurerà anche il modo di poterla sostenere" (1- Cor. 10,13).

Il vero problema è che è difficile l'allenamento, abbia-mo il fiato corto e i riflessi spirituali intorpiditi; siamo come atleti fuori esercizio, ma è evidente che di ciò non possia-mo fare addebito a Dio.

Molte volte nella ricerca di un alibi diamo ingiusta-mente a Dio la responsabilità per la colpa della nostra imprudenza e debolezza.

Renzo Arbore intervistato dalla rivista "Il curato" dice: "Certo che Dio c'è, certo che devo difendermi dalle tentazioni; per questo ogni sera prima di addormentarmi uso una mia preghiera speciale che aggiungo al Padre nostro "Dammi o Signore la forza perché il domani lo sap-pia affrontare con la serenità di chi crede in Te che sei la sorgente di ogni bene".

Per te, amico, qual è e cos'è la tentazione? Esiste in te la tentazione o la reputi una cosa di altri?

Caro giovane prova ad interrogare te stesso, la Tua coscienza e scoprirai in essa la tua, solo la tua debolezza (tentazione) più grande. Solo al momento in cui la scopri, la individui, capisci che devi sconfiggerla, che devi vincerla.

 

Liberaci dal male

L'ultima invocazione del Padre Nostro non è altro che il prolungamento della domanda: "non ci indurre in tentazione", e insieme ne è anche l'interpretazione.

Cominciamo da alcune note di esegesi.

li testo greco suona più forte della traduzione. Per avvicinarci meglio al senso dell'originale greco non biso-gnerebbe tradurre "liberaci", ma "strappaci".

Si invoca che la potenza di Dio ci difenda e ci liberi da una forza che fa pressione su di noi, quella del male, e se ne implora la salvezza.

La frase originale greca parla del "maligno"; è un aggettivo maschile, una personificazione. Di frequente nei testi del Nuovo Testamento la parola "il maligno" indica satana.

In Matteo 13,19 Gesù, dopo avere raccontato la parabola del seminatore, dice: "Tutte le volte che uno ascolta le parole del regno e non le comprende (non l'ac-cetta, la rifiuta), viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore".

Nella parabola della zizzania, Gesù ritorna allo stesso concetto.

La zizzania seminata sul buon grano per soffocarlo è opera del maligno: "è il maligno che ha fatto questo" (Mt. 13,38). E San Paolo nella lettera agli Efesini dice: "tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potreste spegnere tutti i dardi infuocati del maligno" (Ef. 6,16).

Giovanni nella prima lettera scrive: "scrivo a voi gio-vani perché avete vinto il maligno" (1 Gv. 1,13); e ancora: "Ho scritto a voi giovani perché siete forti e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno" (Gv. 1,14).

Alla luce di questi testi si comprende bene quale fosse la mentalità dei primi cristiani. Cristo ci ha resi vitto-riosi contro satana, ma satana non disarma; il pericolo di satana incombe sempre.

San Paolo per confortare i cristiani di Colossi dirà che Cristo "ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Col. 1,13).

La lotta durerà sempre qui in terra, noi però siamo ancorati a Cristo, e Cristo ha vinto satana; finché preghia-mo e vigiliamo, satana non può nuocere.

Don Orione diceva: "Ricordati che il maligno c'è ovunque, ma anche Dio non è solo in chiesa, è ovunque. Non ti disperare in mezzo alle sofferenze, ma non dire Dio mi ha abbandonato, ricordati che tu non sei mai solo".

Liberaci dal male è l'invocazione che noi siamo abi-tuati ad elevare a Dio nei momenti della sofferenza senza pensare che noi tutti siamo votati alla gioia.

Il destino umano non è l'inferno e tanto meno il nulla delle bestie. Un cavallo non sorride. Il sorriso è il segno della superiorità della creatura ragionevole sulle bestie. Un martire cristiano va incontro ai leoni, sorridendo.

Il sorriso del martire, che è nella sofferenza, non può finire all'inferno.

Per comprendere infatti nel loro giusto valore ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione agli abituali e originari modi di intendere, e di esprimersi.

Questo è appunto il caso dell'ultima domanda del "Padre nostro - Liberaci da ogni male".

Noi spesso intendiamo con questa domanda che Dio ci liberi dai mali terreni, fisici, motivi di liberazione della sofferenza. Eppure attorno a noi, immersi in questa valle di lacrime, troviamo tanti momenti in cui Dio si manifesta e ci libera.

Lo scrittore francese Mounier, fondatore di Esprit, ebbe la sua primogenita colpita da encefalite irreversibile a 7 anni.

Ecco in quali termini di superiore equilibrio egli rac-conta la sua tragedia e come ha interpretato la frase: "Liberaci dal male".

"Françoise è caduta in un grande silenzio. Il suo bel volto è aperto da mattino a sera su un mistero che Dio solo conosce, senza un segno, senza un gesto di conoscenza".

Di lì a qualche settimana i medici confermano la dia-gnosi definitiva che blocca ogni speranza. L'uomo di fede scrive: "Io non ho mai conosciuto momenti così intensi di preghiera verso il Padre - liberaci dal male - come quando parlando con amici di poca fede venivo deriso per il mio amore verso Dio.

Tante cose dicevo a Dio e a quel volto che non rispondeva, liberami da ogni male, libera Françoise dalla malattia che l'ha colpita.

Dio non mi ha liberato dal male che colpiva Françoise; Dio mi ha rafforzato nella mia fede, attraverso quella bambina ammalata facendomi scoprire in Lei un Cristo vivente in mezzo a noi.

Silenziosa come un'ostia, splendente come l'ostia, vedevo in FranAoise il Padre che non mi ha liberato dal male fisico di FranAoise, ma mi ha rafforzato nella fede".

Da questa invocazione: "ma liberaci dal male" rica-viamo alcune riflessioni:

- La forza del male ci circonda e potrebbe anche tra-volgerci.

- Satana c'è ed è operante nel mondo, anche se tanta gente sghignazza. La sua più bella vittoria è appunto riuscire a far sghignazzare, riuscire a far credere che non c'è.

Ma Cristo ne ha parlato troppo, ed anche quando ci sembra che tutte le forze del male, sia fisico che morale, ci stiano schiacciando, c'è la forza di Cristo col suo Spirito che ci rafforza.

- Il Vangelo parla di ossessi e di esorcismi. Anche oggi ci sono le ossessioni diaboliche, tremende come al tempo di Cristo.

Bisogna imparare ad invidiarle e a domarle con la forza di Cristo. II Padre è capace di dare ad ogni uomo la gioia.

Molti giovani, li sento dire: "non crede in Cristo per-ché non è un uomo liberante; la libertà viene dal mondo, dai mass media, dalle discoteche ecc.".

Questo è uno sbaglio enorme. Il Padre Nostro non ci parla di satana. Satana è un nome comune, significa avver-sario e deriva dal verbo ebraico "satana" che significa "essere nemico".

Nel Padre nostro noi impariamo da Cristo a non avere paura perché lui ha vinto il male, ha vinto il maligno. Satana è una forza che ci circonda, che ci camuffa, che ci minaccia, è attorno a noi in ogni momento per capire le nostre azioni, per farci del male; Cristo ci ha insegnato che abbiamo i mezzi per affrontare le forze del male.

Esse sono: la vigilanza e la preghiera: "vigilate, pre-gate per non entrare in tentazione" (Mt. 26,41).

Perché Cristo ha parlato tanto del Maligno "Satana" e ha insistito di pregare per esserne liberati? Perché Cristo conosce la nostra debolezza e la nostra ingenuità.

Tutti noi siamo bambini incantati che corrono spen-sierati a cogliere fiori senza avvertire che in mezzo ai fiori c'è il serpente.

Facendoci pregare ripetutamente per risolvere il pro-blema del male, Gesù ha voluto aprirci gli occhi contro ogni faciloneria. La nostra vita è una lotta tra il bene ed il male. Gesù è venuto per darci la sua forza, ma noi dobbia-mo renderci conto della nostra debolezza e del bisogno che abbiamo di Lui e della sua forza.

Oggi le manifestazioni del maligno son tante.

La prima è l'ignoranza religiosa. Siete ignoranti nella fede? Satana gode al vedervi ignoranti! Lui può far tutto su un giovane ignorante. Può fargli ingoiare tutto. Può insi-nuargli una mentalità di astio alla fede che diventerà una crosta coriacea.

Giovani, se non conoscete i Vangeli, se ignorate la Vostra fede, siete cittadelle smantellate da Satana. Qualunque programma antireligioso sarà capace di avvele-narvi.

Non saprete giudicare un film che dileggia la vostra religione, un libro che avvelena la fede.

Se siete ignoranti, siete degli indifesi, siete in balia di Satana. Come ci si difende?

è ovvio: con l'istruzione religiosa. Datevi da fare se vi sentite ignoranti nella fede, fermate i vostri preti, interroga-teli, fatevi indicare i libri adatti, della parola di Dio, leggete la scrittura, istruitevi.

Se vi si chiede di dare una mano nella catechesi non dite mai di no, perché istruendo i bambini voi imparate le cose che non avete ancora imparato della vostra fede.

Il poeta patriottico Giosuè Carducci, affetto da mas-siccio virus anticlericale, ha creduto di individuare in Cristo un maestro di angoscia, "cruciato martire, che cruci i popoli e di tristezza 1'aer contamini".

Viceversa il Papa Giovanni Paolo II il cui volto aperto sembra il sacramento della misericordia di Dio, ha imposta-to il suo programma sui giovani, nuove colonne per la chiesa del 2000. Chi dei due merita credito?

Diamo la parola ai documenti. La parte centrale del Vangelo è il discorso della montagna.

Esso è stato da Gesù pronunciato su una collina o sulla spianata di una montagna; è questo discorso uno dei più rivoluzionari.

Anzi è l'unico discorso rivoluzionario pacifista e dice: "Beati ..... Beati .....".

Ma il mondo ha sempre predicato il contrario, e cioè beati i ricchi con la fuoriserie; beati i ridenti tra i banchetti e le donne ridenti; beati i duri, che sanno imporsi sugli altri, beati i bellicosi che conseguono vittorie. I risultati di queste beatitudini mondane li abbiamo sotto gli occhi. La menzogna di Satana dilaga un po' ovunque ed è di altra classe.

Tutti la bevono, e ne restano avvelenati. Voglio parla-re dei mass-media, dove satana insegna con la menzogna, con la pornografia, con l'educazione alla violenza. è una forza potentissima che si infiltra nella società umana e ne condiziona il pensiero e il comportamento.

Pensate che forza: milioni di copie di quotidiani che circolano ogni giorno tra le mani della gente; milioni di spettatori di film; milioni di apparecchi radio, milioni di apparecchi TV.

Con questi strumenti satana può inquinare il mondo a volontà. Ci riesce facendoli diventare strumenti di menzo-gna o di pornografia o di educazione alla violenza.

Giovani, bisogna reagire! Siete Voi che costruite il mondo di domani. L'impero di satana sono i mass-media, con cui egli può capovolgere la verità e bloccare il bene.

Giovanni Paolo II lo ricorda in un discorso del 1995 fatto ai giovani. Bisogna denunciare! Bisogna boicottare! Bisogna creare!

Giovani, quando vi chiedono una mano per una emittente che argina satana, datela generosamente. Imparate ad unire le vostre forze; è per questo che sono nati un po' ovunque, per i giovani, scuole di preghiera.

Giovani, ora qui vi propongo una sfida. Potete accet-tare e provarla, o rifiutarla passando avanti incolumi. Ma sappiate che se rifiutate vuol dire che non avete il coraggio di affrontare la realtà, vuol dire che vi state nascondendo dietro un qualcosa di effimero ed inconsistente, che avete paura di uscire allo scoperto perché sapete il rischio cui andate incontro: quello di subire una sconfitta. Or dunque la sfida è questa: entrate in una chiesa prendete in mano uno dei libretti di canto e cercate in esso il canto "Messaggio ai giovani".

Leggetene le parole, meditatele, fatele vostre e poi uscite ripetendo a voi stessi: "Quel messaggio è rivolto anche a me, che sono giovane soprattutto nello spirito - Ed io ti farò diffusore di esso, tra i giovani".

Giovani, così facendo voi accettate una prova, una sfida, che indipendentemente dal risultato, Vi farà crescere nella consapevolezza della vostra forza e della vostra libertà di decisione sul futuro.

Ho la convinzione che il giovane che incomincia a pregare, comincia a cambiare, vince il suo individualismo, comincia a sentire il bisogno degli altri, comincia a collabo-rare con gli altri.

Cristo ha vinto satana! Non è satana il più forte; Dio Padre ci libera dal male; il bene sulla terra è immenso. Certo, si vede tanto male perché il bene, per sua natura, se è vero bene, non si mette mai in piazza, non cerca la récla-me, non attira i flash!

Nonostante la certezza e la forza di Cristo che ci libe-ra, in molti può esserci il pessimismo. Si, anche in questo Satana ha imparato ad inquinare tutto.

Imbratta anche i giornali cristiani, imbratta tutto; la chiesa è piena di gente che si lamenta, col muso lungo, inquinata, travolta dal pessimismo.

Tutto ciò è sbagliato; il cristiano non può pensare da pessimista; non può parlare da pessimista; non può essere pessimista.

Perché il cristiano proclama di appartenere tutto a Cristo, e Cristo ha vinto Satana. Cristo è il padrone del mondo; è il dominatore della storia; è il trionfatore del futuro.

Il bene che c'è nel mondo è immenso; giovani aprite gli occhi. è vero che nel mondo c'è gente che tradisce e disonora Cristo, ma c'è anche gente, ed è tanta, che per Cristo è pronta a dare la vita.

Con una forza umana di bene si preme così sull'uma-nità. Avete ancora, o giovani, il coraggio di accettare il pessimismo? è il male che oggi schiaccia l'umanità! Davanti a voi si aprono tanti settori di impegno: nel socia-le, nella vita religiosa; nel volontariato; nelle attività caritati-ve e culturali; nei diversi movimenti. Basta solo avere la voglia di fare, così si vince il male del pessimismo.

Dov'è che non è presente Cristo coi suoi testimoni pronti a dare anche la vita per la sua causa? Non vi accor-gete che oggi come mai, Cristo fa nascere tanti Profeti, uomini e donne grandiosi che riempiono di luce la nostra storia: Helder Camara, Madre Teresa, Roger Schutz, Chiara Lubich, Abbé Pierre, Paolo VI, Giovanni XXIII, La Pira, Raoul Folleraan, Giovanni Paolo II?

E poi Giulio, Alessandro, Chiara, Roberto, Maria Teresa, Luca, Fabio, Elena, Francesca, Paola, Guglielmina, Nella, Pinuccia ecc... tutta gente comune, gente di cui conosciamo solo i nomi, di cui, per alcuni, ricordiamo solo il viso, l'espressione, serena e tranquilla; gente sorridente che forse abbiamo incontrato per strada; persone di cui non sappiamo la storia ma che come i grandi nomi succita-ti hanno già cambiato qualcosa, hanno già trasformato la loro vita, e la vita di chissà quante altre persone, riempien-dole di luce. Uomini e donne comuni, che però sono già tra noi, vivono magari con noi.

Si, c'è del male sulla terra, ma perché la stampa cat-tolica lo mette continuamente in evidenza? Perché non fa lo stesso servizio per il bene? Se il male è tanto interessan-te, non lo è altrettanto il bene?

Non si è sempre detto che gli spacciatori di droga sono più delinquenti dei consumatori? Oggi tanta stampa spaccia droga, perché spaccia pessimismo, ed ha via libera in ciascuno di noi.

Al tempo di Cristo c'erano gli ossessi. Esistono anche oggi! Ecco le loro etichette: violenza, droga, alcool, sesso, prostituzione.

Gli ossessi facevano pena a Cristo, venivano trasci-nati ai suoi piedi, oppure essi stessi accorrevano a Lui. Cristo non aveva paura degli ossessi. Spesso si interessava di loro.

Che cosa dobbiamo fare degli ossessi dei tempi nostri? Dobbiamo comportarci con loro come ha fatto Gesù: sentire un'infinita compassione e andare verso di loro portando la potenza di Dio. Un ossesso non si libera a parole; il male non si scaccia con parole; in tutto c'è biso-gno di Cristo!

A tutti questi fratelli noi dobbiamo dare Cristo ed allora diventeremo strumenti del Padre che "ci libera dal male".

Dobbiamo scoraggiarci perché ci sono tanti drogati, alcoolizzati, erotizzati, prostitute, terroristi? NO! Cristo è venuto per loro! Dobbiamo dare a loro Cristo perché Cristo lo vuole liberare dal male; Cristo lo ama con una tenerezza infinita!

"Liberaci dal male", ... Cristo vuole guarire ogni sin-golo uomo che è operatore di male nella nostra società. Ma lo vuole raggiungere attraverso di noi. Allora, giovani, diamoci da fare!

Non contate storie a un ragazzo o ragazza drogati, ma portateli da un medico. No! Un ossesso non lo si porta da un medico. La sua è una malattia che mette in sfacelo l'anima prima del corpo. Il medico non può farci niente.

è solo Cristo che guarisce; portateli da Cristo, fate incontrare Cristo. Cristo può mettere la sua mano sulla Al tempo di Cristo c'erano gli ossessi. Esistono anche oggi! Ecco le loro etichette: violenza, droga, alcool, sesso, prostituzione.

Gli ossessi facevano pena a Cristo, venivano trasci-nati ai suoi piedi, oppure essi stessi accorrevano a Lui. Cristo non aveva paura degli ossessi. Spesso si interessava di loro.

Che cosa dobbiamo fare degli ossessi dei tempi nostri? Dobbiamo comportarci con loro come ha fatto Gesù: sentire un'infinita compassione e andare verso di loro portando la potenza di Dio. Un ossesso non si libera a parole; il male non si scaccia con parole; in tutto c'è biso-gno di Cristo!

A tutti questi fratelli noi dobbiamo dare Cristo ed allora diventeremo strumenti del Padre che "ci libera dal male".

Dobbiamo scoraggiarci perché ci sono tanti drogati, alcoolizzati, erotizzati, prostitute, terroristi? NO! Cristo è venuto per loro! Dobbiamo dare a loro Cristo perché Cristo lo vuole liberare dal male; Cristo lo ama con una tenerezza infinita!

"Liberaci dal male", ... Cristo vuole guarire ogni sin-golo uomo che è operatore di male nella nostra società. Ma lo vuole raggiungere attraverso di noi. Allora, giovani, diamoci da fare!

Non contate storie a un ragazzo o ragazza drogati, ma portateli da un medico. No! Un ossesso non lo si porta da un medico. La sua è una malattia che mette in sfacelo l'anima prima del corpo. Il medico non può farci niente.

è solo Cristo che guarisce; portateli da Cristo, fate incontrare Cristo. Cristo può mettere la sua mano sulla testa di un drogato e lo può guarire all'istante, se voi avete fede e lui buona volontà.

Perché Cristo normalmente arriva alla persona solo per mezzo della nostra fede.

Chi è quella persona che, avendo sovrabbondanza di qualcosa, non accetta di donare quella stessa cosa a colui che è "sofferente" perché privo di essa? Lascerete voi di vostra volontà, patire e soffrire colui che viene a chiedervi un aiuto?

E allora pregate sui drogati, sugli alcoolizzati, sulle prostitute e su tutti gli ossessi; pregate e digiunate. Se vi dicono che vogliono veramente guarire, allora il più è già

fatto, portateli da Cristo. Implorate con fede il miracolo, imploratelo con costanza finché caccerete il male che è in possesso dell'ossesso.

"Questo sarà il segno di quelli che crederanno: imporranno le mani sui malati e guariranno" (Mc. 16,17). Wilkerson ha moltiplicato negli Stati Uniti ed in altre nazioni i suoi centri antidroga, anti-alcool.

Quando un giovane vuole veramente guarire, un gruppo di ragazzi e ragazze lo accoglie, dieci giorni, venti, un mese.

Nessuna medicina viene praticata, nessun medico; solo la carità e solo la preghiera di questi giovani: mettono colui che deve guarire davanti a Cristo ed implorano che lo tocchi.

Solente di lì nascono i salvatori di altri drogati, di altri alcolizzati.

Cristo è vivo! Cristo ci vuole liberare! "Padre per mezzo di Cristo liberaci dal male".

 

Conclusione

A proposito del Padre Nostro, Santa Teresa d'Avila dice che "c'è da lodare Dio nel considerare la sublime per-fezione di questa preghiera evangelica. Come si vede bene che fu insegnata da quel maestro.

Ognuno può servirsene secondo i suoi particolari bisogni; perché in poche parole racchiude tutto quanto si può dire. lo ne sono tutto meravigliato e mi pare che, avendo questa preghiera, non ci debba più occorrere altro libro, bastandoci essa sola".

La preghiera del Padre nostro, insegnataci da Cristo, infatti, è la sintesi della fede, è preghiera sicura e sublime, sazia l'anima e la libera da ogni ansia e paura dell'ignoto e del male. è un grido di ferma speranza nell'amore di Dio che sovrasta il mondo ed è all'origine dell'epopea della sal-vezza dell'umanità. è uno specchio che riflette l'immagine del Padre celeste e quella dell'uomo: di Dio nessuno può dire e capire tutto; l'uomo è, in fondo, un universo inesplo-rato; è, a suo modo, un mistero.

Ognuno ha il suo segreto e porta nell'intimo un cari-co di gioie e di pene, di desideri inespressi e di confuse speranze.

La preghiera di Gesù può e deve suscitare in noi echi infiniti. Ognuno deve dire il suo "Padre nostro" raccoglien-do la voce del proprio amore, non nel senso di dare alle parole divine significati non giusti.

Sant'Efrem, diacono, asceta e profeta, scriveva nE IV secolo: "Chi è capace di comprendere, Signore, tutta li ricchezza di una sola delle tue parole? E molto più ciò ch, ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere.

Siamo proprio come gli assetati che bevono ad uni fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come nume rose sono le prospettive di coloro che la studiano. ~ Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, per ché coloro che la scrutano possono contemplare ciò ch' preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che cori templa. La sua parola è un albero di vita che, da ogr parte, ti porge frutti benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto, che divenne per ogni uomo, da ogrì parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, dic, l'Apostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spiri tùale (cf. 1Cor 10,2). Colui al quale tocca una di queste ric chezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dií oltre ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto ch, egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cos; fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, no creda che questa venga da ciò impoverita. Incapace C esaurirne la ricchezza, renda grazie per la immensità q essa. Rallegrati perché sei stato saziato, ma non rattristar) per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui ch, ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non rii sce a prosciugare la fonte. è meglio che la fonte soddisfi li tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tui sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bere ai essa di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se inveo' saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tu; sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormc' rare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso d portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tu. eredità".

L'esperienza del Padre nostro è stata vissuta alla fine del 1998 dai centomila giovani accorsi da ogni parte della terra per partecipare al 21° incontro del Pellegrinaggio di fiducia sulla terra organizzato dalla comunità di Taizé.

Il santo Padre Giovanni Paolo II ha invitato, nel suo messaggio, tutti i partecipanti ad abbandonarsi con fiducia all'amore del Padre che fa vivere tutti gli uomini, nello spi-rito di abbandono e liberazione.

Ha scritto Kofi Annam, segretario generale dell'ONU, ai giovani cristiani e non, ma partecipanti al congresso: "Il Vostro incontro e la fede che lo anima sono unici.

In un'epoca in cui l'emarginazione e l'indifferenza diffondono i loro dannosi effetti ai quattro angoli del piane-ta, la vostra manifestazione è una ventata di speranza per il futuro dell'umanità.

Il Padre che invocate affidandogli le vostre vite e pre-gandolo di liberarvi dal male, vi sostenga".