MEDITIAMO IL SANTO ROSARIO

PRESENTAZIONE

Ricordo una definizione del Rosario, fra le più belle che abbia mai sentito: «Il Rosario è la strada del Paradiso». La udii da una povera popolana, mamma di famiglia; e non l'ho mai dimenticata.

«Il Rosario è la strada del Paradiso». Una strada d'amore. Una strada su cui si cammina con Gesù e con Maria.

La strada è la vita di Gesù e di Maria contempla-ta nei venti misteri. I passi sono le Ave Maria che scorrono soavi conducendo l'anima in Paradiso... fino alla gloria degli Angeli e dei Santi attorno a Maria Santissima Incoronata da Gesù Regina eterna dell'universo.

Tutto ciò è verissimo. Nel Rosario c'è la sintesi del Vangelo. Il Rosario è salvezza. Non si può andare in Paradiso se non passando attraverso i misteri gau-diosi, luminosi, dolorosi e gloriosi del Rosario. Vivere secondo il Rosario, perciò, è vivere da veri cristiani, è vivere santificandosi. «Il Rosario è una scuola che ci fa Cristiani», ci fa avanzare verso il cielo con la Madonna, anzi ci «mette al passo con Lei», ci «obbli-ga a subire il Suo fascino evangelico», ha detto il Santo Padre Paolo VI.

Per questo il Rosario è un dono del Cuore di Maria a noi suoi figli. A Lourdes e a Fatima, Ella si è rivolta agli uomini di tutta la terra e ha raccomanda-to con insistenza materna la preghiera del Santo Rosario. è la preghiera mariana per eccellenza, è la «Regina delle devozioni», come è stato anche detto.

Amiamo il Santo Rosario, quindi. Recitiamolo spesso, recitiamolo ogni giorno, come ha chiesto espressamente la Madonna; recitiamolo nella forma insegnata dalla Madonna stessa ai tre pastorelli di Fatima: Giacinta, Francesco e Lucia.

E per recitarlo meglio, in modo da ricavarne ab-bondantifrutti di vita cristiana sempre più santa, me-ditiamone attentamente i misteri, con semplicità e amore, secondo gli esempi dei Santi, come è scritto in questo libretto che profuma di rose mariane in ogni sua pagina.

L'autrice di questo volumetto è una Suora con-templativa nel Carmelo di Maria, incamminata sulla «strada del Paradiso» come vergine Sposa di Gesù, figlia prediletta di Maria, sorella degli Angeli. La corona del Santo Rosario sia per lei (come per tutti i devoti del Rosario) la corona di rose e di gigli, che la renda immagine bellissima della Vergine Regina del Paradiso.

Padre Stefano Maria Manelli

 

IL SANTO ROSARIO

Il Rosario è la preghiera più bella, la più cara a Maria, la più cara a chi ama Maria.

La Madonna stessa ci ha fatto sapere quanto le sia gradita la recita del Rosario. A Lourdes, a Fatima Ella è apparsa col Rosario tra le mani ed ha esortato viva-mente a recitarlo. Come dubitare dunque della validi-tà, della bellezza, dell'efficacia di questa preghiera? Eppure tanti, quando sentono parlare di Rosario, arricciano il naso e lo considerano per lo meno una preghiera anacronistica per i nostri giorni e adatta semmai a vecchie bigotte. Ma mostrano con ciò di non aver capito lo spirito del Rosario.

Il Rosario non è soltanto preghiera vocale, non è una meccanica ripetizione di parole. Il Rosario è an-che meditazione, preghiera dell'anima. Sullo scorrere delle Ave Maria... Santa Maria..., mentre le labbra ripetono il saluto dell'Angelo la mente ed il cuore si soffermano nella contemplazione dei Misteri: delle verità belle e consolanti della Fede, che ci parlano della missione redentrice di Gesù. Così, ancora una volta Maria ci porta a Gesù.

E' vero che tante volte il nostro Rosario si riduce a ben povera cosa, la mente si perde dietro mille di-strazioni, le parole sembrano scivolare meccanica-mente, e allora verrebbe voglia di rinunciare, e ci si domanda: ma ne vale la pena?

Proprio in risposta a questa domanda veniva rac-contato su una rivista un graziosissimo episodio, che dovrebbe rincuorarci e muoverci a una dolce fiducia nell'affettuosa tenerezza della Mamma nostra celeste. Si raccontava dunque una scenetta vista ai giardini pubblici. Un bimbo di pochi anni raccoglie dei fiorelli-ni sul prato, e la mamma seduta sull'erba lo segue con sguardo vigile e affettuoso. Il bimbo è impegnato in qualcosa di molto importante: vuole fare un bel maz-zolino di fiori per la sua mamma e i fiori che coglie li conserva nel grembiulino che tiene alzato con la mano. Ma non si accorge che i fiori messi in seno da una parte gli cadono dall'altra. Così, quando tutto orgoglioso si reca dalla mamma per farle il suo dono, nell'aprire il grembiulino che dolorosa sorpresa! ... I fiori sono scomparsi. Il bimbo si guarda intorno smarrito e guar-da la mamma tutto mortificato, sul punto di scoppiare in pianto. Ma la mamma ha capito tutto. Depone il suo lavoro, rapidamente si alza raccoglie i fiori sparpaglia-ti sul prato, poi torna a sedere vicino al bimbo: «Hai visto, amore, come ho fatto presto? Eccoli, sono tutti qui». E prende il bimbo sulle ginocchia fa un mazzetto con i fiori e sta per appuntarglielo all'occhiello. Ma il bimbo protesta: «No, mamma, sono per te!», e la mamma un po' pavoneggiandosi si attacca il mazzetto sul seno... «Così?» «Sì, così. Sei più bella mammina»; e fa l'atto di buttarsi a baciarla. Ma la mamma, lo ha già prevenuto stringendolo al petto.

«Con che impeto di gioia - commentava il narra-tore - quella mamma si è messa a recuperare i fiorelli-ni raccolti per lei dal suo piccolo, e da questi creduti per un momento dispersi. Con quanta sollecitudine ne ha risparmiato il rammarico! Perché non pensare che possa fare altrettanto per noi quell'altra Mamma? ... Sarebbe forse meno ricca di tenerezza?». Perché allo-ra rinunciare alla recita del Rosario? è vero, vorrem-mo offrire qualcosa di bello alla Mamma nostra, vor-remmo che le nostre «Ave Maria» fossero come fiori di un bel mazzo di rose da presentarle, e invece alla fine ci pare d'essere a mani vuote. Ma non sarà pron-ta Lei a raccogliere ciò che noi credevamo perduto? Se noi le distrazioni non le cerchiamo, né le voglia-mo, ma nonostante i nostri sforzi stanno a importu-narci, la Madonna non sarà contenta ugualmente, almeno di quel nostro sforzo e del desiderio di stare con Lei e mostrarle il nostro affetto?

Quante occasioni potremmo sfruttare per queste piccole prove d'amore. In autobus, in treno, cammi-nando per la strada, nella fila davanti a uno sportello... Certo, allora sarà ancora più difficile evitare le distra-zioni, e quelle decadi di «Ave Maria» disseminate lungo la giornata ci sembreranno ancora più povere. Ma con quanta tenerezza Ella guarderà al nostro desi-derio, al nostro sforzo di non dimenticarla, di intratte-nerci con Lei. Penserà Lei a raccogliere le nostre «Ave Maria» e a separarle dalle nostre distrazioni, per farne quel mazzo di fiori che noi non siamo stati capaci di fare. Penserà Lei, certamente: e ci stringerà sul suo Cuore.

 

I MISTERI DEL SANTO ROSARIO

 

Primo mistero gaudioso

L'ANNUNCIO DELL'ANGELO A MARIA

Ecco il primo quadro che si presenta alla nostra meditazione, e la mente si perde nell'infinità del mistero, e l'anima trabocca di riconoscenza e di amo-re: Dio si fa uomo, assume la nostra natura; il Verbo si incarna per la salvezza e la redenzione nostra. E Maria è eletta ad essere Madre di Dio, Colei che genererà il Verbo secondo la natura, il tramite dell'Incarnazione. Ma l'Incarnazione non avverrà senza il consenso della sua volontà. Dio rispetta troppo la dignità e libertà dell'uomo per fare a meno di questo consenso, e perciò invia a Maria l'Angelo che reca l'annuncio della divina Maternità.

Cerchiamo un poco di penetrare le profondità di questa scena; cerchiamo di penetrare la disposizione d'animo della Vergine Santa al momento dell'Annun-ciazione, per cogliere gli insegnamenti di Colei che, accettando di diventare la Madre di Dio, è diventata anche la Mamma nostra dolcissima.

Perché, se diciamo di amare Maria, ma poi non ci sforziamo anche di conoscerla e imitarla, e di mettere in pratica gli esempi che da Lei ci vengono, siamo nel falso e la nostra devozione resterà sempre qualcosa di esteriore, formale, sterile.

L'Angelo inviato a Maria la trova raccolta in soli-tudine: prega.

Ecco l'insegnamento primo che ci viene dalla Mamma nostra. Pensiamo a quale doveva essere la sua preghiera, quale il raccoglimento, quale l'amore, quale il fervore. Preghiera che suscita l'ammirazione degli Angeli, e fa dolce violenza al Cuore di Dio e l'at-trae ad incarnarsi nel suo seno purissimo.

Veramente la Vergine è il modello delle anime oranti e noi dovremmo avere sempre il suo esempio sotto gli occhi quando ci raccogliamo in preghiera. Ma sappiamo poi trovarlo il tempo di raccoglierci in preghiera? Sappiamo trovare nel ritmo, a volte con-vulso, delle nostre giornate i momenti di pausa in cui innalzare 1'ànima a Dio per iniziare con Lui un soave colloquio? Ma poi, anche se sappiamo trovarlo questo tempo, quante distrazioni, quante preoccupazioni, quanti futili pensieri ci ingombrano la mente e lo spi-rito e ci impediscono di raccoglierci!

Oh, allora guardiamo a Lei, a Lei raccolta in pre-ghiera, e a Lei chiediamo che ci faccia comprendere la grandezza, la bellezza, la necessità della preghiera, che è respiro stesso dell'anima e senza la quale la vita soprannaturale languisce e si inaridisce. Chiediamo a Lei, che meglio di ogni altro ne ha conosciuto il valo-re, a Lei che ha innalzato la preghiera più perfetta e più gradita a Dio, dopo quella di Gesù, la grazia di pregare, e pregare bene, e di pregare tanto. Pregare non soltanto, per chiedere, ma anche per lodare Dio e per rendergli grazie dei suoi benefici.

Preghiera dunque di lode, di ringraziamento, di impetrazione, unita alla preghiera di Maria, perché la presenti Lei al Figlio suo, e supplisca coi suoi meriti alla nostra miseria e imperfezione.

L'Angelo dunque trova Maria raccolta in solitudi-ne, ed «entrato da Lei» così la saluta: «Ave, piena di grazia, il Signore è con te» (Le 2,28).

«Piena di grazia», quasi fosse il suo nome pro-prio, ad indicare nella Vergine Colei che è in stabile possesso di una pienezza di grazia, già prima che le venga annunziata la divina Maternità.

Maria però si turba a tali parole, ci dice il testo evangelico, e si domanda il significato di un simile saluto. Ed è, questa, la reazione della sua umiltà pro-fondissima, che dovette farle sembrare ben strano lo straordinario saluto.

L'Angelo intanto le comunica il grande annuncio: Dio vuole che Ella diventi la Madre del Salvatore, e Maria, pronta ad aderire totalmente al piano divino, risponde il suo «Fiat»: «Ecco l'ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola».

La Vergine si dichiara, dunque, 1' «ancella» del Signore, volendo così esprimere la sua dedizione tota-le e assoluta alla Volontà divina. Ella non è mossa da altro impulso che quello di servire Dio, quindi non lavorare che per Lui, per piacergli, per fare la sua Vo-lontà, per soddisfare i suoi desideri, collaborare ai suoi disegni, procurare la sua gloria. E con il suo «Fiat» generoso Ella accetta totalmente il piano divi-no, senza riserve, perché la sua volontà è totalmente unita alla Volontà di Dio.

Ancora una volta Maria si mostra modello ed esempio nostro.

Di fronte alle divine chiamate, alle sollecitudini della Grazia, agli inviti del Signore, inviti alla soffe-renza, al sacrificio, al dono di sé, ciascuno di noi dovrebbe rispondere con un «Fiat» generoso e senza riserve.

Invece, quante debolezze, quante esitazioni, quanti rifiuti!

Allora, guardiamo ancora Maria, ed ancora sup-plichiamola di soccorrerci col suo aiuto, perché ci fac-cia aderire totalmente al piano divino su di noi, perché Lei ci aiuti sempre a rispondere ad ogni manifestazio-ne del divino volere, prontamente e generosamente: «Ecco l'ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola».

 

Virtù da praticare: la preghiera.

 

ESEMPIO - Un giorno Ruggero Bonghi, letterato e filosofo napoletano disse a un sacerdote suo amico: «Voi mi conoscete male. Sappiate che, tra i laici, io sono uno di quelli che più hanno parlato di Dio». Il sacerdote gli diede una risposta che lasciò il filosofo pensoso: «I buoni cristiani si riconoscono non dal parlare di Dio, ma dal parlare a Dio!». I Santi, infatti, quasi conti-nuamente parlavano a Dio, trascorrendo in preghiera tutto il tempo libero dai loro doveri. Così san Luigi Gonzaga e san Giovanni Bosco pregavano almeno 5 ore al giorno. San Luigi IX, re di Francia, da 6 a 7 ore. San Gaetano di Thiene, da 7 a 8 ore. Santa Mar-gherita, regina di Scozia e santo Stefano, re d'Unghe-ria, pregavano tutta la notte. Santa Rosa da Lima arri-vò a pregare fino a 12 ore... Che dire poi di san Pio da Pietrelcina, il cappuccino stimmatizzato del Gargano, il quale recitava circa 100 corone del Rosario ogni giorno?...

 

INTENZIONE: per le anime sacerdotali e religiose. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Secondo mistero gaudioso

LA VISITA DI MARIA SANTISSIMA A SANT'ELISABETTA

Qualche giorno dopo l'annuncio dell'Angelo, dopo aver pronunciato il Fiat che l'ha resa Madre di Dio, Maria si pone in viaggio, in fretta, ci dice il Vangelo, per recarsi dalla cugina Elisabetta.

Quale ricchezza di insegnamenti nell'episodio che ora ci accingiamo a meditare...

Certo sarebbe stato tanto dolce a Maria restarsene ininterrottamente nella tranquilla pace di Nazareth, e nella solitudine adorare e contemplare il Verbo Incar-nato in Lei.

Tuttavia, attentissima e fedelissima alle ispira-zioni dello Spirito Santo, Ella, che nel Fiat ha espres-so la sua adesione alla Volontà divina, comprende ora che questa Volontà divina la chiama altrove, e, so-spinta da ardente carità, non esita ad intraprendere un viaggio lungo e disagiato attraverso le montuose regioni della Giudea; per recare il suo aiuto alla cugi-na Elisabetta.

La prima azione che la vediamo compiere dopo l'annuncio è dunque un atto di carità fraterna, perché l'amore di Dio è inseparabile dall'amore del prossi-mo: l'oggetto dell'amore infatti è sempre uno: Dio. Dio amato in se stesso, Dio amato nel prossimo. Quanto più ardente è la carità verso Dio, tanto più generosa sarà anche la carità fraterna. L'amore del prossimo diventa come il banco di prova dell'amore di Dio. Scrive infatti san Giovanni: «Se qualcuno dice di amare Dio, ma non ama il proprio fratello, è un bugiardo. Infatti chi non ama il fratello suo che vede, non può amare Dio che non vede... » (Gv 5,20).

Ed ecco che l'esempio ci viene appunto da Maria: Ella, che è animata dalla più ardente carità verso Dio, si dona generosamente anche ai fratelli; Ella, che si è dichiarata l'ancella del Signore, lo mostra ora, met-tendosi umilmente al servizio di Elisabetta.

Per far questo, abbiamo visto, non esita ad affron-tare pene e disagi, un viaggio tra regioni montuose e impervie: circa quattro giorni di cammino in condi-zioni che in quell'epoca erano quanto mai difficili.

Quale insegnamento per noi, così chiusi nel nostro egoismo, così attaccati alla ricerca dei nostri comodi, così pronti a tirarci indietro di fronte alla più piccola difficoltà!

Perciò chiediamo a Lei che ci aiuti, che ci insegni ad essere generosi, pronti a donarci senza calcolare, senza misurare, che ci renda capaci di dimenticarci per amore dei fratelli.

Tuttavia non dobbiamo credere che, avendo dovu-to interrompere la solitudine e il silenzio di Nazareth, la Vergine abbia, con questo, interrotto il suo racco-glimento e il silenzio profondo della sua anima.

Anzi, più che mai ora Ella si mostra il modello delle anime di vita interiore. Tutta raccolta e immersa nella contemplazione e adorazione del Verbo Incarna-to in Lei. Ella percorre le impervie montagne della Giudea, senza che gli eventi e gli oggetti esterni pos-sano minimamente distrarla dal suo profondo racco-glimento. Maria resta l'adoratrice amorosa e fedele di Dio presente in Lei. Presenza di Dio del tutto singola-re, unica, irripetibile: «presenza corporale», come dice sant'Alberto Magno. Anche in noi però si attua, sia pure in diverso modo, una «presenza corporale» del Verbo, tutte le volte che riceviamo la Santa Co-munione. Allora infatti realmente Gesù, con la sua Divinità e la sua Umanità, discende nell'anima nostra diventando una sola cosa con noi, come un giorno di-scese nel seno purissimo di Maria.

Tuttavia la presenza dell'Umanità di Gesù in noi, ad ogni Comunione eucaristica, ha soltanto una breve durata (circa un quarto d'ora). C'è però una presenza tutta particolare di Dio nelle anime in grazia: è il mistero della divina inabitazione che si attua secondo la promessa di Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14,23). La Santis-sima Trinità è dunque presente nell'anima, e la invita a vivere in società, in intima amicizia con le tre Per-sone divine.

«Anime create per queste meraviglie, e chiamate a vederle realizzate in voi, che cosa fate? In quali miserevoli nulla perdete il vostro tempo? ... », è l'ac-corato lamento di san Giovanni della Croce. Come è vero! La nostra vita si disperde, si frantuma in mille attività, mille distrazioni, sicché finiamo col perdere di vista l'essenziale, l'unica cosa che conti veramente.

Come dovremmo invece, pur in mezzo alle attivi-tà e agli eventi esterni, conservare il raccoglimento dell'anima, il sentimento della continua presenza di Dio in noi, lo sguardo interiore limpido e sgombro fisso in Lui.

Chiediamo, chiediamo a Lei di soccorrerci, Lei che nulla poteva distrarre dalla sua pace e dal suo raccoglimento, perché in tutto non cercava che Dio solo.

Chiediamo a Lei quel raccoglimento che non significa isolarsi ed egoisticamente rinchiudersi in se stessi, ma vivere della presenza di Gesù in noi, eque-sta presenza portare agli altri.

 

Virtù da praticare: il raccoglimento.

 

ESEMPIO - San Giuseppe Cafasso paragonava la vita raccol-ta a un fiume, che tranquillo scorre nel suo letto, man-tenendo le sue acque sempre limpide e pure. Il santo Curato d'Ars, per alimentare il raccoglimento dello spirito fra le attività, raccomandava di recitare spes-so durante il giorno le giaculatorie e di fare Comunioni spirituali, perché queste sono simili a soffi di mantice sul fuoco ricoperto di cenere, in procinto di spegnersi: «Quando sentiamo che l'amore di Dio si raffredda, su presto! Una breve preghiera, un rapido pensiero a Dio, una Comunione spirituale...».

Sant'Ignazio e sant'Alfonso de' Liguori, ogni vol-ta che udivano i rintocchi delle ore, si raccoglievano brevemente in preghiera e alzavano la mente a Dio. Lo stesso faceva san Vincenzo de' Paoli. Quando suo-nava la campana, pur trovandosi in mezzo a grandi signori, egli si scopriva sempre il capo ed usciva in qualche devota aspirazione al cielo. San Francesco di Sales e ai nostri giorni san Massimiliano M. Kolbe ogni quarto d'ora, anche in mezzo ai lavori più impe-gnativi, cercavano di fare la Comunione spirituale per conservare ininterrottamente il raccoglimento in-teriore.

 

INTENZIONE: per la nostra famiglia. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Terzo mistero gaudioso

LA NASCITA DI GESù A BETLEM

Dio si è fatto uomo, Dio si è fatto bambino per amor mio: una povera stalla dove ha trovato ricovero una famiglia di poveri che nessuno ha voluto ricevere; una mangiatoia, un po' di paglia dove è adagiato un bimbo, simile a tutti gli altri, coperto da panni insuffi-cienti, tremante per il freddo: ma attraverso questi aspetti apparentemente, umanamente così umili, nel-l'oscurità, nel silenzio si porta a compimento la sua opera più grande, destinata ad illuminare e a salvare il mondo: l'Incarnazione del Verbo. E in quel bimbo si rende visibile, palpabile l'amore infinito di Dio per noi. Dio si è spogliato per noi della sua maestà e gran-dezza, ha celato lo splendore della sua Divinità, per assumere forme in tutto simili alle nostre, per abbrac-ciare in tutto le nostre miserie, per farsi bimbo debole e impotente, bisognoso di tutto dalle mani della mamma. Veramente qui è la rivelazione dell'amore di Dio e il Bimbo di Betlem dalla sua povera culla ci tende le braccia per dirci che ci ama, per invitarci a credere nel suo amore, ed abbandonarci ad esso con fiducia e confidenza illimitata.

Mettiamoci dunque ai piedi di quella culla in amorosa contemplazione del Bambino Gesù: quell'a-more ci chiede amore, quell'amore ci insegna la via dell'amore. Dio per amor nostro si è spogliato, ha scelto la via dell'abbassamento, dell'umiliazione tota-le. Vorremmo noi scegliere una via diversa?

Forse questa parola «spogliamento» ci fa paura; ci crediamo così importanti, siamo attaccati a noi stes-si, alle nostre cose, alle creature. Eppure san Giovanni della Croce dice senza mezzi termini: «Amare è spo-gliarsi per Iddio di tutto ciò che non è Dio». Guardiamo al Bambino Gesù, e non avremo più timore: con tanta dolcezza Egli ci invita a seguirlo, a spogliarci del nostro amor proprio, del nostro egoi-smo, del nostro orgoglio, della ricerca di noi stessi: in una parola, a darci tutti a Lui, così come Lui si è dato tutto a noi.

è vero, sentiamo tutta la debolezza e l'incapacità della natura umana: ma non può forse tutto compren-dere il Bambino Gesù, che per se stesso ha scelto la via della debolezza e dell'impotenza?

Riflettiamo, poi: questo Bimbo debole e impoten-te ha una Mamma amorosissima che pensa a Lui, che lo stringe al cuore che si prende di Lui la più tenera cura. Orbene la sua Mamma è anche la nostra Mam-ma. Ecco dunque la via anche per noi: la più sicura, la più dolce: metterci fra le braccia della Mamma, la-sciarci stringere da Lei sul cuore e Lei penserà alla nostra debolezza e supplirà alla nostra incapacità.

Ma Gesù per amor nostro non solo si è «spoglia-to» da ogni sua grandezza e maestà, ma ha abbraccia-to fin dal primo momento della sua vita terrena il mas-simo della privazione.

Quale insegnamento, quale rimprovero per noi così attaccati alle ricchezze, al benessere materiale, alle nostre comodità, e a tante cose superflue. Gesù invece ha scelto per sé la condizione dei poveri, dei più poveri. è nato in una stalla, è stato adagiato su una mangiatoia, «perché all'albergo non c'era posto», ha sofferto sin dal principio della sua vita tutti i disagi e le pene della povertà. E noi? Meditiamo un poco que-ste parole di padre Carlo de Foucauld: «... O mio Signore Gesù, come sarà presto povero colui che amandoti con tutto il suo cuore non potrà sopportare di essere più ricco del suo Beneamato.

O mio Dio, io non so se è possibile a certe anime vederti povero e restare volentieri ricche, vedersi tal-mente più grandi del loro Beneamato, da non voler rassomigliarti, per quanto dipende da esse, e soprattutto nelle tue umiliazioni; io voglio, sì, che esse Ti amino, o mio Dio, tuttavia credo che manchi qualcosa al loro amore, o comunque io non posso concepire l'a-more senza un bisogno, un bisogno imperioso di con-formità, di rassomiglianza e soprattutto di partecipa-zione a tutte le pene, a tutte le difficoltà, a tutte le asprezze della vita...

Essere ricco, a mio agio, vivere dolcemente coi miei beni, quando Tu sei stato povero in ristrettezze, vivendo penosamente di un fastidioso lavoro, in quan-to a me non lo posso, o mio Dio... io non posso amare così...».

 

Virtù da praticare: la povertà.

 

ESEMPIO - San Francesco d'Assisi ha amato in modo così straordinario la povertà, da poter essere soprannomi-nato il «Poverello d'Assisi». Eppure da giovane, prima della sua conversione, gli piacevano i diverti-menti, il lusso, le grandezze. Ma una volta donatosi a Dio, per suo amore lasciò tutto e si ridusse alla più completa nudità. E il grande amore che portava alla povertà lo spinse a riprodurre al vivo la scena della Natività di Betlem per rendersi conto più concretamente degli immensi disagi in cui si trovò il Bam-binello Gesù al momento della nascita. Inventò così il famoso presepe di Greccio. Egli chiamava la povertà sua signora, sua regina, sua madre, sua sposa. Così pregava Dio: «Signore Gesù, mostrami la via della povertà così cara al tuo cuore. Abbi pietà di me, per-ché io l'amo così appassionatamente, che non posso più vivere senza di essa».

 

INTENZIONE: per i poveri e senza tetto. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Quarto mistero gaudioso

LA PRESENTAZIONE DI GESù AL TEMPIO

La legge mosaica prescriveva che, quaranta gior-ni dopo la nascita, il figlio primogenito venisse pre-sentato al Tempio per essere riscattato, dai più poveri, con l'offerta di due tortore o due piccoli colombi e consacrato al Signore, e che la madre si sottoponesse al rito della purificazione.

Gesù e Maria non erano certo soggetti a tale legge eppure vi si sottomettono, volendo con ciò esprimere la propria sottomissione e obbedienza alla Volontà divina espressa anche attraverso leggi civili e religiose.

Così per le mani di Maria, quaranta giorni dopo la sua nascita, Gesù si offre al Padre per il compimento perfetto della sua volontà in Lui.

Ecco che fin d'ora dunque si manifesta la dispo-sizione fondamentale dell'anima di Cristo, il fine stes-so della sua Incarnazione: il compimento della Volontà del Padre che consiste nella sua glorificazione e nella salvezza degli uomini.

«Cristo entrando nel mondo dice: ... Ecco io vengo, o Dio per fare la tua volontà» (Eb 10,5.7). Così ci attesta san Paolo, e Gesù stesso più volte durante la sua vita ebbe ad affermarlo: «Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e portar-ne l'opera a termine» (Gv 4,34); e ancora: «Sono disceso dal cielo per fare non la mia volontà, ma la volontà di chi mi ha mandato» (Gv 5,30). La Volontà del Padre: questa sola è sua guida in ogni azione, in ogni istante della sua vita. L'obbedienza alla Volontà del Padre lo porterà fino all'estremo sacrificio. Gli farà abbracciare, pur nella ripugnanza della natura, i tormenti della Passione: «Padre, non la mia, ma la tua volontà si faccia» (Lc 22,42); gli farà accettare la morte in Croce: Gesù, dice san Paolo, «si fece obbe-diente sino alle morte e alla morte di croce» (Fil 2,8).

Tutto questo è già implicito nell'offerta del Tempio. In essa è già la donazione totale, è già l'ac-cettazione della Passione e della Croce: essa è l'offer-torio del Sacrificio che sarà consumato sul Calvario.

Gesù è il nostro modello, Egli che ha detto: «Io sono la via... nessuno viene al Padre se non per mezzo mio» (Gv 14,6), e ancora: «Vi ho dato l'esempio affin-ché anche voi facciate come ho fatto io» (Gv 13,15), ci insegna attraverso la presentazione al Tempio, che anche per noi non deve esistere altra norma di vita, altro movente di azione che la divina Volontà.

La Volontà di Dio, ci dice san Paolo, è la nostra santificazione. Ma d'altra parte l'essenza stessa della santità consiste proprio nella conformità al divino Volere. Come Gesù, anche noi, in Lui e per Lui, in ogni istante, in ogni azione della nostra vita non dob-biamo cercare altro che la conformità alla Volontà di Dio manifestatasi attraverso i doveri di stato, gli ordi-ni dei superiori, le circostanze stesse della vita dispo-ste da Dio per la nostra santificazione. A imitazione di Gesù la nostra offerta deve essere totale e incondizio-nata: e Gesù Crocifisso ci mostra fino a che punto può giungere l'adempimento della divina Volontà. Pure noi dobbiamo essere disposti a tutto, anche a dare la vita se il Signore ce la chiederà; dobbiamo abbraccia-re la via della Croce e del rinnegamento secondo la parola di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24); perché certo non si può aderire in ogni momento senza dover rinunciare alla propria volontà, senza dover rinunciare al proprio egoismo, alle pro-prie soddisfazioni e vedute personali. Ma ci dice santa Teresa di Gesù: «La somma perfezione non sta nelle dolcezze interiori, bensì nella perfetta conformità del nostro volere a quello di Dio, in modo da volere, fer-mamente, quanto conosciamo essere di sua Volontà, accettando con la medesima allegrezza tanto il dolce che l'amaro, come egli vuole» (Fondazioni, 5,10).

Colei che ha vissuto con la massima perfezione questo insegnamento ad imitazione del Figlio suo, è stata Maria. Al Tempio, presentando il Figlio al Padre, Ella unisce la sua offerta a quella di Lui. Intuendo attraverso il velo della profezia che la missione di Gesù Salvatore si sarebbe compiuta in un mistero di dolore, silenziosamente ripete il suo «Fiat».

Offriamoci dunque anche noi al Padre totalmente, incondizionatamente, perché possa compiere in noi la sua Volontà. Certo, è tanto imperfetta la nostra offer-ta, pieni di peccati e di miserie come siamo. E allora preghiamo Maria di presentare Lei la nostra offerta, di purificarci con uno sguardo suo; mettiamoci tra le sue braccia; identifichiamoci a Gesù per amore, e ripetia-mo anche noi fiduciosamente la preghiera di padre Carlo de Foucauld: «Padre, mi abbandono a Te, fa' di me ciò che Ti piacerà. Qualsiasi cosa Tu faccia di me Ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto perché la tua volontà si compia in me e in tutte le tue creatu-re. Non desidero niente altro, mio Dio. Rimetto l'ani-ma mia nelle tue mani, Te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché Ti amo, ed è per me

un'esigenza di amore il darmi, il rimettermi nelle tue mani, senza misura, con fiducia infinita, poiché Tu mi sei Padre».

 

Virtù da praticare: abbandono in Dio.

 

ESEMPIO - San Giovanni Crisostomo, dottore della Chiesa, fu patriarca di Costantinopoli. In tutta la sua vita si rimise completamente nelle braccia di Dio, come un bambino sul seno materno. Nei giorni lieti, come in quelli tristi, la sua esclamazione fu sempre la stessa: «Sia glorificato Dio in ogni evento!». Terminò i suoi giorni in esilio a Comàna nel Ponto, vittima dell'odio di Eudossia, moglie dell'imbelle imperatore Arcadio. Moriva così, come un malfattore, legato e malmenato, ma la sua lode al Signore era sempre piena e perfetta. Ancora ripeteva: «Sia glorificato Dio in ogni even-to!». Poiché la Volontà di Dio è la cosa che interessa sopra ogni altra cosa.

Lo stesso esempio ci viene offerto dal grande mis-sionario cappuccino, poi Card. Massaia. Stando in Gallia per evangelizzare quelle popolazioni, fu fatto prigioniero e messo in carcere. Privo di tutto, di amici, di libri e di qualsiasi comodità, egli recitava il

Padre Nostro e ritornava per ben dieci volte sulle parole: «Sia fatta la tua volontà».

 

INTENZIONE: per i missionari e gli infedeli. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Quinto mistero gaudioso

IL RITROVAMENTO DI GESù NEL TEMPIO

Era consuetudine che le famiglie d'Israele si recassero a Gerusalemme ogni anno per la celebrazio-ne della Pasqua. La famiglia di Gesù non faceva ecce-zione: infatti ci dice l'evangelista: «I suoi genitori erano soliti andare a Gerusalemme ogni anno, per la festa di Pasqua» (Lc 2,41). La vita della Santa Fami-glia di Nazareth si svolge senza che nulla, esterior-mente, la distinguesse da quella delle altre famiglie. Era la vita di una famiglia di poveri che viveva dei frutti del lavoro del capofamiglia, un modesto operaio, e in tutto seguiva le consuetudini, i costumi, le abitu-dini della società del suo tempo.

Per trent'anni circa la vita di Gesù si svolse in questa cornice ordinaria e comune, senza che nulla in Lui potesse rivelare il Cristo, il Verbo Incarnato, il Figlio di Dio senza che nulla lasciasse trapelare la sua grandezza, sapienza, potenza infinite. Per trent'anni Egli è per tutti soltanto: Gesù, il figlio del falegname, sepolto nell'oscurità della vita quotidiana.

1 Vangeli stessi nulla o quasi ci dicono di tutto questo periodo che va dal ritorno dalla fuga in Egitto fino al soggiorno di quaranta giorni nel deserto, che è al tempo stesso preludio della vita pubblica e termine della nascosta.

Silenzio quanto mai significativo. Unica eccezio-ne l'episodio dello smarrimento di Gesù, riportatoci dall'evangelista Luca. Vi fu infatti una Pasqua diversa dalle altre, una Pasqua che non poteva essere dimenti-cata.

Gesù aveva dodici anni, e i suoi genitori, secondo la consuetudine, lo avevano condotto a Gerusalemme per le celebrazioni. Finiti i festeggiamenti si era ripre-sa la via del ritorno. Ma Gesù era rimasto a Gerusa-lemme e i suoi non se ne erano accorti, credendo che fosse tra i compagni di viaggio. Solo al termine della prima giornata di cammino, cercandolo tra parenti e conoscenti, si resero conto che Gesù non c'era. Allora ritornarono a Gerusalemme, in cerca di Lui, ci dice l'evangelista, e prosegue: «E avvenne che, dopo tre giorni lo ritrovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori ad ascoltarli e interrogarli... E vedendolo fu-rono meravigliati e sua madre gli disse: 'Figlio, per-ché ci hai fatto così? Vedi, tuo padre ed io, addolorati, andavamo in cerca di te". Egli rispose loro: "Per-ché mi cercavate? Non sapevate che io devo occupar-mi di quanto riguarda mio Padre?» (Le 2,46-50).

Sono queste le prime parole di Gesù riportate dai Vangeli e sono una solenne affermazione della sua missione e dell'assoluto primato dei diritti di Dio. Ecco il primo insegnamento che ci viene dalla bocca di Gesù: prima di tutto bisogna occuparsi di Dio e delle cose di Dio, e a Lui sempre bisogna dare il primo posto e la prima obbedienza, al di sopra di ogni altra considerazione umana e naturale. Nulla deve farci tra-scurare o soltanto ritardare il compimento della Volontà divina: neppure il desiderio di compiacere o non addolorare i genitori o i parenti.

Tuttavia dare il primato al compimento dei dove-ri verso Dio non vuol dire trascurare i doveri verso il prossimo o verso la famiglia. Anzi, in via ordinaria, il compimento della divina Volontà ci chiede proprio la sottomissione e l'obbedienza ai genitori o superiori. E le parole del Vangelo che seguono sono molto signifi-cative: «Poi scese con essi, venne a Nazareth e stava loro sottomesso. E sua madre custodiva tutte queste cose in cuor suo. Intanto Gesù cresceva in sapienza di statura, e in grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51-52).

Ecco, questo ci basta ed è già per noi ricco di insegnamenti. Gesù è sempre nostro modello, nostra via, anche con la sua vita semplice, umile, nascosta. La maggior parte dei cristiani infatti non sono chiamati a santificarsi attraverso il compimento di grandi opere, ma proprio nell'oscurità e nella fatica dei doveri compiuti con fedeltà e amore. Diceva santa Teresa del Bambino Gesù, che si può salvare un'ani-ma raccogliendo uno spillo per amor di Dio.

Ecco l'importante non è in quel che si fa, ma nel come lo si fa, perché lo si fa.

Quando si agisce nell'unico fine di piacere a Dio, di compiere la sua Volontà caricando di amore anche le azioni più semplici, più comuni e abituali, allora quale valore immenso acquista una vita agli occhi di Dio anche se agli occhi degli uomini resta nascosta, senza alcuna risonanza e riconoscimento!

Così è stato per la Madonna, che ancora una volta ci offre l'esempio più perfetto. La sua vita si è tutta svolta nell'umiltà, nel silenzio, nel nascondimento. Ma in questo nascondimento, quale ricchezza immen-sa di vita interiore: vita di raccoglimento, di preghie-ra, di unione intima con Lui!

Chiediamo dunque a Lei che ci faccia penetrare nel mistero della vita di Nazareth e ci aiuti a riprodur-lo nella nostra vita; vita nascosta agli occhi degli uomini, che non ne cerchi il riconoscimento, il suecesso, la stima, e soprattutto vita interiore, concentra-ta in Dio, di intimi rapporti con Lui, nell'unico fine di piacere e di contentare Lui solo.

 

Virtù da praticare: obbedienza a Dio e ai superiori.

 

ESEMPIO - Ai primi tempi della Chiesa san Pietro e san Giovanni ripieni di Spirito Santo, erano instancabili nel predicare il Vangelo di Gesù. Per questo motivo furono accusati e portati dinanzi al Sinedrio. I capi del popolo, gli anziani e gli scribi tennero un adunan-za e proibirono loro assolutamente di parlare e di insegnare nel nome di Gesù. Ma san Pietro e san Giovanni risposero: «Se sia giusto davanti Dio, obbe-dire a voi piuttosto che a Dio, giudicatelo voi stessi! Non possiamo, infatti, non parlare di quelle cose che abbiamo vedute e udite».

Quindi anzitutto bisogna obbedire a Dio. Ma noi dobbiamo obbedire anche a coloro che rappresentano Dio, ossia i genitori e i superiori. A questo proposito un bell'esempio ce lo offre santa Margherita Maria Alacoque. Questa grande Santa francese, suora della Visitazione provava per natura una invincibile ripu-gnanza per il formaggio. Al solo odore andava in vomito. Ma non esitò a mangiare il formaggio, appe-na la sua superiora glielo comandò. E questo terribi-le martirio durò per ben otto anni!

 

INTENZIONE: per i cristiani lontani da Dio. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Primo mistero luminoso

IL BATTESIMO DI GESù AL GIORDANO

Il Battesimo di Gesù è la prima manifestazione della sua vita pubblica. Dopo «circa 30 anni» (Lc 1,9) di assoluto nascondimento, «dalla Galilea Gesù si reca al Giordano per farsi battezzare da Giovanni» (Mc 3,13). Giovanni rimane stupito ed è restio ad acconsentire: «lo ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?» (Mt 3,14). Ma Gesù replica: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adem-piamo ogni giustizia» (Mt 3,15).

Egli che «è disceso dal Cielo per fare la volontà di colui che lo ha mandato» (Gv 6,39), non ha altra norma e altra guida nel suo agire che questa «Volontà del Padre», Volontà di salvezza universale, attraverso Fabbassamento del Figlio fatto uomo e «obbediente fino alla morte di croce» (cf. Fil 2,7-9).

In questo amoroso piano salvifico del Padre è giunto ora il momento di dare inizio alla sua missione messianica e questo inizio è appunto un atto di umi-liazione e di abbassamento: Egli, l'Innocente, il Santo, è in fila con i peccatori che attendono il battesimo di Giovanni. Egli, assimilato in tutto alla nostra condi-zione umana, fuorché il peccato, è però anche «l'Agnello di Dio che ha preso su di sé il peccato del mondo» (Gv 1,29).

Perciò Gesù scende nell'acqua come i peccatori per ricevere il battesimo. Ma, a questo suo abbassa-mento, corrisponde subito l'innalzamento da parte del Padre: «Appena battezzato, Gesù. uscì dall'acqua: ed ecco si aprirono i cieli ed Egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto "» (Mt 3,16-17). Vediamo qui il mistero trinitario che si rivela. Il Figlio che riceve il battesimo, lo Spirito che scende sotto forma di colomba e il Padre che fa udire la sua voce in testimonianza del Figlio.

Com'è bello fissare lo sguardo su questo primo mistero di luce, contemplare Gesù nella sua umiltà e abbassamento, nella sua amorosa obbedienza al Padre per la nostra salvezza. Contemplare i Cieli che si apro-no, quei Cieli che si erano chiusi dopo il peccato di Adamo e che ora si riaprono all'uomo per l'opera riconciliatrice e redentrice di Gesù.

Quanti esempi, quanti insegnamenti, quanta luce per noi da questo mistero!

Ma il frutto più prezioso che possiamo cogliere dalla meditazione-contemplazione di esso è una rin-novata consapevolezza della grazia insondabile e meravigliosa del nostro Battesimo e insieme anche una presa di coscienza delle esigenze che esso com-porta, della coerenza di vita che ci richiede.

Possiamo riflettere e meditare sul nostro Battesi-mo, proprio a partire dal Battesimo di Gesù che ne è il modello. Nel Battesimo di Gesù - abbiamo visto - si rivela il mistero della SS. Trinità.

Così noi siamo stati battezzati nell'invocazione del nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. In quel momento i Cieli si sono aperti per noi ed è disceso lo Spirito Santo donandoci la grazia santifi-cante, che ha rigenerato la nostra vita, l'ha trasforma-ta in una vita nuova, la vita appunto di «figlio di Dio». Per cui anche a noi il Padre ha potuto dire: «Questi è il mio figlio diletto».

Quali meraviglie dell'Amore divino: siamo entra-ti nella Famiglia di Dio, siamo diventati figli di Dio, partecipi della sua stessa natura divina! Come è possi-bile vivere dimenticando questa nostra altissima dignità, solo immersi nelle cose della terra e del mondo?

Questa vita di grazia, che ci è donata nel Battesi-mo, e che ci ha incorporato a Cristo, tuttavia non è che un germe che va sviluppato, «finché arriviamo allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).

Nella grazia stessa del Battesimo dunque è in-scritta la nostra vocazione alla santità. Per la grazia santificante, nel Battesimo siamo già santi. «Questo dono di santità, per così dire oggettiva, è offerto a cia-scun battezzato. Ma il dono si traduce a sua volta in un compito che deve governare l'intera esistenza cristia-na: "Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazio-ne" (1 Tess 4,3)» (N.M.I, 30).

Perciò, prosegue il Papa, nella splendida lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, «... sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissu-ta all'insegna di un'etica minimalistica e di una reli-giosità superficiale.... è ora di riproporre a tutti con convinzione questa "misura alta" della vita cristiana ordinaria» (N.M.L, 31).

Noi abbiamo avuto la grazia inestimabile di rice-vere il Battesimo subito dopo la nostra nascita. Tuttavia in quel momento non ne eravamo coscienti. I nostri padrini e le nostre madrine hanno risposto per noi, esprimendo la nostra adesione alla Fede della Chiesa. Però poi, col passare degli anni e con lo sviluppo della intelligenza, abbiamo cominciato ad esse-re consapevoli della nostra condizione di battezzati. Ma ci siamo resi conto fino in fondo di che cosa signi-fica essere battezzati?

Quante volte si assiste alla terribile contraddizio-ne che, mentre si sono sviluppate la vita fisica, la vita affettiva, la vita intellettiva, le acquisizioni culturali, la vita della grazia non è rimasta che quel seme ricevuto nel Battesimo, senza ricevere sviluppo alcuno. Seppure sussiste ancora, perché, col peccato mortale, abbiamo il tremendo potere di soffocarla e sopprimer-la in noi, sicché non si è più che cadaveri ambulanti.

E tuttavia nella sua infinita Misericordia il Signore ci è venuto incontro per sollevarci anche da questa miserabile condizione. Egli ci ha dato la possi-bilità, attraverso il Sacramento della Penitenza, di immergerci nel lavacro purificatore del suo Sangue e così riacquistare l'innocenza perduta, lo stato di gra-zia del nostro Battesimo.

Vogliamo cominciare una buona volta a vivere con coerenza il nostro Battesimo, a far sviluppare la vita di grazia che è in noi, a tendere verso la santità?

Chiediamolo con insistenti suppliche alla nostra Celeste Mamma. Sappiamo che Ella è presente ad ogni Fonte battesimale da cui nascono i figli di Dio e dove, nello stesso e medesimo tempo, essi nascono figli di Maria, perché generati da Lei sotto la croce, tra atroci spasimi. Potrà il suo Cuore Materno rifiutarci questa gra-zia?

 

Virtù da praticare: penitenza.

 

ESEMPIO - San Cipriano, Vescovo e martire, rimproverava così un cristiano che nella persecuzione aveva rinne-gato la fede: «... Che penseresti di un soldato che abbandona l'esercito del suo imperatore e passa sotto le bandiere del suo nemico? Non lo diresti un fedifra-go traditore? Miserabile! questo titolo ti meritasti abbandonando Dio che nel Battesimo eleggesti come padrone, per darti al diavolo e alle sue opere. Pensaci bene e ritorna al Signore!». Solo vivendo il nostro Battesimo saremo veri figli di Dio in Cristo e saremo amati da Dio.

 

INTENZIONE: per i battezzati. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Secondo mistero luminoso

LE NOZZE DI LANA

«Gesù diede inizio ai suoi miracoli a Cana di Galilea» (Gv 2,11). L'evangelista Giovanni pone la narrazione di questo episodio all'inizio della vita pub-blica di Gesù (Gv 2,1-11) e comincia così il suo rac-conto: «Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù». Questa è la prima notazione che egli mette in rilievo: Maria è pre-sente al primo miracolo di Gesù. Poi, dopo il lungo silenzio della vita pubblica, Ella sarà di nuovo presen-te presso la Croce di Gesù (Gv 19,25-27). Tra i due episodi, come sottolineano tutti i commentatori, c'è un evidente parallelismo. Posti all'inizio e alla fine della vita pubblica, essi sembrano quasi sottolineare una misteriosa presenza di Maria in tutta l'opera del Figlio. L'appellativo di «donna», che in entrambi i casi Gesù le rivolge, è un evidente richiamo al Protoevangelo di Gn 3,15, in cui la «donna» appare associata alla sua stirpe nella lotta contro il serpente, così come Maria è associata al suo Figlio divino in tutta la sua opera redentrice. L' «ora» del Figlio, di cui qui Ella ottiene l'anticipazione con la sua potente intercessione, avrà il suo culmine e si consumerà nel-la Passione e Morte redentrice di Lui. Dalla Croce Egli la proclamerà Madre di tutti i redenti, rappresen-tati da Giovanni, svelando così pienamente la sua fun-zione di materna Corredentrice.

A Cana questa missione è ancora solo adombrata, tuttavia ci sono già tanti elementi che ci rivelano la grandezza della Mamma nostra.

Maria, presente al banchetto di nozze, prima an-cora del Figlio, forse per aiutare nella preparazione della festa nuziale, si accorge, nella sua delicatissima carità, che il vino, durante il festino, sta venendo a mancare e comprende il disagio in cui si troveranno gli sposi. Allora con fede e fiducia piena si rivolge al Figlio, presentandogli la necessità degli sposi: «Non hanno più vino» (Gv 2,3). La risposta di Gesù può lasciarci sconcertati: «Che ho da fare con te, donna? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). è certo però che Maria intese perfettamente la risposta del Figlio, comprendendo che non era affatto un diniego. Ce lo dimostrano le parole che rivolse subito dopo ai servi: «Fate quello che Egli vi dirà» (Gv 2,5). Allora Gesù da' ordine ai servi di riempire di acqua le giare delle abluzioni rituali. Essi le colmano fino all'orlo e Gesù ordina ancora: «Ora attingetene e portatene al maestro di tavola» (Gv 2,8). Il miracolo è compiuto, l'acqua è diventata vino, e vino di ottima qualità, tanto da suscitare la meraviglia del maestro di tavola. E l'e-vangelista conclude: «Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui» (Gv 2,11).

Quanta luce anche in questo secondo mistero della luce!

Soprattutto esso ci illumina a conoscere meglio la Mamma nostra, la sua grandezza, la sua indissolubile unione con Gesù.

Anzitutto la potenza della sua intercessione. Ma-ria non è stata pregata da nessuno di intervenire, di sua iniziativa si rivolge al Figlio esponendogli semplice-mente la necessità degli sposi. Quale fede assoluta nel potere e nella bontà del Figlio, quale fiducia in Lui! Non dubita dinanzi alla risposta apparentemente sco-raggiante. Ed ottiene il miracolo!

Giustamente Ella è stata definita dai Padri: «Omnipotentia supplex». La sua preghiera è «onnipo-tente»: Ella ottiene quanto chiede!

Quanta fiducia, quanta confidenza deve far nasce-re in noi questa verità. Abbiamo una Mamma che non solo può e vuole soccorrere a tutti i nostri bisogni, ma che, come a Cana si è accorta, senza che alcuno glie-lo dicesse, della necessità degli sposi, così conosce molto meglio e prima di noi le nostre necessità. E se Ella interviene e intercede per noi anche quando noi non la preghiamo, quanto più si prenderà cura amore-vole di noi se a Lei incessantemente ricorriamo, se a Lei ci abbandoniamo pienamente, confidando di otte-nere da Lei tutto ciò di cui abbiamo bisogno, non sol-tanto per la nostra vita materiale, ma anche e soprat-tutto per la nostra vita spirituale.

«Fate ciò che Egli vi dirà». Sono le ultime parole che conosciamo di Maria. Si può dire siano il suo testamento spirituale per i suoi figli, quello che di più prezioso Ella ci ha consegnato.

Non è forse nell'ascolto e nell'obbedienza alla Parola di Gesù, tutto il nostro bene, la nostra salvezza, la nostra santificazione?

Questo suo materno invito sempre dovremmo aver presente nella nostra mente e nel nostro cuore, farne la norma di tutto il nostro agire, di tutto il nostro vivere. Allora veramente potremo considerarci suoi figli ed Ella potrà condurci con la sua mano materna nel cammino di perfezione e di santificazione.

Ultima notazione di Giovanni: «Così Gesù mani-festò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui» (Gv 2,11). Ecco il dono preziosissimo che ci ottiene la materna mediazione e intercessione di Maria: la fede piena e totale in Gesù, partecipazione della sua stessa fede. Quella fede che ci fa superare ogni ostacolo (cf. Mt 17,20 e Mc 11,22-23), che ci rende vittoriosi sul mondo (cf. Gv 16,33; 1 Gv 5,4), che ci fa «correre con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù» (Eb 12,2), che è quasi un anticipo di vita eter-na (cf. Gv 6,47; 17,3).

Riflettiamo infine che Gesù ha operato il suo primo miracolo in favore di due sposi. Quasi ad affer-mare l'importanza e la santità del matrimonio e della famiglia nel piano di Dio. Verità purtroppo oggi quasi del tutto dimenticata e disattesa.

Chiediamo alla Vergine Santa con incessanti e fervorose suppliche, di intercedere con la sua preghie-ra onnipotente in favore della famiglia - la realtà forse oggi più malata e bisognosa nella Chiesa e nella socie-tà - così come intervenne in favore dei due sposi. Quanto più vediamo la situazione grave e umanamen-te irrimediabile tanto più ricorriamo a Lei con insi-stenza e fiducia perché intervenga a salvezza della famiglia e della Chiesa intera.

 

Virtù da praticare: preghiera a Maria.

 

ESEMPIO - Il pellegrinaggio nazionale francese del 1926 a Lourdes fu testimonio di un fatto veramente singolare e commovente. Tra la folla degli ammalati eravi pure un giovane, del quale si attendeva la morte ora per ora e perciò, prima di condurlo alla grotta, gli erano stati amministrati gli ultimi sacramenti. Alla proces-sione del SS. Sacramento, mentre il cardinale teneva l'ostensorio al di sopra della sua testa, il morente ripeteva con grande pietà, ma sommessamente: «Ge-sù, Figlio di Maria, dammi la sanità». Gesù passò, senza aver esaudito, almeno in apparenza, la preghie-ra del povero infermo. Allora il giovane si sollevò pe-nosamente sui gomiti, e raccogliendo le ultime sue forze esclamò: «Gesù, Figlio di Maria, tu non mi hai guarito: io lo dirò a tua Madre!». Poi ricadde sul guanciale. Commosso per una confidenza così filiale, il cardinale tornò dinanzi al morente e per la seconda volta gli diede quella benedizione che già tanti mira-coli aveva operato. Ed ecco che una forza misteriosa uscì dal Figlio di Dio e le rive del Gave risuonarono delle grida di gioia della folla, che esaltava il mira-colo dell'avvenuta guarigione. Il più felice era natu-ralmente il giovane miracolato, il quale, ritto, gridava: «Gesù, Figlio di Maria, tu m'hai guarito: io lo dirò a tua Madre, perché m'aiuti a ringraziarti».

 

INTENZIONE: per gli sposi. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Terzo mistero luminoso

L'ANNUNZIO DEL VANGELO E L'INVITO ALLA CONVERSIONE

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,14-15). Con queste parole Gesù dà inizio al suo ministero di predi-cazione.

« Il tempo è compiuto»: i lunghi secoli di attesa e di preparazione, attraverso le diverse tappe dell'A.T., l'Alleanza, la Legge, l'annunzio dei profeti..., sono ormai giunti al loro compimento. è giunta «la pienez-za del tempo» (Gal 4,4), in cui Dio interviene diretta-mente, per mezzo del Figlio suo, per restaurare il suo Regno, compromesso dalla rivolta del peccato, per portare la salvezza all'umanità smarrita nelle vie del male, per manifestare l'infinita Misericordia del suo Cuore di Padre, che da sempre attende i figli perduti.

«Il regno di Dio è vicino». Già Giovanni lo aveva annunziato nella sua predicazione, ma adesso si può dire che, in Gesù, non solo il Regno di Dio è vicino, ma è presente, è qui e attende solo di essere accolto da cuori che si aprono col pentimento e la conversione. Perciò Gesù aggiunge: «Convertitevi e credete al Van-gelo».

Il Regno di Dio è il dono immenso del suo Amore Misericordioso che scende fino all'uomo per salvarlo, per riammetterlo alla sua amicizia, per riaccoglierlo come figlio nel suo abbraccio paterno.

Ma questo dono richiede anche la risposta e l'im-pegno dell'uomo. L'uomo deve riconoscere il suo peccato, il suo bisogno di perdono e di salvezza, la necessità di cambiare la sua mentalità e i suoi com-portamenti. Certo anche di questo l'uomo da solo non è capace, perciò bisogna che «creda al Vangelo», alla buona novella di un Dio che è venuto a salvarlo, che nel suo Amore infinito lo previene, che chiamandolo al Regno, gli dà anche la capacità di rispondergli.

«Dio ha tanto amato il mondo - dirà Gesù a Nico-demo, proprio agli inizi della vita pubblica - da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). è que-sto il contenuto essenziale del Vangelo, la buona novella che Gesù è venuto a portarci.

E questo Vangelo di salvezza non è qualcosa di destinato solo a quei primi ascoltatori di Gesù. è il Vangelo annunciato a ciascuno di noi personalmente, perché Gesù è venuto per tutti, ma «per tutti» signifi-ca che è venuto per ciascun uomo singolarmente. «Egli è la luce vera che illumina ogni uomo che viene nel mondo» (Gv 1,9).

Il suo annuncio del Regno, il suo invito alla con-versione e alla fede in Lui, ciascuno di noi lo deve sentir risuonare nel suo cuore come un appello e una chiamata personale, che attende una risposta persona-le che nessun altro può dare all'infuori di noi. «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Questa scultorea frase di san Paolo dovremmo averla scolpita nel cuore, non dovrebbe mai finire di stupirci, solleci-tando una risposta sempre più generosa: anch'io voglio dare me stesso per Lui.

L'invito alla conversione che risuona nella Parola di Gesù, noi spesso lo intendiamo solo come riferito a quell'evento straordinario di grazia che porta dall'in-credulità alla fede, da una vita di peccato a una vita di impegno nella grazia santificante. Questo è vero, ma fermarsi a questo è un'interpretazione riduttiva. La conversione non è mai qualcosa di definitivamente avvenuto. è un impegno che dobbiamo costantemente rinnovare, ogni giorno, ogni momento, perché conti-nuamente constatiamo la nostra insufficienza, la nostra incoerenza, la dissonanza tra la Parola di Dio che ci chiama alla perfezione e la nostra risposta semdella montagna con le sue esigenze di radicalismo. Per me le parabole del Regno e le parabole della Mise-ricordia. Per me tutti gli insegnamenti e gli esempi di Gesù.

Da questo punto di vista forse questo è il mistero luminoso per eccellenza: «Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

Chiediamo alla Vergine Santa, la prima discepola del Figlio suo, Colei che più di ogni altro ha vissuto la beatitudine dell'ascolto, di sostenerci in questo cam-mino di continua conversione e di renderci partecipi della sua beatitudine perché anche noi possiamo come Lei, custodire nel cuore, con immenso amore, ogni Parola di Gesù e farla fruttificare nella vita.

 

Virtù da praticare: meditare il vangelo.

 

ESEMPIO - Santa Teresa voleva che le preghiere, i digiuni, le austerità delle sue figlie, le carmelitane, fossero offer-ti per tutti i seminatori della divina parola. Il cuore le sanguinava e gli occhi le si riempivano di lacrime, quando pensava alla sterilità della divina semenza in gran numero di anime, e soprattutto quando le si parlava dei danni fatti dall'eresia protestante in mezzo ai fedeli. Allora si rivolgeva a Dio con lacrime e sospiri, scongiurandolo di fecondare al centuplo il lavoro dei ministri della parola. Uniamo le nostre alle preghiere della Santa.

 

INTENZIONE: per chi ha bisogno di conversione. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Quarto mistero luminoso

LA TRASFIGURAZIONE DI GESù

«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Gia-como e Giovanni suo fratello e li condusse in dispar-te su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,1-2).

La trasfigurazione di Gesù segna un momento particolarmente importante nello svolgimento della sua vita pubblica. Già la prima notazione del Vangelo «sei giorni dopo», ci richiama ad avvenimenti prece-denti, manifestando un legame con essi. Si tratta dei fatti avvenuti a Cesarea di Filippo (Mt 16,13-28), cioé il riconoscimento di Gesù da parte di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), al quale fa seguito il conferimento del primato: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Subito dopo però segue il primo annuncio del-la passione che provoca la protesta di Pietro e il forte rimprovero di Gesù: «Lungi da me satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secon-do gli uomini!» (Mt 16,23).

Gesù poi prosegue mostrando come per tutti sia necessario portare la croce, se lo si vuole seguire: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

Siamo ad una svolta decisiva nel ministero della sua vita pubblica, che, nella professione di Pietro, ha avuto si può dire il suo culmine. Per rivelazione del Padre, Pietro lo ha riconosciuto come «il Messia, il Figlio del Dio vivente», ma ora Gesù vuole preparare i suoi discepoli a riconoscerlo non solo come il Messia glorioso, ma come il Messia sofferente, il Ser-vo di Dio, l'uomo dei dolori, che ha preso su di sé tutti i nostri peccati per espiarli (cf. Is 53).

Gesù sa a quale profonda crisi va incontro la fede dei discepoli di fronte allo «scandalo della Croce» e allora, quasi a premunirli, si mostra loro nello splen-dore della sua gloria, perché, in questa anticipazione del fulgore divino della Resurrezione, essi possano trovare un sostegno alla loro fede e un incoraggia-mento a percorrere con Lui il cammino della croce.

Accanto a Gesù, in questa visione di luce e di glo-ria, sono Mosè ed Elia, che conversano con Lui. Rap-presentano la Legge e i Profeti che in Gesù trovano il loro compimento.

«Signore è bello per noi restare qui, - esclama Pie-tro estasiato - se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia» (Mt 17,4). è il grido dell'a-nima rapita nella contemplazione della bellezza divina. Talvolta il Signore, nel cammino della vita e della preghiera dei credenti, concede delle grazie di luce, di esperienza più intima e profonda di comunione con Lui, e l'anima non vorrebbe mai allontanarsi da queste celesti consolazioni: è bello stare qui. Tuttavia il Signore nella sua bontà e tenerezza offre queste grazie soprattutto come preparazione ed aiuto ad affrontare con più fortezza e coraggio la via della croce, le prove e le sofferenze della vita, animati dalla fede e dalla spe-ranza di partecipare un giorno con Lui alla gloria della Resurrezione.

«Una nuvola luminosa li avvolse con la sua om bra. Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascol-tatelo ". All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore» (Mt 17,5-6). Come era accaduto nel Battesimo abbiamo anche qui una teofania trinitaria. Mentre il Figlio si trasfigu-ra, lo Spirito si manifesta nella nube luminosa che li avvolge e il Padre fa udire la sua voce. è la stessa testimonianza che ha reso al Figlio nel Battesimo: «Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto». Qui però aggiunge una parola decisiva: «Ascoltatelo». Non si tratta certo dell'invito ad un ascolto puramente materiale, ma secondo la profonda risonanza biblica della parola, si tratta di un'adesione di fede totale a Cristo, per farne il centro di riferimen-to di tutta la propria vita, la norma di orientamento di tutte le proprie scelte, la guida sicura del proprio cam-mino. Non ha detto forse Gesù: «Io sono la via, la veri-tà, la vita» (Gv 14,6)?

Oggi siamo sommersi da un diluvio di parole che non dicono nulla, che il più delle volte non sono che menzogna ed errore, viviamo in un pluralismo e relati-vismo di idee; di comportamenti, di orientamenti, in cui sembra smarrito ogni senso di verità, di onestà, di giu-stizia, di moralità. In questa generale confusione e smarrimento come ritrovare il significato e l'orienta-mento della vita? Dobbiamo ripetere il grido di fede degli apostoli: «Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!» (Gv 6,68).

Dopo la visione estasiante i discepoli si ritrovano con «Gesù solo». Sì, «Gesù solo» ci basta a colmare tutta la nostra vita, a darle senso e pienezza di signifi-cato, orientamento sicuro verso il fine di gloria che ci attende. «Gesù solo», non soltanto nelle estasi e visio-ni straordinarie, ma anche nel quotidiano e ordinario cammino della vita, nell'amoroso ascolto della sua Parola, nell'intimità di una amicizia che appaga ogni no-stro desiderio, nell'impegno di trasformare ogni più piccolo gesto in offerta di amore a Lui.

è bello contemplare il volto trasfigurato di Gesù sfolgorante della luce della sua gloria. Ma ancor più bello, quaggiù sulla terra, è contemplare il volto sfigura-to e dolente di Gesù nella sua Passione, perché «proprio sulla Croce Egli manifesta pienamente la bellezza e la potenza dell'amore di Dio» (Giov. Paolo 11, VC., 24).

Sì, Gesù è bello in tutte le sue manifestazioni, per-ché tutte sono manifestazioni di Amore infinito. Perciò «corriamo con perseveranza nella corsa tenendo fisso lo sguardo su Gesù» (Eb 12,2).

Sforziamoci di imitare la nostra celeste Mamma, il cui sguardo adorante e pieno d'amore è stato sempre fisso su Gesù solo. «Maria vive con gli occhi su Cri-sto», ci dice il Papa nella sua meravigliosa lettera sul Rosario (R.VM.11). Fin dall'Annunciazione «gli occhi del suo cuore si concentrano in qualche modo su di Lui, quando lo concepisce per opera dello Spirito Santo» e poi «quando finalmente lo dà alla luce a Betlemme, anche i suoi occhi di carne si portano teneramente sul Figlio... Da allora, il suo sguardo, sempre ricco di ado-rante stupore non si staccherà più da Lui» (R.V M. 10).

Tuttavia non sappiamo se Maria abbia mai con-templato, prima della Resurrezione, il volto trasfigurato del suo Figlio divino. Alla sua fede non era necessa-rio. è certo invece che Ella ha contemplato con infini-to dolore il volto sfigurato del Figlio tra gli atroci spa-simi della crocifissione. Chiediamole di renderci parte-cipi di questo suo sguardo di adorante amore.

 

Virtù da praticare: contemplazione.

 

ESEMPIO - Santa Teresa racconta nella sua Vita che le fu concesso una volta di gettare uno sguardo in Para-diso per la durata di un'Ave Maria. Questa visione la colpì di tal fatta, che produsse nell'anima sua un assoluto disprezzo di tutti i piaceri e di ogni gloria di questo mondo. è affatto impossibile, così scrive la santa, che lo spirito umano si formi un'idea, anche lontana, della gloria celeste; la luce del sole è tenebre di fronte allo splendore che ravvolge i beati.

 

INTENZIONE: per le anime contemplative. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Quinto mistero luminoso

L'ISTITUZIONE DELL'EUCARISTIA

«Gesù avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). «Ardentemente ho desiderato (desiderio desideravi) di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia Passione» (Lc 22,15). Queste due Parole del Vangelo, con le quali si aprono i racconti dell'Ultima Cena, durante la quale Gesù ha istituito l'Eucaristia, introducono anche noi alla meditazione-contemplazione di questo mistero, mistero dell'Amore per eccellenza, mistero che ci invade di stupore, di fronte al quale sembra quasi che ci manchino le parole, non restando che sprofondarci nell'adorazione e nella gratitudine.

Sì, veramente Gesù ci ha amato «sino alla fine», senza misura, fino all'estremo limite possibile, quasi esaurendo le capacità del suo Amore infinito e onni-potente.

Nei discorsi dell'Ultima Cena Egli dice ai suoi discepoli: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Que-sta prova suprema d'amore Egli la darà morendo sulla croce, tra atroci tormenti, in espiazione dei nostri pec-cati: questo è l'unico e perfetto Sacrificio che ci ottie-ne la redenzione e la salvezza eterna.

E tuttavia sembra che neanche questo sia bastato al suo Amore, desideroso di donarsi «sino alla fine»: ed ecco l'istituzione dell'Eucaristia che perpetua il Sacrificio della Croce attraverso tutti i secoli, renden-dolo presente e contemporaneo a tutte le generazioni: lo sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mon-do» (Mt 28,20).

Poteva Gesù amarci di più?

«In questo dono (dell'Eucaristia) Gesù Cristo con-segnava alla Chiesa, 1'attualizzazione perenne del mi-stero pasquale» (E.D.E.,5). In ogni Santa Messa si rin-nova, in maniera incruenta ma reale, il Sacrificio del Calvario. Quando il sacerdote «in persona Christi», pronuncia sul pane le parole consacratorie: «Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacri-ficio per voi» e poi sul calice del vino: «Prendetene e bevetene tutti questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati», noi siamo in qualche modo presenti sul Calvario, o meglio è l'unico e irrepetibile Sacrificio del Calvario che si rende presente per noi.

Quelle parole: «per voi e per tutti», possiamo sen-z'altro intenderle come riferite a noi. è per noi, per me che in quel momento Gesù si offre in sacrificio, offre il suo Sangue versato in remissione dei peccati. E se siamo sul Calvario, siamo come Giovanni accanto a Maria, la Madre di Gesù, indissolubilmente congiunta al Figlio nell'offerta del Sacrificio, e che in quel momento Gesù ci dona come Madre affidandoci a Lei come figli.

Potremo mai comprendere abbastanza le meravi-glie di questo mistero d'Amore? Potremo mai appro-fondire abbastanza il valore infinito di ogni Santa Messa? Con quali sentimenti di devozione, di adora-zione, di gratitudine dovremmo parteciparvi, unendo all'offerta della Vittima divina l'offerta di tutti noi stessi, perché Cristo associandola al suo Sacrificio ne faccia un'unica offerta gradita al Padre.

Gesù istituendo l'Eucaristia, quale memoriale perpetuo del suo Sacrificio, nel contesto della Cena pasquale, ne ha fatto anche il Sacramento della comu-nione al suo Corpo e al suo Sangue. Infatti Egli dice del pane e del vino: «Prendete e mangiate... bevetene tutti» (Mt 26,26.27).

«L'efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza quando ci si comunica ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore. Il Sacrificio eucaristico è di per sé orientato all'unione intima di noi fedeli con Cristo attraverso la comunione: riceviamo Lui stesso che si è offerto per noi» (E.D.E.,16).

Ancora una volta: poteva Gesù amarci di più? Si è fatto nostro cibo e nostra bevanda. Si può immagi-nare un'unione più profonda e totale? è una vera fusione: l'uno nell'altro. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui» (Gv 6,56). Una unione così piena da poterla Gesù parago-nare a quella che esiste tra Lui e il Padre: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,57).

Come dovremmo essere affamati di questo «Pane di vita eterna». Come dovremmo far di tutto per cibar-cene ogni giorno. Con quanto impegno e anche sacri-ficio, se necessario, dovremmo cercare di partecipare quotidianamente alla celebrazione dell'Eucaristia, facendone il centro e il cuore vitale della mostra gior-nata. E se proprio ciò non ci fosse possibile, almeno dovremmo unirci spiritualmente a tutte le Sante Messe che si celebrano nel mondo e comunicarci spi-ritualmente il più spesso possibile, correndo con la mente e con il cuore a tutti i Tabernacoli dove si trova custodito Gesù Eucaristia.

Sì, perché Gesù, nel suo eccesso d'amore ha voluto restare con noi, sotto le specie del Pane e del Vino, anche oltre il tempo della celebrazione eucaristica. Egli è là, nei Tabernacoli, che ci chiama, ci invita, ci aspetta: «per trattenerci a lungo, in spirituale conver-sazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento d'amore, davanti a Lui, presente nel SS. Sa-cramento» (E.D.E., 25).

Com'è triste vedere per le strade delle città tante chiese vuote per la maggior parte del giorno, e la gente che corre, che passa davanti, presa dai suoi affanni, dai suoi impegni, dalle sue preoccupazioni, spesso col volto cupo e triste, ignara che c'è li, proprio vicino, in mezzo a noi, qualcuno che incessantemente invita: «Venite a me voi che siete affaticati'e oppressi, e troverete ristoro per le anime vostre» (Mt 11,29).

Ma chi lo ascolta? Egli resta lì solo e dimenticato nel deserto delle nostre Chiese.

Riflettiamo, ammiriamo, ringraziamo, facciamo un'esame di coscienza e proponiamo di vivere una vita eucaristica più intensa e fervorosa, di fare del-l'Eucaristia il centro della nostra vita.

Perciò mettiamoci alla scuola di Maria «donna eucaristica» (E.D.E., 53) per eccellenza. Prendiamo come guida e modello di vita eucaristica Lei, che dopo l'Ascensione di Gesù ha fatto dell'Eucaristia il suo cielo sulla terra.

Nostra Signora del SS. Sacramento, tu che ci hai donato Gesù Eucaristia, frutto del tuo grembo vergi-nale, insegnaci a vivere, come te, di Eucaristia.

 

Virtù da praticare: amore all'Eucaristia.

 

ESEMPIO - «Facevo - narra santa Teresina - ogni giorno un bel numero di atti di sacrificio e d'amore, che si tra-sformavano in altrettanti fiori, ora in mammole, ora in rose, ora in fiordalisi, in pratoline, in una parola in tutti i fiori della natura, perchè essi dovevano com-porre in me la culla per Gesù... Quanto fu soave per me il primo bacio di Gesù all'anima mia! Fu un bacio di amore e sentendomi amata ripetevo a mia volta: Vi amo, Signore, mi dò a Voi per sempre!... Il nostro incontro di quel giorno, piuttosto che un semplice sguardo, potè dirsi una vera fusione. Non eravamo più in due: Teresa era scomparsa come la goccia di acqua che si perde in seno all'Oceano... E la sua gioia si fece così intensa e profonda che più non potè conte-nerla e le lagrime più deliziose le inondavano il volto con grande meraviglia delle compagne che si chiede-vano: Perché avrà pianto? E nessuno capiva che quando tutta la felicità del Cielo scende in un cuore, questo cuore, questo cuore esiliato, debole e mortale, non la può sopportare senza piangere» (cf. Santa Teresa di Gesù Bambino, Storia di un'anima).

 

INTENZIONE: riparare degli oltraggi all'Eucaristia. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Primo mistero doloroso

L'AGONIA DI GESù NELL'ORTO

Ci accingiamo alla meditazione dei misteri doloro-si, della Passione di Gesù. E l'anima al momento d'i-noltrarsi in questo sconfinato abisso di amore e di dolo-re si sente sgomenta, sente la sua incapacità a penetra-re questo infinito mistero, sente che per comprenderlo almeno un poco non basta fermarsi alla considerazione teorica, ma occorre la disposizione pratica della volon-tà a parteciparvi intimamente e condividere in sé le pene del Salvatore. E sente allora il bisogno di ricorre-re a Lui e di supplicarlo: «O Gesù, da' luce al mio spi-rito perché io possa intendere qualcosa del tuo patire, intenerisci la durezza e l'insensibilità del mio cuore, concedimi Tu di penetrare nel mistero del tuo amore e del tuo dolore. Fa ch'io possa più intimamente com-prendere le tue sofferenze, sicché intendendo quell'ec-cessivo amore che Ti ha indotto ad abbracciarle, sia pronta a tutto soffrire per amor tuo».

Con l'orazione di Gesù nell'orto inizia la sua dolo-rosa Passione.

Come è solito fare, Egli si reca con i suoi discepoli al monte degli olivi per trascorrervi la notte in pre-ghiera. Ma l'anima sua è oppressa da una tristezza mor-tale, da un'angoscia inesprimibile. Ai discepoli che lo hanno seguito, Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù con-fida: «L'anima mia è triste fino alla morte» e li esorta: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione» (Mt 26,38.41).

Poi si allontana da essi quanto un lancio di sasso e prostratosi al suolo inizia a pregare.

Ecco, è giunta l'ora, l'ora sospirata della Passio-ne, l'ora della Redenzione nostra, della testimonianza estrema dell'amore. Ma l'Umanità di Gesù, abbando-nata dal soccorso e dalla forza conferitale dalla sua Divinità, si trova immersa in un oceano di amarezza e di desolazione. L'atroce martirio che lo attende, il tra-dimento del discepolo amato, la cattura, il crudele pro-cesso, le calunnie, gli insulti, gli scherni, gli strazi della flagellazione e della coronazione di spine, la dolorosa ascesa al Calvario, la terribile agonia sulla Croce, l'im-menso dolore della dilettissima Madre, la morte nella desolazione e nell'abbandono totale: tutto è presente al suo spirito; ed Egli ne sente lo sgomento ed il terrore, prova la debolezza e l'angoscia della natura, e rivolto al Padre suo prega: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non la mia ma la tua volontà si compia» (Mt 26,39).

Veramente Gesù in tutto, tranne il peccato, ha voluto farsi simile a noi; di tutte le nostre debolezze si è voluto caricare, tutte le nostre pene ha preso su di sé. Quando di fronte al dolore e alla prova sentiamo lo sgo-mento e la viltà della natura che si ritrae, quando il timore e l'angoscia ci assalgono, noi sappiamo che Gesù ha voluto provare anche questo e che con la sua debolezza ci acquista la forza e che a imitazione del suo esempio nella preghiera soltanto dobbiamo cercare aiuto e conforto, sempre però nella piena conformità al volere divino.

Col cuore oppresso e straziato, Gesù si alza e si accosta ai suoi discepoli, ma nessun conforto può trova-re: giacciono addormentati. E accorato si rivolge ad essi: «Non avete dunque potuto vegliare con me neppure un'ora? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione: lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,40-41). Quei discepoli tanto amati, quei discepoli ai quali poche ore prima ha dato il pegno supremo dell'amore, con l'i-stituzione dell'Eucaristia, che hanno conosciuto l'ineffa-bile dolcezza della Comunione, ora dormono dimentichi di tutto: allo strazio di Gesù si ag-giunge l'amarezza del-l'abbandono e dell'indifferenza dei suoi.

Di nuovo Egli si allontana e prostratosi riprende la sua preghiera. Un immane peso lo schiaccia. Uorren-da serie dei peccati degli uomini grava su di Lui, lo sommerge con la sua lordura: tutti gli sono presenti nella loro malizia, nella loro bruttezza, nella gravità dell'offesa a Dio e di questo orribile cumulo, Egli, innocenza e santità stessa purezza infinita, deve cari-carsi e rivestirsi e così presentarsi al Padre suo, fatto simile ad abbietto peccatore, reo delle nostre colpe, avendo preso su di sé le nostre iniquità, fatto segno ai colpi della Giustizia Divina oltraggiata.

Come dovette arrestarsi inorridita e atterrita l'ani-ma di Gesù sotto tale insopportabile peso! E ancora si leva la preghiera accorata: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non la mia, ma la tua volontà si compia» (Mt 26,39).

Di nuovo Gesù si alza e si accosta ai suoi discepo-li: ancora li trova addormentati. Egli è solo, nessun conforto, né divino né umano: ancora ritorna al luogo della sua preghiera.

Sempre più l'angoscia attanaglia e dilania il suo Cuore. Gesù vede le tante anime per le quali sarebbero state vane le sue sofferenze, che volontariamente avrebbero calpestato i.frutti abbondanti della Reden-zione, per le quali inutilmente sarebbe stato versato il suo Sangue. E ciò indicibilmente accresce il suo stra-zio. E ancora dilacera il suo Cuore la vista dei peccati delle anime elette, delle infedeltà e dei tradimenti delle anime a Lui più care.

Come dovremmo aborrire il peccato che così cru-delmente infierisce su Gesù, come dovremmo sfuggir-lo e detestarlo! Invece con quanta leggerezza ricadiamo nelle colpe, cerchiamo in esse un vano ed effimero pia-cere che causa le terribili sofferenze di Gesù.

Così intenso è il suo dolore, così profonda la sua angoscia che Egli entra in agonia, e un copioso sudore di sangue sgorga dalle sue membra. Per la terza volta con le stesse parole Gesù innalza la sua supplica al Padre. Per la terza volta, pur immerso nell'abisso del dolore, pronunzia il suo Fiat alla divina Volontà. Egli accetta di bere fino in fondo l'amarissimo calice che l'attende, accetta la dolorosa Passione e la desolata Morte: tutto abbraccia per la gloria del Padre e la sal-vezza delle anime.

Quale sarà la nostra risposta a così grande amore, testimoniato a prezzo d'infinita sofferenza? Potremo continuare la nostra piccola, miserabile vita sordi e insensibili all'appello di Gesù agonizzante?

 

Virtù da praticare: odio al peccato.

 

ESEMPIO - Il santo fanciullo Guido di Fontagalland amava molto la Madonna e da Lei aveva conosciuto la sua prossima morte. Questo fanciullo era di una delica-tezza estrema e provava orrore anche per le minime mancanze. La mamma premurosa per la salute del figlio, in sua presenza aveva detto alla domestica: «A chiunque oggi mi chiede, dirai che sono uscita». Guido, il figlioletto, gettandosi al collo della mamma, disse: «Mamma, perché dici due bugie: la tua e quella della cameriera? Io sarei più contento di avere male ai denti, piuttosto che dire una cosa non vera... ».

Tutti i Santi hanno avuto un vero odio anche al più piccolo peccato. San Domenico Savio aveva come sua norma di vita: «La morte, ma non peccati». E si comportava in maniera veramente angelica, per non dare il minimo dispiacere a Maria. San Luigi Gon-zaga, una volta che si dovette accusare di una lievis-sima mancanza, svenne dal dolore, durante la Confessione.

 

INTENZIONE: per gli agonizzanti. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Secondo mistero doloroso

LA FLAGELLAZIONE DI GESù

Arrestato nell'orto degli ulivi per il tradimento di Giuda, abbandonato dai suoi, trascinato dinanzi al Sinedrio, schernito, insultato e deriso dalla plebaglia, rinnegato tre volte dallo stesso Pietro, Gesù viene riconosciuto colpevole e reo di morte. Tuttavia, essen-do la Palestina sotto il dominio di Roma, la condanna a morte deve essere pronunciata dal tribunale romano. All'alba dunque i gran sacerdoti e gli anziani del popolo conducono Gesù dinanzi a Pilato, governatore romano. Ed eccolo sottoposto ad un nuovo, ingiusto, infame, umiliante processo, calunniato con false accu-se, trattato come l'ultimo dei malfattori. Ma Pilato, interrogato Gesù, riconosce la sua innocenza e la fal-sità delle accuse e cerca di mandarlo libero in tutti i modi e di sottrarlo al feroce odio dei Giudei, e nello stesso tempo di salvargli la vita. Ottiene soltanto di infliggere a Gesù una nuova terribile pena.

Pena veramente atroce la flagellazione: riservata agli schiavi, ai delinquenti, agli assassini. Il condan-nato veniva spogliato, legato per i polsi ad una colon-na, colpito con flagelli spesso appesantiti da pallotto-le di metallo o armati di punte aguzze. Gli Ebrei infliggevano 39 colpi, ma la flagellazione romana non poneva limiti. Spesso il condannato non sopravviveva alla pena.

A tale tremendo supplizio Gesù viene sottoposto. I carnefici infieriscono su di Lui, la sua carne è lace-rata, straziata, dilaniata, strappata a brandelli, il suo corpo ridotto tutto ad una piaga.

«Sul mio dorso hanno come arato gli aratori; hanno allungato i loro solchi» (Sal 129,3), aveva pre-detto il salmista.

Perché, perché Gesù ha voluto sottoporsi a sì ter-ribile pena? Non bastavano gli strazi già sofferti? Non bastavano quelli che doveva soffrire? Non bastava il supplizio e la Morte di Croce?

Ma nell'eccesso del suo amore Gesù ha voluto con questa pena espiare in modo particolare i peccati contro la purezza, ha voluto mostrarcene tutta la gra-vità, istillarcene un profondo pentimento ed un gran-dissimo orrore.

Veramente orribile è il vizio dell'impurità che degrada e avvilisce l'uomo riducendolo sotto il livello delle bestie.

L'uomo creato per un destino celeste si immerge nel fango, divenendo schiavo dei piaceri e delle pas-sioni, perde il senso delle cose divine: il mondo della Fede diviene per lui incomprensibile e assurdo. «Animalis homo - dice san Paolo - non percipit ea quae sunt Spiritus Dei, stultitia est illi, et non potest intelligere»: «L'uomo carnale non accoglie le cose che vengono dallo Spirito di Dio, esse infatti sono fol-lia per lui, e non può comprenderle perché spiritual-mente vanno giudicate» (1 Cor 2,14).

E altrove: «Camminate secondo lo spirito e non appagherete le voglie della carne: lo spirito a sua volta ha voglie contrarie alla carne: sono cose oppo-stefra loro» (Gal 5,16-17). E ancora: «Ciò a cui aspi-ra la carne è morte: quello invece a cui tende lo spiri-to è vita e pace, poiché il desiderio della carne è ini-micizia contro Dio... Quelli pertanto che sono nella carne non possono piacere a Dio» (Rm 8,6-8).

Ma l'uomo redento dal Sangue di Cristo, riscatta-to dalla schiavitù del peccato ha ricevuto il potere di vivere «non più secondo la carne; ma secondo lo spi-rito» (Rm 8,4). E il suo corpo, non più soggetto alla legge del peccato è divenuto anche esso sacro, desti-nato alla resurrezione e alla gloria. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo per farne le membra di una meretrice? Non sia mai» (1 Cor 6,15); e più avanti: «O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi, che voi avete da parte di Dio e che non siete più di voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Date dunque gloria a Dio nel vostro corpo» (1 Cor 19,20).

Alla luce di queste considerazioni, come appare chiaramente la gravità e l'orrore del peccato impuro che profana e dissacra il tempio di Dio, che fa delle membra di Cristo «le membra di una meretrice»!

E come appare bella e luminosa la purezza che fa dell'uomo quasi un angelo in terra! Con quanta cura, quanto gelosamente bisogna custodire un così prezio-so tesoro!

Gesù per espiare le nostre colpe non ha esitato a sottoporsi alle terribili sofferenze della flagellazione, e noi vorremmo evitare ogni più piccolo sacrificio? «Coloro che appartengono a Gesù Cristo hanno cro-cifisso la loro carne con le sue passioni e le sue con-cupiscenze» (Gal 5,24).

Il peccato originale ha rotto l'equilibrio della natura umana che conferiva il pieno dominio dello spirito sulla carne e sui sensi. Perciò è necessario lot-tare contro le cattive tendenze che spingono l'uomo in basso. Il soccorso della Grazia certo non manca, ma occorre anche sforzo personale che consiste nella mortificazione volontaria: essa ha appunto lo scopo di disciplinare ogni tendenza che si oppone alla vita della Grazia.

Non ci si può concedere tutto, trattandosi con ogni ricercatezza e delicatezza ed essere poi capaci di sostenere le lotte senza cadere o ricevere gravi ferite. La mortificazione ha dunque un posto fondamentale ed è mezzo indispensabile alla vita cristiana: mortifi-cazione esterna ed interna, del corpo e dello spirito. Certo, la mortificazione dello spirito è più importante di quella del corpo, tuttavia l'una e l'altra sono indi-spensabili scrive san Vincenzo de' Paoli: «Chi fa poco conto delle mortificazioni esteriori, dicendo che le interiori sono molto più perfette, dimostra chiaramen-te non essere affatto mortificato, né interiormente né esteriormente».

Del resto Gesù stesso, in questo mistero, ci dà l'e-sempio, mostrandoci di aver abbracciato non solo la sofferenza spirituale, ma anche quella fisica, nel modo più completo: immolazione spirituale e fisica che rag-giunge il suo culmine nel Sacrificio del Calvario.

La mortificazione cristiana, però, non si limita solo ad un aspetto e ad una funzione negativa, di rinuncia e privazione, ma ha anche valore e funzione positiva di partecipazione alle sofferenze redentrici del Cristo e di prova d'amore a Lui.

Si tratta, infatti, di abbracciare spontaneamente la sofferenza per amor suo, di rinunciare liberamente ad una propria soddisfazione o a un proprio piacere, imponendosi qualcosa che dispiace e contraria la na-tura; si tratta in sostanza di dimostrare non a parole, ma con i fatti, che si preferisce soddisfare Dio anziché se stessi, che si ama il Signore più di se stessi.

Che Gesù conceda anche a noi di essere nel numero delle anime generose ed amanti; che l'imma-gine di Lui dolorante e umiliato, percosso e sangui-nante ci sostenga e ci incoraggi nella via del sacrificio e della mortificazione, e volentieri ci faccia abbraccia-re i patimenti per amor suo.

 

Virtù da praticare: purezza e mortificazione.

 

ESEMPIO - La piccola Giacinta di Fatima ci ha fatto sapere che la Madonna una volta le disse: «I peccati che più mandano all'inferno sono i peccati contro la santa purezza» ed un'altra volta: «Verranno delle mode scandalose (e sono venute) che offenderanno molto Gesù e oltraggeranno il Cuore Immacolato». La pu-rezza è la virtù degli Angeli ed è indispensabile per chi vuole camminare sulla via della perfezione. Ma per custodirla c'è bisogno della mortificazione fisica, a costo perfino della morte. E tutti i Santi e le Sante ver-gini martirizzati ce lo stanno a ricordare.

Si racconta di un santo gesuita, missionario tra gente depravata di una regione molto inospitale, a cui un giorno fu domandato come facesse a conservare così bene la castità. Senza rispondere, il Padre mostrò loro la «disciplina» che usava per flagellarsi. Il gesto era troppo significativo: la purezza è strettamente legata alla mortificazione dello spirito e del corpo.

 

INTENZIONE: per i peccatori schiavi dell'impurità. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

Terzo mistero doloroso

LA CORONAZIONE DI SPINE DI GESù

Dopo aver inflitto a Gesù l'atroce pena della fla-gellazione, i soldati, non ancora soddisfatti, inventaro-no per tormentarlo un nuovo terribile supplizio, cui aggiungono l'onta delle ingiurie e degli scherni.

Conducono Gesù, rimasto in loro balia, nel preto-rio, e lì, radunata tutta la corte, lo spogliano delle sue vesti, gli pongono addosso un manto scarlatto, nelle mani uno scettro di canna, e, intrecciata una corona di spine, gliela pongono sul capo. Vogliono così beffar-damente simulare la solenne cerimonia di investitura dei sovrani. Essi hanno sentito che Gesù è stato accu-sato di essersi proclamato Re, e intendono atrocemen-te deriderlo e schernirlo: «Piegando il ginocchio davanti a lui, lo schernivano dicendo: "Salve o Re dei Giudei!". E sputandogli addosso gli prendevano la canna di mano e lo percuotevano sul capo» (Mt 27,29-30).

Le spine lunghe e aguzze che intrecciano la coro-na di spine gli penetrano dolorosamente nel capo, pro-vocando acutissimi spasimi, e i colpi ripetuti le con-ficcano più profondamente, accrescendo lo strazio, mentre nuovo abbondante sangue sgorga dalla sua testa.

E Gesù tace, e in silenzio si sottopone a questo nuovo tormento, a questa avvilente e umiliante messa in scena.

Ma chi è colui che ora così abbandonato in balia di uomini violenti e feroci, che con tanta mitezza e pazienza e sottomissione si lascia infliggere le pene più crudeli, trattato da re di burla, umiliato e avvilito, vero ritratto del dolore?

Egli è il Re dei re, il Sovrano del Cielo e della terra, Dio e Signore nostro.

Colui di cui san Paolo ha detto: «Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura, poi-ché in lui furono create tutte le cose: quelle che stan-no nei cieli e sulla terra, le cose visibili e quelle invi-sibili, siano Troni, o Dominazioni, o Principati, o Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte le cose in lui hanno consistenza.

Egli è anche il capo del corpo, cioè la Chiesa, lui che è il principio il primogenito di fra i morti, per ottenere il primato sopra tutte le cose, poiché (Iddio) si compiacque di fare abitare in lui ogni pienezza e di riconciliare a sé, per suo mezzo, tutte le cose, rappa-cificando per mezzo del sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quel-le che stanno nei cieli» (Col 1,15-20).

Questo il quadro grandioso in cui san Paolo, afferma solennemente l'altissima dignità di Cristo, il suo Primato universale.

Gesù è dunque realmente Re; lo è per diritto di natura, in quanto Dio, immagine perfetta del Padre, causa esemplare di tutte le creature celesti e terrestri, e nello stesso tempo Creatore, assieme al Padre e allo Spirito Santo, di tutto ciò che esiste: sicché nulla è senza di Lui, ma «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16).

Ma Gesù è Re anche per diritto di conquista, poi-ché a prezzo del suo Sangue preziosissimo ci ha ri-scattati, morendo per noi sulla Croce.

Riconosciamo dunque in Gesù umiliato e soffe-rente il nostro Re e Signore, poiché queste umiliazio-ni e sofferenze sono il prezzo del nostro riscatto; rico-nosciamo i suoi diritti su di noi, poiché Egli, che per natura, in quanto Creatore, era già padrone assoluto delle anime nostre, ha voluto riconquistarle spargendo per noi tutto il suo Sangue e morendo sulla Croce.

Assoggettiamoci al suo dolce Regno d'amore e riconosciamolo nostro Re nella pratica della nostra vita. Noi non siamo più nostri poiché Cristo ci ha ricomprati (cf. 1 Cor 6,19-20). Sua dev'essere quindi tutta la nostra vita, sua la nostra mente, il nostro cuore, la nostra volontà, i nostri affetti, i nostri pensieri, le nostre azioni.

Ma Gesù ci ha riscattato, abbiamo visto, a prezzo di inaudite sofferenze e umiliazioni. Per essere vera-mente suoi, per appartenere veramente al suo Regno, dobbiamo anche noi seguirlo nella via della sofferen-za e delle umiliazioni.

Quale stridente contrasto, dice san Bernardo, sotto un capo coronato di spine un membro tutto dedi-to alle più ricercate soddisfazioni.

E in particolare, in questo mistero, Gesù ci addita la via dell'umiltà. Quando Gesù ha voluto proporci il suo Cuore a nostro modello, proprio a questa virtù ha fatto riferimento: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Ed ora ancora più effica-cemente ci mostra la necessità di questa virtù, assog-gettandosi alle più avvilenti mortificazioni, ed espian-do i nostri peccati di orgoglio e di superbia.

L'umiltà è verità, poiché ci fa riconoscere il no-stro nulla, la nostra radicale miseria e impotenza. Noi non abbiamo nulla di nostro: tanto nell'ordine della natura che nell'ordine della Grazia, tutto ci viene da Dio, in tutto da Lui dipendiamo: una sola cosa è no-stra, la capacità di venir meno ai nostri doveri, di man-care, di peccare.

Qual motivo avremmo, dunque, di inorgoglirci, di compiacerci di noi stessi, di considerarci qualcosa o qualcuno, di desiderare le lodi e l'approvazione degli altri?

Eppure quanto è radicato in noi l'orgoglio; quan-to ci è difficile la pratica dell'umiltà, quanto siamo sensibili e suscettibili alle più piccole umiliazioni... Guardiamo l'esempio di Gesù, impariamo da Lui la pratica dell'umiltà, impariamo da Lui ad apprezzare le umiliazioni, poiché esse ci radicano nell'umiltà e ci consentono di imitare il nostro Divino Maestro, che per amor nostro tanto è stato umiliato.

 

Virtù da praticare: l'umiltà.

 

ESEMPIO - Santa Teresa di Gesù ci insegna: «Il vero umile deve sinceramente desiderare di essere disprezzato, burlato, perseguitato ed incolpato, benché a torto. Se vuol imitare Cristo, dove può farlo meglio che in que-sto? Oh, quanto savio si vedrà un giorno essere stato colui che si rallegrò di essere tenuto per vile ed anche per pazzo!».

Infatti san Gerardo Maiella, quando fu disonora-to da una infame calunnia, non solo non si scolpò; ma accettò serenamente la terribile umiliazione e i duri castighi da parte dei superiori, per uniformarsi a Gesù oltraggiato nella sua Passione e Morte. Nella vita di santa Francesca Saverio Cabrini si legge che: «Sebbene fosse a capo d'una Congregazione numero-sa, non le piaceva essere chiamata "Madre Generale". Una volta, essendo malata, fece scrivere a suo nome da una suora al papa Pio X; ma quando questa lesse: "... l'Istituto di cui Dio mi ha posta a capo", saltò sul letto, dimenticando il male, e protestò: "No, no, que-sta lettera non può andare! Ma guarda un po' questa figliola, che grosso sbaglio ha fatto! ... Capo del-l'Istituto! Questa è troppo grossa...". E la lettera do-vette essere riscritta».

 

INTENZIONE: per la Chiesa del silenzio. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Quarto mistero doloroso

LA SALITA DI GESù AL CALVARIO

Gesù condannato a morte da Pilato che ha ceduto per viltà alle richieste dei Giudei tumultuosi, già sfini-to per i patimenti sofferti ed il sangue versato, carico della Croce, intraprende la dolorosa salita del Calva-rio. San Giovanni nel suo Vangelo usa questa espres-sione: «Gesù, portando su di sé la croce, uscì verso il luogo detto cranio, in ebraico Golgota» (Gv 19,17).

Gesù ha abbracciato la Croce, l'ha presa su di sé, l'ha portata Egli stesso al Calvario: la Croce che era strumento orribile di tortura, patibolo degli schiavi, segno di ignominia, è stata trasformata dal suo amore in strumento di Redenzione e di salvezza.

Così, anche per il cristiano, ogni sofferenza è «Croce», poiché se pure in sé è un male, abbracciata per amore di Cristo essa diviene il mezzo della nostra salvezza e santificazione. Gesù maestro di verità e di vita ha detto: «Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me» (Mt 10,38). Egli ha battuto per primo la via, e se noi vogliamo seguirlo, condizio-ne indispensabile è portare dietro a Lui la Croce. Del resto, se noi guardiamo a Gesù carico della Croce, comprendiamo come le nostre sofferenze siano ben poca cosa in confronto alle sue, poiché quel peso che grava su di Lui è il peso dei peccati, delle infermità, dei dolori dell'umanità tutta, così come aveva predet-to il Profeta: «Veramente delle nostre infermità si è caricato e si è addossato i nostri dolori... è stato schiacciato a causa dei nostri delitti».

La sofferenza è inevitabile nella vita dell'uomo; essa, a motivo del peccato, è strettamente connessa alla sua condizione di essere decaduto, soggetto alla legge della fatica e del dolore, legge a cui non si può sfuggire. L'Imitazione di Cristo dice: «La croce... è sempre pronta, aspetta in ogni luogo. Non puoi sfug-girla ovunque tu vada; perché ovunque andrai, sempre con te porterai te stesso e sempre troverai te medesi-mo. Volgiti in alto, volgiti in basso, guarda di fuori, guarda al di dentro e in tutte le direzioni troverai la croce» (Lib. 11, XII).

Il cristiano però possiede il segreto che gli per-mette di comprendere l'insostituibile valore della sof-ferenza e di farne tesoro, di comprendere che essa è permessa e disposta da Dio nella nostra vita per un disegno infinito di amore, in vista del nostro maggior bene, per la salvezza e la santificazione delle anime nostre.

Non è possibile infatti santità, non è possibile vita spirituale, non è possibile unione con Dio se non si passa per la via della Croce.

L'anima ha bisogno di essere purificata profonda-mente da tutti i suoi attacchi, le sue miserie, le sue cat-tive inclinazioni, e ciò è possibile solo attraverso la sofferenza. Inoltre essa sola ci permette di dare prova del nostro amore a Dio e di rendergli gloria, così come Gesù ha dimostrato il suo amore proprio attraverso l'immolazione della Croce e per essa ha reso a Dio la massima gloria.

è dunque in questa luce che bisogna contemplare la sofferenza, guardando ad essa con l'occhio della fede ed intendendo bene l'insegnamento di Gesù.

«Se vi fosse stata qualche cosa migliore e più utile alla salute degli uomini che il patire, Gesù Cristo ce l'avrebbe certamente insegnata con le parole e con l'esempio» (Imitazione di Cristo, II, XII).

Ma c'è un'altra parola di Gesù che occorrerebbe profondamente meditare. Ce la riporta l'evangelista Luca: «Se uno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). «Prenda la sua croce ogni giorno» ha detto Gesù. Croce dunque non sono soltanto le sofferenze straordinarie, che si incontrano sì nella vita, ma non sono cose di tutti i giorni. Croce sono anche le minu-te sofferenze di cui è intessuta la vita quotidiana: pic-cole prove e difficoltà, umiliazioni, incomprensioni, contrasti di carattere, disagi fisici, tutto ciò insomma che forma la trama della comune esistenza di ogni giorno e che abbracciato per amore e con amore, costituisce un preziosissimo tesoro per l'anima e l'ar-ricchisce di meriti. Ma forse, a volte, riuscirebbe quasi più facile affrontare in uno slancio di generosità e di eroismo una grande prova, un grande dolore, che non accettare ogni giorno, serenamente, sorridendo e con immutabile pazienza l'umile e concreta croce quoti-diana. Eppure è proprio questa che Gesù ci dice di abbracciare e di portare dietro a Lui. E proprio attra-verso queste piccole sofferenze - santa Teresa di Gesù Bambino le chiamava «punture di spillo» - e non solo attraverso le grandi prove, che noi possiamo dimo-strargli il nostro amore.

E' vero, però, che non basta tutto questo teorica-mente, è vero che, nonostante i buoni propositi e i bei ragionamenti, alla prova pratica ci si ritrova sempre tanto deboli e incapaci, tuttavia questo non deve esse-re motivo di scoraggiamento. Non è in noi stessi che dobbiamo cercare la forza e la capacità, ma unicamente in Gesù. è a Lui che dobbiamo guardare, è in Lui soltanto che dobbiamo riporre la nostra fiducia. Sulla via del Calvario Gesù è caduto più volte. è caduto perché ha preso su di sé la nostra debolezza e la nostra fragilità, è caduto per dare a noi la forza di rialzarci dalle cadute, perché noi non avessimo a sco-raggiarci, ma, prontamente, rialzandoci, riprendessi-mo il nostro cammino.

Lo scoraggiamento invece deriva proprio da que-sto: dall'eccessiva fiducia in noi stessi, dalla mancan-za di fiducia in Gesù. Ma Egli non può venirci meno. In Lui troveremo sempre il soccorso, il sostegno. Quanto più l'orizzonte sembra oscurarsi e le difficoltà sembrano sommergerci, quanto più avvertiamo la nostra debolezza, tanto più con piena e totale fiducia, dobbiamo abbandonarci in Lui, sicuri che non ci delu-derà, che da Lui ci verrà la forza di proseguire il cam-mino verso il Cielo.

 

Virtù da praticare: la pazienza.

 

ESEMPIO - Santa Teresa d'Avila, nella sua vita monastica, soffrì innumerevoli e durissime pene, anche da parte di persone buone e molto spirituali. La credevano una pazza, un'illusa dal demonio, e senz'altro ritenevano false e ipocrite tutte le sue orazioni e rivelazioni. Per questo alcuni la volevano esorcizzare come un'osses-sa; ed altri l'accusarono al Santo Ufficio. Soffrì anco-ra molte contraddizioni e contrarietà perché si era fatta riformatrice dell'Ordine del Carmelo, fondando nuovi monasteri. La pazienza infatti è il miglior di-stintivo della santità, come insegna il grande dottore della Chiesa, san Tommaso d'Aquino. A chi un giorno chiese a questo Santo da qual segno si può intuire un Santo, egli prontamente e con sicurezza rispose: «Dal-la pazienza».

Quanto più saremo pazienti nel sopportare noi stessi e gli altri per amore di Gesù, tanto più saremo Santi.

 

INTENZIONE: per gli ammalati e i sofferenti. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Quinto mistero doloroso

LA CROCIFISSIONE E MORTE DI GESù

La Passione di Gesù culmina con la crocifissione. è una somma inesprimibile di sofferenze fisiche e morali, di tormenti, di desolazione.

La presenza stessa della Mamma sua anziché es-sergli motivo di consolazione è motivo invece di mag-gior pena, poiché Egli la vede immersa in un abisso di dolore, e questo non fa che accrescere la sua sofferen-za.

è un'agonia straziante, senza conforto alcuno, fino a quel grido estremo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 24,46). Com'è possibile? Gesù è sempre Dio e in Lui l'Umanità è strettamente congiun-ta alla Divinità, e quindi Egli è indissolubilmente lega-to al Padre. E questa unione per Lui è tutto. Nel discor-so dell'Ultima Cena Gesù aveva previsto l'abbandono dei suoi: «Ecco viene l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma non sono solo, poiché con me è il Padre» (Gv 16,32).

Se tutti lo abbandonano, il Padre però è con Lui, e que-sto gli basta. Eppure ora Egli, privo per un miracolo, di ogni sostegno e conforto divino, prova l'angoscia estre-ma dell'abbandono del Padre. è il peso dei nostri pec-cati di cui Egli si è caricato che attira su di Lui i colpi della giustizia di Dio. è la maledizione meritata dai nostri peccati che grava su di Lui: «Cristo - dice san Paolo - ci ha riscattati dalla maledizione... diventando lui stesso maledizione per noi» (Gal 3,13).

Agli occhi del mondo è il fallimento totale, il mondo non può comprendere la follia della Croce: per la sua sapienza, essa è «scandalo» e «stoltezza» (Cf. Cor 1,23).

Eppure, proprio dalla Croce ci viene la salvezza e la vita; attraverso l'apparente sconfitta. Cristo ha vinto, ha vinto il peccato e la morte e ci ha ridonato la vita della Grazia.

San Giovanni della Croce, dopo aver descritto l'a-gonia di Gesù, afferma: «Proprio allora compì l'opera più grande di quante mai in vita ne avesse fatte con miracoli e prodigi strepitosi... l'opera con la quale riconciliò ed unì il genere umano con Dio, per mezzo della Grazia. Ciò avvenne appunto allorché l'amoroso Signore era più avvilito e umiliato in tutto...», e poi conclude: «Di qui l'uomo spirituale intenda il mistero della porta e della via di Cristo, e sappia che quanto più si annienta per amor suo... tanto più si unisce a Lui e tanto maggior opera compie».

Bisogna dunque intendere l'insegnamento che ci viene dalla Croce di Cristo: Egli per darci la vita è pas-sato attraverso la morte e il completo annientamento e ci ha così aperto la via dell'unione con Dio. E questo il fine ultimo per il quale siamo stati creati e verso il quale siamo in cammino. E tuttavia non potremo rag-giungerlo se anche noi non passiamo attraverso la morte e l'annientamento di noi stessi. San Paolo lo dice con estrema chiarezza: occorre crocifiggere in noi l'uo-mo vecchio per camminare in novità di vita: «Pertanto se siamo morti insieme con Cristo, crediamo che insie-me con lui anche vivremo» (Rm 6,8).

Occorre dunque morire, morire a tutto ciò che non è Dio, morire a tutto ciò che è contrario, se pur mini-mamente, alla sua Volontà. Occorre abbracciare con coraggio, con decisione e con generosità quella che san Giovanni della Croce chiama «la via del nulla». Sono forse parole che spaventano e che sembrano esagerate. Eppure, è proprio questa la dottrina del Vangelo. Non è di meno che Gesù ci chiede col suo «rinnega te stesso» (Mt 16,24). Bisogna rinnegarsi non in qualche cosa sol-tanto, ma in tutto ciò che ci può impedire di seguirlo. Gesù ha detto anche che non può essere suo discepolo «chi non rinuncia a tutto ciò che possiede» (Lc 14,33) e «perfino alla sua vita» (14,26). E le citazioni si potrebbero moltiplicare.

Del resto ci si spaventa tanto quando si sente par-lare di rinuncia totale, di distacco totale, perché si pen-sa soltanto all'aspetto negativo che essi comportano, e non si pensa invece che si rinuncia e ci si distacca, non per restare nel vuoto, ma per unirsi sempre più perfet-tamente e profondamente a Dio. Distacco e rinuncia non sono dunque fini a se stesso, ma soltanto mezzi per raggiungere l'unione con Dio.

Ora è chiaro che non possiamo unirci perfettamen-te a Dio finché rimane in noi qualcosa, pur minima che sia, non conforme alla sua Volontà. Dobbiamo dunque aspirare a conformarci pienamente al volere di Dio «in modo che non vi sia nell'anima alcuna cosa che sia contraria alla Volontà divina, ma in tutto e per tutto sia mossa dalla Volontà di Dio» (san Giovanni della Croce). E questo comporta la lotta radicale non solo contro il peccato, mortale e veniale, ma contro tutte le più piccole imperfezioni, contro tutti gli attacchi e le inclinazioni disordinate, contro tutte quelle miserie insomma che ci impediscono di slanciarci verso Dio.

è un'opera profonda di purificazione a cui l'anima non può attendere con le sole sue forze, ma se essa generosamente si metterà su questa via, Dio stesso completerà l'opera intrapresa. Egli stesso permetterà e disporrà nel suo cammino le prove interne ed esterne che la purificheranno fin nelle sue più intime fibre, che la libereranno fin dalle ultime radici dei suoi difetti e delle sue imperfezioni.

Allora, più che agire, bisognerà lasciarlo agire, sottoponendosi docilmente e di buon grado alla sua azione crocifiggente.

Del resto, se volgiamo lo sguardo al Divino Cro-cifisso ci avvediamo di come sia pur sempre poco ciò che noi possiamo soffrire, in confronto a ciò che Egli ha sofferto.

è la contemplazione del Crocifisso che ha fatto i Santi. Non c'è santità possibile, non c'è perfezione, non c'è unione con Dio se non c'è conformità a Cristo e a Cristo crocifisso.

Maria è ai piedi della Croce, assiste alla straziante agonia di Gesù senza potergli recare alcun conforto, vede tutte le sue sofferenze e quelle sofferenze si riper-cuotono internamente, dolorosamente in Lei. Giusta-mente si potrebbe dire che Maria è crocifissa con Gesù, perché ciò che Egli soffre nella sua Carne, Ella soffre nel suo Cuore e nella sua Anima. E nessun dolore si può paragonare al suo dolore perché Colui che Ella vede agonizzare e morire è il suo Figlio e il suo Dio, il centro di tutti i suoi affetti e di tutta la sua vita.

Ma come Gesù volontariamente si immola e offrese stesso alla morte per la gloria del Padre e la salvez-za delle anime, così Maria volontariamente accetta il sacrificio e l'immolazione del Figlio, volontariamente lo offre al Padre; e immolando il Figlio immola anche se stessa e si offre in totale olocausto al compimento della divina Volontà. Ella è perciò intimamente asso-ciata alla Passione redentrice del Figlio, e per questa partecipazione è nostra Corredentrice e insieme al Figlio ci genera alla vita della Grazia.

Chiediamo perciò a Lei, veramente Mamma no-stra, che a così caro prezzo ci ha generati e per la nostra salvezza ha accettato di sacrificare il Figlio, di rendere anche noi partecipi, insieme con Lei, della Passione del suo Gesù, e ripetiamole spesso le parole dello «Stabat Mater»: «O Madre, fammi sentire la veemenza del tuo dolore, perché pianga con Te! ... imprimi nel mio cuore le piaghe del Crocifisso. Dividi con me le pene del tuo Figlio che tanto si degnò di soffrire per me. Fammi con Te piangere devotamente e soffrire con il Crocifisso per tutta la vita».

 

Virtù da praticare: conformità a Gesù Crocifisso.

 

ESEMPIO - Un esempio sublime e recente di conformità a Gesù crocifisso ci è offerto da san Massimiliano M. Kolbe. Nella prima guerra mondiale, egli con alcuni frati di Niepokalanow (= la Città dell'Immacolata, da lui fondata) fu arrestato e portato nel campo di con-centramento di Oswiecim. Qui sopportò ogni sorta di privazioni e di maltrattamenti. Sempre i lavori più duri, più umilianti e ripugnanti per lui. Una volta fu forte-mente e ripetutamente schiaffeggiato da un aguzzino perché aveva affermato la sua incrollabile Fede in Gesù crocifisso. Non sapeva l'aguzzino che san Massi-miliano poteva sopportare, anzi desiderare quello ed altro ancora, per conformità a quel Gesù crocifisso in cui egli tanto credeva. Un'altra volta fu crudelmente fatto mordere da un cagnaccio, fu sottoposto a pesi enormi, insostenibili, fu flagellato e poi gettato in un fosso, ma egli mai si lamentò. L'Immacolata e il Croci-fisso gli davano coraggio e forza. Anzi terminò i suoi giorni spasimando di fame in un sotterraneo, perché aveva donato la sua vita al posto di un compagno di prigionia che nemmeno conosceva. Ad imitazione di Gesù morto per noi.

 

INTENZIONE: per i persecutori della Chiesa. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Primo mistero glorioso

LA RESURREZIONE DI GESù

La morte ignominiosa di Gesù sulla Croce segna apparentemente agli occhi del mondo, il suo totale fallimento. La sua missione sembra così finita nel nulla, in una deludente e umiliante sconfitta.

Eppure questa apparente sconfitta, che il mondo non può comprendere, è l'inizio della sua vittoria, del suo trionfo.

Gesù è appena spirato, che ecco, di fronte ai feno-meni straordinari verificatisi alla sua morte - «il velo del tempio si squarciò, la terra tremò, le rocce si spez-zarono» - molti dei presenti, presi da timore, rico-nobbero: «Costui era davvero il Figlio di Dio» (Mt 27,51-54).

Ma la vittoria di Gesù si manifesta pienamente nella Resurrezione.

è la sua Resurrezione gloriosa che ci attesta che Cristo è veramente Dio, che ci assicura che la sua Passione e Morte non sono una sconfitta, bensì la sorgente della nostra salvezza, il tramite della nostra Redenzione.

San Paolo volendo presentare sinteticamente il contenuto del messaggio della salvezza da lui annun-ziato lo compendia in questi due punti essenziali: la morte espiatoria e redentrice di Gesù e la sua gloriosa Resurrezione. Scrive infatti ai Corinti: «In primo luogo vi trasmisi ciò che anch'io avevo ricevuto, cioè che Cristo è morto per i nostri peccati, che fu seppel-lito e che risuscitò il terzo giorno secondo le Scrit-ture» (1 Cor 15,3-4).

E della Resurrezione egli fa fondamento, la pietra angolare della nostra Fede, poiché «se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede e noi siamo ancora nei nostri peccati... Ora invece Cristo è risorto dai morti» (1 Cor 15,17.20).

è nella Resurrezione che trova il completamento la Redenzione attuata da Gesù con la sua morte di Croce, e che la vittoria da Lui riportata sul peccato diviene operante.

Per la morte di Gesù, anche noi siamo morti al peccato. è infatti la sua morte che ha distrutto il pec-cato, liberandoci dalla schiavitù in cui ci teneva sog-getti. E questo stato di morte è stato realizzato in noi dal Battesimo che ci ha associati al mistero della morte di Gesù. Ma a somiglianza di Gesù, resuscitato dai morti a vita gloriosa, anche il cristiano risorge con Lui a nuova vita: «Per mezzo del battesimo siamo stati seppelliti con lui nella morte, affinché come Cristo Gesù risuscitò da morte per la gloria del Pa-dre, così anche noi camminiamo in novità di vita» (Rm 6,4).

Il Battesimo, infondendo in noi la Grazia, è stato, veramente, per noi la nascita ad una nuova vita, per-ché innestandoci e incorporandoci a Cristo ci ha fatto passare da una vita puramente umana alla partecipa-zione della vita divina.

Ma questo dono immenso, che ci è stato fatto senza alcun nostro merito, richiede la nostra corri-spondenza, con un impegno costante e generoso. La Grazia, infatti, se ha distrutto in noi il peccato, non ne ha distrutto però le radici, non ha segnato la vittoria definitiva sul male che può sempre tornare a prendere il sopravvento. Tuttavia essa ci ha rinnovati e rinvigo-riti internamente in maniera tale che, se non ci stac-chiamo da Cristo, potremo sempre superarne i ricor-renti assalti.

Per il cristiano però non è sufficiente questa lotta contro il peccato, bisogna anche che questa vita divi-na infusa in germe col Battesimo si alimenti e cresca. E ciò non è possibile senza la nostra collaborazione. è vero che è sempre Gesù a meritarci la Grazia e il suo accrescimento e ad applicarla continuamente alle anime nostre, ma Egli non lo fa senza la nostra coope-razione. Occorre dunque, se vogliamo crescere nella vita della Grazia, rendere sempre più pieno e vitale e profondo il nostro innesto in Lui. Occorre che ogni giorno muoia in noi «l'uomo vecchio crocifisso con Cristo» (Rm 6,6) con le sue imperfezioni, perché cre-sca in noi la vita di Gesù, fino alla pienezza del-1' «uomo perfetto».

Partecipi della vita di Colui che «una volta risu-scitato dai morti, non muore più» (Rm 6,8), ma è l'Eterno Vivente, dobbiamo anche noi agire e vivere da risorti «in maniera degna della vocazione a cui siamo stati chiamati» (Ef 4,1).

 

Virtù da praticare: vivere sempre nella Grazia di Dio.

 

ESEMPIO - Quando la beata Angela da Foligno, facendo il segno della santa croce, portava, la mano sul petto, dicendo «e del Figliuolo...», «Qui sei - esclamava - sotto la mia mano, sotto la punta delle mie dita, sei nel petto mio! ...». Che meravigliosa altà! Quando noi viviamo in Grazia di Dio, Gesù a dentro di noi. Quando il Signore mostrò a santa Caterina da Siena un'anima in Grazia, ella ne ebbe tale indicibile

stupore, che disse: «Se io non sapessi che c'è un Dio solo, avrei creduto che questo ne fosse un altro». Lo stesso accadde a santa Teresa di Gesù. Quando il santo Curato d'Ars meditava sulla meravigliosità di un'anima in Grazia, metteva in bocca al Signore le seguenti parole: «Io l'ho fatta sì grande, che solo lo posso bastarle; l'ho fatta sì pura, che solo il mio Corpo le può servire da alimento». Eppure con un solo pec-cato mortale si può deturpare e distruggere tutto lo splendore e la magnificenza di un'anima in Grazia di Dio...

 

NTENZIONE: per il Papa e i Vescovi. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Secondo mistero glorioso

L'ASCENSIONE DI GESù AL CIELO

Nell'Ultima Cena, Gesù aveva detto ai suoi disce-

poli: «Vado a preparare il posto a voi. E quando sarò andato e vi avrò preparato il posto, verrò di nuovo a prendervi con me, affinché dove s o io siate anche voi» (Gv 14,2-3).

è giunto ora il tempo di attuare questa promessa. Quaranta giorni sono trascorsi dalla gloriosa Resur-rezione di Gesù. In questi giorni più volte Egli è ap-parso ai suoi discepoli confermandoli nella Fede e in-vestendoli della missione di predicare il Vangelo e portare salvezza a tutte le genti.

Infine un'ultima volta apparve e li condusse sul monte degli Ulivi, proprio là dove aveva dato inizio alla sua Passione, e «alzate le mani li benedì. Ma men-tre li benediceva si partì da loro e ascese al Cielo» (Eb 7,25).

Entrando in Cielo, Gesù ha aperto anche a noi le porte del Cielo. Il peccato ce le aveva chiuse, ma Egli ha vinto il peccato e ora noi possiamo guardare al Cielo, come alla nostra vera Pat 'a, là dove Egli è andato a prepararci il posto e dove un giorno, secondo la sua promessa, saremo sempre con Lui. «Oh! La Patria... la Patria! ... - esclamava santa Teresa del Bambino Gesù - come ho sete del cielo, là ove amere-mo Gesù senza riserve!».

Al Cielo dunque si rivolge tutta la nostra speran-za. Quanto è bella la virtù cristiana della speranza! Per essa noi abbiamo la certezza che un giorno quel Dio in cui ora crediamo nella oscurità della Fede, lo vedre-mo svelatamente, faccia a faccia. Egli sarà il nostro possesso e la nostra beatitudine eterna. Di fronte a questa certezza, come appaiono vili e disprezzabili tutti i beni della terra. Dice san Giovanni della Croce: «La viva speranza in te, o Signore, dà all'anima una tale vivezza, coraggio ed elevazione alle cose della vita eterna che, a confronto di ciò che lassù ci aspetta, tutte le cose del mondo le sembrano, come lo sono in verità, appassite, aride, morte e di nessun valore». E prosegue: «Dammi, dunque, forte speranza, o mio Dio, affinché mi spogli di tutte le vanità del mondo e io non riponga il cuore in nessuna cosa, non sperando niente di ciò che si trova quaggiù, ma viva solamente vestito della speranza di vita eterna» (Notte Oscura, 11, 216-18).

è vero che noi continuamente sperimentiamo la nostra miseria, la nostra fragilità e debolezza. è vero che le continue cadute sempre più ci inducono a con-statare la nostra incapacità a raggiungere una meta così ardua. E tuttavia questo non deve essere motivo di scoraggiamento, perché non è sulle nostre forze tanto deboli che dobbiamo contare, ma unicamente in Dio, nella sua infinita bontà e misericordia, che ci vuole salvi, e non solo salvi, ma anche santi.

è perciò unicamente in Lui che si fonda la nostra speranza, la nostra certezza. è vero che ciò non ci esime dalla collaborazione, dallo sforzo generoso e costante, e che dobbiamo applicarci con una buona volontà all'esercizio delle virtù, al compimento del dovere, decisi a nulla rifiutare al Signore; tuttavia, dopo aver fatto tutto quanto sta in noi, secondo l'esor-tazione di Gesù, riconosciamoci «servi inutili» (Lc 17,10), e di fronte alle inevitabili cadute, alla consta-tazione della nostra debolezza ed impotenza, slancia-moci in Lui con fiducia piena, confidiamo totalmente in Lui, come il bimbo debole e impotente che si abbandona fiducioso fra le braccia della mamma. Ricordiamoci le parole di santa Teresa del Bambino Gesù: «La santità non consiste in questa o in quella pratica; consiste invece in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli fra le braccia di Dio, coscienti della nostra debolezza e confidenti fino all'audacia nella sua bontà di Padre».

Sì, la nostra fiducia, la nostra speranza, non sarà mai eccessiva, mai esagerata, perché si appoggia sulla misericordia di Dio che non ha limiti. Egli è la bontà e la misericordia stessa ed ama chinarsi sulla nostra debolezza e miseria per sollevarci e soccorrerci e ricolmarci di beni quando vede in noi questo atteggia-mento di umile confidenza e di illimitata fiducia. Contempliamo dunque Gesù che sale alla gloria del Cielo e con l'animo proteso alla Patria celeste ripetiamogli la nostra ferma speranza, fondata unica-mente sulla sua misericordia e sui suoi meriti infiniti, di raggiungerlo un giorno, per essere sempre con Lui. Amen.

 

Virtù da praticare: la speranza.

 

ESEMPIO - San Filippo Neri, ritornato alla Varricella da una udienza pontificia, confidò all'amico Corona che il papa Clemente VIII gli aveva manifestato l'intenzione di elevarlo alla sacra Porpora. Il Corona lo esortava ad accettare l'alta dignità cardinalizia, se non altro per l'onore che ne riceveva tutta la Congregazione e per la soddisfazione grandissima che ne avrebbero ricevuto tanti suoi penitenti. Gettando in aria con un gesto improvviso la sua berretta il Santo esclamò giu-livo: «Paradiso. Paradiso...». Il desiderio struggente del Paradiso ha consumato tutti i Santi. Santa Teresa del Bambino Gesù scriveva nella sua «Storia di un'a-nima»: «La certezza di andare un giorno lontano dalla mia patria tenebrosa, era stata data sin dalla infanzia... Sentivo nel mio cuore per mezzo di aspirazioni intime e profonde, che un'altra terra, una regione assai più bella, sarebbe stata un giorno la mia dimora».

 

INTENZIONE: per la santificazione dei sacerdoti e delle anime consacrate. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Terzo mistero glorioso

LA DISCESA DELLO SPIRITO SANTO SU MARIA VERGINE E GLI APOSTOLI

Durante il discorso dell'Ultima Cena, Gesù, preparando i discepoli alla sua prossima dipartita, più volte aveva promesso loro la venuta dello Spirito Santo: «Io pregherò il Padre che vi manderà un altro Consolatore, perché resti con voi sempre, lo Spirito di Verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce; ma voi lo conoscete, perché abita con voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17). E ancora aveva detto: «Io vi dico la verità: è meglio per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito: ma se me ne vado lo manderò a voi» (Gv 14,7). E prima di ascendere al Cielo aveva rinno-vato la promessa: «Fra pochi giorni sarete battezzati nello Spirito Santo... Con la discesa dello Spirito Santo riceverete tale potenza da essermi testimoni... fino all'estremità della terra» (At 1,5.8).

Certamente i discepoli avevano davvero bisogno di questa venuta dello Spirito Santo che li illuminasse e li trasformasse sì da renderli atti alla grande missio-ne loro affidata da Gesù.

Per ora, deboli uomini, ancora smarriti e timorosi si rifugiano nel Cenacolo per attendere in preghiera l'adempimento della promessa: «Tutti perseveravano concordi nella preghiera... con Maria, Madre di Ge-sù» (At 1,14). Ma il giorno della Pentecoste quale trasformazione si opera in loro! Allorché «tutti furono ripieni di Spirito Santo» (At 2,4), eccoli in un istante trasformati in altri uomini, non più vili, deboli, timo-rosi, ma coraggiosi, ardenti, generosi. E subito «cominciarono a parlare» (At 2,4), cioè a predicare e lavorare per le anime comunicando ad esse il frutto del dono ricevuto.

Ma non solo agli Apostoli, bensì a tutta là Chiesa, e quindi a tutti noi Gesù ha promesso la venuta dello Spirito Santo, meritandocela con la sua Passione e Morte di Croce.

Anche noi dunque abbiamo ricevuto lo Spirito Santo. Egli ci è stato donato la prima volta nel Bat-tesimo, infondendo in noi la Grazia e rendendoci figli di Dio. Questo dono è stato poi rinnovato e conferma-to nella Cresima o Confermazione, che rappresenta un po' la Pentecoste di ogni anima cristiana. Ma ancora, ad ogni aumento di carità lo Spirito Santo continua a donarsi a noi con nuove effusioni di Grazia.

Egli dunque, secondo la promessa di Gesù (cf. Gv 14,17) dimora nelle anime nostre quale «dolce Ospite», e vi dimora per illuminarle, guidarle, confor-tarle, renderle sempre più conformi a Gesù, in una parola per santificarle.

è infatti allo Spirito Santo, Spirito d'amore, che viene particolarmente attribuita l'opera di santifica-zione dell'anima, opera di amore.

Ma se lo Spirito Santo dimora in tutte le anime in Grazia per santificarle, com'è che non tutte divengono sante?

è qui che entra in gioco la nostra collaborazione e la nostra corrispondenza alla Grazia che agisce in noi.

è vero che tutti siamo chiamati alla santità e che a tutti è stato donato «lo Spirito di santificazione» (Rm 1,4). Egli tuttavia rispetta la nostra libertà e non forza nessuno. Spirito di amore, vuole che per amore, liberamente ci apriamo alla sua azione e la assecon-diamo in noi. Se dunque non ci santifichiamo, non è perché non voglia, ma perché noi poniamo ostacolo alla sua azione. Ma se gli aprissimo totalmente l'ani-ma, lasciandoci pienamente invadere, Egli ci prende-rebbe sotto la sua guida e ci renderebbe santi.

Occorre perciò che collaboriamo alla sua opera, rendendoci ad essa docili e disponibili, corrisponden-do alle sue iniziative.

Egli, quale buon maestro, continuamente ci gui-da, ci assiste, ci stimola e ci invita al bene con ispira-zioni e richiami interiori, ci sostiene nei nostri sforzi, ci parla attraverso la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa.

Ma come potremo ascoltare la sua voce, cogliere le sue ispirazioni, rispondere ai suoi inviti, se siamo tutti immersi nello spirito del mondo, frastornati dal suo chiasso e dai suoi rumori, attaccati alle creature, distratti in mille affari e occupazioni?

Gli Apostoli si preparano alla discesa dello Spirito Santo raccolti nel Cenacolo, nel ritiro, nel rac-coglimento, nell'orazione perseverante in unione a Maria.

Essi ci mostrano pertanto quali devono essere an-che per noi le disposizioni che meglio ci preparano alla venuta e all'azione dello Spirito Santo.

Bisogna perciò che anche noi impariamo ad ama-re il silenzio ed il raccoglimento, che impariamo a far tacere in noi le voci assordanti delle creature e il chiasso rumoroso del mondo, poiché è nel raccogli-mento e nel silenzio esteriore e soprattutto interiore che potremo ascoltare nell'intimo la voce dello Spirito Santo, aprirci alla sua azione, accogliere i suoi inviti e le sue ispirazioni.

Chiediamo con insistenza alla Vergine Santa di aiutarci. Anche in questo gli Apostoli ci danno l'e-sempio. Gli Atti ci dicono che essi perseveravano nel-l'orazione in unione a Maria.

Siamo anche noi perseveranti nel chiedere a Lei di disporre e preparare l'anima nostra come dispose e preparò quella degli Apostoli, supplicandola d'invoca-re Ella il Divino Spirito, perché scenda su di noi, ci invada, ci trasformi, ci renda santi.

 

Virtù da praticare: corrispondenza alla Grazia.

 

ESEMPIO - «La statua del Pensieroso»: così fu chiamata la statua di Giuliano dei Medici, duca d'Urbino, scolpi-ta da. Michelangelo e conservata nella cappella Medicea a Firenze. A dei giovani che si erano fermati per osservarla, un giorno san Filippo Neri con la soli-ta arguzia disse: «Questa statua, pensa e ripensa, ma non si decide mai... è proprio come quelli che vorreb-bero convertirsi e provvedere all'anima loro, lascian-do il peccato: ma non si decidono mai: a domani, a domani! ... ». «Questi tali ripongono la loro fiducia nel tempo, nella forza di volontà, nella Grazia. Ma non sanno forse che il domani nessuno ce lo può assicura-re e che la morte può cogliere d'improvviso? Non sanno forse che è difficilissimo vincere un nemico, qual'è il peccato e tutti i vizi capitali, al quale intan-to diamo il tempo di fortificarsi e di consolidarsi di più nell'anima nostra? Ed infine è da stolti e temera-ri esigere domani quella grazia che oggi Dio ci dona e che noi rifiutiamo e disprezziamo. San Paolo inse-gna: «Non vi fate illusioni: Iddio non si lascia deride-re» (Gal 6,7).

 

INTENZIONE: per tutta la Chiesa. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Quarto mistero glorioso

L'ASSUNZIONE DI MARIA SANTISSIMA AL CIELO

«L'Immacolata Madre di Dio sempre Vergine Ma-ria, terminato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Costituzione Apostolica «Munificentissimus Deus» di Pio XI). Così ci insegna a credere la Chiesa.

Maria concepita Immacolata, senza macchia di peccato originale, mai soggetta nella sua vita al pecca-to esente da ogni ombra di colpa, tutta pura, tutta santa, non poteva subire la corruzione del sepolcro. Era giu-sto dunque e conveniente che anche il suo Corpo im-macolato e verginale, sempre tempio dello Spirito San-to, nel cui seno purissimo s'incarnò il Figlio di Dio, fosse subito pienamente glorificato.

Rallegriamoci, perciò, contemplando la Beata Vergine Maria Assunta in Cielo. Rallegriamoci perché già vediamo in Lei la primizia e la piena realizzazione di quella glorificazione che anche la nostra umanità otterrà alla fine dei tempi.

Ma rallegriamoci anche perché in Cielo abbiamo una Mamma che non si dimentica di noi; una Mamma che ci ama e continuamente ci assiste con la sua mater-na protezione e intercessione.

Sì, Maria è veramente la Mamma nostra. Con il suo Fiat generoso al momento dell'Annunciazione Ella ha accettato di divenire la Madre del Verbo Incarnato e con ciò stesso si è strettamente associata alla sua opera redentrice e salvifica, diventandone la più intima col-laboratrice.

Ma accettando la Maternità divina, Ella ha accetta-to anche di essere la Madre nostra, poiché è Lei che ci ha dato Gesù, fonte della grazia e nostro unico Salvatore.

E come l'opera redentrice di Gesù culminò nel Sacrificio della Croce, così anche la Maternità di Maria verso di noi doveva avere il suo compimento nelle parole estreme di Gesù: «Donna, ecco tuo figlio... Figlio, ecco tua Madre» (Gv 19,26-27). Proprio allora infatti Maria accettando l'immolazione del Figlio e offrendo Ella stessa generosamente al Padre la vittima divina, ci salvava con Gesù e ci generava alla vita della Grazia.

Maria, che è divenuta Mamma nostra a prezzo di tante sofferenze, ora Assunta alla gloria celeste, non ha cessato di esserlo. La sua missione materna nei nostri

riguardi non è qualcosa che si è compiuto nel tempo. Non solo Essa ci fu Madre, ma lo è tuttora e lo sarà sempre.

«La Maternità di Maria nell'economia della Gra-zia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la Croce, fino al perpetuo coro-namento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci le grazie della salute eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella Patria beata» (Lumen gentium, n. 62).

Quale gioia e consolazione per noi! La nostra Mamma è in Cielo e nel lume della visione beatifica tutti ci conosce, tutti ci ama, tutti ci soccorre e proteg-ge in ogni istante della nostra vita. E ognuno di noi Ella ama di un amore individuale e personale, come se fosse l'unico. Gesù avrebbe potuto direttamente proclamare la Mamma sua Madre di tutta la comunità cristiana. Invece l'ha data come Madre a Giovanni in rappresen-tanza di tutti i cristiani proprio volendo esprimere che Maria sarebbe stata Mamma per ciascuno di noi singo-larmente, ed ognuno in particolare consacrando alla sua sollecitudine e alla sua tenerezza.

Maria ci vede ancora pellegrini sulla terra, immer-si in tante miserie ed affanni, conosce i nostri bisogni, le nostre pene, le nostre prove e difficoltà. è anche per facilitare il nostro cammino che ha ricevuto il privile-gio dell'Assunzione. Ella si trova in Cielo per aiutare coloro che si trovano sulla terra; con Cristo lavora alla nostra salvezza e santificazione. Essa qual Madre instancabilmente ci circonda di premure, ci soccorre in tutte le necessità, ci ottiene con sovrabbondanza tutte le grazie necessarie al nostro progresso spirituale. Siamo noi che non apriamo il nostro cuore alla sua azione materna. Essa è Mamma nostra, ma noi ci dimentichia-mo di essere figli suoi.

Cominciamo una buona volta a comportarci da figli, corrispondiamo alle sue affettuose premure con un amore tenero e filiale. Mostriamole la nostra rico-noscenza e la nostra confidenza, ricorriamo a Lei con fiducia in tutte le nostre necessità, riconosciamole nella nostra vita spirituale il posto preminente che le spetta.

Maria non si lascerà vincere in generosità e, se noi ci affidiamo interamente a Lei, ci guiderà con la sua mano materna fino al raggiungimento di quella gloria di cui fin d'ora nel Cielo Ella gode la pienezza.

 

Virtù da praticare: devozione a Maria.

 

ESEMPIO - San Gabriele dell'Addolorata era devotissimo della Madonna. Spinto dal suo amore, si era composto una specie d'inno che chiamava «Simbolo di Maria» e che portava con gran cura appeso al collo. Consisteva in una lunga serie di pensieri che esprimevano la Fede, la devozione, l'amore e la tenerezza, in quanto si legge delle grandezze di Maria, negli scritti dei santi Padri.

Per mostrare quanto teneramente amasse la Madre di Dio aveva concepito l'idea di stamparsi sul petto a caratteri di fuoco il Nome di Maria; non essen-dogli stato concesso, si contentò di portarlo scolpito nel cuore.

Tutti i Santi hanno avuto una grande devozione verso Maria. Ella, come Madre, deve interessarsi della nostra salvezza; noi, come figli dobbiamo interamente abbandonarci fra le sue braccia amorosissime. Il resto, o il tutto, lo farà Ella stessa.

 

INTENZIONE: per tutti i devoti della Madonna. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

Padre nostro. 10 Ave Maria. 1 Gloria.

 

Quinto mistero glorioso

L'INCORONAZIONE DI MARIA SANTISSIMA

Salve Regina! Così noi invochiamo Maria nella bella preghiera insegnataci dalla Chiesa. Salve Regina! Sì, Maria è Regina. Regina del Cielo e della terra. Ella, la più umile delle creature, è stata innalza-ta al di sopra di tutte, incoronata sui cori degli Angeli e dei Santi.

Quale gioia, quale consolazione, quale santo or-goglio per noi nel contemplare la nostra Madre innal-zata alla sublime dignità di Regina del Cielo e della terra. Maria è veramente la nostra Madre che ci ama con tenerezza tutta materna, e noi possiamo invocarla con questo dolce titolo che nemmeno gli Angeli pos-sono darle. Anzi, come diceva affettuosamente santa Teresa di Gesù Bambino, Essa per noi «è più Madre che Regina».

Ma Maria è anche Regina, Regina potente che usa continuamente del suo potere in nostro favore. Non è dunque possibile dubitare del suo aiuto; a Lei possiamo ricorrere con assoluta confidenza, poiché se, come Madre amorosa, Essa desidera ardentemente di aiutar-ci, come Regina ha il potere di farlo.

Infatti, avendo posto sul suo capo la corona di ogni potestà in Cielo e in terra, Dio ha stabilito che tutte le grazie che si dispensano agli uomini, passino per le mani verginali di Maria. Ascoltiamo ciò che dice Bossuet: «Avendo Dio voluto darci una volta Gesù Cristo mediante la Santissima Vergine, quest'or-dine non cambia più: i doni di Dio sono senza rim-pianto. è e sarà sempre vero che avendo ricevuto una volta per mezzo suo il principio universale della Grazia, ne riceviamo ancora per sua interposizione le diverse applicazioni in tutti gli stati differenti che compongono la vita cristiana» (dal Discorso per la Festa dell'Immacolata Concezione).

Maria è dunque Mediatrice e Dispensatrice di tutte le grazie.

Ed è giusto che essa, strettamente associata all'o-pera della Redenzione e intima collaboratrice di Gesù nel riacquistarci il tesoro della Grazia, fosse anche nella gloria del Cielo sua compagna nella distribuzio-ne di questo tesoro al cui acquisto ha cooperato. Perciò, come dice san Luigi di Montfort: «Dio l'ha scelta per tesoriera, economa e dispensatrice di tutte le grazie, di guisa che tutte le sue grazie e i suoi doni passano per le mani di Lei, e, secondo il potere ricevutone, Essa dà a chi vuole, come vuole, quando vuole, le grazie dell'Eterno Padre, le virtù di Gesù Cristo e i doni dello Spirito Santo» (Il Segreto di Ma-ria, n. 10).

Da queste verità tanto belle e consolanti noi dobbiamo trarre le dovute conseguenze. Se è vero che tutte le grazie ci vengono concesse attraverso Maria, è soltanto per mezzo suo che noi possiamo sperare e ottenere la nostra santificazione. è questo il segreto di cui si sono valsi i Santi tutti.

Come potremmo perciò limitarci ad una superfi-ciale devozione verso di Lei, consistente soltanto in qualche pratica o esercizio di pietà in suo onore? Noi dobbiamo riconoscerle nella nostra vita spirituale il posto preminente che le spetta, dobbiamo vivere la «vera devozione» a Maria, come ci insegna san Luigi di Montfort, consacrandoci interamente a Lei, facen-dole dono totale ed esclusivo di noi stessi, dei nostri beni, della nostra vita, certi di scegliere in questo modo «la via pia facile, breve, perfetta e sicura per arrivare all'unione con Gesù» (Trattato della vera devozione a Maria, n. 152).

Supplichiamola dunque che ci conceda l'ineffabi-le dono della vera devozione e mai ci permetta che lasciamo di amarla e di invocarla.

Impariamo a vivere in una completa dipendenza da Lei, fiduciosamente abbandonati fra le sue braccia, non distaccando da Lei il nostro sguardo desideroso di conforto e di aiuto. Facciamo passare per le sue mani materne tutto ciò che operiamo per il servizio di Dio, i nostri piccoli atti di virtù, i nostri propositi, ed Essa colmerà le nostre imperfezioni, abbellirà i nostri pove-ri doni, li arricchirà dei suoi meriti e del suo amore e con le sue mani li porgerà al Figlio Divino.

Perché Maria non è mai disgiunta dal Figlio suo, e se noi l'amiamo e l'onoriamo, è, come Madre di Gesù, Madre nostra in vista di Lui. Ed Essa ci porta a Gesù, e come un tempo formò nel suo seno purissimo il Verbo Incarnato, così oggi forma Gesù nelle nostre anime «poiché Gesù è ora come sempre il frutto di Maria, come il cielo e la terra ripetono mille volte al giorno: "E benedetto il frutto del seno tuo Gesù", così è certo che Gesù, in particolare, per ogni uomo che lo possiede, è veramente il frutto è l'opera di Maria, come per tutto il mondo in generale». (San Luigi M. Grignion di Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 3 3).

Rivolgiamoci dunque a Lei pieni di fiducia e ripe-tiamole con ardente amore la bella invocazione della Chiesa: «Salve, Regina! Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve! A Te ricorriamo noi esuli figli di Eva, a Te sospiriamo gementi e piangen-ti in questa valle di lacrime. Orsù, dunque, Avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi e mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!».

 

Virtù da praticare: la consacrazione a Maria.

 

ESEMPIO - San Massimiliano M. Kolbe è stato definito «il folle dell'Immacolata». E non a torto, poiché Ella occupava tutti i suoi pensieri, le sue azioni, le sue cose.

Era il suo tormento fisso.

All'Immacolata si consacrò da piccolo. E in suo onore e per farla conoscere ed amare da un numero sempre maggiore di persone, da grande fondò il movi-mento «La Milizia dell'Immacolata».

L'appartenenza alla Milizia comporta una consa-crazione totale a Colei che è Madre e Regina.

Così scriveva: «Il Milite deve essere strumento e cosa nelle mani dell'Immacolata, noi siamo come una penna ed Ella è la scrittrice; noi siamo come una mac-china e l'Immacolata è l'abile autista. Nelle sue mani

siamo sicuri di andare salvi per la giusta strada». Sempre come segno di questa sua totale appartenenza a Lei, il Santo, ogni sera quando andava a letto, pone-va ai piedi della statua dell'Immacolata, che aveva sempre il posto d'onore nella sua cameretta, l'orolo-gio e gli occhiali, simbolo del tempo e dello spazio. Ben si vede a che punto era giunta la sua consacra-zione alla Regina del Cielo!

 

INTENZIONE: perché venga presto il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria.

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno porta in cielo tutte le anime spe-cialmente le più bisognose della tua misercordia».

 

Maria Rosaria Rossi - Casa Mariana Editrice