ROSARIO MISSIONARIO MEDITATO

A cura dell'Ufficio Diocesano delle PP. OO. MM. di Vicenza

Questo "Rosario Missionario" più che un sussidio è la preghiera di un'anima sacerdotale che ci invita a unirci spiritualmente al suo colloquio con 1a Madre di Dio.

Lo offriamo a tutte le persone che sentono l'ansia di portare l'annuncio del Vangelo a tutte le genti. Soltanto la preghiera e l'intercessione della Ma-donna possono dare alla Chiesa autentici apostoli. Alla preghiera uniamo la nostra testimonianza cri-stiana di vita nella obbedienza alla legge di Dio e nell'esercizio della carità verso il nostro prossimo.

 

La Chiesa riconosce che la pietà verso la beata Vergine Maria ha una grande efficacia pastorale e costituisce una forza rinnovatrice del costume cri-stiano.

L'azione della Chiesa nel mondo è come un pro-lungamento della sollecitudine di Maria.

Infatti, l'amore operante della Vergine a Naza-reth, nella casa di Elisabetta, a Cana, sul Golgota - tutti momenti salvifici di vasta portata ecclesiale - trova coerente continuità nell'ansia materna della Chiesa, perché tutti gli uomini giungano alla cono-scenza della verità.

L'amore per la Chiesa si tradurrà in amore verso Maria e viceversa; perché l'una non può sussistere senza l'altra, perché ambedue concorrono a gene-rare il Corpo Mistico di Cristo, e i fedeli sono figli della Vergine e figli altresì della Chiesa.

La recita del Rosario diventerà grave e implorante nella Orazione del Signore, lirica e laudativa nel calmo fluire dell'Ave Maria, contemplativa nell'at-tenta riflessione intorno ai misteri, adorante nel Gloria.

E ciò deve avvenire nelle varie forme, in cui si è soliti recitare il Rosario: o privatamente, quando forante si raccoglie nell'intimità con il suo Signore; o comunitariamente, in famiglia o tra i fedeli riu-niti in gruppo, per creare le condizioni di una par-ticolare presenza del Signore (cf Mt 18, 20); o pub-blicamente, cioè in assemblee nelle quali è convo-cata la comunità ecclesiale. (PAOLO VI)

 

INTRODUZIONE

L'ora di Maria!

La salvezza del mondo è cominciata con Maria ed Essa deve essere condotta a termine per mezzo di Maria.

Nel primo avvento di Gesù Cristo, Maria non è quasi comparsa.

Ma, all'approssimarsi del suo secondo avvento, e in preparazione di esso, Maria deve essere conosciu-ta e rivelata per mezzo dello Spirito Santo, affinché per Lei Gesù Cristo sia conosciuto, amato e servito. Dio, dunque ora vuole rivelare Maria, il capolavoro delle sue mani; Maria deve risplendere più che mai in misericordia, in forza, in grazia per il trionfo di Gesù e la salvezza dei peccatori e degli idolatri, per il ritorno dei fratelli separati, perché i cristiani e i musulmani nella verità e nell'amore formino il solo Popolo di Dio eterno e misericordioso, insieme a tutte le altre nazioni della terra...

Dio vuole che la sua santa Madre sia ora più co-nosciuta, più amata e onorata di quanto non lo sia mai stata: e questo accadrà se gli apostoli degli ultimi tempi, per mezzo della grazia e della luce dello Spirito Santo, conosceranno la grandezza di questa Sovrana e si consacreranno interamente al suo servizio, come suoi sudditi e schiavi d'amore.

Questi saranno anche i veri discepoli di Gesù Cri-sto, che cammineranno sulle tracce della sua pover-tà, della sua umiltà, del suo disprezzo del mondo, della sua carità; che insegneranno la via stretta di Dio nella pura verità, secondo il santo Vangelo e non secondo le massime del mondo.

Essi porteranno nel cuore i sacri nomi di Gesù e di Maria e la modestia e la mortificazione di Gesù Cristo in tutta la loro condotta, ed Essi estende-ranno il Regno di Gesù nel mondo.

 

Maria, Sposa dello Spirito Santo

Gesù Cristo è venuto nel mondo per mezzo della Santissima Vergine Maria, e anche per mezzo di Lei Egli deve regnare nel mondo...

Quando Maria ha gettato le sue radici in un'ani-ma, vi produce delle meraviglie di grazia, che essa sola può produrre, perché essa sola è la Vergine feconda, che non ha e non avrà mai l'uguale in pu-rezza e fecondità.

Maria ha prodotto con lo Spirito Santo, la mera-viglia più grande che sia esistita e che sarà nei se-coli: l'Uomo-Dio; e in conseguenza, essa produrrà le più grandi cose che avverranno negli ultimi tempi.

A Lei è riservata la formazione e l'educazione dei grandi santi che verranno verso la fine dei tempi; poiché solamente questa Vergine singolare e mira-colosa può produrre, in unione con lo Spirito Santo, cose singolari e straordinarie.

Quando il suo Sposo, lo Spirito Santo, ha trovato Maria in un'anima, Egli vola a Lei, vi entra pie-namente e si comunica a questa anima abbondan-temente, nella misura del posto che vi occupa la sua Sposa.

Una delle grandi ragioni, per le quali lo Spirito Santo non opera attualmente meraviglie nelle ani-me, è perché non vi trova una unione abbastanza grande con la sua Sposa fedele e indissolubile.

Più lo Spirito Santo trova Maria, la sua cara e inseparabile Sposa, in un'anima, più Egli diviene potente e operante per produrre Gesù Cristo in que-sta anima e stabilire quest'anima in Gesù Cristo. (cf De Montfort)

 

MISTERI GAUDIOSI

1° L'ANNUNCIAZIONE

La più viva inquietudine dell'uomo è la sua ricerca di Dio. Quale sofferenza in tanti cuori per questa attesa, che non sfocia ancora in un incontro di luce, in un abbraccio di pace, con Dio!

Ma Dio viene, viene ancora!

Dio discende dal vertice della sua gloria, per pren-dere dimora nel cuore dell'uomo e farne un focolare d'amore.

Occorre intensamente desiderare Dio, rivolgersi a Lui con una accorata implorazione, fino a sentire nella propria carne (Sal 62, 84) l'anelito di quella salvezza, che Lui solo può soddisfare: bisogna so-prattutto disporsi ad accoglierlo.

Quante vanità riempiono il nostro cuore, a volte quanti peccati!

Quale miscuglio si muove in noi, quanti abbarbi-camenti delle creature!

Certo, Dio opera sempre nel cuore umano, infil-trandovisi in ogni fessura, per seminarvi delusioni e inappagamenti, per scuotere la falsa pace; ma non ne diventa il padrone, se non quando l'anima si sba-razza di tutto ed offre intera la sua libertà all'Amore.

Dio viene pienamente per coloro che, interiormen-te poveri e puri, sanno incondizionatamente offrirsi alla sua iniziativa e, anche nel più duro travaglio, riescono a mormorare con passione d'amore: Ecco-mi, fa di me ciò che vuoi!

Nella disponibilità verso il Signore sta la nostra grandezza.

Non sono le nostre imprese procurare la gloria di Dio, ma la gloria di Dio preferisce,.. risplende nella nostra sottomissione e nel nostro servizio ai suoi disegni.

Ecco l'esperienza di Maria!

Tutto è semplice a Nazareth; tutto appare ordi-nario nella fanciulla che sta appena varcando le sp-glie della giovinezza, quando il mistero di Dio l'in-veste e si compie di Lei.

Chi è Maria?

«Essa primeggia tra gli umili e i poveri del Si-gnore, i quali con fiducia attendono e ricevono da Lui la salvezza» (LG 55).

In Maria di Nazareth vibra intensissimo il desi-derio di Dio, il compimento d'una grande attesa; ella lo coltiva in purità integrale, nell'offerta di sé alla divina Volontà, in un'acuta visione e parteci-pazione dei bisogni dell'umanità intera.

Di tutta l'umanità si fa voce ed interprete, sotto la spinta dello Spirito intenta a rendersi pronto, perché Dio finalmente venga tra noi, in Lei.

Nessuno come Lei invoca con tanto struggimento il Signore per sé e per tutti, e nessuno più di lei sa accoglierlo per sé e per tutti.

Maria, sorella nostra, sa come non vi sia anima al mondo, benché a volte ignara, che non frema d'un intimo grido: «Mio Dio!», e non spasimi di spec-chiarsi nel volto di Dio (Sal 27).

Quanto ci è vicino Maria, nello slancio del Dio vivente, con il suo splendore di fanciulla intatta! Dobbiamo esserle grati per la sua intima presen-za nella nostra vita spirituale, e accompagnarla con fervore nel suo approssimarsi a milioni di anime nel mondo, per le quali Ella si annuncia quale au-rora di salvezza!

Maria, come sorella universale, anticipa Gesù e prepara le anime come Madre di Lui, lo dona a tutti, come Madre nostra, compie il miracolo con-tinuo di vivificare e letificare il cuore dei suoi figli.

Ella è vicina a chiunque soffra il buio e i terribili «perché» dell'esistenza, a chiunque senta la fatica di schiudersi alla fede, a chiunque attenda l'avvento di Cristo.

Ella invita ad associarci alla sua missione univale.

 

2° LA VISITAZIONE

Maria, madre di Gesù, va a visitare Eli-sabetta.

Ella va missionaria: è il vivente tempio del Dio incarnato, la vibrante sposa del-lo Spirito, nella dedizione infiammata all'amore, che tutta la penetra! Ora in lei viene veramente il Cantico dei Cantici.

Che mistero questa donna, a cui il Padre chiede collaborazione e corrispondenza; il Figlio chiede car-ne, e lo Spirito tenerezza!

E la terra non sa tutto ciò.

Eppure se ne dovrebbe accorgere dalla gioia del «Magnificat»!

Maria effonde in questo canto il suo animo, lim-pido ed alto.

Sono rilevabili nel Magnificat tre presenze: Lei, innanzi tutto!

La Vergine si pone al centro e canta la sua rico-noscenza, perché il suo niente è saturato di mera-viglie e di grandezze divine, il suo servizio è elevato a magnificenza e potenza regali.

Maria si pone ardimentosa e affascinante, davanti a noi, come trasparenza del Dio santo, misericordio-so, onnipotente e fedele.

Sì, Lei è specchio della Trinità: il Dio inaccessi-bile svela il suo cielo; si meraviglia in quello che compie in lei per noi. Mai si troverà anima più pura che diriga verso il suo Dio entusiasmo maggiore, mai la grazia divina troverà rispondenza più entusiasti-ca, come nel sovrumano, ininterrotto trasporto della Vergine di Nazareth!

Infine Maria ci svela le grandi linee della storia della salvezza: vicina a Dio, il suo sguardo abbrac-cia la distesa dei secoli e scorge la misericordia di Dio, che trascorre di età in età, in eterno.

Anche oggi s'incontrano anime, nelle quali si fa visibile la presenza di Dio.

Sono le anime del Magnificat, perfettamente into-nate a quella di Maria, nelle quali Ella ripete il can-to della primavera del mondo, della gioia che sola-mente da quella fonte promana.

Tali anime, svuotate di sé e del mondo e lunga-mente purificate dall'amore, sono specchio della di-vina bellezza, sono immensa capacità dell'inondante amore divino.

Come Maria, esse ci ricordano fin dove può arri-vare l'effusione dell'amore di Dio su di noi.

è bello incontrare nella Chiesa anime, che hanno il dono di far trasparire Dio dalla loro persona.

C'è in loro fusione di una pace e immediatezza, di una profondità e nitidezza, che fanno risalire al-l'intima presenza: il Dio vivente.

Quante ce ne vorrebbero di tali anime nel mondo! Dio attrae gli altri per mezzo di loro, salva tra-mite loro.

Una di queste è Maria. Maria, soprattutto.

Quando Dio sceglie un'anima per riempirla di sé, è per arrivare, mediante lei, a molte altre.

Bisogna farsi ricchi di Dio, per diventare veramen-te amici e apostoli fra gli uomini.

Solo chi muore a se stesso, alla terra, alla gloria mondana, giunge a farsi strumento di Dio, per la salvezza dei fratelli.

I sufficienti, i potenti, i calcolatori, coloro che vogliono imporre a Dio le condizioni, non sono adatti a operare la salvezza del mondo: Dio li rifiuta.

Dio si abbassa e si arrende solo a coloro che lo costringono per amore a «guardare alla loro umil-tà».

 

3° IL NATALE

Ormai Gesù è in mezzo a noi; il mistero che Maria viveva tutto per sé, ora è svelato a tutti.

Gesù c'è, tutti devono saperlo. Questa notizia dovrebbe già aver fatto il giro del mondo e raggiunto tutti gli uomini.

Invece molti ancora non sanno, e in mezzo a co-loro che pure lo conoscono, Egli sta ancora come uno straniero.

La ragione è praticamente questa: per incontrarsi con Gesù, bisogna prendere la via giusta, quella che porta a Betlemme, ma è scomoda.

è la via della povertà volontaria, cioè dell'inte-riore distacco dalle ricchezze, dai beni e dalle vicen-de della vita mondana.

Il cuore libero riposa più in alto, nel cuore di Dio, e non si preoccupa, non si intristisce, non si irrita tra gli affanni temporali; e nell'uso di ciò che è ne-cessario al sostentamento di ogni giorno, non co-nosce l'avidità sfrenata, la meschinità dell'egoismo, la durezza contro il prossimo; è colmo di gratitudine verso Dio e di bontà verso tutti.

è la via della purezza intransigente, cioè della liberazione dalla tirannia dei sensi, attuata con il sovrabbondare della grazia santificante, che impre-gna, disintossica ed eleva tutto l'essere; là è castità, rispetto adorante verso Colui che si è degnato di fare di noi suo tempio e suo cielo, creature del-l'amore e della gioia, secondo la nostra fondamen-tale vocazione, in opposizione al mondo, pesante e senza pace: «Bèati i pùri di cuore perché vedranno Dio».

è la via dell'umiltà, che ridimensiona nella verità il falso concetto che siamo soliti coltivare di noi stessi: l'uomo crede di affermarsi, eliminando Dio; si illude miseramente, perché è proprio allora che vanifica se stesso.

è la via dell'interiorità, contro la seduzione che proviene dall'esterno: opinioni, immagini, piaceri, soddisfazioni...

A Betlemme tutto si vive senza fasto e senza chias-so, ma risplende la ricchezza del cuore, il silenzio dell'adorazione, il profumo della virtù, la semplicità della bontà. La fede vede e contempla ciò che in nessun altro modo si può scoprire e raggiungere: lo stupore dell'amore di Dio, fatto carne, fragilità, passibilità nel figlio di Maria.

è la via della perfetta carità: nel contemplare Gesù, Maria e Giuseppe si percepisce la solenne di-chiarazione dell'amore del Padre, per la nostra sal-vezza.

Maria è dentro la mia vita, perché mi ha amato. Giuseppe è legato alla mia vita, perché mi ha amato.

Gesù è tutta la mia vita, perché io sono salvo, grazie al suo amore.

Il loro esempio è intransigente invito a ripudiare quanto avviene abitualmente nell'uomo: il culto di sé.

No, non si deve vivere più per se stessi, ma per Lui e per il prossimo universale.

Solo chi sa dimenticare se stesso fino in fondo, sa amare.

Chi sa spendere la propria vita in un reale servizio ai fratelli, per amore di Dio, proviene dalla scuola di Betlemme!

è la via del sacrificio: qui il Calvario è già iniziato, l'ombra della croce è già proiettata sullo sfondo di questa capanna.

A volte ci si tira indietro, perché si trova io cristianesimo difficile, duro. E si tenta di addolcirlo. Ma questo è cedere al mondo, non è salvare il mondo.

L'amore verso Gesù può rendere dolce ciò che di difficile Egli chiede.

Se il mondo non conosce ancora Gesù, è perché i suoi «amici» hanno trovato scomodo il cammino verso Betlemme; o ne hanno sentito vagamente par-lare, senza averlo veramente incontrato.

Uno è il ritmo di chi va verso Gesù, quello dei pastori: la fretta mescolata alla sorpresa; o quello dei magi: il desiderio bruciante di godere la visione di Cristo, non raffrenato, né dalla lontananza, né dal deserto.

 

4° LA PRESENTAZIONE

Vi sono esistenze per le quali è dolce  morire, appagate nella speranza che le ha intessute: sono quelle, per esempio, di Simeone e di Anna... Il loro sguardo ha finalmente visto la chiarità di Colui che è LUCE DELLE GENTI.

è bello il loro tramonto, quando spunta la tua alba, Gesù: ma sarà così anche per noi in fondo, e per coloro che, nel mondo, spendono la loro vita per Te.

Un compito meraviglioso ci tocca, nel grande di-segno della gloria del Padre: l'edificazione della Chie-sa. Ma è così breve il nostro tempo e così limitata la nostra prestazione...

Io presto passerò, quando resterà ancora molto da fare.

A volte l'anima è scossa da uno zelo che non sop-porta barriere di tempo e di spazio: questi limiti fanno divampare di più il suo amore, la sua dedi-zione. La fiamma ingigantita vuole superare ogni frontiera.

Davvero, mio Dio, tu ci sottrai alle angustie del-l'esistenza e c'immergi nel cuore della Chiesa. La piccola fiamma, che consuma i tuoi apostoli, arde della gran fiamma dello Spirito Santo.

Dobbiamo aumentare la fiducia nel Signore; non riusciamo mai ad osare troppo nell'amore per Lui; diamo senza contare, diamoci a Lui totalmente, sal-dissimi nella convinzione che Egli sovrabbonderà, nel contraccambio, al di là di ogni previsione. Nessuno, come un apostolo, può tanto sul cuore di Dio, a condizione che non si scandalizzi della sof-ferenza.

L'anima apostolica, chiamata all'intimità con Ge-sù, e alle opere della carità, necessariamente avverte la presenza della croce.

Chi ignora, infatti che la vita terrena del Bimbo divino è un segno di contraddizione che culminerà con la morte di croce?

La grande aurora è attraversata dalle ombre della fine.

In Gesù tutto è accuratamente stabilito dalla vo-lontà del Padre: come per Gesù, anche per coloro che entrano nella sua orbita, le prove non saranno risparmiate.

S. Teresa di Gesù Bambino impressiona quando, al momento della morte, dichiara: «Non avrei mai pensato di soffrire tanto!».

Vocazione precisa di ogni anima apostolica è di essere incamminata verso un'esperienza di croce, perché qui è il vertice dell'amor e della fecondità salvifica.

Non c'è da scandalizzarsene: «Che grazia poter soffrire un po' per Lui!». C'è, purtroppo, chi si al-lontana da Cristo, perché deluso: «Credevo... che... tutto... sarebbe stato così bello..., invece...». No, che non avvenga di noi questo.

La sofferenza è il grido puro dell'amore, il quale è capace di abbracciarla, di nutrirsene, trionfare su di essa, e operare meraviglie per essa, inondando la Chiesa di santità.

Senza amore, la sofferenza conosce il linguaggio della ribellione, della disperazione; con l'amore, la sofferenza è la prova sublime di ciò che è possibile all'uomo nella sua alleanza con Dio.

L'amore vince tutto e trasfigura anche il dolore: «Mio Dio, ti amo, prendimi, se vuoi, come vuoi... Mio Dio, il tuo amore mi tormenta più della soffe-renza, soffrirei di più amandoti senza soffrire... Mio Dio, ogni pena mi è dolce, quando penso che è amo-re ...». è l'esperienza dei santi.

Quando l'amore di Dio irrompe in un'anima, pre-sto o tardi si tramuta nella prova, nello spasimo in-teriore di dover crescere ancora, di dilatare le an-gustie della povera natura, purificandola dalle sco-rie dei difetti e degli attaccamenti, incompatibili con la santità del divino amante. In questo lavoro che assale l'anima, non è mai assente una misteriosa so-lidarietà con tante anime che devono essere ripor-tate a Dio e liberate dal peccato.

Non v'è altra via per ampliare gli spazi interiori e far posto all'Amore; non c'è maggior amore verso i fratelli di quello che si dimostra, soffrendo per loro.

Come Gesù ci insegna, le anime costano sangue. Nel tempio di Gerusalemme, quel Bimbo presen-tato come luce delle genti, è già designato e offerto come vittima dei peccati del mondo. E con Lui, coloro che lo seguono.

 

5° IL RITROVAMENTO DI GESù

«Smarrire Gesù» non dovrebbe accadere mai, a nessuno!

è triste doverlo ammettere, eppure ciò accade. Quanto buio, che angoscia per l'anima!

Dalla negligenza al rifiuto netto, c'è tut-ta una gamma di «no» a Cristo, che fanno piombare l'anima in una condizione miserabile.

Gesù ci doni di essere fedeli al suo amore, sempre! Il dono della perseveranza è inestimabile perché è il più necessario, e corona tutta una storia di be-nevolenza divina e di corrispondenza umana, nel trionfo dell'eterno amore.

Preghiera e vigilanza sono più volte richiamate da Gesù nel Vangelo, come corredo del servo buono, che adempie con fedeltà il dovere, nell'attesa del Signore.

La vita terrena è esercizio di una lunga fedeltà, per giungere pronti all'ultima ora.

Ma se accadesse di perdere Gesù?

Non incontriamo mai delle anime tiepide o, peg-gio, delle anime che hanno veramente bisogno di ritrovare Gesù?

Se c'è da aver paura per sé, c'è anche da trepidare o piangere per molti altri. Oggi, in cui il peccato trova inqualificabili giustificazioni e l'indifferenza si ammanta con l'etichetta della buona educazione, noi siamo molto lontani dall'angoscia di Maria, dalla sua insonne e martoriata ricerca di Lui.

A noi le anime premono poco, eppure Dio ha rimesso nelle nostre mani la possibilità che Egli sia conosciuto e amato da tanti fratelli, e questa respon-sabilità non scomoda gran che il nostro modo di vivere!

Forse è successo qualcosa di grave in noi.

La tenebra del mondo, non solo cerca di vincere la nostra luce, ma anche tenta, almeno, di illangui-dire la nostra fiamma.

In noi si può molto attenuare la convinzione che solo Gesù è la gioia del cuore umano.

La fede ci ha mai fatto sperimentare per noi stes-si, profondamente, la sua gioia essenziale?

O abbiamo tacitamente ammesso che la fede, in fondo, non è poi tanto necessaria, e ci sono batta-glie più gravi in cui ingaggiarci?

«Anche senza Cristo, nel mondo si sta bene!». «Il peccato non è poi tanto disastroso..., la vita offre tante possibilità, che forse è opportuno accet-tare l'invito di convertirsi un po' alla terra».

A forza di sentirci ripetere che si deve essere aper-ti, che si deve accettare la realtà e porsi davanti ai fatti con atteggiamento di ottimismo, possiamo ar-rivare a disinteressarci delle esigenze dell'Amore di Dio, della genuina vocazione dei fratelli, del prezzo del sangue di Cristo, della indomabile sofferenza dei cuori privi della grazia di Dio.

Ecco il punto: Gesù è veramente necessario ad ogni cuore umano!

E il cristiano è chiamato ad un così incessante apostolato, da non esservi né persone, né occasioni, che egli non possa e non debba - anche nascosta-mente - orientare verso Cristo, con la testimonianza di vita e la persuasione della parola.

Non è cristiano chi resta indifferente davanti a coloro che praticamente vivono dimentichi di Dio o in rottura con Lui.

Lo smarrimento di Gesù deve aver fatto provare a Maria qualche cosa di indicibilmente tormentoso..., simile alla devastazione della morte; più ancora al-l'immenso vuoto, che può produrre il peccato.

Dopo il ritrovamento, la santa famiglia discende a Nazareth.

Qui si comincia la più intima storia che sia stata mai vissuta, e non potrà mai essere scritta. Naza-reth è uno scrigno che contiene il profumo di un amore senza pari vissuto da Gesù, Maria, Giuseppe.

Ogni giorno, ogni ora è vissuta insieme dai tre, anima nell'anima. è bello pensare alla loro casa, al loro lavoro, alloro parlarsi, al loro intendersi, pre-venirsi, aiutarsi; alla loro sera, alla loro preghiera, Giuseppe trova in Maria la donna sublime, Maria trova in Giuseppe «il giusto» che cammina nella via del Signore, e tutti e due hanno con loro Lui, Gesù.

La famiglia di Nazareth è l'ideale di ogni famiglia, di ogni comunità: Dio né è il cuore, perché Dio è Amore, e chi sta nell'amore, dimora in Dio e Dio in lui (cf Gv 4, 16).

 

MISTERI DOLOROSI

1° L'AGONIA NEL GETSEMANI

Solitudine, angoscia, pianto e sangue, nel giardino del Getsemani, durante il ple-nilunio d'aprile: Gesù è oppresso dai peccati del mondo.

Mai, come ora, è evidente lo spaventoso atteggiamento degli uomini verso di lui: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uo-mini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta» (Gv I 4-5).

«è mai possibile che gli uomini mi respingano?». Gesù soffre il rifiuto degli uomini: Lui che è luce, vita, amore del mondo.

Rivolto al Padre: «E' possibile che tu lo permetta? è possibile che tu pure mi lasci solo?».

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Tu sei lontano dalla mia salvezza...

Dio mio, invoco di giorno e non rispondi. Grido di notte e non trovo riposo» (Sal 22, 2-3). In ogni dolore c'è sempre l'ombra di un'assurdità, e ci si chiede con angoscia: Perché?

Anche a Gesù l'esperienza completa della soffe-renza umana fa toccare il punto insopportabile: per-ché?

Il Padre «sa» il perché, e può colmare il vuoto che attacca e sfalda l'inconsistenza umana, ma per-mette l'estremo smarrimento.

Se nell'agonia di Gesù, intuissimo la terribilità del peccato e l'amore infinitamente sopravanzante del Padre, che offre il Figlio ad ogni possibile pena, non saremmo lontani da una vera partecipazione al do-lore di Gesù.

Egli si rivolge anche ai discepoli, suoi amici da tre anni, ma essi ora non reggono sotto il peso della loro mediocrità: «Rimanete con me» (Mc 14, 34).

La straziante implorazione s'imbatte nello sbigot-timento, nell'incomprensione, per poi spegnersi so-praffatta dal sonno greve, invincibile. Intanto un ad-densamento di tristezza, un disgusto violento della vita assalgono il grande Cuore.

Il fisico cede alla tempesta che flagella la santa anima.

Dov'è, ora, la sua sicurezza di innamorato della vita e della natura, la capacità di sfidare il male, la supremazia contro Satana, quella immediatezza di presenza, fino all'intimità, che Egli sa stabilire con tutti, rivelandone debolezze, o suscitando slancio di affetti? Dov'è ora l'intima gioia di sapersi nella gioia del Padre, e d'esser mandato a schiudere decisamen-te i folgoranti segreti della divina gloria?...

Tutto sembra lontano!

Gesù, nella prostrazione, vive la morte, è tutto impregnato di sangue.

L'assoluto deserto del suo spirito, accompagnato dall'accasciamento del corpo, è al limite: ma no, il calice dovrà venire degustato stilla a stilla, in lunga agonia.

Perciò la morte, che già lo tiene, lo risparmia; e per amore l'Angelo (una sua creatura) viene in soc-corso a lui, che è onnipotenza divina, fattasi men-dicante di conforto.

Il Maestro, nell'aggravarsi della desolazione, rin-nova e grida più intensamente la preghiera, un ge-mito altissimo che fende il silenzio della notte: «Pa-dre mio, Padre mio...», fino a quando dopo tre ore immani, si abbandona: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42).

In questa notte, contro il vivente Amore si danno convegno la malvagità del mondo e la furia dell'in-ferno: «Questa è la vostra ora, è l'impero delle te-nebre» (Lc 22, 53).

è giunto, per Lui, il terribile appuntamento d'a-more con il Padre, «che non risparmia il suo proprio Figlio, ma lo sacrifica per tutti noi» (cf Rom. 8, 32).

Questa notte accumula su di lui le peccaminose nefandezze di milioni di anime, d'ogni tempo. Esse stanno conculcando l'Amore.

Questa amara notte, converte l'invincibile forza di Gesù, nell'estrema debolezza della morte. Quale è la risposta, fatta di lacrime e sangue, se non lasciar fare al Padre?

A Gesù basta amare, amare sovrabbondantemente, morire d'amore... Noi siamo dentro tale mistero di dolore e di raccapriccio, perché a motivo di noi e a nostro vantaggio, Egli vi soggiace!

Noi che lo causiamo, siamo coinvolti dall'amoro-so annientamento!

Ora noi, ciascuno personalmente, sappiamo qual è il nostro posto, il nostro impegno: tenergli com-pagnia, contemplarlo, adorarlo, riamarlo senza mi-sura.

La nostra salvezza è legata alla sua follia d'amore: Amore obbedienze al Padre: «Al Signore è piaciuto prostrarlo col dolore, fa-cendo ricadere su di Lui l'iniquità di noi tutti»... Amore misericordioso per noi: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è ad-dossati i nostri dolori... Egli è stato trafitto per i nostri delitti e scacciato per le nostre iniquità» (cf Is 52).

Notte più triste che mai, tu racchiudi l'immenso peccato degli uomini, che tentano d'insozzare l'inno-cenza e travolgere l'amore!

Tu occulti Satana, che s'avventa con furore contro Colui che altro non ha e non è, se non la Santità di Dio.

Notte di pianto, in cui scorre il sangue di Colui, che doveva offrire all'umanità l'ebbrezza della Gioia divina!

Ma non dura anche oggi la tua agonia, o mio Dio? Quanto sei ancora sconosciuto, isolato, rifiutato, tradito!

Noi siamo raggiunti dalla tua preghiera e dal tuo lamento: «Rimanete con me, vegliate... Dunque non siete capaci di vegliare un'ora sola con me?» (Mt 26, 40).

Possiamo ancora dormire?

Signore, strappami alle vanità del mondo, anche a me stesso, per fissarmi nella sola occupazione di amarti e farti amare.

Devo saperlo: ciò comporterà l'ingresso nel buio del Getsemani, nella desolazione dell'anima, nel mar-tirio del corpo, nel cuore. Ma con te e in te, devo lasciarmi andare alla volontà del Padre...

Fa' pure, purché sia tutto a te somigliante in amo-re, tutto offerto per la salvezza del mondo.

Fa' pure, purché molte anime siano raggiunte e ferite dai tuoi gemiti di Salvatore.

Signore, che molti smettano di correre lungo le vie del peccato e si liberino dalle sue catene.

Che molti, contemplandoti agonizzante, entrino nella tua intimità dolorante, per non sentirti ripe-tere il rimprovero: «Non siete stati capaci di ve-gliare un'ora sola con me?».

Perché ci ama, accetta di sprofondarci con sé in quel buio abisso, dove non c'è aria, non c'è spazio, non c'è vita, non c'è un filo di chiarore in alcuna direzione.

E' duro per lui aprire la porta della sua anima ai peccati del mondo e inabbissarsi dove risuona la bestemmia del rifiuto del Padre. Ma là deve arrivare il Figlio per rompere i ceppi del peccato e ridare all'uomo la possibilità dell'amore e della vita, fino alla pienezza della visione eterna.

«Vegliate con me»: ci sono, e ci saranno sempre nella Chiesa, anime che Cristo associa all'esperienza del Getsemani, perché dal loro martirio venga mol-tiplicata la salvezza e la fecondità apostolica.

Quando sopraggiunge la sofferenza del corpo o dello spirito, ricordiamoci di Gesù agonizzante, ac-cettiamo di stare con lui, senza chiedere «perché» né «fino a quando»; restiamo vicino a lui, con la cer-tezza che Egli è con noi.

«Gesù mi ha fatto sentire che esistono davvero delle anime senza fede... Ha permesso che l'anima mia fosse invasa dalle tenebre più fitte, e che il pen-siero del cielo, dolcissimo per me, non fosse più se non lotta e tormento.

Questa prova non doveva durare per qualche gior-no, non per qualche settimana: terminerà soltanto all'ora segnata da Dio misericordioso, e quest'ora non è ancora venuta...

Signore, la tua figlia ha capito la tua luce divina, ti chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nu-trirsi per quanto tempo tu vorrai del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola, colma di ama-rezza, alla quale mangiano i poveri peccatori, prima del giorno che tu hai segnato.

Ma anche lei osa dire a nome proprio e dei suoi fratelli: «Abbi pietà di noi, Signore, perché siamo poveri peccatori. Signore, rimandaci giustificati... che tutti coloro i quali non sono illuminati dalla fiaccola del-la fede, vedano finalmente...» (S. Teresa di G. B., MA 276-277).

Ogni anima apostolica conosce quanto Paolo ha lasciato scritto su Gesù: «Colui che non aveva cono-sciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5.21).

Il suo sangue è salvezza per tutti noi che abbiamo peccato.

La sua morte è vita per tutti noi che abbiamo perduto il Padre.

Ma il Suo amore vuole di più: da peccatori, che la sua santa agonia redime, siamo chiamati a dive-nire, con lui, salvatori dei fratelli.

 

2° LA FLAGELLAZIONE

Dopo il tradimento, l'arresto e l'abban-dono, per Gesù tutto precipita.

Dalla cattura alla crocifissione è una fuga di eventi, uno scorrere veloce di decisioni forsennate.

Gesù ormai si lascia schiacciare. Tacciono sempre più le sue parole umane; rare ne affiorano nel silenzio dell'immolazione.

Solo il linguaggio del sangue diviene più vivido, tremendo. Egli lo dona goccia a goccia, ad ogni istante, come nota dietro nota, nello strazio che in-gigantisce.

Nel suo precipitare, il silenzio crea una sospesa atmosfera di lentezza. L'indefinito tempo del mondo si contrae e raccoglie intorno a lui: «Una volta sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato, mediante il sacrificio di se stesso» (Eb 9,26).

Gli uomini hanno fretta di consumare il loro de-litto e di lasciarselo dietro. Al contrario, proprio il suo tacere, quel lasciarsi andare e non appartenersi più, quell'essere come morto prima di morire, so-praffatto dalla furia banale e dalla malvagia serietà dei nemici, colma di mistero l'estenuante adagio di questa passione, drammatica sinfonia universale.

«Chi si affligge per la sua sorte?» (Is 51, 8). Gesù è processato: ciò che si dice di lui, che si osa fare di lui, dove venga portato, perché venga trascinato qui e là, tutto ciò non lo riguarda.

Egli sta vivendo intensamente la sua offerta: «Ecco! io venga a fare, o Dio, la tua volontà» (cf Eb 10, 8).

Ed è tale l'offerta che, dove c'è più sacrificio, ivi c'è più amore.

Con quale illimitato entusiasmo i cristiani do-vrebbero amare il Cuore di Cristo! è sconsolante quanto non sia compreso, mentre tutta la creazione gravita attorno al suo Amore!

Chi intende, anche solo per un attimo, il desiderio di Cristo di essere profondamente riamato? Quanti cristiani si danno pensiero di lui?

Come vieni ridotto, Gesù! Per molti appari una rimembranza sfocata. Eppure sei così vicino al cuo-re dell'uomo, e... sarebbe così facile riconoscerti!...

Tu soffri, soprattutto per questo. In risposta al tuo amore, ricevi indifferenza.

Scuotimi, Gesù, non avere rispetto di me, come non l'hai avuto di te!

Mostrati come sei nell'orto, o «avvolto nel tuo mantello abbeverato di sangue» (cf Ap 19, 13), o partecipandomi qualcosa della tua passione, perché anch'io, «gettato a terra» dal tuo amore, sia vittima per salvare i fratelli che cercano la luce, sono deboli di fronte al male o fanno, lucidamente, dei loro vizi una folle esibizione.

Ecco la flagellazione!

Sembra di udirne i colpi, vedere il povero corpo torcersi, a scatti, e sul volto disegnarsi le smorfie dell'atrocità che subisce... Di nuovo sangue, quanto sangue!

Ormai è così libero, che zampilla senza freni. Che soddisfazione per i suoi accusatori, questo supplizio!

Ma a quale spazio di storia essi appartengono?

In quale preciso angolo del tempio si sono essi rifugiati?

Non camminano, anche oggi, per le nostre strade di asfalto, non cercano ogni sera la complicità delle ombre per fustigare a sangue, nuovamente, la carne del Figlio dell'Uomo?

La carne di Gesù: l'unico fiore che il fango del mondo non ha raggiunto e la tossicità del peccato non ha intristito.

è carne verginale quella che offre in sacrificio, più intensamente risonante di sofferenza, perché fre-sca di purezza, nata «piena di grazia e di verità» (Gv 1, 14) dalla carne di Maria; carne ripiena di Spirito Santo, che diverrà per tutti sorgente di vi-vificante risurrezione.

Anche il corpo del battezzato è rivestito di dignità grandissima; è l'esterno di un meraviglioso interno: l'anima in grazia di Dio, immagine vivente della Tri-nità Santa.

Tutto passerà: i monti, il mare, le galassie, ma l'anima custodita dalla purezza, santificata dalla gra-zia, sfolgorerà immortale della bellezza di Dio, as-sociando nella risurrezione anche il corpo alla sua trasfigurazione di Gloria...

Altari del mondo, sprigionate irresistibile il pro-fumo della purezza, per affascinare le anime con gli ideali del cielo!

Santa Eucarestia, che viva contieni la casta carne di Cristo, liberaci da degradanti passioni e guidaci verso la patria della luce!

Anime in grazia, rese splendide nella purezza dal-l'Eucarestia, riempite il mondo della vostra fra-granza!

Il sangue della Passione di Cristo alimenti il vo-stro eroismo, perché il mondo ha bisogno di voi.

 

3° LA CORONAZIONE DI SPINE

La scena degli oltraggi - sputi, percosse, scherni - termina nella coronazione di spine e nella presentazione di Gesù alla folla: Ecco l'Uomo!

«Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: "Ecco l'uomo!"» (Gv 19, 5). Gesù riceve un'accoglienza parossisticamente con-traria a quella avuta nel mattino delle palme; ep-pure sembra che il tumulto scomposto non lo rag-giunga.

Ravvolto nello sgargiante manto di piaghe aperte, - che lo straccio rosso, gettatogli addosso, non na-sconde -, all'immenso urlo della folla, solleva ap-pena gli occhi, sempre penetranti, ma la risposta che affiora appena alle labbra, rimane dentro il suo cuore: «Io sono l'Amore infinito, che salva il mondo». Qualunque cosa gli altri osino dire o fare, Egli resta l'Amore, egli è capace solo di amare. Quanto bisogna amare coloro che cercano, coloro che dubitano, coloro che non sanno, coloro che non vogliono sapere, coloro che peccano!

Così ha fatto lui.

Egli mostra pazienza, dona pietà, dichiara la sua attesa, preferisce la morte per risparmiarla loro, è disposto a cercare anche un'anima sola il più lonta-no possibile, e trovatala, a «farle festa», come pre-mio.

Le sue risorse sono il perdono, il pianto, il san-gue, la sconfitta, perché diventi nostra conquista ciò che egli vuole donare.

Se Gesù si comporta così, è permesso ancora du-bitare di lui, resistere alla sua bontà, spregiare la salvezza che offre?

A un tale punto si leva un ammonimento, che in-cute terrore: «E' terribile cadere nelle mani del Dio Vivente» (Eb 10, 31).

Quando l'uomo decidesse di voler abbandonare Dio definitivamente, è atroce pensare a quale con-danna si autodetermina!

è dalla serietà di Dio, che «ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito», che appren-diamo la serietà del destino umano.

Guardiamo, con insistente partecipazione, il Fi-glio di Dio strapazzato e non gli resisteremo più. «Non ha apparenza, né bellezza per attirare i nostri sguardi; non splendore perché proviamo in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori, che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima... Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53, 2.3.7)

Si delinea ostinata la volontà di coloro che vo-gliono eliminarlo: «Non vogliamo che costui regni su di noi». Quante volte nella storia sembra che si susseguano coloro che ritengono degradante la luce della fede; oppressivo il riconoscimento di Dio nella vita personale e negli ordinamenti della società, e alienante l'obbedienza alle leggi divine!

Non si accorgono, o non vogliono accorgersi, in-vece, del prezzo che pagano per questo rifiuto: a forza di fare a meno di Cristo Gesù, la loro sicu-rezza si annebbia e subentra il tormento: «Che cosa è la verità?» (Gv 18, 38). Inutilmente tentano di la-varsi le mani, mentre l'ingiustizia grida contro di loro, e una vantata permissività morale avvia ine-vitabile il franamento nella paura, nella ipocrisia, nella connivenza, nel cinismo, nella nausea...

Chi non vuole Gesù scatena con le proprie mani, dentro di sé, un'orda di demoni impazziti, che fu-roreggiano come nel pretorio di Pilato, senza più controllo.

Eppure, anche in questo smarrimento, può affiora-re sempre la domanda cruciale: «Di dove sei tu?» (Gv 19, 9).

Gesù, risponde a chiunque, anche per un attimo soltanto, si trovi solo e disarmato davanti a te, nel-l'intimità della coscienza.

Trasforma quel momento di pausa, in una irru-zione di grazia.

«Luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9), dissipa la tenebra e rompi la schiavitù dei cuori.

Siamo proprio meschini e deboli, nonostante il nostro duro orgoglio!

 

4° LA VIA CRUCIS

Essi instistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita... e ab-bandonò Gesù alla loro volontà» (Lc 23, 25).

«Essi allora presero Gesù ed Egli, portando la cro-ce, si avviò verso il luogo del cranio, detto in ebraico Golgota» (Gv 19, 17).

La croce!

Con quanta tenerezza la liturgia canta e venera la croce! Si fa interprete dell'affetto di anime, che in ogni tempo l'abbracciano con trasporto d'amore.

Per noi, la croce è la prova più grande che appar-teniamo al Maestro.

Colui che prende su di sé, nel tardo mattino della Parasceve, e con essa si avvia alla morte, mentre è ormai saturo di maledizioni e di abiezione, procla-ma il messaggio della più alta dilezione: «Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

La luce sta per immergersi nelle tenebre.

La vita sta per varcare il confine per consegnarsi come preda della morte.

Il tutto sta per essere ghermito dalla forza del-l'annientamento.

Non è facile intendere ciò che sta accadendo. Non è in nostro potere afferrare l'amore di Gesù, il Verbo di Dio, che si lascia andare a tale eccesso!

Gesù, che avanzi con la croce tra gente assiepata e vociante, sappiamo riconoscerti nelle scelte d'ogni giorno?

Quanta folla, quel venerdì!

Ma tu eri solo, lontano da tutti, anche se così vicino, barcollante da un lato all'altro della strada in salita, con il sangue che segnava i tuoi passi, ar-dente di febbre e di pietà.

Appena qualche persona ti si fece incontro. Prima di tutti, Maria, dalla compassione pari alla sua smisurata purezza in partecipante comunione con te, nell'unicità d'uno sponsale martirio corre-dentore. Poi la dolce Veronica, miracolo di femmi-nile coraggio, che restituisce al tuo volto, per un attimo, il suo fascino abituale.

La Veronica è il simbolo delle anime, che mettono la verginità a servizio della carità, perché in tutti, fratelli e sorelle, redenti dal male, splenda luminosa l'immagine del Cristo.

Poi, Simone di Cirene, il contadino estraneo alla pazza agitazione di Gerusalemme, timido forse nel soccorrere, ma anche impari a ricevere la ricono-scenza del condannato.

«Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Senza rinnegamento di sé e senza croce, non si dà sequela di Gesù.

La via della croce è «a senso unico», perché si possa diventare cristiani e realizzare una vocazione d'amore.

L'esperienza della croce è preziosissima grazia; dove Dio la depone, prepara la santità; e niente è più necessario della santità, in ogni luogo e tempo. La santità, per le povere creature che siamo, è il termine di una lunga azione di Dio nei nostri con-fronti, di una paziente opera di amore, con la quale Egli ci assimila e ci fa protagonisti del suo Regno.

Quando l'anima si accorge che Dio l'ama, deve rispondere, disponendosi al sacrificio, all'abnegazio-ne, alla croce.

La croce fa la santità e la santità fa esplodere l'apostolato.

Dalla croce fiorisce il regno dell'amore.

Solo quando c'è un santo, si constata che cosa sia l'apostolato.

Non è la bocca che predica, ma è l'anima che ir-radia.

Parli lui molto o poco, sta di fatto che le folle vanno a Dio.

Conosca molto o poco, eppure penetra i cuori tan-to profondamente, che nessuno sa vedervi quanto lui, e non c'è nessuno che si parta da lui senza essere stato colpito del dono di Dio...

Ma l'apostolato sempre è esperienza di croce: la prova brucia anche la sua carne e la notte rende desolato il suo spirito. Anime sorde, che si allonta-nano; fede, che all'intorno svanisce; comunità di anime che si sfaldano nell'indifferenza, nell'abitudi-ne, nel materialismo, anche questo può succedere. Ma è una nuova lezione di fede e di amore.

Dio vuole ricordarci di non contare su di noi, ma su di Lui. Non deve subentrare un sentimento di scoraggiamento, ma si deve chiedere più insistente-mente a Dio che ci dia se stesso, disposti ad atten-derlo stesi sulla croce, insabbiati nel deserto dello spirito, nella solitudine d'una sera che scende opaca e pesante, sul nostro zelo.

Dio non delude mai un appello d'amore, lanciato verso di Lui: ma interviene quando ci trova dispo-nibili.

Nell'ora della prova bisogna stare attenti a non rifugiarsi nelle creature, a nolo rinchiudersi malin-conicamente in se stessi, senza speranza.

La Croce è l'ora di Dio. Il rischio è di non rico-noscere una nuova iniziativa dell'amore, è buttarsi nella ribellione e nella disperazione. No, questo non deve succedere.

Gesù sale al Calvario, per andarvi a morire cro-cifisso.

è davvero paradossale che Egli se ne vada alla morte, così giovane, senza dei giusti motivi e dopo un vile processo, che sigilla di disfatta la breve car-riera d'una bontà senza limiti.

Ma egli sta attuando lucidamente un'altra logica: la sua morte è vita per i peccatori.

«Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).

«PER ME!»: proprio io, nella mia individualità, sono nelle sue intenzioni e invocazioni, nei suoi passi di morituro, nelle orrende lacerazioni, che i chiodi causano nelle mani e nei piedi, nell'ultimo affanno che segna la fine.

E oltre che per me, Egli muore per la moltitudine delle anime.

Ognuno si trova, allora, di fronte ad una precisa vocazione: deve realizzare un'identificazione con Lui fino a poter dire: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

 

5° LA MORTE IN CROCE

«E volgeranno lo sguardo a colui che han-no trafitto» (Gv 19, 37).

Gesù, sospeso alla croce, sembra non appartenere né alla terra né al cielo. Gli uomini non ti vogliono e il Padre se ne sta lontano dalla tua salvezza (cf Sal 21, 2). Per te, che ora sei senza parole, hanno già cantato il lamento, molti secoli prima: «Io sono verme, non uomo infamia degli uomini fiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli e mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo... Da me non stare lontano, Signore, perché l'angoscia è vicina.

Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere.

E' arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola... Mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa.

Essi mi guardano, mi osservano, si dividono le mie vesti, e nessuno mi aiuta... sulla mia tunica gettano la sorte. Ma tu, Signore, non stare lontano, scampami... salvami... (cf. Sal 22).

Nello stiramento del corpo, nell'atroce fissità dei chiodi, con l'anima annegata nel vuoto delle tene-bre, tu gridi: HO SETE (Gv 19, 28).

Storditi, sbandati, fuggiaschi come siamo, non sa-pevamo della tua sete.

Tu hai sete dell'ineffabile compiacenza del Pa-dre, e mentre protesti il suo abbandono, gli rimetti nelle mani la vita, in olocausto di tenerezza e fe-deltà.

Tu hai sete di tutti noi: quanti uomini sono e sa-ranno sulla faccia della terra.

Il tuo spasimo arde quale incendio: possibile che continuiamo a non sentire il tuo affanno d'amore? Gesù crocifisso, che muori per me, e per tutti gli uomini, tu sei il centro del mondo.

Possibile non mi renda conto che per me, proprio per me, questa divina prodigalità di sofferenza si sta compiendo, che per me, tu sei devastato dalla sete?

Brami amore che venga a compensare il tuo, bra-mi amore che risponda al tuo, in uguale misura; vuoi volgere a te tutti i palpiti dell'universo.

Perciò gridi sul mondo: HO SETE!

«Guardando un'immagine di nostro Signore in croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una mano sua divina, provai un dolore così grande pensando che quel sangue cadeva a terra, senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo; e risolvetti di te-nermi in ispirito ai piedi della croce per ricevere la divina rugiada, comprendendo che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle anime...

Il grido di Gesù sulla croce mi echeggiava conti-nuamente nel cuore: HO SETE!

Volli dare da bere all'Amato, e mi sentii io stessa divorata dalla sete di anime...

Egli fece di me un pescatore di uomini, io sentii un desiderio grande di lavorare alla conversione dei peccatori, un desiderio che non avevo mai provato così vivamente...

Davanti alle piaghe di Gesù, vedendo cadere il sangue suo divino, la sete delle anime mi era en-trata nel cuore...

Il mio desiderio di salvare anime crebbe giorno per giorno; mi pareva udire Gesù che dicesse, come alla Samaritana: Dammi da bere!

Era un vero scambio d'amore; alle anime davo il Sangue di Gesù, a Gesù offrivo quelle stesse anime rinfrescate dalla rugiada divina; mi pareva così di dissetarlo, e più gli davo da bere e più la sete della mia povera anima cresceva ed era quella sete arden-te che egli mi dava come la bevanda più deliziosa del suo amore» (MA 134.136, S. Teresa di Gesù Bam-bino).

O Gesù, fa' che la tua sete si comunichi e divampi in noi, rendendoci operai insonni del tuo Vangelo. Non si può vivere tranquilli, di fronte al fatto che tu sei in croce, che la tua agonia riempie i giorni e le notti, che il tuo sangue batte e scorre sulla nostra terra, in continuazione, che la tua sete è strug-gimento del corpo e martirio del cuore, che il mon-do ha tanto bisogno di te, ma veramente tanto, e noi non ci pensiamo!

C'è tanta necessità di lavorare, affinché la tua cro-ce sia fissata in tutte le contrade della terra e la tua Chiesa s'impianti in ogni continente; affinché tutte le genti si affratellino attorno all'altare della tua immolazione, perché il peccato degli uomini sia vinto dalla tua passione redentrice.

Signore Gesù, trasmettici il tormento della tua sete: che nessun sacrificio ci costi troppo per pro-varti il nostro amore, nessun momento venga sot-tratto al gran bisogno di spenderci per farti amare, nessun tentativo sia omesso, se si tratterà di salvare anche solo un'anima.

Ma non un'anima sola tu vuoi, bensì tutte le ani-me. Affretta, mediante la tua Chiesa, l'ora in cui si avvererà il detto del profeta: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitta» (cf Zac 12, 10).

Per questo, ascolta la nostra richiesta: tròvati dei santi in questo nostro tempo, capaci di trascinare la nostra mediocrità, di spronarci a dimenticare noi stessi per lavorare con entusiasmo e senza rispar-mio per te e per la Chiesa.

Donaci dei santi, che abbiano il tormento della tua sete e la vastità del tuo cuore.

Nascondili o rivelali: non importa. Ne sentiremo sempre, certamente, l'irresistibile richiamo. Dimostraci il tuo amore, così, Gesù Crocifisso. Tu sei l'unico grande AMORE. 

CANTICO DELL'APOCALISSE

«A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a Lui gloria e potenza nei secoli dei secoli.

Amen.

Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà;

anche quelli che lo trafissero, e tutte le nazioni della terra si batteranno il petto per Lui.

Il suo volto somiglia al sole quando splende in tutta la sua forza.

Sì, Amen!

Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente.

Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho il potere sulla morte e sopra gli inferi.

Ecco, io sto alla porta e busso.

Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.

Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono,

come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul mio trono.

Prostràti davanti all'Agnello, come immolato, cantavano un canto nuovo:

Tu sei degno di prendere il libro, e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione.

E li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra.

Durante la visione poi, intesi voci di molti angeli intorno al trono.

Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:

L'Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione.

Tutte le creature del cielo e della terra, sotto terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, dicevano: A Colui che siede sul trono e all'Agnello lode, onore, e potenza, nei secoli dei secoli. Amen». (cf. Ap. 1, 5-7; 5, 6-14).

O Gesù Crocifisso, ti offro la mia vita e la mia morte, per amore.

 

MISTERI GLORIOSI

I° LA RISURREZIONE

La nostra fede trova il punto focale qui: Gesù è veramente risorto, Gesù è in mezzo a noi, e con noi...

Gesù è vivo.

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui...» (Lc 24, 5).

La vita del cristiano ha un fondo di dolcezza e di sicurezza: Gesù è veramente con noi.

Il Vangelo secondo Matteo si chiude con la più bella affermazione per avviare i passi della Chiesa nascente: «Ecco, io son con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

Non c'è giorno, momento ed evento, anche il più piccolo, nello svolgersi della storia della Chiesa e del cristiano, nel quale Gesù sia assente.

La nostra esistenza sulla terra non può essere mes-sa al riparo dalla prova, dalla sofferenza: anche il più tranquillo specchio di acqua viene sconvolto da improvvise raffiche di tempesta e di tenebre.

Di fronte all'insorgere del male, alla persecuzione contro i buoni, di fronte alla virtù bandita, all'appa-rente successo del peccato, alla rovina delle anime, alle lotte che subisce la santa Chiesa, quale turba-mento a volte ci assale!

E poi, la nostra salute, le prove dello spirito, le vicende familiari, la inquietudine della società!... Ma la prova non è senza fine: il chiarore dell'alba potrà tardare a venire, ma non deluderà.

Così nella nostra vita, al colmo della crisi, siamo raggiunti da una voce dolcissima, inconfondibile: «Sono io, non temete» (Gv 6, 26).

Gesù Risorto è il cittadino del mondo, il contem-poraneo di ogni uomo: la tomba vuota indica che Egli non è prigioniero di nessun limite o vincolo. Egli è il Fratello Universale, che ha preso tenda sulla terra degli uomini.

Nelle nostre Chiese, nei nostri tabernacoli, soprat-tutto nella santa Eucarestia, Egli è presente.

Tu sei la vivente promessa del Padre: «Non te-mere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di dare a voi il regno» (Lc 12, 32).

«Tu sei qui, Signore Gesù, tu sei nostro compagno di viaggio, tu sei sempre con noi; ti posso incon-trare ovunque, fonte viva per la mia sete, eco del mio cuore, in ogni attimo dell'esistenza io posso gri-dare d'amore a Te, posso riposarmi con te in ogni zolla della nostra terra. Soprattutto l'Eucarestia è l'invenzione più originale del tuo Amore: "Io sono il pane vivo disceso dal cielo"» (Gv 6, 51).

La tua Eucarestia sarà con noi fino a quando du-rerà questa nostra avventura di creature ardenti e fragili; in essa ci manifesti la tua solidarietà, pro-lungando il mistero della tua agonia e solitudine, che non cessano di essere grandi; sei ancora rag-giunto dai sospetti che gli uomini gettano contro di Te; sei ancora sfidato dall'incredulità, che non trova sufficiente ciò che hai fatto per noi. Nell'Eucarestia tu ti voti ancora, misticamente alla morte, in sacri-ficio di amore.

Ma la tua Eucarestia è anche il segno della vitto-riosa risurrezione: attraverso la trasparenza di ogni piccola ostia, la fede emette il suo grido: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo, che sta alla destra di Dio» (At 7, 56).

Nella santa Eucarestia, posso contenere l'infinita Gioia nel cavo della mia mano, l'infinito Cielo nell'angustia del mio cuore, l'infinita Trinità in un fram-mento di cosa creata: il pane e il vino. L'Eucarestia è Cristo Risorto, che vela di silenzio la sua gloria già esplosa.

Cristo Risorto, nella penombra delle nostre chiese sceglie lo spogliamento dell'umiltà per vivere le no-stre vicende; e non desiste dal palpitare d'amore, offrendo l'immensità dei suoi doni a chi sa ascoltar-ne i suoi richiami.

« Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12, 49).

Tu sei vivo e presente in mezzo a noi, anche se trascorri come uno sconosciuto.

Se ti riveli, non permetti che ti si stringano i piedi per trattenerli, perché la felicità del possesso è rimandata più in là, mentre ora c'è molto da fare, c'è da correre ancora...

Tu sei anche in me; Tu sei mio. «Mio Signore, mio Dio» (Gv 20, 28).

L'idea che gli uomini sogliono farsi di Dio, pen-sandolo lontano, freddo, indifferente, è stata schiac-ciata dalla verità che sperimento: Tu sei in me, io in Te.

Mio Signore, mio Dio!

Che altro può dire la povera creatura davanti a Te, quando la tua evidenza la sopraffà?

Sei proprio Tu, Signore, la tua grandezza sorregge il mio niente!

Gesù comunica a noi la sua Resurrezione, inne-stando il germe della vita divina: la grazia batte-simale.

Questa grazia ci santifica, ci divinizza, ci accomu-na alla familiarità trinitaria.

Creature nuove, siamo figli della luce, con l'unico dovere di crescere nella santità, pienezza della vita di Cristo in noi e perfezione della carità (Lc 40, 8). Che diventiamo santi è il segno di Dio, vagheggia-to fin dall'eternità per ciascuno di noi: «Il Padre, in Cristo ci ha scelti prima della Creazione del mon-do per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).

Come lo Spirito Santo ha riempito l'umanità di Gesù nella risurrezione, vivificandola di gloria e di potenza, così Egli estende a tutti coloro, che sono a Lui incorporati, la sua azione di liberazione dal ma-le, di divinizzazione progressiva e di risurrezione finale.

Vivere la risurrezione di Cristo significa vivere nello Spirito. La vita nuova fiorisce meravigliosa-mente: «I frutti dello Spirito sono: carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).

Lo spirito ci possiede totalmente e ci conduce dove vuole, fino al traguardo dell'immersione nella Tri-nità: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio».

«Lo Spirito attesta nel nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (cf Rom 8).

La risurrezione di Gesù è un fiotto di luce sul nostro ultimo destino: la morte.

Il cristiano può ripetere il canto di esultanza: «Dov'è, o morte, la tua vittoria?» (I Cor 15, 55).

è scomparso l'orrore di questo ineluttabile mi-stero.

Gli uomini si schiantano di fronte alla morte con terrore o con reazioni banali.

La distruzione e il silenzio della morte li prostrano in uno sgomento invincibile. è un mistero contro cui l'uomo, da solo, non può nulla e di fronte al quale deve riconoscere di essere assolutamente inerme. Ne è pure la vittima, anche se rare volte gli accade di pensarlo.

Nella sua Resurrezione, Gesù è stato talmente tra-sformato dallo Spirito Santo in gloria e potenza, da divenire fonte di risurrezione e di trasformazione per la Chiesa, per ognuno di noi e per tutto il mon-do. Così anche la nostra morte s'illumina di spe-ranza: «è necessario che questo corpo corruttibile si vesta d'incorruttibilità, e questo corpo mortale si rivesta d'immortalità» (Cor 15, 53).

La morte è la necessaria lacerazione per oltrepas-sare la zona della caducità, della limitatezza, della residua tristezza, per poter entrare nella Visione eterna.

Se occorre deporre il nostro corpo, è solo per ri-prenderlo riattraversato dalla luce e spiritualizzato nella gloria.

Sì, ci attende il trionfo finale: «Cristo è risorto: tutti rivivranno in Cristo» (cf 1 Cor 15, 20.22). E sebbene questo prodigio non sia immediato, tutta-via lo splendore della risurrezione futura si può presagire anche su questa terra: «Noi tutti, a viso scoperto - come in uno spec-chio -, riflettendo la gloria del Signore, saremo tra-sformati nella stessa immagine, di gloria in gloria, per l'azione del Signore che è Spirito» (cf 2 Cor 3, 18).

La seconda ricchezza del mistero della risurrezio-ne di Gesù non ha confini: essa dilaga in espansioni missionarie.

La Chiesa avanza nei secoli, raggiunge tutti i popoli, annunciando con franchezza e fermezza il mi-stero di Gesù, radunando nel suo nome sempre nuo-ve e più numerose comunità di credenti.

Gesù, Signore di tutti, mediante la Chiesa, anima-ta dalla presenza dello Spirito, infonde la vita nuova a tutte le sue membra; e la Chiesa, mediante l'apo-stolato dei suoi figli, comunica la virtù della risur-rezione di Gesù a tutte le genti.

Nella conversione, infatti, ogni uomo avverte di venire staccato dal peccato e introdotto nel mistero dell'Amore di Dio, che lo chiama a stringere nel Cristo una relazione personale con Lui.

Sotto l'azione della grazia di Dio, il neo conver-tito inizia un itinerario spirituale, in cui, trovandosi per la fede in contatto con il mistero della Morte e della Risurrezione, passa dall'uomo vecchio all'uomo nuovo, che in Cristo trova la sua perfezione.

In tal modo, ogni uomo, aderendo sinceramente a Cristo, trova la risposta a tutte le sue attese più pro-fonde, anzi una risposta che le supera infinitamente (cf AG 13).

è in gestazione così, anche la risurrezione di tutto l'universo. La risurrezione non è il trionfo dello Spirito a dispetto della carne e della materia, bensì è anche a profitto di queste.

«Non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo che abita in voi e darà la vita ai vostri corpi mortali?» (Cor 6; Rom 8, 11).

Lo Spirito pone l'intera creazione in anelito con-tinuo in un ansioso procedere verso la manifesta-zione della gloria di Dio.

La creazione partecipa, in realtà, della nostra an-sia: «Noi che già possediamo le primizie dello Spirito Santo, gemiamo dentro di noi, anelando alla redenzione del nostro corpo» (cf Rom 8).

Volti verso i traguardi della futura gloria, trovia-mo nell'Eucarestia la promessa e già l'anticipazione della suprema novità.

«Un pegno di questa speranza e un viatico per il cammino, il Signore lo ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale gli elementi natu-rali coltivati dall'uomo vengono tramutati nel corpo e sangue glorioso di Lui, come banchetto di comu-nione fraterna e pregustazione del convito del cie-lo» (GS 38).

Dall'Eucarestia avremo la forza di vivere la ca-rità, legge nuova del cristiano, dell'umana perfezione e della trasformazione del mondo (cf GS 38).

 

2° L'ASCENSIONE

Io vado a prepararvi un posto» (Gv 14, 2), dichiara Gesù ai suoi, prima del di-stacco.

«Il cielo, il cielo!».

Si dice che alcuni santi non vi sono an-dati direttamente, perché non l'hanno desiderato abbastanza.

S. Bernardetta sul letto di morte mormora: «Per me, non sarà certo così».

Vale ben poco la vita terrena, senza questo si-curo sguardo orientato verso l'eternità.

L'eternità è l'assoluto bisogno del cuore, come una fame che tormenta l'uomo, ci pensi o no. Sulla terra siamo sempre in esilio!

Il mondo può imprigionare l'uomo, ma non sod-disfarlo.

L'uomo può riempirsi di cose, ma non per questo cessa di cercare ancora.

La nostra irrequitezza mostra che sulla terra non ci si sente mai a casa propria, ed ogni creatura è infinitamente inadeguata a colmare il nostro biso-gno; le radici dell'uomo sono piantate altrove, più in là: brame, attese, pensieri, convergono verso mete più lontane.

L'eternità è la visione di Dio, il godimento di es-sere posseduti da Lui, il fissarlo faccia a faccia, come travolti nel fiume della divina pace.

Il cielo è Dio, la sua nascosta intimità d'amore, il chiaro abisso della sua gloria, ove occhio umano non arriva, né orecchio intende; è la profondità senza fondo dei Santissimi TRE, in cui essi si appar-tengono e si appagano nella pienezza della loro unità. Nella pura Realtà divina è penetrato Gesù, nella sua Ascensione. Non solo con il suo Spirito, ma con tutto se stesso, con la sua sacrosanta umanità, Lui, il perfetto Uomo Dio, divenendo Signore di tutto e Spirito vivificante.

Ivi trascina anche noi: noi non saremo vicini a Dio, nell'ultima prossimità della divinità, come sulla sponda d'un gran mare; ma dentro, nella stessa in-tima essenza di Lui, ove, svelatamente, partecipere-mo al mistero della vita Trinitaria, ove conoscenza, amore e comunione si esaltano in silente chiarità di gloria.

«O Signore Iddio, donaci la pace; tutto ci hai tu dato, dacci ora la pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto...

Allora tu riposerai in noi, così come ora operi in noi, come ora queste tue opere sono per noi...

Vi sono le nostre opere buone che sono tuo dono, ma non sono eterne. Dopo di esse noi speriamo di riposare nel tuo immenso e santo regno. Tu sei il bene che non abbisogna di alcun altro bene, sei sem-pre nel tuo riposo, poiché il tuo riposo sei tu stesso...

A te si chieda, in te si cerchi, presso di te si bussi; così, e solo così, potremo ottenere, così potremo tro-vare, così ci sarà aperto. Amen» (S. Agostino).

Il ritorno di Gesù al Padre non ha posto tra Lui e noi alcuna distanza e assenza.

Con l'invio dello Spirito si compie la nuova pre-senza di Cristo con noi: dall'eterno presente, l'av-volgente Amore tra Padre e Figlio, che è lo Spirito, viene inviato nel cuore dell'uomo per crearvi la sor-prendente novità: l'inabitazione trinitaria.

Ogni cuore diviene santuario del Cristo e cena-colo della Trinità.

Non ci resta quindi soltanto la soavità del suo ricordo, delle sue parole e il commosso rivivere dei santi avvenimenti della sua comparsa sulla terra; Cristo sta con noi fino alla fine.

«è bene per voi che io me ne vada (Gv 16, 17)... In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi» (14, 20).

Dio si fa incontro all'uomo nel suo stesso essere: in noi è presente il Signore glorioso, lo Spirito geme in sussulti d'abbandono: «Abbà» è la fiamma, che consuma in unità i Tre, dilaga in un abbraccio ec-clesiale sulla sparsa umanità.

Con l'Ascensione comincia anche la grande vigilia delle umane vicissitudini e del decadere del mondo: «Uomini di Galilea, questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stes-so modo in cui l'avete visto ascendere al cielo» (At 1, 11).

Egli, che è il Primo, è anche l'Ultimo: il suo ri-torno segnerà la fine, sarà l'erompere della defini-tiva vittoria, che nel giudizio scuoterà l'universo dal-le fondamenta.

«Il figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria e saranno riunite davanti a Lui tutte le genti» (Mt 25, 31).

Alla sera del mondo, il giudizio verterà sull'amore e dell'amore sigillerà il trionfo.

«Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però dalla rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono dal cuore degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risusci-tati in Cristo, e l'incorruzione vestirà ciò che fu se-minato nella debolezza e nella corruzione; e restan-do la carità con i suoi frutti, sarà liberata dalla schia-vitù della vanità tutta quella realtà, che Dio ha crea-to appunto per l'uomo» (GS 39,a).

Ma la forte spinta, che ci proietta verso la fine, determinata dall'Ascensione e inaugurante gli ultimi tempi della storia della salvezza, apre anche il tempo della missione della Chiesa, della missione dello Spi-rito Santo, e della salvezza delle nazioni.

Tutto si colora di urgenza, di accelerazione, di di-namismo.

Il ritmo della missione è in crescita, in espan-sione,... «Andate in tutto il mondo» (Mc 16, 15).

La Chiesa si fermerà quando non potrà andare più oltre, quando tutto sarà compiuto.

«Predicate il Vangelo ad ogni creatura»: l'unico messaggio di gioia consiste nel far conoscere Dio e Colui che Egli ha mandato.

«Battezzate tutte le nazioni nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19): fatele entrare nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

«Insegnate loro ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato» (Mt 28, 20): solo nella Sua volontà è la vita, la pace.

Di fronte al divino disegno, l'atteggiamento del-l'apostolo diviene lode e adorazione: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, poiché ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in Cri-sto prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno, cioè, di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra... il mistero di Cristo, rivelato al presente ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che, cioè, le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso Corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Van-gelo...

Al solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, che agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti, a Lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù. Amen» (cf Ef 1).

 

3° LA PENTECOSTE

Il periodo che intercorre tra l'Ascensio-ne di Gesù, e il suo Ritorno è il tempo della manifestazione e della missione dello Spirito Santo.

è più che mai necessario conoscere e adorare questa misteriosa Potenza d'a-more, lo Spirito Santo.

Lo Spirito trovi sempre in noi una casta dimora, un silenzio di ascolto, un raccoglimento di abban-dono, un fervente desiderio di amore. Dobbiamo abi-tuarci a mormorare, in ogni svariato momento della nostra giornata: «Vieni, Spirito d'Amore, riempimi della tua luce e della tua soavità, della tua forza e della tua gloria».

Lo Spirito arde nell'intimo della Chiesa: ne è vita e unità, ma anche slancio incessante, appello alla purificazione, stimolo agli ardui compiti della sua missione. Bisogna che prendiamo coscienza della presenza del Divino Amore in noi e attorno a noi, il suo aspirare... ha bisogno della nostra apertura.

In tutto ci aiuterà lo Spirito Santo: ci insegnerà ciò che dobbiamo fare, quale sia il nostro compito nella nostra breve vita a vantaggio della Chiesa, e per la gloria di Dio, come regolarci in ogni attimo per non sottrarci mai ad una risposta d'amore, ad una solidarietà soprannaturale, per non macchiarci mai delle interferenze mondane, come vincere la nostra stessa natura difficile e contorta, debole e confusa.

Lo Spirito crea in noi quella nuova sacra interio-rità, per cui il Padre e il Figlio possono prendere dimora nel nostro cuore; lo Spirito, inoltre, ci apre a quell'accoglienza fraterna che la natura non sa concedere, e insieme ci dona la luminosa capacità di ritrovare noi stessi in libertà e dignità, senza al-cuna durezza d'egoismo e protesta d'orgoglio. La nuova creatura, che vive nella grazia dello Spirito, è fusa e immersa in una chiara trasparenza nell'im-mensa comunione dell'unico mistico Corpo, che è la Chiesa.

Lo Spirito attua l'Amore profondo fra noi tutti, evitando la sofferenza di voler appartenere all'altro senza mai riuscirvi; imprigionati e dall'impossibilità di uscire da noi stessi, e dalla incomunicabilità con l'altro.

Nella Chiesa, l'uno è membro dell'altro, profonda-mente.

La corrente di grazia, che lo Spirito fa fluire dal-l'interno dei cuori, riempie gli uni e gli altri e passa dagli uni agli altri come dono personale e ricchezza comune.

«Tutto questo ha riferimento a qualche cosa d'in-comprensibile: alla nuova creazione, all'uomo nuo-vo, al nuovo cielo e alla nuova terra. Sarà il mondo risorto.

Tutto sarà aperto, infinitamente aperto, e proprio per questo, ogni cosa sarà tutelata, pura e degna. Tutto apparterrà a tutti. Ciascuno sarà nell'altro in una forma tersa, in libertà e timore.

Tutto sarà uno.

L'ho detto Gesù, quando nel mistero dell'Eucare-stia si è donato ai suoi: tutti deve essere uno, come il Padre nel Figlio e il Figlio nel Padre. A quel modo che essi sono uno nello Spirito, gli uomini, per lo stesso Spirito, devono essere una cosa sola in Cristo» (Gv 17, 22).

Allora il mistero della sacrosanta vita trinitaria penetrerà, opererà nel segreto, e tutto sarà in tutti. Anche la creazione sarà assunta in esso e soltanto allora, toccato il suo termine, sarà veramente ciò che essa è.

Questo farà lo Spirito.

Farà che tutto sia Sposa (Ap 21, 9) (Guardini). In un tempo come il nostro, in cui la Chiesa, più che mai, ha viva conoscenza di sé e della sua mis-sione, il mondo stesso si trova ad una fase inedita della sua storia, con una umanità ravvicinata al mas-simo; interdipendente, stretta gomito a gomito, e pur lacerata ancora da dissidi profondi e da possi-bilità illimitate di male. La nostra preghiera e la nostra totale disponibilità allo Spirito Santo sono il segno più vivo della nostra fede e della nostra percezione storica.

Lo Spirito estende le frontiere della Chiesa e la spinge non solo ad andare, ma anche a «incarnarsi» in mezzo agli uomini e al mondo, per tutto salvare, perché il mondo, fatto da Dio e a Lui finalizzato, anela alla Chiesa, anche se le resiste, perché ancora schiavo del peccato e di Satana.

Se la vita cristiana, è «un vivere nello Spirito», oggi è proprio venuto il tempo, in cui lo sconosciuto amantissimo Spirito Santo deve essere rivelato dalla nostra stessa vita, dal nostro apostolato, dalle di-mensioni d'universalità, di sconfinatezza, d'immen-sità, di travalicamento del tempo e dello spazio, che devono improntare il nostro zelo.

Lo Spirito Santo, fissa con il suo sguardo il fondo dell'eternità, abbraccia lo svolgimento dei secoli, gli spazi dell'universo e tutto fa vivere ed ardere della sua fecondante tenerezza; da Lui prende ispirazione il nostro ardore apostolico, che partecipa della ver-tiginosa profondità trinitaria, si esprime in pienezza d'ecclesialità e raggiunge, in anticipata ebbrezza, l'ul-tima visione.

 

4° L'ASSUNZIONE DI MARIA

Quella creatura così dolce e pura, così sublime nei suoi slanci e coraggiosa nelle sue dedizioni, così svuotata di sé e inarrivabile nel servizio al suo Signo-re, non è scomparsa, non è remota da noi. A noi non resta solo la memoria della «benedetta» fra tutte le donne, ella è viva di quella vita, la cui magnificenza è tutta ecclesiale, tutta divina. Ella è tutta per noi, pur essendo tutta di Dio.

La Gloria che il Figlio suo Gesù ha voluto condi-videre con Lei, dopo averla associata a tutti i mi-steri dell'umana redenzione, non la distoglie dalla terra, anzi ha accresciuto mirabilmente la sua amantissima premura verso tutti noi.

Tempo della Chiesa, tempo dello Spirito, tempo di Maria, il nostro.

Anche la Chiesa è nata da Maria e si specchia in Maria.

Maria è il capolavoro dello Spirito, suo Tempio privilegiatissimo, sua Sposa e sua missionaria. Maria in cielo è più presente ed operante fra noi e a nostro beneficio di quanto era sulla terra.

Ella è pienamente glorificata nella sua natura: tut-ta attraversata dalla luce e dalla gioia, il suo spirito e la sua carne esultano nel Dio vivente.

Se già sulla terra ella godeva di quella integrità personale, di quel senso intatto e vasto dell'amore e del vivere in Dio, che sarà ora che è perduta nel vortice stesso dell'estasi divina?

Ma nello stesso tempo, ella è ineffabilmente intenta alla sua missione materna a vantaggio di tutti gli uomini.

Noi non abbiamo gli occhi molto fissi su Maria, e soprattutto non sospettiamo fin dove arrivano gli interventi di Lei a nostro favore.

Ella è una visione piena d'incanto.

Penetro, mediante la preghiera, in questo mistero di bellezza, che Dio ha voluto realizzare con indici-bile profusione di doni?

Il mio legame con Lei, come Madre, maestra, ami-ca, sorella, Regina, insomma tutta quella genuina poesia di riconoscimenti che la cristianità ha sotto-lineato in Lei, è da me avvertito profondamente e gaudiosamente? Soprattutto, entro sempre di più nell'opera di salvezza universale a cui Maria è tutta dedicata?

Non amo la Chiesa, se non amo Maria, come non amo lo Spirito e non sono disponibile alle sue ini-ziative, se non amo Maria.

Non lavoro apostolicamente in modo incisivo, se non sono associato profondamente a Maria.

Lei si serve di me, sono la sua voce, la sua mano, il suo cuore per l'opera di Cristo a vantaggio delle anime; io da parte mia devo fare agire Maria al mio posto, in ogni contatto con le anime.

è Maria a farmi passare nel cuore il tormento di raggiungere tutti i fratelli, di vivere pienamente il respiro della Chiesa, che altro non è, se non la pal-pitante animazione dello Spirito Santo.

«Ella, la Donna nuova, è accanto a Cristo, l'Uomo nuovo, nel cui mistero solamente trova vera luce il mistero dell'uomo, e vi è come pegno e garanzia che una pura creatura, cioè in Lei, si è già avverato il progetto di Dio, in Cristo, per la salvezza di tutto l'uomo.

All'uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l'angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell'animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall'enigma della morte, oppresso dalla so-litudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, la beata Vergine Maria, contem-plata nella vicenda evangelistica e nella realtà che già possiede nella città di Dio, offre una visione se-rena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull'angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte» (Paolo VI).

Vergine Santa, Regina del cielo, non dimenticare le tristezze della terra.

Posa uno sguardo di bontà su coloro che soffrono, su coloro che lottano contro le difficoltà

e sono rattristati dalle continue amarezze di questa vita.

Abbi pietà per la debolezza della nostra fede, di coloro che piangono, trepidano, pregano. Dona a tutti la speranza e la pace. Amen. (da una immagine di Lourdes)

 

5° LA GLORIA IN DIO DI TUTTA L'UMANITA' REDENTA

Allora vidi la città santa, la nuova Ge-rusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una Sposa adorna per il suo Sposo» (Ap 21, 2). Siamo sorpresi da un trasalimento di stupore davanti a questa altissima visione di cielo.

La sposa è pronta; rivestita di santità e rifulgente nella sua bellezza, si muove con magnificenza in-contro allo Sposo.

è il trionfo dell'amore nella gioia.

L'Amen della storia sarà lo schiudersi di questa gloria; il rotolare dei secoli, il groviglio delle umane vicende, tutto approderà al «grande giorno del Si-gnore».

Noi che camminiamo pellegrini ed esuli, siamo oltremodo confortati dalla esaltante speranza finale, della visione di Dio: «Lo vedremo così come Egli è» (I Gv 3, 2). Qui è il senso della terrena esistenza: noi camminiamo verso la luce, affrettando l'aurora (Cf IS).

Sono per noi le parole del Maestro che ci invitano alla vigilanza continua, perché già nella notte si può levare un grido: «Viene lo Sposo, andategli incon-tro» (Cf Mt 25, 6).

L'esistenza dell'uomo che coinvolge il cosmo im-menso, trova il suo valore nel volgere lento, ma inarrestabile del tempo verso il definitivo giorno del-l'eternità.

Sappiamo già che cosa accadrà, anche se è unica-mente in potere del Padre conoscere l'ora e il momento, quando l'Angelo dell'Apocalisse griderà: «Il tempo non è più» (cf Ap. 10, 6), e si udirà l'annun-cio: «Sì, Io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).

Il mondo ignora tutto ciò, e per questo si trova prigioniero di fragili speranze. Quanto esso ha bi-sogno della speranza cristiana!

La supplicazione incessante, corale, cosmica, del-l'attesa si riduce ad un unico grido: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22, 20).

Lo sussurra lo Spirito, che conosce gli abissi di Dio e ricolma l'universo, dando vita e voce a tutte le cose; lo ripete la Sposa, la Chiesa, sollecitata dallo Spirito e, in virtù di Lui, sfavillante d'amore e ane-lante con infinita nostalgia alle nozze. E l'eco si pro-paga in noi e accende l'ardore di vederlo.

E finalmente la risposta: «Sì, ecco; io vengo pre-sto!».

Allora il Paradiso invaderà la terra; la terra sarà assorbita dal cielo; le nozze tra l'Agnello e la Chiesa si celebreranno; ogni lacrima verrà asciugata e sul volto di lei si poserà per sempre la bellezza di Lui.

In questo incontro tutto sarà compreso: la nostra salvezza, la nostra vita nuova, la nostra felicità, e tutti, tutti insieme, saremo con Dio Trinità, per sem-pre!

«Padre, la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'uni-tà... li hai amati come hai amato me» (Gv 17, 22-23).

Finché siamo sulla terra, in attesa della beata speranza, riservata a noi nei cieli (cf I Pt 1, 3), rad-doppiamo lo zelo, manteniamoci fedeli con tutte le forze a Colui che è la fedeltà stessa, e consumiamo la nostra vita nell'amore.

Nulla è più grande che amare Dio con tutto il proprio essere, e i propri fratelli per amore di Dio. Nessun attimo sia sottratto all'amore per il Si-gnore; a nessuna anima, fosse pure confinata al-l'estremo lido della terra, sia negato almeno uno slancio della nostra soprannaturale tenerezza.

Vieni, Signore Gesù. Amen.

 

A MARIA, MADRE DELLA CHIESA

O Maria, Madre di Gesù, come in cielo, glorificata nel corpo e nell'anima, sei l'immagine e la primizia della Chiesa, che dovrà avere il suo compimento nel-l'età futura, così sulla terra, brilli come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia, fino a quando verrà il giorno del Signore.

E' grande gioia e consolazione per la Chiesa che tanti uomini sulla terra concorrano nel venerarti, con ardente slancio e animo devoto, insieme ai tuoi fedeli, che da sempre si rifugiano sotto il tuo pre-sidio in tutti i loro pericoli e le loro necessità.

Esaltata per la grazia di Dio, dopo il tuo Figlio, al di sopra degli angeli e degli uomini, quale san-tissima Madre di Dio, sempre vergine, la Chiesa non cessa di contemplarti e cantare le tue lodi, crescendo mirabilmente in venerazione, amore, invocazione e imitazione, secondo le tue stesse profetiche parole: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché cose grandi ha fatto in me l'Onnipotente».

O beata Madre di Dio e madre nostra, noi ele-viamo insistenti suppliche, perché tu, che con le tue preghiere hai aiutato le primizie della Chiesa, anche ora in cielo, esaltata sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione di tutti i santi, intercedi presso il Figlio tuo, finché tutte le famiglie dei popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, nella pace e nella concordia, siano felicemente riunite in un solo po-polo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità. Amen. (LG 66, 68, 69).