IN NOI è RESURREZIONE OGNI VOLTA CHE DICIAMO "PADRE, GRAZIE!"

Una delle prime cose che si insegnano ai bambini è dire "grazie" quando si dà loro qualcosa.

Dire "grazie" è alla base della convivenza umana, è la maniera più semplice ed efficace per tenere vivo ed accrescere l'Amore.

Se, quando facciamo una piacere ad un amico, non riceviamo né una telefonata né un biglietto di ringraziamento, avvertiamo che qualcosa dentro di noi si è raffreddato nei suoi confronti e ci viene spontaneo il lamento: "Non mi ha detto neanche grazie!". La volta seguente non lo aiuteremo, o lo faremo senza entusiasmo perché ci siamo sentiti traditi nel nostro Amore.

L'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, e quello che sentiamo nel nostro cuore è l'eco di quello che vibra - in maniera infinitamente più ampia - nel Cuore del Padre. Nei rapporti con Lui dobbiamo perciò avere la stessa "educazione" che usiamo con il nostro prossimo e Gesù ce lo insegna nel Vangelo: "Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!" Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziare. Era un samaritano. Ma Gesù osservò: "Non sono statiguariti tutti e dieci? E gli altri dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?" Egli disse: "Alzati e và; la tua fede ti ha salvato". (Lc 17,11-19)

Il "grazie" del samaritano fa scaturire per lui, dal Cuore di Gesù, una "grazia" nuova: la guarigione e quindi la resurrezione dello spirito, dopo che aveva già avuto quella del corpo.

Se noi impareremo a dire "grazie su grazie" per i continui doni che riceviamo, su di noi pioverà "Grazia su Grazia" e vivremo nella gioia di una continua resurrezione.

Diciamo mai: "Padre, grazie per gli innumerevoli doni che mi fai continuamente?"

Qualcuno potrebbe obiettare: "Ma dove sono questi doni? La vita è tutta una continua sofferenza..."

Siamo veramente dozzinali nello spirito, perché, se dovessimo enumerare tutti i doni che il Padre ci fa, dovremmo vivere in un continuo rendimento di grazie.

Chi di noi, ad esempio, ringrazia Dio perché vede con i suoi occhi? Perché cammina con le sue gambe? Perché può dormire, può mangiare senza problemi? Perché ha una casa, perché non ha un tumore, perché non ha un figlio drogato? Perché non ha lo sfratto, perché non sta fallendo economicamente? Chi ringrazia Dio per il dono del sole, della pioggia, della neve, del vento, di un'alba luminosa? Chi Lo ringrazia per il sorriso di un bimbo, per il canto di un uccello?

Quasi nessuno. Siamo dei bambini capricciosi che vedono solo quello che non hanno. Tutto ci sembra dovuto. Ci ricordiamo di Dio solo quando abbiamo bisogno, dicendo: "Lui mi può aiutare perché è onnipotente, e quindi deve aiutarmi. Se è mio Padre deve ottenermi quello che gli chiedo". Se poi non mi esaudisce taglio i rapporti con Lui, non Lo saluto più, Gli volto le spalle risentito.

Emerge allora questo assurdo e diffuso atteggiamento di fede; una fede rudimentale e infantile che - se non risponde ai nostri schemi - si trasforma in sentimenti di bestemmia che ci fa dire a Dio: "Tu non ti stai comportando da Padre, e io Ti rifiuto".

Quante persone non pregano più, non vanno più in chiesa perché non hanno ricevuto da Dio quello che chiedevano!

E quante di queste persone, sentendosi "tradite" da Dio, vanno da maghi e fattucchieri (ce ne sono in giro molti, e proliferano sempre più...) per raggiungere lo scopo che si erano prefissi!

L'esperienza di spirito più amara che io abbia fatta è stata il dialogo con un sacerdote che - in un momento di grossa difficoltà familiare - si ostinava a chiedere a Dio un intervento miracoloso che evitasse il crack economico oramai imminente.

Cercai di dirgli che al buon Dio sta a cuore prima di tutto lo spirito, e che, se accettiamo le prove, spesso tutto si risolve. La reazione fu la più dura che potessi supporre in un sacerdote: "No! Io credo nella onnipotenza di Dio! Egli può e deve intervenire; diversamente - giacché è più forte - io Lo subirò ma non Lo accetterò!"

Che fallimento!

Dobbiamo convertirci: la nostra fede deve portarci non a chiedere, ma a donare. Se crediamo veramente in Dio, non dobbiamo credere solamente nella Sua onnipotenza ("credo in Dio Padre Onnipotente"), ma anche nella Sua paternità. E quindi dobbiamo credere nel Suo Amore, anche se non riusciamo a comprendere i tanti "perché" della vita. Dobbiamo fare come Maria, che credeva nell'Amore del Padre e, quando non "comprendeva", accoglieva egualmente con docilità la realtà dei fatti, "meditandoli nel suo cuore" (Lc 3, 50-51).

Dobbiamo vivere la preghiera che Gesù ci ha insegnato, e dobbiamo incarnarla come ha fatto quel gigante nello spirito che è Charles de Foucauld:

"Padre mio, io mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace; qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la Tua Volontà si compia in me e in tutte le tue creature; non desidero niente altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché Ti amo. Ed è per me un'esigenza d'amore il donarmi, il rimettermi nelle Tue mani, senza misura, con una confidenza infinita, perché Tu sei il Padre mio".

Questa deve essere la nostra preghiera, che possiamo sintetizzare in una sola parola: "Grazie, Padre!"

Lo aveva ben capito un uomo della terra di Uz, chiamato Giobbe:

"uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest'uomo era il più grande fra tutti i figli d'oriente» (Gb 1, 1-4)

Ma un giorno... ...Tutto il suo bestiame viene rubato; i fedeli servitori e i guardiani sono passati a fil di spada. E' il fallimento economico. Ma "Giobbe non peccò con le sue labbra».

"Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!"

... Giobbe viene colpito da "una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere".

La moglie lo insulta per la sua rassegnazione e la sua fedeltà a Dio, che lui continua a benedire dopo tutto quello che gli ha mandato. "Hai parlato come una stolta!" - le risponde Giobbe - "se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?". Giobbe "non peccò con le sue labbra».

"Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!".

... Dulcis in fundo, Giobbe viene accusato, dai suoi più cari amici, di stoltezza, di peccato, di orgoglio.

E' il fondo del suo abisso di dolore: "Ora invece ridono di me i più giovani di me in età, i cui padri non avrei degnato di mettere tra i cani del mio gregge.

... Ora io sono la loro canzone, sono diventato la loro favola! Hanno orrore di me e mi schivano e non si astengono dallo sputarmi in faccia» (Gb 30,1 ss.)

Giobbe viene colpito nei beni materiali, nei figli, nel corpo, nell'onore: in lui sono riassunti tutti i tipi di "disgrazia".

Queste sono le prove della vita attraverso le quali prima o poi dobbiamo passare: consideriamole il nostro vero patrimonio, l'unico che ci dà la possibilità di crescere nella fede e nell'amore di Dio. Esse ci liberano dai vincoli della terra, se le accettiamo con la convinzione che sono doni preziosi.

Se diremo sempre "grazie" per questi "doni", dal Cuore del Padre scaturirà un soffio di Amore sempre più grande che si riverserà nel nostro spirito e lo farà crescere, colmandoci di gioia e di pace.

Ci è lecito chiedere quello che ci sembra giusto, ma dobbiamo essere sempre pronti a dire "grazie" anche se il Padre non ci concederà quello che desideriamo, nella certezza che ci farà sempre una "grazia" infinitamente più preziosa: un più profondo rapporto di intimità con Lui.

Questo è l'unico scopo della nostra vita: conoscere, amare e servire Dio qui sulla terra e poi goderlo nell'eternità. E' qui sulla terra che guadagnamo il cielo; è qui sulla terra che dobbiamo dimostrare a Dio che realmente Lo amiamo sopra ogni cosa. Ma quale prova di amore Gli diamo se Gli diciamo "grazie" solo quando tutto va bene? O, peggio, se non Glielo diciamo mai?

Nel linguaggio biblico, il nostro rapporto con Dio viene definito "sponsale". Quando due giovani si uniscono in matrimonio si dicono l'un l'altro: "Io ti prometto di esserti fedele nella buona e nella cattiva sorte". La "cattiva sorte" in realtà non è mai cattiva perché serve a rafforzare il vincolo affettivo: l'amore fatto solo di sdolcinature prima o poi si esaurisce.

Un papà e una mamma si ritrovano veramente uniti quando stanno al capezzale del loro bambino gravemente malato, perchè allora l'Amore diventa forte e si tempra nella sofferenza.

Noi questo non vogliamo capirlo. Continuiamo a vivere in una dimensione di terra nella quale conta solo il benessere materiale: avere soldi, stima, casa, macchine, persone che ci venerano... Ma queste cose non elevano il nostro spirito, bensì lo affossano.

Nostro unico scopo deve essere penetrare sempre più nel Cuore dei Padre e, per far questo, dobbiamo imparare a dire: "Padre, grazie!". Ma per dirlo dobbiamo convincerci che il Padre ci ama, ci ama veramente. Non ci ha creati per farci soffrire e non gode della sofferenza che non ha inventato Lui, ma che è il prodotto della nostre disobbedienze. Lui, nel Figlio, ci ha insegnato cosa dobbiamo fare per liberarci da questo male che noi ci siamo procurato: bisogna "inghiottirlo" accettandolo e offrendolo al Padre in un "si" totale. E il Padre ci darà la Pace. Se poi cresceremo nell'Amore sino a dire "Padre, grazie", in noi si realizzerà la resurrezione e diventeremo un'esplosione di gioia.

Questa è la strada per crescere nello spirito. Diversamente la nostra fede si trascinerà in un continuo lamento, in una perenne ricerca di "grazie" che nonbasteranno mai perché - ammesso che ce ne venga concessa una - dopo ne chiederemmo un'altra perché verrà un altro guaio; e poi un'altra... e il nostro rapporto con Dio si ridurrà a quello di mendicanti che tendono perennemente la mano elemosinando aiuti.

Non è questa la nostra vera realtà; noi siamo figli di Dio, noi siamo di stirpe regale. La sofferenza è un dono che ci viene fatto perché possiamo riscattare la nostra umanità decaduta e rivestirci di regalità.

Se non accettiamo il dono del Padre e non Gli diciamo il nostro "Grazie!" spegniamo il nostro rapporto con Dio e lo sviluppo del nostro spirito. Il nostro cuore si indurisce e non è più in comunione con il Cuore del Padre.

Un papà che porta il suo bambino dal dentista non gode quando comincia a piangere perché il dottore gli fa l'iniezione e gli tira fuori il dentino guasto. Se questo bimbo, uscendo dallo studio del dentista, dicesse al suo papà: "Tu sei cattivo! Tu mi hai portato dal dottore per farmi la bua; tu non mi ami...", cosa proverebbe il padre?

Noi siamo come questo bambino che non ha capito l'amore e il dolore del Padre. Il Padre viene e cerca di curarci, di guarirci a fondo, di liberarci, di farci crescere, ma trova in noi questo atteggiamento indelicato e ribelle. Se noi, invece di dirgli "grazie" Lo accusiamo perché ci manda i mali o perché non ce ne libera, cosa può fare Lui? In rispetto alla nostra libertà si ritira e ci lascia con le nostre miserie; ci lascia con i nostri denti guasti, che poi diventeranno fonte di infezioni sempre più ampie.

Se invece quel bambino, tornando a casa, dicesse al suo papà: "Papà mio, il dottore mi ha fatto tanta bua, però tu mi vuoi bene e allora vuol dire che era necessario; grazie, papà!" che cosa proverà il padre di questo piccolo? Una tenerezza infinita; se lo stringerà forte forte al cuore, lieto di essere stato compreso nel suo gesto sofferto.

Se noi, in qualunque circostanza, diciamo al Papà del cielo: "Ti ringrazio, Padre, per quello che mi mandi ogni giorno, anche se mi fa male: evidentemente è quello che occorre per far crescere il mio spirito: grazie!"; cosa farà Lui? Ci stringerà a Sé e inonderà il nostro cuore di gioia, il segno della Resurrezione che verrà dopo la morte che ogni sofferenza racchiude. Vivremo la gioia della santità.

Cosa è la santità? L'uomo nuovo che lo Spirito del Padre crea in noi quando abbiamo accettato il "dono" della passione e della morte: "Se uno non muore e rinasce dall'alto non può vedere il regno di Dio" (Gv 3,4).

Questo processo di morte e di resurrezione è frutto di un lavoro quotidiano. Ogni giorno il Padre ci dà il "pane quotidiano" che non è solamente l'Eucaristia, ma anche la sofferenza.

Di per sé la sofferenza è una realtà di morte, perché "mortifica" la nostra personalità. Ma, se la accettiamo, il Padre la trasforma in dono di Vita rigenerando una parte di noi. Grazie ad essa, ogni giorno una parte della nostra realtà umana muore, ma risorge divinizzata. Giorno dopo giorno, "grazie su grazie", il Padre demolisce la nostra struttura cadente e realizza in noi, "Grazia su Grazia", il Suo tempio immortale. E' la santità.

Ogni giorno si nasce; ogni giorno si muore; ogni giorno si risorge. La nostra vita è scandita al ritmo trinitario del rosario che è incarnazione, morte e resurrezione. Come per Gesù, come per Maria, come per Giobbe.

Già, come è finita la storia di Giobbe?

"Dio accrebbe del doppio quanto Giobbe aveva posseduto. Egli possedette quattordi-cimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe ancora sette figli e tre figlie... Dopo tutto questo Giobbe visse ancora centoquarant'anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni". (Gb 42, 10)

Ma soprattutto Giobbe è divenuto un grande amico di Dio.

Quando il Signore parla di lui a coloro che lo avevano condannato, dice: "Andate dal mio servo Giobbe... il mio servo Giobbe pregherà per voi, affinché Io, per riguardo a lui, non punisca la vostra stoltezza." (Gb 42, 8)

Giobbe può ormai intercedere per i suoi fratelli parlando a Dio "faccia a faccia", perché il vecchio Giobbe è morto, ne è nato uno nuovo in cui vive in pienezza l'Amore. In lui vive il Padre.

Chiediamo a Maria il dono della gratitudine, di vedere in tutto un dono del Padre, anche nei nostri sbagli.

Chiediamo a Maria di fare di noi un continuo rendimento di grazie.

Chiediamo a Maria il dono della preghiera interiore, perché il nostro spirito impari a ripetere, ad ogni battito di cuore: "Padre, grazie!".

E il Padre verrà in noi, e anche noi potremo intercedere per i nostri poveri fratelli disperati e, nel sorriso, saremo per loro testimoni credibili della resurrezione.

Solo di questo hanno bisogno per imparare a dire anche loro: "Padre, grazie!" e così risorgere.

Di P. Andrea D'Ascanio