UN MONDO SECONDO IL CUORE DI DIO

presentato da José Barriuso - Milano 1979

PRESENTAZIONE

Dal mese di maggio 1967 si vengono pubblicando, sotto diversi titoli, alcuni scritti che trattano tutti lo stesso argomento, benché ciascuno lo consideri da un punto di vista diverso. Uno di essi è « Un mon-do secondo il Cuore di Dio », che è stato pubblicato in lingua spagnola nell'anno 1970 e che appare ora in lingua italiana.

Scopo di questi scritti è di ricordare e di spiegare, a partire dalle sue più profonde radici, una verità di cui l'umanità ha oggi profondamente bisogno. Essi non riguardano infatti gli aspetti emozionali e morali della vita umana, ma vengono a portar luce sul-l'origine dell'uomo, sul suo processo di sviluppo, sul momento d'evoluzione nel quale si trova e sulla sua realizzazione finale, nella quale assume significato la sua esistenza.

Essi vengono a farci capire i disegni di Dio, ri-muovendo i veli che impediscono la visione, in unità, dell'unica realtà che le Scritture annunciano in ogni loro parte. Vengono a spiegarci la necessità che ha l'uomo di conoscere sé stesso e di identificarsi con la Volontà di Dio per la sua realizzazione. Perché il Regno di Dio non giungerà se non attraverso la libertà dell'uomo, libertà che Dio rispetta sempre al di sopra di qualsiasi altra cosa.

La parola adatta per presentare questi scritti sa-rebbe "Messaggio", ma questa parola è logora perché sono molte le persone che si presentano come porta-trici di messaggi del Signore, e non sono altro che aneliti pii, molte volte bene intenzionati, ma non sono "la verità" e non rivelano niente di nuovo.

Perciò non è agevole oggi parlare di un Intervento Divino; tuttavia la fedeltà alla coscienza lo esige. Dice la persona che ha ricevuto il "Messaggio": « Il Si-gnore mi ha fatto conoscere che è importante e ne-cessario che il mondo sappia che si tratta di un Inter-vento Divino ».

Ad una visione superficiale potrebbe sembrare in-giustificato, in quanto non necessario, un intervento del Signore per far conoscere qualcosa che, a giu-dicare dalla frequenza con cui appare in espressioni verbali, tutti già conoscono. Niente infatti di più corrente di frasi come queste: « Fare la Volontà di Dio », « Sia ciò che Dio vuole » e tante altre espres-sioni equivalenti. Tuttavia il contenuto di queste espressioni e concetti non arriva ordinariamente a toc-care la verità.

La Volontà di Dio può essere intesa o come Permissione di Dio - e questo è il senso più fre-quente in cui l'espressione è usata - o come vera e propria Volontà di Dio. In ambedue i casi l'energia, Forza Attiva, è di Dio, procede da Dio, ma nel primo caso è l'uomo che agisce con l'energia divina che Dio mette a sua disposizione, cioè al servizio della sua libertà, e nel secondo invece è Dio che agisce attraverso l'uomo, quando questi gli ha dato la sua libertà.

Percepire questa differenza di significato in espres-sioni che superficialmente si presentano identiche, è qualcosa di molto importante; comporta un grado di evoluzione dell'essere umano al quale non tutti sono arrivati. La spiegazione della natura intima di questo è ciò che il Signore ci dà col suo intervento, allo scopo di preparare e provocare, se così si può dire, una presa di coscienza. Naturalmente a chi non abbia raggiunto quel grado di evoluzione sarà im-possibile comprendere tutto ciò, ma, come abbiamo detto, è proprio per provocare questo momento che interviene il Signore.

Fintanto che questo non si sia dato, l'uomo non può identificarsi con la Volontà di Dio e non può, di conseguenza, raggiungere la sua piena e vera rea-lizzazione. Senza la conoscenza di sé stesso, l'uomo ignora che si trova in un processo di evoluzione nella conoscenza e nella coscienza del bene e del male, e poco è ciò che può comprendere circa l'origine, lo sviluppo e la finalità della presenza dell'uomo sulla terra.

Se si manca di questa conoscenza risulta impos-sibile comprendere come possa avvenire che ci siano individui che al chiudersi il circolo dell'evoluzione collettiva dell'umanità non abbiano raggiunto il grado di evoluzione individuale che permetta loro di di-scernere questo momento di chiusura e che, per ciò stesso, non arrivino alla meta della realizzazione del-l'essere umano dietro la quale vanno, realizzazione che consiste nell'identificarsi con la Volontà di Dio lasciando liberamente e coscientemente che sia Lui a fare. A questo si riferiva Gesù quando diceva: a Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d'in-verno o di sabato » (Mt 24, 19-20).

Gesù voleva dire che coloro che si trovino an-cora nel processo di gestazione o di allattamento (vale a dire in stato di evoluzione non compiuta) e non abbiano dato alla luce la "nuova creatura" o che, pur avendola data alla luce, questa non abbia raggiunto la robustezza che le permetta, quando si chiuderà il circolo dell'evoluzione collettiva dell'uma-nità, di camminare da sé (ciò che esprime la parola "fuga" di Gesù), resteranno nello stato in cui in quel momento si trovino: non sono arrivati a com-prendere il significato del momento, non hanno raggiunto nella loro evoluzione la maturità che avreb-be loro permesso di comprenderlo.

Perciò questo "Messaggio" non è solamente un insegnamento, ma anche un "richiamo" urgente e pressante « affinché gli uomini riconoscano la verità e si dispongano ad entrare nella sua Misericordia prima che si manifesti la sua Giustizia ».

Coloro in cui non si è compiuta l'evoluzione della quale qui si parla, si trovano nella "Permissione", stanno nel "fare", non possono comprendere che ciò che viene richiesto è di lasciare che sia l'ESSERE a fare; e anche coloro che per il loro grado d'evo-luzione hanno potuto o possono capire che la "rea-lizzazione" non consiste nel "fare", se non si di-spongono a "rinnegare sé stessi" e rimangono libe-ramente e coscientemente in sé stessi, nel "fare", restano nella "Permissione".

Le folle che domandavano a Giovanni Battista « Che cosa dobbiamo fare? » stavano ancora così, nel "fare". Giovanni rispondeva loro: « Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da man-giare faccia altrettanto » (Lc 3, 10-11). Quanti an-cor oggi sono come loro, e ancora non si rendono conto che non è nel "fare" che dobbiamo realizzarci!

Giovanni Battista si trovava nella stessa condi-zione, infatti indicava opere che si dovevano fare per prepararsi a comprendere quanto stava per av-venire in quel momento (al quale il nostro momento assomiglia), però non vi si trovava in modo da non sapere che il fare opere non era quello che contava: egli stava aspettando un altro e perciò manda a dire a Gesù: « Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspet-tare un altro? » (Lc 7, 19). Per questo Gesù disse di lui: « In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui » (Mt 11, 11 ).

Quando la gente faceva la stessa domanda a Gesù: « Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio », Egli non rispondeva come Giovanni, ma di-ceva loro che non erano opere ciò che dovevano fare: « Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato » (Gv 6, 28-29).

« Credere nella parola di Dio non è voler far noi realtà quella parola ascoltata, ma OBBEDIRE allo Spirito Santo affinché la virtù dell'Altissimo ci copra con la sua ombra ed Egli stesso dia a quella "parola" la "forma" della sua Volontà » (Peregrinación del Pueblo de Dios - Esplicación de los grabados, Madrid 1971, p. 132) '.

Il Vangelo dice la stessa cosa in molte parti, ma in un modo particolarmente esplicito con queste parole: « Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore„ non abbiamo noi pro-fetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? » (Mt 7, 21-22).

Tutte queste cose le hanno fatte nel Suo nome, ma non le ha fatte Lui. Fare cose tanto grandi come profetare, cacciare i demoni e compiere miracoli, e non solo queste, ma anche qualsiasi altra cosa, non le può fare l'uomo senza l'energia divina che Dio mette a sua disposizione. Tutto questo Gesù lo con-sidera fatto, sì nel "potere" di Dio, cioè nella "Per-missione", ma non nella "Volontà" di Dio, per cui coloro che operano così non entreranno nel Regno di Dio, giacché nel Regno di Dio entreranno solo coloro che fanno la Volontà del Padre. L'insegna-mento centrale della vita di Gesù è questo. « Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, ma un corpo mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà. Dopo aver detto prima: non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offer-te, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre » (Eb 10, 5-10).

Dopo di Gesù, nel decorso dei secoli, nella pra-tica si è via via prodotto un offuscamento di questa verità. Oggi la semplice pretesa o il semplice desi-derio di voler seguire l'esempio di obbedienza di Gesù al Padre in tutta la sua radicalità, come Lui con la sua vita ce l'insegnò, sono considerati in certi ambienti temerità, novità e perfino scandalo. Non è possibile, dicono. Come si potrebbero portare avanti le opere? E coloro che parlano così non si doman-dano - e neppure sorge in loro il dubbio - se quelle che chiamiamo "opere per Dio" sono vera-mente opere volute da Dio o non piuttosto opere che Dio solamente permette affinché, esercitando la nostra libertà, prendiamo coscienza in esse di ciò che Dio realmente vuole.

In alcune persone però questa dottrina è stata presente.

Santa Teresa compendia in parole semplici tutta la tradizione dalla sua origine, dicendo: « L'unico impegno di chi comincia la vita di orazione, e ciò non si dimentichi perché è importantissimo, deve essere di lavorare per risolversi e disporsi, con tutta la diligenza che può, a conformare la sua volontà a quella di Dio. E, come poi dirò, si stia certi che in ciò consiste la perfezione massima che si può rag-giungere nel cammino spirituale. Non crediate che si tratti di qualche nuova astruseria o di cose mai cono-sciute ed intese: il nostro bene sta tutto qui » (Santa Teresa: Castello interiore, seconde mansioni, n. 8).

San Giovanni della Croce, con molti altri, affer-ma la stessa cosa, benché le sue parole sembrino essere la risposta ad una difficoltà od obiezione: « Per quan-to sia difficile - dice - trovare un'anima guidata in-teramente dal Signore e arricchita della continua unio-ne, durante la quale le potenze sono divinamente occupate, tuttavia se ne trovano abbastanza frequen-temente alcune che sono mosse da Lui nelle loro azioni e non si muovono da sé stesse » (San Giovanni della Croce: Vita, 1. III, c. 1).

Un autore recente, di questo secolo, che compendia gli insegnamenti dei vari autori sull'argomento e dal quale attingo questi dati (Dom Vìtal Lehodey, El Santo Abandono, Barcelona 1968, pp. 606-620), dopo di aver detto quanto precede con le parole di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce, quasi temesse che esse dicessero troppo, si affretta ad at-tenuarne il senso, aggiungendo: « Ma, in queste ma-terie così delicate, si devono temere le illusioni ». Senza dubbio illusioni se ne sono avute e questo ha forse quasi giustificato l'atteggiamento pressoché ge-nerale che si è andato producendo. Questo stesso autore cui ci siamo riferiti, quasi per tranquillizzarci al riguardo, continua citando testimonianze di persone dotte e sante che per cautelarsi contro questi pericoli consigliavano di ricorrere a direttori, confessori, su-periori, maestri spirituali, ecc., di tornare insomma alle creature. Non è che questo si possa dire cattivo: se glielo chiedeva la loro coscienza, era tutto quello che potevano fare; ma ciò non significa che si debba farne una norma per tutti e non significa che non sia vero che Dio ci chiama all'intimità diretta e senza intermediari.

A sostegno di questo insegnamento è portata molto spesso anche l'autorità di Santa Teresa. Ma è molto probabile che, lungi dal negare o dal mettere in dubbio quanto essa stessa in altra occasione af-ferma così esplicitamente, la Santa in questi casi si rivolga a persone che si trovano in un diverso stato, che non permette loro ancora di capire. Peraltro è a tutti nota la situazione esistente al riguardo nel suo tempo. Per comprendere il suo reale pensiero è molto importante ciò che essa dice di aver osservato nel suo rapporto con il Signore, come cioè al Signore non piacesse che le creature si opponessero a ciò che Egli stesso voleva indicare direttamente all'anima.

Ma un caso tipico che ci fa conoscere che un reale offuscamento si è dato su questo punto è quello di Santa Margherita Maria Alacoque. Racconta uno dei suoi biografi che in una certa occasione il Signore ebbe a dirle: « Per l'innanzi adatterò le mie grazie allo spirito della regola, alla volontà della tua superiora e alla tua debolezza. Abbi per sospetto tutto ciò che potrebbe sviarti dall'esatto compimento di tutto que-sto. Desidero che questo sia ciò che preferisci a tutto il resto, compresa la volontà delle tue superiore alla mia » (Mgr. Gauthey: Vida de la Beata Margarita Maria, nn. 72, 179 e 180). Questo indica quale fosse, quasi generalmente, la comprensione di questo inse-gnamento nei secoli XVII e XVIII, comprensione che da allora in qua non ha fatto altro che impoverirsi fino a giungere a trasformare le parole stesse del Sacro Cuore alla santa in uno strumento per mante-nere legate alla "Permissione" le anime religiose, ostacolando così, o stroncando, le loro ansie di li-berazione.

Tuttavia l'insegnamento di questo fatto è molto chiaro: è la necessità che ha l'uomo, per poter pia-cere a Dio, di operare nella Volontà di Dio e non nella Permissione. Siccome la Santa, per la incom-prensione di questo nel suo ambiente e per la in-sufficienza della sua evoluzione personale, non poteva operare nella Volontà, e neppure conoscerla per com-pierla, il Signore stesso le dà un comando in virtù del quale, senza passare attraverso le creature, rea-lizza ciò che Dio le ordina, la Volontà di Dio. Dio non può compiacersi in niente che non sia la sua Volontà. In ciò che le creature le ordinano la Santa compie la Volontà del Signore e non quella delle creature, anche nel caso esse le ordinino qualcosa che si opponga a ciò che direttamente Egli le aveva chiesto.

Fintanto che la volontà dell'essere umano è orien-tata alle creature (regole, costituzioni, superiori, ecc. ) obbedisce alle creature e attraverso di esse a Dio. L'essere umano, in questo stato, non è libero. Non si vuol dire che ciò sia cattivo; però la sua evoluzione non l'ha ancora portato alla libertà. Fintanto che la volontà dell'essere umano continua a stare nelle creature, neppure Dio può liberarlo, perché Egli ri-spetta sempre la volontà delle sue creature libere. Il comando che il Sacro Cuore dà alla Santa la toglie dalle creature e la mette al di sopra di esse; senza lasciare di compiere ciò che le creature le chiedono, essa fa la Volontà di Dio, il quale le ha fatto cono-scere direttamente la sua Volontà, ciò che deve fare.

L'esigenza di questa libertà sembrerebbe lasciare aperta la porta ad ogni sorta di aberrazioni del pro-prio giudizio, ad un soggettivismo senza limiti, ma non c'è altra via. E comprendendo che questo è il vero insegnamento di Gesù, mentre ci troviamo in una reale condizione di offuscamento di esso, ci possiamo chiedere: si può conoscere direttamente la Volontà di Dio? Nessuno può farla conoscere; noi non pos-siamo conoscerla; essa infatti è libera e superiore a noi. Una chiarificazione al riguardo, conforme all'in-segnamento di Gesù, sarebbe quella che un autore dà su questo punto: « Il cristiano domanda se può conoscere la Volontà di Dio. Guardi anzitutto i segni che gli sono dati, si inchini con amore davanti agli avvenimenti che spezzano la sua vita, osservi i co-mandamenti, presti orecchio ai consigli di Gesù e quanto prima i segni si moltiplicheranno attorno a lui. Ma si ricordi anche che non sono che dei segni; il suo desiderio lo trascini dunque più avanti, ripeta la preghiera del salmista: Signore, fammi conoscere la via in cui devo camminare, insegnami a fare la tua volontà (Sal 142), e allora il suo amore riconoscerà l'amore stesso di Dio. "Chiunque fa la volontà del Padre mio, questi è per me fratello, sorella, madre" (Mt 12, 50; Mc 3, 35) ». (François Louvel, O.P., Peut-on connaître la volonté de Dieu?, La Vie Spi-rituelle, janvier 1962, n. 479, pp. 72-81).

La grande Rivelazione quindi del Sacro Cuore di Gesù al mondo attraverso la debolezza del suo stru-mento, Santa Margherita Maria, è che si faccia la Volontà di Dio, che si lasci fare a Lui la sua Volontà in noi. è la somma Rivelazione della sua Miseri-cordia.

Ma come si è potuto arrivare a questo offusca-mento quasi generale circa una verità che la Scrittura insegna esplicitamente in molti passi e quando la Vita di Gesù non è stata altro che un vivere questa verità? Si è arrivati a questo perché era necessario. « Il "popolo gentile" doveva passare per la stessa via che percorse il "popolo ebreo" per poter ricevere "la Promessa": conoscere la Legge e i precetti, come comando di Dio per loro (Legge di Dio e precetti ecclesiastici), affinché per la Legge e i precetti co-noscessimo il peccato e ci confessassimo rei davanti a Dio. Affinché non potendo da noi stessi dar com-pimento alla Legge, ci riconoscessimo impotenti e cercassimo nei nostri cuori Cristo "compimento della Legge" - "poiché la legge non portò nulla a perfezione ma servì solo ad introdurre una speranza migliore" -. Poiché noi cristiani non solo avevamo per Cristo la Legge per riconoscerci peccatori, ma anche la fede e le primizie della Promessa... » (Pe-regrinación del Pueblo de Dios - Explicación de los grabados, p. 85).

Questa situazione di offuscamento che si è data nel "popolo gentile" corrisponde alla situazione del "popolo ebreo" uscito dall'Egitto verso la Terra Pro-messa, quando dovette passare attraverso la lunga esperienza purificatrice del deserto. è il ritorno al punto di partenza, l'Egitto, dove gli Ebrei ritornarono col cuore, come dice Santo Stefano parlando di questa esperienza che noi consideriamo esclusiva degli Ebrei, mentre se è stata conservata negli Atti degli Apostoli ciò è avvenuto per noi: « Si volsero in cuor loro verso l'Egitto, dicendo ad Aronne: Fa per noi una divinità che ci vada innanzi, perché a questo Mosè che ci condusse fuori dall'Egitto non sappiamo che cosa sia accaduto ». Gesù è morto ed è scomparso, come Mosè, agli occhi della nostra vita naturale. « E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono sa-crifici all'idolo e si rallegrarono per l'opera delle loro mani »: tornarono al "fare" opere per Dio, opere per quel Dio che veneravano come loro protettore. Ma « Dio si ritrasse da loro e li abbandonò al culto del-l'esercito del cielo »: li lasciò, per un tempo, nelle mani delle creature fino a che, nell'afflizione, tornas-sero ad invocare la liberazione.

Questo sviamento necessario, per poter giungere a renderci conto della nostra situazione e per metterci così in grado di poter vivere il Vangelo come espres-sione della Volontà di Dio, è ciò che abbiamo spe-rimentato nei secoli dopo Gesù. Francesco dovette vivere un'esperienza simile a quella che noi ora co-minciamo a vivere. Anche il suo risveglio avvenne per un Intervento Divino. « L'Altissimo stesso - dice - mi ha rivelato che dovevo vivere secondo la forma del Santo Vangelo » (San Francesco: Scritti completi, Testamento, B.A.C., Madrid 1945, p. 35). Mi ha sempre sorpreso che, essendo comandato a tutti di vivere secondo il Vangelo, a Francesco do-vesse essere ricordato questo con una rivelazione e che egli invocasse questa rivelazione per giustificare le sue scelte. Ma guardando la storia si comprende che effettivamente quella Rivelazione si era resa necessaria a causa dell'offuscamento che si era prodotto nella conoscenza di questa verità tanto fondamentale. Quella rivelazione fu completata a Francesco quando gli fu detto: « Francesco, va, e ripara la mia Chiesa che minaccia rovina » (Ib p. 551). Vi sono ancora molti oggi che, per timore di fermarsi ad un Francesco "visionario" e "muratore" vogliono vedere la risposta al "ripara la mia Chiesa che minaccia ro-vina" nella fondazione di ciò che nella storia abbiamo conosciuto come "ordini francescani". Se così dav-vero fosse, non avrebbe finito Francesco col fare un'opera in più, rimanendo al livello della sua prima comprensione della visione: raccogliere mattoni e sabbia?

Per questo, nel desiderio che la sua vera e pro-fonda comprensione si realizzi, ha dovuto venire a ripetere: « Figli miei, io vi diedi una Regola, sì, e benché non volli darvi altra Regola che il Vangelo del mio Signore, in quello che ho fatto io può anche es-serci molto errore. Perciò vi dico, figli miei: vivete il Vangelo puro e mi darete riposo!... Riparate la mia chiesa che minaccia rovina, mi fu detto; ed io comin-ciai a raccogliere mattoni, pietre e sabbia. Anche voi avete fatto la stessa cosa che allora feci io. Perché voi, fratelli miei, siete rimasti con Francesco Ber-nardone e non avete seguito lo strumento del Si-gnore ».

Vivete il Vangelo puro! torna a dirci Francesco, ripetendoci ciò che Egli comprese dal Signore: « Figli miei - dice - avete una missione da compiere, la missione più difficile che il mio Maestro poteva affi-darvi nei vostri tempi di attività e di ansia di fare molte cose "per Dio», quella di non fare niente affinché Egli possa fare e disfare in voi ciò che avete fatto da voi stessi ostacolando così l'Opera di Dio ».

Un Mondo secondo il Cuore di Dio che, come abbiamo detto all'inizio, fa parte dell'insieme di scritti coi quali ci è dato questo "Messaggio", viene preci-samente a spiegarci la differenza che c'è tra l'operare nella Permissione di Dio e l'operare nella Volontà di Dio, che è lasciar fare a Lui. E in relazione all'offu-scamento esistente sono smascherati e demoliti prin-cipi e valori che, senza essere tali, sono quasi una-nimemente tenuti come indiscutibili.

Alla luce dei disegni di Dio che in questo libro ci vengono rivelati in una visione generale, appare il vero significato di realtà del nostro mondo, quali l'autorità, il lavoro, il denaro, il sesso, l'amore, che nel mondo della Permissione appaiono in immagini distorte e contraffatte, appunto perché opera della Permissione e non della Volontà di Dio.

Viene denunciata la presenza dappertutto dello "spirito del mondo" che influenza tutto il nostro mondo e, fino a un certo punto, lo dirige tutto, per-ché « tutto il mondo giace sotto il potere del mali-gno » (1 Gv 5, 19).

Il mondo in cui viviamo è, quindi, il mondo del "fare" delle creature, non il mondo voluto da Dio. è il mondo della Permissione che si trova nelle mani dell'Angelo Caduto perché l'uomo con la sua libertà gli ha aperto la porta e glielo ha consegnato; è per-tanto un mondo che necessita di riscatto.

Qual è allora il mondo voluto da Dio, di cui nella Scrittura (Gen 1, 31) si dice: « E Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco, era molto buono »? L'argomento di questo libro è appunto la spiegazione di questo passo della Scrittura.

José Barriuso

Betlemme, 20 maggio 1979

 

ELEVAZIONE

Signore, un desiderio palpita nelle nostre anime: l'eterno!

Si dice spesso che è necessario creare un «mondo nuovo». è possibile questo? In primo luogo, il creare non compete all'uomo; è proprietà esclusi-vamente Tua, Signore. E in secondo luogo, il nuovo, per quanto bello ce lo immaginiamo, dura poco; e col passare degli anni, quel « nuovo» diventa qualcosa di « vecchio ».

Per questo, Signore, noi non vogliamo creare nien-te di nuovo, che, passato il tempo, possa trasfor-marsi in un museo di antichità. Noi non faremo niente. Soltanto una cosa: non ostacolare i tuoi progetti eterni, quelli che noi uomini, col nostro ribellarci, abbiamo impedito.

Signore, siamo stanchi di mondi nuovi e di stili nuovi di vita. Desideriamo, più o meno cosciente-mente, un « mondo eterno »: quel mondo ideato da Te fin da quando hai pensato di creare l'uomo. Dobbiamo staccarci da quell'ansia di creare, che, come un'asfissia, è venuta soffocando tutti i tuoi tentativi di instaurare nel mondo il tuo regno per darci la felicità eterna. E Tu sei così immensa-mente perfetto, Signore, che non passi sopra la nostra libertà per imporre i tuoi eterni desideri. Signore, dacci l'umiltà di star fermi. Insegnaci a lasciarti mettere in opera quel « mondo eterno » che instancabilmente vieni progettando su di noi.

 

INTRODUZIONE

Non è cosa facile immaginarsi la vita degli uo-mini in una forma diversa da come ci si presenta ordinariamente. Tuttavia, l'uomo che superasse con uno sguardo profondo le mille vicende del-l'attuale stato del mondo, potrebbe farsi questa domanda: come si sarebbe sviluppata la storia dell'umanità senza il peccato? Questa domanda ha un valore pratico, benché a prima vista non sem-bri. Lo sforzo di Gesù, nella sua predicazione, è proprio centrato in questo: restituire l'uomo a quello stato nel quale Dio lo "ha creato" e che ha stabilito per lui: « Siate santi, come santo è il vostro Padre celeste ».

Se il peccato non fosse penetrato nella storia dell'uomo, questa si sarebbe sviluppata con la spontaneità con cui si svolge il gioco dei bambini sotto lo sguardo affettuoso del padre; in breve, saremmo bambini felici. Adesso conosciamo il bene e il male, ma non siamo felici. Tuttavia, l'uo-mo aspira costantemente alla felicità, ma, siccome non la cerca dove l'ha perduta, si è creduto ca-pace d'inventarla. Per un istante pare che la rag-giunga, ma quella felicità è fugace, e un'altra "invenzione" viene a riempire il vuoto che aveva lasciato la precedente; e così di seguito.

Da ciò si potrebbe concludere: le invenzioni, che sono considerate come un progresso, sono conseguenza evidente del peccato. Senza di esso, le "invenzioni", che sono l'orgoglio dell'uomo "caduto", non esisterebbero. Questo non vuol dire che non le conoscerebbe; probabilmente le conoscerebbe meglio di quanto non le conosca ora, ma non darebbe loro l'importanza attuale, perché la conoscenza e la gioia del possesso di Dio riempirebbe la sua anima in un modo incon-cepibile per noi. Diamo forse importanza alla luce di una lampada quando abbiamo il sole raggiante di mezzogiorno? E, tuttavia, quella stessa lam-pada l'accendiamo a mezzanotte, e se non avessi-mo visto il sole, crederemmo che quella lampada è insostituibile. Questo ci porta ad una conclu-sione sommamente semplice: il peccato ha im-merso l'uomo nelle tenebre; e questi, in luogo di chiedere a Dio la vera luce, ha creduto di poterla inventare. Le invenzioni tecniche sono le lampade che l'uomo ha acceso in questa oscurità. Esse hanno riaffermato l'uomo in questo mondo, lon-tano da Dio, così che se ne considera padrone. L'uomo, anche credente, pensa che le invenzioni sono uno sviluppo dell'intelligenza che Dio gli ha dato. Bisogna dirgli che il vero sviluppo dell'intel-ligenza umana deve avere un'altra direzione: la conoscenza di Dio. Per questo Egli gliel'ha data, se non esclusivamente, certo principalmente. Il peccato ha cambiato l'orientamento delle cono-scenze dell'uomo: anziché in senso verticale, l'ha realizzato in senso orizzontale. E l'uomo si è talmente approfondito in quelle conoscenze, che e arrivato alla pazzia di credere non necessaria l'esistenza e l'assistenza di Dio.

Il tornare a quell'infanzia spirituale desiderata da Dio è per l'uomo un'opera più difficile che non la realizzazione di un volo spaziale. Tuttavia, le parole di Gesù sono lì come un invito dolce e forte insieme: « Se non diventerete come i bam-bini, non entrerete nel regno dei cieli », come pure queste altre: « In verità ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può entrare nel regno di Dio ».

Se cerchiamo di approfondire questo ritorno all'infanzia, troveremo diversi elementi fondamen-tali per costruire l'autentica felicità umana.

L'attuale angustia dell'uomo ha cessato di es-sere un'anormalità per diventare qualcosa di nor-male. Questa condizione è stata causata dall'as-senza di Dio. Mai come oggi Dio ha cessato di essere il centro della vita dell'uomo; e questo in un modo cosciente. Altri centri hanno assorbito l'interesse e l'attenzione degli uomini. Ma quelli non sono i centri naturali, voluti da Dio; da ciò i risultati opposti alla vera felicità umana; una specie di distorsione tormenta l'uomo nel più profondo del suo essere.

Il ritorno all'infanzia predicato da Gesù è la soluzione profonda, che arriva alle radici del male che risiede nell'essere umano, restituendogli la vita "normale". Per questo è necessario comprendere in che consiste quella nuova nascita, la quale deve essere tradotta in realtà con tutta la generosità della volontà, rinvigorita questa dalla grazia. Nes-suna zona dell'anima umana può disinteressarsi di questo lavoro rigeneratore. Nel momento che un'altra idea, o un altro lavoro, siano equiparati a questo, quella rinascita non avviene. E l'uomo rimarrà in quella condizione di angustia morale-spirituale.

Quella rinascita è una specie di parto realiz-zato dall'unione profonda della grazia e della volontà umana. Questa, in sé stessa, non trova altro che un caos di istinti e di passioni che com-battono nell'oscurità. Se l'uomo si chiude in sé stesso, credendosi capace di ordinare quel caos, si indurirà progressivamente fino a farsi un Dio. Per un osservatore superficiale quest'uomo può essere arrivato ad un dominio apparente delle forze cieche che si agitano in lui. Ma l'osservatore che ciascuno porta dentro di sé non può non sentire l'inquietudine in cui vive l'altra parte del suo "io", che si è creduta autosufficiente per rigenerarsi.

L'autentica rigenerazione dell'uomo non può venire che da parte di Dio, aprendosi alla sua grazia. Qualcosa come ciò che accadde nella Re-denzione: siccome nessun uomo poteva redimere gli altri uomini, perché tutti erano immersi nel peccato, Dio, nel suo grande amore, si fa uomo per redimerli tutti. Così pure, nessuna forza in-teriore dell'uomo può rigenerarlo, perché tutte si trovano contaminate. La soluzione divina del-l'Incarnazione e Redenzione si prolunga per mez-zo della sua grazia. è come se Dio si "incar-nasse" di nuovo per redimere ogni uomo dalle forze disordinate che combattono nel suo interno. A ciò manca un elemento decisivo a che si attui quel "rinascere" dell'uomo: la sua accetta-zione. Quella rinascita spirituale non può avvenire se non avvengono prima due cose: il riconosci-mento della propria impotenza e il ricorso umile al potere di Dio. Alla base della vera rinascita c'è un'umiltà vissuta e sincera. Essa ci porterà segre-tamente al Paradiso dell'Eden, quello stato d'unio-ne con Dio in cui vivevano i nostri progenitori prima di peccare. Là sentiremo la gioia di un triplice amore: l'amore di essere stati creati, l'a-more di essere stati redenti e l'amore di aver potuto cooperare alla nostra propria redenzione. Non avremo più pretese: l'umiltà ci avrà dato quelle disposizioni che Gesù esigeva per entrare nel suo regno: « Se non diventerete come i bam-bini, non entrerete nel regno dei cieli ».

Dopo aver raggiunto questa statura spirituale, non si può dimenticare un nuovo ostacolo: coloro che si decidano per quella rigenerazione, riceve-ranno i colpi dello spirito del mondo. L'umiltà di "bambini forti", secondo Dio, sarà da quello spirito giudicata come un'impotenza e un'incapacità. Fac-ciamo qui un altro passo: il "rinato" nello Spirito di Dio deve affermarsi davanti al mondo con un nuovo gesto di umiltà: deve accettare il fallimento piuttosto che servirsi della menzogna o della forza. Queste non sono le armi di Dio, benché le abbiano usate alcuni che si dicono figli di Dio. Natural-mente è duro accettare questo fallimento, ma ciò cui noi ci riferiamo non è un ordine naturale, bensì un ordine soprannaturale. Quella rinascita esige uno sguardo d'aquila, che non tenga in conto i valori stimati dal mondo: « Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede ». Se l'umiltà è la base della nostra "rinascita", la fede, infiammata dalla speranza e dalla carità, è la forza motrice che ci spinge ad agire secondo la nuova vita in Dio.

Perché niente mancasse, ci è stato dato un modello di vita perfetta, Gesù. Lui e il modello al quale devono conformarsi tutti i "rinati" per entrare nel regno di Dio. Orbene, che fece questo Uomo per accogliere nel suo seno il Figlio di Dio? Scomparire. La persona umana di Gesù "scom-parve" affinché in lui apparisse il Dio vivo. L`io" umano che in Adamo si riaffermò contro la volontà di Dio, in Gesù scomparve fino alla non-esistenza. Allora Dio, il Figlio, vive in questa Umanità di Gesù, santificandola fino all'infinito. Così pure, man mano che il nostro "io" vada scomparendo, andrà apparendo il Figlio di Dio in noi, Cristo Gesù. La stessa parola, "scomparire", non vorrà significare apparizione di Dio?

Tutto questo porta con sé un'opera di logora-mento, qualcosa di simile a ciò che avviene per l'apparire della bella immagine che si nasconde in un blocco di marmo o di pietra. Ma in questa opera di logoramento spirituale c'è una differenza: lo Scultore è dentro di noi. La grazia opera in noi come la linfa, che fa crescere la pianta dandole la forma che la sua natura richiede. Quante forme hanno dovuto scomparire perché la pianta conse-guisse la sua forma definitiva e così dia il suo frutto! Se il seme non rinuncia alla sua forma, "scomparendo", la vita non "appare". Qual è la forma definitiva della nostra natura umana? La troviamo espressamente indicata nel piano divino: « Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza ». La nostra "forma", dunque, è un modo di essere divino. Gesù è non solo mo-dello, ma incarnazione di quella forma divina, che lo fa essere il "primogenito di molti fratelli". Gesù è lì, non come un quadro che dev'essere sempli-cemente ammirato, ma come un impegno ad iden-tificarci con Lui. Poiché, se Lui è il Primogenito, vuol dire che devono esistere altri che partecipino in qualche modo della sua stessa forma e della sua stessa natura.

Pochissimi si decidono a scomparire perché in loro appaia la vita di Dio. Manca questa obla-zione al Padre, come la fece Gesù, per accogliere nel proprio seno il Figlio di Dio. Noi vogliamo essere innanzi tutto noi stessi; Dio ha forse il secondo posto. Bisogna tener presente questa ve-rità fondamentale: finché non avremo immolato questa "priorità personale" in tutte le sue forme, l'epifania di Dio non si realizzerà in noi. Una con-vinzione profonda deve sconvolgere tutti i "cen-tri", intorno ai quali ha girato l'antica vita, per "centrarsi" in Colui che è, fu e sarà il centro della creazione intera: il Dio umanato.

Attraverso queste pagine mediteremo, con l'aiuto della grazia, gli elementi di quel mondo che Dio viene progettando su di noi, e quegli ostacoli che Egli ha incontrato per realizzarlo.

 

I. L'ANGELO CADUTO

Per conoscere la causa dell'esistenza del male in questo mondo, bisogna uscire fuori di esso, se si vuol trovare una spiegazione adeguata. Nel mondo, così come lo voleva e come lo decise Dio, non sarebbe esistito il male. Lo scrittore sacro insiste sulla compiacenza di Dio nel creato: « E Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco, era molto buono ». E doveva essere così, poiché tutta la creazione era stata destinata al Dio uma-nato.

Abbiamo detto che la causa del male va cer-cata fuori del mondo "creato" e voluto da Dio. Prima che questo mondo "creato" da Dio diven-tasse "sensibile", Dio aveva creato degli spiriti chiamati angeli. Ce ne fu uno, il più pieno di luce - Lucifero - che, conoscendo i disegni di Dio, desiderò per sé la creazione che era stata destinata al Dio umanato; a lui si unirono altri angeli. Dio li aveva creati liberi. Egli mantiene, non distrugge questa libertà angelica, benché con essa si scelga una cosa sproporzionata alla propria natura creata, come è sproporzionato che tutta la creazione fosse per una semplice creatura. In base a questa invio-labilità della libertà creata, essendo Dio fedele nelle sue opere, Egli non si disdice. Nella sua giustizia perfettissima Dio accetta quel desiderio che procede dalla sua creatura libera: l'angelo de-sidera per sé la creazione che è stata destinata all'Altro. Gli pone soltanto una condizione: che l'essere libero, l'uomo che abiterà nel mondo, lo accetti.

 

Il simbolo biblico di un albero proibito non ha altra finalità che farci comprendere questa idea fondamentale: quell'albero è il simbolo della pre-senza dell'angelo che desidera per sé la creazione. L'uomo è stato avvertito: « Quando tu ne man-giassi, certamente moriresti ». Ma Dio non svela all'uomo che lì si nascondono le pretese di un usurpatore che desidera impadronirsi della crea-zione. Dio nasconde questo all'uomo per giustizia verso l'angelo caduto, perché diversamente l'uomo non accetterebbe mai l'angelo. La prova dell'uo-mo consiste nell'obbedienza a Dio che è il Bene. L'anima dell'uomo era inondata da questo Bene infinito che avrebbe dovuto diffondere in tutta la creazione, nel cui seno veniva operando come un fermento, per permissione divina, lo spirito del male.

L'uomo, obbedendo a Dio, avrebbe redento la creazione, soggetta alla vanità per la ribellione dell'angelo, spirito del male. Ma l'uomo invece disobbedì, restando prigioniero nella stessa "va-nità" della creazione intera. E, anziché redimere, ebbe la necessità di essere redento.

Ma la giustizia perfettissima di Dio fa un nuovo passo in questa situazione nuova cagionata dalle creature libere, il demonio e l'uomo. Il peccato del demonio è irreparabile perché è sgor-gato da "dentro", nella pienezza della luce; il peccato dell'uomo invece è riparabile perché è stato l'accettazione di un suggerimento venuto da "fuori", senza conoscenza del male. Dio, non solo per misericordia, ma anche per giustizia, annuncia all'uomo una promessa di redenzione dalla schia-vitù in cui è caduto: « Io porrò - dice Dio - inimicizia tra te - riferendosi al nemico, l'angelo caduto - e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa... ».

Fino a che non si compia questa profezia, la quale dipende dalla libertà umana, il nemico del Dio umanato e del genere umano realizzerà una azione devastatrice. Il nemico ha ora diritto ad introdurre il suo spirito quando gli uomini sono generati alla vita naturale; è una conseguenza del peccato originale commesso dal primo uomo. Il lavoro degli uomini consisterà nell'espellere quello spirito con la fede nel Messia promesso e operando con una grande rettitudine. Ambedue le cose dipendono dall'orientamento che prende la libertà dell'anima umana. Lo vediamo subito nei due primi figli dell'uomo (Adamo), Caino e Abele. Ambedue sono venuti con le conseguenze del peccato originale. Tuttavia Dio gradisce i sacrifici del minore, Abele, ma non quelli di Caino. Dio, che è la perfetta giustizia, ha visto una diffe-renza nell'offerta dei due, a causa dalla diversa purezza del cuore. Questo fa camminare Caino a testa bassa: « Se tu fai bene, forse non potrai tenere alta la testa? Ma se non agisci bene il peccato ti sta alla porta ». Se si tiene presente che anche Caino fa la sua offerta a Dio, c'è da supporre in essa qualcosa di non retto, di cui egli era cosciente e che lo faceva camminare a testa bassa. Cioè, Caino con la sua libertà si era deciso per una accettazione "personale" di una ispirazio-ne dello spirito del male, una sollecitazione priva di purezza e di rettitudine. A misura che quella accettazione diventava più profonda, lo spirito del male andava impadronendosi delle sue facoltà, fino ad arrivare un giorno a concepire la morte di suo fratello Abele.

Questa idea fu ispirata dallo stesso demonio.

Ce lo dice testualmente San Giovanni nella sua prima lettera, nel raccomandarci la carità fraterna, stigmatizzando la condotta di Caino: « Non come Caino che, ispirato dal maligno, uccise suo fra-tello ».

Questa ispirazione diabolica è più profonda di quanto sembri a prima vista; l'angelo caduto aveva desiderato per sé la creazione destinata al Dio umanato. Ciò dipendeva dalla libertà dell'uo-mo; è certo che il primo uomo, Adamo, accettò l'azione dello spirito del male col disobbedire a Dio. Ma la sua accettazione non fu totale, né piena-mente cosciente. Non conosceva il male nel primo peccato. Dopo di esso restò con una libertà, che se è vero che fu indebolita, poteva rifarsi con la grazia del futuro Messia, aspettandolo con fede e con una vita retta. Abele agisce così e perciò la sua offerta è gradita a Dio. A misura che lo spirito del male si va impadronendo delle facoltà di Caino, perché egli accetta la sua azione, esso gli va ispirando un profondo odio contro suo fratello. Qual è l'esatta ragione di quell'odio? In un linguaggio corrente si direbbe che la condotta di Abele è un rimprovero per Caino. Ed è certo. Ma se andiamo più a fondo, tenendo presente il

piano divino, si deve dare un'altra ragione; tenen-do anche presente che l'ispirazione di Caino ad uccidere suo fratello viene dal demonio, nel de-monio si deve trovare una ragione più profonda. All'uomo caduto è stato promesso un Redentore, che arriverà quando la libertà dell'uomo lo accet-terà pienamente. Abele comincia ad accettarlo con una condotta gradita a Dio. Il "nemico" "vede" in ciò il germe del Frutto; per questo lo affoga nel sangue e si vale per ciò di una libertà umana che si è inclinata alla sua azione.

Bisogna tener presente che il demonio, diret-tamente, può soltanto ispirare o spingere verso il male ciascun uomo; ma per la sua opera distrut-trice e corruttrice dell'umanità si serve degli uo-mini che hanno accettato e accettano le sue ispi-razioni. Questi uomini sono coloro che formano ciò che si è venuto a chiamare "spirito del mondo", collaboratori fedeli e incoscienti del loro proprio nemico, lo spirito del male. Si nota, fin dall'inizio dell'umanità, in questo "spirito del mondo", un desiderio prepotente di dominare, di scoprire e di impadronirsi della creazione con dimenticanza to-tale di Dio. è come una eco, o meglio, come una realizzazione del desiderio dell'angelo caduto di volere per sé la creazione destinata al Dio umanato. In realtà il demonio non potrebbe realiz-zare quel desiderio se non per mezzo di quegli uomini che compongono lo spirito del mondo. Costoro hanno preparato e preparano l'incarna-zione del demonio stesso, ispiratore di tutte le loro opere, opere che Dio permette nella sua giu-stizia perfettissima, per la libera scelta delle sue creature. I discendenti di Caino formano il primo nucleo di quello "spirito del mondo": essi sono gl'inventori di strumenti musicali, di strumenti da taglio, ecc., e più tardi questo stesso spirito sarà quello che costruirà la famosa Torre di Babele.

Questo "spirito del mondo" è l'opposizione al primitivo piano del Creatore: l'uomo ha perduto quella semplicità che gli facilitava il contatto col suo Padre e Signore. Questi è giustissimo; perciò il suo modo di agire è diverso dal modo di agire del demonio. Caino in una giustizia umana meri-terebbe la morte, ma Dio sa che è strumento cieco dello spirito del male e gli mette un segno affinché nessuno lo uccida, nonostante si sia inclinato verso l'azione dello spirito del male. Dio continua a proteggerlo fino a che la sua giustizia glielo per-metta. Dio dà un nuovo figlio alla prima coppia umana: Set. C'è tutta una gioia profonda nella espressione di Adamo: « Dio mi ha dato un altro discendente al posto di Abele ucciso da Caino ». Siamo spesso molto leggeri nel giudicare il primo uomo. Dimentichiamo con una grande non-curanza tutti i suoi aneliti per il Messia promesso. Se egli udì la grave sentenza che avrebbe pesato su tutta, la sua discendenza, ascoltò pure la pro-messa di un Salvatore. Egli che fu personalmente causa del peccato originale, dovette sentire un vivissimo desiderio di dare il massimo apporto affinché il Salvatore arrivasse. Siamo troppo su-perficiali per immaginarci il profondo dolore di Adamo, quando trovò morto Abele, il figlio fedele a Dio, dal quale doveva venire il Salvatore pro-messo. E per la stessa ragione non possiamo nep-pure immaginare la nuova gioia che gli procurò la nascita di Set. Parliamo facilmente del peccato del primo uomo, ma dimentichiamo che un penti-mento inconcepibile per noi contribuì a che il Salvatore promesso arrivasse nella pienezza dei tempi.

Con la discendenza di Set, che è composta da quelli che sono chiamati "figli di Dio", si arriva, attraverso molte generazioni, ad un altro uomo fondamentale: Noè.

I "figli di Dio" cominciano a mescolarsi coi "figli degli uomini". Il demonio utilizza ora un'al-tra arma per allontanare gli uomini da Dio: la carne. Il disordine della concupiscenza è mosso dallo spirito del male attraverso la fantasia. La corruzione fu tanto grande, che il suo castigo è stato unico nella storia dell'umanità: il diluvio. Dio trova un uomo giusto, Noè; lo salva con la sua famiglia e stabilisce con lui un'alleanza. Noè, in un certo senso, rappresenta di nuovo l'umanità, in un modo simile ad Adamo. Gli dà lo stesso co-mando: « Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra...». Gli pone pure una condizione: « Sol-tanto non mangerete carne col sangue ». Questa proibizione, come quella fatta ad Adamo, ha una ragione di essere: ricordare all'uomo la sua di-pendenza da Dio.

Un figlio di Noè, Cam, non agisce con retti-tudine: il demonio approfitta di quel basso fondo dell'uomo caduto e Cam acconsente ad una azione che gli merita la maledizione di suo padre per la sua discendenza: « Sia maledetto Canaan...»". Nella terra di Canaan il demonio avrà liberamente il suo seggio; è la regione che Dio destinerà poi al suo Popolo Eletto, errante nel deserto, ma che prima sarà posseduta da popoli idolatri e dove il demonio stesso si farà adorare. Così questa ido-latria diventerà un laccio per il Popolo Eletto. Il sacrificio di esseri umani era la vendetta che il demonio si prendeva sull'umanità nel culto da lui ispirato; quasi che con quelle aberrazioni preten-desse umiliare quella razza nella quale Dio si sarebbe incarnato. Si può dire senza timore di esagerare che il demonio, valendosi dell'ignoranza dell'uomo, è stato ed è il vero ispiratore di tutti quei culti religiosi che allontanano l'uomo dal suo Principio e dal suo Fine.

In quel mondo dominato dalla menzogna dello spirito del male, Dio non poteva realizzare la pro-messa fatta al primo uomo. Ma Dio è fedele e giusto; perciò, per dar compimento alla sua pro-messa, si manifesta ad un uomo. Dio ha seguito con sguardo attento e scrutatore i passi di quella discendenza fedele e giusta. Da un discendente di Sem, figlio di Noè, Dio sceglie Abramo, dal quale trarrà un popolo amato, che deve essere santo. Così dice a Mosè, affinché egli lo ripeta al popolo: « Siate santi per me, perché io, il Signore, sono santo, e vi ho separati dalle genti perché siate miei ».

Fino alla venuta del Figlio di Dio in questo mondo, il demonio aveva avuto un vero dominio sopra di esso. Il Popolo Eletto viene ad essere come lo strato sotterraneo in cui doveva nascere il Liberatore annunciato. Coloro che sono chia-mati a curare questa piccola parte amata, i profeti, riscontrano che i loro sforzi s'infrangono contro un essere invisibile che trascina il Popolo Eletto verso le più abominevoli idolatrie. Si può dire che neppure gli stessi profeti arrivano ad identificare quell'essere invisibile. E tuttavia l'influenza dia-bolica è tanto reale quanto la protezione divina. Mentre questa è evidente - si ricordino i prodigi biblici - quella è così nascosta che il "nemico" lo si menziona appena, solo in casi molto isolati.

C'è un altro momento decisivo per l'umanità, e direttamente per il popolo che Dio pensa di eleggere; in quel momento decisivo il "nemico" tenta di far fallire il piano divino. Questo accade quando Dio sceglie un uomo, dal quale deve uscire il Popolo Eletto, e da questo il Messia. Se all'inizio dell'umanità il demonio si presentò al primo uomo contro il precetto di Dio, qui, all'inizio del Popolo Eletto, si fa passare per Dio stesso: « Dio tentò Abramo ». Si vedrà da questo fatto come Dio, nella sua perfettissima giustizia, permette anche questo che, in definitiva, si risolverà in bene per l'anima retta e fedele. L'apostolo Giacomo dice testualmente che: « Dio non tenta nessuno ». Inoltre questa tentazione di Abramo da parte di Dio, sarebbe un caso unico nella storia. L'alleanza con Abramo, la sua rinnovazione per mezzo della circoncisione, rende non necessaria una prova si-mile a quella che esigevano le religioni pagane ispirate dal demonio. Non era forse il demonio che faceva credere, nei popoli che circondavano Israele, alla necessità di sacrificare esseri umani? D'altra parte, è indecoroso per la giustizia perfet-tissima di Dio, il sottoporre ad una prova che va contro la natura creata da Lui, come è il fatto che un essere razionale sacrifichi il proprio figlio. Se Dio rimprovera Caino per l'uccisione di suo fra-tello, come può essere l'ispiratore di una simile prova per Abramo? è invece il demonio che di nuovo tenta di frustrare il piano divino, come aveva fatto con Adamo. In Adamo c'era più luce ed egli sapeva che la proposta che gli era stata fatta implicava la disobbedienza a Dio. In Abra-mo c'era una grande fede e questa per sua natura è oscura. Il demonio si vale di questa oscurità, e si fa passare di fronte ad Abramo per Dio stesso. Nel momento decisivo Dio interviene miracolosa-mente, e la prova del demonio, permessa da Dio, per la rettitudine di Abramo si converte in frutto di benedizione, venendo egli confermato nella fede e nelle promesse che precedentemente Dio gli aveva fatto. Così come avrebbe confermato in grazia Adamo, se egli avesse superato la tentazione dello stesso nemico.

C'è un fatto nella storia di Davide che ci può chiarire questo di Abramo. Nel secondo libro di Samuele si legge testualmente: « La collera del Signore si accese di nuovo contro Israele e incitò Davide contro il popolo in questo modo: Su, fa' il censimento d'Israele e di Giuda ». E disse Davide dopo di aver fatto il censimento: « Ho peccato gravemente facendo quello che bo fatto». C'è però un altro testo parallelo che ci rivela il vero ispiratore di questa azione di Davide sgradita a Dio. Nel libro delle Cronache si legge: « Satana insorse contro Israele e spinse Davide a censire gli Israeliti ».

Nella storia di Giobbe il demonio appare scopertamente. Ma Giobbe ignora che tutti quei mali che gli succedono sono stati provocati dalla malvagità del demonio. Così si esprime Giobbe: « Se da Dio accettiamo il bene, perché non do-vremo accettare il male? ». Non possiamo na-scondere che questa espressione di Giobbe pro-pone un problema difficile da risolvere, se è vero ciò che afferma: da Dio riceviamo i beni e i mali. Dio castiga i cattivi e premia i buoni in questa vita, secondo il pensiero antico. Allora, come mai lui, Giobbe, che è giusto, è schiacciato da tanti mali? Giobbe ignora che esiste un essere, il de-monio, che ha chiesto a Dio il permesso di met-terlo alla prova. Dio, nella sua giustizia, per aver creato l'angelo libero, glielo permette; permis-sione che non farà che aumentare la giustizia dell'uomo, se egli rimane fedele a Dio nella prova che lo spirito del male ha provocato.

La lezione e trasparente per noi: abbiamo un nemico invisibile, il demonio, dal quale ci ven-gono tutti i mali, cercando egli con ciò la nostra perdizione, facendoci credere che Dio è ingiusto: che i mali cioè vengono da Dio, nonostante noi non abbiamo fatto niente per meritarli, perché il vero autore non si lascia riconoscere. Come servi-remo un Signore che ci tratta così ingiustamente? Questo è il momento decisivo nella tentazione ordinaria, e se l'uomo si dimentica del "nemico" nascosto, corre il pericolo di cadere nella bestem-mia contro Dio, che nella sua giustizia ha per-messo qualcosa che è stata voluta da una creatura libera, l'angelo caduto, spirito del male.

Questa è stata la lotta costante del demonio per portare a termine l'usurpazione della crea-zione intera, cercando di ostacolare l'ingresso del Dio umanato nel mondo.

 

II. L'ANGELO CADUTO, CONTRO GESU

Per esprimerci in termini esatti, il Redentore promesso non venne in questo mondo quando volle, ma quando un membro dell'umanità ab-bracciò pienamente il piano divino di salvezza: questo essere umano fu Maria. La giustizia per-fettissima di Dio doveva far assegnamento su una creatura libera perché il Redentore si introduces-se in questo mondo, così come l'angelo caduto si introdusse per l'accettazione di una creatura li-bera. Maria accettò pienamente la volontà divina: « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto ». E il Figlio di Dio si fece uomo. Il "nemico" presente questo, e utilizza uno strumento umano che si è dato a lui, accettando le sue ispirazioni, Erode. Questi è incosciente della sua strumentalità diabolica. Erode non vede altro che il suo regno minacciato da un misterioso re annunciato, e nato allora. Il demonio manovra le sue passioni disordinate per un piano molto più vasto di quanto non pensi lo stesso Erode: di-struggere il Redentore dell'umanità prima che Egli lo smascheri con la sua predicazione, coi suoi miracoli e perfino con l'espulsione dei demoni. Erode è dominato e guidato dallo spirito del male, e manda ad uccidere tutti i bambini di Betlemme minori di due anni; certamente, pensava egli, vi sarebbe stato compreso il misterioso re.

Sappiamo che ci sono fatti storici che sono un simbolo di qualcosa che si realizzerà più tardi: pensiamo all'uccisione dell'agnello pasquale, figu-ra dell'uccisione dell'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. L'atteggiamento di Erode di fronte al Figlio di Dio, nato da Maria, ci ricorda quello che San Giovanni, nell'Apocalisse, vide che succederebbe alla fine dei tempi (e quel che avvenne allora non sarebbe figura di ciò che avrebbe dovuto succedere poi?): « Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto...». Pensiamo alla fuga in Egitto. Erode, dominato dallo spirito del male, può essere figura del drago.

Prima di cominciare la vita pubblica, Gesù si sottopone ad un prolungato digiuno. Al termine del digiuno il demonio si presenta a Gesù per farlo uscire dalla vera via della Volontà del Padre. Nella prima tentazione il demonio approfitta di una necessità naturale, la fame, affinché Gesù utilizzi il suo potere divino a vantaggio proprio. Bisogna osservare che Gesù non fece mai miracoli per un interesse personale; la sua norma fu la gloria del Padre: « Non cerco la mia gloria, ma la gloria di Colui che mi ha mandato ». Gesù richiama il tentatore a realtà che mai si consumano e mai si esauriscono: « Non solo di pane vive l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio ».

La tentazione del demonio comincia di solito da cose che sembrano esigenze naturali - in que-sto caso la fame -, continua con la superbia e termina col disprezzo di Dio.

Il tentatore torna a sondare l'anima di Gesù per vedere se esiste in Lui "qualcosa" di suo, con cui possa allontanarlo dalla missione reden-trice che il Padre gli ha affidato. « Lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: Se sei Figlio di Dio, gettati giù », e aggiunge una ragione presa dalle Sacre Scritture: « poiché sta scritto: ai suoi angeli darà ordine a tuo riguardo, ed essi ti sor-reggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede ». Se prima si era servito di una necessità biologica, la fame, ora si serve della parola di Dio, il pane spirituale. Il nemico è solito impiegare la parola di Dio contro le anime religiose. Gesù gli risponde di nuovo con un altro testo delle Sacre Scritture: « Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo ».

La terza tentazione è la più insolente e implica i suoi desideri, in parte realizzati, di impadronirsi della creazione destinata al Dio umanato: « Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai" ». Non si dimentichi che ciò fu quello che l'angelo caduto vide nella mente di Dio per lo stesso Dio umanato. Attraverso i secoli egli si è andato im-possessando del mondo, man mano che l'uomo ha accettato la malvagità del suo spirito. Perciò quei regni del mondo gli appartengono e ora li offre al vero Proprietario ad una condizione: « Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adore-rai ». Il demonio esprime qui il suo pensiero e i desideri che ha avuto fin dal principio, quando ambi per sé la creazione, che è tutta intera sga-bello del Dio umanato. Gesù si libera del tenta-tore in modo definitivo: « "Vattene Satana! Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto". Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano ».

Una breve osservazione pratica: lo spirito del male non lascia l'uomo fino a che questi non re-spinge la.sua persona; non è sufficiente respingere le sue insinuazioni. Gesù respinse le insinuazioni, ma il tentatore lo lasciò soltanto quando egli re-spinse la sua persona: « Vattene Satana! ». Non si deve dimenticare che egli si può insinuare in noi valendosi di sentimenti o di idee apparente-mente caritatevoli e questo, a volte, perfino im-mediatamente dopo una vera grazia divina. Si ricordi il caso di San Pietro; dopo di aver ricevuto la luce del Padre per confessare la filiazione divina del suo Maestro, vuole dissuaderlo dal salire a Gerusalemme a soffrire. è come se Gesù, nel suo apostolo, avesse sentito di nuovo l'alito del de-monio, che voleva ottenere quel che non aveva potuto nelle tentazioni del deserto.

Tutta la vita di Gesù fu una lotta perseverante contro questo spirito del male, che si nascondeva nell'orgoglio degli uomini: « Voi - disse loro in una occasione - siete figli del diavolo » e « Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desi-deri del padre vostro ».

Tutta la sottigliezza della ragione umana era guidata dal di dentro dal demonio; Gesù lotta, più che con gli uomini, con questo nemico che vive in loro, sia per mezzo di una possessione diabolìca, sia per aver essi accettato in qualche misura il suo spirito. Gesù lo scaccia da coloro di cui si è impossessato, e gli altri, che partecipano di quello spirito del male, fanno questo assurdo commento: « Costui scaccia i demoni in nome di Belzebul, principe dei demoni ». Gesù fa allora questa riflessione di senso comune: « Ogni regno discorde cade in rovina... Se Satana... è discorde con se stesso, come potrà dunque reggersi il suo regno? (dato che dite che io scaccio i demoni in nome di Belzebul). Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio ».

Quest'ultima affermazione è di somma im-portanza: il regno di Dio è giunto quando si scac-cia l'usurpatore. Questi si era impadronito total-mente di alcuni uomini. Il regno di Dio consiste nel ritornare al primitivo piano divino, che Gesù instaura con l'espulsione del demonio. Spetta a ciascuno lasciare che Gesù continui la sua opera redentrice nella propria anima cacciando da essa lo spirito del male; la nostra collaborazione con-siste nel dargli la nostra libertà in ogni atto, affinché Egli compia in ciascuno la Volontà del Padre. Allora il regno di Dio sarà effettivamente vicino.

Ma come se fosse poco il dire che Gesù scaccia i demoni per arte di Belzebul, lo stesso demonio fa dire, in altra occasione, che Gesù è "indemo-niato". L'insulto viene dall'inferno stesso. Sicco-me la verità non può essere portata verso la menzogna, la menzogna tenta di macchiarLa di-cendo che nella verità risiede il demonio.

Anche qui si può fare una riflessione pratica: il demonio può far sì che vediamo la verità come cosa diabolica, perché così la respingiamo. I mezzi che egli utilizzerà sono innumerevoli, come innu-merabile è l'errore. Da questa terribile rete che costantemente ci tende il nemico non potremo liberarci senza una profonda umiltà e un sincero abbandono nell'Amore e nella Volontà di Dio. La "piccolezza" raccomandata da Gesù sarà l'unica cosa che ci faciliterà l'uscire dalle maglie di questa rete diabolica che viene dal padre della menzogna.

Gesù chiama la sua Passione « l'ora del potere delle tenebre ». Varie volte i suoi nemici ave-vano tentato di ucciderlo, ma non era arrivata « l'ora ». Questa « ora » non e segnata né da Gesù, né dal Padre, né dal demonio stesso. Questa « ora » deve essere segnata dalla libertà di un uomo, che si decida totalmente per lo spirito del male. Se l'« ora » dell'Incarnazione del Figlio di Dio fu segnata dalla libera volontà di una creatura umana, Maria, l'« ora » della Sua Passione e Morte fu segnata da un'altra creatura umana li-bera, Giuda. è questo fedele strumento del de-monio, colui che inaugura la dolorosa Passione di Gesù, e « il potere delle tenebre »: « E appena preso il boccone, Satana entrò in lui ».

In questo dramma divino-umano si deve tener presente che gli uomini sono strumenti ciechi del demonio, ma di una cecità alla quale sono arrivati con una responsabilità da essi non ignorata, di cui Dio solo conosce tutta la portata: « Dio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchi per non sentire, fino al giorno d'oggi ». Se nella vita pubblica di Gesù, il demonio si valeva della ragione umana per ostacolare il suo cammino luminoso, nella sua Passione si vale del fondo più basso dell'uomo: la pungente ironia e il sarcasmo. La corona di spine, il manto di por-pora, la canna messa nelle sue mani divine, fu lo scherno del demonio stesso per deridere Colui che si era proclamato Re e che nel deserto aveva disprezzato i regni di questo mondo offertigli da lui. Come nel deserto, anche sul Calvario egli tenta, in un modo beffardo, di fermare Gesù affinché non compisse il sacrificio totale: « Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce... ». Nel de-serto Gesù non cambiò le pietre in pane, e non si gettò dal pinnacolo del tempio. Là Gesù vinse il demonio con la sua Sapienza, qui lo vince con la sua morte, perché questa è la via inevitabile per la sua maggiore vittoria, la risurrezione. E non sarà proprio questo l'atteggiamento che deve assumere la Chiesa di Cristo di fronte ai suoi nemici? Non è Cristo il modello? Anche la stessa morte ignominiosa comincia a strappare terreno al demonio; uno dei ladri, antico possesso suo, supplica il Crocefisso per entrare nel suo Regno, regno ridicolizzato da Satana: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno ». Il "ne-mico" l'aveva sfidato a scendere dalla croce per dare una prova della sua divinità: « Se sei il Figlio di Dio ». La sua morte, apparentemente come quella di un impotente, converte il centurione romano e questi confessa proprio ciò di cui il demonio si era burlato: « Veramente quest'uomo era il Figlio di Dio ». Proprio nella morte di Gesù, che sembra una sconfitta, comincia la sua vittoria. Questa è la vittoria-modello per tutti quelli che desiderino essere veri figli di Dio.

Se desiderassimo una prova dell'irreparabilità del peccato dell'angelo caduto, la troveremmo nella Risurrezione di Gesù. Non sono propriamente gli uomini, è il demonio quello che davanti all'evi-denza della Risurrezione non si dà per vinto. Perché il suo peccato fu commesso nella luce del-l'evidenza totale; per questo non si piegherà mai col pentimento; il suo peccato rimane per sempre. Davanti all'evidenza della Risurrezione utilizza il denaro come arma della menzogna; ove sta questa, lì si nasconde il padre della menzogna: « Diedero ai soldati una forte somma di denaro, dicendo loro: "Dite: i discepoli di Lui sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo" ». La vittoria personale di Gesù fu confermata nel gior-no della Pentecoste con la venuta dello Spirito Santo. Anche qui ci sono fatti evidenti: un vento impetuoso, lingue di fuoco e soprattutto alcuni uomini rozzi e timidi che parlando nella propria lingua sono capiti da « Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cap-padocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Pan filia...». Un fatto tanto straordinariamente divino, il demonio, valendosi degli uomini, lo in-terpreta nel suo modo caratteristico: « Sono pieni di vino nuovo », gli uomini pieni dello Spirito Santo.

Forse sembrerà strana questa attribuzione al demonio di avvenimenti nei quali gli uomini ap-paiono come unici autori. In realtà ci siamo abi-tuati a questo modo di pensare, dimenticando troppo il nemico della nostra salvezza. L'uomo caduto ordinariamente non si chiude davanti al-l'evidenza; si chiude contro di essa solo il de-monio e coloro che hanno accettato totalmente il suo spirito. I nemici di Gesù hanno udito il rac-conto degli impauriti soldati romani. Ma in quella apparente imperturbabilità di coloro che ascoltano c'è lo spirito del male, che sa quel che deve fare perché alcuni soldati conservino il silenzio sulla verità. è il demonio che offre quel denaro, come fu il demonio in Giuda che contrattò la vendita di Gesù per trenta denari. Più tardi avremo l'oc-casione di trattare questo tema.

 

III. L'ANGELO CADUTO, CONTRO LA CHIESA

« Porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe ». Gesù è il Primogenito tra molti fratelli. Con Lui comincia il trionfo della stirpe della donna contro il suo "nemico". Questi non ha prevalso contro Gesù, che fedele alle sue promesse ha mandato colui che aveva promesso, lo Spirito Santo, l'Avvocato, spirito di Amore, di Verità e di Unità, le cui "primizie" ha ricevuto la Chiesa. Questo Spirito è così forte che ha rea-lizzato un miracolo che Gesù non poteva realiz-zare nei suoi Apostoli, benché lo desiderasse viva-mente: quella unità tanto richiesta al Padre nel-l'ultima Cena: « Io in loro ». In realtà, lo Spirito Santo ha realizzato un miracolo più grande del dono delle lingue: per mezzo di questo Spirito esiste ora un'unità tra Gesù già in cielo e i suoi Apostoli, come quella esistente tra il capo e le membra, o per dirla con un'espressione di Gesù stesso, come quella che esiste tra la vite e i tralci. è la stessa vita quella che circola nella testa e nelle membra; la stessa linfa quella che scorre dalla vite ai tralci. è lo stesso Spirito di Gesù quello che parla attraverso i suoi Apostoli. E quando il demonio, valendosi della rettitudine di Paolo, si lancia contro il resto della stirpe della donna, Gesù dal cielo si lamenta, come si lamen-terebbe il capo se gli si ferisse una parte del corpo: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ». Lo Spi-rito Santo ha realizzato questo miracolo intimo e nascosto: l'unione della stirpe della donna, che viene ad essere il Cristo Mistico di cui parla San Paolo, la Chiesa.

La persecuzione della Chiesa nascente, dopo la Risurrezione di Gesù, potremmo chiamarla "pazzia diabolica". Il demonio vedendo discendere lo Spirito Santo perse quella fredda serenità che aveva quando offrì denaro ai soldati perché non rendessero pubblica la Risurrezione del suo Ne-mico. Adesso la situazione peggiorava per il suo regno, in un modo che egli probabilmente non si immaginava. Perciò tenta di schiacciare la Chiesa nascente servendosi della Sinagoga, come tentò di uccidere Gesù Bambino servendosi di Erode. Comprende che il suo regno si sgretola, poiché il seme che Gesù ha lasciato, irrigato col suo Sangue, comincia repentinamente a fiorire e a dar frutto. Il nemico, tentando di sradicare quel seme che è cresciuto, diventa, per la permissione del Padre, un vero potatore. Così si adempiono le parole di Gesù: « E ogni tralcio che porta frutto, il Padre mio lo poterà perché porti più frutto ». Dal sangue e dalla preghiera del protomartire Stefano, nasce l'infaticabile apostolo Paolo. La persecuzione del demonio contro « la stirpe della donna », sia per mezzo della Sinagoga, sia per mezzo dell'Impero Romano, non produce altro che questo effetto: « Il sangue dei martiri è seme di cristiani ». Le catacombe furono il terreno che nascose per diversi secoli "il grano di frumento", che a forza di morire - « Se il grano di frumento non muore... » - fini per esplodere in un im-menso albero « su cui sono venuti gli uccelli del cielo a rifugiarsi ». La lettura degli atti dei martiri rivela tutto il satanico che c'era in certi martiri. Considerarli semplicemente come avvenimenti sto-rici, dovuti a divergenze di pensiero, è ignorare totalmente l'essenziale del vero dramma per il quale dovette passare il « seme del regno di Dio ». La conoscenza di quest'essenziale si deve ad una grazia, che ci dà una visione "divina" e molto più ampia di quella che è racchiusa nei libri di storia.

Abbiamo detto che il « seme del regno di Dio » è cresciuto in tal modo che è diventato un albero, ove, secondo l'espressione di Gesù « verrebbero a rifugiarsi gli uccelli del cielo ». Bisogna anche far notare che altri "uccelli" hanno causato un gran danno all`albero perché sono stati attratti dal suo splendore esterno e dalla loro propria comodità. Questo comincia a succedere quando Costantino il Grande mette fine allo stato di ago-nia in cui viveva il primitivo Cristianesimo. Il regno di Cristo comincia ad aver contatto coi regni di questo mondo. Il demonio usa una tattica nuo-va: da furioso diventa politico-religioso. Se prima si serviva delle passioni disordinate di re e imperatori, ora utilizzerà la pietà dei convertiti; e comincia così la venerazione e la stima verso gli uomini che compongono il "regno di Cristo". Ces-sa l'attenzione e vien meno l'idea che il regno di Dio non è di questo mondo. Quando viene loro dato il certificato di cittadinanza come a qual-siasi altro uomo, si comincia a pensare che si può vivere molto bene in questo mondo, e allo stesso tempo appartenere al regno di Cristo. Il "nemico" ha gettato il ponte: i seguaci di Gesù d'ora in poi vorranno installarsi in questo mondo, che è il suo regno. Con questa tattica otterrà di più, benché impieghi certamente più tempo. Non analizzeremo tutte le fasi per le quali è passata la storia del "seme del regno di Dio". Basti dire che il "nemi-co", Satana, si è valso di tutto per umiliarlo e al-lontanarlo dallo Spirito di Gesù, che è Spirito di Amore, di umiltà e di sacrificio. E tutto questo è avvenuto attraverso i secoli, e molti, veramente molti, hanno passato il "ponte" che il "nemico" ha teso loro, intendendo fare del regno di Cristo, un regno di questo mondo, ove la forza, il diritto e il potere sostituiscano l'amore, l'umiltà e il sa-crificio voluti da Gesù.

"Permettendo" Dio che si formasse il "potere temporale" della Chiesa, potere che non è dell'essenza della Chiesa, esso poteva essere utilizzato come un "mezzo" temporaneo o transitorio perché la Chiesa potesse compiere la sua missione sal-vifica in circostanze storiche di difficolta per la penetrazione del vangelo. Nella misura in cui gli uomini si vanno elevando moralmente il potere temporale della Chiesa sui suoi fedeli diventa meno necessario; una maggiore età dell'umanità rende più superflua l'azione di questo potere temporale e lascia un ampio margine alle decisioni personali. Diremmo che così ha operato Dio nello sviluppo progressivo del suo rapporto con gli uomini nella Rivelazione: dalle Leggi del Sinai fino al Sermone della Montagna c'è una differenza come dall'in-fanzia all'età matura. C'è senza dubbio una gran differenza in alcune situazioni e in altre; ma questa differenza non dipende da un cambiamento di Dio; chi è cambiato, chi si è evoluto, è l'uomo.

Qualcosa di simile è successo per il potere temporale della Chiesa: man mano che gli uomini si sono educati nei concetti della libertà della per-sona, sempre meno ha ragione di essere questo potere temporale.

Restando chiaro questo, che nei suoi piani Dio si avvale di mezzi tanto "umani", non pos-siamo passare sotto silenzio che molti hanno potuto utilizzare quel "mezzo" per le proprie ambi-zioni personali, anziché servirsene per comunicare la salvezza. Basta leggere la storia della Chiesa del secolo X per vedere a che grado di abiezione cadde il potere temporale dei Papi, desiderato avida-mente da diverse famiglie romane.

Forse il potere temporale dei Papi era cat-tivo? In primo luogo diremo che quel "potere temporale" della Chiesa, come abbiamo detto pri-ma, fu "permissione" e non VOLONTA di Dio. Quanto poi se era cattivo o no per i Papi, dipende dall'uso che essi hanno fatto di questo "potere temporale". A parte quel che abbiamo detto, di essere un potere condizionato da alcune circo-stanze storiche, esso procurava anche alla Chiesa una grande indipendenza nella sua azione spiri-tuale, perché essa non dipendeva da nessun re o imperatore. La lotta per le Investiture tra il Papa e l'Imperatore tendeva a raggiungere questa indi-pendenza. Che alcuni Papi abbiano utilizzato male il "potere temporale" non ci deve meravigliare, perché se si può utilizzare male il potere spirituale, quanto più il temporale! Pensiamo alla distribu-zione delle indulgenze.

Una meditazione profonda della parabola del grano e della zizzania ci porterebbe a quell'essenziale che abbiamo bisogno di conoscere e di non dimenticare tanto facilmente: che nello stesso campo in cui Uno seminò il grano, il "nemico" seminò zizzania, e che questo accadde « mentre i suoi uomini dormivano ». Riflettere su questo sonno più o meno colpevole è trovare la misura della responsabilità di ciascuno. Pensiamo al ri-spetto umano, alle convenienze personali, a una falsa prudenza, ecc. Tutto ciò il nostro "nemico" l'ha utilizzato per continuare a seminare la ziz-zania.

« Vigilate - ci dice San Pietro - perché il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare; resistetegli, saldi nella fede ». Per disgrazia, dopo tanti secoli di lotta del "nemico" contro il genere umano, manca proprio la fede nella sua esistenza e nella sua nefasta influenza. Come gli resisteremo se non crediamo che esiste? Praticamente si vive senza tener in nessun conto questo formidabile nemico. La sua vittoria passata e presente sta nel passare inavvertito, facendo credere agli uomini "intelli-genti" che è stupidità e mancanza di cultura pen-sare a lui come principio causale dei mali che l'umanità soffre. In questo modo egli ha più libera la via per la sua opera devastatrice. Solo i santi e le anime che si sono decise ad andar verso Dio, hanno conosciuto le insidie segrete che il demonio ha loro teso: Per conoscerlo è necessaria una vita spirituale seria; la sua conoscenza esatta richiede una maturità spirituale. San Paolo ci ha avvertito molti secoli fa: « Rivestitevi di tutta l'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo, perché noi non abbiamo da combat-tere contro sangue e carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti ».

Dobbiamo riconoscere che non ci sappiamo armare "totalmente" - « rivestiti di TUTTA l'ar-matura di Dio » - usando degnamente il dono divino della libertà. Della nostra irresponsabilità approfitta il "nemico" per fomentare in noi una falsa libertà. Qui sta la radice di un male tanto antico come il peccato. Frequentemente le lettere degli Apostoli ci raccomandano la libertà dei figli di Dio. Forse prima di conoscere in che consistono le virtù dei figli di Dio, sarebbe necessario cono-scere, a fondo, in che consiste la vera libertà umana, che è il dono che più ci fa somigliare a Dio. Il non curarsi di questa conoscenza è utiliz-zato dal "nemico" per colpirci costantemente.

 

IV. LA LIBERTA' DELL'UOMO

Dato che la grazia di Dio è sempre a dispo-sizione dell'uomo per ritornare a quello stato perduto, bisogna cercare la causa che ci trattiene; e questa causa è il cattivo uso della nostra libertà. Siamo veramente liberi? In quale senso? Chi fa quel che vuole è veramente libero? Bisogna rispondere che esiste una falsa libertà, che na-sconde una schiavitù: la libertà esterna d'azione può nascondere una schiavitù interiore; è l'uomo ostinato che ha potere e facoltà di operare a proprio arbitrio. Egli è schiavo dello spirito del male che risiede in lui. Perché non si deve dimen-ticare che non esiste solo la schiavitù ad altri uomini, ma anche la schiavitù a sé stesso, che in definitiva non è cosa diversa dalla schiavitù allo spirito del male. Infatti il vero "io" dell'anima tende sempre a Dio solo, perché l'anima fu creata a sua "immagine e somiglianza" e per ciò stesso deve identificarsi con Lui. Qualunque altra meta, fuori di questa unione con Dio, che l'uomo si proponga di raggiungere, è dovuta ad un cattivo uso della libertà,. che origina in lui la schiavitù che abbiamo detto.

Ecco una schiavìù ignorata dall'immensa mag-gioranza degli uomini, i quali si credono liberi. Esiste un motivo che genera questa confusione: nell'intimo della volontà risiede l'autodetermina-zione, ma quando essa accetta le insinuazioni dello spirito del male, infrangendo la verità e la giusti-zia, quell'autodeterminazione nasconde una schia-vitù, attaccamento a sé stesso.

Il peccato ha rimosso Dio dal centro della vita dell'uomo, e ha messo l'uomo stesso come punto centrale dei suoi pensieri e delle sue decisioni. Questo cambiamento di "centro" è stato l'opera primordiale del nemico, per poter egli governare l'uomo più facilmente. Gli ha fatto vedere la soggezione a Dio come schiavitù, allo scopo di poterlo ridurre lui in schiavitù valendosi delle sue passioni disordinate; disordine dovuto al cambia-mento di "centro". Questa è la schiavitù del pec-cato d'origine; i peccati personali possono aumen-tare questa schiavitù.

E' vero che il battesimo ci perdona il peccato originale, ma ciò che ci viene dato è il germe di una vita veramente libera, che ogni anima deve andar sviluppando, mettendo nuovamente Dio al centro della propria vita. Quanto più si allon-tanerà dai peccati personali e vivrà della grazia del battesimo, tanto più diventerà libero. L'uomo, nonostante il battesimo, tende alla schiavitù, e tende ad essa invocando nientemeno che la stessa libertà. Non potremmo trovare la radice da cui proviene questa tendenza fatale?

Da quando l'uomo ha peccato, egli si è allon-tanato da Dio, suo principio e suo fine. Non lo sente più come il protettore della sua vita. Quella insicurezza e quella lontananza rispetto a Dio, le ha utilizzate il "nemico" per fare schiavo l'uomo in questo mondo, ove egli regna, facendogli ve-dere come fine ciò che dovrebbe essere un mezzo per il suo ritorno a Dio. Così l'uomo mette tutto il suo impegno nell'ottenere una sicurezza in que-sto mondo, e quel che pensa, ama e progetta, non è altro che ricerca di protezione di sé stesso e dei propri interessi personali. Questa schiavitù intra-mondana dà una certa sicurezza, sicurezza dolo-rosa, ma che l'uomo preferisce all'insicurezza che deve attraversare per ottenere la vera sicurezza in Dio, autentica libertà.

Ricordiamo testualmente le parole del popolo ebreo a Mosè: « Non ti dicevamo in Egitto: la-sciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è me-glio per noi servire in Egitto, che morire nel deserto? ». Analizziamo queste parole e la situa-zione di questo popolo per comprendere quel fondo che esiste nell'anima umana, che tende alla schiavitù e che sembra unito all'istinto di conser-vazione. Il popolo ebreo stette in Egitto quattro-centotrenta anni. Appena morto il Faraone che conosceva Giuseppe, gli ebrei vengono sottoposti a dura schiavitù, schiavitù « dura e amara » a ma che ad ogni modo dava loro una sicurezza. Dio li vuole liberi da quella schiavitù, ma al primo pe-ricolo - stanno tra il mar Rosso e l'esercito del Faraone - essi preferiscono la servitù d'Egitto. Si dimenticano dei prodigi che Dio ha operato per mezzo di Mosè. Le dieci piaghe prodigiose non significano più niente. L'istinto di conservazione sospira allora la schiavitù d'Egitto, schiavitù che non li liberava certo dalla morte, ma preferiscono morire schiavi in Egitto, piuttosto che correre il rischio della libertà.

Alla luce di questo fatto storico, non possia-mo negare che nell'anima umana esiste uno spirito di schiavitù; si preferisce la schiavitù alla auten-tica libertà, perché questa sembra mettere in pe-ricolo la vita stessa. Il fatto è che la vera libertà deve passare prima attraverso la morte; deve mo-rire tutto quello che è un legame, che ci rende sicuri in questo mondo, certamente, ma che in-sieme ci fa schiavi. A questo l'uomo si oppone, come si oppone alla morte. Morire a quella schia-vitù è doloroso, all'inizio, perché ci toglie la sicurezza che la schiavitù ci dava. La sicurezza dataci dalla schiavitù può essere di carattere spi-rituale o materiale. Coloro che sono nella schiavitù materiale, è perché in precedenza si sono deter-minati per la schiavitù spirituale; la loro coscienza riposa comodamente in altri. E' più facile non pensare con la propria testa, giacché questo è rischioso; il più sicuro è ciò che comunemente si dice e si crede. Ma si son fermati a pensare se quel che comunemente si dice è verità perché è verità, oppure perché lo dicono gli altri? O hanno riflet-tuto se, pur essendo verità, lo vuole Dio in quel caso particolare? Questa mancanza di riflessione rivela una schiavitù amata, schiavitù che gli uo-mini, mentre gli va bene, non pensano di abban-donare. Essa li protegge nella società; per che cosa avrebbero bisogno di essere liberi?

Pertanto, non è possibile l'autentica libertà della creatura, se la realtà divina non emerge for-temente nel centro della sua vita. Solo la presenza di Dio nella esistenza dell'uomo, può aiutarlo ad abbandonare la schiavitù in cui vive. Perché se Dio non entra nella vita umana, chi può occupare il suo posto se non il nostro "io"? Ma dietro questo "io" c'è un "altro" che si nasconde e pretende occupare presto o tardi il posto di Dio: il demonio.

Per uscire dalla schiavitù dell`"io", non è sufficiente l'esistenza della collettività. La collet-tività, in fondo, interessa in quanto protegge e promuove il benessere, benessere amato dalla schiavitù dell'egoismo proprio. La società non è sufficiente a staccare l'uomo da se stesso, dalla sua schiavitù. Anzi, al contrario, gli impone un'al-tra schiavitù: quella che esige servizi a favore della società o della patria. Il soldato che muore per la patria, in fondo muore perché nella patria ci sono i suoi interessi minacciati.

Solo Dio può restituirci l'autentica libertà: al sacrificarci per Lui troviamo la pienezza della no-stra libertà, perché questa esercita le sue funzioni nella direzione perfetta. Questo ci pone in uno stato di insicurezza nel mondo. Al non guardare verso noi stessi, ci sentiremo liberi per cercare quale sia la volontà di Dio; vivremo in una insi-curezza mondana; non sapremo quel che mange-remo domani, come vestiremo, ecc.; questo lo lasceremo nelle mani del Signore a cui serviamo. In questo modo verrà raggiunta quella sicurezza che procede dalla perfetta libertà: la sicurezza che dà Dio a quelli che lo servono fedelmente.

Possiamo anche farci un'altra domanda: chi si decide a cercare Dio, lo fa per servire Dio o perché quel servizio gli porta un vantaggio? Non sarebbe ciò una forma di egoismo sottile, che cerca anzitutto la propria felicità, come altri la cercano in altra direzione? Questa felicità dev'essere una conseguenza, non un fine, di quel servizio libero e disinteressato al loro Creatore. L'uomo trova la felicità perché ha raggiunto il centro e la ragione della sua esistenza. Non è schiavo di nessuno, neppure di sé stesso; la sua libertà gli viene perché l'amore l'ha fatto schiavo del suo Signore, rag-giungendo la meta per la quale è stato creato. Quanto più la creatura eserciterà la libertà in quella direzione, tanto più sarà perfetta sia la libertà come la creatura. Il contrario di quel che fece Lucifero e poi il primo uomo: una ribellione nella quale la libertà non seppe decidersi per la perfezione di sé stessa. Forse che il demonio è più libero per il fatto di voler tutto il contrario di quel che vuole Dio? è molto istruttiva la sua rappresentazione in catene. Forse che le catene gliele ha messe Dio? No, gliele ha messe il suo orgoglio; il demonio è l'eterno incatenato dal suo "amor-proprio". Gli uomini, quanto più "amano" sé stessi disordinatamente, più vanno assomigliando al demonio. La vera libertà sarà sostituita da una schiavitù satanica, nella quale l'orgoglio li tiene prigionieri come in un inferno.

Il servizio di Dio non deriva da nessun com-plesso - benché il demonio faccia credere questo agli uomini per farli suoi schiavi -; il servizio di Dio deriva da un ordine giuridico e razionale reclamato dal diritto, per essere noi sue creature.

è vero che Dio creò l'uomo libero, ma questa libertà, preceduta dalla conoscenza e dall'amore, gli e stata data affinché riconosca e abbracci libe-ramente quella dipendenza giuridica e razionale. Il contrario è ribellione, quindi una falsa libertà che tenta di instaurare un ordine antigiuridico.

Ora ci si può domandare: come può esistere l'esercizio di una libertà, quando esiste un'unica direzione? Questo è radicato nell'essenza stessa della volontà, che tende naturalmente verso il Bene e quando sceglie il male lo fa sotto l'aspetto di bene. La libertà non si decide per un male o per un bene; essa decide tra due realtà che appa-iono sotto l'aspetto di bene, benché una di esse non lo sia. Quando l'uomo cerca anzitutto il suo proprio bene, posponendo il Bene, allora, presto o tardi, sperimenterà che si è deciso per il male - questo è agire per "convenienza" -. Solo quando si agisce con una coscienza retta si spe-rimenta la sensazione di aver operato bene, per-ché se si è scelto una cosa cattiva, è stato perché in coscienza la si e vista come Bene. La tentazione del demonio al primo uomo in parte era vera: « Sarete come Dio, conoscitori del bene e del male ». L'uomo non conosceva il male finché non l'ha sperimentato. I santi hanno conosciuto il male, ma l'hanno superato indirizzando la loro libertà al conseguimento del Sommo Bene.

Il dolore, che è un male, come conseguenza del peccato, non entrava nella prima economia; ora la libertà non si purificherà se non attraverso il dolore, che è un male relativo, ma apre la via verso il Sommo Bene. Il ribellarsi contro il dolore è un nuovo peccato che fa scendere più in basso l'uomo. La libertà deve accettare il dolore come medicina di salvezza. Se lo rifiuta, sta rifiutando la cura, il che non è altro che ostacolare il ritorno al Paradiso perduto. Per condurci ad esso è venuto il Figlio di Dio e ci ha detto che Lui era la Via per andare al Padre: « Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». E a quel Padre, che abbiamo perduto nel Paradiso, non potremo tor-nare se non rassomigliamo al suo Figlio Unigenito. è dentro di Lui che dobbiamo vivere, perché il Padre ci veda attraverso suo Figlio. Vedendoci così identificati, possa Egli esclamare di ciascuno di noi: « Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto ». Ma non possiamo stare entro suo Figlio se non percorrendo la via che Egli percorse: « Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato ». La Volontà del Padre stava nella Croce, nel Calvario e nella Morte, per redimerci dai nostri peccati; non che la Volontà del Padre avesse scelto per suo Figlio la croce, il Calvario e la Morte; fu l'uomo che fece questa scelta e la giustizia del Padre l'accettò. Rifiutare la croce che la giustizia del Padre stabilisce per ciascuno di noi è rifiutare la "Via" che ci con-duce al Padre. Il Figlio Unigenito l'ha percorsa per nostra salvezza; noi dobbiamo percorrerla, non tanto per nostra salvezza, ma perché Lui l'ha percorsa per ciascuno di noi. Che profonde le parole di Gesù, attraverso queste considerazioni: « Io sono la via». Mai saremmo usciti da noi stessi, neppure con la parte migliore della nostra volontà. Solo l'Amore di Gesù ci tirò fuori dalla condizione di ripiegamento su noi stessi in cui vivevamo, aprendoci la via - « facendo di una via ignominiosa, che gli diedero gli uomini, via di salvezza » - che percorriamo quando, spinti dall'amore, ci decidiamo a seguirlo. L'amore a noi stessi non avrebbe mai accettato il dolore per ritornare al Padre. Ma suo Figlio si fece dolore per ciascuno di noi perché, vedendolo, abbraccias-simo il dolore.

Qui la libertà ha un ruolo di somma impor-tanza, deve decidersi per realtà profonde che le propone la fede, e non lasciarsi soggiogare dalla resistenza di una natura decaduta, utilizzata co-stantemente dal demonio. Se nel Paradiso l'uomo ha abbracciato il male senza conoscerlo, ora deve abbracciare il dolore, coscientemente, perché na-sconde un bene: la sua purificazione e la sua salvezza. Questo è ciò che hanno fatto i santi. Quando, per mezzo del dolore, sarà stato purifi-cato il nostro egoismo, l'anima uscirà dalla sua schiavitù, l'attaccamento a sé stessi, ricuperando la sua autentica libertà: la perfetta scelta del Bene.

 

V. LA LIBERTA' E LA CONCUPISCENZA

Abbiamo parlato dell'ostacolo che risiede nella volontà stessa e impedisce la libertà: l'egoismo e l'orgoglio.

Facendo un nuovo passo, ci incontriamo con un nuovo impedimento della libertà; esso si trova entro l'uomo, ma fuori della sua volontà: è la concupiscenza disordinata della carne. Questa se-conda schiavitù, come ogni schiavitù, dipende dalla prima: non essendo la volontà libera, sog-getta a Dio, essa non può assoggettare e ordinare le passioni, dando luogo così alla schiavitù della concupiscenza della carne.

In che situazione si trovava l'uomo sotto que-sto aspetto prima del peccato originale? Tutte le sue passioni erano ordinate in un perfetto equili-brio sotto il dominio della sua volontà, soggetta a Dio, godendo così di una autentica libertà. Perciò il nemico, spirito del male, non poteva toccare le sue passioni, perché esse erano tutte come "unte" da una volontà santificata dalla grazia. La tenta-zione fu diretta dal di fuori a quella volontà. Tutti gli atti dell'uomo erano purissimi, perché proce-devano da un principio santo. La sua occupazione principale gliela aveva ordinata Dio: moltiplicare il genere umano, la famiglia di Dio.

La famiglia umana, come la conosciamo oggi, non entrava nel piano divino primitivo. La fami-glia, che sembra un'esigenza della stessa natura, è certamente tale dopo il peccato, in quanto tutto tende ad essere diviso e richiede un ordine; e di quest'ordine c'è bisogno ora per purificazione del-l'uomo. Ma non essendoci necessità di questa pu-rificazione, nel caso non fosse esistito il peccato d'origine, la situazione sarebbe stata molto diversa. Mentre l'uomo ora tende, quasi in un modo esclu-sivo, alla formazione di una famiglia, nel piano primitivo egli non avrebbe avuto presente che una cosa: compiere la Volontà di Dio, la quale comprendeva la collaborazione con Lui nella mol-tiplicazione dei suoi figli, senza separazione di razze e di frontiere, poiché queste sono conse-guenza del peccato. All'uomo Dio diede il sesso per questo fine. Questo si sarebbe realizzato in un modo perfetto: il centro della vita umana era Dio. L'uomo era la creatura piena di gioia per la con-sapevolezza di essere al servizio del suo Creatore. Siccome Dio, nel suo infinito potere, voleva la collaborazione dell'uomo per creare altri uomini come lui, gli diede una collaborazione umana: la donna. La donna, nell'ordine soprannaturale, procede dall'uomo: « Il Signore Dio, con la costola che aveva tolto all'uomo, plasmò la donna... » e fu istituito il "matrimonio", l'unione dell'uomo e della donna "ne" l'amore: « ...e i due saranno una sola carne ». L'uomo non sarebbe solo in una attività tanto divina: la moltiplicazione della famiglia di Dio. Ciò che li avrebbe portati all'unio-ne sessuale non sarebbe mai stato l'egoismo degli istinti disordinati, ma il "servizio" al loro Signore che li aveva creati. Tanto l'uomo che la donna non si sarebbero considerati che come strumenti, pienamente sottomessi alla Volontà divina. Mai si sarebbero trattenuti in sé stessi, essendo uniti in un solo Amore: lo Spirito Santo.

Non possiamo concepire ora come, essendo "nudi", non si resero conto di ciò prima del peccato. Questo è un particolare illuminante, che ci rivela il loro altissimo grado di contemplazione divina. In un tale stato di contemplazione, che importanza potevano avere i loro corpi? La cosa importante era l'Amore di Dio che li univa. Non era la forza sessuale quella che dominava, ma l'Amore, la chiara visione di Dio, che aveva loro ordinato di moltiplicarsi e crescere. Il piacere ses-suale, che certamente esisteva, non era parago-nabile alla gioia dell'anima di sapere di star com-piendo la Volontà del suo Creatore, che amava con tutto il cuore e con tutta la mente. Il corpo non era altro che un semplice supporto in cui abitava l'anima, l'"immagine di Dio", che avrebbe collaborato con Lui nella creazione di altre crea-ture. Tutte queste creature avrebbero collaborato con Dio in un modo identico. Questo non vuol dire che il fine unico dell'unione dell'uomo e della donna era la procreazione del genere umano; il fine principale di quell'unione era il compimento della Volontà di Dio, l'altro sarebbe stato una conseguenza. Da quella unione di anime e di corpi nell'Amore e nella Volontà di Dio avrebbe tratto beneficio tutta la Creazione. Così erano "immagine e SOMIGLIANZA di Dio", un riflesso della San-tissima Trinità.

Dio stesso era il loro centro, di loro che erano "uno" in Dio. Essi, l'uomo e la donna, erano il centro della creazione. Da quella unione delle loro anime e dei loro corpi in Dio, tutta la crea-zione riceveva quella forza, vigore, fecondità, vita! che essi ricevevano da Dio, irradiando quel bene che penetrava fin nelle viscere di tutto il creato. E ciò mentre cooperavano col loro Creatore nella creazione dei "figli di Dio".

Quando è avvenuto il peccato, si è verificato un profondo sconvolgimento nell'essere umano. Venendo a mancare la libera soggezione della vo-lontà a Dio, l'altra parte dell'essere umano, il corpo coi suoi istinti, ha cessato di stare soggetto a quella parte che si era ribellata separandosi da Dio. Questo dà origine alla schiavitù della carne: la concupiscenza non obbedisce più fedelmente alla volontà. Più ancora: questa, fatta schiava dall'or-goglio proprio, cerca anzitutto la soddisfazione e-goistica. Il sesso, che Dio aveva dato all'uomo per collaborare con Lui, lo utilizza come fonte di pia-cere, passando ad essere collaboratore dello spirito del male. Il disordine della concupiscenza, che è una conseguenza, riafferma la schiavitù della vo-lontà, che è la sua causa.

Ma come Dio non ha tolto all'uomo la libertà quando questi ha usato male di essa, così non gli toglie neanche la facoltà di procreare. Neppure scioglie il matrimonio. Ce lo ricorda Malachia nell'Antico Testamento con queste parole: « Per-ché il Signore prende le difese della sposa della tua giovinezza alla quale sei stato infedele, mentre essa è la tua compagna e la sposa del tuo patto nuziale. Non li ha Egli fatti per essere uno solo che ha la sua carne e la sua vita? E perché questo unico essere? Per una posterità per Dio. Curatevi dunque della vostra vita; e tu non essere infedele alla sposa della tua giovinezza ». E lo conferma poi Gesù nel Nuovo Testamento. Dice Gesù, rispondendo ai farisei: « Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha con-giunto, l'uomo non lo separi ».

Dio non si disdice nelle sue opere. Ma per aiutare l'uomo a ricuperare l'antica libertà gli ha dato alcune norme esplicite: « Alla donna disse: Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà ». « All'uomo disse: Poiché hai ascoltato la voce della tua donna e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo coman-dato: Non ne devi mangiare, maledetta sia la terra per causa tua! Con lavoro faticoso ne trarrai cibo per tutti i giorni della tua vita; essa ti produrrà spine e triboli e mangerai l'erba dei campi. Con il sudore della tua fronte mangerai il pane, finché ritornerai alla terra ».

Queste norme dovevano stabilire un ordine simile al primo, non uguale: la sussistenza del-l'uomo non dipendeva più da Dio solo; egli doveva guadagnarsi il pane « con il sudore della sua fronte » e la donna doveva inoltre cooperare col suo dolore alla procreazione dei figli. Ogni coppia avrebbe formato una famiglia per la quale doveva assumere la responsabilità. L'uomo sarà tanto più uomo quanto meglio compirà il suo dovere di rappresentante di questa famiglia davanti a Dio e quanto più la sua volontà saprà dominare la sua concupiscenza entro questa famiglia. Era la prima fase della purificazione della carne. Oltretutto lo esigevano i figli nati nel peccato e più a lungo bisognosi dell'appoggio morale e materiale di una famiglia. Questa famiglia sarebbe stata come il clima spirituale che avrebbe accolto la Madre del promesso Messia e suo Figlio.

Maria inaugurò una seconda tappa di purifi-cazione facendo il voto di verginità; e nel contem-po santificò la famiglia stessa. Le anime vergini, che hanno seguito il suo esempio, sono state un contributo santo alla purificazione per ricuperare la libertà della carne, purificando la natura caduta. La nostra visione limitata - una delle tante con-seguenze del peccato d'origine - ci impedisce di vedere la ripercussione sociale di quell'olocausto della concupiscenza, consumato da queste anime vergini.

Il "nemico" ha tentato di ricavare la sua parte anche da questa seconda fase di purificazione: quella lotta contro la concupiscenza ha generato un'inconscia avversione al sesso, come se esso fosse opera del peccato. Ci fu perfino una setta che con-siderò il matrimonio come un'invenzione del dia-volo. Per controbattere questo, basterebbe dire che il patto dell'antica alleanza, stipulato da Dio con Abramo, fu fatto per mezzo della circonci-sione, prevenendo così quel che il demonio poteva suggerire molto più tardi.

E' certo che l'uomo, dopo il peccato d'origine, ha perduto quella serenità che proviene da una volontà soggetta a Dio, libera da sé stessa e dagli appetiti della carne. Tutto l'ordine "naturale", che risiedeva nell'interno dell'uomo, dipendeva dall'ordine "soprannaturale della grazia". Era questa la causa e il fondamento di quell'ordine "naturale". Se si vuole ritornare a quell'equilibrio, in cui la volontà sia libera da ogni schiavitù, è necessario l'ordine soprannaturale della grazia, perché Dio volle l'uomo in questo stato e da esso dipendeva quell'equilibrio "naturale". E' la grazia, pertanto, quella che darà all'uomo quella "natu-ralezza" e spontaneità nel capire e nel parlare del sesso. Quanto più questa grazia va penetrando nell'anima, tanto più la va restituendo a quell'in-fanzia raccomandata dal Maestro. E quando mai i bambini hanno pensato che il sesso è qualcosa di misterioso? L'espressione "mistero della vita" è stata opera della concupiscenza disordinata. Per i bambini il sesso è qualcosa di tanto naturale come le mani, la testa e gli occhi. A questa natu-ralezza si può arrivare con l'aiuto della grazia. Ma lo stato attuale della società deve far ugualmente conservare il riserbo a coloro che l'hanno rag-giunta.

Bisogna notare che l'uomo di cuore puro ha un'ingenuità che può essere giudicata come man-canza di personalità. Questo crede l'uomo che ha messo la personalità in cose che non lo sono. Ciò si deve al fatto che egli non ha un cuore puro, ma macchiato; e quella macchia, che è cecità, non gli permette di vedere la realtà del piano divino. Perché la vera personalità si deve mettere in ciò che di più elevato possiede l'uomo: l'immagine che Dio ha impresso di Sé in lui: « Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglian-za ». L'uomo di cuore puro va acquisendo quella "somiglianza" divina, che è la sua vera personalità.

Il santo è colui che ha raggiunto quella vera libertà divina, che Dio ha voluto per l'uomo come una partecipazione della Sua, e che niente ha a che vedere con l'indurimento che proviene dalla schia-vitù della concupiscenza.

Abbiamo accennato prima alla collaborazione della donna con l'uomo nella moltiplicazione dei figli di Dio. Ma non si deve dimenticare che Dio, creando la donna, l'ha fatto per eliminare la soli-tudine dell'uomo: « Non è bene che l'uomo sia solo ». Se quella solitudine si fosse fatta notare dopo il peccato, ci sarebbe una spiegazione. Ma no, l'uomo era pieno di grazia, Dio viveva in lui e ciononostante il suo creatore trova che « non è bene che l'uomo sia solo ». In ciò vediamo l'umiltà profondissima di Dio: nell'uomo che gli appar-tiene totalmente, lascia come un'apertura spiri-tuale perché un'altra creatura lo completi. Non potrà farlo Lui stesso? Si, ma Dio ha voluto dare all'uomo la gioia di parlare con una creatura simile a sé. Per questo fa "dipendere" la donna da lui stesso, lasciando nell'uomo quell'apertura, non solo nella carne ma anche nello spirito. L`aiuto che Dio ha dato all'uomo è di carattere tale che tocca la radice dell'esistenza umana. Esiste un principio che dice: "La grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona".

Ora possiamo già tirare una conseguenza: lo sviluppo completo della personalità dell'uomo si realizza quando la sua anima s'incontra con l'ani-ma della donna. Il sessuale è una realtà successiva, che può perfino non esistere. Guardiamo la vita dei santi. Accanto a loro c'è sempre una donna, che compie la missione di essere l`aiuto voluto da Dio. Questo "aiuto" spesso non è manifesto agli occhi mondani, perché lo infangherebbero; resta nascosto, realizzando la sua umile, ma subli-me missione. E non pensiamo che ai santi bastasse Dio. Il primo uomo aveva più grazie che i santi e Dio disse: « Non è bene che l'uomo sia solo ». Non riconoscere questo "aiuto", è rifiutare il piano divino.

Nell'uomo si possono dare due diverse anor-malità in relazione all'atteggiamento che assuma di fronte alla donna: l'indurimento e l'abbruti-mento. L'indurimento si verifica quando egli di-sprezza quell`aiuto, l'abbrutimento quando egli abusa di esso.

L'abbrutimento si verifica quando l'uomo fa dell`aiuto un dio, credendo che la soddisfazione carnale gli possa dare la felicità. E siccome quella felicità dura alcuni istanti, l'uomo pensa che, moltiplicando quegli istanti, la felicità si possa prolungare. Questo modo di pensare non porta con sé che tedio. Questo comportamento non procura alcun sviluppo della personalità uma-na, ciò che procura è la comparsa della bestia nel-l'uomo, comparsa da lui giustificata con un mini-mo di ragione poiché, dato il suo grado di evolu-zione, gli risulta impossibile dominare le sue pas-sioni disordinate. Il demonio ha ottenuto che l'uomo sostituisca Dio col sesso: questo è il dio le cui esigenze sono sempre più imperiose; in esso non c'è né amore, né giustizia. Esiste solo una norma: l'egoismo. Siamo nella piena schiavitù della carne, fomentata dal demonio costantemente.

Questo può dar motivo a che altri uomini, desiderosi della libertà, per andar meglio a Dio, disprezzino 1"`aiuto", vedendolo quasi esclusiva-mente come uno strumento che il demonio impiega per allontanarli da Dio. Con questo ragionamento si cerca di prescindere radicalmente da quel-l`"aiuto", forse con buona intenzione, perché si crede che esso sia un impedimento. Ma il piano di Dio non si può cambiare senza sentirne le con-seguenze. Il disprezzo dell`"aiuto" voluto da Dio produce una distorsione interiore che termina nel-l'indurimento, causando nell'anima una freddezza simile a quella di coloro che si sono abbrutiti abu-sando dell"`aiuto". Perché l'uomo che si dà since-ramente a Dio, non deve mai disprezzare ciò che Dio ha creato per lui, benché altri, abusandone, siano andati contro il piano divino. L'indurimento non avviene quando l'uomo ha cercato primaria-mente il servizio di Dio, ma quando invece quella priorità l'ha data al suo egoismo, al vivere più comodamente. Cioè, tanto nell'abbrutimento che nell'indurimento, abuso e disprezzo della donna, il fattore che muove ambedue gli atteggiamenti è il medesimo: l'egoismo.

E così il demonio ha fatto vedere che il ne-mico dell'uomo è la donna e viceversa. Non è facile riconoscere il demonio in tutte queste valu-tazioni. Ma è lui che desidera ostacolare il piano divino, fin dall'inizio, poiché proprio lui si è servito della donna per introdurre il suo spirito nell'anima umana e poggiarsi sull'uomo per rea-lizzare le sue ambizioni di essere uomo e regnare sugli uomini. Nella rigenerazione dell'uomo non si può prescindere dalla donna, perché Dio stesso, nella sua umiltà e nella sua giustizia, si è servito di lei, Maria, per introdursi in questo mondo. Spesso, data la natura caduta, si tiene in considerazione solo l'opera devastatrice che il "nemico" ha rea-lizzato per mezzo della donna, ma è arrivata l'ora, ed è questa, in cui cuori pieni di Spirito Santo, infiammati nel suo fuoco purissimo, guardano dritto il modo di operare di Dio.

Se il peccato ha lasciato la donna meno ferita dell'uomo, vuol dire che ora essa si trova "na-turalmente" più vicina a Dio. Il significato di "aiuto", per il quale è stata creata, prende ora un nuovo rilievo. Essa deve stare soggetta all'uomo (perché questo fu il decreto divino dopo il pec-cato). Ma questa soggezione non la esime dal-l'utilizzare tutto il meglio che possiede per portare l'uomo ad assoggettarsi a Dio.

In realtà non sappiamo come è avvenuto il peccato originale, ma attraverso le conseguenze si vede che l'uomo è stato più colpevole; perché non è giusto, né ragionevole, che esista un disordine maggiore in colui che ha peccato meno. Quindi se nell'uomo c'è maggior disordine, è perché il suo peccato è stato più grande. Ebbene, se la donna ha collaborato con l'uomo - non sappiamo in che misura - nel peccato, essa deve collaborare e "aiutare" l'uomo a rigenerarsi. è certo che egli ha la grazia a sua disposizione, come aiuto, ma anche prima del peccato l'aveva e tuttavia Dio vide l'uomo solo e giudicò necessario dargli un « aiuto simile a lui »: la donna.

Ebbene, in questa rigenerazione dell'uomo, l'elemento umano, la donna, deve responsabiliz-zarsi della sua altissima e delicata missione sal-vatrice. è certo che l'uomo deve avere la volontà decisa di sollevarsi, e in definitiva da lui dipende; ma la donna con la sua intuizione deve "aiutarlo", perché diversamente gli sarebbe molto difficile. è proprio qui, nel disordine della concupiscenza, che la donna è più ordinata e libera, conservando me-glio l'equilibrio primitivo.

Lo squilibrio nella donna non è così profondo come nell'uomo, ma è più sottile, e può rendere infeconda la sua missione. Questo succede quando essa, approfittando dei doni e delle grazie che Dio le ha dato, li usa in una compiacenza egoistica. Allora, anziché essere un anello di congiunzione tra Dio e l'uomo, diventa un vero ostacolo, e il demonio la utilizza come strumento per abbrutire e far ancor più schiavo l'uomo. La superficialità non permette alla donna di responsabilizzarsi della sua missione elevata e profonda. Se Dio l'ha data all'uomo come un complemento, ciò abbraccia tutto l'essere di entrambi. L'anima della donna deve apportare qualcosa di positivo, di cui l'anima del-l'uomo ha bisogno, e quel positivo è qualcosa di divino, che dopo il peccato l'uomo ha perduto. E questo la donna non riuscirà a realizzarlo con la superficialità di una vana compiacenza.

Oltre alla grazia, sono l'amore e il sacrificio che daranno alla donna la forza e la visione so-prannaturale per realizzare la sua delicata mis-sione. Comprenderà che è un errore e una ingiu-stizia approfittare dei doni di Dio in una insensata e assurda compiacenza per trattenere l'uomo con sé, anziché portarlo a Dio, rendendo così infecondi i suoi doni. Essa dev'essere un punto d'appoggio che non ostacoli mai il ritorno dell'uomo a Colui che l'ha creato. La missione della donna è sublime, ma anche molto umile; perdere l'umiltà per il fatto che la sua missione è sublime, è non averla capita. Tutta la tendenza spirituale e carnale che l'uomo sente verso la donna deve essere utilizzata per dirigerlo verso Dio. Se la donna si appropria di quella tendenza per i suoi interessi egoistici, sta defraudando il piano divino. Inoltre essa ne sof-frirà le conseguenze, perché volendo trattenere l'uomo in sé stessa, questi la dominerà fino a renderla schiava con una concupiscenza sempre insaziabile, portando anche lei all'abbrutimento e all'indurimento.

Perché la donna riesca ad essere quell`"aiuto naturale" voluto da Dio per rigenerare l'uomo, essa deve raggiungere quella libertà interiore della quale abbiamo già parlato, sacrificando il suo egoismo sottile che si riassume in una parola molto significativa: vanità. Cesserà di essere vana quando cesserà di essere superficiale e cesserà di essere superficiale quando affonderà nell'amore che Dio le ha dato, che è un raggio dell'Amore infinito. Una collaborazione assidua e seria con la grazia la condurrà a scoprire la sua vera bel-lezza. è in questa che l'uomo si deve appoggiare per raggiungere la bellezza infinita, che e Amore e Verità nella perfetta libertà.

 

VI. LO SPIRITO DEL MONDO

Abbiamo riflettuto sui due ostacoli della li-bertà che l'uomo porta dentro di sé: l'orgoglio e la disordinata concupiscenza. Il terzo ostacolo lo troviamo fuori dell'uomo: lo spirito del mondo. Quando arriva in questo mondo, l'uomo si trova ferito spiritualmente di dentro e di fuori; porta il peccato d'origine, spirito del male, che deve andar scacciando con l'aiuto della grazia. Fuori di sé stesso l'uomo trova un mondo in cui lo spirito del male che egli porta è stato accettato dalla immensa maggioranza degli uomini. Questo spirito del male accettato ha un nome, "lo spirito del mondo". Esso ha tessuto una rete in cui la libertà dei figli di Dio trova grande difficoltà ad agire.

Ci siamo domandati qualche volta perché Gesù non ha pregato per il mondo? E non solamente in quanto nella sua Preghiera Sacerdotale non ha menzionato il mondo, ma perché positivamente l'ha escluso: « Non prego per il mondo ». Non sarà che il mondo e il demonio si identificano? Si può forse pregare per il demonio?

Per Gesù il "mondo" si trova in una situa-zione identica alla situazione del demonio. C'è in essi una ribellione costante, che li rende inca-paci di ricevere la preghiera di Gesù e il perdono del Padre. Non sono solo parole: il mondo è il regno del demonio. Ricordiamo che nella terza tentazione il demonio offri a Gesù i regni di questo mondo come cosa sua. Perciò lo spirito del mondo è lo spirito del demonio. Nel mondo regna la superbia e la menzogna perché il suo spirito è quello stesso di colui che è padre della menzogna. E come l'uomo ha bisogno dell'umiltà per arrivare alla verità, così la menzogna sgorga dalla superbia come suo frutto naturale.

Basta un piccolo esame personale per com-prendere questo. Perché non si dice sempre la verità? Perché non esiste l'umiltà sufficiente per sopportare le conseguenze di una verità che pre-giudicherebbe la nostra persona. Diamo a questa piccola esperienza intima la massima potenzialità di aumento e vedremo come nel mondo è impian-tata la menzogna diabolica che nasconde l'orgoglio di esseri che partecipano in maggiore o minor misura dello spirito del demonio.

Queste brevi riflessioni ci hanno potuto chia-rire perché Gesù non ha pregato per il mondo, quando il suo Cuore si dilatava a pregare non solo per i suoi Apostoli, « ma anche per quelli che dovevano credere per la loro parola ».

Una breve conseguenza pratica: fintanto che la menzogna sarà frequente nella nostra vita, l'or-goglio ha le sue radici nella nostra anima, e per-tanto partecipiamo dello spirito del mondo; e mentre apparteniamo a quello spirito, siamo fuori dalla preghiera di Gesù: « Non prego per il mondo ».

Il demonio ha lavorato perché gli uomini non diano alla menzogna il valore che merita, e c'è riuscito; più ancora, ha battezzato alcune men-zogne come "bugie pietose". Può forse una pietà seria andar d'accordo con la menzogna? Il demo-nio sa molto bene che non può, ma siccome non vuol perdere ogni influenza sulle anime buone, fa loro vedere che quelle menzogne non hanno importanza. Al momento il demonio si accontenta di ottenere questa piccolissima vittoria: è la porta aperta per poter penetrare più a fondo al momento opportuno. Perché accettando queste anime qual-cosa di suo, come e la menzogna, Dio, per giusti-zia, gli permetterà di avvicinarsi ad esse. Inoltre con ciò il "nemico" ottiene un'altra cosa: quali-ficando quelle menzogne come "pietose", ottiene che le anime non scoprano il vero motivo di quelle menzogne: l'orgoglio.

La menzogna è un termometro fedele che in-dica in che grado si trova incrostato l'orgoglio nella nostra anima. A prima vista sembra che non ci sia nessuna relazione tra le due cose. Per vedere questa relazione non bisogna dimenticare che il padre della menzogna è il demonio, l'orgoglio per-sonificato. Ed egli ha stabilito il suo regno nel mondo per mezzo degli uomini che l'hanno accet-tato. Perciò il mondo è retto dallo spirito del demonio. Egli cominciò ad impossessarsi del mon-do per mezzo della menzogna: « Sarete come Dio », disse ad Adamo. Ma questo regno del demonio è destinato a perire. Come la verità è una e unifica, così la menzogna è molteplice e disgrega. « Ogni regno diviso è destinato a pe-rire ».

Lo spirito del mondo ha tanti aspetti! A volte crediamo di conoscerli tutti, mentre in real-tà ci manca la conoscenza di quelli che più ci interessano. Dobbiamo tener presente che lo spi-rito del mondo lavora in diverse zone nello stesso tempo: da ciò che è puramente materiale, fino a portare la confusione nei valori spirituali. Quello spirito non è altro che il prolungamento dell'azio-ne del demonio, allo scopo di ottenere ciò che questi non ha potuto. Nella vita di Gesù, ad esem-pio, il demonio tenta di allontanarlo dalla via della Volontà del Padre. Non ci riesce e allora lo tenta costantemente coi suoi seguaci per mezzo dello spirito del mondo, presentandosi sotto l'aspetto del "ragionevole". Per altro verso, ciò che è di Dio lo fa vedere "ragionevolmente esa-gerato ".

è un impegno costante da parte di questo spi-rito far sì che gli uomini vivano confortevolmente in questo mondo, nella misura che possono, pre-scindendo da Dio. E si dice "nella misura che possono" perché in fondo, mancando Dio, gli uomini non possono essere felici. Questo scopo lo raggiunge nelle zone inferiori dell'uomo: dai sensi fino a certa parte della ragione. Ma quando la ragione approfondisce, si incontra con la menzo-gna dello spirito del mondo. Esso non è ragio-nevole, è sofistico, perché pretende che l'uomo dimentichi quell'aspirazione profonda che costan-temente tende a spuntare nella sua anima: Dio.

Questo dimenticare Dio riveste molte forme, ma sempre porta l'impronta del "ragionevole": dal materialismo ateo fino alla religione che pretende, nella pratica, di venire a patti con lo spi-rito del mondo. E' certo che il materialismo ateo si appoggia su ragioni materiali ed economiche per prescindere da Dio. è una ragione "cieca", come la materia in cui si appoggia, giacché si pretende di prescindere da Dio quando la materia stessa è stata fatta da Dio. Con ciò si agisce "senza ragione", al prescindere da Dio, quando si tratta di impiantare una giustizia sociale. Cio-nonostante, per essi il prescindere da Dio è qual-cosa di ragionevole: l'hanno forse visto i loro occhi? Allora non esiste. Questo è un ragiona-mento che potrebbe fare un animale con un mi-nimo di ragione: è una semplice illazione dai sensi.

è così vario e diverso lo spirito del mondo, come sono diversi i tipi di demoni. Non abbiamo forse detto che lo spirito del mondo è il prolun-gamento nascosto della influenza del demonio? I demoni sono molteplici. Quell'indemoniato del Vangelo disse che il suo nome era "legione". Anche lo spirito del mondo è "legione" e man-cante di unità.

è ragionevole una cosa?... Allora Dio la vuole. Così pensa lo "spirito del mondo", che si oppone energicamente alle esigenze di una fede che chiede a volte il sacrificio della propria ragione per sot-tomettersi incondizionatamente alla Ragione su-prema. Ricordiamo il caso di Saul: fu l'uomo che operò sempre su impulso della ragione. Un po-tente esercito è in procinto di distruggere Israele; questi si sbanda e Samuele non arriva. Di fronte alla urgenza del momento, a Saul sembra "ragione-vole" di dover offrire lui l'olocausto. Appena ebbe finito di offrire l'olocausto giunse Samuele e gli disse: Che hai fatto?. Le parole di Saul sono molto ragionevoli, ma Samuele gli risponde: « Hai agito da stolto ». Ciò che è "ragionevole" per Saul, è una "stoltezza" per l'uomo di Dio. Saul e Samuele furono due uomini animati da spiriti diversi. Non ci fu mai una mutua compenetra-zione, nonostante che le loro vite fossero così in relazione.

Non c'è dubbio che nell'uomo c'è una ten-denza ad operare ed a giudicare nello stesso modo di Saul. Il "ragionevole" ci va allontanando poco a poco dalla Volontà espressa di Dio, come suc-cesse a Saul. Dio gli comanda tramite il suo pro-feta Samuele di sterminare totalmente Amalek. Ma Saul torna ad affondare nella sua ragione, ribelle al comando di Dio. Non stermina total-mente Amalek e permette che il popolo risparmi alcuni animali per offrirli a Colui che gli ha co-mandato di sterminarli. Ecco il punto critico della ragione; si oppone al comando di Dio in un modo ragionevole: « Migliore dello sterminio è l'of-ferta ». La ragione fa dimenticare a Saul l'ob-bedienza e la sottomissione a Dio che comporta-vano quello sterminio. Così l'uomo di Dio gli dice: « L'ubbidire val più del sacrificio... La ribellione è un peccato come la superstizione e malizia di ido-latria è la resistenza a lui. Poiché tu hai rigettato il comando di Dio, Egli ti ha rigettato come re ».

Quel che fece Samuele col re di Amalek feri-sce la nostra sensibilità mondana; essa vorrebbe protestare di fronte a qualcosa che sembra cru-dele. Ma Samuele preferisce che gli uomini lo giudichino così, piuttosto che disobbedire all'or-dine del Signore: « Conducetemi Agag, re di Amalek. Come la tua spada ha privato di figli le donne, così sarà privata di suo figlio tra le donne tua madre. Poi Samuele trafisse Agag da-vanti al Signore in Galgala ».

Questo fatto storico ci porta ad analizzare le pretese del mondo, ciò che esso pretende dagli uomini di Dio. Lo spirito del mondo è riuscito a convincere gli uomini che le anime sante, gli eletti di Dio, devono essere persone inoffensive: non dovete temerli, sembra dire loro; quando non saranno d'accordo col vostro parere, taceranno. Sono tanto buoni e comprensivi! Inoltre lo spirito del mondo spinge i suoi seguaci a collaborare con le anime buone perché così, in qualche modo, tiene anch'esse nelle sue reti. Le anime semplici, desiderose di una maggiore perfezione, le ha con-vinte che non devono cambiare le cose; che esse non sono state chiamate a quella via di perfezione, la quale non è per tutti; pertanto non devono molestare gli altri, perché sarebbe mancanza di carità e di pazienza, non sapendo sopportare i "fratelli". è il demonio stesso che suggerisce ciò a queste anime, per poter egli lavorare meglio nel mondo.

A ciò si può controbattere portando l'esempio di due personaggi che lottarono coraggiosamente contro lo spirito del mondo e che appaiono con Cristo sul monte Tabor: Mosé ed Elia.

Mosé « afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ri-durlo in polvere, ne sparse la polvere nell'acqua e la fece trangugiare ai figli di Israele ». Poi parlò così alla tribù di Levi che si mise ai suoi ordini: « Dice il Signore, il Dio di Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell'accampamento da una parte al-l'altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente ».

Il profeta Elia non fu meno inflessibile: «Af-ferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno! Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò».

Potremmo tirare una breve conclusione da questi fatti: fintanto che noi ci scandalizziamo di queste cose, significa che il nostro spirito mondano ci rende incapaci di comprendere la giustizia di Dio. Lo spirito del mondo ha fatto dimenticare questo attributo divino, presentando la sua mi-sericordia prolungata in modo sproporzionato ri-spetto alla giustizia. Perché se infinita è la sua misericordia, lo è anche la sua giustizia. Quando comincia l'una e termina l'altra? Lo spirito del mondo non è il più indicato per saperlo. E quegli uomini, Mosè ed Elia, in quei momenti erano spinti da una forza superiore a loro stessi, realiz-zando la giustizia divina. Perché la nostra ragione non concorda con ciò? Questo disaccordo rivela che la nostra ragione è ancorata, non nella fede, ma nello spirito del mondo; questo vive o del sentimentalismo o dell'interesse personale. E tanto la giustizia come la misericordia divine si devono comprendere con una fede che ha per base la su-prema Ragione. Solo coloro che siano uniti per la fede in Essa, conosceranno esattamente l'ora della misericordia e l'ora della giustizia.

Era lo stesso spirito del mondo, il quale, oltre che dal "ragionevole", si lascia prendere dall'indignazione, quello che non permise ai "figli del tuono" di vedere esattamente l'ora della giu-stizia: «Facciamo scendere fuoco dal cielo che li consumi». Gesù mostra loro che sono do-minati, in quei momenti, da uno spirito estraneo alla Volontà del Padre: « Non sapete a che spirito appartenete ». L'ora di Gesù era l`ora" della misericordia divina: « Sono venuto a salvare le pecore perdute di Israele ».

Conoscere quell"`ora" non è facile a coloro che vivono immersi in tutto ciò con cui li distrae lo spirito del mondo. Una critica sincera di tutto quello che distrae gli uomini lontani da Dio sa-rebbe insopportabile per loro ed essi si ribelle-rebbero a questo giudizio radicale; per loro è im-possibile all'uomo vivere senza alcuna distrazione. Chiunque pensi così è perché, in realtà, non ha incontrato Dio. Perché quando lo si è incontrato, tutto ciò che distrae da Lui, offende e disgusta. Può succedere che per alcuni istanti richiami l'at-tenzione dei nostri sensi, ma il fondo dell'anima fugge a cercare Colui che è la propria vita, Dio, « per il quale furono fatte tutte le cose che ve-diamo e senza del quale niente fu fatto ». Questo è totalmente inintelligibile per quelli che ragionano coi sensi e vivono nello sport, nella politica, nelle case di piacere, negli affari, nelle riunioni sociali, negli studi, ecc. e perfino in certe "opere di apostolato" fatte allo scopo di "passare il tempo" e contemporaneamente di far qualcosa "per Cristo" e "per i fratelli": è un'altra forma di "distrazione" che allontana le anime buone dal compimento della Volontà del Padre.

Tutto questo tiene gli uomini, non solo di-stratti, ma ciechi. Come abbiamo detto preceden-temente, è lo stesso spirito del mondo che lavora in diverse zone dell'anima umana. Quelli che non prende con un laccio, li prende con un altro. L'uomo d'affari guarda con disgusto chi consuma le proprie energie nello sport o in case di prosti-tuzione. L'uomo d'affari pensa di essere l'uomo ragionevole che sa utilizzare la propria intelli-genza, il proprio tempo e il proprio denaro; e se, oltre a ciò, assiste a qualche celebrazione religiosa, lì abbiamo lo spirito del mondo in una forma sottile, elegante e perfino col nome di cristianesimo. Per lui, la grazia deve adattarsi al corso normale dei suoi affari; il contrario sarebbe fana-tismo. L'importante sono i suoi affari; può essere che la religione occupi il secondo posto, se non occupa il quarto o l'ultimo. In modo simile ra-giona chi ha come forma di "distrazione" le "opere di apostolato"; l'importante sono le sue opere; che siano d'accordo o no con la Volontà di Dio, a questo neppure si pensa. è Dio che deve adattarsi alla volontà dell'uomo, e siccome Egli lo "permette", come permette il male, gli uomini continuano a pensare che quello lo vuole Dio.

E sarebbero questi uomini, quelli che devo-no giudicare quando è l'ora della giustizia e quan-do è l'ora della misericordia di Dio? Con la loro frivolezza e leggerezza mondana arrivano a profanare col proprio giudizio quel che mai sarà loro dato di conoscere: il piano divino e miste-rioso della salvezza degli uomini.

Altra arma che utilizza lo spirito del mondo è lo scherzo, e questo ha diversi gradi, dalla bar-zelletta apertamente oscena, fino a quella che tocca le cose spirituali; questa è usata perfino da persone religiose. Non ci tratterremo sullo scherzo animale perché non è difficile vedere in esso l'im-pronta dello spirito del mondo, in aperta collaborazione col demonio e con la carne. Coloro che non sentono una ribellione intima contro questo tipo di scherzi, già sappiamo a quale categoria di esseri appartengono. Gli altri scherzi, quelli che toccano le realtà spirituali, sono un laccio più sottile del "nemico" affinché le cose di Dio non si prendano troppo sul serio; creerà così un am-biente di frivolezza intorno alle cose più sante, che gli permetterà di realizzare più facilmente i suoi piani di distruzione.

Ecco perché Gesù non pregò per il mondo: c'era in esso troppo razionalismo e troppa frivo-lezza, che si opponevano alla salvezza. E non sol-tanto si opponevano alla salvezza, ma intrapren-derebbero la persecuzione del Salvatore e di tutti quelli che avessero voluto salvarsi. « Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi ». Queste parole di Gesù sono troppo gravi perché un suo discepolo le possa dimenticare facilmente. A misura che una persona va cessando di appar-tenere allo "spirito del mondo" per la sua fedeltà alla "chiamata" intima del Signore, il "mondo" comincia ad odiarla, in un modo velato prima, e apertamente poi; questo "odio" del mondo può essere un termometro per sapere se siamo già stati "scelti" da Gesù: « Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia ». Finché il mondo ci stima ed è d'accordo con le nostre opere, è perché queste sono dirette dallo "spirito del mondo" e ancora apparteniamo al "mondo" e non a Gesù.

Si possono enumerare tre fasi dello spirito del mondo in rapporto ai figli di Dio: l'inganno, il disprezzo e la persecuzione. In primo luogo cer-cherà di ingannare i figli di Dio con le attrattive, gli onori e i beni materiali che possiede. Quando l'uomo non si lascia ingannare, e disprezza quello che il "mondo" gli offre, allora sopravviene il secondo atteggiamento dello spirito del mondo: il disprezzo e lo scherno. Ma quando l'uomo di Dio non solo non fa caso a questo disprezzo, ma cerca di smascherare gli inganni del mondo, allora ha luogo la persecuzione e il martirio.

Dato lo stato di distorsione, provocato dal peccato originale, l'uomo deve vivere in una vio-lenza continua: questa violenza, o l'uomo la fa a sé stesso, per sradicare lo spirito del male, o gliela fanno certe circostanze esterne. Pensiamo ad una persecuzione religiosa: se al suo termine essa non ha lasciato la convinzione che deve con-tinuare nel segreto del cuore la persecuzione con-tro l`"uomo vecchio", questo "uomo vecchio" torna a germogliare al sentire un ambiente favo-revole e può arrivare ad essere allora più robusto di quanto non fosse prima di sopportare i colpi della persecuzione esterna - di questo abbiamo un'esperienza che si sta vivendo nella vita religio-sa -. Le comodità di un mondo apparentemente convertito gli possono suggerire che ormai non ha più bisogno di lottare contro niente e nessuno. Quegli atti di eroismo, che si sono fatti in tempo di persecuzione, non si ripetono in circostanze normali, quando ci sarebbe bisogno soltanto di un minimo di sacrificio. Mancando quella perse-cuzione esterna, la fede si va raffreddando. Non c'è stata una continuità in una lotta più profonda. La fiamma divina che abita nell'anima, dopo aver vinto l'opposizione che veniva da fuori, avrebbe dovuto continuare a bruciare l'opposizione di resistenza dell`"uomo vecchio", che a un tempo abita dentro di lei. Venendo a mancare questa tensione, questa lotta, la mondanizzazione del-l'uomo è inevitabile, date le radicate tendenze dello spirito del male che esistono in lui.

Questo ci porta ad una considerazione poco nota: i santi che hanno vissuto in una corte, hanno forse più meriti che gli stessi martiri. Questi hanno dato la vita per il Signore in pochi istanti, hanno superato il male sfacciatamante ma-nifesto. Ma i re santi hanno dovuto stare in co-stante vigilanza perché gli onori del mondo non li corrompessero, sviandoli dallo Spirito del Si-gnore. Tutta la loro vita è stata un martirio nello stretto senso della parola: sono stati "testimoni" incruenti di fronte alla persecuzione degli onori e delle attrattive del mondo. Questa persecuzione è poco conosciuta, perché al mondo non interessa che si conosca. E' la persecuzione più frequente e dalla quale trae maggior profitto.

Le parole di San Giovanni nella sua prima lettera riassumono tutto il contenuto dello spirito del mondo, che noi abbiamo appena abozzato: « Perché tutto quello che è nel mondo, la concu-piscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con le sue concupi-scenze; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno! ».

Questo senso di fugacità del mondo, « il mon-do passa », non può essere avvertito in tutta la sua profondità, se l'uomo non si stacca da quella "superbia della vita", che gli fa vedere il mondo con una certa stabilità, ed è essa che spiega o giustifica la "concupiscenza della carne" e la "concupiscenza degli occhi". Se questo mondo, che la "concupiscenza degli occhi" contempla avi-damente, ha continuità e durata, la "concupiscenza della carne" non trova una ragione manifesta per la quale debba astenersi da qualcosa. Pertanto la "superbia della vita" è il cuore dello spirito del mondo, che alimenta le due concupiscenze: vedere e godere. Non sono le uniche, ma riassumono tutte quelle che possono esistere.

San Giovanni ci mette in guardia con una con-cisione luminosa: « E il mondo passa con le sue concupiscenze ». Contro gli inganni di un mondo superbo, l'allarme è dato: « Il mondo passa ». Ciascuno deve approfondire e convincersi della fugacità di questo mondo, affinché la "superbia della vita" non lo inganni presentandogli una falsa perennità. Quando la "superbia della vita" sarà rimossa dall'umiltà di cuore, si comprenderà con chiarezza che questo che vedono i nostri occhi e sente la nostra carne, è destinato a scomparire per dar luogo ad un mondo nuovo e a una terra nuova, secondo il cuore di Dio, ove abi-teranno eternamente "coloro che hanno fatto la Volontà del Padre". « Il mondo passa con le sue concupiscenze; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno ».

Mentre questo mondo passa, raccogliamo il consiglio di San Giovanni: « Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui ». Certo; come avremo l'amore del Padre, se amiamo quel mondo che rifiutò suo Figlio? « Egli era nel mon-do, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe ». Ora possiamo ca-pire in tutto il loro senso le parole di Gesù: « Non prego per il mondo ».

Dobbiamo notare che quando cominceremo a liberarci totalmente dallo spirito del mondo, cominceremo a sentire l'impossibilità di vivere in questo mondo. Non si può conoscere questa im-possibilità fino a che davvero non si rinuncia totalmente. Questa rinuncia ci mette in uno stato di violenza nei confronti dei nostri simili. Questa violenza non implica una mancanza di carità pro-priamente detta, ma cagiona una specie di distor-sione; si vive nel mondo, ma con uno spirito che urta da ogni parte col modo di pensare di coloro che sono installati nel mondo. Questa distorsione spirituale, come la distorsione di un membro del corpo, causa dolore nell'umano. Chi vuole vivere totalmente dello Spirito di Dio, desidererebbe essere condiscendente con certe debolezze di quelli che ancora vivono dello spirito del mondo, ma non può. Ecco la distorsione: volere e non potere; volere nell'umano e non potere perché lo Spirito di Dio, di cui vive, non gli permette di condiscen-dere con ciò che è proprio dello spirito del mondo.

Questa costante violenza non potrà essere com-presa, se non da quelli che hanno rinunciato davvero totalmente allo spirito del mondo. E que-sto "totalmente" è molto importante perché quel-l'esperienza sia perfetta. Perché si può rinunciare a certi aspetti dello spirito del mondo, e nello stesso tempo vivere di quello spirito per altri aspetti. Possiamo dire che il segno di quella ri-nuncia totale si trova in quella impressione di impossibilità a vivere nel mondo. Quelli che non abbiano avuto questa esperienza dolorosa, è per-ché non hanno rinunciato totalmente allo spirito del mondo; questi lotta ancora con l'anima per restare in lei. è però anche vero che quando quello spirito lo si è espulso totalmente e si vive sola-mente dello Spirito di Dio, si acquisisce quella perfetta libertà che non trova ostacoli per vivere ancora in questo mondo, inaugurando già nell'ani-ma il regno di Dio.

Chi vuol vivere in questo mondo stimato da esso e non voglia adattarsi a ciò che lo spirito del mondo esige, vive in una contraddizione: vuole essere amato da "qualcuno" che egli non ama. Questa è una rinuncia egoista, perché ha rinunciato al mondo esterno, riservandosi gli ap-prezzamenti che quel mondo può dargli. Costoro vivono in una costante inquietudine per timore di perdere quell'apprezzamento, e nel contempo non vogliono condiscendere al mondo (costoro sono nella "via di convenienza", una posizione falsa, che non può durare).

Non parliamo di coloro che vivono totalmente schiavi dello spirito del mondo, in loro non c'è la pace. Perché non serve darsi a quello spirito una volta per tutte; le sue esigenze sono sempre maggiori, perché nel fondo esiste l'inquietudine di uno spirito che si muove in costante rinnova-mento per potersi mantenere, giacché è l'errore e la menzogna.

Come affrontare a fondo una vera purifica-zione dallo spirito del mondo per restituire la libertà alle anime? è certo che quei generosi ten-tativi di perfezione per tagliare alla radice i con-tatti con lo spirito del mondo, anche se proven-gono da una volontà decisa ad unirsi allo spirito di Dio, hanno in sé la vanità di vedersi liberi da certi difetti che si riconoscono tali proprio per una grazia. Ma questa grazia non è penetrata tanto da far scomparire non solo i difetti, ma anche la vanità di essere migliori.

Esiste una via più umile e più pratica: creare nella nostra anima, con la preghiera e la fiducia in Dio, un atteggiamento di disponibilità. Rico-noscere i lacci che ci legano ancora allo spirito del mondo, e chiedere a Dio che venga a tagliarli. Tutto ciò comporta una serietà nella vita: questa serietà la dà la speranza che Egli un giorno arriverà alle nostre anime per spezzare quei lacci, creando in noi una attitudine completamente op-posta: « Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete » è la vera purificazione che solo Lui può realizzare. Rompendo in noi i lacci dello spirito del mondo, Egli crea in noi un'incapacità a gustare le cose del mondo. Questa trasformazione è un vero "dono di Dio". Ciò è qualcosa di incomprensibile per chi ancora conti-nua ad essere legato allo spirito del mondo in un qualsiasi modo. Quel "dono" Dio lo concede a chi glielo chiede e si dispone sinceramente a riceverlo. Quel "dono di Dio", all'inizio, non ri-chiede santità - questa è conseguenza di esso - ma umiltà. Umiltà nel riconoscimento della nostra im-potenza a portare ad effetto tale purificazione, e poi essere fedeli alle continue ispirazioni della grazia.

Esiste un aspetto doloroso in questa purifica-zione: l'anima che abbia ricevuto questo "dono di Dio", sentirà attorno a sé la solitudine, perché gli esseri che le stanno attorno continuano ad es-sere legati allo spirito del mondo; non vivono di quella "fonte segreta" che la grazia, il "dono di Dio", ha fatto sgorgare nella sua anima. Una so-litudine simile a quella di Gesù in mezzo agli uomini. Questi si muovevano, compresi gli Apo-stoli, attorno a Gesù, con mire meschine, mentre Egli era assorto nella Volontà del Padre. La soli-tudine di Gesù nell'umano fu infinita. Così l'ani-ma nella quale Gesù abbia "aperto" la fonte di "acqua viva" sentirà le conseguenze: la gioia di aver trovato il suo centro e, nel contempo, la solitudine, perché gli esseri che le stanno attorno non comprendono la ragione della sua vita. Per-tanto non possono comprendere neppure le sue espressioni e rischia sempre di essere male interpre-tata. In lei il "dono di Dio" ha creato un'incapa-cità di godere di altre gioie, o di altra "acqua", che non sia quella che sgorga dalla fonte segreta che Lui ha aperto nel suo cuore; guarda tutto a partire da Lui e con destinazione Lui.

E' questa l'autentica purificazione dallo spirito del mondo, che ci restituisce la perfetta libertà, e che noi non otterremo se non ci disporremo a ricevere il "dono di Dio" che ci trasformerà in creature nuove.

« Se tu conoscessi il dono di Dio! ».

 

VII. LA SCHIAVITU' DEL DENARO

Nella lotta dell'anima per raggiungere la li-bertà, essa incontra un forte ostacolo entro lo spirito del mondo: il denaro. Il denaro è stato un'invenzione importata dall'inferno in questo mondo, per potersi impadronire delle anime che vivono in esso.

Riflettiamo: prima del "peccato originale", Dio aveva concesso all'uomo l'esuberanza di un delizioso Paradiso: « Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del Paradiso », disse Dio all'uomo. L'uomo non aveva nessuna speciale preoccupa-zione materiale. Ma dopo il peccato, tra le varie sanzioni Dio gli dà questa: « Con il sudore della tua fronte mangerai il pane ». Il lavoro, dopo il peccato, porta il sigillo della sofferenza. Queste due parole "con sudore", indicano il cambiamento che ha subito il significato del lavoro. Prima del peccato il lavoro esisteva come divertimento, mai come peso opprimente. Dopo il peccato, il lavoro "con sudore", oltre che castigo o penitenza, poteva essere un mezzo di redenzione relativa, giacché la Redenzione assoluta verrebbe all'uomo per mezzo di Cristo. Mediante il lavoro l'uomo si rendeva conto che stava saldando una colpa verso il suo Creatore.

Dobbiamo far notare che Dio, togliendo l'uo-mo dal Paradiso dell'Eden, lo fece per amore, per salvare l'uomo dal pericolo che rendesse eterno il suo male - questo è indubitabile dopo che Dio ci ha dato suo Figlio per salvarci e con Lui tutte le cose -: « Ecco l'uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora egli non stenda più la mano e non prenda anche dal-l'albero della vita, e mangiandone viva in eterno. E il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse la terra da dove era stato tratto». Quel "giardino di Eden" era "luogo di eternità", ove c'era l`albero della vita" - era uno stato che gli avrebbe dato l'immortalità del corpo, come aveva l'immortalità dell'anima -. Dio introduce

l'uomo nel "tempo" affinché, facendo penitenza e con la morte sia purificato dall'azione dello spi-rito del male e, redento dai suoi peccati (ricevendo il Redentore), possa ritornare a quello stato di "eternità", che è l'unione col suo Creatore.

Il lavoro non era solamente il mezzo per vi-vere; nella coscienza colpevole e pentita del primo uomo c'era una gioia misteriosa nel lavoro stesso, realizzato "con sudore"; qualcosa di simile alla gioia delle anime del purgatorio, che compren-dono come la Giustizia di Dio si realizza in loro espiando le mancanze commesse, e amano quella Giustizia amorosa del loro Creatore. Ma all'an-darsi allontanando sempre più da Dio, l'uomo si ribella contro di Lui sotto due forme: o negando che Egli esiste, o concependo Dio come un tiran-no che si rallegra del suo dolore. Come è possibile questa concezione di Dio? Non esiste, al fondo, che questa ragione: il peccato, negazione della giustizia, è penetrato più a fondo nell'essere uma-no e attribuisce ingiustamente a Dio realtà do-lorose delle quali l'uomo con la sua libertà è responsabile. Questa profondità nel peccato, lonta-nanza da Dio, non permette all'uomo di vedere con chiarezza il significato del lavoro doloroso. L'impegno del demonio è calato più a fondo nel suo desiderio di allontanare maggiormente da Dio l'uomo, dopo la sua caduta. Dio ha messo l'uomo nell'obbligo di lavorare "con sudore" per conservare un'esistenza su questa terra che prima gli aveva donato: « Ecco io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto che produce seme: saranno il vostro cibo ». Ma in quel lavoro, oltre ad essere necessario per vivere, c'era una specie di riparazione per un ordine infranto; l'uomo, se arrivava a comprendere questo aspetto ripara-tore, avrebbe potuto purificarsi meglio, per ri-cevere più tardi il vero Riparatore della Giustizia divina: Gesù. Ma il demonio ha messo un ele-mento nuovo tra la sussistenza dell'uomo e il suo lavoro: il denaro. Dio non ha creato il denaro per l'uomo, neppure dopo la sua caduta. Il denaro è un'invenzione totale e assoluta del demonio. Come si potrebbe dimostrarlo? è certo che il denaro è una realtà amministrata dagli uomini, ma il suo inventore è un altro; così come i gio-cattoli sono qualcosa di infantile, però i bambini non fabbricano i giocattoli, ma li fabbrica una persona adulta che conosce le tendenze dei bambini. Anche negli uomini, dopo il peccato, esiste una tendenza: la tendenza ad allontanarsi da Dio; benché esista anche la tendenza contraria: la no-stalgia e il desiderio semi-inconscio di ricuperare il Dio perduto per il peccato. La prima tendenza, allontanarsi da Dio, fu un trionfo ottenuto dal demonio col peccato del primo uomo; la seconda, la nostalgia di Dio, significava per il demonio un pericolo. Per soddisfare queste due tendenze e sentirsi più sicuro del possesso dell'uomo, esso inventò un "dio sostitutivo": il denaro.

Perché mettiamo il demonio in una realtà così umana, com'è il denaro? Perché è lui, non l'uomo, che ha una vera conoscenza del male. L'uomo, anche dopo la sua caduta, non desidera il male se non sotto l'aspetto del bene. Il demonio, che è la "personificazione" del male (tutto il contrario dell'AMORE di Dio), non può presentarsi all'uo-mo, affinché questi lo ami scegliendolo al posto del suo Creatore, poiché l'uomo di lui ha orrore. E allora ha cercato di farsi sensibile, presentan-dosi agli uomini sotto l'aspetto di un bene; per questo ha inventato il denaro. Il denaro compie una duplice missione: far dimenticare il vero e unico bene, Dio, e far dimenticare il vero male, il demonio, perché il denaro appare come un bene necessario. Se Dio ha preso una forma per avvicinarsi agli uomini senza abbagliarli, il demo-nio, per non intimorire con la sua malvagità gli uomini e per attrarli a se, si è nascosto sotto la forma del denaro.

Abbiamo detto che dopo il peccato, il lavoro "con sudore", oltre ad essere necessario per man-tenersi, aveva un valore relativo di riparazione. Avendo il demonio messo il denaro tra il lavoro e il mantenimento, gli uomini non avrebbero più dovuto lavorare solo per alimentarsi; c'e ora uno stato spirituale intermedio: devono lavorare per guadagnare il denaro, e questo diventa il centro del loro lavoro, perché pensano che è il denaro che darà loro la felicità tanto desiderata. Il lavoro, che era stato posto da Dio come un mezzo di riparazione, è stato profanato. Il demonio non avrebbe potuto scegliere caricatura migliore, per farsi desiderare dagli uomini, che questa del de-naro; ha sconvolto l'esistenza stessa dell'uomo. Colui il cui lavoro non sia rimunerato con denaro non può vivere. Il demonio ha convinto comple-tamente gli uomini che il denaro è necessario per la vita come l'aria che si respira; così il denaro diventa il centro di tutte le loro aspirazioni. Il lavoro ha cessato di essere qualcosa di sacro, imposto da Dio per riparare una colpa e si è trasfor-mato in un culto al denaro, idolo inventato dal demonio.

Lo stato di insicurezza avrebbe portato l'uomo a ricorrere costantemente a Dio, ma con l'inven-zione del denaro, e ad ottenere denaro che si indirizzano tutti gli sforzi, perché il denaro dà una apparente sicurezza. Che cosa c'è di cattivo in questo? Non è forse giusto che esista nel mondo un valore di scambio per la convivenza sociale? La domanda è troppo sincera per non riconoscere il suo relativo valore. E la risposta, su un piano puramente naturale, non è molto facile. Dobbia-mo fare uno sforzo gigantesco per sbarazzarci dei nostri usi, costumi e comodità, allo scopo di ve-dere tutta la trama, tessuta meravigliosamente dal nemico dell'uomo; con la peculiarità che egli non si lascia scoprire tanto facilmente, facendo sì che gli uomini attribuiscano a Dio cose che sono pro-mosse da lui.

La domanda che ci siamo fatti è la seguente: non è forse giusto che esista nel mondo un valore di scambio per la convivenza sociale? Bisogna di-stinguere: se l'uomo e fatto per vivere in questo mondo il più comodamente possibile, non c'è dub-bio che debba esistere un "valore-base", internazionale, che gli serva come una specie di salvacon-dotto per fare quel che desidera in tutti i paesi del mondo. Ma se l'uomo è fatto essenzialmente per Dio, allora deve allontanare da sé, il più possibile, tutto ciò che venga ad essere un osta-colo per raggiungere il suo fine.

Ma si può insistere ancora: Perché il denaro ci impedisce nel nostro cammino verso Dio? Non ci sono stati santi che sono vissuti in mezzo alle ricchezze? La nostra superbia, battezzata con un cristianesimo superficiale, pretende di saperne di più che Cristo stesso. E le sue parole sono troppo chiare perché riusciamo ad ingannarci: « Nessuno può servire a due padroni; nessuno può servire a Dio e alle ricchezze ». Il "padrone" che si nasconde nelle "ricchezze" è il demonio. E quelli che servono al denaro non possono giustificarsi col fatto che ci siano stati santi che pur vivendo "ufficialmente" in mezzo alle ricchezze, col loro cuore erano completamente staccati da esse; chi pretende di conciliare le due cose è perché si è deciso inconsciamente a servire alle ricchezze: « Nessuno può servire a due padroni ». Il giovane ricco del Vangelo fu più sincero di molti cristiani che pretendono di conciliare le due cose; il gio-vane ricco si allontanò da Gesù per continuare a coltivare le sue ricchezze.

Abbiamo detto precedentemente che il denaro procura all'individuo una relativa sicurezza. Que-sta sicurezza materiale è voluta da Dio? Quel che ora diremo sembrerà una pazzia, ma tra quel che gli uomini giudicano pazzia e Dio c'è una grande vicinanza. Lo diceva San Paolo: « Ciò che gli uomini giudicano pazzia è sapienza per Dio ».

Dopo il peccato l'uomo dovette sentire un abbandono interiore simile a quello di Cristo sulla croce. Non per nulla Cristo stava pagando alla giustizia divina la pena del peccato dell'uomo. Perciò quell'abbandono, che doveva indirizzare l'uomo a chiedere l'aiuto del Dio oltraggiato, avrebbe mantenuto il contatto tra il Creatore e la creatura. Ora possiamo comprendere meglio le parole di Gesù sulla Croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». - Non dimenti-chiamo che sulla croce veniva crocifisso l`"uomo vecchio" dell'umanità -. L'abbandono era qualcosa come la grazia al contrario; ciò che la grazia faceva positivamente prima del peccato, cioè man-tenere l'unione con Dio, l'abbandono dopo, lo fa negativamente, creando nell'anima una necessità di Dio; era, questo, qualcosa come una "grazia nera". Questa situazione, certo, portava con sé una insicurezza dolorosa, ma non gli avrebbe fatto dimenticare mai la sua colpa e gli avrebbe fatto aspettare con ogni ansietà Colui che doveva venire.

L'uomo non ha accettato questa insicurezza purificatrice (« Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo ») e per insinuazione del demonio cerca di costruire in questo mondo un paradiso simile a quello dal quale fu espulso. Riuscendo ad avere questa sicurezza nel mondo, l'uomo cessa di vedere la necessità di ricorrere a Dio, e di aspettare nessun Redentore che lo liberi da una colpa che si allontana sempre più nel ricordo della storia. Molte cose hanno contribuito a conferire all'uomo questa sicurezza intraumana; una di esse, e non quella di minore importanza, fu ed è il denaro.

La paura dell'uomo per l'insicurezza non si può vincere se non con una fede viva ed operante nell'amore di un Dio, Padre e Provvidente. Le parole con le quali Gesù ci consiglia la fiducia nella bontà del Padre, non possono essere com-prese in tutta la loro forza, fino a che non ci siamo spogliati di quell'"uomo vecchio", che por-tiamo incrostato nel più profondo del nostro es-sere. "Gli uccelli e i gigli", nutriti e adornati dalle mani amorose del Padre, sembrano a quel-l`"uomo vecchio", che portiamo dentro, pura poesia, ma senza nessuna risonanza nella vita pra-tica. E tuttavia, le parole di Gesù sono certe- « Chiunque lasci padre e madre, fratelli... avrà il cento per uno di questa vita, e poi la vita eter-na ». Ai seguaci di Gesù non mancherà niente, ma Egli non toglierà loro l'insicurezza: « Il di-scepolo non sarà in condizione migliore del Mae-stro » si potrebbe dire anche qui.

E la situazione del Maestro fu descritta da Lui stesso: « Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo » 12. E' più santificante confessare un'incapacità naturale a seguire la parte più profonda del Vangelo, che professarci suoi seguaci quando in realtà ignoriamo le sue più elementari esigenze. Allora, chi potrà seguire sinceramente il Vangelo? Quel che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio. Ciò di cui abbiamo bisogno è confessare la nostra incapacità ed in-vocare l'aiuto della grazia divina. Poiché certa-mente questo è l'aspetto del Vangelo che rimane ancora il più ignorato: l'insicurezza che un distac-co totale dalle ricchezze comporta. Da sé, questo è impossibile, senza una grazia che spinga verso un Padre che è AMORE.

Tutto ciò non vuol dire che non si debba lavorare « perché gli uccelli del cielo non lavora-no » ed esiste un Padre provvidente che guarda alle nostre necessità. Questo sarebbe un nuovo inganno del "nemico". Gli uccelli del cielo non devono riparare una colpa come l'uomo; e un modo di riparare è il lavoro. Ma d'altra parte, né il lavoro, né, tanto meno, il denaro, devono costi-tuire la nostra sicurezza. Perché allora la nostra fiducia starebbe nel lavoro per sé stesso; e quel che è stato un mezzo di riparazione diventerebbe un idolo: aspetteremmo tutto dal lavoro. E quan-do si arrivi ad una età nella quale non si possa più lavorare, in che cosa metteremo la nostra fiducia? Pertanto non nel denaro - poiché è un'invenzione del demonio - e neppure nel lavoro - perche è solo un mezzo di riparazione - si deve mettere la fiducia. La nostra fiducia si deve met-tere in Dio, che ci ha creati.

Questa fiducia in Dio non si oppone alla insicurezza di cui abbiamo parlato prima: è insi-curezza umana perché non sappiamo e non pos-siamo contare su niente di concreto; ma nello stesso tempo è sicurezza, perché dipendiamo dal-l'Onnipotente. Orbene, per fare assegnamento su questa sicurezza da parte di Dio, dobbiamo vivere secondo le sue leggi: una di esse è il lavoro, che può essere materiale o spirituale - è la sua divina Volontà che designerà il lavoro che ci purificherà - e soprattutto l'amore di Dio, il quale ci ha imposto amorosamente ciò che esigeva la giustizia di un ordine infranto. E così, come Dio nutre gli uccelli che cantano, nutrirà anche gli uomini che lavorano e amano. Questa è la sicurezza promessa da Gesù; chi la raggiungerà avrà ottenuto di libe-rare la sua anima dalla schiavitù del denaro e vivere nella vera libertà dei figli di Dio.

Quelli che si trovano sotto la schiavitù del denaro si troveranno coinvolti in una lotta impla-cabile e costante, perché esistono altri. che cercano la stessa realtà, nella quale gli interessi degli uni urtano con gli interessi degli altri. Ecco che il denaro porta fra gli uomini qualcosa che è proprio dell'inferno: l'odio. Questa sarebbe una ragione in più per provare come il denaro è una invenzione esclusiva del demonio.

Il denaro non ha altro valore che quello di rappresentare un'altra realtà: la proprietà. La proprietà è un altro dei tanti lacci nel quale è caduto l'uomo nel suo orgoglio, desideroso di stabilirsi confortevolmente in questo mondo. Non è forse lecita la proprietà, frutto di un lavoro onesto? In parole semplici, no. L'unico proprie-tario è Dio, perché Suo è non solo ciò che pos-sediamo, ma anche le facoltà con le quali abbiamo lavorato. Sentire profondamente questa espropria-zione radicale è mettersi, l'uomo, nel vuoto di una umiltà simile a quella dalla quale lo trasse Dio: il nulla. Sentire che le sue facoltà naturali sono un dono di Dio e vivere in questa convinzione è il giusto sentire di una creatura razionale in grazia. Tutto ciò che si allontani da questo è opera dell'orgoglio umano che, come il demonio, preten-de appropriarsi di cose che non sono sue.

Ecco perché la proprietà, in un senso puro e profondo, è un furto fatto a Dio. Si dice che l'uomo è un amministratore di Dio, ma in pratica si vive con tutti i diritti di reclamo di un auten-tico proprietario.

Uno sguardo profondo che sia riuscito a vedere le esigenze di questa vera espropriazione si farà questa domanda: come si può vivere allora in questo mondo, se la proprietà raggiunta con mezzi legittimi diventa illegittima? è necessario sentire profondamente queste difficoltà, per vedere quanto lontano sia caduto l'uomo e per sentirsi estranei in un mondo che è stato usurpato dal demonio, e in cui questi cerca di far partecipare gli uomini a quel furto, facendo loro credere che sono "pro-prietari assoluti" del mondo.

Ma non è questione di termini giuridici: solo chi senta e vìva che il suo non gli appartiene, ma che egli è semplice amministratore di Colui al quale il Padre assoggettò tutte le cose, sarà di-sposto a fare tutto quello che gli chieda il suo Proprietario. Perché tanto la proprietà privata quanto quella comune portano questa conseguen-za gravissima: impediscono di ascoltare Dio; l'im-pegno si incentra nel difendere i propri interessi, e si dimenticano in parte o totalmente gli interessi di Dio. Più ancora, siccome non si vuole rinun-ciare ai propri interessi, si arriva all'autosugge-stione di credere che i propri interessi sono gli "interessi" di Dio. Il riconoscere questo inganno, in ciò che si è vissuto con maggiore o minore rettitudine, è opera della grazia e dell'umiltà. Una delle difficoltà che il demonio può sug-gerirci è questa: la preoccupazione di come si dovrà svolgere la nostra vita nel futuro. Se ab-biamo vissuto in modo sbagliato, come sarà la nostra vita per l'avvenire? E siccome può darsi che Dio non ci faccia conoscere il futuro nello stesso momento in cui ci fa vedere l'errore del nostro passato, noi ci rifiutiamo di riconoscerlo. La natura umana ha orrore del vuoto; rinnegare il passato senza avere un futuro certo, non è possibile all'orgoglio umano. Esso pretende una sicurezza; da ciò deriva che si aggrappi al passato e al presente, benché questo sia errore; e cercherà di giustificarsi convincendosi che il contrario è temerità. Conclusione: secondo l'orgoglio, i propri interessi sono l'unica verità pratica.

Contro l'orgoglio che ha diviso il mondo in compartimenti di proprietà privata o nazionale, non c'è che l'umiltà e la fede per riconoscere Colui che è il suo vero proprietario per natura e per conquista: Gesù. « Perché in Lui sono state create tutte le cose del cielo e della terra, le visibili e le invisibili, i troni, le dominazioni, i principati e le potestà: tutto è stato creato per mezzo di Lui e per Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutto sus-siste in Lui. Egli è il capo del Corpo della Chiesa, Egli è il principio, il primogenito fra i morti, affinché abbia il primato su tutte le cose. E piac-que al Padre riconciliare tutte le cose in Lui, paci-ficando col sangue della sua croce quelle della terra, come quelle del cielo ».

Quando queste parole di San Paolo cessino di essere soltanto una bella teoria, per diventare viva pratica, comprenderemo che ogni proprìetà è una specie di sacrilegio, un furto fatto a Colui cui ap-partengono tutte le cose, tanto « quelle del cielo come quelle della terra », « perché in Lui sono state create »; e inoltre « per Lui sono state ricon-ciliate, purificando col sangue della sua croce tutte le cose, quelle del cielo, come quelle della terra ».

Qualcuno può pensare: se le cose della terra sono state « create in Cristo » ed Egli le ha pu-rificate col suo sangue, come mai continuano an-cora ad appartenere agli uomini? La domanda è fatta con realismo. La risposta non può essere compresa, se quel realismo materiale non riesce a vedere il realismo della fede: le cose della terra sono nelle mani degli uomini fino a che sia completato il numero degli eletti, il cui Primogenito è Gesù. « La creazione stessa attende con impa-zienza la manifestazione dei figli di Dio; essa in-fatti è stata sottomessa alla vanità - non per suo volere ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto ».

Questo stato di violenza in cui la creazione si trova, descritto chiaramente da San Paolo, si deve a che essa « è sottomessa alla vanità, non per suo volere ma per volere di colui che l'ha sottomessa, e attende con impazienza la manifesta-zione dei figli di Dio », il cui Primogenito è Gesù. E fino a che quel numero di anime non abbiano la libertà dei figli di Dio, non si realizzerà la « manifestazione attesa con impazienza », e le cose della terra continueranno ad essere « sotto-messe alla vanità ».

Difficile in questo stato di cose comprendere le parole di Dio al suo Popolo Eletto: « Le terre non le cederete in proprietà, perché la terra è mia e voi siete, sul mio, pellegrini e stranieri ».

In una nuova fase di rigenerazione si dovrebbe modificare profondamente l'attività dell'uomo. Egli si trova oppresso dall'orgoglio e dalla materia. Per questo c'è in lui una tendenza assorbente a percepire di preferenza i valori materiali rispetto a quelli spirituali. Non è che il progresso materiale sia illecito, ma a causa della limitatezza dell'essere umano, orientato com'è puramente al naturale, è andato a detrimento del suo progresso spirituale, divino. Così vediamo l'uomo maneggiare i valori materiali con una spietata crudeltà, mancando ai principi più elementari della giustizia: la materia l'ha reso cieco verso il prossimo; la materia isola, solo l'amore è principio di unità.

Il "primordiale" lavoro che l'uomo dovrebbe imporsi sarebbe di liberarsi dalla materia, arrivan-do a comprendere che essa non ha l'importanza che egli le dà e che, quando lo spirito non ne usa con scrupolosità, è fonte di tenebre e di abbrutì-mento. Deve mettersi in contatto con Dio, il su-premo Spirito, che ha creato tutte le cose e ha dato loro un ordine, che la libertà dell'uomo ha scombussolato. Mettersi in contatto con Lui, che è luce, è essere disposto a scacciare le tenebre che l'orgoglio e la materia hanno messo nella sua anima. Affrontare le tenebre e annientarle, colla-borando con la grazia, è "nascere di nuovo". E' la "rinascita" di cui ha parlato Gesù a Nicodemo. Ciò comporterebbe un ritardo in ciò che è mate-riale: come un bambino non si preoccupa dei pro-gressi materiali, così anche in questa "rinascita" misteriosa l'uomo ad essi non darebbe più im-portanza. In questo primo lavoro rigeneratore la principale attività sarebbe la contemplazione: Chi è Dio? Chi sono io ...? Che valore ha la materia che mi opprime...? Solo quando l'uomo si sarà liberato dalle catene della materia, avrà fatto un passo verso la sua vera libertà e potrà liberare la materia dall'azione del "Male", sublimandola.

è la limitatezza dell'essere umano che impone che il progresso materiale sia posteriore e minore, in rapporto al progredire nello spirito. Diversa-mente tale progresso non esiste, ma esiste il pe-ricolo di ritornare alla barbarie e alla distruzione di grandi masse umane. La materia tende alla de-composizione e alla morte; così pure quelli che la sopravvalutano. Solo lo Spirito è vivificante e se l'uomo si fa uno con Lui, vivrà e trasmetterà questa vita nuova alla materia che gli è soggetta.

 

VIII. LIBERTA' E AUTORITA'

Dio ha creato l'uomo completamente libero, dandogli il dominio su tutta la creazione. Sarebbe interessante conoscere la forma di governo che avrebbe avuto l'uomo, se egli non avesse peccato. La cosa più probabile sarebbe che ogni uomo avrebbe avuto una dipendenza diretta da Dio e da Lui sarebbe stato governato. Il dominio che Dio gli aveva dato, doveva essere un dominio amoroso sugli esseri infraumani; mai quel dominio si sa-rebbe esteso ad un altro suo simile: l'uomo è proprietà esclusiva di Dio. Questa sarebbe stata la forma pura di governo se l'uomo non avesse sofferto lo squilibrio morale causato dal peccato.

L'uomo ha utilizzato male la sua libertà. Ha rifiutato la tutela di Dio e con lo squilibrio delle sue passioni è arrivato a profanare la cosa più sacra che Dio aveva concesso all'essere umano: la libertà. L'uomo non si è accontentato di dominare gli esseri inferiori a sé; il suo principale desiderio è stato di dominare gli altri uomini. Questo dominio, esacerbato dal demonio, ha dato luogo ad un'altra schiavitù: innumerevoli esseri umani so-no schiavi di una élite, che è riuscita ad imporsi sugli altri. Questa schiavitù si è universalizzata oggi più che mai, così che l'immensa maggioranza degli uomini vive sotto di essa senza rendersene conto. Per giustificare questa schiavitù, si dice che è un "controllo della libertà" e ciò in relazione sia all'ordine economico dei popoli, sia al bene spirituale degli uomini.

Il Vangelo parla ripetutamente dell'autorità. Orbene, se essa non è totalmente compenetrata di tutto il Vangelo, sorgerà subito in questa autorità il desiderio di dominare.

In qualsiasi ordine di cose, l'autorità che non pretenda imporsi ai sudditi, ma che rispetti la loro libertà, è l'autorità che più assomiglia al modo con cui Dio governa gli uomini. Bisogna ri-conoscere che per ciò è necessaria una grazia molto grande. Perché la malvagità e il libertinaggio sem-brano esigere pressantemente che l'autorità si im-ponga in un modo dittatoriale. E questa malvagità è la giustificazione apparente perché nell'autorità si risvegli un innato desiderio di dominare, desiderio che è anch'esso una conseguenza del peccato e aspetta solo l'occasione per manifestarsi.

Di conseguenza, l'autorità, prima di dominare gli altri, deve dominare sé stessa, stando soggetta a Dio. Egli, che ha perfetto dominio sopra Sé stesso, governa perfettamente gli uomini, e non toglie loro mai la libertà. Il primo dovere dell'au-torità umana è di imitare Dio, cosa che non potrà realizzare se non è identificata con la sua VO-LONTA' per arrivare a comprendere la divina intangibilità della libertà umana.

L'autorità, se rispetta la libertà dei propri sudditi, deve passare attraverso l'umiliazione di fallire molte volte nelle sue funzioni, fallimento apparente, ma che è conforme al modo di operare divino. Anche Dio passa attraverso l'umiliazione di questi apparenti fallimenti, così che molti cre-dono che Egli non esista e l'hanno eliminato dal governo del mondo. Il fatto è che la sua autorità divina è umile e rispetta la libertà degli uomini, fino a quel punto che solo la sua perfettissima Giustizia conosce. Egli è pienamente democratico, in quanto rispetta la libertà delle sue creature. Non ha fretta, ha davanti un'eternità per fare le sue cose.

Invece i governi degli uomini hanno un tempo limitato, e il desiderio disordinato di lasciare un nome nella storia li spinge a violentare tutto ciò che si oppone alle loro ambizioni. Tuttavia, guar-dando all'anima degli uomini, si può dire che anche l'autorità umana ha davanti un'eternità per vedere l'esito delle sue cose.

Perché un governo umano assomigli al gover-no che Dio ha sugli uomini, bisognerebbe prefe-rire in questo un uomo puro ad un uomo intelli-gente. Puro, vale a dire senza ambizioni di gloria umana, senza interessi personali, un uomo che non si lasci ingannare da nessuno e soprattutto che non si lasci ingannare da sé stesso. Deve aver raggiunto quella libertà interiore della quale ab-biamo parlato. Per raggiungere questo, gli è ne-cessario guardare continuamente il modello: Dio. Nel momento in cui egli si creda capace, per la sua purezza, di governare, e pensi di non aver bisogno di Dio, già sta macchiando la sua purezza e da quel governante "puro" sorgerà un dittatore. Da questo si deduce che l'umiltà è la virtù fonda-mentale di un governante, secondo il cuore di Dio. Essa gli farà vedere le mancanze dei sudditi con la stessa comprensione, profondamente amorosa, con cui le vede Dio. Umiltà anche nei suoi pro-getti; nessun governante dovrebbe tracciare piani che annientino la libertà di altri. Questo modo di procedere è poco pratico e lega le mani dell'autorità. Ma non dobbiamo dimenticare che questo è proprio il procedere di Dio, modello nel modo di governare.

Chi guardi lo sviluppo della storia secondo il modo di pensare umano, vedrà che le opere di Dio hanno un aspetto di fallimento apparente. Ma il fatto è che il pensiero umano disconosce praticamente il valore sacro della libertà. Si parla di essa con una grande irresponsabilità, e frequen-temente siamo mossi a ciò da interessi personali, che hanno bisogno della libertà per essere realizzati.

In Dio non succede così: la libertà umana è qualcosa di intangibile, così che Egli non l'as-soggetta ad un suo progetto, benché tale progetto sia a vantaggio degli uomini. Abbiamo due esempi fondamentali: Dio vuole salvare gli uomini; per questo manda il suo Figlio, ed essi lo rifiutano, utilizzando la loro libertà. Il risultato immediato del Figlio di Dio sembra un fallimento, se si guarda da un punto di vista umano. Ma è perché questo non tiene in considerazione l'inviolabilità della libertà umana, non la sa apprezzare in tutta la sua grandezza. Per cui bisogna dire in un modo più esatto: se il Figlio di Dio morì su una croce, non fu perché fallirono i suoi progetti di salvezza, dato che essa si realizzò sotto la forma di Redenzione; ciò che fallì fu la libertà umana, non ac-cettando il Figlio di Dio e nello stesso tempo sce-gliendo una REDENZIONE dolorosa: « L'uomo stesso che io venivo a liberare doveva scegliere la "forma" della sua liberazione, che la Giustizia di mio Padre lasciava al suo libero arbitrio. L'uo-mo elesse il sacrificio della croce e per questo nessuno, assolutamente nessuno, può salvarsi senza passare per essa. La croce non è stata una inven-zione mia, non è stato un Decreto di mio Padre; l'uomo stesso volle e dispose così ».

L'altro fatto fondamentale in cui sembra fal-lire Dio, è il peccato del primo uomo. Già abbia-mo detto che non fu un fallimento di Dio, ma il fallimento di una libertà usata male.

Tutto questo ci porta ad una conclusione: il governante che, imitando Dio, rispetti la libertà dei sudditi, deve mettere in conto il fallimento in qualunque progetto faccia, per quanto mera-viglioso sia. Si può obiettare: se il governante deve rispettare la libertà dei sudditi, quale deve essere il suo comportamento nel caso in cui essi abusino di questa libertà? Tenendo presente tutto quello che abbiamo detto, la risposta non sarà molto facile da realizzare, ma potremo compren-derla.

Bisogna tener presente che Dio non limita la libertà delle sue creature quando queste abusano di essa; e che anche ai dannati nell'inferno non toglie minimamente la loro libertà: odiano Dio con una libertà misteriosa. E quel che non fa Dio - limitare la libertà - lo deve fare l'autorità umana? L'ordine sociale, il bene comune, sembra indurci ad una risposta affermativa, ma l'esempio del modo di agire di Dio ci dice tutto il contrario.

Dato che il modo di agire di Dio è quello perfetto, ci sarebbe da dire che l'autorità, così come si esercita, è una invenzione del "nemico", in collaborazione con l'uomo. Dopo che questi ha peccato, il "nemico" ha utilizzato l'autorità umana come un freno, affinché gli uomini si sentano sicuri in questo mondo. Se non esistesse tale forma di autorità la vita umana sarebbe insopportabile, e gli uomini, nella loro insicurezza, cercherebbero Dio incessantemente. Ma questo il "nemico" non lo vuole, e mette una autorità umana, che è una caricatura della suprema Autorità. Sopprime quel-le libertà che possono distruggere l'ordine sociale, e così gli uomini restano protetti nella loro lon-tananza da Dio.

Il lavoro del "nemico" è andato progredendo in un modo tanto sottile, che l'uomo è convinto che è un dovere verso Dio non solo governare gli uomini, ma anche controllare il bene in tutte le sue forme. Questo gli conviene per realizzare i suoi piani, perché, come abbiamo detto prima, per farsi "re" della creazione, non può riuscirci se non per mezzo della libertà dell'uomo, e sarà l'uomo che metterà nelle sue mani i regni di questo mondo.

Dobbiamo essere sinceri: ci ribelliamo contro queste idee perché ci mettono in una insicurezza umana totale. Chi ci difenderebbe se l'autorità arrivasse a mancare? L'autorità umana ha prati-camente eliminato la necessità di Dio. Questo è un fatto così enorme, che la sua enormità ci im-pedisce di vederlo.

Il popolo ebreo è un esempio, nel quale si riflettono con chiarezza i difetti di tutti i popoli. C'e in tutta la sua storia un desiderio di essere simile a quei popoli che gli stavano attorno, e che fabbricavano i loro dèi ed avevano i loro re. In una occasione il popolo, entusiasmato dalla vittoria di Gedeone contro Madian, lo supplicò così: « Regna su di noi tu e i tuoi discendenti, poiché ci hai liberati dalla mano di Madian ». E quel capo vittorioso ebbe un gesto di sublime umiltà, perché conosceva qual era l'economia di salvezza che Dio voleva per il suo Popolo: « Io non regnerò su di voi, né mio figlio regnerà; il Signore regnerà su di voi ». Gesto degno che ci ricorda l'atteggiamento riservato di Gesù, quan-do il popolo, saziato per la moltiplicazione dei pani, voleva proclamarlo re!

Il popolo ebreo non è peggiore degli altri po-poli, ma siccome ha sempre alla base realtà divine, i suoi difetti risaltano di più. Come succede per la vita religiosa: i difetti di un sacerdote, di un religioso o una religiosa, risaltano più di quelli delle altre persone.

La storia ebrea prende un nuovo indirizzo quando il popolo desidera istituire la monarchia: « Si radunarono allora tutti gli anziani di Israele e andarono da Samuele a Rama. Gli dissero: "Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli". Agli occhi di Samuele era cattiva la proposta perché avevano detto: "Dacci un re che ci governi". Perciò Sa-muele pregò il Signore. Il Signore rispose a Sa-muele: "Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi. Come si sono comportati con me dal giorno in cui li ho fatti uscire dall'Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così fanno ora con te. Ascolta pure la loro richiesta, però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di loro" ».

Le parole profetiche di Samuele ebbero pieno compimento nei re perversi che maltrattarono sen-za misericordia quel popolo che aveva rigettato la tutela di Dio.

Ma questo non è tutto. Le conseguenze di quella richiesta a Samuele culminarono con l'apo-stasia dal vero Re, Gesù Cristo, proclamandosi il popolo fedele a Cesare: « "Metterò in croce il vostro re?" Risposero i sommi sacerdoti: "Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare" ». Era la conclusione o la conseguenza di quel desiderio che esposero a Samuele: volevano essere come gli altri popoli. Là rigettarono Dio, qui rigettano il suo Figlio per essere, come tutti i popoli, sottomessi a Roma: « Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare ».

Se prima fu rigettato il Padre e poi il Figlio, ora è rigettato lo Spirito Santo (! ): « Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdo-nato agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spi-rito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la be-stemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro ».

« Come si sono comportati con me - dice Dio a Samuele - dal giorno in cui li bo fatti uscire dall'Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così fanno ora con te ». Queste parole acquistano una drammaticità rabbrividente, che ci rivela l'abisso in cui è caduto il popolo pre-diletto da Dio. Non fermiamoci concretamente al popolo ebreo: esso rappresenta tutto il "Popolo di Dio" (l'umanità) e il suo atteggiamento di allora non è diverso dall'atteggiamento di tutti i "popoli" che formano il "Popolo di Dio". "Come si sono comportati con me - potrebbe dire il Padre a Gesù e Gesù allo Spirito Santo - dal giorno in cui li ho fatti uscire dall'Egitto fino ad oggi, ab-bandonando me per seguire altri dèi, così fanno ora con te", si dichiarano servitori "di Cesare" e rigettano Te, Re dei re.

C'era nel popolo di Israele un'intensa aspi-razione ad essere come gli altri popoli, malgrado che l'amore di Dio lo chiamasse ad essere dif-ferente. Quella differenza che aveva loro fatto l'Amore, si trasformò in una maledizione chiesta dallo stesso popolo: « Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli ». Giudei o non giudei, tutti quelli che fanno resistenza allo Spirito di Cristo sono loro figli e sopra di loro si compie la sentenza chiesta dai "loro padri": « Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli ». Dobbia-mo ripetere un'altra volta: non fermiamoci al Popolo ebreo soltanto. Questo popolo rappresen-tava IN TUTTI I SUOI ASPETTI il "Popolo di Dio", l'umanità intera, e quell'atteggiamento ne-gativo viene ripetendosi in tutte le anime che con la loro vita priva di fede stanno rinnegando Cristo; l'atteggiamento positivo l'abbiamo visto nei pri-mi Apostoli di Gesù, ed erano anch'essi giudei.

Le anime che, come loro, si identificano con la -vita del Figlio di Dio, Cristo, formano la Chiesa di Dio, la Nuova Gerusalemme, dalla quale sono esclusi i malvagi, tutti coloro, senza distinzione di razze e di popoli, che rimangano in un atteggia-mento negativo di fronte a Dio. « è apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giu-stizia e pietà in questo mondo nell'attesa che si realizzi la beata speranza della manifestazione glo-riosa del grande Dio e salvatore nostro Cristo Gesù, il quale sacrificò sé stesso per noi per riscat-tarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro, suo proprio, zelante nelle opere buone. Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno osi disprezzarti! ».

Il Popolo ebreo non poteva essere come gli altri popoli, perché così avevano stabilito i piani misteriosi di Dio, scegliendolo per manifestare in esso i suoi disegni alla umanità. E per darci il suo "SIGILLO" prese da questo popolo la carne, manifestandosi agli uomini nella Persona di Gesù, suo Figlio, che è « immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura ». « Perché in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e siete divenuti anche voi partecipi di questa pie-nezza in lui che è il capo di ogni principato e pote-stà ». Ecco perché quel popolo continua ad essere "figura" del nostro atteggiamento di fronte a Dio. « Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono ab-battuti nel deserto. Ora ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci alla for-nicazione, come vi si abbandonarono alcuni di essi e ne caddero in un solo giorno ventitremila. Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime dei serpenti. Non mor-morate, come mormorarono alcuni di essi, e cad-dero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scrit-te per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Nessuna ten-tazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla. Perciò, o miei cari, fuggite l'idolatria ».

Quante volte Dio ci vuole differenziare con le sue grazie, liberandoci da pesanti gioghi umani e, come il popolo ebreo allora, sentiamo un terrore ad essere "separati" dagli altri uomini. Perché quella differenza crea una solitudine, che a volte produce la sensazione dell'anormale. Vivere in questa solitudine è vivere inchiodato su una croce: l'incostanza degli individui e dei popoli tende ai cambiamenti, e la VERITA è inalterabile. Quella incostanza, innnata nella natura umana, e per contro il dovere di rimanere nella Verità, producono in questo mondo quella croce. è la CROCE redentrice e se l'abbracciamo, rimanendo in essa, saremo redenti dal "MALE", che è l'er-rore e la menzogna. Non che la Verità sia in sé stessa dolorosa. La Verità è l'Amore e il Bene; il dolore lo produce l'incostanza della nostra na-tura, che tende per periodi più o meno lunghi a conformarsi all'errore dello spirito del mondo.

Questa diserzione da Dio da parte del popolo ebreo è la stessa che esiste, in una forma più o meno esplicita, in tutti i popoli della terra e in ciascun'anima in particolare. Si sospira una sicu-rezza tangibile che ci protegga. L'autorità atea è la perfezione diabolica della forma di governo. Questa autorità ha respinto totalmente l'intervento di Dio nella vita umana; l'uomo è reso sicuro da questa autorità, sempre che operi e pensi secondo le sue direttive. L'uomo non ha necessità di ricor-rere a Dio per niente, le sue necessità sono "assi-curate" sotto tutti gli aspetti: assicurazione sulla vita, per la vecchiaia, la malattia, gli infortuni, ecc. ecc. Quella "autorità" ha fatto tutto il possi-bile per cancellare dalla mente umana l'idea di Dio e per questo gli fornisce tutto.

L'uomo con la sua libertà ha portato al genere umano questa "autorità atea", autorità importata dall'inferno da tutti quegli uomini che hanno obbedito all'angelo, contro la propria coscienza. E dicendo "autorità atea" non ci riferiamo soltanto a coloro che negano Dio con le loro parole, ma ad ogni autorità che nella pratica neghi Dio, accet-tando le ispirazioni che allontanano l'uomo da una fede vera: viva e operante. Abbiamo già visto come questa "autorità atea" sta dominando aper-tamente nel mondo; quando essa si sarà imposta sulla maggior parte degli uomini, allora verrà il vero rappresentante di questa "autorità", l'uomo di ìniquita, l'Anticristo, colui che sarà "mosso" totalmente dallo spirito di Satana; questo è il re che gli uomini hanno chiesto, rigettando il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Per questo si « siederà nel tempio di Dio e si proclamerà Dio » come dice San Paolo nella sua seconda lettera ai Tessaloni-cesi. è la Giustizia di Dio nella libera scelta delle sue creature.

Per comprendere chiaramente che cos'è l'au-torità perfetta secondo il Cuore di Dio, non ab-biamo modello migliore che quello di Cristo, de-scritto da San Paolo: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: Lui che, avendo forma di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e dive-nendo simile agli uomini; apparso in forma umana, si umiliò ancor più facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce ».

In quella Persona che chiamiamo Gesù, ve-diamo Dio che decide e parla; l'uomo, la natura umana, non è altro che uno strumento perché il Verbo, la Parola del Padre, abbia suono materiale e possa essere ascoltata attraverso orecchie di carne. Gesù ha volontà e intelligenza umane; ma tutt'e due sono sottomesse incondizionatamente all'intelligenza e volontà divine del Verbo uma-nato. Più in breve: l'umano di Gesù divenne un recipiente vuoto nel quale si mise la Luce divina che venne in questo mondo. Non sarà questo ciò che Cristo desidera dall'autorità? Che essa sia come una seconda "umanità", nella quale Egli possa esprimersi con la stessa libertà, compiendo la Volontà del Padre?

Allora questa autorità umana dovrebbe vuo-tarsi di sé stessa, come era vuota l'umanità di Gesù, docile alla Volontà del Padre.

Chi arrivi a comprendere questo, vedrà crol-lare tutto l'ingranaggio di autorità sovrapposte, che soffocano la parola del Padre. Come parlerà la Parola, se esistono altre voci umane che pro-cedono da interessi diversi da essa? è come se nel caso di Gesù, mentre stava per parlare il Figlio di Dio, un'altra voce diversa da Lui dicesse altre cose diverse. Questo sarebbe successo se la volontà umana di Gesù non fosse stata identificata con la Volontà del Padre. Perciò la persona uma-na di Gesù dovette "scomparire": quell`"io" uma-no che si oppone alle ispirazioni divine non esi-steva in Lui. Fu un completo annientamento uma-no, affinché la Persona del Figlio di Dio potesse liberamente esprimersi. Non doveva avere nessun interesse personale, al fine di servire incondiziona-tamente gli interessi di Dio, che abitava dentro di Lui; la sua volontà, intelligenza, memoria, ecc., dovevano essere tutte vuote di pretese umane perché egli potesse ospitare nella sua intimità il Figlio del Padre. Tanto forte fu quell'annienta-mento che neppure per un istante gli permise di vanagloriarsi di essere portatore del Verbo.

Ecco il modello perfetto di ciò che dovrebbe essere l'autorità: uno strumento vuoto, che serva da supporto perché la Luce continui ad illuminare coloro che sono nelle tenebre. Per questo sarebbe necessario un contatto intimo e personale con Dio; perché dal momento che l'autorità perda questo contatto divino, sorgeranno le pretese di fare qualcosa per conto proprio. Il "nemico" li tenterà, come tentò Gesù lusingando il suo po-tere divino, affinché convertisse le pietre in pane. La prima cosa che è solito saggiare il "nemico" è l'orgoglio dell'uomo. Gesù, siccome era la stessa umiltà, lo vinse perfettamente. Gli uomini invece non sopportano di passare per incapaci e inattivi; non vogliono aspettare il "momento di Dio", che operi in loro secondo la sua volontà divina, vo-lendo realizzare cose meravigliose che dimostrino al mondo il loro potere e le loro conoscenze. Bisogna dire che ciò che è di Dio è perfetto, ma non è perfetto per un occhio mondano. La Croce di Cristo fu un'opera perfetta di amore e di giu-stizia, ma non fu meravigliosa per la folla che la contemplava, neanche per coloro che aspettavano una "testimonianza" per credere in Lui come Messia. E si potrebbe aggiungere: più un'opera è meravigliosa per il mondo, meno è perfetta per Dio. Perché il mondo apprezza ciò che gli asso-miglia e disprezza ciò che non è conforme ai suoi principi e valori.

Di fronte a questa situazione dell'autorità, permessa da Dio, ma voluta dal "nemico" e rea-lizzata dagli uomini, il suddito che abbia raggiunto la libertà interiore, di cui abbiamo parlato, non troverà difficoltà ad ubbidire in tutto ciò che non si opponga alla sua coscienza. Se la perfetta au-torità ha un modello in Cristo, anche il suddito ha lo stesso modello, Cristo, libero perfino nella morte.

« Per amore del Signore state sottomessi ad ogni istituzione umana, sia all'imperatore, come sovrano, sia ai governatori come suoi delegati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la Volontà di Dio che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti; come uomini liberi, non come chi usa della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma invece come servitori di Dio ».

« Ognuno sia sottomesso alle autorità supe-riori, poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono state stabilite da Dio - è la permissione di Dio, perché se Egli non desse loro il potere, non avrebbero quell'autorità; come non potrebbe agire il male se Dio non lo permet-tesse; questo non vuol dire che quella è la forma di autorità VOLUTA da Dio - così che chi re-siste all'autorità resiste all'ordinamento di Dio, e quelli che resistono attirano su di sé la condanna. Perché i governanti non devono essere temuti da quelli che operano bene, ma da quelli che operano male. Vuoi vivere senza timore dell'autorità? Fa il bene e avrai la sua approvazione perché è mini-stra di Dio per il bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano porta la spada. è ministra di Dio, vendicatrice per punire chi opera il male. Ci si deve dunque sottomettere non soltanto per timore della punizione, ma per motivo di coscien-za. Pertanto, pagate loro i tributi, perché sono ministri di Dio quelli che si occupano di ciò. Date a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi l'im-posta, l'imposta; a chi la tassa, la tassa; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto. Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello dell'amore vicendevole; perché chi ama il prossimo ha pienamente adempiuto alla Legge. Perché i comandamenti: non commettere adulte-rio, non uccidere, non rubare, non desiderare e tutti gli altri precetti sono compendiati in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa del male al prossimo. L'amore è dunque il pieno compimento della Legge ».

« Figlioli, nessuno vi inganni; chi pratica la giustizia è giusto, così come Egli è giusto; chi fa il peccato, viene dal diavolo, poiché fin dal prin-cipio il diavolo è peccatore. Il Figlio di Dio è apparso proprio per distruggere le opere del dia-volo »

E una di queste "opere del diavolo" è l'au-torità che si oppone a Dio, impedendo le opere dello Spirito Santo. Ma è Dio e non l'uomo che deve "distruggere le opere del diavolo".

 

IX. LA LIBERTA' NELLA VERA GIUSTIZIA

La libertà è un effetto della vera giustizia: un essere che ha dominato le sue passioni, ordi-nandole, possiede la libertà interiore; ha espulso lo spirito del male e in lui abita la giustizia: è un essere giusto, quindi è libero.

Il Signore ci chiama ad una giustizia segreta, che sappia vivere gioiosa davanti al volto del Padre, senza la preoccupazione di essere o no riconosciuta dagli uomini. Perché in una vita giu-sta, non perfetta, può nascondersi la lusinga di essere l'ammirazione degli uomini. A questa giu-stizia manca di percorrere un'ultima tappa per ricuperare la sua vera libertà: la dimenticanza degli uomini: « Badate di non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere veduti da loro; altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli ». L'uomo può fare questo nella misura in cui possiede lo sguardo puro di Dio. Una giustizia che si compiaccia di essere contemplata dagli uomini, a poco a poco sboc-cherà nell'ingiustizia perché cercherà di confor-formarsi a ciò che gli uomini pensano e stimano essere giusto. E siccome essi vivono schiavi del peccato, ecco che una giustizia che cerchi di attirare i loro sguardi, si converte in ingiustizia. Sapeva molto bene questo il Signore: « non avrete ricompensa presso il Padre », perché quella giu-stizia, oltre ad essere fatta con vanità - « davanti agli uomini, per essere veduti da loro » - fini-rebbe nell'ingiustizia degli spettatori di fronte ai quali fu realizzata.

Ad ogni individuo non tocca altro che vivere "segretamente" con una giustizia che si avvicini sempre di più alla giustizia di Dio.

E quando l'ingiustizia, il peccato di altre crea-ture, batta alla sua porta, che atteggiamento deve assumere l'anima giusta? Questa domanda tocca uno dei problemi più difficili da praticare: il per-dono. Ma il perdono profondo, che con la potenza dell'amore penetri gli abissi dell'anima ricono-scendo che l'altro non è consapevole dei lacci dello spirito del male che lo rende schiavo nel peccato, inconsapevolezza che viene presentata come una scusa davanti al Padre: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ». Non si tratta di una scusa senza fondamento; il fatto è che nella malvagità di una creatura, che non sia il demonio o un dannato, esiste una ignoranza della radice del male. Si conosce solamente la superficie, che molte volte si presenta con appa-renze di bene: « Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi », diceva San Pietro ai giudei parlando della morte di Cristo.

Ma il "nemico", che ha fatto? Ha convinto gli uomini che quelli che perdonano non sanno: "Se sapessi! " Tutto il contrario di quel che ha fatto Cri-sto: "Sapendo" con lo sguardo infinito dell'amore di Dio, ha trovato una scusa nel peccato dell'uomo, per ottenere il perdono del Padre. Naturalmente questa scusa sembra infondata a quelli che vivono sotto la schiavitù dello spirito del male, l'egoismo. Gesù era tutto amore perché era libero e pieno di luce: « Era la luce vera, che, venendo in questo mondo, illumina ogni uomo ». L'amore lumi-noso di Gesù, "illuminando ogni uomo", ha visto che nella sua malvagità c'era una scusa attenuante: era strumento, senza saperlo, dello spirito del male. Questa profondità dell'amore che perdona non può essere accettata dall'egoismo. Il demonio ha fatto vedere agli uomini che l'amore è una ingenuità; ed è l'odio quello che ha una visione più chiara della realtà. Il demonio fa vedere questo perché sotto le tenebrosità dell'odio si nasconde lui, mentre nella luminosità dell'amore egli resta scoperto. Ma siccome l'uomo vive sommerso in una moltitudine di tentazioni, facilmente lo convince. D'altra parte il mondo, regno del demonio, si mostra prepotente con l'odio; il trionfo dell'amore appare molto fragile. Perciò l'amore è rifiutato; non è sufficiente. E se sembra che non sia cos', basterà contemplare il mondo fino in fondo: proprio là dove si pro-clama la dottrina dell'amore, esiste esso in realtà?...

Queste tentazioni possono sorprendere l'ani-ma retta: come può sbarazzarsi da esse se la opprimono da ogni parte?

Quando la assaltino quelle tentazioni, la fede in Gesù deve bruciare tutto ciò che si presenti con un valore di esperienza mondana: questa si trova in possesso del nemico di Gesù e quindi manca di valore eterno. E' Gesù la forma eterna di tutti gli eletti: « Poiché coloro che egli ha conosciuti in antecedenza, li ha pure predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Fi-glio, affinché il suo Figlio sia il primogenito tra molti fratelli. E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati ».

La gloria eterna si raggiunge se già in questo mondo, combattendo contro lo spirito del male, ci andiamo conformando, mediante l'amore, al-l'immagine del Figlio "Primogenito tra molti fra-telli". Al conseguimento di questa nuova forma so-vrumana - poiché è la forma del Figlio di Dio - non possiamo arrivare senza una fede penetrata da amore o, come frequentemente si dice, una "fede viva". Non è possibile arrivare a questa nuova "forma", se questa fede non vive costan-temente: è come il cuore della "nuova creatura". La fede non può riposare, come non può riposare il cuore, senza che sopravvenga la morte. Non è una metafora più o meno bella, e una realtà: la fede è il cuore di una "nuova creatura", che deve conformarsi alla "forma" del Figlio di Dio, "Pri-mogenito tra molti fratelli". E la forma del Figlio è l'amore; questa è quindi la forma di tutti coloro che vogliano partecipare della sua gloria. Ma non dimentichiamo che il vero amore suppone sacrificio; questo fu l'amore di Gesù per tutti gli uomini e fu coronato col Sacrificio della Croce per salvarci: « Amatevi gli uni gli altri COME IO VI HO AMATO ».

In questo mondo diviso da egoismi, dobbiamo camminare per i sentieri di un amore pronto al sacrificio. E si può dire di più: ogni altro pro-gramma che trascuri questa "nuova forma", la forma dell'amore-sacrificale, non è invenzione di Dio, ma degli uomini, con un criterio limitato di perfezione umana. Il programma davanti al quale dobbiamo essere esaminati il giorno del giudizio, ha come base l'amore. La giustizia di Dio si con-centrerà nell'amore. I Dieci Comandamenti, i Consigli evangelici, tutto, nel giorno del giudizio, sarà valutato nella quantità di amore che ha vivifi-cato ciò che abbiamo realizzato. è necessario che cessiamo di divagare e cerchiamo di raggiungere, con tutto l'impegno, questa realtà salvifica, l'amo-re, che è stato tanto vilipeso dall'egoismo.

Se l'uomo non è disposto ad accettare l'amore come norma di condotta di fronte all'ingiustizia di un'offesa, deve confessare umilmente che ancora non ha raggiunto la meta proposta dal suo Mae-stro. Con quest'umile confessione l'uomo, aiutato dalla grazia, può cominciare il vero cammino. Cammino di grandi esigenze, di una sottigliezza tale che a volte ci può dar l'impressione che siano insuperabili. Eccone una per tutte: « Se stai pre-sentando la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all'altare e va prima a ricon-ciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire la tua offerta ». è preferibile dire che non l'abbia-mo mai fatto e chiedere al Signore la sua grazia in aiuto, perché senza una grazia speciale il nostro mediocre senso della giustizia risponde in questo modo alle esigenze del Signore: Perché devo la-sciare l'offerta davanti all'altare? Io non ho niente contro il mio fratello; se lui ha qualcosa contro di me, è lui che non deve fare l'offerta prima di venire a riconciliarsi con me. E tuttavia le parole evangeliche restano lì ad annunciarci la buona nuova di una purezza e libertà simili a quelle di Dio: « e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te... ». Non è sufficiente non aver offeso il fratello, ma il nostro amore deve andare oltre i propri limiti e liberare il fratello da quello spirito del male che fa sì che si senta offeso da noi.

Tutte queste considerazioni resterebbero un po' incomplete se non si facesse un breve accenno a quella che si è chiamata la "legge del taglione": "occhio per occhio e dente per dente". Ad un osservatore superficiale sembrerà che qui si trovi una giustizia esatta. E bisogna dire che l'immensa maggioranza delle volte si agisce così. Perché? Semplicemente perché non si possiede la vera giu-stizia dell'amore, che, dimenticandosi di sé, agisce con amore disposto alla vera giustizia, cioè a son-dare l'anima del prossimo per farlo uscire da sé stesso, giacché ignorando l'azione dello spirito del male, ha cercato un bene egoista. In una parola, quella giustizia non ha raggiunto la vera libertà; dipende dal comportamento del prossimo. Non c'è dubbio: la libertà della vera giustizia è opera del-l'amore. Ogni altra giustizia, che sia fatta con altra luce, diversa dall'amore, può provocare una nuova ingiustizia. E la giustizia che si è invocata per ristabilire un ordine infranto, può aprire nuovi abissi, se una delle parti non è disposta ad inter-venire con un amore veramente giusto e libero. Ordinariamente, di fronte all'ingiuria, l'uomo è solito essere preso da una reazione psicologica che si chiama "risentimento". Questo tende co-stantemente a giustificarsi davanti a sé stesso; non si può uscire dalle sue reti se non si lascia inter-venire l'Amore, l'unico che dà la libertà della vera giustizia. Guardiamo brevemente ma profonda-mente a Cristo sulla Croce: è dichiarato reo di una moltitudine di ingiustizie, ma il suo Spirito rimane libero dal risentimento.

Ricordiamo quelle parole del Sermone della Montagna: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori ». E Gesù annuncia con una chia-rezza divina la libertà della giustizia dell'amore: « Infatti se amate quelli che vi amano, che ricom-pensa avrete? Forse non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno forse lo stesso anche i gentili? Siate dunque perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste».

San Giovanni con grande brevità ci definisce la perfezione di Dio: « Dio è amore ». Verso questa perfezione ci chiama suo Figlio, quando parlandoci dell'amore ai nemici, ci invita ad essere perfetti come lo è il Padre celeste. Ma come si manifesta questo amore del Padre per poter essere oggetto della nostra imitazione? San Giovanni ce lo dice con una unzione sublime: « In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati ». Ma San Giovanni non si ferma ad una semplice contemplazione statica; deduce immediatamente una conclusione vitale: « Carissimi, se Dio ci ha amato così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri ». Qui San Giovanni ci lancia in un cammino più audace, nella giustizia dell'amore. Il nostro amore, per il prossimo che ci ha offeso, deve precederlo, perché il modello da imitare è quello di Dio, che amò noi per primo, inviando il suo Figlio come propiziazione per i nostri pec-cati. Ecco una giustizia incomprensibile per i cuori e le menti resi schiavi dall'egoismo. La giustizia dell'amore ha preceduto l'offensore. Questo è in-comprensibile. Ma contro tutto ciò che possa pensare la nostra mente razionalista, c'è solo da presentare un fatto: Dio che è l'infinita giustizia ha operato così: ha preceduto l'uomo peccatore che lo aveva offeso e l'ha amato in modo tale da dargli ciò che più amava: il Suo Figlio diletto.

Noi opereremo così a misura che ci identifi-chiamo col Figlio nella Volontà del Padre per essere "canali" dell'Amore di Dio per i nostri simili praticando la giustizia dell'amore, che è la vera carità, perché la carità procede da Dio; essa è "l'agire dell'Amore di Dio".

Se Dio mandò suo Figlio non fu per una sem-plice manifestazione del suo amore, ma per una giustizia amorosa. L'uomo doveva essere salvato, ma era impotente da sé solo. Se Dio voleva effetti-vamente la salvezza dell'uomo, doveva dargli un mezzo. Gesù, Dio-Uomo, fu il Mediatore, mezzo progettato dalla giustizia del Padre, affinché gli uomini conseguissero la salvezza. Questo implicava in Dio una libertà profonda. Il peccato del-l'uomo non fu un impedimento per il quale la libertà della giustizia divina desistesse dall'operare a favore degli uomini.

Non sarà a questa perfezione che ci chiama Gesù quando, parlando dell'amore ai nemici, ci dice: « Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste »? Il peccato del prossimo non deve essere un impedimento a che il nostro amore gli vada incontro, "prevenendolo", per salvarlo dai lacci dello spirito del male, giacché da sé stesso è impotente, poiché non conosce il suo vero nemico. Se vogliamo effettivamente la sua salvezza - Dio la vuole - noi dobbiamo servire da mediatori, con l'amore fino al sacrificio. Così come Cristo fece per ciascuno di noi. La luminosità del nostro amore farà sì che il prossimo scopra quel "nemico" al quale egli era servito da strumento, usando male la sua libertà.

Ma il "nemico", che non dorme né riposa nella sua ansia di perdere gli uomini, ha scoperto questo e si serve di altre armi affinché non venga scoperta la sua azione: molte volte non sappiamo quando il fratello si sente offeso da noi: per una malintesa "buona educazione" egli cela quel "risentimento" e l'altro non arriva a conoscerlo mai, quindi non può scoprire il vero "nemico" e liberare con l'amore il fratello offeso. Perché è proprio questo il fine che persegue il "nemico" facendo si che quegli non operi con sincerità manifestando il suo risentimento. E il "nemico", oltre a rima-nere celato, può anche utilizzare i diversi at-teggiamenti di freddezza dell"`offeso" per sugge-rire "offese" di questi all`offensore". In que-sto modo quello spirito del male crea un ponte di tenebre tra i due fratelli, attraverso il quale lui solo può passare, impedendo la comunicazione di costoro nella luce, col mettere tra loro le tenebre che gli sono proprie: la mancanza di sincerità tra gli uomini è l'abisso aperto dalle tenebre, affinché essi non possano conoscersi e amarsi nella luce della verità.

Abbiamo trattato dell'offesa personale, ma quando l'offesa si realizza contro un ordine so-ciale, che atteggiamento dobbiamo assumere? Or-dinariamente si guarda al malfattore come a un pericolo per la società, lo si considera sempre in relazione a qualcosa o a qualcuno, non lo si giudica mai per sé stesso. Solamente Dio ci giudica per quello che siamo. Pertanto la conclusione è im-ponente in tutta la sua grandezza e umiltà. Sola-mente Dio conosce in che grado la malvagità è irredimibile nell'anima di ogni uomo. Noi ve-diamo solo gli atti di un malfattore, che minaccia un ordine sociale, ma siamo incapaci di conoscere il malfattore in tutta la sua capacità di redenzione personale. Soltanto Dio è colui che può dire "Basta!" ad una vita umana. Quel che Dio de-sidera da tutti coloro che compongono la società è la loro salvezza. Il salvaguardare l'ordine sociale è un desiderio degli uomini per vivere meglio in questo mondo. Naturalmente Dio ricava la sua parte di bene da questo ordine creato dagli uomini, ma in sé stesso quest'ordine a Dio non interessa. Quando un malfattore è giudicato per un'azione cattiva, non lo si castiga perché ha offeso Dio, ma perché ha infranto un ordine mondano, un ordine che hanno creato gli uomini per vivere meglio in questo mondo, e che li mantiene lontani da Dio.

Se Dio, nonostante le trasgressioni dell'uma-nità, la conserva ancora in questo mondo, è perché non ha ancora esaurito tutte le possibilità di sal-vezza. Così disse Dio ad Abramo quando gli pro-mise che la sua discendenza avrebbe occupato quella terra: « Torneranno qua alla quarta gene-razione, perché fino ad ora l'iniquità degli Amorrei non ha raggiunto il colmo ». La sua giustizia è tanto perfetta che si chiama con un nome più be-nevolo: Misericordia.

L'uomo ha disgiunto questi due attributi che in Dio si identificano: GIUSTIZIA e MISERI-CORDIA. Se Dio, nonostante le trasgressioni di tutta l'umanità, che infrange un ordine divino, ancora non la giudica, usando misericordia nei suoi confronti, come l'uomo giudicherà un singolo uomo per aver infranto un ordine umano? Non sarà perché l'uomo, nella sua lontananza da Dio, si è appropriato diritti esclusivamente divini? Ecco la tentazione costantemente lanciata dallo spirito del male e accettata dagli uomini: « Sarete come Dio... ».

Si impone un'umile confessione: non siamo capaci di emettere un giudizio sugli altri, sempli-cemente perché ignoriamo elementi di giudizio: "Solo Dio giudica". Una ragione in più perché la nostra giustizia sia "segreta" e non cerchi di in-vadere un campo che ignora, perché è al di là delle proprie frontiere; quel campo è l'"altro", uguale a noi in quanto essere umano, ma diverso in quanto individuo.

Così si comprende tranquillamente come la manifestazione della giustizia di Dio viene rin-viata, con l'umiltà di lasciar perfino credere a molti che questa giustizia non esiste. Perché Dio conosce e pesa sulla bilancia della sua giustizia, non l'umanità in sé, ma gli individui uno per uno.

La giustizia umana opprime, ma non trasforma. Soltanto la giustizia di Dio, poiché è amorosa, esaurisce tutti i mezzi che possano trovare una eco nell'uomo. La giustizia umana non contempla un uomo, ma un "caso", che cade sotto le leggi penali, elaborate per salvaguardare un ordine sociale. Si dice che il bene comune esige di sacrificare il bene individuale. Questa salvaguardia si riferisce quasi sempre agli interessi materiali; sono questi che fan sì che la giustizia umana sia oppressiva, ma non si guarda alla rigenerazione dell'individuo, che è opera del tempo, perché dipende dalla sua libertà in collaborazione con la grazia. La giustizia umana è radicalmente impaziente, perché è limitata nella conoscenza e nell'amore. Quest'ultima cosa si capisce, ma non si tirano tutte le conseguenze.

Arriva un momento in cui il numero di con-seguenze, dedotte da una verità, danno fastidio.

Dove andiamo a finire? Come si potrebbe vivere in questo mondo con queste idee? Ecco la doman-da che ci scopre il motivo di quel rifiuto. Non si domanda come si potrebbe andare a Dio con quelle idee, ma come si potrebbe vivere in questo mon-do. Ma l'uomo fu creato per il "mondo" o per Dio? Quando i primi cristiani erano più indifesi dalla giustizia umana, conseguivano più rapida-mente la salvezza col martirio. Ma quel modo violento di entrare nel regno di Dio, nella gloria, viene rifiutato da un cristianesimo che si sente molto soddisfatto in questo mondo, difeso dalla giustizia umana, la quale difende i suoi interessi qui sulla terra.

L'essere convinto di queste idee è opera della purezza del cuore. Quando l'uomo arriverà alla disistima di tutto quello che ama e che trattiene il suo cuore in questo mondo, lontano da Dio, comincerà a vedere con una luce nuova: « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ». Non è possibile che l'uomo contempli Dio, se il suo cuore è attaccato a qualcosa che si oppone a Lui. Perché le creature ci porteranno a Dio, in quanto il nostro cuore sia staccato da esse. Pertanto non possiamo avere un'idea esatta della giustizia, se il nostro cuore non è puro. Nel momento che qual-cosa turbi questa purezza, l'ingiustizia è una lo-gica conseguenza.

Non sarà, questo, esigere troppo dagli uo-mini? No; dall'uomo non si esige che una cosa: che sia umile, riconoscendo la sua condizione di creatura, e che senza l'aiuto del suo Creatore, egli non potrà conseguire la purezza del cuore che gli deve aprire la porta alla giustizia e alla cono-scenza di Dio. L'aiuto di Dio ce l'ha; manca la cooperazione umile della creatura. Quando essa si toglierà dalla mente quelle idee di esaltazione dell'umano, anche se con fini "buoni", l'aiuto di Dio, la grazia, lo sentirà profondamente.

Quando l'uomo arriverà alla convinzione di ciò che è, sarà ciò che Dio vuole: "Una cosa sola con Lui", una copia fedele di suo Figlio Gesù Cristo. E saranno realtà in lui le parole di San Pao-lo: « Non sono più io che vive, è Cristo che vive in me ».

 

X. LA LIBERTA' NELL'AMORE E NELL'UMILTA'

Abbiamo cercato di trovare il punto giusto della vera giustizia. E siamo arrivati alla conclu-sione che solamente una visione piena di amore può fare giustizia. Orbene, siccome questa pie-nezza dell'amore la possiede solo Dio, solamente Lui ha il diritto e la facoltà di emettere un giu-dizio perfetto sugli uomini. Le anime, quanto più si identificano con l'Amore di Dio, tanto più si avvicinano a quel giudizio perfetto che Egli ha degli uomini.

Ancora non abbiamo detto tutto. Esiste un aspetto immensamente profondo dell'amore, ed è la sua umiltà. Si parla spesso della forza possente dell'amore. Ma come si può conciliare la forza possente dell'amore con la sua umiltà? è neces-sario che meditiamo attentamente questa domanda per poter arrivare all'abisso, spesso sconosciuto, della vera giustizia. Poiché se la giustizia è impos-sibile senza amore, l'amore è impraticabile senza umiltà.

Anzitutto, non possiamo comprendere questo se prima non ci eleviamo al di sopra dell'espe-rienza umana dell'amore, che è come un balbettìo dell'esperienza divina. Nell'amore umano spesso non esiste umiltà; è un amore orgoglioso che cerca di imporre alla persona amata il proprio modo di vedere egoista, col pretesto che è la verità. è necessario dimenticare le nostre esperienze ordi-narie, per poter penetrare in quell'umiltà così im-mensa dell'amore di Dio, nella quale l'amore, a forza di essere umile, sembra scomparso, dato che gli sguardi presuntuosi delle sue creature non lo vedono: Perché Dio permette questo o quello? Perché ci manda tanti mali? E la conclusione che tirano è che Dio è l'autore del male. Questo è il linguaggio delle creature che si sono innalzate orgogliosamente a giudicare il loro Creatore. Que-sto giudizio nasce dal peccato, sordo e cieco per udire e vedere l'amore infinitamente umile, tanto umile che se la creatura non è umile, l'amore di Dio le diventa impercettibile, fino al punto da darle la sensazione che non esiste.

Perché l'amore di Dio è così? La risposta non può essere che questa: perché è l'Amore: l'Amore è un uscire alla ricerca dell'essere amato, ma se esso ha una libertà, l'amore non cercherà di invaderlo a forza; l'Amore nella sua essenza è umile e rispetta quella libertà. Questo rispetto per la libertà dell'essere amato può far credere a questi che non ci sia amore in Colui che è essenzialmente Amore. Questa è un'offesa più o meno cosciente all'Amore, offesa che sorge da uno stato di ribel-lione della creatura contro l'autentico Amore. Que-sta offesa non viene meno fino a che l'essere amato non ritorni all'umiltà dell'Amore, il quale lo ama rispettando la sua libertà.

Ecco perché l'amore perfetto non può separarsi neppure un istante dall'umiltà. è tanto potente che è disposto ad umiliarsi fino ad essere giudicato come non esistente, perché è sicuro della sua pos-sente esistenza. L'umiltà non è fabbricata o fit-tizia, è tanto spontanea come i battiti di un cuore robusto; la vera umiltà è sicura del trionfo del-l'amore. E il tempo? L'amore perfetto non guarda il tempo, ma l'eternità. Il trionfo dell'amore ha lo sguardo rivolto costantemete verso l'eternità. Il tempo in cui si elabora quel trionfo va vestito con le vesti dell'umiltà. Il tempo è l'umiltà del-l'amore; l'eternità è lo splendore dell'amore.

Non è possibile comprendere questo in tutta la sua portata, se non torniamo all'umiltà dell'Amo-re. Si parla molto di amore, ma di quell'amore fugace e artificiale, che dura al massimo quanto dura una vita umana. è un amore temporale, per questo non può essere umile. La durata di una esi-stenza umana è relativamente breve; l'umiltà non ha senso in un amore limitato dal tempo e dallo spazio. E' disposto, chi ama, ad accettare che l'esse-re amato giudichi che non lo ama? No. Per questo utilizza il breve tempo di cui dispone per far sen-tire l'esistenza del suo amore. E in quelle mani-festazioni d'amore, quante ingiustizie contro l'es-sere amato! Il fatto è che l'amore umano porta il sigillo della fugacità del tempo, è limitato per il peccato dell'uomo. Per staccarsi dal tempo e guar-dare l'eternità, è necessaria una lotta, che è ine-vitabile, contro tutto ciò che ci circonda, e cercare di non attaccarci al suo segno di caducità: amare le anime più che i corpi.

Anche sotto l'aspetto religioso, certe virtù de-vono scomparire un giorno: la fede e la speranza cesseranno; solo l'amore ha ingresso libero nel-l'eternità. La fede e la speranza, che cesseranno un giorno, compiono una bella missione in questo tempo, soggetto per forza al peccato; la fede e la speranza devono difendere l'amore da tutto quello che cerchi di limitarlo a questo tempo. La fede e la speranza devono orientare sempre l'amore verso l'eternità: là, dove esse non potranno entrare, l'amore riceverà tutto il suo senso e tutto il suo splendore.

Chi darà pertanto all'amore umano l'umiltà propria del vero Amore? La fede e la speranza. Esse gli dicono che l'amore non cessa con la morte, né col tempo, né col mondo. Così l'amore umano non si preoccuperà della caducità del tem-po; sa che continua a vivere dopo la morte. Benché i suoi amici o nemici giudichino che in lui non esista amore, uno non si preoccuperà di riaffermar-lo nel tempo. In breve: il suo amore diventa umile come l'amore di Dio.

Ma è possibile che l'amore non termini con la morte? Non termina, anzi, l'amore ha la sua fase più splendida dopo la morte. L'amore risiede nell'anima; venendo rimosso l'ostacolo del corpo soggetto al peccato, l'amore diventa infaticabile, nella misura in cui ha superato le fatiche delle oscurità prodotte da questo corpo. Perché il corpo, essendo materia organica, non è capace di sentire "amore"; l'amore è patrimonio esclusivo dell'ani-ma, fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Quel che agisce nel corpo, mentre l'anima vive in esso, sono gli istinti. Mai si possono confondere le forze cieche degli istinti con la forza luminosa dell'amo-

re. L'unione intima dell'anima col corpo fa con-fondere cose totalmente diverse.

La morte è una liberazione, non solo dell'ani-ma, ma anche di quanto esiste in lei di più pre-zioso: l'amore. L'amore non può manifestarsi in tutta la sua potenzialità mentre l'anima è incatenata nel corpo. Perché l'amore, accendendosi nell'ani-ma, si ripercuote nel corpo per l'unione intima che esiste tra i due; e siccome il corpo non può godere della realtà dell'amore in tutta la sua pu-rezza, perché è legato con lo spirito del male come conseguenza del peccato originale, risponde alla gioia dell'amore dell'anima con gli istinti della carne. Orbene, quando c'è un precetto divino, applicato dagli uomini, che impedisce l'esercizio di questi istinti, avviene il gran conflitto tra l'amo-re e la carne; il precetto rende l'amore irraggiun-gibile a causa di ciò che esige la carne e si sacrifica l'amore: questo è egoismo; l'amore è sacrificio, sacrificio di ogni forma di egoismo per compiere solo la Volontà Divina: ma questo non si realizza se il "precetto" è applicato per volontà degli uo-mini e non per Volontà di Dio.

Come l'amore può dare, senza che la carne desideri ricevere? E' necessario trattenersi su que-sto dramma dell'amore umano per riconoscere che la morte dev'essere una vera gioia per le anime amanti, mentre "la carne" non sia stata purificata. Anime che sentono dentro di sé l'amore, alla cui fiamma però la carne con le sue esigenze impedisce di esteriorizzarsi, finché rimangono tali esigenze disordinate.

Questo è un altro aspetto dell'umiltà dell'amo-re; in un mondo corporeo, macchiato dal peccato, l'amore non può vivere pienamente, perché da ogni parte trova ostacoli. Sono ostacoli che co-minciano entro l'anima stessa, fatta schiava dal-l'orgoglio originale, proseguono nella carne, inca-pace di godere la realtà dell'amore, e terminano nel mondo esterno che la circonda.

Ripetiamo, la morte è un'autentica liberazione per l'anima che ha sospirato per l'Amore, fonte di ogni amore. Dopo la morte, l'amore sarà pie-namente i battiti dell'anima, sarà come il cuore di una nuova vita. L'apparente distruzione della morte è veramente solo apparente; dietro ad essa c'è la Vita. L'ha detto Colui che è la Risurrezione e la Vita. Che cosa si oppone a che crediamo que-sto con una fede viva? La concupiscenza della carne, che con la sua ignoranza imprigiona l'amore, impedendogli il sacrificio, e non vuole che l'amore abbracci la morte, che è il sacrificio della carne.

Perché "la carne" è incapace di pensare che l'anima avrà altra vita, quando essa sarà con-sumata dalla morte. La carne non pensa, ma si difende con gli istinti. E questa difesa della carne può predominare e può influire sull'anima, cau-sandole una tortura: la tortura di credere che anch'essa non è immortale, come non lo è il suo corpo. Allora sarebbe inconcepibile un amore eter-no, perché se l'anima, che è il supporto dell'amore, scompare, l'amore non può rimanere nel vuoto.

Ma non è la carne il principale nemico del-l'amore; è lo spirito del male, il quale rende schia-va l'anima nell'orgoglio e nell'egoismo, che può degenerare perfino nell'odio. Anche questo risiede nell'anima che gli si consegni, proprio come l'amo-re. - Possiamo dire che l'odio è il riflesso del demonio, spirito del male, come l'amore lo è di Dio, lo Spirito Santo -.

Se il vero amore è umile, come abbiamo detto, l'odio deriva dall'orgoglio. Un amore orgoglioso è una contraddizione; sarebbe meglio chiamarlo un egoismo orgoglioso. L'orgoglio e l'egoismo sono inseparabili, come lo sono l'umiltà e l'amore. Satana è la personificazione dell'orgoglio e del-l'egoismo. La libertà dell'uomo può scegliere l'odio o l'amore; le due realtà possono vivere successivamente nell'anima, mai contemporaneamente; come non possono esistere contemporaneamente la luce e le tenebre. Sconcertante campo di batta-glia l'anima umana: può essere successivamente il cielo o l'inferno.

Solo il vero amore, che è umiltà e sacrificio, darà all'anima la libertà desiderata: libertà inte-riore, superando gli ostacoli propri, l'orgoglio e la carne; e libertà esteriore, che sa rispettare la libertà degli altri, e superare gli ostacoli che le si presentano per l'egoismo altrui. Come conseguire questa libertà intima è un vero segreto, che Dio rivela a quelli che si mantengono in un atteggia-mento docile ed umile: « Hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli » '.

 

XI. UNITA' NELLA LIBERTA'

In questa opera di liberazione di sé stesso, l'uomo non ha dovuto tener presente direttamen-te gli altri uomini. Ma al termine di questa libe-razione si troverà unito nello stesso Spirito con coloro che, collaborando con la grazia, hanno rea-lizzato un'opera identica alla sua. Probabilmente avranno percorso vie diverse, data la diversità di circostanze interne ed esterne; ma tutti avranno corretto, dalla radice del loro essere, tutto ciò che procedeva dalla schiavitù allo spirito del male, e che si manifestava nell'egoismo, isolando gli uni dagli altri. Se tutti si sono liberati dal loro "io", per avere un solo centro autentico, il Bene, neces-sariamente saranno uniti tra loro. Non importa che non si conoscano; l'unione esisterà dal mo-mento che il rispettivo "io" ha cessato di essere il centro della loro attenzione, e rivolgano questa attenzione al Bene assoluto e vero.

L'anima che raggiunga questo profondo sradi-camento da sé stessa, comincerà ad avere quell'ampio sguardo del Bene, verso il quale si è di-retta e col quale ha dovuto compenetrarsi. La visione delle cose cambia profondamente quando si guarda da un punto di vista tanto diverso; il panorama che si vede da una valle è molto diverso da quello che si vede da una montagna. Tutti gli steccati e le frontiere che si vedono distintamente nella valle, sorti per l'egoismo degli uomini, di-ventano invisibili per quello sguardo che, libero da sé stesso, contempla dalla cuspide infinita del Bene.

L'unione tra gli esseri umani non si raggiunge guardando gli uomini, perché anche la bontà che può esistere in loro non è al momento percettibile; ciò che più risalta sono tutte quelle cose che procedono dalla schiavitù allo spirito del male, e questo è motivo di separazione tra gli uomini stessi. Uno che pretenda unirsi agli uomini, al "prossimo", per usare un termine evangelico, non ci riuscirà. Quella unione degenera spesso in un "compromesso" umano, senza essere fondata nel Bene vero.

Per questo, per raggiungere un'anima uni-ve-rità, veramente ecumenica, è necessaria, in primo luogo, la liberazione personale dallo spirito del male, per conoscere a fondo che è proprio lui quello che separa gli uomini. è allora che l'uomo si sentirà unito all'umanità, senza essere unito allo spirito del male che la fa schiava.

Non si potrà percorrere questa via di libera-zione propria senza l'assistenza costante di Colui che è la perfetta libertà: lo Spirito Santo. E' l'opera rigeneratrice, alla quale si è accennato ri-petutamente, e che sconcerta coloro che vivono schiavizzati dall'egoismo dello spirito del male: « Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito ». Questa sensazione umana di sconcerto non indica che non esiste unità nel modo di operare di chi è nato dallo Spirito. Que-sto sarebbe negare unità al modo di operare dello Spirito Santo, se i nati da Lui mancassero di quella unità nei loro atti. Senza dubbio esiste unità, ma è un'unità misteriosa, che assomiglia al modo di operare dello Spirito Santo, il quale non si at-tiene a quel che è ragionevole, giusto o con-veniente, secondo il modo di pensare umano, anzi, essendo Egli la perfetta libertà, non tiene conto per niente di ciò, guidandosi secondo la vera giustizia, che si dirige sempre e immutabilmente verso il Bene assoluto e totale. Così deve operare chi è nato dallo Spirito. Ma questo bene non è possibile che lo vedano, in tutta la sua chia-rezza, coloro che sono sotto la schiavitù dello spirito del male, in qualsiasi dei suoi aspetti, poiché esso non lascia che si stacchino dai loro ragionamenti. Per cui li sconcerta il modo di ope-rare di coloro che sono nati dallo Spirito.

Chi desideri camminare per i sentieri della perfetta libertà, non deve far caso a quello scon-certo, originato da una sottile schiavitù dello spi-rito del male, sconcerto che può sorgere anche nello stesso "rinato", quando comincia ad essere libero. Ma questa libertà interiore, a misura che egli si introduce nelle profondità del Bene, gli faciliterà l'unione con tutti, al di sopra di quella schiavitù del male di cui soffre. Lo "sconcerto", la incomprensione degli altri, per il modo di agire di chi è nato dallo Spirito, non sarà motivo perché egli, a sua volta, non sia comprensivo nei loro confronti; il suo modo di agire è divino, e Dio non è incomprensivo verso il male.

Tutti i passi del "rinato" devono essere fatti in unione con questo Spirito; è Lui che libera e unisce; libera sempre più dagli ostacoli propri e altrui, e unisce nella Verità, nella Giustizia e nell'Amore. Da noi stessi non siamo capaci di una simile unione. è Lui, lo Spirito di Amore e di Verità, colui che non permetterà, se gli siamo fedeli, che ci confondiamo con l'errore o col sen-timentalismo.

Questo è il mondo eterno, progettato da Dio da tutta l'eternità: una sola Giustizia, una sola Verità, un solo Amore, un solo Bene: DIO. Chiun-que non sia totalmente conformato a questa Unità, non parteciperà del più vivo anelito di Gesù: « Perché tutti siano uno, come Tu, Padre, sei in me e io in Te, siano anch'essi in noi... ».