PER VIVERE NELLA DIVINA VOLONTA' E' NECESSARIO" COLTIVARE" PER POTERLE VIVERE TUTTE LE VIRTU'.

22-2-2018 -  CATECHESI SULLUMILTA' (Tratto da: “Vita e virtù Cristiane” Giovanni Olieri - Editrice Ancora Milano 1944. Cap. IX)

FONDAMENTI DELL’UMILTÀ 2/2

Quel  sentimento di umiltà chie risplendeva così santamente nella Vergine Santissima, per il quale essa voleva che non si facesse nessuna attenzione alla sua persona per quante grazie vi si scorgessero, ma si guardasse unicamente a Dio che ne era l'autore, era molto più perfetto ancora in Nostro Signore; perchè, egli era pieno di verità, e voleva adempiere ogni giustizia. Questo sen­timento lo portava a correggere colui che lo aveva chiamato buono; Egli come uomo, rifiutava. questo titolo perché in quanto era uomo, non gli apparteneva. Come uomo, infatti, anche Gesù Cristo era una creatura, e quindi in tale qualità era niente; ciò che vi era in Gesù, tutto gli veniva da Dio, fonte universale di ogni bene, che l'aveva tratto dal nulla e gli aveva comunicato i suoi tesori. Ma solo ciò che è merita il titolo di buono; orbene, Dio solo è; tutto il reso non è niente al­l'infuori di ciò che esso da Dio ha ricevu­to; perciò Nostro Signore, come uomo, ve­dendosi indegno di questo titolo di buono, non poteva sopportare che venisse attri­buito ad altri che a Dio.

Ecco la fonte dell'umiltà nel Figlio di Dio; ecco perchè Egli era  umile e più umile di tutti gli uomini assieme. Perché meglio di tutti gli uomini, con vivissima luce, conosceva il niente della creatura, Gesù incomparabilmente più di tutti stava dimesso, umiliato e abbassato ai propri occhi e davanti alla maestà del Padre suo, di cui tanto perfettamente conosceva la grandezza. Egli vedeva chiaramente che, in quanto creatura, al pari degli altri uo­mini, da se medesimo non era niente, e che il Padre suo l'aveva tratto dal nulla onde renderlo depositario di tutti i suoi beni. Per questo Egli stava continuamente an­nientato davanti a Lui, nel riconoscimen­to del proprio nulla, sempre pieno di stu­pore per tanti favori e gratitudine per tanti benefizi. Egli stava senza posa ina­bissato in una lode altissima e in un amo­re ardentissimo verso Colui che l'aveva tanto amato da tutta l'eternità, preparan­dogli doni. così grandi, senza neppure la possibilità di nessun merito da parte sua.

La riconoscenza per una tale bontà lo portò a mettere nelle mani degli uomini il sacrificio dell'azione di grazie, l'adora­bile sacrificio dell'altare. Nel medesimo sentimento di gratitudine. Egli scelse pure una Chiesa numerosa, perchè con le lodi ed i sacrifizi Egli potesse in essa of­frire al Padre suo degni ringraziamenti per il beneficio inconcepibile di averlo tratto dal nulla onde elevarlo alla dignità della filiazione divina. Così faceva Gesù Cristo per un sentimento di verità e di giustizia. Nella verità riconosceva ciò che era Egli stesso come uomo, cioè un niente, e ciò che era suo Padre, cioè tutto l'Es­sere; nel sentimento della giustizia, pro­fondamenite s. annientava davanti alla san­ta Maestà del Padre, e si effondeva in amore e adorazione, in lodi e azioni di grazie.          ,

Tali sono i veri fondamenti dell'umiltà, che eono oltremodo stabili e fermi quando Nostro Signore si compiaccia d stabilirli solidamente in un'anima. Ma è da sapersi che per operare secondo tutta l'estensione, della luce divina che ci disco­pre il.nostro nulla, è necessario ancora di vedere il nulla in tutte le creature. Noi dobbiamo essere ben convinti che all'in­fuori di Dio, tutto non è che niente, va­nità, ombra, figura, e come un involucro e un sacramento sotto il quale, come ab­biamo detto sopra, Dio si nasconde per rendersi sensibile a noi.

Questa proposizione, che all'infuori di Dio tutto è niente, deve essere così unico e che nulla ne venga eccettuato, nè i più gran Santi, nè la Vergine Santissi­ma e neppure l'adorabilissima umanità di Gesù Cristo Nostro Signore. Ogmi cosa, eccettuato ciò che di Dio vi è in essa, è niente e null'altro: è questa la condizione essenziale ed indispensabile di qualsia­si creatura.

In ogni creatura adunque, non bisogna mai considerare che Dio, puramente e semplicemente Dio solo. Come. è santo questo modo di operare! Come ci allon­tana da mille illusioni, nelle quali i pìù spirituali si lasciano prendere ed impacciare, quando non vi siano ben fissati! Inoltre, come ci porta a Dio e ci riempie di Lui!

Se saremo sempre animati da questo sentimento, dappertutto noi troveremo e vedremo Dio; ed è questo uno dei mezzi più semplici e più utili per tenerci sem­pre alla sua divina presenza. Diversamen­te, si ha la mente tutta occupata delle creature; e le cose esterne che non dove­vano servire che a portar Dio nel nostro cuore, l'idolo infame che così viene ono­rato nel tempio di Dio.

E' un difetto questo che s'incontra or­dinariamente nella direzione delle anime, quando il confessore, o perchè non cono­sce questo pericolo, o perchè non si pren­de cura di aprire gli occhi a quelle anime che il Signore gli ha affidate perchè le conduca a Lui, così egli lascia che si fer­mino alla sua persona per il lustro delle apparenze che notano in lui, invece di far loro considerare che per quanti doni pos­sa avere in se medesimo egli non è niente, e quindi non merita nessun onore perché a Dio solo appartiene ogni gloria.

Si deve aver gran cura di fare intende­re bene alle anime.che il direttore o confessore in se stesso è un niente, e che lo debbono considerare come un puro nien­te che come tale deve essere dimenticato; ma pure, perchè Dio si nasconde in lui per manifestare i suoi ordini e le sue vo­lontà sante, bisogna portargli un gran ri­spetto, come a chi rappresenta Dio e ne tiene il posto.

Dal confessore bi ogna andare con pu­rezza d'intenzione e non cercare che Dio in lui, senza pensare alla scorza e al velo con cui Dio si copre. Bisogna, con la fede andar oltre ciò che attira, ferma e illude i nostri sensi, trascurando e disprezzando ciò che appare agli occhi della carne, e tutto quanto agli occhi ingannati del mon­do è grande e degno di considerazione.

 

Siamo dunque fedeli, come Dio lo vuole a mantenerci nella verità, e guardiamoci dal cadere nel peccato del demonio, il quale, secondo la parola di S. Giovanni: Non è rimasto nella verità. Riconosciuta così la verità e per la luce della fede essendocene ben con­vinti, osserviamo la giustizia; quindi ren­diamo a noi e ad ogni creatura ciò che è dovuto alla creatura, a Dio che è tutto tri­butiamo la riverenza, la religione, l'amore e le lodi che le sue grandezze si meritano.

Ecco i due fondamenti dell'umilltà in ogni creaturra: verità e giustizia; ma que­ste, in noi, si applicano a molti altri sog­getti di umiliazione, perchè, come abbia­mo visto, siamo in noi medesimi ogni miseria, ogni corruzione, ogni peccato.

Ma perchè la verità e la giustizia richiedono che, nella nostra qualità di pecca­tori, non solamente trattiamo noi stessi con disprezzo, ma ancora ci dedichiamo alla penitenza, alla mortificazione e all'odio di noi medesimi, di questi punti parlere­mo più a lungo quando tratteremo di que­ste virtù.

 

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FONDAMENTI DELL’UMILTÀ 1/2

L'umiltà poggia sopra due fondamenti:  il primo è la verità, il secondo, la giusti­zia; verità e giustizia, due attributi divini; quali deve regolarsi la nostra vita.

La verità ci dà la conoscenza di noi me­desimi, che è il grande e solido fondamen­to dell'umiltà; perché qualsiasi sentimento di umiltà che non abbia per fondamen­to una seria convinzione di ciò che siamo, non è che apparenza ed illusione; e chi credesse di acquistare l'umiltà senza una tale conoscenza si ingannerebbe e non riuscirebbe a nulla. La ragione sta in questo, che tutto quanto vediamo in noi e tutto quanto facciamo, tutto ci serve di motivo e d'occasione per la propria stima, princi­palmente quando si tratta di qualche be­ne, se prima non abbiamo bene stabilito qual'è il principio del bene come del ma­le che vediamo in noi.

Non già, come abbiamo detto sopra, che questa conoscenza sia l'umiltà; molti, in­fatti, per quanto siano presuntuosi, sono pure costretti a constatare che non sono nulla e non valgono nulla. I demoni sono  costretti ad una tale confessione, ma non hanno neppure un principio di santa umiltà. La conoscenza di se stesso deve sola­mente venire presupposta come un prin-cipio, dal quale si traggono poi le con­seguenze onde comportarsi secondo lo spi­rito dell'umiltà. Orbene, la verità insegna all'uomo a conoscere ciò che è in se stesso, e ad aver di la stima che si merita e non di più; così pure la giustizia esige che tratti sé medesimo per quello che è, e non sopporti altro trattamento differente di quello che merita.

La verità insegna all'uomo che esso non è altro che niente; che da se non è oggi dappiù da quello che fosse cento anni fa, e che sarebbe ancora se Dia ritirasse da lui quelll'essere che ne circonda il nulla. Questo essere è una partecipazione dell'es­sere medesimo di Dio, è l'essere di Do reso sensibile in qualche modo nell'uomo. Tutte le creature, infatti, non sono altro, per così dire, che Dio medesimo reso vi­sibile; sono come sacramenti o come visi­bili involucri dell'essere invisibile di Dio, il quale è nascosto sotto di essi; sono segni di Dio che esprimono in modo svariato ciò che Egli è in se stesso. In una pa­rola, tutto quanto vi è al mondo è come una dilatazione e una espressone di Dio fuori di Lui medesimo, come un effluvio di Dio, il quale esprime esternamente ciò che Dio è in se medesimo.

Ma d'altra parte la creatura considerata in se stessa e nel suo fondo, fuori dello sta­to di Dio di cui essa è partecipe, rimane un samplice niente che implica la priva­zione di ogni essere, come Dio contiene il possesso di tutto l'essere: Dio è un abisso di perfezione, il nulla invece un abisso di imperfezione. Quando pure vi si starebbe occupati sino alla fine dei secoli, non si saprebbe esporre in particolare le priva­zioni e i difetti che si contengono nel nien­te, né disprezzi che gli sono dovuti; pa­rimenti quando pure sino al   del giu­dizio che vi si impiegassero le creature tut­te, non riuscirebbero a numerare tutte le grandezze e le perfezioni di Dio. Il niente merita oblio; disprezzo .e noncuranza, co­me Dio merita ogni ammirazione; ogni a­dorazione e ogni lode da parte, di tutto il mondo.

La giustizia adunque, poichè vuole che si dia a ciascuno ciò che gli appartiene, in­segna alla creatura a tributare a se stessa ciò che si merita nel suo fondo e a su­bire quel trattamento che è dovuto a così grande viltà, come pure a rendere a Dio ciò che gli è dovuto, ossia ogni onore e ogni lode.

Se guardo me stesso, nel mio fondo, os­sia nel mio nulla, veggo che non merito che: confusione e disprezzo; se, invece con­templo Dio sia in se medesimo come fuori di sè, nella sua essenza come nella sua dif­fusione nei suoi effetti, in me come fuori di me; trovo che Egli merita ogni lode e ogni onore. A Dio, dice S. Paolo, siano rese benedizioni, lodi, onori e azioni di grazie di ogni creatura; per quello che Egli è in sè e per tutto ciò che Egli ha operato fuori di se medesìmo. Vedo adun­que e riconosco che a Dio deve essere reso ogni onore come all'autore e possessore di ogni perfezione; e, al contrario il niente, che in se stesso è privo di tutto, deve essere disprezzato, abbandonato, trascurato e dimenticato.

Il niente è così miserabile che non si saprebbe neppure pensare, a lui, e se ne diciamo qualche cosa o ne abbiamo qual­che idea, è sotto qualche forma presa a  prestito e che non gli conviene, tanto è incapace di produrre qualche stima di sè. Se si pensa a lui, non sarà che per deplo­rare il suo stato, per riconoscere ciò che gli manca e ciò che non ha. Nulla può essere vile e abbietto come il niente, nè si saprebbe esprimere tutta la sua, abbiezio­ne. E questa è la condizione vera della crea­tura nella sua sostanza, in ciò che era da se medesima prima che Dio la rivestisse di se stesso; nè cessa di essere tale anche dopo la. comunicazione che Dio le fa del suo essere.

Dio merita ogni onore per la sua per­fezione, il niente non merita che disprezzo per la sua imperfezione. Benchè nascosto sotto l'essere più perfetto, il niente non la­scia mai di meritare per se stesso tale trat­tamento; all'operaio bisogna lasciare l'o­nore dell'opera sua, come al pittore la glo­ria del suo quadro. Al pittore è dovuto l'o nore e non alla tela. che porta il suo di-pinto; 1a tela non merita che diprezzo; se potesse parlare e fosse sensibile al sen­timento della giustizia, esssa direbbe: «Ono rate colui che mi ha sceIta per farne il soggetto dell'opera sua, onorate colui che merita di essere onorato, che mi ha tratto dallo stato in cui mi trovavo, per fare su di me tali meraviglie. Guadate il rovescio del quadro e vedrete che non sono adatta che a fare un cencio qualunque; non ero buona a nulla, ora invece sono posta sugli altari e si adora ciò che porto e rappre­sento; ma questo non è mio, nè vi ho parte alcuna: non dimentico la mia primiera condizione, so bene quel'è il mio fondo e non l'ho ancora perduto di vista. Più, l'amore che nutro per il mio padrone e per l'operaio che mi ha scelta ad onta della mia viltà perchè fossi l'oggetto della sua opera ed ha operato in me una sì grande meraviglia, mi obbliga ad onorarlo ed a procurargli, la gloria che egli si merita e ad avvertire tutti coloro che vedendomi, nella loro illusione si attaccano a me, di rivolgere i loro occhi e i loro omaggi a colui che ha compito quest'opera preziosa».

 

Così la Madonna, sempre convinta del suo nulla, sempre convinta della sua bassezza, esclamava ad alta voce: « Colui che è po­tente ha fatto in me grandi case ». E­gli, ha scelto questa povera sua serva, ha scelto la mia povertà e la mia viltà per im­primervi l'opera del suo amore, della. sua sapienza e della sua onnipotenza. Ha com­piuto in me il suo capolavoro e la sua me­raviglia; ha fatto in me il suo ritratto col rendere sensibile il suo Verbo. Ha scelto questo povero piccolo niente, per impri­mere sopra di esso i più perfetti e più splendidi lineamenti della sua grandezza e della sua maestà. Lui medesimo in me fa rendere a se medesimo onori ch'io non merito e non mi appartengono. State bene attenti a rendere a Dio la sua gloria e in me adorate la sua opera e le sue meravi­glie ».         

Per questo motivo la santa Chiesa, tanto per la propria edificazione come per quella di tutti i fedeli che ricevono grazie da Dio, si prende cura dir far cantare ad alta voce e anche in piedi, per obbligarci ad un'attenzione particolare, il bel cantico del Magnificat; così vuole insegnarci ad onorare il Signore come la Madonna lo e­saltava in se stessa e in tutte le opere di Dio, perchè tutto quanto è fuori di Dio, viene da Dio; tutto è derivazione, ef­fusione e come dilatazione di Dio, il qua­le diffonde nel suo essere in modo visibile sopra la creatura. E' questo lo Spirito che copriva le acque, il mantello che co­pre ed avvolge il niente; il niente rimane sempre spregevolissimo in se stesso, il mantello che lo copre merita solo di essere onorato: Dio adunque sia glorificato e il niente sia dimenticato a dispregiato

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MOTIVI DELL'UMILTÀ.

Il primo motivo deriva dalle nostre qualità e dai titoli che portiamo, qualità e titoli che ci impongono annientarci in una vera umiltà.

Come creature, siamo in obbligo di es­sere contenti del nostro nulla.

Come peccatori, siamo in obbligo di ve­derci sotto i piedi dei demoni; di essere respinti da ogni creatura, avendone noi abusato per il peccato; le creature, infattti, si infiammano giustamente di zelo a favore di Dio contro di noi: il peccato me­rita bene un tal trattamento.

Come cristiani, siamo in obbligo di amare la piccolezza, la viltà e l'abiezione, perchè questo amore è una delle inclina­zioni di Gesù Cristo Nostro Signore, di cui abbiamo ricevuto lo Spirito nel santo battesimo. Questo sacramento imprime in noi, se vi corrispondiamo, le inclinazioni e tutti i sentimenti di Gesù Cristo parti­colarmente l'amore che Egli ebbe per l'an­nientamento. Abbiate in voi, dice S. Paolo, gli stessi sentimenti che (furono) in Gesù Cristo, il quale annientò se stesso (Phi­lipp., 11, 4, 7).

Come figliuoli di Dio, siamo in obbli­go di essere umili e di rifuggire da ogni lode, onde lasciare ogni onore a Dio no­stro. A Dio solo onore e gloria » (I. Tim. I, 17).

 

Siamo Sacerdoti? dobbiamo distruggè­re, sacrificare, annientare in tutti, ma so­prattutto in noi medesimi, la superbia, e tutti gli istinti della superbia.

Come Vittime per i peccati del mondo,  dobbiamo essere animati da un profondo sentimento di grande confusione sentendoci coperti dei delitti di tutte il mondo, in unione con Gesù Cristo con cui non siamo che una sola vittima.

Come servi della Chiesa, dobbiamo sta­re ai piedi di ogni fédele, considerandoli tutti come nostri padroni; quindi dedicar­ci affettuosamente agli uffici più bassi, giu­dicandoli come ancora superiori al nostro merito e stimandoci onorati di esservi im­piegati mentre siano indegni di una gra­zia così pregiata.

 

Il secondo motivo è che tutte le virtù richiedono l'umiltà.

La Fede ci obbliga ad essere umili; per­ché dobbiamo vivere secondo i suoi inse­gnamenti. Orbene, la fede ci insegna che da noi non siamo che niente e, peccato; dobbiamo dunque considerare noi stessi co­me niente e peccato, e compiacerci che tut­ti ci stimino e ci trattino come tali. La fede ci svela chi siamo non e, chi è Dio. Dio vale tutto e noi niente. A Dio ogni onore ed ogni gloria, a noi confusione e disprezzo.

In tal modo, la fede ci porta all'umiltà ed esige che siamo umidi se non voglia­mo rinnegare le sue massime, ma inoltre ci vuole grande umiltâ per aver la fede, per assoggettare il nostro spirito alle verità ch'essa ci propone, e così annientare la nostra ragione col sottometterla a credere ciò che essa non vede. Perciò i filosofi e gli eretici, essendo pieni di superbia han­no posto tanti ostacoli alla fede. L'umile, al contrario, è deferente al giudizio altrui; si sottomette alla verità, né mai si ostina nel proprio sentimento; in una parola l'u­mile è disposto a credere tutto.

La speranza ci porta all'umiltà. Il eri­stiano animato dalla vera speranza non si appoggia sopra se stesso, nè confida nelle proprie forze, ma unicamente in Dio e nei meriti del nostro Salvatore.

La carità domanda umiltà perchè l'anima che. ama Dio vuole che a Lui sia di­retto ogni onore, mentre dimentica e an­nienta se stessa. L'amore del prossimo esi­ge umiltà, perchè respinge ogni asprezza ed ogni irritazione anche di fronte alla calunnia.

Animata dalla carità cristiana, l'anima deve sopportare la débolezza del suo fratello, persino la superbia e l'arroganza altrui che è la molestia la più insopporta­bile per chi non è veramente umile. Due anime orgogliose che vogliono innalzarsi l'una al di sopra dell'altra; non, conserve­ranno gíammai quella virtù che S. Paolo raccomandava con tanta forza con queste

parole: - Sopportatevi gli uni e gli altri nella carità - .          1.

La compassione verso il prossimo esige umiltà, perchè ci parta a prendere sopra dì noi la riparazione per la superbia degli uomini; dobbiamo quindi abbracciare l'u­miltà, perchè essi si sono esaltati, e così con le nostre umiliazioni offrire a Dio una soddisfazione per il loro orgoglio e la loro ingiusta e disordinata arroganza.

La religione impone l'umiltà, perché essa vuole che tutto si annienti e si sacrifi­chi per la gloria di Dio, al quale tributa ogni lode e riferisce ogni onore.

La prudenza cristiana ci porta all'umil­tà, poichè vuole che non abbiamo pretese, se non per quelle cose, che possiamo ave­re o conservare senza contese.

La giustizia, esige che si dia a ciascuno ciò che gli spetta, quindi al nulla l'oblìo, al peccato il disprezzo, la stima invece e la gloria, al Tutto e alla Santità.

La fortezza del cristiano ha per sostegno l'umiltà, perché, conoscendo il proprio nulla e la propria incapacità, egli si ri­fugia in Dio, affinchè la virtù di Gesù Cristo che è la forza dei deboli venga ad abi­tare in Lui.

La temperanza trova valido aiuto nel­l'umiltà, poichè l'umile si astiene dalle  cose mandane e sensibili, nella persuasione di esserne indegno.

La penitenza esige l'umiltà, perchè ri­chiede che il superbo sia umiliato e che la confusione cada sopra colui che ha vo­luto rubare a Dio l'onore e la gloria.

La dolcezza desidera  l"umiltà, perchè l'anima non sia turbata per nessuna umi­liazione che possa incontrare.

La pazienza vuole l'umiltà, perchè l'anima non perda mai la pace per nessuna contrarietà.

In conclusione, l'umiltà è il condimento di ogni virtù, la virtù fondamentale che deve essere presupposta ad ogni esercizio di cristiana pietà.

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NATURA DELL'UMILTÀ 3/3

Secondo S. Bernardo, il secondo gra­do dell'umiltà non consiste solamente nel riconoscere che noi non siamo niente, ma ancora che ciò che compare negli altri è pure un niente. Ogni essere, ogni bontà, ogni verità è in Dio; e ciò che se ne trova nella creatura viene per effusione da Dio, mentre il fondo della creatura è il nulla. E oltre che siamo niente come creature, abbiamo una tendenza naturale al niente: e proprio. del niente tendere sempre verso il niente. Ecco ciò che è l'uomo, e il suo desiderio deve essere di comparire tale; diversamente è un ladro verso l'Essere so­vrano, perchè vorrebbe appropriarsi ciò che appartiene a Dio e mettersi al posto di Dio.

Il terzo grado dell'umiltà è di voler che gli altri non soltanto ci riconoscano, ma pure ci trattino, come vili, abietti e spregevoli: di ricevere quindi con gioia tutti i disprezzi e tutte le umiliazioni pos­sibili: di non essere mai sazi di obbrobri, ma al contrario desiderarli sempre con ín­saziabilità; in una parola, è desiderare di essere trattati secondo il proprio merito. Ora, siccome l'anima veramente umile con­sidera se stessa come un misero niente e una peccatrice maledetta, né dagli altri vuole essere considerata diversamente, essa, per la virtù dell'umilità desidera pure di essere trattata come un niente, come crea­tura maledetta e miserabile peccatrice, due titolí meritevoli del disprezzo più profon­do che si, possa concepire

Si abbia pure di noi tutto il disprezzo immaginabile, non sarà nulla ancora in confronto di ciò che meritiamo; donde av­viene che l'anima veramente umile non può sentirsi disprezzata. Qualunque cosa si dica o si faccia contro di essa, non ne arrossisce; tanto meno se ne offende, perché ogni disprezzo è una multa in confronto di ciò che in essa sente di meritare. Il niente non ha nessun pregio, non ha nulla che possa essere oggetto dei nostri pensieri e delle nostre affezioni, quindi non merita neppure il disprezzo. Perchè chi dice nien­te, dice assenza di ogni essere e di ogni perfezione mentre soltanto l'essere e la perfezione meritano stima e compiacenza. Inoltre, qual disprezzo non é dovuto al peccato? Esso non ha nulla che sia grade­vole e sopportabile, ma al contrario, l'a­vversio a Dio, che è  l'unico vero bene, e quindi il peccato e la privazione di ogni bene.

E' certo che per un'anima veramente umile un'ingiuria è un onore: essendo essa un niente, non merita nè di essere considerata né che si pensi ad essa; non è de­gna neppure che un uomo al modo se ne occupi sia pur per dsprezzarla. Chi mai si rivolgerebbe al niente, anche per scher­nirlo? Non si ingiuria un fantasma; non ne vale la pena, poichè è niente. Colui dunque che sa di non essere da se mede­simo che un niente e quindi molto meno di un fantasma, si ritiene molto onorato che si pensi a lui anche per ingiuriarlo. Così, se viene dimenticata e disprezzata, non se ne meraviglia; e crede non si possa fare diversamente; lungi dall'essere sor­preso che lo si ingiurii, si stupirebbe se ve­nisse trattato diversamente. Se anche nel suo interno, da Dio viene trattato con di­sprezzo ed abbandono, l'anima sinceramen­te umile non ne resterà meravigliata, per­ché sa di non meritare altro.

E' questo il segno al quale si può riconoscere la vera umiltà; quando l'anima trovasi nelle aridità e si sente interiormen­te come abbandonata e respinta da Dio, se è veramente umile si mette dalla parte di Dio e ne approva il modo di fare con­tro se stessa, si abbassa e si annienta nella preghiera condannando sè medesima e ri­conoscendo di non meritare un trattamento migliore. Dobbiamo riconoscere che Dio con tutta ragione respinge le opere nostre e le nostre persone; e quando sentiamo che ci tratta in questo modo, se ne restiamo afflitti, è che non siamo umili, è segno che non siamo ben convin­ti della nostra incapacità per qualsiasi bene.

Il nostro niente rivestito da un essere corrotto dal peccato da se stesso in quanto tale, non può far altro che il peccato, non può che fallire in tutte le opere sue. E' questo un gran motivo di confusione, che deve farci          riconoscere  che Dio, il quale  é 1’equità, la rettitudine medesima e la vera giustizia, ha pur diritto di re­spingerci noi e tutto ciò che viene da noi, perchè tutto quanto può esservi nel­le opere nostre di santo e a Lui gradito tutto proviene dal Figlio suo, nel quale Egli per l'operazione dello Spinto Santo, prende tutte le sue compiacenze.

Essere dunque così disprezzati e respinti anche da Dio, e inoltre maltrattati dai nostri superiori, dai nostri eguali e per­sino dai nostri inferiori, in una parola, da ogni creatura, ecco ciò che ci è dovuto e dobbiamo rallegrarcene come della cosa più giusta della cosa migliore e più deside­rio per noi, più conforme al deside­rio di Gesù Cristo, e che perciò dobbia­mo preferire.

 

Dobbiamo dunque amare lo stare al basso da qualunque bassezza, dovunque la troviamo, non soltanto in questo mondo ma pure per l'altro, non soltanto sulla terra ma pure in Cielo. Dobbiamo compiacerci di stare nel posto più infimo; come raccomanda Nostro Signore, e amare l'ultimo posto in tal modo che lo desideriamo anche in Paradiso,

Non già che dobbiamo desiderare di essere gli ultimi nell'amore di Dio, o i più ne­gligenti nel progredire nella perfezione; nè che dobbiamo dire come certe anime vili: « Purchè mettiamo piede in Pa­radiso; questo ci basta », nè si curano di essere più sante; questo sarebbe metterci, in pericolo di non essere mai santi e di stare anche fuori del Paradiso. Al contra­rio; bisogna sospirare di amare Dio quan­to Egli lo desidera, con ardore e fedeltà, e tendere con tutte le nostre forze quel grado di gloria e di felicità che Egli ci tiene preparato.

Colui che commette la minima colpa per umiliarsi farebbe una sciocchezza: così pure, colui che tralasciasse il minimo bene per essere piccalo in Paradiso, avreb­be grave torto. Intendo parlare soltanto di ciò che concerne la piccolezza di se stessa, essa deve essere sempre così ama­bile per noi che l'apprezziamo dovunque la troviamo, nè dobbiamo fare nessuna azione col proposito di grandi e di emergere dalla piccolezza.

La nostra superbia è così sottile che quando trova una porta chiusa, se ne apre qualcuna da un'altra parte; quando si è soffocato il desiderio della grandezza in questo mondo, la desidera nell'altro; quando si è rinunciato alla grandezza delle cose grossolane della terra, la su­perbia la cerca nelle cose dello spirito e della grazia. Appena ci siamo liberati dalla brama di essere grandi e pregiati negli onori e nelle ricchezze del secolo, la superbia subito ci porta a ricercare di es­sere grandi e pregiati nella grazia e nelle cose dello spírito. Essa ricerca e desidera i doni superiori e le illuminazioni più ec­cellenti, le grazie appariscenti e i talenti straordinari; così la superbia sempre ri­cerca la grandezza.

Se noi riusciamo a riconoscere, - in que­sto desiderio dei pregi spirituali, un fine contrario all'umiltà e lo superiamo, allora la superbia ricerca un'al­tra eccellenza, vale a dire quella della gloria, e aspira ad un posto elevato in Pa­radiso. Ottima cosa per verità, quando non si desideri per ispirito di superbia; ma troppo spesso avviene che noi amia­mo la piccolezza su la terra, per segreto desiderio di superbia, sperando con questo mezzo di esser grandi in Paradiso: In tal caso, poichè l'umiltà sulla terra è la semente dell'esaltazione in Cielo, noi facciamo ancora le nostre opere buone allo scopo di essere grandi, e ci consoliamo nel­le nostre umiliazioni con una tale prospettiva; strano e stupendo spirito quello del­la grandezza, o in un tempo o in un al­tro, o in un modo o in un altro.

L'anima veramente umile, invece, de­sidera di non essere niente, tanto ai propri occhi come nello spirito degli altri; non si cura di comparire in nulla, ama di rima­nere nascosta e sconosciuta, si compiace di essere considerata come un niente. Gesù Cristo solo deve comparire, e noi restar nell'ombra; bisogna distruggere il nostro, essere proprio e rivestirci di Gesù Cristo per non comparire che sotto di Lui e in Lui. Questo sentimento ci darà un deside­rio ed una santa affezione dì non operar nulla da noi medesimi; ci renderà fedeli a rinunziar interiormente a noi stessi, studiandoci di mortificare in ogni occasione il nostro spirito proprio e la nostra volon­tà. In tal modo dobbiamo arrivare sino a vivere in questo spirito di morte interio­re dimodochè non operiamo più secondo la nostra volontà propria, e non facciamo altro che cooperare semplicemente allo Spirito Santo, che animerà il nostro interiore e vivificherà le "tre facoltà. Allora vivremo in uno spirito di vero annientamento di noi medesimi: Dio solo vivrà e regnerà in noi; è questo il moti­vo  per cui Dio ama così tanto le anime umili e in esse stabilisce così assolutamente il suo trono e il suo dominio. Dio, in­fatti, nell'anima annientata trova piena li­bertà di fare quanto gli piace e si prende una sovrana compiacenza nel sacrificio di tutto quell'essere creato, il quale, nell'umiltà, immola se stesso ed è divinamen-te consumato.

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NATURA DELL'UMILTÀ 2/3

« Padre mio infinito nei suoi desiderii, mi comunica questo languore e «questa immensa volontà, in confronto «della quale io non sono nulla, né sono «capace dì soddisfarla; per questo cerco «sempre sulla terra qualche anima che «soddisfi la mia pena e il desiderio che provo di bere a lunghi sorsi in ogni tem­po e in ogni luogo, al calice dell'onta e dell'umiliazione. Dimodoché quando «qualcuno soffre disprezzi e li riceve con «gioia ed amore, altrettanto soddisfa la «mia sete».

Sarebbe ben giusto dare in noi questa gioia a Gesù Cristo e procurare di soddi­sfarlo ed accontentarlo su questo punto. E poichè abbiamo tanta ripugnanza ad essere umiliati, dobbiamo, almeno raccogliere con cura, quel poco di umiliazione che possiamo, per dar luogo alla potenza e al­l'efficacia dell'operazione divina nel no­stro cuore.

Dio in se medesimo è immenso, lascia infinita grandezza che lo inclina verso la bassezza deve tutto umiliare  sotto di Lui e portarci tutti all'amore del disprezzo e dell'abbassamento. Tuttavia è un fatto, che il nostro cuore gli resiste tanto fortemente e la vince in tal modo sopra di Lui che invece di tendere ad abbassarci, noi non tendiamo che ad elevarci, né cerchiamo altro che la lode, la stima, e gli applausi. Dio, così potente in tutto e particolarmen­te nell'anima del Figlio suo, trovasi conì impotente in noi.

Studiamoci dunque di rinunciare al no­stro fondo  intimo, di condannarlo e sot­tomotterlo a Dio, affinchè Egli possa imprimere in noi ciò che desideaa e investirci delle sue inclinazioni, dei suoi senti­menti e delle sue medesime disposizioni.

Dobbiamo pregare molto la maestà di Dio che compia in noi le operazioni della sua potenza e della sua virtù immensa, affinchè ci umiliamo in Lui e ci investiamo delle sue inclinazioni e dei suoi desideri.

La principale umiltà è l'umiltà interio­re; questa riguarda dapprima lo spirito e consiste nel tener sempre la facoltà del­l'anima in una grande soggezione e di­pendenza verso Dio; di modo che il nostro spirito non sia mai insolente nè superbo, al punto d'innalzarsi al cospet­to del nostro Re e nostro Dio, ma invece sia sempre davanti a Lui in atto di perfetta sottomissione e di profonda rive­renza aspettando con pazienza la sua luce e i suoi ordini Guardiamoci sempre dal­l'essere così presuntuosi da voler, in qua­lunque cosa, ragionare ed agire da noi e in noi; stiamo sempre sottomessi a Dio, aspettando con fede la sua direzione e la sua regola.

Lo stesso è da dirsi della nostra volon­tà; benchè si trovi in questa carne di peccato e in questo stato di sregolatezza, essa è sempre come una regina che do­mina e comanda, perciò  meglio ancora dell'intelligenza essa deve stare dipen­dente dallo Spirito divino, che vuol esse­re in noi Re e padrone.

La nostra volontà, più guasta dal peccato che tutte le nostre altre facoltà e quindi più imperiosa e arrogante, è sem­pre pronta a comandare e pochissimo di­sposta a ubbidire; ci vogliono grandi sforzi ed assidue applicazioni per tenerla sogget­ta e sottomessa. Essa ordina ogni cosa senza aspettare gli ordini, la mozione e la dire­zione nè dello Spirito Santo. nè della ca­rità che sola deve dominare in noi e muo­verci soavemente ad assecondare i deside­rii di Dio.

La vera e perfetta umiltà interiore consiste dunque nel sottomettere a Dio la no­stra volontà nonché la nostra in­telligenza, la quale deve tenersi come morta, in un'attesa fedelissima e docile delle divine impressioni ed illuminazioni che Dio promette ai suoi figli. In tal modo l'anima sarà veramente umile e sa­rà tale in ispirito e verità; perché sarà umi­le effettivamente e con perfetto sacrificio. In questo stato, l'anima riconoscerà di non essere nulla che valga qualche cosa, di non essere capace di operare nella giustizia e nella santità, protestando che tutto viene da Dio, tutto dipende da Dio, tutto in noi deve essere operato da Dio.

Conoscere che siamo un niente senza valore, che non sappiamo nulla, che non siamo capaci di nulla e compiacerci in questa vista e in questa conoscenza, ecco il primo grado d'umiltà.

Il secondo grado è di amare la propria viltà, la propria abiezione, il proprio nulla, anche nello spirito degli altri tanto co­me in noi medesimi, vale a dire, compia­cerci di assere conosciuti come vili, come abietti, come cose da nulla, come. peccato, e di essere stimati tali nello spirito degli altri. Infatti, è proprio d'umiltà di far sì che abbiamo amore, gioia e piacere ad essere conosciuti e stimati da tutti per quel che siamo in realtà; se desideriamo di comparire migliori di ciò che siamo, se cerchiamo di scusare i nostri difetti, siamo ipocriti e impostori.

Dal difetto di umiltà nascono la pena, il dispetto e l'affanno che proviamo quan­do vengono scoperte le nostre imperfezio­ni. Da qui quell'agitarci e inquietarci peno­samente a riguardo della buona riuscita delle nostre opere, volendo acquistarci presso gli altri, col suo spirito di umiltà. Non sapremo sopportare di essere conosciuti quali siamo in realtà, ossia come niente e peccato, poiché non siamo altri in noi e da noi fama, considerazione e stima. Non saremo dunque mai capaci di soffrire ciò che G. C. vuole operare in noi medesi­mi? Fuorché il nulla e il peccato, tutto in noi è cosa di Dio, se pretendiamo attribuircene anche la minima parte, commettiamo un furto a danno di Dio medesiano.

Noi siamo in tal modo un vero niente, che se Dio ad ogni istante non ci comuni­casse l'essere, non vi sarebbe più nulla in noi, non vi rimarrebbe che il niente che è il nostro fondo e che unicamente ci è proprio. Anzi, se v'è in noi qualche cosa nelle nostre facoltà che non sia corrotta dal peccato, ne dobbiamo rendere grazie a Dio che lo ha operato in noi per la sua bontà: a Lui ne appartiene tutta la gloria.

Si può dire che noi medesimi abbiamo peccato in Adamo perchè abbiamo in certo qual modo consentito con lui al peccato e siamo stati coinvolti nella sua colpa. A­damo, infatti, era il nostro procuratóre e teneva come nelle sue mani tutte le volontà dei suoi discendenti. Dio con grande bontà l'aveva scelto per essere il nostro rappresentante, corme l'uomo più perfetto al quale potevamo con la massima ragione affidare l'incarico di trattare con Dio in nostra vece ed in nome nostro. Adamo trattava dunque con Dio a nome di tatto il genere umano; in tal modo la nostra volontà era unita alla sua e consenziente con la sua.

Oltre questa prima colpa che in questo senso può dirsi opera delle nostre ma­ni, colpa che è la causa di tutto quel semenzaio di mali che pullulano in noi ad ogni giorno ed ogni ora, come  pure di quella corruzione che portiamo in noi, che S. Paolo chiama peccato perchè nasce dal peccato, ci porta al peccato e per la quale quindi, siamo peccato; oltre quel primo peccato cui abbiamo consentito in Adamo, oltre questa perversità che ci porta continuamente al peccato, noi abbiamo pure commesso moltissime colpe che ci rendono orribilmente deformi.

Donde avviene che, in tutta verità, tutto in noi medesimi ë peccato e, non siamo che peccato: questo fondo di malizia; di cui siamo impastati, è oggetto di orrore per il Signore; tantochè da questa parte siamo figli, di maledizione e non possiamo nascondere che siamo tali agli occhi del cielo e della terna: dobbiamo dunque compiaceri di essere, nella mente di tutti, riconoscinti come tali.

Orbene, l'umiltà è quella virtù che ci fa sentire questo piacere e questa soddisfa­zione di comparire quali siamo in realtà, di essere considerati agli occhi di tutti co­me gente da nulla e come peccatori maledetti, poichè non siamo null'altro che questo. Chè se in noi vi sono grazie, virtù e doni, tutto questo è cosa di Dio e non cosa nostra; quindi se vogliamo essere con­siderati e stimati per queste grazie e vir­tù, noi ingiustamente derubiamo Dio di ciò che è suo ed a Lui unicamente appar­tiene.

Bisogna che l'umiltà ci faccia ben con­siderare ciò che siamo noi e ciò che ap­partiene a noi, onde lasciare a Dio e rin­viare fedelmente a Lui tutto quanto è suo e viene da Lui. Il demonio concentra qui tutti i suoi sforzi e lavora in modo particolare a confondere queste due viste distinte che ci rivelano con tanta. chiarezza ciò che è nostro e ciò che è di Dio. Lavora, a farci, credere che ciò che vi è in noi è nostro, e ne possiamo usare per concepire stima di noi stessi e farci stimare dagli altri.

Ma l'anima veramente umile e attenta a premunirsi contro le astuzie dello spirito maligno, mette tutto i1 suo impegno nel riconoscere sempre ciò che è in se stessa e ciò che da se medesima proviene; tutta la sua aura è di considerarsi come niente e peccato, e di essere soddisfatta che an­che altri la considerino come tale; se Ie capita dii ricevere onori. e lodi, nel suo cuo­re ne ride e si burla A coloro che le di­mostrano stima, considerandoli come ciechi e come gente che parla senza ragione; essa prova talora disgusto ed orrore di simili cose, a segno che preferirebbe mille affronti piuttosto che una lode, perchè le umiliazioni sarebbero fondate su la verità, mentre le lodi sono fondate su la men­zogna; essa insomma si meraviglia con stupore nel vedersi stimata ben altra di quanto continuamente riconosce, di essere in se medesinna.

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L'umiltà è la virtù che serve di fonda­mento a tutte le altre virtù e deve presupporsi ad ogni esercizio di pietà; senza di essa l'anima non farà mai nessun progresso. La superbia, che è opposta a questa virtù è il vizio che più dispiace a Dio. A questo orribile ed infelice peccato Dio suole resistere, come dichiara così spesso nella Scrittura: Dio resiste, ai superbi.

Il fondamento di questa resistenza di Dio alla superbia proviene dall'ingiuria speciale che essa gli fa, perchè lo deruba di ciò che gli è più caro, dell'onore, cioè della gloria a Lui dovuta ed esclusivamen­te riservata, per attribuirla a un niente, ad un verme della terra. Dio non è di nulla geloso come della sua gloria; ci co­munica il suo essere divino, la sua propria natura e tutti i suoi doni, ma con la con­dizione che noi non lo deruberemo di ciò che Egli non intende punto cedere a nessuna creatura, vale a dire della sua glo­ria.

In conseguenza dell'avversione e dell'o­dio che Dio prova contro la superbia, non. appena l'anima è così miserabile da abban­donarsi ad un tale eccesso, Dio sull'istante, si ritira e l'abbandona a se medesima, pri­vandola della sua grazia e del suo aiuto; per lo stesso motivo non se ne avvicina che in quanto essa è vuota di ogni superbia e di ogni propria stima. Perciò diciamo che la santa umiltà è il fondamento di tutte le virtù, perchè queste non si possono acquistare senza la grazia e l'aiuto divino, favori questi che Dio da solamente agli umili: Agli umili Dio dà la sua grazia. Incominciamo dunque dall'umiltà e vediamo innanzi tutto in che consiste.

 

NATURA DELL'UMILTÀ 1/3

L'umiltà ha tre parti. La prima è di compiacerci nella conoscenza di noi stes­si. Vi sono anime alle quali Dio fa cono­scere la loro miseria ed i loro difetti, anzi ne porge loro l'esperienza, facendo risal­tare ai loro propri occhi la loro stolidez­za, leggerezza, inutilità e assoluta incapa­cità; ma esse a tale vista si rattristano e, non potendola sopportare, cercano in se stesse qualche cosa che le lusinghi, si stu­diano di scoprire in se medesime qualche perfezione o qualche virtù che le metta al coperto della convinzione della loro mise­ria: questo è effetto di superbia. Bene spesso ci troviamo in tale stato che sen­tiamo grande abbattimento nel vederci quali siamo, cioè: niente nella grazia e niente nella natura, inutili ad ogni bene, insopportabili a noi stessi e a tutti: se questo sentimento produce scoraggiamento in­teriore, è segno che la nostra è umiltà falsa.

Nostro Signore dà, al contrario la stes­sa visione ad anime sante che gli sono care e predilette e sono stabilite nella vera u­miltà, affine di rendere più profonda in esse questa virtù   e prepararvi un fondo più ampio per ricevere la suo grazia e il suo amore. Ma queste anime, perchè più umili, godono di conoscere ciò che sono basta non aderiscano alla malizia della loro carne, sono contente; talvolta non cono­scono punto questa loro buona volontà. Dio permettendo che non distinguano tra gli assalti della carne e il consenso; e ciò è causa per esse di molta pena. Ora sentiranno ripugnanza verso i poveri e riluttanza a praticare la carità: ora sentiranno disgusto di Dio e della sua santa parola. Altre volte proveranno altre molestie che partono da quel fondo maligno della car­ne che si chiama comunemente la natura corrotta; e, nell'incertezza se abbiamo ac­consentito a simili tentazioni, si affliggono e si trovano molto umiliate, come pure al pensiero di non aver lavorato abbastanza a vincere se medesime.

Orbene, tutte queste prove, per le anime sante, non sono solo motivo di pena e di abbattimento, quanto di confusione e di umuliazione. Anzi, ciò serve loro a non. di­menticare ciò che sono in se stesse, a ri­cordarsi che portiamo il peso della carne e siamo composti di una natura di pecca­to che è fondo inesauribile di malizia; perciò si riconoscono operai di iniquità. Infatti, avendo acconsentito al peccato in Adamo, e inoltre avendo contratto, per i loro peccati personali, abitudini viziose esse hanno alterato la loro propria natura, e l'hanno talmente viziata che non vi ri­mane più nulla che abbia pregio alcuno. E' necessario un nuovo principio; è neces­saria una nuova generazione, che ci dia una seconda vita e un nuovo spirito per conservare questa vita nuova. Lo Spirito Santo medesimo è quello che opera in noi i movimenti al bene e ci sollecita alle ope­re buone, come la carne ci inclina alle opere cattive. Così lo spirito e la carne, sono in continua e perpetua lotta. La car­ne, dice S. Paolo, combatte contro lo spirito e lo spirito contro la carne.

Perciò i Santi, essendo veramente umi­li, riconoscono perfettamente ciò che sono da se stessi, e ciò che in se medesimi ap­partiene a Dio. Riconoscono donde vie­ne il bene e chi ne è la causa; rendono incessantemente lode e gloria a Dio per il bene che Egli opera nelle loro anime; si umiliano pure incessantemente per il male che fanno e che sentono in sè, riconoscen­do la propria povertà, miseria e viltà, e condannano se stessi come causa del male che risentono. Ma una tal vista, per quanto ne provino tristezza, li umilia senza avvi­lirli nè scoraggiarli.

Ecco il primo grado della virtù di u­miltà; compiacersi nella propria viltà e miseria. Conoscere questa viltà e miseria, non è parte di questa virtù; ne è soltanto una condizione e un fondamento. Perciò anche i pagani praticavano la conoocenza di se medesimi, eppure essi non avevano nulla della virtù di umiltà, perchè il primo passo di questa è la soddisfa­zione e la gloria che si prova nel conoscere se stesso.

Che cos'è dunque l'umiltà? - E' l'a­more della propria abiehzione, per il qua­le, a poco a. poco si diventa così amanti della nullità, della piccolezza e della bas­sezza da prediligere in tutto e per tut­to.

Prendiamo un esempio: un'anima rico­nosce in sè il proprio nulla che la rende vile e abietta, riconosce la sua debolezza, i suoi difetti e persino i suoi peccati; bi­sogna si- compiaccia nella viltà, nell'abiezione e nel disprezzo che gliene proven­gono; deve compiacersi in ciò che v'è in se stessa di vile, di abietto e di umiliante.

La viltà e l'abiezione che sono le con­seguenze del peccato sono cosa affatto di­versa dall'opposizione a Dio: l'anima che è umile deve amare la viltà alla quale essa è ridotta dal peccato, ma insieme deve detestare sommamente il suo peccato in quanto è contrario a Dio. Essa deve essere talmente amante della viltà e della bassezza da amarla, dovunque la incontri; deve trovare, nell'abiezione vaghezze così deliziose che non trovi nulla di così amabile e la consideri come la sua regina, la sua amica, la sua diletta. Amore di picco­lezza, amore di bassezza, amore di abie­zione, di umiliazione: ecco la nostra feli­cità, ecco l'unica nostra pace.

Intesa così, l'umiltà ha la sua sorgente in Dio medesimo; Dio, infatti, benchè a motivo delle sue perfezioni non sia capace di vero abbassamento, tuttavia ha in sé co­me un peso che lo porta verso le cose pic­cole, perchè da se medesimo è amante delle cose basse. Dio guarda alle cose vili,; Ha rivolto lo sguardo alla bassezza dello sua serva, dice la Madonna, nel Magnifi­cat, vale a dire che si compiace nella bassezza e vi prende la sua compiacenza.

Questo peso immenso della Divinità ver­so la bassezza, riempiva in modo eminente delle sue inclinazioni l'anima di Gesù Cristo, e le infondeva una tendenza infi­nita verso la umiliazione, tendenza continuamente operosa, che mai poteva essere spenta né saziata. Tutto quanto vi è di disprezzo, di annientamento e dì abiezio­ne, tutto, per l'anima di Lui, è nulla in confronto, di quella sete immensa di umi­liazione che lo divora.

In ciò consiste l'umiltà di Dio e di Ge­sù Cristo, di cui dobbiamo renderci parte­cipi: umiltà che Gesù diffonde nel cuore dei cristiani, nei quali ha infuso lo stesso peso e la stessa inclinazione verso ciò che è basso. Ed è questa la vera umiltà cristiana.

E' da considerarsi come il profeta diceva del Cuore di Gesù Cristo, che sarebbe saziato d'obbrobri; era questo un ef­fetto che l'immensità di Dio operava nel fondo dell'anima di Lui con l'infinità del­la sua potenza.

Non dobbiamo considerare soltanto le umiliazioni che Gesù Cristo ha subìto nella propria persona e alle quali si riferisce quella sua parola sulla croce: SITIO. Ho sete; ma  ancora gli obbrobri e i disprez­zi che desiderava soffrire nel suo corpo mistico e nei suoi membri; anche riguar­do a questi Egli diceva: « SITIO. Ho sete, muoio dí languore «nel desiderio di nuove pene e di nuovi «disprezzi: bisogna che mi estenda e mi «dilati in tutta la mia Chiesa e che in essa «io soddisfi la mia sete, quanto più sof­frirò in essa disprezzi e umiliazioni, tanto più proverò gioia e consolazione e sod­disferò il desiderio immenso .che ho di «spendere al basso.

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(Tratto da “I sette vizi capitali” di don Giuseppe Tomaselli)

SUPERBIA

Dicesi superbia il desiderio disordi­nato della propria eccellenza. È un vizio molto radicato in noi, il quale è causa di una grande quantità di peccati.

Iddio odia la superbia e la punisce. Il primo peccato di superbia fu com­messo dagli Angeli in Cielo, allorché si ribellarono a Dio con a capo Lucifero. La punizione fu tremenda, poiché subito fu creato l'inferno e vi precipitarono tutti i ribelli, per starvi eternamente. Un altro grave peccato di superbia fecero i nostri progenitori Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, quando fu­rono tentati dal demonio a mangiare il frutto proibito da Dio. - Perché non mangiate di questo frutto? – domandò il tentatore. - Non possiamo, risposero, perché Iddio ce l'ha proibito! - Se lo mangerete, continuò il demonio, diven­terete simili a Dio! - Adamo ed Eva prestarono fede e, mossi dal desiderio di diventare simili al Creatore, colsero il frutto e lo mangiarono. Il peccato fu grave, non solo per la disubbidienza, ma anche per la superbia. Iddio, fortemente sdegnato, tolse ai due peccatori i doni soprannaturali, già dati gratuitamente, li condannò a morire e li cacciò dal Pa­radiso Terrestre.

 

IL REDENTORE.

Dio, giusto punitore della colpa, non tralascia però di compatire l'uomo im­pastato di debolezza e gli dà un rimedio efficace contro la superbia. Infatti la se­conda Persona della Santissima Trinità, il Figlio Eterno di Dio, lascia lo splen­dore del Cielo e si riveste di umana car­ne. Lo scopo dell'Incarnazione è di ria­prire il Paradiso agli uomini e di dare un meraviglioso esempio di umiltà, in opposizione all'innata superbia.

La vita terrena di Gesù Cristo fu una lotta continua al vizio della super­bia. Avrebbe egli potuto nascere in un palazzo reale e farsi ricoprire di gloria dagli uomini; ed invece nacque in una stalla, visse in una bottega facendo il fa­legname e mori ignudo sulla Croce, tra due ladroni, come un malfattore.

 

GL'INSEGNAMENTI DI GESÙ.

Il Vangelo è ricco di massime e di parabole, che hanno per scopo di abbat­tere la superbia e d'insegnare l'umiltà. Gli Apostoli domandarono a Gesù: Maestro, chi è il più grande nel regno dei Cieli? -

Egli prese un bambino, lo pose in mezzo a loro e poi disse: Chi si umilie­rà, facendosi piccolo come questo bam­bino, costui sarà il più grande nel re­gno dei Cieli. -

E vedendo che gli Apostoli tende­vano alla superiorità, disse loro: I prin­cipi di questo mondo signoreggiano i loro sudditi; per voi non sia così. Chi di voi vuole essere il primo, sia l'ul­timo.

Trovandosi in un convito Gesù ed osservando che gl'invitati brigavano per avere i primi posti, parlò in questo mo­do: Quando tu sei invitato a pranzo, non andare a metterti al primo posto, poiché potrà darsi che sia stato invi­tato uno superiore a te ed allora il pa­drone dovrà dirti: Amico, lascia questo posto e mettiti in fondo! - Allora ne avrai vergogna presso tutti i commen­sali. Quando invece sei invitato a tavola, mettiti nell'ultimo posto, affinché chi ti ha invitato abbia a dirti: Amico, vieni avanti! Così ne avrai onore presso tutti i convitati. Poichè chi s'innalza sarà u­miliato e chi si umilia sarà esaltato. -

Essendo la superbia come una feb­bre che spossa ed anche il motivo dell'in­quietudine del cuore umano, Gesù Cristo si dà quale modello a tutti, dicen­do: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete il riposo per le anime vostre! -

Fortunati coloro che vivono in con­formità a questi divini insegnamenti!

 

LO SPIRITO DI SUPERBIA.

L'amor proprio, o l'alta stima che cia­scuno sente di sé, fa sempre capolino e bisogna vigilare per non restarne vit­tima.

S. Giovanni Bosco confessa lui stesso di aver sentito nell'animo fin dalla fan­ciullezza una forte inclinazione allo spi­rito di superbia. Subito però si mise all'opera e riuscì vittorioso. Una volta potè dire in maniera lepida: Ho dovuto propormi di prendere per il collo la mia superbia, metterla sotto i piedi e cal­pestarla. -

Lo spirito di superbia porta ad es­sere ambiziosi, presuntuosi, vanitosi e rende ribelli all'autorità, per cui non si sopporta di stare soggetti ad altri e, quando lo si è costretti, internamente ci si rode. Veniamo ora alle particolari manife­stazioni della superbia.

 

I PENSIERI.

Il superbo nella sua mente ingran­disce i propri meriti e si gonfia come un pallone. Crede di essere qualche cosa di grande e perciò guarda dall'alto in basso, studiando i mezzi per eccellere sempre.

Se il superbo riceve un'offesa o una mancanza di riguardo, non sa darsi pace. Pensa e ripensa il torto ricevuto e con­cepisce desideri di vendetta. - A me fare questo affronto? ... Trattare in tal modo me, che ho tanti meriti? ... Ah! questo è troppo! - In preda a tali sen­timenti, perde la pace del cuore.

 

LE PAROLE.

Il superbo non si contenta di pen­sare altamente di se, ma sente il biso­gno di esternare con le parole i suoi sentimenti. Si loda facilmente, metten­do in mostra i titoli di onore, dicendo di appartenere a nobile famiglia, par­lando con entusiasmo delle proprie cose e mettendo sempre avanti il proprio « io ». - Io faccio così ... Io in quel­l'occasione mi comportai in tal modo ... Io sono salutato sempre ... Io sono sti­mato assai ... Io porto abiti di lusso ...

Insomma s'incensa di continuo e non ricorda il proverbio: Chi si loda, s'im­broda! -

Chi ha il vizio della superbia, non si limita a lodarsi; è anche portato natu­ralmente a disprezzare gli altri.

Il parlare del superbo suole essere impastato di critica, di mormorazione e di bugia.

Coloro che assistono a simili conver­sazioni, esternamente dimostrano di approvare, per non irritare il superbo, ma appena questi si allontana, cominciano a ridere alle sue spalle, dicendo: Che superba persona! . .. Oh, quanto è scioc­ca! ... Ma cosa crede di essere?... -

E così si avvera il detto di Gesù: Chi s'innalza, sarà umiliato! -

 

IL VOLERE COMPARIRE.

Il superbo è smanioso di comparire e fa di tutto per apparire in società qualche cosa di più degli altri. Se è ric­co, spende grosse somme per avere un'a­bitazione più bella degli altri ricchi, compra gioielli di grande valore ed in­dossa abiti lussuosi.

Se il superbo non è ricco, fa grande economia pur di comparire davanti agli altri; perciò limita le spese giornaliere, va forse in prestito di denaro e tutto spende in abiti eleganti ed in pro­fumi.

La persona superba e vanitosa ama di stare lungamente davanti allo specchio e studia la conciatura dei capelli e l'abbellimento del volto; studia anche il sorriso ed i movimenti del corpo, per apparire sempre più attraente. Esce di casa, non tanto per sbrigare faccende, quanto per mettersi in mostra. Lungo le vie cammina con affettazione e pare voglia dire a tutti: Guardatemi! ... Chi c'è simile a me? ... Desidera ricevere saluti e gode nel suo cuore ad ogni pic­cola dimostrazione di stima.

Poveri superbi vanitosi! ... Ma credete che tutti abbiano a pensare a voi?... Ognuno ha i propri fastidi e tira per la sua strada! ... Vale dunque la pena sprecare tanto tempo e denaro per la voglia di comparire? ... Cosa ne resta a voi di utile? Vanità della vanità!…

 

LE OPERE DEL SUPERBO.

Le nostre opere devono essere diret­te alla gloria di Dio ed al bene del pros­simo; soltanto così sono meritorie per l'altra vita. Ma il superbo non bada a ciò, anzi agisce in senso contrario; il fi­ne del suo operare è l'appagamento del­l'orgoglio, con la ricerca della stima e dell'approvazione altrui.

È bene qui ricordare gli Scribi ed i Farisei, uomini superbi, i quali fu­rono riprovati da Gesù Cristo. Costoro facevano elemosina, pregavano a lungo, digiunavano ed erano osservanti scru­polosi della legge di Mosè. Tuttavia non erano accetti a Dio, perchè le loro opere erano fatte per riscuotere la lode degli uomini. Gesù perciò disse ai suoi disce­poli: Se la vostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei Cieli. -

Il superbo, quando non è visto, si astiene dal far la carità o ne fa assai poca; se invece sa di essere osservato, fa elemosina ed anche abbondante­mente, affinché possa sentirsi dire: Oh, com'è caritatevole e di buon cuore! -

Quello che si dice per la carità, si dica per tutto il resto.

Quale ricompensa può sperare il su­perbo da Dio in questa o nell'altra vita? Nessuna!

 

LA SUPERBIA SPIRITUALE.

E’ superbia spirituale il credersi buono, anzi più buono degli altri ed il disprezzare il prossimo perchè peccatore. Questo ge­nere di superbia dispiace moltissimo a Dio, il quale conosce la miseria di ciascu­no e sa che senza il suo aiuto non può farsi niente di buono.

Il Signore suole abbandonare questi superbi, lasciandoli in balia di se stessi, permette che poco per cadano in nei peccati e specialmente in quelli più ver­gognosi, affinchè imparino a conoscere la propria miseria spirituale.

Bisogna perciò guardarsi da un vizio così funesto; e per riuscirvi, ci si umili tanto più, quanto maggiore è il progresso che si fa nella via della perfezione.

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I GRADI DELLA SUPERBIA

Quella falsa e maledetta persuasione di cui abbiamo detto, è il fondamento di tut­to l'eccesso della superbia. Quell'accecamento della mente è il principio degli ini­qui desideri della volontà. Tantochè in conseguenza di tali funeste ilIusioni e di tali maledetti errori, l'uomo, confusamen­te e senza riflessione nè esame, crede di essere qualcosa di grande: è questo un veritiero inganno, perchè se si esaminassero un po' le cose con l'occhio della fede, si ri­conoscerebbe facilmente la propria illu­sione; in conseguenza dunque di quella funesta persuasione di essere da sè qualche cosa di grande, e di aver molto valore per  proprio merito, si pretende aver diritto ricevere da tutti onore, rispetto e l'odi; que­sto si ricerca, sia apertamente, sia di na­scosto, con ogni mezzo possibile, fino al punto di umiliarsi e disprezzare se stesso per essere onorato.

Il superbo poi se non riceve quell'onore e quella lode che aspetta e vuole, ne resta offeso e rattristato, disprezza quelli che non lo lodano, quasichè non conoscano il suo merito; si innalza sopra di essi per il disprezzo che ne fa e giunge persino alle ingiurie e alle dispute. Chè se non ottiene l'onore e le lodi, egli però crede di meri­tarle con tutta evidenza; se qualcuno lo loda e lo approva, quegli diventa per lui oggetto di benevolenza e di amore e persi­no di ammirazione.

Oh follia! Come se gli uomini siano ca­paci di onorarci! La loro stima quale van­taggio ci procura? Il loro disprezzo che cosa ci toglie? Queste sono cose per noi assolutamente esteriori e debbono esserci indifferenti. Quali giudici possono mai es­sere gli uomini? Essi sono o ciechi o maligni. Se sono ciechi, non sono capaci di giudicarci; perciò la Scrittura dice: « Gli uomini non vedono che l'esterno, Dio solo vede l'intimo del cuore »); se sono ma­ligni, ci faranno l'elemosina di un po' di adulazione mentre nel loro cuore si burleranno di noi. Gli uomini sono maligni e superbi, quindi l'onore lo vogliono per se medesimi; state certi che se ve ne rendo­no, è soltanto con malizia, come dice la Scrittura: “L'uomo cattivo si umilia e si abbassa davanti a voi », per costringervi ad amarlo ed onorarlo, per comperare le vo­stre lodi col tributarvi le sue e per ricevere onore più che non ve ne renda. Il superbo si innalza sempre e fugge il disprezzo; se si abbassa non è che per evitare di essere respinto e confuso e per meritarsi acco­glienza e lode.

L'anima, in conseguenza di questa sti­ma, di questa lode e adorazione che desidera si procura, o riceve si fissa e si eleva in se stessa come su di un trono, al disopra di tutti. Vede se stessa come una persona singolare; intermamente con­sidera se stessa come unica nel proprio valore, quindi arriva a credere di essere unica, come Dio. Si immagina di essere sa­piente più di tutti o di posseder qualche capacità speciale ed unica.

Da qui nascono i disastri e i  maledetti effetti della superbia; perchè prima essa era ancora timida, non aveva ancora che il proposito e il desiderio di stabilirsi nel­l'anima, non ne aveva ancora pos­sesso nè vi aveva fissato il suo trono e la sua sede; ma appena si sia introdotta nell'anima e vi si sia fortificata, essa in­comicia subito a causarvi mali orribili.

Tale fu l'opera del demonio in mezzo agli Angeli nel Cielo, dove fece tre mali spaventevoli; ed è pure il danno che uomini superbi portano nella società umana.

In primo luogo, lo spirito che si è sta­bilito in          cieca persuasione del suo valore singolare, siede in se medesimo, come il demonio, sul trono di Dio; disprezza Dio e lo bestemmia in se stesso. Perciò il su­perbo nella Scrittura viene chiamato Be­stemmia. Nell'Apocalisse, il demonio porta sulla fronte questa parola. Nel suo disprezzo di Dio il superbo fa ogni sforzo per innalzarsi e mettersi al posto dì Lui.

In tal modo si comporta pure l'inferio­re arrogante e superbo, quando abbia la­sciato penetrare nel proprio spirito la fal­sa stima di se medesimo e la persuasione intima e cieca del proprio valore. Benchè si nasconda spesso sotto il manto dell'umiltà, perchè è questa una virtù molto apprez­zata e necessaria per godere un po' di sti­ma, non di meno egli si fissa nella persua­sione che debba essere onorato: Dimodochè se gli accade di essere disprezzato, .re­spinto o condannato, si agita, si rivolta, condanna, mormora, dispnezza spodesta nel suo spirito ogni potestà superiore, si met­te al disopra di tutti, cerca qualcuno che lo ami e lo stimi, si procura amici e soci che con lui si accompagnano e insieme si innalzano in una comune cospirazione:

Un'anima, in cui sia così radicata la stima di se stessa e la convinzione del pro­prio valore per la considerazione delle sue virtù esteriori, si costituisce al disopra di tutti; essa giudica di tutto e decide di o­gni cosa, ma sempre in proprio favore e a condanna degli altri Segretamente, cerca sempre di regnare su tutti gli uomini, o almeno su di una parte di essi, nulla tralasciando per giungere al compimento dei suoi desideri.

Il secondo male che fece il demonio in Cielo fu di distogliere i suoi fratelli dalla sottomissione a Dio, di formare un bando a parte e così dividere, con la sua rivolta, il regno di Dio, rovinare la comunità cele­ste e distruggere quell'opera che Dio ave­va formato con tanta compiacenza. Così, sia per dispetto contro Dio che sta sem­pre nel suo posto e sul suo trono divino, sia per la smania di essere onorato ed avere devoti adulatori e adoratori, egli sconvolgeva la società e gli ordinamenti del Cielo.

L'uomo superbo causa il medesimo dan­no nelle comunità. Egli, sia come nemico della superiorità altrui che lo umilia e con­danna il suo modo di comportarsi, sia per amore di adulazione e di lode, ovvero per desiderio di appoggio, di conforto e di con­solazione nei suoi disinganni e nelle sue desolazioni, non tralascia mai di suscitare scismi e divisioni; animato da un odio se­greto, esso vorrebbe  distruggere, se potes­se, la bontà dei suoi fratelli, benchè ne dovesse egli stesso venire in esecrazione al co spetto di Dio.

Il terzo male di cui si rese colpevole il demonio fu di disprezzare e -sconvolgere la legge di Dio in Cielo e su la terra. Per­chè dopo aver distrutto nei suoi fratelli la religione e l'unione, che sono le due leg­gi capitali del Cielo, egli discese su la ter­ra e nel Paradiso terrestre, per sconvol­gervi di nuovo, con la sua maledetta sug­gestione, tutta la legge di Dio. Dio aveva detto all'uomo che se mangiava del frat­to proibito ne morrebbe, il demonio invece gli disse che se ne mangiasse, non mor­rebbe punto, ma sarebbe uguale a Dio. Così fanno i superbi in tutta la società; se la prendono infine con la legge e tentano di sconvolgerla e di distruggerla.

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NATURA DELLA SUPERBIA

La superbia è nn desiderio eccessivo del­la propria eccellenza.

Dappprima, notiamo che essa é un desìde­rio; non è un appetito, ossia una semplice inclinazione. L'appetito è un movimento naturale e necessario, che trovasi in noi senza di noi, e anche contro il nostro de­siderio. Ma il desiderio è un movimento libero, una inclinazione che noi liberamen­te approviamo col nostro consenso; il desiderio è in noi, ed è conforme alla no­stra volontà che ne è la madre e la pa­drona.

L'appetito eccessivo di grandezza trovasi in noi in conseguenza del peccato origi­nale, per il principio di quella generazione maligna che ha riempito la nostra carne della sua abominevole corruzione dimo­dochè la nostra carne ha infettato il no­stro spirito a tal segno che il complesso dell'uomo, rivestito e riempito di questa infezione e di questo seme maledetto, ci rende in sostanza simili al demonio.

Perciò agli occhi di Dio, noi siamo orri­bili, abbominevoli, esecrabili.

 

Dio, formando l'uomo a sua immagine e animandolo dalla sua vita divina, aveva inmresso in lui la somiglianza delle sue perfezioni; l'uomo teneva il posto di Dio, sulla terra, ed ogni creatura doveva ren­dergli, come alla persona di Dio, onore, omaggio e rispetto. L'uomo allora era gran­de e perfetto, essendo intimamente unito e aderente a Dio che si rendeva. sensibile in lui; riceveva pure tutti gli onori ed omag­gi che si rendono alla divinità, ma unica­mente per Dio e in Dio, senza nulla appro­priare a se stesso.

Stabilito nell'essere e nella vita di Dio, l'uomo contemplava in Dio e cime Dio stesso, la divinità di cui era pieno; rapito dalla bellezza e dalle perfezioni di Dio, era tutto infiammato del divino amore e, inoltre, trasformato in Dio e tutto deificato.

Nella luce ammirabile che rischiarava la sua mente egli vedeva o contemplava Dio in tutte le creature, ad imitazione del­la vista che Dio ha di se stesso in tutte le sue Opere, secondo queste parole di Mosè: Dio vide tutte le cose che aveva fatte e trovò che erano molto buone.

Insomma, in un tale stato ammirabile e divino, nell'aderenza ed intima unione a Dio, l'uomo era un'opera eccellente e perfetta. Allora egli non si appropriava nulla; nulla lo allontanava da Dio; gode­va di ogni cosa in Dio; non vedeva se stes­so in nulla, ma non vedeva in se medesimo che Dio, Dio eccellente, perfetto e degno di ogni onore e di ogni lode.

Così S. Paolo, parlando dei cristiani, dice che devono giungere sino a tale sem­plicità da essere una cosa sola con Gesù Cristo, nel quale sta tutta la loro gloria.

Dal difetto di tale semplicità e unità nasce in noi l'amor proprio, la ricerca della nostra propria eccellenza. In questo modo, Angeli e uomini si sono perduti, di­staccandosi da Dio per attaccarsi a se me­desimi; ricercando la propria eccellenza sono diventati superbi. Donde avviene, co­me dice la Scrittura, che “il principio della superbia è di apostatare da Dio”, staccarsi da Dio per ricercare il proprio in­teresse.

Il demonio tentò di separar l'uomo da Dio dicendogli. Sarete come dei; es­so fece sì che l'uomo distogliesse il suo sguardo da Dio per portarlo sopra se stes­so; quindi gli suggerì e gli insinuò il desiderio di essere pio e di comparire tale agli occhi di tutta la creazione, per ricever­ne gli omaggi al posto di Dio, usurpando per  se medesimo tutte le lodi che si ren­devano alla divinità.

Nell'uomo adunque vi sono due cose: un appetito sregolato, e un desiderio eccessivo di grandezza e di eccellenza pro­pria. L'appetito non è il peccato di su­perbia, benchè sia un avanzo del peccato ed un effetto del demonio che ha corrot­to la nostra natura e depravato in noi gli istinti di Dio.

Ma il desiderio, l'aderenza, la volontà formata ed attuale di assecondare questo appetito, questo è. il peccato di superbia.

L'appetito è un movimento cieco della natura corrotta: il desiderio invece è un movimento ragionato e accompagnato dal lume e dall'avvertenza della ragione. Or­bene, il male che si fa con avvertenza e con libero consenso è peccato. Se questo desiderio è ardente e per una cosa ecccs­siva, è peccato grave.

 

In secondo luogo, la superbia è un de­siderio della proprïa eccellenza. Vi è una eccellenza e una perfezione che sono lodevoli e che Dio medesimo riconosce: Siate perfetti - ha detto Gesù Cristo - co­me il Padre celeste è perfetto; e ve n'è un'altra che è viziosa: l'eccellenza in se stessa e per amor prprio.

E' buono il desiderio dell'eccellenza quando sia regolato secondo un fine buo­no, è male quando è ordinato ad un fine cattivo; ma riguardo al fine, sovente si è vittima di illusione: per non ingannarci, bi­sogna esaminare gli effetti.

Dio ha stabilito che la sua creatura di­venti perfetta e ricerchi l'eccellenza, ma unicamente per l'amore di Lui e del pros­simo. Vuole che siamo perfetti per amore di Lui e che facciamo opere buone ed ec­cellenti affnchè Egli ne sia onorato e glo­rificato. « Si veggano, - dice Nostro Si­gnore, - le vostre opere buone, affinché Dio, - che è nascosto in cielo e sco­nosciuto al mondo, - sia veduto e cono­sciuto sulla terra per mezzo della perfe­zione e delle opere che compirà in voi.

Orbene; per vedere se operiamo per Dio, bisogna osservare se dalle nostre opere buo­ne non vogliamo ricavare stima e lode per noi medesimi, se non ce ne gloriamo pun­to, se non abbiamo piacere di riceverne stima e onore se ci prendiamo cura di ri­ferire tutto a Dio col desiderio che Egli solo sia stimato e glorificato in se stesso e da se medesimo.

Dio vuole pure che vi siano persone buo­ne e perfette, per il bene del prossimo ed il sollievo delle sue miserie. Orbene, per conoscere se assecondiamo questo disegno di Dio, dobbiamo esaminare se dedican­doci al sollievo del prossimo abbiamo per fine il suo bene, ovvero se operiamo per nostro interesse, se guardiamo la nostra persona  e. ricerchiamo noi medesimi; se ci occupiamo di noi per attirarci la stima e ne proviamo compiacenza; osservare in­somma, se ricerchiamo qualche untile per noi medesimi. Così degli altri uffici; mol­ti infatti, o non pensano che a gloriarsi e innalzarsi sopra gli altri e ad attirarsi lo­di e onori; o non cercano che lucro e guadagno. Questi fini, ben s'intende, non sono nelle intenzioni e nei disegni di Dio.

Il superbo ricerca l'eccellenza, non già precisamente per il pregio della bontà, né per unirsi a Dio che è il Padre di ogni eccellenza e l'oceano di ogni perfezione; ma la ricerca per se medesimo e per il proprio vanto. Così, per quel maledetto amor proprio, si cambia l'ordine delle co­se; infaltti, secondo l'ordine, ciò che è mi­nore ed imperfetto deve essere riferito a ciò che è eccellente, e non già ciò che è eccellente a ciò che è meno perfetto. L'essere  di Dio non può entrare in nessun posto di nessun genere; persino in Gesù Cristo, rimangano distinte le due nature, divina ed umana. Essendo infini­tamente perfetto, l'Essere di Dio non può riferirsi a cosa alcuna come ad un fine, mentre tutte le cose esistono per Lui: ep­pure il superbo riferisce Dio a se stesso. Tale è l'effetto del peccato, di sconvolge­re l'ordine e la natura delle cose; ma in particolare tale è l'effetto della superbia e dell'amor proprio, di attirare tutto a sè e di appropriarsi tutto; mentre l'ordine del­la carità vuole che noi usciamo di noi stes­si e ci portiamo nell'Essere perfetto, onde unirci a Lui ed essere perfettamente con­sumati in Lui.

E' questa l'ammirabile abnegazione di se medesimo praticata da chi è animato dalla pura virtù di Dio, il quale santifi­ca la sua creatura o viene in essa onde portarla al suo fine. La creatura si unisce così all'Essere sovrano e perfetto, e dimen­tica tutto quanto vi è nel proprio essere tanto imperfetto; così si rivolge a Dio che è la sua fonte e dove sta la sua perfezione; e in Dio essa riceverà un essere più eccel­lente di quello che possiede.

Dio, infatti, l'aspetta per, consumarla in se medesimo, rendendola partecipe dell'Essere eminente della sua divinità.

L'amor proprio invece cerca di abbassare Dio sino a se medesimo e farlo servi­re alla propria superbia. Infatti, per uno spaventoso accecamento, chi segue, l'amor proprio considera Dio in se stesso e nelle. sue perfezioni come cosa sua propria, si gloria di tutto ciò che possiede e che è pur partecipazione di Dio, come se fosse cosa sua e provenisse da se medesimo: co­si non vede punto la causa  a che diffonde in lui con immensa carità quel bene e quel­le grazie. Ecco il furto, l'ingratitudine, l'in­solenza della superbia.

Chè se l'anima infetta dalla superbia non arriva all'eccesso di considerare Dio in se stesso come cosa sua o di ritenersi indipendente da Dio nei suoi desideri, essa almeno nutre la persuasione che l'eccellenza dei suoi doni proviene dai propri meriti e dal proprio lavoro; ed è questa un'altra specie di superbia che si chiama arroganza, per la quale l'anima attribuisce a se medesima e ai suoi meriti ciò che non ha ricevuto che per grazia e mise­ricordia di Dio, mentre Dio è in noi la no­stra luce, la mostra buona disposizione, la nostra vita, la nostra virtù e il nostro tut­to, senza di Lui non siamo capaci nè di pensare, nè di volere, nè di fare nessun bene in nessun modo.

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DALLA SUPERBIA

(Tratto da: “Vita e virtù Cristiane” Giovanni Olieri - Editrice Ancora Milano 1944. Cap. VI)

L'umiltà è il mistero delle virtù e la più difficile ad intendersi, perciò aggiungiamo questo capitolo su la superbia, che potrà fornire qualche schiarimento e cotrtriibuire a far conoscere l'umiltà con maggior chiarezza.

 

 MOTIVI PER DETESTARE LA SUPERBIA

La superbia è un mostro spaventoso che va sempre crescendo e non ha limiti nei suoi eccessi: il cuore del superbo non è soddisfatto finchè non diventi Dio. Nella sua stolta e sacrilega impresa procede per gradi e va di desiderio in desiderio, il demonio, invece, d'un colpo si abbandonò al desiderio più eccessivo dell'orgo­glio, esprimendo sfacciatamente la sua pre­tesa. Mi innalzerò e sarò simile all'Altissimo. Tale fu pure il pensiero che esso suggeri ad Adamo: Sarete come Dei. In tal modo, Nabucodonosor e gli altri principi si fecero adorare come divinità. Così pure alla fine dei secoli l'Anticristo siederà su gli altari al posto di Gesù Cri­sto. Ed è questa. Nei cuori la pretesa di quest'orribile vizio. Il principio della su­perbia è di apostatare da Dio, la sua pretesa è di` mettersi al posto di Dio e diventare nientemeno che Dio.

 

Perciò, il superbo è oggetto di esecrazione per Dio e per gli uomini: Tut­to l'essere di Dio gli resiste pienamente, per l'interesse naturale che per così dire, Dio ha di conservarsi anzi, di. Distruggere ciò che lo vorrebbe annientare. In quel­la guisa poi che una famiglia tutta intera insorge contro il servo traditore che vorrebbe dïstruggerne il padre che ne è il capo; così tutta la creatura si trova naturalmente compresa di esecrazione contro il disgra­ziato che, pieno di superbia, tende a d'e­tronizzare Domineddio e distruggerlo. Per questo motivo nel castigo del peccato di superbia nei demoni, tutti gli Angeli di comune accordo si trovarono uniti con Dio per abbatterli e distruggerli. Non è dun­que senza fondamento che la Scrittura di­ce che Dio resiste ai superbi cioè che non dice degli altri vizi; perché il super­bo se la prende direttamente con Dio, e ne prende di mira la persona medesima; per­ciò Dio resiste a tali insolenti e orribili pretese e siccome vuole conservare il pro­prio Essere. Egli abbatte e distrugge tutto quanto insorge contro dí esso.

Donde avviene che l'Ecclesiastico, dopo aver detto che l'inizio d'ogni peccato è la superbia, aggiunge, Chi a lei si abbando­na sarà colmato di maledizioni, ed essa al­la fine lo manderà in rovina.

Il Signore, quando non solo da se stes­so, ma anche per mezzo delle sue creature avrà colmato i superbi dì maledizioni, finirà col distruggerli, non solo nella loro persona, ma pure in tutta la loro genera­zione. Distruggerà i loro beni e rovinerà le loro case sino alle fondamenta. Poi an­cora, onde manifestare l'orrore che prova verso l'orgoglio, ne cancellerà persino la memoria, che è pur la traccia più leggera che l'uomo possa lasciare su la terra; come se qualcuno, dopo distrutta una statua di cui avanzasse qualche ombra, volesse giun-gere sino alla distruzione di quel po' d'ombra. Tale è la severità che Dio esercita contro il superbo, quando vuole distrug­gerne la memoria.  

Da quel maledetto disegno del superbo proviene la sua perpetua infelicità in que­sta vita, in attesa del giudizio di Dio in morte e dopo morte. Infatti, la pretesa del superbo che, nella sua costante ostinazio­ne, persiste nei suoi disegni, si trova sem­pre di fronte alla mano onnipotente di Dio che gli resiste e lo schiaccia, quindi quale può mai essere la vita di un essere così mi- serabile?

Il superbo sempre si innalza e sempre Dio gli resiste. Il superbo è sempre in mo­to e in agitazione, e sempre sente il peso della destra di Dio che lo respinge e ne schiaccia l'orgoglio. Se qualcuno si innalza contro Dio, Dio è sopra di lui e lo schiac­cia. In tali condizioni quale pace si po­trebbe mai avere, quale gioia e quale ripo­so nello spirito?

Ma dire che una tale ripulsa da parte di Dio è direttamente opposta alla preten­sione del superbo, la sua pena è tanto più grave e universale che questo vizio innalza universalmente tutti i desiderii dell'uomo. L'orgoglio, infatti, spinge alla grandlezza in tutto ciò che è, nell'uomo; e poichè la pre­tesa del superbo, in sostanza, è di farsi Dio, in cui tutto è infinitamente grande e perfetto, ne avviene che vuol essere lui pu­re grande in tutto.

Il superbo vuol essere grande nello ric­chezze, nei possedimenti, nei mobili, nelle dignità, nelle cariche, negli onori; primeg­giare nella bellezza, nella forza, nella scienza; grandeggiare insomma in ogni cosa. siccome non può aver tutto, quanto più estesi sono i suoi desideri, tanto più trova occasioni e motivi di inquietudine e di pena. La privazione lo ammazza, il bene che vede negli altri lo opprime; il super­bo insomma presenta lo spettacolo più fu­nesto e più penoso che vi sia.

Per altro, quale follìa e quale accecamento di sentirsi e vedersi così povero, vile e miserabile, eppure volersi considerare come capace di essere tutto e di possede­re ogni cosa! Íl desiderio del superbo lo innalza e la sua impotenza lo abbatte e lo avvilisce. Tale è la contraddizione che il superbo prova in se medesimo.