VIA CRUCIS CORPORALE DI N. S. GESU' CRISTO

Ho scritto questa meditazione il giorno della Circonci-sione del 1940.

Se esiste una leggenda radicata negli animi, essa è quella della durezza di cuore dei chirurghi: si dice che l'assuefa-zione affievolisce le sensazioni e che questa abitudine, sorretta dalla necessità d'un male per un bene, ci riduce in uno stato di serena insensibilità. Nulla di più falso. Se ci irrigidiamo contro l'emozione che non deve manifestarsi e, neppure inte-riormente, turbare l'atto chirurgico (come il pugile, istin-tivamente, contrae l'epigastrio dove attende il colpo), la pietà rimane in noi sempre viva ed anzi si affina con l'età. Quando ci si è chinati per anni sulla sofferenza altrui, quando la si è provata in noi stessi, si è certo più vicini alla compas-sione che all'indifferenza, poichè si capisce meglio il dolore e se ne conoscono meglio le cause e gli effetti.

Così un chirurgo, quaudo ha meditato sulle sofferenze della Passione, ne ha analizzato i tempi e le circostanze ti-siologiche e si è sforzato di ricostruire metodicamente tutte le tappe di questo martirio di una notte e di un giorno, può, meglio del più eloquente predicatore, meglio del più santo degli asceti (a parte coloro che ne ebbero la visione diretta, e ne furono annientati), prender parte alle sofferenze del Cri-sto. Vi assicuro che è abominevole: per parte mia, sono giunto a non più osare di pensarvi. Sarà viltà, senza dubbio, ma ritengo che si debba avere una virtù eroica a non capire, che si debba essere santi o incoscienti, per poter fare una « Via Crucis ». Quanto a me, non lo posso più.

Ed è tuttavia questa « Via Crucis » che sono stato pre-gato di scrivere: ed io non voglio rifiutarmi, certo che essa farà del bene. 0 bone et dulcissinie Jesu, aiutatemi. Voi che le avete sopportate, fate che io sia in grado di descrivere queste Vostre sofferenze. Forse, sforzandomi di rimanere obiettivo, opponendo all'emozione la mia « insensibilità » di chirurgo, potrò giungere sino in fondo. Se singhiozzerò prima della fine, mio povero amico che leggi, fa come me senza vergogna; vorrà soltanto dire che avrai capito. Se-guimi dunque: abbiamo per guida i testi sacri e la Santa Sindone, il cui studio scientifico me ne ha dimostrato l'au-tenticità.

In realtà la Passione inizia alla Natività, poichè Gesù, nella Sua onniscienza, ha sempre saputo, visto e voluto le sofferenze che attendevano la Sua Umanità. Il primo sangue fu versato per noi nella Circoncisione, otto giorni dopo la nascita. Si può già immaginare che cosa dev'essere per un uomo la previsione esatta del suo martirio.

Di fatto è nel Getsemani che incomincierà l'olocausto. Gesù, dopo aver dato ai Suoi la Sua carne da mangiare ed il Suo sangue da bere, li conduce con sè di notte, come al solito, nell'orto degli olivi. Li lascia sdraiare presso l'ingresso, con-duce un po' più lontano i Suoi tre intimi e si allontana da loro di un tiro di sasso per prepararsi pregando. Sa che la Sua ora è venuta. Egli stesso ha mandato il traditore di Karioth : « quod facis, fac citfts » (ciò che fai, fallo presto - Giov., XIII, 27). Ha fretta di farla finita e lo vuole. Ma poiché ha rivestito, incarnandosi, quella forma di schiavitù che è la nostra umanità, questa si ribella ed inizia la tragedia della lotta tra la Sua volontà e la natura. « Coepit pavere et taedere » (Incominciò ad atterrirsi ed attristarsi - MARCO, XIV, 33).

Quella coppa che Egli deve bere contiene due amarezze anzitutto i peccati degli uomini di cui deve caricarsi, Egli il giusto, per redimere i Suoi fratelli, e questa è senza dubbio la prova più dura, una prova che non possiamo immaginare poichè i più santi di noi sono coloro che più vivamente sen-tono la loro indegnità e la loro infamia. Forse, comprendiamo meglio il prevedere, il soffrire in anticipo le torture fisiche, che Egli subisce già nel pensiero: eppure non abbiamo pro-vato che il brivido retrospettivo delle sofferenze passate. De-v'essere qualcosa di indicibile: « Pater, si vis, transfer ca-licem istuin a nrc; verumtarnen non mea voluntas sed tua fiat ». (Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; però non si faccia la mia rna la tua volontà. - LUCA, XXII, 42). E' qui la Sua Umanità che parla... e che si sottomette, poichè la Sua Divinità sa ciò che vuole da tutta l'eternità: l'Uomo si trova in un punto morto. I Suoi tre fedeli sono addormen-tati « prae tristitia », per la tristezza - dice S. Luca (XXII, 45). Poveretti.

La lotta è spaventosa: un angelo scende per confortarlo, ma nello stesso tempo per raccogliere, sembra, la Sua accet-tazione. « Et factus in agonia, prolixius orabat. Et factus est sudo), eius sieut guttae sanguinis decurrentis in terrant ». (Ed entrato in agonia, pregava più intensamente: e diede in un sudore, come di grumi di sangue che cadevano sino a terra. - LUCA, XXII, 44). Si tratta del sudor di sangue che alcuni esegeti razionalisti, subodorando qualche miracolo, hanno in-terpretato come simbolico. E' curioso constatare quante be-stialità questi materialisti moderni possono dire in mate-ria scientifica. Sottolineiamo che, il solo Evangelista che ri-porta il fatto è un medico. Ed il nostro venerato collega Luca, utediccs carissimus, (119 pist. di S. Paolo ai Colossesi), lo fa con la precisione e concisione d'un buon clinico. L'ema-toidrosi è un fenomeno rarissimo ma esattamente descritto. Essa sì produce, come scrive il Dott. Le Bec, « in condizioni particolarissime: una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale, conseguenza di una profonda emozione, di una grande paura » (Le supplice de la Croiw, Parigi, 1925, loc. cit.) (« et coepit pavere et taedere »). Il terrore, lo spa-vento e la scossa morale sono qui al massineo grado. E' ciò che Luca chiama « agonia » che, in greco, significa lotta ed ansietà. « E diede in un sudore, come di grumi di sangue, che cadevano sino a terra ».

A che serve spiegare il fenomeno? Una intensa vasodila-tazione dei capillari sottocutanei che si rompono a contatto dei cul di sacco dei milioni di ghiandole sudoripare. Il sangue si mescola al sudore e si coagula sulla pelle, dopo essuda-zione. Ed è questo insieme di sudore e di grumi, che si rac-coglie e discende per tutto il corpo, in quantità sufficiente per cadere al suolo. Da notare che questa emorragia microsco-pica si produce in tutta la pelle, la quale è in tal modo già lesa nel suo insieme, per così dire indolenzita e resa fragile per tutti i colpi futuri. Ma andiamo avanti.

Ecco Giuda ed i servi del Sinedrio, armati di spade e di bastoni e recanti corde e lanterne. Vi è pure la coorte dei soldati del Tempio comandati dal loro tribuno. Ci si è ben guardati dall'avvisare i romani e la coorte della torre An-tonia. Il loro turno non verrà che quando gli Ebrei, dopo aver pronunziato la loro sentenza, cercheranno di farla ratificare dal procuratore. Gesù si fa avanti: una Sua parola basta a far cadere a terra i Suoi aggressori, ultima manifestazione del Suo potere, prima di abbandonarsi alla volontà divina. Il bravo Pietro ne ha approfittato per mozzare l'orecchia di Malco e, ultimo miracolo, Gesù l'ha riattaccata.

Ma la turba urlante s'è ripresa, ha legato il Cristo e lo conduce, senza riguardi, lo si può credere, non curandosi dei personaggi di secondo piano. E' l'abbandono, almeno appa-rente. Gesù sa che Pietro e Giovanni lo seguono di lontano (« a longe » - MARCO, XV, 54; Geov., XIX, 15) e che Marco non scamperà, all'arresto se non fuggendosene nudo, dopo aver la-sciato nelle mani delle guardie la « sindone » che lo copriva.

Ed eccoli davanti a Caifa ed al Sinedrio. E' notte fonda non può trattarsi che di una istruttoria preliminare. Gesù rifiuta di rispondere: ha predicato apertamente la Sua dot-trina. Caifa è disorientato, furioso ed una delle sue guardie, traducendo questo sdegno, dà uno schiaffo all'imputato: « sic respondes Pontifici »? (così rispondi al Pontefice? - Giov., XVIII, 22).

Ma questo non è nulla: bisogna attendere il mattino, per poter udire i testimoni. Gesù è trascinato fuori della sala, nel cortile vede Pietro che l'ha rinnegato tre volte e con uno sguardo lo perdona. Lo si trascina in qualche sala sotter-ranea e la canaglia dei servi se la spasserà sulle spalle di questo falso profeta (debitamente legato), che ancora poco fa li ha gettati a terra con non si sa quale stregoneria. Lo si tempesta di schiaffi, di pugni, gli si sputa sul viso, e poichè non c'è modo di dormire, si cerca di divertircisi un poco. E, velatoGli il volto, ciascuno lo colpisce: gli schiaffi ri-suonano e questi bruti hanno la mano pesante: « Profetizza dicci, Cristo, chi ti ha percosso ». Il Suo corpo è già tutto un dolore, la Sua testa rintrona come una campana; Egli è colto da vertigini... e tace. Con una sola parola, potrebbe annientarli « et non aperuit os suum » (e non aprì. bocca - ISAIA, LIII, 7). Questa plebaglia finisce per stancarsi e Gesù attende.

Alle prime luci del giorno, seconda udienza, sfilata pie-tosa di falsi testimoni che non provano nulla. Bisogna che Egli stesso si condanni, affermando la Sua filiazione divina, e quel volgare istrione di Caifa proclama la bestenunia strap-pandosi le vesti. Oh, rassicuratevi: questi buoni Giudei pru-denti ed avari hanno un abito preparato e ricucito leggermente che può servire un gran numero di volte! Non resta che otte-nere da Roma la condanna a morte che essa ha arrogato a sè in questo paese di protettorato.

Gesù, già spossato per la fatica ed indolenzito per i colpi, verrà trascinato all'altro capo di Gerusalemme, nella città alta, alla torre Antonia, specie di cittadella di dove la maestà romana assicura l'ordine nella città troppo agi-tata per i suoi gusti. La gloria di Roma è rappresentata da un disgraziato funzionario, piccolo romano della classe dei cavalieri, un « arrivato » ben felice di esercitare il comando, tuttavia difficile, su un popolo fanatico, ostile ed ipocrita. Pilato è preoccupato di conservare il suo posto, ma si trova preso tra gli ordini imperativi di Roma e le mene sornione di questi Ebrei, spesso molto in favore presso gli imperatori. Insomma, si tratta di un pover'uomo. Non ha che una re-ligione, se ne ha una, quella del Divies Caesar. E' il pro-dotto mediocre della barbara civiltà, della cultura materia-lista. Ma come prendersela con lui? E' come l'hanno fatto la vita di un uomo ha per lui poco valore, soprattutto se non si tratta di un cittadino romano. La pietà non gli è stata in-segnata e non conosce che un dovere: mantenere l'ordine. (A Roma s'immaginano che sia facile!). Tutti questi Ebrei litigiosi, mentitori e superstiziosi, con tutti i loro « tabù» e la loro mania di lavarsi per nulla, la loro servilità e la loro insolenza e le vigliacche denunce al ministero contro un amministratore coloniale che fa del suo meglio, tutto ciò lo disgusta. Egli lì disprezza... e li teme.

Gesù invece (eppure in quale stato gli compare dinanzi, coperto di ecchimosi e di sputi!), Gesù gli si impone e gli è simpatico; ed egli farà tutto quanto sarà in suo potere per strapparlo alle unghie di questi energumeni: « et quaerebat dimettere illum » (e cercava di liberarlo - Giov., XIX, 12).

« Gesù - egli dice - è Galileo: passiamolo a quella vecchia canaglia di Erode che recita la parte del reuccio negro e crede d'essere chi sa chi ». Ma Gesù disprezza quella volpe e non gli risponde verbo. Ed eccolo di ritorno con la turba ur-lante e quegli insopportabili farisei che schiamazzano in tono acutissimo, agitando le loro barbette. « Odiose queste chiac-chiere! Che restino fuori, visto che si sentirebbero contami-nati se entrassero in un pretorio romano! ».

Ponzio interroga questo pover'uomo che lo interessa. E Gesù non lo disprezza. Ha pietà della sua invincibile ìgnoranza, gli risponde con dolcezza e tenta persino di istruirlo. « Ah! - pensa Pilato - se non ci fosse questa canaglia che urla qui fuori, una buona sortita della coorte farebbe in fretta « curn gladio » (spada alla mano) a far tacere i più schiamazzanti e a disperdere gli altri. Non è molto che ho fatto massacrare nel Tempio qualche galileo troppo agitato. Sì, ma questi sornioni uomini del Sinedrio incominciano ad insinuare che non sono amico di Cesare e con questo non c'è da scherzare! E poi « Mehercle » (per Ercole) che cosa significano tutte queste storie di Re dei Giudei, Figlio dì Dio, Messia? » Se Pilato avesse letto le Scritture, forse sarebbe stato un altro Nicodemo, poichè anche Nicodemo è un vile; ma sarà la viltà a rompere gli argini. « Quest'uomo è giusto; io lo faccio flagellare (oh, la logica romana!); forse questi bruti ne avranno pietà ».

Ma anch'io sono un vile: perchè se mi attardo a difen-dere questo Quirite lamentevole, è soltanto per ritardare il mio dolore. « Tunc ergo apprehendit Pilatus Jesum et fla-gellavit » (Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare - Giov., XIX, 1).

I soldati di guardia conducono Gesù nell'atrio del Pre-torio e chiamano alla riscossa tutta la coorte: le distrazioni sono rare in questo paese di occupazione. Tuttavia ìl Signore ha dimostrato spesso una speciale simpatia per i militari. Come ha ammirato la confidenza e l'umiltà di quel centurione e la sua affettuosa premura per il suo servo che Egli ha gua-rito! (Nulla mi toglierà la convinzione che si trattava dell'at-tendente di quell'ufficiale di fanteria coloniale). E fra poco, il centurione di guardia al Calvario per primo proclamerà la Sua divinità. La coorte sembra presa da un delirio collettivo, che Pilato non ha previsto. Satana è là, a suggerire loro l'odio.

Ma basta. Non più parole: soltanto colpi; e procuriamo di anelare sino alla fine. Essi lo spogliano e, del tutto nudo, lo legano per i polsi a una colonna dell'atrio, con le braccia sollevate in alto.

La flagellazione si effettua con delle striscie di cuoio mul-tiple, su cui sono fissate, a qualche distanza dall'estremità libera, due palle di piombo o degli ossicini. (E' almeno a questo genere di flagrum che corrispondono le impronte della Sìndone). Il numero dei colpi è fissato a 39 dalla legge ebraica. Ma i carnefici sono legionari scatenati, che andran-no sino al limite della sincope. Infatti le tracce sulla Sin-done sono innumerevoli e la maggior parte sulla impronta posteriore (la parte anteriore del corpo è contro la colonna); si vedono sulle spalle, sulla schiena, sulla regione lombare e anche sul petto. I colpi di flagello scendono sulle cosce, sui polpacci: e là, l'estremità delle striscie, oltre le pal-lottole di piombo, avvolge l'arto e lascia il suo solco fin sulla faccia anteriore delle gambe.

I carnefici sono due, uno da ciascun lato, e sono di ìne-guale corporatura (come si deduce dall'orientamento delle impronte sulla Sindone). Essi colpiscono accanitamente, con grande sforzo. Ai primi colpi le corregge lasciano delle lunghe tracce livide, delle lunghe ecchimosi bluastre sot-tocutanee. Si ricordi che la pelle è già stata alterata, resa più sensibile dai milioni di piccole emorragie intradermiche del sudor di sangue. Le palle di piombo determinano maggiori contusioni. Poi la pelle, infiltrata di sangue e resa più fra-gile, si apre sotto nuovi colpi. Il sangue zampilla; lembi di pelle si distaccano e restano pendenti. Tutta la parte po-steriore non è più elle una superficie rossa su cui risal-tano grandi solchi marezzati; e qua e là, le piaghe profonde dovute alle palle di piombo. Queste piaghe in forma di ma-nubrio (le due palle e le striscie tra di loro) s'imprimeranno sulla Sindone.

Ad ogni colpo, il corpo trasale in un doloroso soprassalto. Ma Egli non apre bocca e questo mutismo raddoppia la furia satanica dei Suoi carnefici. Non è più la fredda esecuzione di un ordine giudiziario; è uno scatenarsi di demoni. Il sangue scorre dalle spalle fino a terra (le larghe lastre del pavimento ne sono coperte) e si sparge in pioggia, dai fla-gelli sollevati, fin sulle rosse clamidi degli spettatori. Ma ben presto le forze del suppliziato vengon meno: un sudor freddo inonda la Sua fronte, la testa Gli gira in una vertigine di nausea, brividi Gli corron lungo la schiena. Le gambe cedono ed Egli, se non fosse legato molto in alto per i polsi, ca-drebbe nella pozza di sangue. « Ha avuto quanto gli spettava, anche se non abbiamo contato. Dopo tutto, non abbiamo rice-vuto l'ordine di ucciderlo a frustate. Lasciamo che si rimetta; possiamo ancora divertirci ».

« Ah! questo scemo pretende di essere Re, come se ce ne fossero sotto le aquile romane, e Re dei Giudei ancora; è il colmo del ridicolo. Ha delle noie con i suoi sudditi? Non ci pensi: noi saremo suoi fidi. Presto, un manto ed uno scettro ». Lo hanno fatto sedere su una base di colonna (non è molto solida la Maestà!). La vecchia clamide d'un legionario sulle spalle nude Gli fa le veci della porpora re-gale; una grossa canna nella destra e sarebbe perfetto, se non vi mancasse una corona: qualcosa di originale! (Tra 19 secoli, contribuirà a farlo riconoscere questa corona, che nessun crocifisso ha portato). In un angolo, una fascina di quegli arbusti che abbondano nei cespugli del sobborgo. Sono flessibili e forniti di lunghe spine, molto più lunghe, più acute e più dure di quelle dell'acacia. Se ne intreccia con precauzione (poichè pungono) una specie di fondo di ca-nestro che Gli si applica sul capo. Se ne ribattono i bordi e con una fascia di giunchi ritorti si serra la testa tra la nuca e la fronte.

Le spine penetrano nel cuoio capelluto ed esso sanguina. (Noi chirurghi sappiamo quanto sanguini il cuoio capelluto). Già il capo è tutto invischiato di grumi; lunghi rivoli di sangue sono colati sulla fronte, sotto la fascia di giunchi, hanno inondato i lunghi capelli arruffati ed hanno riempito la barba.

La commedia dell'adorazione ha avuto inizio. A turno cia-scuno piega le ginocchia davanti a Lui, con una smorfia spa-ventosa, seguita da un forte schiaffo: « Salve, Re dei Giu-dei! ». Ma Egli non risponde. Il Suo povero viso, straziato ed impallidito, non ha un movimento. Davvero non è diver-tente!

Esasperati, i fedeli sudditi Gli sputano sul viso. « Non sai tenere il tuo scettro, via! ». E giù un gran colpo sul cap-pello di spine, che si affonda ancor di più; ed ecco che pio-vono altri schiaffi. Non mi ricordo più: è stato uno di questi legionari o l'ha ricevuto da qualcuno del Sinedrio? Ma ora vedo che un forte colpo di bastone dato obliquamente Gli ha lasciato sulla guancia destra un'orribile piaga contusa e che il Suo grande naso semitico, così nobile, è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea. Il sangue cola dalle narici sui baffi. Basta, mio Dio!

Ma ecco ritornare Pilato, un po' inquieto sulla sorte del prigioniero: « Che cosa ne avranno fatto quei bruti? Ah! l'hanno ridotto in ben malo modo! Se i Giudei non sono con-tenti! ». E lo mostra dal balcone del Pretorio nella Sua divisa regale meravigliato egli stesso di sentire un po' di pietà per quello straccio d'uomo. Ma egli ha fatto i conti senza l'odio: « Tolle, crucifige! » (A morte, crocifiggilo! - Giov., XXI, l5). Ah! i demoni! E l'argomento terribile per lui: « Egli s'è fatto re; se tu l'assolvi non sei amico di Cesare ». Allora il vile cede e si lava le mani. Ma, come scriverà S. Agostino (Tr. super psalims, Ps. 63), «non sei tu, Pilato, che L'hai ucciso; ma i Giudei con le loro lingue taglienti; in con-fronto a loro, tu sei molto più innocente ».

Gli strappano la clamide che già ha aderito a tutte le Sue ferite, ed il sangue riprende a scorrere: Egli ha un gran brivido. Gli rimettono le Sue vesti che si tingono di rosso. La croce è pronta ed Egli stesso si carica il legno sulla spalla destra. Per quale miracolo di energia Egli può stare in piedi sotto tale peso? Non è, veramente, tutta la croce, ma solo il grosso braccio orizzontale, il « patibulum », che Egli dovrà portare fino al Golgota; ma esso pesa ancora una cinquantina di chili. Il palo verticale, lo « stipes », è già piantato sul Calvario.

Ed il cammino incomincia, a piedi nudi, per strade dal fondo irregolare cosparso di ciottoli. I soldati Lo tirano con le corde che Lo legano, ansiosi di sapere se giungerà fino in cima. Due ladroni Lo seguono, nella stessa guisa. Il per-corso fortunatamente non è molto lungo, circa 600 metri; ed il colle del Calvario è poco fuori di porta Efraim. Ma il tragitto è molto accidentato, anche nell'interno dei bastioni. Gesù penosamente, mette un piede davanti all'altro e spesso si accascia e cade sulle ginocchia che non sono ben presto che una piaga. I soldati di scorta Lo sollevano, senza trattarlo troppo brutalmente; sentono che Egli potrebbe benissimo morire per via.

E sempre quella trave, in equilibrio sulla spalla, che lo ammacca con le sue asperità e che sembra volervi penetrare di forza. Io so di che cosa si tratta: ho trasportato una volta al V° Genio, delle traverse di ferrovia, ben piallate, e cono-sco questa sensazione di penetrazione in una spalla ferma e sana. Ma la Sua spalla è coperta di piaghe che si riaprono, si allungano, si approfondiscono ad ogni piè sospinto. E' spossato. Sulla Sua tunica inconsutile una enorme macchia di sangue va sempre più allargandosi e si estende poi fin sulla schiena. Egli cade ancora e questa volta lungo di-steso; la trave Gli sfugge e Gli scortica il dorso. Potrà rialzarsi? Fortunatamente passa di là un uomo di ritorno dai campi, quel Simone di Cirene che, come i suoi figli Ales-sandro e Rufo, sarà, presto buon cristiano. I soldati lo co-stringono a portare quella trave; il buon uomo non domanda di meglio. Oh! come lo farei volentieri anch'io! Non c'è più da salire, finalmente, che il pendio del Golgota e faticosamente si giunge in cima. Gesù si accascia al suolo e la crocifissione ha inizio.

Oh! non c'è nulla, di complicato: i carnefici sanno il loro mestiere. Bisogna anzitutto denudarlo. Per le vesti ester-ne è ancor facile; ma la tunica aderisce intimamente alle Sue Piaghe, per così dire a tutto il corpo, e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai tolto la prima medi-cazione già disseccata da una larga piaga contusa? o non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? In tal caso, potete in parte rendervi conto di che cosa si tratta. Ogni filo di lana aderisce alla su-perficie scoperta e quando lo si solleva strappa una delle in-numerevoli terminazioni nervose messe a nudo nella piaga. Queste migliaia di chocs dolorosi s'addizionano e si molti-plicano, ciascuno aumentando via via la sensibilità del si-stema nervoso. Ora, qui non si tratta di una lesione locale, ma di quasi tutta la superficie del corpo e soprattutto di que-sta schiena ridotta in stato deplorevole. I carnefici frettolosi non hanno nè modo nè misura. Forse è meglio così, ma come mai questo dolore acuto, atroce, non provoca una sincope? Co-me è evidente che da un capo all'altro, Egli domina e dirige la Sua Passione!

Il sangue riprende a scorrere; Lo distendono sul dorso. Gli hanno lasciato la stretta cintola che il pudore dei Giu-dei conserva ai giustiziati? Confesso di non saperlo. Ciò ha d'altronde poca importanza; comunque nella Sua Sindone Egli sarà nudo. Le piaghe del Suo dorso, delle cosce, dei pol-pacci, s'incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo hanno messo ai piedi dello stipes, con le spalle distese sul patibulum. I carnefici prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l'orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato che in corrispondenza della testa è largo 8 mm.), lo appoggia sul polso, in quella piega anteriore che conosce per esperienza. Un solo colpo del grosso martello: il chiodo è già piantato nel legno, ove qualche colpo energico lo fissa saldamente.

Gesù non ha gridato, però il Suo viso si è spaventosamente contratto. Ma soprattutto ho visto nello stesso istante il Suo pollice, con un movimento violento, prepotente, mettersi in opposizione nel palmo: il Suo nervo mediano è stato leso. Allora mi rendo conto di ciò che Egli ha provato: un do-lore indicibile, folgorante, che si è diffuso nelle Sue dita, è « zampillato », come una lingua di fuoco, fino alla spalla, è esploso nel Suo cervello. E' il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Quasi sempre esso provoca una sincope ed è un bene. Gesù non ha voluto perdere conoscenza. Almeno, il nervo fosse stato tagliato di netto! Invece (ed io stesso l'ho constatato sperimentalmente) esso non è stato distrutto che in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto con quel chiodo e su di esso, tra poco, quando il corpo sarà sospe-so, si tenderà fortemente come una corda di violino sul suo ponticello, e vibrerà ad ogni scossa, ad ogni movimento, risve-gliando il terribile dolore. Ed Egli ne ha per tre ore!

L'altro braccio è allungato dall'aiutante; gli stessi gesti si ripetono e gli stessi dolori. Ma questa volta - pensateci - Egli sa ciò che l'attende. Ora è inchiodato sul patibulum, a cui aderisce perfettamente con le spalle e le braccia. Ha già forma di croce: quanto è grande!

«Andiamo, in piedi! ». Il carnefice ed il suo aiutante impugnano le estrentià e della trave e rialzano il condannato, dapprima seduto e poi in piedì; quindi facendolo camminare all'indietro, lo addossano al palo verticale. Ma questo av-viene esercitando trazione sulle due mani inchiodate. Con un grande sforzo, a braccia tese (ma lo stipes non è molto alto), rapidamente, perchè è molto pesante, essi incastrano con abile gesto il patibulum all'alto dello stipes. Alla sua sommità, con alcuni chiodi, è fissato il titulus scritto in tre lingue. Il corpo, stirando le braccia, che si allungano obliquamente, è un po' disceso. Le spalle ferite dalle fustigazioni e dal trasporto della croce, hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. La nuca, che sovrasta il patibulum, l'ha urtato passando, per arrestarsi in corrispondenza della som-mità del palo verticale. Le punte taglienti del grande cappello di spine hanno lacerato ancor più profondamente il cranio. La povera testa è inclinata in avanti, poichè lo spessore della corona le impedisce di riposare sul legno; ed ogni volta che Egli la solleva, ne risveglia le punture.

Il corpo appeso è sostenuto soltanto dai chiodi piantati nei due carpi. E potrebbe bastare. Esso non cade in avanti. Ma è regola inchiodare anche i piedi. Per questo, non c'è bisogno di mensola; basta piegare le ginocchia e stendere i piedi a piatto sul legno dello stipes. Perchè, dal momento che non è necessario, dare lavoro ad un falegname? Non certo per alleviare le pene del crocifisso. Il piede sinistro è messo a piatto sulla croce e con un solo colpo di martello il chiodo penetra nella sua parte di mezzo, tra il secondo ed il terzo osso metatarsale. L'aiutante piega anche l'altro ginocchio ed il carnefice, riportando il piede sinistro davanti al destro tenuto piatto dall'aiutante, con un secondo colpo perfora questo piede nello stesso punto. Quest'operazione è facile; e poi a grandi colpi il chiodo è spinto nel legno. Qui, grazie a Dio, nulla più di un banale dolore; ma il supplizio ha appena avuto inizio. Con due uomini, tutto il lavoro non è durato più di due minuti e le ferite hanno sanguinato pochissimo. Ci si affacenda allora attorno ai due ladroni; e i tre patiboli sono approntati di fronte alla città deicida.

Non ascoltiamo tutti questi Giudei trionfanti che insul-tano il Suo dolore. Egli ha già perdonato « poichè non salmo quel che si fanno ». Gesù a tutta prima si è accasciato. Dopo tante torture, per un corpo sfinito questa immobilità costituisce quasi un riposo, coincidendo con una diminuzione della sua capacità vitale. Ma Egli ha sete. Oh! non l'ha ancora detto. Prima di distendersi sulla croce ha rifiutato la pozione analgesica, vino mescolato con mirra e fiele, che pre-parano le pie donne di Gerusalemme. La Sua sofferenza, la vuole completa; sa che la dominerà. Ha sete. Sì, « adhaesit lingua mea faucibus meis » (la mia lingua ha aderito al mio palato - Salmo XXI, 6). Non ha bevuto nulla nè mangiato da ieri sera. E' mezzogiorno. Il sudore del Getsemani, tutte le fatiche, la grave emorragia al Pretorio e quelle successive ed anche un po' di questo sangue che esce dalle piaghe, Gli hanno sottratto una gran parte della Sua massa sanguigna. Ha sete. I lineamenti sono tirati, il volto pallido è solcato di sangue che coagula dappertutto. La bocca è semiaperta ed il labbro inferiore già comincia a pendere. Un filo di saliva scende dalla barba, mescolato al sangue che esce dal naso schiac-ciato. La gola è secca ed infuocata, ma Egli non può deglu-tire. Ha sete. In questo volto tumefatto, sanguinante e de-formato, come si potrebbe riconoscere il più bello dei figli degli uomini? « Vermis sum et non homo » (Salmo XXI, 6).

Sarebbe spaventoso, se non Vi si vedesse, malgrado tutto, risplendere la serena maestà del Dio che vuol salvare i Suoi fratelli. Ha sete. E tra poco lo dirà, perchè si adempiano le Scritture. Ed uno stupido soldato, nascondendo la sua com-passione sotto lo scherno, Gli tenderà sulla punta d'una canna una spugna imbevuta nella sua acidula « posca » (« acetunt » dicono i Vangeli).

Ne berrà anche solo una goccia? Si è detto che il fatto di bere determina in questi poveri suppliziati una sincope mor-tale. Come, dopo aver bevuto, potrà dunque parlare ancora due o tre volte? No, no: morirà alla Sua ora. Ha sete.

E tutto è appena incomnciato. Ma dopo un attimo uno strano fenomeno si produce. I muscoli delle braccia si irri-gidiscono spontaneamente, in una contrattura che andrà ac-centuandosi: i deltoidi, i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta, di crampi!

Tutti, poco o tanto, abbiamo sofferto questo dolore, pro-gressivo ed acuto, in un polpaccio, tra due coste, un po' dappertutto. Bisogna distendere, allungandolo, questo musco-lo contratto. Ma guardiamo! Ecco, ora, alle coscie ed alle gambe gli stessi rilievi mostruosi rigidi e le dita dei piedi che s'incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenticare. E' ciò che noi chiamiamo tetania quando i crampi si generalizzano ed ecco che questo avviene. I muscoli dell'addome si irri-gidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più corto e superficiale. Le coste, già sollevate per la trazione delle braccia, si sono ancora più sopraelevate; l'epigastrio si incava ed anche le infossature al di sopra delle clavicole. L'a-ria entra fischiando ma non riesce quasi ad uscire. Egli re-spira con l'apice dei polmoni, inspira un po' ma non può più espirare. Ha sete d'aria; come un enfisematoso in piena crisi d'asma: il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi passa al violetto purpureo e poi al cianotico. Colpito da asfis-sia, soffoca. I polmoni gonfi d'aria non possono più svuotarsi. La fronte è coperta di sudore, gli occhi escono fuori dell'or-bita. Quale atroce dolore deve martellare il suo cranio! Sta per morire! Ebbene, tanto meglio. Non ha dunque sofferto abbastanza?

No, la Sua ora non è ancora giunta. Nè la sete, nè l'emor-ragia, nè l'asfissia, né il dolore avranno ragione di Dio Salvatore e, se muore con questi sintomi, morirà veramente solo perchè lo vuole, « habeas in protestate ponere animam Suam et recipere cam » (avendo il potere di deporre la Sua vita e di riprenderla. - S. AGOSTINO, Trattato sui Salmi. Salmo 63, vers. 3). Ed è così che risusciterà!

Che cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovru-mano, ha preso punto d'appoggio sul chiodo dei piedi, sì, sulle Sue piaghe. Il collo dei piedi e le ginocchia si distendono a poco a poco ed il corpo, a piccoli colpi, risale allegge-rendo la trazione sulle braccia (questa trazione, che era supe-riore ai novanta chili su ciascuna mano). Allora ecco che spontaneamente il fenomeno diminuisce, regredisce la te-tania, i muscoli si distendono, almeno quelli del torace. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuo-tano e ben presto il volto ha ripreso il suo primitivo pallore. Perchè tutto questo sforzo? Perchè vuole palarci: « Pater, dimitte illis » (Padre, perdona loro - LUCA, XXIII, 34). Oh! sì, che Egli ci perdoni, noi che siamo i Suoi carnefici. Ma dopo un istante, il Corpo incomincia a riafflosciarsi e la tetania riprenderà. Ed ogni volta che parlerà (e sono state tramandate almeno sette delle Sue frasi), ogni volta che vorrà respirare, dovrà risollevarsi per ritrovare il respiro, tenendosi ritto sul chiodo dei piedi. Ad ogni movimento si ripercuote nelle Sue mani, in indicibili dolori. E' l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato ed a cui si lascia ri-prender vita per soffocarlo più volte. A questa asfissia, Egli non può sfuggire per un istante, se non a prezzo di sofferenze atroci e con un atto di volontà. E questo durerà tre ore!

Io sono là ai piedi della Croce, con Sua Madre e Giovanni e le pie Donne. Il Centurione, un po' in disparte, osserva con un'attenzione già piena di rispetto. Tra un accesso e l'altro di asfissia, Egli si solleva e parla: « Figlio, ecco tua, Madre ». Oh! sì, cara Mamma, che da allora ci avete adottati! - Un po' più tardi quel povero diavolo di ladrone s'è fatto promet-tere il Paradiso. Ma, quando dunque morrete, Signore?!

Lo so, Pasqua Vi attende ed il Vostro Corpo non impu-tridirà come il nostro. Sta scritto: « Non dabis sanctum tuum videre corruptionem » (Non permetterai che il tuo Santo conosca la corruzione. - Salmo XV, 10). Ma, mio povero Gesù (perdonate al chirurgo), tutte le Vostre Piaghe sono infette: esse lo sarebbero d'altronde anche per meno. Vedo distintamente gemere da esse una linfa chiara e trasparente che si raccoglie nel punto declive in una crosta cerea,. Sulle meno recenti già si formano false membrane che secernono un siero purulento. Sta pure scritto: « Putruerunt et cor-ruptae sunt cicatrices meae » (le mie piaghe si sono infettate ed hanno suppurato - Salmo XXXVII, 5).

Uno sciame di mosche orrende, di grosse mosche verdi e blu, come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai, ronza at-torno al Suo Corpo: ed improvvisamente piomba sull'una o sull'altra piaga per suggerne il succo e depositarvi le uova. Esse si accanniscono sul viso: non si può scacciarle. Fortuna-tamente dopo uu po' il cielo si oscura, il sole si nasconde; d'un tratto la temperatura s'abbassa. E queste figlie di Bel-zebù a poco a poco se ne vanno.

Fra poco saranno le tre. Finalmente! Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva. Tutti i Suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibrazioni dei suoi nervi mediani, non Gli hanno strappato un lamento. Ma se i Suoi amici sono presenti, il Padre (ed è l'ultima prova) sembra averlo abban-donato: « Eli, Eli, lamma sabachtanii? » (Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? - MAZM;O, XXVII, 46; MARCO, XVI, 34; Salmo XXI, 1).

Sa che è giunta l'ora. E grida: « Consummatum est » (Giov., XIX, 30). La coppa è vuota, l'opera è compiuta. Poi sollevandosi di nuovo e come per farci capire che muore di Sua volontà, « iterum clamans voce magna» (di nuovo gri-dando con gran voce - MATTEO, XXVII, 50) : « Padre - dice - Nelle tue mani raccomando il mio spirito » (LUCA, XXIII, 46), « habens in potestate ponere animam Suam ». E' morto quando ha voltato. E non mi si parli più di teorie fisiolo-giche!

« Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale! » Oh sì, Signore, siate lodato per aver finalmente vo-luto morire. Poicbè non ne potevamo più. Ora tutto va bene. In un ultimo respiro, la Vostra testa s'è inclinata lentamente verso di me, diritta davanti a Voi, col mento sullo stereo. Vedo ora distintamente il Vostro Volto disteso, rasserenato, illuminato (nonostante tanti lividi spaventosi) dalla dolcis-sima Maestà, di Dio che è sempre presente. Ho piegato le mie ginocchia davanti a Voi ed ho baciato i Vostri piedi trafitti, dove il sangue scende ancora coagulandosi verso le punte. La rigidità cadaverica Vi ha colto bruscamente, come il cervo forzato alla corsa. Le vostre gambe sono dure come l'ac-ciaio... e bruciano. Quale temperatura inaudita Vi ha dato questa tetania?

La terra ha tremato ed il sole si è eclissato. Giuseppe è andato a reclamare il Vostro corpo a Pilato, che non lo rifiuterà. Egli odia i Giudei che l'hanno costretto ad uc-ciderVi: la scritta sul Vostro capo proclama alto il suo ri-sentimento: « Gesù Re dei Giudei » e crocifisso come uno schiavo! Il Centurione è andato a fare il suo rapporto dopo averVi proclamato vero Figlio di Dio. Tra poco Vi deporremo e non sarà difficile, una volta schiodati i piedi. Giuseppe e Nicodemo staccheranno il patibulum dallo stipes. Giovanni, il Vostro prediletto, Vi reggerà i piedi: e noi, in due, con un lenzuolo attorcigliato Vi sosterremo per le reni. La Sin-done è pronta sulla pietra qui vicina, dirimpetto al sepolcro; e là, a nostro agio, schioderemo le Vostre mani.

Ma, che accade? Ah! sì, i Giudei hanno dovuto chiedere a Pilato che si liberi il colle da questi patiboli che offendono la vista e contaminerebbero la festa di domani. Razza di vi-pere che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello! Al-cuni soldati spezzano a colpi di sbarre di ferro le gambe dei ladroni. Essi pendono ora miseramente e, poichè non possono più sollevarsi sulle gambe, la tetania e la asfissia li finiranno ben presto.

Ma non c'è nulla da fare per voi! « Os non comminuetis ex eo » (non romperete nessuna delle Sue ossa - Giov., XIX, 36; Esodo, XII, 46; Numeri, IX, 12). Lasciateci dunque in pace: non vedete che e è morto? - Senza dubbio, rispondono. Ma che idea è venuta ad uno di loro? Con un gesto tragico e preciso ha sollevato l'asta della lancia e con un sol colpo gliela immerge profondamente nel fianco destro. Oh! perchè? « E subito dalla piaga uscì, sangue ed acqua » (Giov., XIX, 34). Giovanni l'ha visto, ed io pure: e non sapremmo mentire; un abbondante fiotto di sangue liquido e nero, che è zampillato sul soldato e a poco a poco scende sul petto coagulandosi in strati successivi. Ma nello stesso tempo, visibile soprattutto ai bordi, è colato un liquido limpido e chiaro come acqua. Vediamo; la piaga è al di sotto e al di fuori del capezzolo (V. spazio intercostale), il colpo è obliquo. E' dunque il sangue dell'orecchietta destra e l'acqua esce dal pericardio. Ma allora, mio povero Gesù, il Vostro cuore era compresso da questo liquido e Voi avevate, oltre a tutto, quel dolore angoscioso e crudele del cuore serrato in una morsa.

Non bastava quanto avevamo visto? Ed era perchè lo sa-pessimo che quest'uomo ha commesso la sua strana aggres-sione? Forse i Giudei avrebbero preteso che Voi non eravate morto, ma svenuto; la Vostra risurrezione domandava dunque questa testimonianza. Grazie, Longino: tu morirai un giorno martire cristiano.

Ed ora, lettore, ringraziamo Iddio che mi ha dato la forza di giungere sino alla fine: non senza lacrime! Tutti questi orrendi dolori, che abbiamo visto in Lui, Egli li ha durante tutta la sua vita previsti, premeditati, voluti nel Suo amore per redimere tutte le nostre colpe. « Oblatus est quia ipse voluit » (E' stato sacrificato perchè lo ha voluto - ISAIA, LIII, 7). Ha diretto tutta la Sua Passione senza evitare una tortura; accettandone le conseguenze fisiologiche, ma senza esserne dominato. Egli è morto quando, come e perchè ha voluto.

Gesù è in agonia sino alla fine dei tempi. E' gìusto, è bene soffrire con Lui e, quando ci invia il dolore, ringraziarLo di poterci associare al Suo. Bisogna completare - come scrive S. Paolo - ciò che manca alla passione di Cristo, e con Maria, Sua Madre e Madre nostra, accettare con gioia, fraternamente la nostra « compassione ».

O Gesù, che non avete avuto pietà di Voi che siete Dio, abbiate pietà di me, che sono un peccatore!

 

TRATTO DA:

LA PASSIONE  DI N. S. GESù CRISTO SECONDO IL CHIRURGO

Dott. PIERRE BARBET Chirurgo dell'Ospedale San Giuseppe di Parigi

Traduzione Italiana del Dott GIUSEPPE BELLARDO Autorizzata e riveduta dall'Autore

L. I. C. E. - R. BERRUTI & C. - TORINO 16 febbraio 1951

Imprimatur

Can. Lunar COCCOLO, Vic. Gen.