IL MERCOLEDI' DELLE CENERI

IL MERCOLEDÌ DELLE CENERI - Servo di Dio Dom Prosper Guéranger

I NEMICI DA COMBATTERE

Noi siamo assaliti da due sorta di nemici: le passioni dentro il nostro cuore, il demonio fuori; entrambi di­sordini che derivano dalla superbia. L'uomo si rifiutò d'obbedire a Dio; ciò nonostante Egli lo risparmiò, ma alla dura condizione di subire la mor­te: «Uomo - disse , tu sei polvere, ed in polvere ritornerai» (Gn 3,19). Ah! perché dimenticammo quell'av­vertimento? A Dio bastò solo premu­nirci contro noi stessi; compresi del nostro niente, non avremmo mai do­vuto infrangere la sua legge. Se ora vogliamo perseverare nel bene, al quale ci ha ricondotti la sua grazia, dobbiamo umiliarci, accettare la sen­tenza e considerare la vita come un viaggio più o meno breve che termi­na alla tomba. Sotto questa luce tutto diventa nuovo, ogni cosa si schiari­sce. Nell'immensa sua bontà, Dìo, che si compiacque riversare tutto il suo amore su di noi, esseri condanna­ti alla morte, ci appare ancor più am­mirabile. Nelle brevissime ore della nostra esistenza, l'ingratitudine e l'insolenza con cui ci scagliammo contro di Lui ci sembrano sempre più degne del nostro disprezzo, e più le­gittima e salutare la riparazione che ora ci è possibile e che Egli si degna d'accettare. 

L'IMPOSIZIONE DELLE CENERI

A questo pensava la santa Chiesa, quando fu indotta ad anticipare di quattro giorni il digiuno quaresimale e ad aprire questo sacro tempo co­spargendo di cenere la fronte colpe­vole dei suoi figli, e ripetendo a cia­scuno di loro le parole con cui il Signore li condannava alla morte.

Come segno d'umiliazione e peni­tenza, però, l'uso delle ceneri è mol­to anteriore a quella istituzione. Infatti lo troviamo praticato fin nell'Antico Testamento. Perfino Giobbe, che apparteneva alla gentili­tà, copriva di cenere la sua carne di­laniata dalla mano di Dio, per implo­rare così la sua misericordia (Gb 16,16). Più tardi il Salmista, nell'ar­dente contrizione del suo cuore, me­scolava cenere nel pane che mangiava (Sal 101,10). Analoghi esempi abbondano nei Libri storici e nei Profeti dell'Antico Testamento. Si avvertiva anche allora il rapporto esistente fra la polvere d'una materia bruciata e l'uomo peccatore, il corpo del quale sarà disfatto in polvere sot­to il fuoco della giustizia divina. Per salvare almeno l'anima, il peccatore ricorreva alla cenere, e nel ricono­scere quella triste fraternità con essa si sentiva più al riparo dalla collera di Colui che resiste ai superbi e per­dona agli umili. 

I PUBBLICI PENITENTI

L'uso liturgico delle Ceneri al Mercoledì di Quinquagesima non sembra che in origine sia stato impo­sto a tutti i fedeli, ma solo ai colpe­voli di certi peccati soggetti alla pub­blica penitenza della Chiesa. In que­sto giorno, prima della Messa, essi sì presentavano in Chiesa dove stava raccolto tutto il popolo, i sacerdoti ricevevano la confessione dei loro peccati, quindi li vestivano di cilizi e spargevano sulle loro teste la cenere. Dopo questa cerimonia, il clero ed il popolo si prostravano a terra, mentre ad alta voce venivano recitati i sette salmi penitenziali. Successivamente­ aveva luogo la processione, durante la quale i penitenti camminavano a piedi scalzi. Di ritorno, erano solen­nemente cacciati fuori dalla Chiesa dal Vescovo, che diceva loro: «Vi scacciamo fuori dal recinto della Chiesa a causa dei vostri peccati e delitti, come fu scacciato fuori dal Paradiso il primo uomo Adamo a causa della sua trasgressione». Poi il clero cantava diversi Responsorii tratti dal Genesi, dov'erano ricordate le parole del Signore che condanna­va l'uomo ai sudori ed al lavoro sul­la terra, ormai maledetta a causa sua. Quindi venivano chiuse le porte del­la Chiesa, affinché i penitenti non ne passassero più le soglie fino al Giovedì Santo, giorno nel quale rice­vevano solennemente l'assoluzione.  

ESTENSIONE DEL RITO LITURGICO

Dopo il XII secolo, la penitenza pubblica cominciò a cadere in disuso; ma l'uso d'imporre in questo giorno le ceneri a tutti i fedeli divenne sem­pre più generale ed entrò a far parte delle cerimonie essenziali della Li­turgia Romana. È difficile dire esatta­mente in quale epoca si produsse tale evoluzione. Sappiamo solo che, nel Concilio di Benevento (1091), Urba­no II ne fece un obbligo a tutti i fede­li. L'attuale cerimonia è descritta ne­gli Ordines del XII secolo; le antifo­ne, i responsorii e le preghiere della benedizione delle Ceneri erano già in uso fra VIII e il X secolo. Una volta i cristiani si avvicinava­no a piedi nudi a ricevere l'ammoni­mentn sul niente dell'uomo, e, ancora nel XII secolo, lo stesso Papa, per recarsi da S. Anastasia a S. Sabina, dov'era la Stazione, faceva tutto il percorso senza calzatura, come pure i Cardinali che l'accompagnavano. Poi la Chiesa mitigò questo rigore esteriore; ma continuò a dare valore ai sentimenti interni che deve produr­re in noi un rito così espressivo. 

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MERCOLEDI’ DELLE CENERI di Cristina Siccardi

«Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris», ovvero: «Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai». Queste parole compaiono in Genesi 3,19 allorché Dio, dopo il peccato originale, cacciando Adamo dal giardino dell’Eden lo condanna alla fatica del lavoro e alla morte: «Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».
Questa frase veniva recitata il primo giorno di Quaresima, quando il sacerdote segnava la fronte dei fedeli con la cenere. Dopo la riforma liturgica, seguita al Concilio Vaticano II, la frase è stata mutata con la locuzione: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Tradizionalmente le ceneri rituali si ricavano bruciando i rami d’ulivo benedetti la domenica delle Palme dell’anno precedente.
Per il mercoledì delle ceneri è previsto il digiuno e l’astensione dalle carni, astensione che la Chiesa ha sempre richiesto per tutti i venerdì dell’anno, ma che negli ultimi decenni si limita ai venerdì del periodo quaresimale. Inizia dunque il tempo della penitenza, delle rinunce e del colore viola per la Liturgia Sacra al fine di prepararsi alla Passione e alla Morte del Salvatore, che vinse il peccato e la morte. Difficile per il cattolico contemporaneo vivere seriamente la Quaresima. Mentre per i musulmani si richiede rispetto per il loro Ramadan, per i cattolici non solo non viene dato similare rispetto, ma a molti di essi non viene neppure insegnato il reale significato della Quaresima.
Il Figlio di Dio digiunò, cacciò le tentazioni di Satana e subì la Passione e la Morte esclusivamente per noi. A noi resta il compito di vivere nella grazia di Dio, per sostituire le abitudini viziose, sorte con il peccato originale, con le virtù, che si acquisiscono e si coltivano grazie ai Sacramenti, alla preghiera, alle rinunce, ai fioretti, alle penitenze e alle buone opere. Non ci sono altri sistemi. Tuttavia, mancando la Fede autentica, la Quaresima non è più periodo essenziale per la vita del credente, bensì momento di laica solidarietà, che prende le distanze dalla carità evangelica; essa, infatti, non è più correlata alla Croce e si limita a divenire un mero esercizio sociale.
Insegna Sant’Agostino: «Il cristiano anche negli altri tempi dell’anno deve essere fervoroso nelle preghiere, nei digiuni e nelle elemosine. Tuttavia questo tempo solenne deve stimolare anche coloro che negli altri giorni sono pigri in queste cose. Ma anche quelli che negli altri giorni sono solleciti nel fare queste opere buone, ora le debbono compiere con più fervore. La vita che trascorriamo in questo mondo è il tempo della nostra umiltà ed è simboleggiata da questi giorni nei quali il Cristo Signore, il quale ha sofferto morendo per noi una volta per sempre, sembra che ritorni ogni anno a soffrire. Infatti ciò che è stato fatto una sola volta per sempre, perché la nostra vita si rinnovasse, lo si celebra tutti gli anni per richiamarlo alla memoria. Se pertanto dobbiamo essere umili di cuore con tutta la forza di una pietà assolutamente verace per tutto il tempo di questo nostro pellegrinaggio, durante il quale viviamo in mezzo a tentazioni: quanto più dobbiamo esserlo in questi giorni nei quali non solo, vivendo, stiamo trascorrendo questo tempo della nostra umiltà, ma lo simboleggiamo anche con un’apposita celebrazione? L’umiltà di Cristo ci ha insegnato ad essere umili: nella morte infatti si sottomise ai peccatori; la glorificazione di Cristo glorifica anche noi: con la risurrezione infatti ha preceduto i suoi fedeli. Se noi siamo morti con lui -dice l’Apostolo- vivremo pure con lui; se perseveriamo, regneremo anche insieme con lui (2 Tim. 2, 11. 12)» (Sermoni, 206, 1).
Per avere la forza di vivere e sostenere le prove (le croci), senza esserne sopraffatti o, peggio, cercando di scappare da esse trovandone altre e di più pesanti, occorrono pratica e allenamento: il tempo di Quaresima è la miglior palestra per il corpo e per l’anima.
 

MERCOLEDI’ DELLE CENERI di Enrico Beraudo

L'origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell'antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l'evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: "da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all'assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all'assoluzione".
La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell'imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l'importanza di questo segno.
La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri.
1 - Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell'uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..." (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: "Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere" (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell'uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).
2 - Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere" (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: "Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore" (Gdt 4,11).
La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo". Adrien Nocent sottolinea che l'antica formula (Ricordati che sei polvere...) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi...) esprime meglio l'aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio. Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: "Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l'antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: "Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo".
Il rito dell'imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l'omelia, sostituisce l'atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.
Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria "privilegiata" nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.
 

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COME FARE IL DIGIUNO E L’ASTINENZA IL MERCOLEDÌ DELLE CENERI E IL VENERDÌ SANTO SECONDO LA CHIESA CATTOLICA (Tratto dal Sito dei Domenicani)

Un sacerdote risponde

CHIEDO CHIARIMENTI SULL'OBBLIGO DEL DIGIUNO E DELL'ASTINENZA

Quesito

Caro Padre Angelo,
oggi è il mercoledì delle Ceneri, che prevede astinenza e digiuno.
Per disposizione ecclesiastica, cosa si intende per "digiuno"? Astensione completa da qualunque cibo e bevanda per 24 ore, dalle ore 0 alle ore 24? L'acqua naturale rompe il digiuno e bevendola si va quindi contro il precetto? Vale per tutti coloro che sono in buone condizioni fisiche, oppure dipende dall'attività più o meno gravosa o da altre penitenze che la persona si infligge durante la giornata?
Chiedo illuminazione e ringrazio
Giampaolo B.


RISPOSTA DEL SACERDOTE

Caro Giampaolo,
Ti trascrivo quanto la Conferenza episcopale italiana, secondo il potere conferitole dal decreto conciliare Christus Dominus (n. 38), in data 4 ottobre 1994, ha decretato in materia:
“1- La legge del digiuno «obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un pò di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate» (Paenitemini, III; EV 2/647).
2- La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, come pure dei cibi e delle bevande che, a un prudente giudizio, sono da considerarsi come particolarmente ricercati e costosi.
3- Il digiuno e l’astinenza, nel senso ora precisate, devono essere osservati il mercoledì delle ceneri (e il primo venerdì di quaresima per il rito ambrosiano) e il venerdì della passione e morte del Signore nostro Gesù Cristo; sono consigliati il sabato santo sino alla veglia pasquale.
4- L’astinenza deve essere osservata in tutti e singoli i venerdì di quaresima, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità (come il 19 e il 25 marzo).
In tutti gli altri venerdì dell’anno, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità, si deve osservare l’astinenza nel senso detto oppure si deve compiere qualche altra opera di penitenza, di preghiera, di carità.
5- Alla legge del digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni sino al 60° anno iniziato; alla legge dell’astinenza coloro che hanno compiuto il 14° anno di età.
6- Dall’osservanza dell’obbligo della legge del digiuno e dell’astinenza può scusare una ragione giusta, come ad es. la salute. Inoltre, “il parroco, per una giusta causa e conforme alle disposizioni del vescovo diocesano, può concedere la dispensa dall’obbligo di osservare il giorno di penitenza, oppure commutare in altre opere pie; lo stesso può anche il superiore di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, se sono clericali di diritto pontificio, relativamente ai propri sudditi e agli altri che vivono giorno e notte nella loro casa (can. 1245)”.

 

Come vedi, la disciplina della Chiesa è molto morbida sia nei contenuti sia nell’obbligare con precetto. È molto attenta alle esigenze dei singoli.
Sicché i malati o le persone che devono compiere lavori particolarmente gravosi e che hanno bisogno di nutrimento sono dispensati.
Il Parroco. come vedi, può commutare la penitenza in altre opere pie.
L’acqua non rompe il digiuno.

Mi piace ricordare quanto afferma Sant’Agostino in materia penitenziale: “Il digiuno non ama le chiacchiere, purifica l’anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umiliato, dissipa le nebbie della concupiscenza; smorza gli ardori della libidine e accende la luce della castità” (De orat. et jeiun., serm. 73).

Ti saluto, ti prometto una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo
 

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SVEGLIARINO QUARESIMALE

La Quaresima è soprattutto:

1) Contrizione dei peccati (digiuno).

2) Contemplazione del Crocifisso (pre­ghiera).

3) Restaurazione della vita (penitenza).

 

1) LA CONTRIZIONE DEI PECCATI dev'essere sor­retta ed alimentata dal fermo proposito di non commetterne mai più: quindi il digiuno è egregiamente espresso dalla vigilanza per evitare quei peccati veniali che più ci predo­minano, tenendoci legati all'effimero ed al­l'illusorio: digiuno di pensieri vani, di parole inutili, di sguardi curiosi, di scatti asseconda­ti, di negligenze abitudinarie, di orgogliose compiacenze, di puerili vanità, di comodi esa­gerati, di facili impazienze, di malumore ri­nascente, e di tutte quelle prave tendenze che sono inconciliabili con la serietà della vita cristiana.

 

2) LA CONTEMPLAZIONE DEL CROCIFISSO richia­ma il fervore nelle opere di culto, e special­mente nella preghiera. Questa va considerata più in linea di perfezione che di moltiplica­zione: non di più, ma meglio, con ispirito raccolto e generoso attivismo, perchè non sia arida ripetizione di formule abitudinarie, ma una elevazione della mente a Dio. Quale vi­gore di vita divina darebbe un semplice se­gno di croce, se compiuto con riflessione ed amore! Quale robustezza di fede, slancio di carità, copia di meriti, darebbero la Santa Messa, la S. Comunione, la meditazione, il Rosario, l'Angelus, l'esame di coscienza ed anche le piccole offerte del lavoro e dei pasti, se compiute, non si dice con perfezione, ma almeno con isforzo di perfezione, sempre in unione con Cristo, nella meravigliosa e calda unità del Corpo mistico!

 

3) LA RESTAURAZIONE DELLA VITA, MEDIANTE LA PENITENZA, è rappresentata, anzitutto, dal fe­dele compimento di ogni dovere. Qui, e solo qui, secondo Benedetto XV, è concentrata l'es­senza della santità. Il dovere è una mistica apparenza che ci dà il Verbo, che accresce in noi la vita divina, che ci trasforma in crea­ture celesti. Siamo membra divinizzate di Cri­sto, nostro Capo: lasciamo che Egli inizi, re­goli, domini tutti i nostri atti, persuasi che la vita cristiana non è altro che una fidu­ciosa adesione al suo impulso, un trasporto di noi in Lui, una trasformazione di ciò che noi siamo, in ciò che Egli è.

Viviamo la grazia, ricordando che le azioni da noi compiute non sono più nostre, ma di Gesù che forma con noi, mediante il Batte­simo, un solo spirito. Egli non fu Redentore soltanto venti secoli or sono, ma lo è sem­pre: le nostre azioni, essendo Sue, diventano redentrici e lo saranno tanto meglio, quanto più la nostra volontà sarà unita alla Sua col pensiero, con l'amore, col sacrificio.

Restauriamo, in questa Quaresima la no­stra vita, cercando di fluire ad ogni istante, nella circolazione del Corpo mistico, per es­serne cellule vive, consapevoli, feconde. Uti­lizziamo Gesù, offrendo ogni nostra azione coi meriti della Sua vita terrena, Eucaristica, gloriosa. Aggiungiamo tesoro a tesoro, offren­do pure, ad ogni istante, la nostra umile atti­vità con tutto il bene che si è fatto, si fa, si farà in cielo, in purgatorio, sulla terra, af­finchè i minuti della nostra vita, siano mi­nuti divini, e rechino maggior gloria a cia­scun membro della Chiesa trionfante, refri­gerio a quelli della purgante, santità alle ani­me della Chiesa militante.

In questo spirito facciamo sì che il Cristo crocifisso domini la nostra giornata: ci sia scuola per apprendere lezioni di umiltà e di dolcezza: ci sia specchio per rifletterne i do­lori, con la mortificazione dei sensi: ci sia rifugio per custodire il silenzio, senza di cui l'animo riduce a metà il suo lavoro: ci sia esemplare di carità generosa, per tutto dare e tutto perdonare... Ogni atto di virtù, per quanto piccolo, è Gesù che passa, impiagato ed affranto, vicino a noi, per avere un attimo di conforto: stendiamo la mano per aiutarlo a portare la Croce, offriamo le spalle per so­stenere il peso, asciughiamo il caro Volto insanguinato, col candido velo di un'anima, che non conosca i compromessi del peccato veniale assecondato.

MORIRE e VIVERE: ecco tutto il program­ma quaresimale: morire, cioè annientare l'uo­mo vecchio, vincerne le prave tendenze, ri­durle all'inazione del sepolcro, perchè in noi si rinvigorisca l'uomo nuovo, il Cristo, negli splendori della vita divina, sicchè Pasqua ci trovi identificati al glorioso Risorto. 

lmprimi potest - Mediolani 3 martii 1950 can. Jos. BUTTAFAVA C. E.