20-2-2017 - SUNTO DEL LIBRO DI CIELO VOLUME1

 

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56 - Luisa  fa  la  confessione  dei  suoi  peccati  a  Gesù.

(…) “Questa volta voglio fare Io stesso l’uffizio di confessore, e tu confesserai a Me tutte le tue colpe e nell’atto che ciò farai, ti farò comprendere uno per uno i dolori che hai dato al Cuor mio nell’offendermi, acciocché comprendendo tu, per quanto può una creatura, che cosa è il peccato, prendi risoluzione che piuttosto morire che offendermi. Tu intanto entra nel tuo nulla e recita il Confiteor”.

(…) “Signore, mi accuso innanzi alla vostra presenza che ho peccato di superbia”. E Lui:  “Avvicinati al mio Cuore e metti l’orecchio e sentirai lo strazio crudele che hai fatto al mio Cuore con questo peccato”. Tutta tremando vi misi l’orecchio sopra del suo Cuore adorabile;  ma chi può dire ciò che sentii e compresi in quell’istante? specialmente dopo tanto tempo?  Dirò solo qualche cosa in confuso. Ricordo che il suo Cuore batteva tanto forte che pareva che si volesse rompere il petto, poi mi parve che si facesse a brani a brani, e per il dolore restava quasi distrutto. Ah, se avessi potuto, giungerei a distruggere l’Essere Divino con la superbia! Vi do una similitudine per farmi capire, altrimenti non ho parole come manifestarmi. Immaginate un re e ai piedi di detto re un verme, che sollevandosi e gonfiandosi s’incomincia a credere qualche cosa e che giunge a tale audacia che, sollevandosi a poco a poco giunge alla testa del re e gli vuol togliere la corona per mettersela sopra della sua testa, poi lo spoglia delle sue vestimenta regali, dopo lo caccia dal trono ed infine cerca d’ucciderlo. Ma quello che è più di questo verme, [è] che lui stesso non conosce il suo essere, [per]tanto s’illude, e [non sa] che per disfare lui non ci vuole altro che il re se lo metta sotto dei piedi e lo schiacci, e così finisce i suoi giorni. Cosa in vero che muove a sdegno ed a compassione, ed insieme a ridicolaggine l’orgoglio di questo verme, se ciò si potesse fare.  Tale mi vedevo io innanzi a Dio, cosa che mi riempì di tale confusione e dolore che mi sentivo rinnovare nel mio cuore lo strazio che soffriva il benedetto Gesù. Dopo ciò mi lasciò, ed io mi sentivo tal pena e comprendevo tanto brutto questo peccato di superbia, ch’è impossibile descriverlo. Quando ebbi ruminato ben ben tutto ciò in me stessa, il mio buon Gesù ritornò e mi disse che seguitassi la confessione delle mie colpe, ed io tutta tremando seguitai a fare l’accusa dei pensieri, parole, opere, cause ed omissioni; e quando [Gesù] mi vedeva che non potevo seguitare a fare la confessione per la pena che sentivo d’averlo tanto offeso - perché avevo una chiarezza sì viva innanzi a quel Sol Divino, specialmente [per]ché vi scorgevo la piccolezza, la nullità dell’essere mio e restavo stupita come avevo avuto tanto ardire, da dove avevo preso quel coraggio d’offendere un Dio sì buono che, nell’atto stesso che l’offendevo Lui mi assisteva, mi conservava, mi alimentava e, se ci aveva qualche rancore con me, era al peccato che facevo, che odiava sommamente, [per]ché a me mi amava immensamente, mi scusava innanzi alla Divina Giustizia e tutto s’occupava per togliere quel muro di divisione che aveva prodotto il peccato tra l’anima e Dio. Oh, se tutti potessero vedere chi è Dio e chi è l’anima nell’atto che si pecca, tutti morrebbero di dolore e credo che il peccato verrebbe ad essere esiliato dalla terra! - quindi, quando Gesù benedetto vedeva che per la pena non ne potevo più, Si ritirava e mi lasciava ben ben farmi comprendere il male che avevo fatto, e dopo ritornava di nuovo e continuavo l’accusa delle mie colpe. Onde quando ebbi finito l’accusa che durò circa sette ore, l’amabile Gesù prese l’aspetto di Padre amorosissimo; e siccome io mi trovavo sfinita di forze per il dolore e molto più [per]ché vedevo che non era dolore bastante per dolermi come si conveniva delle mie colpe, Lui per rincorarmi mi disse: “Voglio supplire Io per te, ed applico all’anima tua il merito del dolore che ebbi nell’Orto del Getsemani. Questo solo può soddisfare alla Divina Giustizia”. Dopo che applicò all’anima mia il suo dolore, allora mi parve d’essere disposta per ricevere l’assoluzione. Tutta umiliata e confusa com’ero e prostrata ai piedi del buon Padre Gesù, coi raggi che tramandava nella mia mente, cercavo d’eccitarmi maggiormente al dolore col dire - sebbene non ricordo tutto -: “Grande, sommo è stato il male che ho fatto verso di Voi.  Queste potenze mie e questi sensi del corpo dovevano essere tante lingue come lodarvi, ah! invece sono state come tante vipere velenose che Vi mordevano e cercavano anche d’uccidervi! Ma, Padre Santo, perdonami, non vogliate discacciarmi per il gran torto che Ti ho fatto peccando!” E Gesù: “E tu, prometti di non più peccare, di sbandire dal tuo cuore ogni ombra di male che potrebbe offendere il tuo Creatore?” Ed io: “Ah, sì, con tutto il cuore, Ve lo prometto! Voglio piuttosto mille volte morire che mai più peccare; mai più, mai più!” E Gesù: “Ed Io ti perdono ed applico all’anima tua i meriti della mia Passione e voglio lavarla nel mio Sangue”. E mentre così diceva, alzò la benedetta destra e pronunziò le parole dell’assoluzione, precise alle parole che dice il sacerdote quando dà l’assoluzione, e, nell’atto che ciò faceva, dalla sua mano scorreva un fiume di Sangue e l’anima mia ne restava tutta inondata.

 

 

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57 - Effetti  della  grazia  della  confessione fatta  a  Gesù  e  rinnovata  più  volte.

Dopo ciò mi disse: “Vieni, o figlia, vieni a fare penitenza dei tuoi peccati col baciarmi le mie piaghe”. Tutta tremando mi alzai e Gli baciai le sue sacratissime piaghe e poi mi disse:  “Figlia mia, sii più vigilante ed attenta, ché oggi ti do la grazia di non cadere più nel peccato veniale volontario”.

 

58 - Fine  della  narrazione.  La nuova guerra tra l’Italia e l’Africa.

Ricordo che ci fu la seconda guerra tra l’Africa e l’Italia ed il benedetto Gesù, un giorno - circa nove mesi prima - mi trasportò fuori di me stessa e mi fece vedere una via lunghissima, ripiena di carne umana immersa nel sangue, che a fiumi inondava quella via. Faceva orrore a vedere quei cadaveri esposti all’aria aperta, senza avere neppure chi li seppellisce! Io tutta spaventata dissi a Nostro Signore: “Che cosa è questo?” E Lui:  “Nell’anno seguente ci sarà la guerra. Se ne servono della carne per offendermi, ed Io sulla loro carne voglio fare le mie giuste vendette”. (…)

 

59 - Riprende la Novena del Natale, con la quale iniziò il Volume.

“Figlia mia,  dall’amore divorante passa a guardare il mio amore operante.  Ogni anima concepita Mi portò il fardello dei suoi peccati, delle sue debolezze e passioni, ed il mio amore Mi comandò di prendere il fardello di ciascuno e, non solo le anime concepii, ma le pene di ciascuna, le soddisfazioni che ogn’una di esse doveva dare al mio Celeste Padre.  Sicché la mia Passione fu concepita insieme con Me.  Guardami bene nel seno della mia Celeste Mamma.  Oh, come la mia piccola Umanità era straziata!  Guarda bene come la mia piccola testolina è circondata da un serto di spine, che cingendomi forte le tempia Mi fanno mandare fiumi di lacrime dagli occhi;  né potevo muovermi per asciugarle.  Deh, muoviti a compassione di Me:  asciugami gli occhi dal tanto piangere, tu che hai le braccia libere per potermelo fare!  Queste spine sono il serto dei tanti pensieri cattivi che si affollano nelle menti umane;  oh come Mi pungono più delle spine che germoglia la terra! 

Ma guarda ancora che lunga crocifissione di nove mesi!  Non potevo muovere né un dito né una mano né un piede, ero qui sempre immobile, non c’era posto per potermi muovere un tantino.  Che lunga e dura crocifissione!  Coll’aggiunta che tutte le opere cattive, prendendo forma di chiodi, Mi trafiggevano mani e piedi ripetutamente”.  E così continuava a narrarmi, pene per pene, tutti i martìri della sua piccola Umanità, che volerle dire tutte sarei troppo lunga.  Ond’io mi abbandonavo al pianto.  Mi sentivo dire nel mio interno:  “Figlia mia, vorrei abbracciarti ma non lo posso, non c’è lo spazio, sono immobile, non lo posso fare;  vorrei venire a te, ma non posso camminare.  Per ora abbracciami e vieni tu a Me, poi quando uscirò dal seno materno verrò Io a te”.  Ma mentre con la mia fantasia me L’abbracciavo, me Lo stringevo forte al mio cuore, una voce interna mi diceva:  “Basta per ora, figlia mia, e passa a considerare il quinto eccesso del mio amore”.

 

 

 

 

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54 - Nuove  partecipazioni  di  Luisa  alle  pene  della  Passione  di  Gesù.

Altre volte, rinnovando[mi] queste crocifissioni il mio dolce Gesù, ricordo che mi disse:  “Diletta mia, la croce fa distinguere i reprobi dai predestinati.  Come nel giorno del giudizio i buoni si rallegreranno al vedere la croce, così fin d’ora si può vedere se uno dev’essere salvo o perduto.  Se al presentarsi della croce l’anima l’abbraccia, se la porta con rassegnazione, con pazienza e bacia e ringrazia quella mano che l’invia:  eccoti il segno che è salvo.  Se, al contrario, al presentarsi della croce s’irritano, la disprezzano e giungono fino ad offendermi, puoi dire [che questo è] un segno che è anima che s’incammina per la via dell’inferno;  tale faranno i reprobi nel giorno del giudizio, che al veder della croce si affliggeranno e bestemmieranno.  Tutto dice la croce;  la croce è un libro che senza inganno ed a chiare note ti dice e fa distinguere il santo dal peccatore, il perfetto dall’imperfetto, il fervoroso dal tiepido.  La croce comunica tale una luce all’anima, che fin d’ora non solo fa distinguere il buono dal reo, ma si può conoscere ancora chi dev’essere più o meno glorioso nel Cielo, chi deve occupare un posto più superiore e un posto minore.  Tutte le altre virtù stanno umili e riverenti innanzi alla virtù della croce, ed innestandosi con essa ne ricevono maggior lustro e splendore”.

Chi può dire quali fiamme di desiderio ardente gettava nel mio cuore questo parlare di Gesù?  Mi sentivo divorare dalla fame del patire, e Lui, per soddisfare le mie brame, oppure, per dire meglio, ciò che Lui stesso m’infondeva, mi rinnovava la crocifissione.

Ricordo che delle volte, dopo rinnovate queste crocifissioni mi diceva:  “Diletta del Cuor mio, bramo ardentemente non solo crocifiggerti l’anima e comunicarti i dolori della croce al corpo, ma desidero di suggellarti anche il corpo col suggello delle mie piaghe, e voglio insegnarti la preghiera come ottenere questa grazia;  la preghiera è questa: 

“Io mi presento innanzi al Trono Supremo di Dio, bagnata nel Sangue di Gesù Cristo, pregandolo che per il merito delle sue preclarissime virtù e della sua Divinità, di concedermi la grazia di crocifiggermi”.

Io però, siccome ho avuto sempre avversione a tutto ciò che può comparire esterno - come la tengo ancora - ma [tuttavia] nell’atto che Gesù diceva, mi sentivo infondere tali brame di soddisfare al desiderio che Lui stesso diceva, che pure ardivo di dire a Gesù che mi crocifiggesse nell’anima e nel corpo, e qualche volta Gli dicevo:  “Sposo Santo, cose esterne non ne vorrei, e se qualche volta ardisco dirlo, è perché Voi stesso me lo dite;  ed anche per dare un segno al confessore che siete Voi che operate in me.  Ma del resto, non vorrei altro che quei dolori che mi fate soffrire quando mi rinnovate la crocifissione fossero permanenti;  non vorrei quella diminuzione dopo qualche tempo;  e questo solo mi basta, ché dall’apparenza esterna, quanto più mi potete tenere nascosta, tanto più mi contenterete”.

 

55 - Il Giudizio della Croce.

(…) “Diletta mia, la croce fa distinguere i reprobi dai predestinati. Come nel giorno del giudizio i buoni si rallegreranno al vedere la croce, così fin d’ora si può vedere se uno dev’essere salvo o perduto. Se al presentarsi della croce l’anima l’abbraccia, se la porta con rassegnazione, con pazienza e bacia e ringrazia quella mano che l’invia: eccoti il segno che è salvo. Se, al contrario, al presentarsi della croce s’irritano, la disprezzano e giungono fino ad offendermi, puoi dire [che questo è] un segno che è anima che s’incammina per la via dell’inferno; tale faranno i reprobi nel giorno del giudizio, che al veder della croce si affliggeranno e bestemmieranno. Tutto dice la croce; la croce è un libro che senza inganno ed a chiare note ti dice e fa distinguere il santo dal peccatore, il perfetto dall’imperfetto, il fervoroso dal tiepido. La croce comunica tale una luce all’anima, che fin d’ora non solo fa distinguere il buono dal reo, ma si può conoscere ancora chi dev’essere più o meno glorioso nel Cielo, chi deve occupare un posto più superiore e un posto minore. Tutte le altre virtù stanno umili e riverenti innanzi alla virtù della croce, ed innestandosi con essa ne ricevono maggior lustro e splendore”. (…)

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49 - Terzo Sposalizio: lo Sposalizio della Croce.

(…) Ricordo che (Gesù) diceva: “Sposa mia, le virtù si rendono deboli se non sono corroborate, fortificate dall’innesto della croce.

(…) una mattina, il mio amantissimo Gesù si presenta a me dinanzi in forma di Crocifisso e mi disse che voleva crocifiggermi con Lui, e mentre ciò diceva vidi che dalle sue santissime piaghe uscirono raggi di luce e dentro a questi raggi i chiodi che venivano alla volta mia. (…) Gli dissi: “Sposo Santo, crocifisso per me, Vi prego di concedermi la grazia di crocifiggermi, ed insiememente di non fare comparire nessun segno esterno. Sì, dammi il dolore, dammi le piaghe, ma fa’ che tutto sia nascosto tra me e Te”. E così quei raggi di luce insieme coi chiodi mi passarono le mani ed i piedi, ed il cuore fu passato con un raggio di luce insieme con una lancia. Chi può dire il dolore ed il contento? (…)

 

50 - Gesù    a  Luisa  il  vero  dolore  dei  peccati.

Ora, ritornando Gesù, Gli dicevo: “Caro, mio Diletto, dammi il dolore dei miei peccati, così i miei peccati consumati dal dolore, dal pentimento d’averti offeso, possono essere cancellati dall’anima mia ed anche dalla vostra memoria; sì, tanto dolore datemi per quanto ho ardito d’offendervi. Anzi fate che il dolore superi questo, così potrò stringermi più intimamente con Voi”. Ricordo che una volta mentre stavo ciò dicendo, il mio sempre benigno Gesù mi disse:  “Giacché tanto ti dispiace d’avermi offeso, voglio Io stesso disporti a farti sentire il dolore dei tuoi peccati, così vedi quanto è brutto il peccato, e che acerbo dolore soffrì il mio Cuore.  Perciò, di’ insieme con Me: “Se passo il mare:  nel mare Tu sei, eppure non Ti vedo; calpesto la terra: stai sotto dei miei piedi. Peccai!” E poi, Gesù sotto voce soggiunse, quasi piangendo:  “Eppur ti amai, e nello stesso tempo ti conservai!” Mentre ciò Gesù diceva ed io insieme con Lui, fui sorpresa da tale dolore dell’offese fatte, che caddi boccone a terra (…)

 

51 - Luisa ottenne col suo patire che un uomo ucciso non si dannasse, ma, anzi, che restasse in vita.

Ricordo che, seguitando a domandare la crocifissione e trasportandomi Gesù fuori di me stessa, mi portava nei luoghi santi di Gerusalemme, dove Nostro Signore patì la sua dolorosa Passione, e là incontrammo molte croci;  il mio diletto Gesù mi diceva:  “Se tu sapessi che bene contiene in sé la croce, come rende l’anima preziosa, che gemma d’inestimabile valore acquista chi ha il bene di possedere le sofferenze!  Basta dirti solamente che venendo sulla terra non scelsi le ricchezze, i piaceri, ma mi ebbi a care ed intime sorelle la croce, la povertà, le sofferenze, ignominie”.  Mentre così diceva, mostrava tale un gusto, una gioia del patire, che quelle parole mi passavano il cuore come tanti dardi infocati, a parte a parte, tanto che mi sentivo venir meno la vita se il Signore non mi concedeva il patire, e con quanta voce e forza tenevo, non facevo altro che dirle:  “Sposo Santo, dammi il patire, dammi le croci;  da questo solo conoscerò che mi amate, se mi contentate con le croci e coi patimenti”.  E così prendevo una di quelle croci più grandi che vedevo, mi mettevo sopra e pregavo Gesù che mi venisse a crocifiggermi, e Lui si compiaceva di prendere la mia mano ed incominciava a trapassarla col chiodo, d’intanto intanto il benedetto Gesù mi domandava:  “Che?  Ti duole assai?  Vuoi che non continuo?”  Ed io:  “No, no Diletto mio, continuate;  mi duole, sì, ma sono contenta”.  Ed avevo tale timore che non compisse di crocifiggermi, che non facevo altro che dirgli:  “Fate presto, o Gesù!  Fate presto, non la prendete per le lunghe!”  Macché!  Quando si giungeva a inchiodarmi l’altra mano, le braccia della croce si trovavano corte, mentre prima mi parevano bastanti per poter ciò fare.  Chi può dire quanto lasciavo mortificata?  Questo si ripeteva molte volte, e delle volte se si trovavano [adatte] le braccia, non si trovava [esatta] la lunghezza della croce per poter distendere i piedi;  in una parola, ci doveva mancare una cosa per non potersi compiere la crocifissione.  Chi può dire l’amarezza dell’anima mia ed i lamenti che mi facevo con Nostro Signore ché non mi concedeva il vero patire?  Gli dicevo:  “Diletto mio, tutto finisce in burla:  mi dicevi di dovermi portare nel Cielo, e poi di nuovo mi facevi ritornare alla terra;  mi dici di dovermi crocifiggere, e mai veniamo alla completa crocifissione!”  E Gesù di nuovo mi prometteva di dovermi crocifiggere.

 

52 - Preziosità della Croce. Gesù rinnova a Luisa parecchie volte la crocifissione.

(…) il mio diletto Gesù mi diceva: “Se tu sapessi che bene contiene in sé la croce, come rende l’anima preziosa, che gemma d’inestimabile valore acquista chi ha il bene di possedere le sofferenze! Basta dirti solamente che venendo sulla terra non scelsi le ricchezze, i piaceri, ma mi ebbi a care ed intime sorelle la croce, la povertà, le sofferenze, ignominie”. (…) non facevo altro che dirle: “Sposo Santo, dammi il patire, dammi le croci; da questo solo conoscerò che mi amate, se mi contentate con le croci e coi patimenti”. E così prendevo una di quelle croci più grandi che vedevo, mi mettevo sopra e pregavo Gesù che mi venisse a crocifiggermi, e Lui si compiaceva di prendere la mia mano ed incominciava a trapassarla col chiodo, d’intanto intanto il benedetto Gesù mi domandava: “Che? Ti duole assai? Vuoi che non continuo?” Ed io: “No, no Diletto mio, continuate;  mi duole, sì, ma sono contenta”. 

 

53 - I pregi della Croce. Al posto della croce avuta finora, Luisa ne riceve un’altra assai più grande.

(…) “Diletta mia, vuoi tu essere bella? La croce ti darà i lineamenti più belli che trovar si possa e nel Cielo e nella terra, tanto da innamorare Iddio che contiene in Sé tutte le bellezze”.  Continuava Gesù: “Vuoi tu essere ripiena d’immense ricchezze, non per breve tempo ma per tutta l’eternità? Ebbene, la croce ti somministrerà tutte le specie di ricchezze, dai centesimi più piccoli, qual sono le piccole croci, alle somme più grandi, quali sono le croci più pesanti. (…) Diletta mia, nella croce ci sono tutti i trionfi, tutte le vittorie ed i più grandi acquisti. (…)

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43 - Gesù prepara Luisa a rinnovare lo Sposalizio mistico, in Cielo, sancito dalla SS. Trinità. Perciò le parla delle  tre virtù teologali: LA FEDE.

(…) Quindi, diceva Gesù - ritornando alla Fede -: “Per ottenere bisogna credere. Come al capo, senza la vista degli occhi tutto è tenebre, tutto è confusione, tanto che se volesse camminare, or cadrebbe ad un punto, ora ad un altro e finirebbe col precipitare del tutto, così all’anima, senza Fede non fa altro che andare di precipizio in precipizio; ma la Fede serve di vista all’anima e come luce che la guida alla vita eterna. Or, da che viene alimentata questa luce della fede? Dalla Speranza. Or, di quale sostanza è questa luce della Fede e questo alimento della Speranza? La Carità. Tutte e tre queste virtù sono innestate tra loro, in modo che una non può stare senza dell’altra. (…)

 

44 - Continua  sulle  tre  virtù  teologali.  LA SPERANZA.

“La Speranza - diceva Gesù - somministra all’anima una veste di fortezza, quasi di ferro, in modo che tutti i nemici coi loro strali non possono ferirla, non solo, ma neppure apportare il minimo disturbo. Tutto è tranquillità in lei, tutto è pace. Oh, è bello vedere quest’anima investita della bella Speranza, tutta appoggiata al suo Diletto, tutta diffidente di sé e tutta confidente in Dio! Disfida i nemici più fieri, è regina delle sue passioni, regola tutto il suo interno, le sue inclinazioni, i desideri, i palpiti, i pensieri con una maestria tale, che Gesù stesso ne resta innamorato perché vede che quest’anima opera con tale coraggio e fortezza;  ma questa l’attinge e lo spera tutto da Lui, tanto che Gesù vedendo questa ferma Speranza niente sa negare a quest’anima. (…) …la Speranza, nessuna cosa le può nuocere: né la tribolazione né la povertà né tutti i vari accidenti della vita, la sgomentano un istante. Dice fra sé: “Io tutto posso operare, tutto posso sopportare, tutto soffrire sperando in Gesù che forma l’oggetto di tutte le mie speranze”. La Speranza rende l’anima quasi onnipotente, invincibile e somministra all’anima la perseveranza finale, tanto che, allora cessa di sperare e di perseverare, quando ha preso possesso del Regno del Cielo; allora depone la Speranza e tutta si tuffa nell’oceano immenso dell’Amore divino.

 

45 - Continua  sulle  tre  virtù  teologali.  LA CARITÀ.

(…) il mio diletto Gesù ritornava e parlava della Carità, dicendomi: “Alla Fede ed alla Speranza sottentra la Carità, e questa congiunge tutto il resto insieme delle altre due, in modo da formarne una sola, mentre sono tre. Eccoti, o sposa mia, adombrata nelle tre virtù teologali la Trinità delle Divine Persone”. Poi proseguì: “Se la Fede fa credere, la Speranza fa sperare, la Carità fa amare. Se la Fede è luce e serve di vista all’anima, la Speranza, che è l’alimento della Fede, somministra all’anima il coraggio, la pace, la perseveranza e tutto il resto. La Carità, che è la sostanza di questa luce e di questo alimento, è come quell’unguento dolcissimo e odorosissimo che penetrando dappertutto, lenisce, raddolcisce le pene della vita.  La Carità rende dolce il patire e fa giungere anche a desiderarlo. L’anima che possiede la Carità spande odore dappertutto, le sue opere, fatte tutte per amore, danno un odore graditissimo;  e qual’è questo odore? È l’odore di Dio stesso. Le altre virtù rendono l’anima solitaria e quasi rustica con le creature; la Carità invece, essendo sostanza che unisce, unisce i cuori, ma dove? In Dio. La Carità essendo unguento odorosissimo si spande dappertutto e con tutti. La Carità fa soffrire con gioia i più spietati tormenti, e giunge a non saper stare senza il patire, e quando se ne vede priva dice al suo Sposo Gesù: “Sostenetemi coi frutti, qual’è il patire, perché languisco d’amore, e dove altro posso mostrarti il mio amore [se non] che nel patire per Te?” La Carità brucia, consuma tutte le altre cose, ed anche le stesse virtù, e converte tutte in sé. Insomma, è qual regina che vuol regnare dappertutto, e che non vuol cederla a nessuno”.

 

46 - Ultimo preparativo allo Sposalizio: l’annientamento di sé e la brama di sempre più patire.

Mentre l’anima mia stava eccitandosi in accese brame di ricevere la grazia che Gesù stesso mi voleva fare, Gesù ritornò e mi trasportò fuori di me stessa, fin nel Paradiso, ed ivi, alla presenza della Santissima Trinità e di tutta la Corte Celeste rinnovò lo sposalizio.  Gesù mise fuori l’anello fregiato con tre pietre preziose, bianca, rossa e verde e lo consegnò al Padre, che lo benedisse e di nuovo lo restituì al Figlio;  lo Spirito Santo mi prese la destra e Gesù mi mise al dito anulare l’anello.  Poi fui ammessa al bacio di tutte e Tre [le] Divine Persone e d’ambo le parti mi benedissero.

Chi può dire la mia confusione quando mi trovai innanzi alla Santissima Trinità?  Dico solo che appena che mi trovai alla loro presenza, caddi boccone a terra e lì sarei rimasta se non fosse stato per Gesù che m’incoraggiò d’andare alla loro presenza, tant’era la luce, la santità di Dio.  Questo solo dico, le altre cose le lascio perché le ricordo in confuso.

 

47 - Il rinnovamento dello Sposalizio mistico, in Cielo, al cospetto della Santissima Trinità.

(…) Gesù ritornò e mi trasportò fuori di me stessa, fin nel Paradiso, ed ivi, alla presenza della Santissima Trinità e di tutta la Corte Celeste rinnovò lo sposalizio. Gesù mise fuori l’anello fregiato con tre pietre preziose, bianca, rossa e verde e lo consegnò al Padre, che lo benedisse e di nuovo lo restituì al Figlio; lo Spirito Santo mi prese la destra e Gesù mi mise al dito anulare l’anello. Poi fui ammessa al bacio di tutte e Tre [le] Divine Persone e d’ambo le parti mi benedissero. (…)

 

48 - L’inabitazione delle Divine Persone nell’anima, alla quale si danno in reciproco possesso. Allora fu dato a Luisa il dono del Divino Volere.

Dopo questo, ricordo che passarono pochi giorni, e feci la Comunione [e] perdetti i sensi, e vidi la Santissima Trinità vista nel Cielo, innanzi a me presente. Subito mi prostrai alla Loro presenza, L’adorai, confessai il mio nulla. Ricordo che mi sentivo tanto sprofondata in me stessa che non ardivo di dire una sola parola. Quando, una voce uscì da mezzo Loro, e disse: “Non temere, fatti coraggio, siamo venuti per confermarti per nostra, e prendere possesso del tuo cuore”. Mentre così diceva questa voce, vidi che la Santissima Trinità scese nel mio cuore e se ne impossessarono e lì formarono la loro sede. Chi può dire il cambiamento che successe in me? Mi sentivo divinizzata; non più io vivevo, ma Loro vivevano in me. A me pareva che il mio corpo fosse come una abitazione e che dentro abitasse il Dio vivente, perché io mi sentivo la presenza reale sensibilmente nel mio interno; sentivo la Loro voce chiara, che usciva da dentro il mio interno e risuonava alle orecchie del corpo. Succedeva precisamente come quando vi sono gente dentro d’una stanza che parlano e le loro voci si sentono chiare e distinte anche di fuori. (…)