PER VIVERE NELLA DIVINA VOLONTA' E' NECESSARIO" COLTIVARE" PER POTERLE VIVERE TUTTE LE VIRTU'.

09-3-2018 -FINE- CATECHESI SULLA FEDE di P. Pablo Martin

 

Alcuni brani tratti dai Volumi di Luisa Piccarreta

(…) LE PARLA, QUINDI, DELLE VIRTÙ TEOLOGALI. LA FEDE.

(…) Quindi, diceva Gesù - ritornando alla Fede -:  “Per ottenere bisogna credere.  Come al capo, senza la vista degli occhi tutto è tenebre, tutto è confusione, tanto che se volesse camminare, or cadrebbe ad un punto, ora ad un altro e finirebbe col precipitare del tutto, così all’anima, senza Fede non fa altro che andare di precipizio in precipizio;  ma la Fede serve di vista all’anima e come luce che la guida alla vita eterna.  Or, da che viene alimentata questa luce della fede?  Dalla Speranza. Or, di quale sostanza è questa luce della Fede e questo alimento della Speranza?  La Carità.  Tutte e tre queste virtù sono innestate tra loro, in modo che una non può stare senza dell’altra.

Difatti, che giova all’uomo credere le immense ricchezze della Fede se non le spera per sé?  Le guarderà, sì, ma con occhio indifferente, perché sa che non sono sue;  ma la Speranza somministra le ali alla luce della Fede e, sperando nei meriti di Gesù Cristo, le guarda come sue e viene ad amarle”. (Vol 1, Cap 42)

 

LA FEDE.

Ora, mentre vedevo il confessore, mi ricordavo che mi aveva detto che doveva scrivere sulla fede il modo come il Signore mi aveva parlato su questa virtù. Mentre così pensavo, in un istante il Signore mi ha tirato talmente a Sé, che mi sono sentita fuori di me stessa nella volta dei cieli, insieme con Gesù e mi ha detto queste precise parole: “La Fede è Dio.”

Ma queste due parole contenevano una luce immensa, che è impossibbile spiegarle ma come posso le dirò. Nella parola “fede” comprendevo che la fede è Dio stesso.  Come al corpo il cibo materiale dà vita acciocché non morisse, così la fede dà la vita all’anima; senza la fede l’anima è morta.  La fede vivifica, la fede santifica, la fede spiritualizza l’uomo e lo fa tenere l’occhio ad un Ente Supremo, in modo che niente apprende delle cose di quaggiù e se le apprende, le apprende in Dio. Oh! la felicità d’un anima che vive di fede, il suo volo è sempre verso il Cielo, in tutto ciò che le succede si rimira sempre in Dio ed ecco come nella tribolazione la fede la solleva in Dio e non se ne affligge, neanche meno lamento, sapendo che non deve formare qui il suo contento, ma nel Cielo.  Così se la gioia, la ricchezza, i piaceri la circondano, la fede la solleva in Dio e dice fra sé:  “Oh! quanto sarò più contenta, più ricca nel Cielo!” Quindi, di questi terreni ne prende fastidio, li disprezza, e se li mette sotto dei piedi; a me sembra che ad un’anima che vive di fede, succede come ad una persona che possedesse milioni e milioni di monete ed anche regni interi ed un’altra che vorrebbe offrirle un centesimo. Or, che direbbe costei? Non l’avrebbe a sdegno, non glielo getterebbe in faccia? Aggiungo: E se quel centesimo fosse tutto infangato, quale sono le cose terrene.  Di più e se quel centesimo fosse dato solo ad imprestito? Or direbbe costei: “Immense ricchezze io godo e posseggo e tu ardisi d’offerirmi questo vil centesimo, così fangoso e solo per poco tempo?”  Io credo che ritorcerebbe subito lo sguardo e non accetterebbe il dono. Così fa l’anima che vive di fede in riguardo alle cose terrene. Or andiamo un’altra volta all’idea del cibo, il corpo, prendendo il cibo, non solo si sostiene, ma partecipa della sostanza del cibo, che gia si trasforma con lo stesso corpo.  Ora così l’anima che vive di fede; siccome la fede è Dio stesso, l’anima viene a vivere dello stesso Dio e cibandosi dello stesso Dio, viene a participare della sostanza di Dio e participando, viene ad assomigliarsi a Lui ed a trasformarsi con lo stesso Dio, quindi avviene all’anima che vive di fede che santo Iddio, santa l’anima; potente Iddio, potente l’anima; sapiente, forte, giusto Iddio, sapiente, forte, giusta l’anima, così di tutti gli altri attributi di Dio. Insomma, l’anima  diviene un piccolo Dio.  Oh! la beatitudine di quest’anima sulla terra, per essere poi più beata nel Cielo. Compresi ancora che non altro significano quelle parole che il Signore dice alle anime sue dilette, cioè: “Ti sposerò nella fede.” Che il Signore in questo mistico sposalizio viene a dotare le anime delle sue stesse virtù. Mi sembra come due sposi, che unendo le loro proprietà insieme, non si discerne più la roba dell’uno e dell’altro e ambedue si rendono patrono.  Ma nel fatto nostro, l’anima è povera, tutto il bene ne viene da parte del Signore, che la rende partecipe delle sue sostanze.

Vita dell’anima è Dio, la fede è Dio e l’anima possedendo la fede, viene ad innestare in sé tutte le altre virtù, di modo che essa se ne sta come re nel cuore e le altre se ne stanno d’intorno, come sudditi servendo alla fede, sicché le stesse virtù, senza la fede, sono virtù che non hanno vita. Pare a me che Iddio in due modi comunica la fede all’uomo:  La prima è nel santo battesimo; la seconda è quando Iddio benedetto, spiccando una particella della sua sostanza nell’anima, le comunica la virtù di far miracoli, come poter risorgere i morti, sanare gli infermi, arrestare il sole ed altro.  Oh! se il mondo avesse fede, si cambierebbe in un paradiso terrestre! Oh! quanto alto e sublime è il volo dell’anima che si esercita nella fede. A me sembra che l’anima, esercitandosi nella fede, fa come quei timidi uccelletti che temendo d’essere presi dai cacciatori o pure qualche altra insidia, fanno la loro dimora sulle cime degli alberi, o pure sulle alture, quando poi sono costretti a prendere il cibo scendono, prendono il cibo e subito se ne volano nella loro dimora; e qualche uno, più accorto, prende il cibo e neppure se lo mangia sul terreno, per essere più sicuro se lo porta sulle cime degli alberi e là se lo inghiottisce. Così l’anima che vive di fede, è tanto timida delle cose terrene, che per paura di essere insidiata, neppure le degne d’uno sguardo, la sua dimora è in alto, cioè sopra tutte le cose della terra e specialmente nelle piaghe di Gesù Cristo e da dentro quelle beate stanze geme, piange, prega e soffre insieme col suo Sposo Gesù sulla condizione e miseriae in che giace il genere umano. Mentre essa vive in quei forami delle piaghe di Gesù, il Signore le dà una particella delle sue virtù e l’anima si sente in sé quelle virtù come se fossero sue, ma però avverte che sebbene se le vede sue, il possederle le viene dato, che sono state comunicate dal Signore. Succede come ad una persona che ha ricevuto un dono che essa non possedeva, ora che fa?  Se lo prende e se ne rende padrona, ma per ogni qual volta lo guarda dice fra sé:  “Questo è mio, ma però mi fu donato da quel tale.”  Così fa l’anima cui il Signore spiccando da Sé una particella del suo Essere Divino, la trasmuta in Sé stesso. Or, quest’anima, come aborrisce il peccato, ma insiememente compatisce gli altri, prega per chi vede che cammina nella via del precipizio, si unisce insieme con Gesù Cristo e si offre vittima a soffrire per placare la divina giustizia e per risparmiare le creature dai meritati castighi e se fosse necessario il sacrifizio della vita, oh! quanto volentieri lo farebbe per la salvezza di un’anima sola. (Vol 2, Cap 1)

 

Marzo 20, 1904

TUTTE LE COSE HANNO ORIGINE DALLA FEDE.

Questa mattina mi sentivo tutta scoraggiata ed avvelenita per la perdita del mio adorabile Gesù, e mentre me ne stavo in questo stato, ha fatto sentire la sua dolcissima voce che mi diceva: “Figlia mia, tutte le cose hanno origine dalla fede. Chi sta forte nella fede sta forte nel patire, la fede fa trovare Dio in ogni luogo, lo fa scorgere in ogni azione, lo tocca in ogni movimento, ed ogni nuova occasione che si presenta è una nuova rivelazione divina che riceve. Perciò stati forte nella fede, ché se starai forte in questo in tutti gli stati e vicende, la fede ti somministrerà la fortezza e ti farà stare sempre unita con Dio.” (Vol 6, Cap 28)

 

Luglio 29, 1904

LA FEDE FA CONOSCERE DIO, MA LA FIDUCIA LO FA TROVARE.

Continuando il mio solito stato, non appena visto il mio adorabile Gesù ho detto:  “Signor mio e Dio mio.” E Lui ha seguitato a dire: “Dio, Dio, Dio solo, figlia, la fede fa conoscere Dio, ma la fiducia lo fa trovare, sicché la fede senza la fiducia è fede sterile.  E ad onta che la fede possiede immense ricchezze per potersi l’anima arricchire, se manca la fiducia ne resta sempre povera e sprovvista di tutto.” Onde, mentre ciò diceva mi sentivo tirare in Dio, e restavo in Lui assorbita come una gocciolina d’acqua nell’immenso mare, più che guardavo non trovavo né i confini dell’altezza, né quelli della larghezza, Cieli e terra, viatori e comprensori, tutti stavano immersi in Dio. Quindi vedevo anche le guerre, come quella della Russia col Giappone, le migliaia dei soldati che morivano o che morranno, e che per giustizia, anche naturale, la vincita starà da parte del Giappone; che altre nazioni europee stanno trattando macchinazioni di guerra alle stesse nazioni d’Europa. Ma chi può dire tutto ciò che si vedeva di Dio e in Dio? Per finirla faccio punto. (Vol 6, Cap 53)

 

 

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«Gesù, tutto bontà, si è rivolto al Confessore e gli ha detto: “Voglio che la fede ti inondi dappertutto, come quelle barche che sono circondate dalle acque del mare, e siccome la fede sono Io stesso, essendo inondato da Me, che tutto posseggo, posso e do liberamente a chi in Me confida, senza che tu ci pensi a quel che verrà e a quando e come farai, Io stesso, secondo i tuoi bisogni, mi presterò a soccorrerti”.

Poi ha soggiunto: “Se ti eserciterai in questa fede, quasi nuotando in essa, in compenso ti infonderò nel cuore tre gaudi spirituali: il primo è che penetrerai le cose di Dio con chiarezza e nel fare le cose sante ti sentirai inondato da una gioia, da un gaudio tale, che ti sentirai come inzuppato, e questa è l’unzione della mia grazia. Il secondo è una noia delle cose terrene, e sentirai nel tuo cuore una gioia delle cose celesti. Il terzo è un distacco totale di tutto e, dove prima sentivi inclinazione, sentirai un fastidio, come da qualche tempo sto infondendo nel tuo cuore e tu già lo stai esperimentando; e per questo il tuo cuore sarà inondato della gioia  che godono le anime nude, che hanno il loro cuore tanto inondato dell’amore mio, che dalle cose che le circondano  esternamente  non  ricevono  alcuna  impressione”.» (Vol. 2°, 25-6-1899)

 

“Figlia mia, tutta la stabilità della fede cattolica sta nella stabilità della carità, che unisce i cuori e li fa vivere in Me”. (Vol. 4°, 27-1-1901)

 

“Figlia mia, quando un’anima fa in tutto la volontà di un altro si dice che ha fiducia di quello, perciò vive del volere altrui e non del suo. Così, quando l’anima fa in tutto la Volontà mia, Io dico che ha fede, sicché il Divin Volere e la fede sono rami prodotti da un solo tronco, e siccome la fede è semplice, la fede e il Divin Volere producono il terzo ramo, la semplicità, ed ecco che l’anima viene a riacquistare in tutto le caratteristiche di colomba. Non vuoi tu dunque essere la mia colomba?”. (Vol. 4°, 22-11-1901)

 

“Figlia mia, chi della fede si nutre acquista vita divina, e acquistando vita divina distrugge l’umana, cioè distrugge in sé i germi che produsse la colpa originale, riacquistando la natura perfetta, come uscì dalle mie mani, simile a Me, e con ciò viene a superare in nobiltà la stessa natura angelica”. (Vol. 4°, 2-3-1902)

 

“Figlia mia, tutte le cose hanno origine dalla fede. Chi è forte nella fede è forte nel patire. La fede fa trovare Dio in ogni luogo, lo scorge in ogni azione, lo fa toccare in ogni movimento, ed ogni nuova occasione che si presenta è una nuova rivelazione divina che la creatura riceve. Perciò, sii forte nella fede, ché se sarai forte in questa, in tutti gli stati e vicende la fede ti somministrerà la fortezza e ti farà stare sempre unita con Dio.” (Vol. 6°, 20-3-1904)

 

“Figlia, la fede fa conoscere Dio, ma la fiducia lo fa trovare, sicché la fede senza la fiducia è fede sterile. E ad onta che la fede possiede immense ricchezze per potersi arricchire l’anima, se manca la fiducia resta sempre povera e sprovvista di tutto”. (Vol. 6°, 29-7-1904)

 

Mentre stavo pregando secondo il mio solito (al più ciò che faccio, lo faccio come se lo stessi facendo insieme con Nostro Signore e con le sue stesse intenzioni), stavo recitando il Credo e, non rendendomi conto io stessa, stavo dicendo che intendevo avere la fede di Gesù Cristo, per riparare tante miscredenze e per impetrare che tutti avessero il dono della fede. In questo mentre si è mosso nel mio interno e mi ha detto: “Tu ti sbagli, Io non avevo né fede né speranza, né potevo avere, perché ero lo stesso Dio;  Io ero solo amore”. 

Nel sentire amore, mi piaceva tanto poter essere solo amore, che, non badando, ho detto un altro sproposito, cioè: “Signor mio, vorrei essere anch’io come Te, tutto amore e niente altro”.

E Lui ha soggiunto: “Questa è la mia mira; perciò ti vado spesso parlando della perfetta rassegnazione, perché vivendo del mio Volere, l’anima acquista l’amore più eroico e giunge ad amarmi col mio stesso amore; diventa tutta amore e, diventando tutta amore, sta a mio continuo contatto, sicché sta con Me, in Me e fa tutto ciò che voglio per Me, né si muove, né desidera che il mio Volere, dove è racchiuso tutto l’amore dell’Eterno e dove resta essa racchiusa. E vivendo in questo modo, l’anima giunge quasi a sperdere la fede e la speranza, perché giungendo a vivere del Volere Divino, l’anima non si sente più a contatto della fede e della speranza. Se vive del suo Volere, che cosa deve credere se lo ha trovato e ne fa suo cibo? E che cosa deve sperare se già lo possiede, vivendo non fuori di Dio ma in Dio? Perciò la vera e perfetta rassegnazione è il suggello della sicura predestinazione e il possesso certo che l’anima prende di Dio. Hai capito?  Pensaci bene”.

Io sono rimasta come incantata e dicevo tra me: “Niente meno si può giungere a questo?” (Vol. 7°, 6-11-1906)      

 

“…Ah, figlia mia, per prendere pieno possesso della mia Volontà devi accentrare in te tutti gli stati di animo di tutte le creature e, come passi da uno stato di animo, così prendi il dominio. Ciò successe nella mia Mamma e nella mia stessa Umanità. Quante pene, quanti stati di animo erano accentrati in Noi? La mia cara Mamma varie volte rimaneva nello stato di pura fede, e la mia gemente Umanità restava come stritolata sotto il peso enorme di tutti i peccati e pene di tutte le creature; ma mentre soffrivo restavo col dominio di tutti quei beni opposti a quei peccati e pene delle creature, e la mia cara Mamma restava Regina della fede, della speranza e dell’amore, dominatrice della luce, da poter dare fede, speranza, amore e luce a tutti. Per dare è necessario possedere e per possedere è necessario accentrare in sé quelle pene, e con la rassegnazione e con l’amore cambiare in beni le pene, in luce le tenebre, in fuoco le freddezze.” (Vol. 15°, 23-5-1923)      

 

“…Non è vero che la Sovrana Regina non restò mai priva di Me; inseparabile mai, ma priva sì, né ciò pregiudicava all’altezza della sua santità, anzi la accresceva. Quante volte la lasciai nello stato di pura fede, perché dovendo essere la Regina dei dolori e la Madre di tutti i viventi, non poteva mancarle il fregio più bello, la gemma più fulgida, che le dava la caratteristica di Regina dei martiri e Madre Sovrana di tutti i dolori. Questa pena di essere lasciata nella pura fede la preparò a ricevere il deposito delle mie dottrine, il tesoro dei sacramenti e tutti i beni della mia Redenzione, perché la mia privazione, essendo la pena più grande, mette l’anima in condizione di meritare di essere la depositaria dei doni più grandi del suo Creatore, delle sue conoscenze più alte e dei suoi segreti (…) La Sovrana Regina come Madre doveva possedere tutti gli stati di animo, quindi anche lo stato di pura fede, per poter dare ai suoi figli quella fede irremovibile che fa mettere il sangue e la vita per difendere ed attestare la fede. Se non possedeva questo dono della fede, come lo poteva dare ai suoi figli?” (Vol. 19°, 22-8-1926)

 

La Fede insomma è la via sicura per unirci a Dio, alla sua Volontà, e sulla sua Parola accogliere il suo Dono e farne vita. Esso è talmente grande e prezioso, che qualsiasi esperienza straordinaria sensibile o prodigiosa a conferma che si possiede e che è quello che dice di essere, gli getterebbe piuttosto un’ombra anziché luce e gli toglierebbe credibilità invece di dargliela. Scrive Luisa: «Dopo ciò, pensavo tra me: “In questa santa Volontà non si vedono miracoli, cose portentose, di cui le creature sono tanto avide e girerebbero mezzo mondo per averne qualcuno; invece tutto passa tra l’anima e Dio, e se le creature ricevono, non conoscono da dove è venuto il bene... Veramente sono come il sole, che mentre dà vita a tutto, nessuno lo addita”.

E mentre ciò pensavo, è ritornato il mio Gesù e ha soggiunto, ma con aspetto imponente: “Che miracoli, che miracoli? Non è forse il più grande miracolo il fare la mia Volontà?  La  mia Volontà è eterna ed è miracolo eternale; mai finisce. È miracolo d’ogni istante che la volontà umana abbia un connesso continuo con la Volontà Divina. Il risorgere i morti, dare la vista ai ciechi ed altro, non sono cose eterne, sono soggette a perire; perciò si possono chiamare ombre di miracoli, miracoli fuggitivi, paragonati al miracolo grande e permanente di vivere nella mia Volontà. Tu non dare retta a questi miracoli; so Io quando convengono e ci vogliono”.» (Vol. 13°, 12-11-1921)

 

Per tanto, la Divina Volontà si vive in pura FEDE. Si vedrà dai fatti, alla distanza.

Che Gesù e Maria vi benedicano nella Volontà Divina!

Deo gratias!

P.  Pablo Martín

18 Giugno 2013

 

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Invece, la Fede è vera Fede…

- quando è radicata in una vera, santa, divina, intima ed ininterrotta relazione con Dio; se ci fa “vedere” Dio;

- quando è vita che scaturisce dal comprendere bene questa verità basilare con la quale Dio ci interroga in ogni istante: “Chi sono Io e cosa sei tu? Chi sono Io per te e chi sei tu per Me? Qual è il mio Amore per te e dov’è il tuo amore per Me?  Cosa voglio Io da te e cosa vuoi tu da Me?”

- quando si basa sulla sua Parola, come ce la trasmette e ce la garantisce la Chiesa, condensata e riassunta nel “Credo”, ma necessaria e palpitante nell’intera Sacra Scrittura; Parola che non si può amare se non si conosce;

- se è la Luce che ci fa vedere tutto come lo vede Dio, ed è il Motore che ci muove a fare ciò che vuole Dio;

- se è ricopiare e dare vita in noi a tutte le parole del Signore e a tutte le sue opere e la sua vita;

- se ci fa pensare come pensa Dio, volere ciò che vuole Dio, amare come ama Dio;

- se è credere, non solo l’esistenza di Dio, ma alla sua Provvidenza perfetta, alla sua Sapienza infinita e al suo Amore incondizionato ed assoluto per me, dappertutto e sempre (il che è il riassunto del Vangelo);

- se diventa fiducia piena in Lui, che si traduce in abbandono, dal quale nasce la vera pace e la vera sicurezza;

- se diventa spirito filiale, che si manifesta come continua comunione di volontà e di vita con Dio (“tutto ciò che è mio è tuo, e tutto ciò che è tuo è mio”);

- se diventa in noi vita, esperienza vissuta tanto da poter dire: “più che credere, io lo so, ho l’evidenza”;

- se diventa in noi talmente luce, da eclissare tutto ciò che non è Dio, a cominciare dal nostro proprio io con tutto ciò che ci riguarda, in modo da perderci di vista ed immergere tutto nella Luce che è Dio;

- se è sperimentare che Dio fa parte essenziale della nostra vita e che senza di Lui non sappiamo vivere;

- se è certezza pacifica e sicura che “Colui che ha cominciato in noi quest’opera buona la porterà a compimento”, secondo ha detto San Paolo in Filippesi, 1,6, perché “Dio è Fedele” (1 Cor 10,13), cioè degno di essere oggetto di fede totale da parte nostra;

- se è come il fuoco che converte in fuoco tutto ciò che tocca: così la Fede trasforma a somiglianza di Dio.

- Insomma, come atteggiamento del soggetto che crede, che ha la vera Fede, essa è apertura piena della mente  e del cuore a quanto ci viene detto da parte di Dio  (cfr Lc 1,45; Rom 10,10).

- E come oggetto creduto, la Fede è  «DIO  POSSEDUTO  COME  VERITÀ».

 

La Fede, secondo la testimonianza di Luisa Piccarreta e di Nostro Signore nei suoi scritti

«(Gesù) ora mi parlava della fede, e mi lasciava, ed io mi sentivo infondere nell’anima una vita di fede. L’anima mia, grossolana quale me la sentivo prima, ora, dietro il parlare di Gesù, me la sentivo leggerissima, in modo da penetrare in Dio; e ora miravo la sua potenza, ora la santità, ora la bontà ed altro, e l’anima mia restava stupefatta. In un mare di stupore dicevo: “Potente Iddio, quale potenza innanzi a Te non resta disfatta? Santità immensa di Dio, quale altra santità, per quanto sublime fosse, ardirà comparire al tuo cospetto?”.

Poi mi sentivo scendere in me stessa e vedevo il mio nulla, la nullità delle cose terrene, come tutto è niente innanzi a Dio; io mi vedevo come un piccolo verme, tutto pieno di polvere, che mi arrampicavo per dare qualche passo e che per distruggermi non ci voleva altro che uno che mi mettesse il piede sopra, e già sarei disfatta. Quindi, vedendomi così brutta, quasi non ardivo di andare a Dio, ma si faceva innanzi alla mia mente la sua Bontà e mi sentivo attirare come da una calamita per andare a Lui, e dicevo tra me: “Se è Santo, è pure Misericordioso; se è Potente, contiene anche in Sé piena e somma Bontà”. Mi pareva che la Bontà lo circondasse da fuori, lo inondasse dal di dentro; quando miravo la bontà di Dio mi pareva che sorpassasse tutti gli altri attributi, ma poi, mirando gli altri, li vedevo tutti eguali in sé stessi, immensi, immensurabili ed incomprensibili all’umana natura.»  (Volume 1°)

 

«…In un istante il Signore mi ha tirato talmente a Sé, che mi sono sentita fuori di me stessa nella volta dei cieli, insieme con Gesù, e mi ha detto queste precise parole: “La Fede è Dio”. Queste due parole contenevano una luce immensa, che è impossibile spiegare; ma come posso le dirò.

Nella parola “fede” comprendevo che la fede è Dio stesso. Come al corpo il cibo materiale dà vita affinché non muoia, così la fede dà la vita all’anima; senza la fede l’anima è morta. La fede vivifica, la fede santifica, la fede spiritualizza l’uomo e fa tenere l’occhio rivolto ad un Ente Supremo, in modo che niente apprende delle cose di quaggiù, e se le apprende, le apprende in Dio. Oh, la felicità di un anima che vive di fede! Il suo volo è sempre verso il Cielo; in tutto ciò che le succede si rimira sempre in Dio ed ecco, come nella tribolazione la fede la solleva in Dio e non se ne affligge e neanche si lamenta, sapendo che non deve formare qui il suo contento ma nel Cielo, così se la gioia, la ricchezza, i piaceri la circondano, la fede la solleva in Dio, e dice tra sé: “Oh, quanto sarò più contenta, più ricca nel Cielo!” Quindi, dei beni terreni ne prova fastidio, li disprezza e se li mette sotto i piedi.

A me sembra che ad un’anima che vive di fede, succede come ad una persona che possiede milioni e milioni di monete e anche regni interi, nel caso che un’altra volesse offrirle un centesimo. Or, che direbbe costei? Non lo avrebbe a sdegno, non glielo getterebbe in faccia? Aggiungo: e se quel centesimo fosse tutto infangato, tal quale sono le cose terrene? Di più: e se quel centesimo fosse dato solo in prestito? Or, direbbe costei: “Immense ricchezze io godo e posseggo, e tu ardisci offrirmi questo vile centesimo, così fangoso e solo per poco tempo?” Io credo che ritorcerebbe subito lo sguardo e non accetterebbe il dono. Così fa l’anima che vive di fede, in riguardo alle cose terrene.

Ora andiamo un’altra volta all’idea del cibo. Il corpo, prendendo il cibo, non solo si sostiene, ma partecipa della sostanza del cibo, che poi si trasforma nello stesso corpo. Ora, così l’anima che vive di fede; siccome la fede è Dio stesso, l’anima viene a vivere dello stesso Dio e, cibandosi dello stesso Dio, viene a partecipare della sostanza di Dio, e partecipando, viene ad assomigliarsi a Lui e a trasformarsi nello stesso Dio. Quindi avviene all’anima che vive di fede che: santo Iddio, santa l’anima; potente Iddio, potente l’anima; sapiente, forte, giusto Iddio, sapiente, forte, giusta l’anima, e così di tutti gli altri attributi di Dio. Insomma, l’anima diviene un piccolo Dio. Oh, la beatitudine di quest’anima sulla terra, per essere poi più beata nel Cielo!

Compresi ancora che non altro significano quelle parole che il Signore dice alle anime sue dilette, cioè: “Ti sposerò nella fede”, che il Signore in questo mistico sposalizio viene a dotare le anime delle sue stesse virtù. Mi sembra come due sposi, che uniscono le loro proprietà insieme: non si discerne più la roba dell’uno e quella dell’altro e ambedue si rendono padroni. Ma nel fatto nostro, l’anima è povera, tutto il bene viene da parte del Signore, che la rende partecipe delle sue sostanze. Vita dell’anima è Dio; la fede è Dio, e l’anima, possedendo la fede, viene ad innestare in sé tutte le altre virtù, di modo che essa se ne sta come re nel cuore e le altre se ne stanno intorno, come sudditi servendo alla fede, sicché le stesse virtù, senza la fede, sono virtù che non hanno vita. 

Pare a me che Iddio comunichi in due modi la fede all’uomo: la prima è nel santo Battesimo; la seconda è quando Iddio benedetto, spiccando una particella della sua Sostanza nell’anima, le comunica la virtù di far miracoli, come poter far risorgere i morti, sanare gli infermi, arrestare il sole ed altro. Oh, se il mondo avesse fede, si cambierebbe in un paradiso terrestre!

Oh, quanto alto e sublime è il volo dell’anima che si esercita nella fede! A me sembra che l’anima, esercitandosi nella fede, faccia come quei timidi uccelletti che, temendo di essere presi dai cacciatori, oppure qualche altra insidia, fanno la loro dimora sulle cime degli alberi o sulle alture. Quando poi sono costretti a prendere il cibo, scendono, prendono il cibo e subito se ne volano nella loro dimora; e qualcuno più accorto, prende il cibo e neppure se lo mangia sul terreno; per essere più sicuro se lo porta sulle cime degli alberi e là se lo inghiottisce. Così l’anima che vive di fede, è tanto timida delle cose terrene, che per paura di essere insidiata, neppure le degna di uno sguardo; la sua dimora è in alto, cioè sopra tutte le cose della terra, e specialmente nelle piaghe di Gesù Cristo, e da dentro quelle beate stanze geme, piange, prega e soffre insieme col suo Sposo Gesù sulla condizione e miseria in cui giace il genere umano. Mentre essa vive in quei forami delle piaghe di Gesù, il Signore le dà una particella delle sue virtù e l’anima sente in sé quelle virtù come se fossero sue, ma avverte che, sebbene le veda sue, il possederle le viene dato perché le sono state comunicate dal Signore. Succede come ad una persona che ha ricevuto un dono che essa non possedeva; or, che fa? Se lo prende e se ne rende padrona, ma ogniqualvolta lo guarda dice fra sé: “Questo è mio, ma mi fu donato da quel tale”. Così fa l’anima che il Signore, spiccando da Sé una particella del suo Essere Divino, la trasmuta in Se stesso. Ora, quest’anima, come aborrisce il peccato, insieme compatisce gli altri, prega per chi vede che cammina nella via del precipizio, si unisce a Gesù Cristo, si offre vittima soffrire per placare la divina Giustizia e per risparmiare le creature dai meritati castighi e, se fosse necessario il sacrificio della vita, oh, quanto volentieri lo farebbe per la salvezza di un’anima sola. (Vol. 2°, 28-2-1899)

 

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Ma perché chiede il Signore una tale fede in Lui? Come quando Gesù si recò con il capo della sinagoga, Giairo, alla casa di lui per guarire la figlioletta, che stava agli estremi. Ad un certo punto vennero a dirgli: “Tua figlia è morta, non disturbare il Maestro”, ma Gesù gli disse: “Non temere! Continua solo ad aver fede!” (Mc 5,35-36). Era come dirgli: “Se tu adesso dubiti, se mi neghi l’appoggio della tua fede, m’impedisci che intervenga!”. Così, anziché una guarigione ottenne una risurrezione! Sembra che al Signore piace quel gioco, “Lasci o raddoppi?” Tuttavia esige la fede semplice e sicura per giustificare il suo intervento divino. La grazia ancora più grande, che sta per dare, richiede dalla creatura una fede più grande.

Ma per vivere di fede, essendo essa il tesoro più grande, di solito Dio si compiace di circondare la nostra vita di apparente banalità, di cose normalissime e senza importanza (mentre ai suoi occhi la fede le rende straordinarie ed importantissime); persino lascia all’anima certe miserie, difetti involontari e a volte persino qualche peccato che, umiliando l’anima, in realtà la proteggono da se stessa e dai ladri dell’amor proprio e la spronano a fare di più per il Signore. Per questo disse il Signore a San Paolo: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9).

La fede è appoggiare il nostro consenso sulla testimonianza di Gesù, sulla Parola di Dio, che non può ingannarsi né ingannarci, anziché su quello che percepiamo con i nostri sensi e pensiamo con la nostra testa.

E questa fede è quel collegamento vivo con Dio, quella vera comunione con Dio che, partendo dalla notizia o conoscenza, si trasforma in certezza che è mio (la speranza certa) e in esperienza e in amore (il possesso  della  carità).

Stiamo parlando della Fede teologale o soprannaturale, quella che ci dà una comunione di vita con Dio; ma c’è anche un’altra fede, che è umana come quella che diamo agli uomini e alle loro notizie, e che molte volte siamo invitati a darla a cose che possibilmente riguardano il nostro atteggiamento religioso e il rapporto con Dio. Per esempio, la fede che possiamo dare a rivelazioni “private”, ad “apparizioni” mariane, ecc. E’ vero che non fanno parte del Credo, ma servono –tra le altre cose– a tastare la qualità della nostra Fede soprannaturale, giacché “la carità… si compiace della verità; tutto copre, tutto crede, tutto sopporta, tutto spera” (1 Cor 13,  6-7). Per questo dice San Paolo: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1 Tes 5,19-21). Ci allenano al discernimento.

Dobbiamo sgomberare la nostra mente dalle falsificazioni della Fede ed intentare definirla descrivendola:

 

Ciò che la Fede non è…

- fare volontariato in modo che Cristo non c’entra niente di fatto, no;

- non è ciò che suggerisce la magia, la “New age”, lo spiritismo, la superstizione, il “terzo occhio”, ecc;

- non è ciò a cui crede chi si forma una personale religione “fai-da-te”, l’arrogante presunzione di arrivare con la propria intelligenza (senza la Grazia) alla conoscenza della verità; ognuno si crea un “dio” a sua propria immagine e somiglianza; non è opinione!

- qualunque dottrina che non ha per base la Parola di Dio, la sua Testimonianza come è garantita dalla Chiesa;

- non è fideismo: cioè un credere irrazionale, senza considerare in che crediamo né chi ce lo trasmette (la Chiesa), né quali garanzie o credenziali presenta, che si possono esaminare. I martiri non sono dei fanatici.

- non è un potere o una forza psicofisica o spirituale dell’uomo, con la quale pensi di far fare a Dio quello che l’uomo vuole o possa costringerlo a fare la propria volontà umana;

- non è mercanteggiare col Signore: “se tanto ti do, tanto Tu mi devi dare in cambio…”;

- non è uno sforzo fisico, come stringere i pugni o i denti e concentrare la mente per partorire un pensiero;

- non è frutto o conquista dell’uomo, che egli ottenga con una sua lotta personale, col suo impegno o fatica;

- non è una suggestione o uno stato d’animo, non è auto-convincimento, non è una presunzione;

- non è conoscere a memoria, come una filastrocca, le parole della Scrittura o ripeterle come formule magiche;

- non è dire “Signore, Signore”, ma è fare la Volontà di Dio;

- non è onorare Dio con le labbra o con riti e rituali, mentre il cuore è lontano da Lui;

- non è l’attaccamento a forme umane di religiosità o a tradizioni, facendo di queste cose (che sono mezzi) dei fini, sostituendo nel cuore Dio con queste cose; questo non è servire Dio, ma servirsi di Dio;

- non è dire “tempio di Yahvé, tempio di Yahvé, tempio di Yahvé è questo” (e così credersi a posto), ma voler cambiare vita e convertirsi ogni giorno al Signore;

- non è appartenere anagraficamente alla Chiesa, frequentarla o ricevere gli stessi Sacramenti, mentre il cuore rimane pagano; è come stare sotto una “catterata” di Grazia senza togliere “il tappo”, cioè il volere umano;

- non è figurare nel registro parrocchiale dei Battesimi o dei Matrimoni, per esempio, né avere una tessera o un distintivo di appartenenza ad un gruppo di preghiera, movimento o associazione;  chi crediamo d’incantare?

- non è portare –e ancor meno, ostentare– segni esterni (per esempio, una croce al collo) o dire determinate parole (“sia lodato Gesù Cristo”, “alleluja”, “Fiat”, ecc.) o fare certi gesti, quando la condotta manifesta il contrario o dà scandalo;

- non è il prendere parte a cerimonie religiose, a funzioni, processioni o pellegrinaggi a santuari, quando il vero motivo non è quello di dare gloria a Dio, fare la sua Volontà o dare risposta al suo Amore;

- non è il solo chiedere al Signore, senza animo di dare quando Egli chiede; oppure chiedere con presunzione,  o con diffidenza, o senza abbandono fiducioso (lasciando che sia Lui a stabilire come e quando);

- non è “sapere” che Dio esiste (“Anche il demonio crede e trema”), ma “vivere” con Dio (Tre Persone distinte) e in sintonia continua con la sua Volontà, con il suo Amore…

 

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+      Ave Maria!

Carissimi, il massimo mio desiderio (lo è anche del Signore) è sapervi forti nella Fede, perché da essa derivano tutte le cose preziose e necessarie che ognuno desidera e di cui ha bisogno, oggi come mai. Perciò vi mando la mia piccola "enciclica" sulla Fede, anticipandomi a quella prossima del Papa. Troverete che va "masticata" parola per parola... Interpretatela anche come il massimo bene che da parte del Signore e nel suo Volere vi voglio.

   Con la benedizione di Gesù e Maria, sempre vostro

P. Pablo

 

“Accresci in noi la Fede” (Lc 17,5)

Così dissero gli Apostoli al Signore. Chi di noi se la sente di rispondere affermativamente alla domanda del Signore: “il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Che San Pietro possa dirci: “Onore a voi che credete; ma per gli increduli, la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla Parola” (1 Pt 2,7-8). Carissimi, “è giunto il momento in cui ha inizio il Giudizio a partire dalla casa di Dio” (1 Pt 4,17). Arriva l’ora della prova, della tentazione per tutti: “Siate temperanti, vigilate, perché il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare; resisteteli saldi nella Fede” (1 Pt 5,8-9).

 Prossimamente –è stato detto– Papa Francesco darà alla Chiesa una enciclica sulla Fede, scritta “a quattro mani” con il suo predecessore Benedetto XVI, che l’aveva incominciato a scrivere. Tutti sentiamo il bisogno di essere fortificati nella Fede, e allora, anch’io scrivo “a quattro mani” con un altro Fratello alcuni pensieri sulla Fede. Sicuramente le parole “fede” e “credere” sono tra le più numerose nella Sacra Scrittura. A titolo di curiosità, nel  Nuovo Testamento rispettivamente sono 242 e 243.

In parole povere, la vera Fede è come lasciarsi prendere per mano da Dio, come fa un bambino, e farsi condurre da Lui. Perciò è essere sicuri di Lui, sicuri della sua Bontà, della sua Onnipotenza, della sua Sapienza, del suo Amore. Questo è onorare Dio, è adorarlo, è glorificarlo. Questo è essere e voler essere pienamente suoi e saperlo e sentirlo totalmente nostro. Questo è COMUNIONE con Lui… e in questo modo è avere accesso alla sua infinita Sapienza, è prendere parte alla sua Onnipotenza, è sperimentare il suo Amore.

E’ come dice San Pietro: “Senza averlo visto, voi lo amate e senza vederlo credete in Lui e perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa” (1 Pt 1,8). Perciò questa è la prima cosa, indispensabile per poter essere graditi a Dio e poterci accostare a Lui (Eb 11,6). E’ la prima e l’ultima beatitudine del Vangelo, che racchiude in sé tutte le altre, le quali si spiegano soltanto con la Fede: “Beata Colei che ha creduto…”, disse Elisabetta a Maria (Lc 1,14); “Beati quelli che crederanno senza aver visto”, disse Gesù all’Apostolo Tommaso (Gv 20,29).

Perché dire “la vera” Fede? Perché non c’è nessuno che non creda in qualche cosa, e quando non si crede in Dio si crede in sciocchezze. La luce è dono di Dio, anche gli occhi ce li dà Lui, ma aprire o chiudere gli occhi dipende da noi: cioè, la Fede è un dono di grazia, iniziativa del suo Amore, ma l’accoglienza dipende dalla buona volontà dell’uomo. Perciò, “con il cuore si crede per ottenere la giustizia (per essere resi giusti da Dio)  e con la bocca si manifesta la fede per avere la salvezza” (Rom 10,10). 

La Fede ci inizia nella vera conoscenza di Dio e la fa crescere in noi, diventando sempre più esperienza viva. Per questo, oltre ad essere dichiarata a parole (il Credo) deve essere tradotta in opere (in vita), opere di fede. E’ come chi, entrando in una stanza, accende la luce premendo un piccolo pulsante o bottone: questa è un’azione consueta, così semplice, che facciamo in modo naturale, senza dubitare né farci problemi. Così la vera Fede deve diventare naturale per noi, e allora svanisce ogni dubbio, ogni paura, ogni impossibilità, ogni limite… Queste parole, che non esistono nel vocabolario di Dio, non debbono esistere in quello dei suoi figli.

Perciò, solo la vera Fede viva, togliendo ogni dubbio, ci dà la sicurezza; togliendo ogni paura ci dà la vera pace; togliendo ogni impossibilità ci fa ottenere tutto: “Tutto ciò che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete” (Mt 21,22). Ma occorre dire che, quando la fede cresce e diventa meno infantile e più matura, non chiede qualsiasi cosa, ma va sempre di più sintonizzando con il Volere di Dio, secondo la parola di Gesù: “Cercate innanzi tutto il Regno di Dio e la sua Giustizia (o Santità) e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33). Perciò, se chiedere a Dio qualche cosa, “con fede” che ce la darà, è già fede, essere invece sicuri che ci darà non già quello che noi vogliamo, ma il meglio secondo il suo Volere, questa è una fede molto più grande e bella. Poiché diventare come un bambino, lasciandosi prendere per mano da Dio con fiducia, credendo nella sua Sapienza e nella sua Provvidenza misteriosa, è vera maturità.

In quanto al soggetto che deve accogliere la Fede, essa è aprire la porta dell’intelligenza a Dio (credere) perché entri in noi la sua Luce, e la volontà nostra è la mano che la apre soltanto dall’interno.

E in quanto all’oggetto posseduto, la Fede ci viene data fin dal Battesimo in germe, come un seme prezioso che deve essere coltivato affinché cresca fino alla sua pienezza e produca il suo Frutto benedetto.

Ma il nostro credere e il dono della Fede crescono mediante la serie di grazie “attuali” che Dio ci concede e con la nostra corrispondenza a queste grazie. Queste grazie arrivano attraverso la preghiera, le letture spirituali (in particolare la Parola di Dio), i vari Sacramenti che si ricevono e anche mediante le tante situazioni quotidiane in cui ci troviamo… A volte sono –disposte misteriosamente da Dio– situazioni straordinarie, qualche volta anche “estreme”, proprio allo scopo di farci fare grandi guadagni nella Fede.

A modo di esempio, pensiamo ad un tale che, sulla Quinta Strada di New York, passegia su di una fune tesa tra due grattacieli a duecento metri sopra il suolo… La strada si riempie di gente; ci sono i giornalisti, i reporter di televisione, i pompieri, un’autoambulanza, la polizia… Grandi applausi, entusiasmo, scommesse. Ad un certo punto l’equilibrista scende (supponendo che non venga arrestato), firma autografi, stringe mani. Qualcuno scommete che è capace di fare di nuovo la traversata in bicicleta. Al più scalmanato dei suoi fans, l’artista dice: “Credi tu che sono capace di passare lassù portando una carriola?” L’altro risponde: “Certo, sicuro, perché sei bravissimo!” –“Quanto vuoi scommettere?” –“Anche mille dollari!” –“Va’ bene: sali tu sulla carriola!”

Questo lo ha fatto con Pietro, invitandolo a camminare sul mare verso di Lui, ma Pietro s’impaurì ed incominciò ad affondare. Gesù lo salvò, ma lo rimproverò: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,28-31). Questo lo ha fatto con Paolo, che dice: “Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora (2 Cor 1,8-10). Questo lo fece con le sorelle di Lazzaro quando Lo pregarono di guarire il loro fratello, permettendo, in premio alla loro fede, che la situazione precipitasse fino a morire. Anche qui, Marta, nonostante aver dichiarato la sua fede intellettuale (“Sì, o Signore, credo che Tu sei il Cristo, Figlio di Dio, che deve venire nel mondo”), strette sul punto di tentennare e Gesù subito ledisse: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11). 

 

 

 

CATECHESI SULLA CARITA'

LA DIFESA 2/2

«Ora rimangono la fede, la speranza e la Carità - ma la più grande di tutte è la Carità».

Di queste tre cose, due passeran­no: poiché la fede diventerà visione, e la speranza diventerà godimento. Ma la Carità deve durare. Dio, Dio Eterno è Carità. Agognate quindi quel dono imperituro, il solo valore che avrà corso nell'Universo, quando tutti gli altri valori del mon­do saranno inutili e fuori corso. Pri­ma di darvi ad altre cose, datevi alla Carità, rispettando le proporzioni delle cose. Fate che almeno il primo grande scopo della vostra esistenza sia quello di realizzare il vostro ca­rattere, costruendolo sulla base del­la Carità.

Ho detto che questa cosa è eter­na. Avete mai notato che San Gio­vanni associa continuamente la Ca­rità e la fede con la vita eterna? Chiunque si affida a Lui, cioè chiunque Lo ama - poiché la fidu­cia è soltanto la strada che mena all'amore - ha la vita eterna. Il Vangelo offre all'uomo la vita. Non offrite mai un sorso di Vangelo. Non offrite solamente gioia o so­lamente pace o solamente riposo o solamente salvezza: dite loro che Cristo è venuto per dare agli uomi­ni una vita più abbondante di quel­la che hanno, una vita prodiga di amore, e perciò di salvezza per loro stessi e piena di possibilità per alle­viare e redimere l'umanità. Solo al­lora il Vangelo può imposessarsi dell'uomo per intero, corpo, anima e spirito, e distribuire a ciascuna delle parti che compongono la sua natura, il suo compito e la sua ri­compensa. Molti dei messaggi cor­renti si rivolgono ad una sola parte della natura umana. Offrono pace, non vita, fede non amore, riabilita­zione non rigenerazione. E gli uo­mini si distaccano presto d'una si­mile religione perché in realtà non ha mai fatto presa su di loro. La loro natura non ne era interamente permeata. Non veniva loro offerta una corrente di vita più profonda né più lieta di quella vissuta fino allora. Questo prova che solo un amore più completo può gareggiare con l'amore del mondo.

Abbondanza d'amore vuol dire ab­bondanza di vita, e amore eterno vuol dire vita eterna. Quindi la vi­ta eterna è indissolubilmente legata all'amare. Vogliamo vivere eterna­mente per la stessa ragione per cui vogliamo vivere domani. Perché vo­lete vivere domani? Perché qualcu­no vi ama, qualcuno che volete ve­dere domani e amare a vostra vol­ta. Nessun'altra ragione spiega il nostro desiderio di vivere se non quello di amare e di essere riamati. Un uomo si suicida quando non ha nessuno che lo ama. Finché ha de­gli amici, della gente che lo ama e che egli ama, egli vivrà: perché vivere è amare. Anche soltanto l'af­fetto di un cane può tenerlo in vi­ta: tolto questo, tolto il contatto con la vita, non ha nessuna ragione di vivere. L'energia vitale è venuta meno. Anche la vita eterna è cono­scenza di Dio e Dio è amore. Que­sta è la definizione stessa di Cristo. Meditatela: « Questa è la vita eterna, che essi possano conoscere Te, solo vero Dio, e conoscere Gesù Cri­sto che Tu hai mandato ». L'Amo­re deve essere eterno. E' ciò che è Dio. In ultima analisi dunque Amore significa Vita. L'Amore non viene mai meno e la vita non viene mai meno finché c'è Amore. Ecco la filosofia di quanto ci mostra San Paolo, la ragione per cui nella na­tura delle cose la Carità deve essere la cosa suprema, perché è destina­ta a durare, perché è Vita Eterna. Quella Vita è una cosa che stiamo vivendo ora, non una cosa che avremo al momento di morire: ab­biamo ben poche possibilità di ot­tenerla quando morremo, se non la viviamo ora. Non esiste peggior de­stino in questo mondo che quello di vivere e invecchiare solo, senza amare e senza essere amato. Essere perduto vuol dire vivere senza es­sere rigenerato, senza amare e senza essere amato; essere salvato vuol dire amare, e colui che vive nel­l'amore vive già in Dio, poiché Dio è amore.

Ora ho quasi terminato. Quanti - di voi vorranno seguirmi e leggere questo capitolo una volta la setti­mana per i prossimi tre mesi? Un uomo fece così e la sua vita intera - ne fu cambiata. Volete provare? E' per la cosa più grande del mon­do. Potreste incominciare a leggerlo ogni giorno, specie quei versetti che descrivono il carattere perfetto. « La Carità sopporta tutto ed è benevola; la Carità non è invidiosa, la Carità non si vanta ». Portate questi ingre­dienti nella vostra vita. Allora tutto ciò che farete sarà eterno. E' una cosa che merita. Merita dedicarvi del tempo. Nessuno può diventare santo nel sonno e per assolvere la condizione posta occorrono préghie­re, meditazioni e tempo; allo stes­so modo che per perfezionarsi su qualsiasi piano, fisico o spirituale, occorre preparazione e cura. Volge­tevi a quest'unica cosa: a qualun­que costo cambiate questo caratte­re trascendente contro il vostro. Se guardate la vostra vita a ritroso, vi accorgerete che i momenti salienti, i momenti in cui avete veramente vissuto sono i momenti in cui avete agito per spirito di Carità. Rian­dando al passato con la memoria, al di sopra e al di là dei piaceri ef­fimeri della vita, risaltano quei mo­menti supremi in cui avete avuto modo di compiere degli atti di bontà inavvertiti in favore di coloro che vi circondano; cose troppo piccole perché possa meritare di parlarne ma che pure vi danno la sensazione di essere entrate nella vostra vita eterna. Ho visto quasi tutte le cose meravigliose che Dio ha fatto, ho provato quasi tutti i piaceri che Dio ha progettato per l'uomo: eppure guardando indietro io vedo emergere dalla vita già trascorsa quattro o cinque brevi esperienze in cui l'amor di Dio si rifletteva in una modesta imitazione, in un mio piccolo atto d'amore cose che sopravvivono alla nostra vita. Tutto il resto è transito­rio. Ogni altro bene è frutto di fan­tasia. Ma gli atti d'amore che tutti ignorano - e ignoreranno sempre - quelli non fallano mai.

Nel Vangelo di San Matteo, dove il Giorno del Giudizio ci è illustrato con l'immagine di Colui che, seduto su un trono divide le pecore dalle capre, il banco di prova per l'uomo non è « come ho creduto » ma « co­me ho amato ». Il banco di prova della religione, la prova finale della religione, non quello che ho fatto, né quello che ho creduto, né quello che ho realizzato, ma la maniera con cui ho praticato la Carità di ogni giorno. Per ciò che non abbiamo fatto, cioè per i peccati di omissione, noi sare­mo giudicati. Non potrebbe essere altrimenti. Infatti, rifiutare la Carità significa negazione dello spirito di Cristo, segno che non l'abbiamo mai conosciuto, che per noi Egli ha vis­suto invano. Significa che Egli non ha suggerito nulla - al nostro pensie­ro, che non ha ispirato niente nella nostra vita, che non siamo mai stati neppure una sola volta abbastanza vicino a Lui da essere toccati dal fascino della Sua compassione per il mondo. Significa che: « Ho vissuto per me, ho pensato per me, per me solo e nessun altro come se Gesù non fosse mai vissuto. E’ come se Egli non fosse mai morto ». E' davanti al Figlio dell'Uomo che tutte le nazioni del mondo saranno convocate. E' alla presenza dell'Uma­nità che saremo accusati. E lo spet­tacolo medesimo, la sola vista di es­sa umanità giudicherà silenziosa­mente ciascuno di noi. Saranno pre­senti coloro che abbiamo incontrato e aiutato; o la moltitudine ignorata cui avremo negato compassione o rispetto. Nessun altro testimonio occorrerà convocare. Nessun'altra accusa, se non quella di mancanza di Carità, ci sarà mossa. Non ingan­natevi. Le parole che un giorno ascolterà ciascuno di noi parleranno di vita, di poveri e di affamati, di ricovero e di vestiario, di bicchieri di acqua fresca in nome di Gesù Cristo. Chi è Cristo? Colui che ha dato da mangiare agli affamati, ve­stito gli ignudi, visitato gli infermi. Dove è Cristo? Chiunque avrà accol­to un piccolo fanciullo nel Mio no­me avrà ricevuto Me. E chi appar­tiene a Cristo? Chiunque ama è nato da Dio.

 

Non permettete mai che qualcuno venga a voi senza che se ne vada via migliore e più contento. Siate l'espressione della bontà di Dio; bontà sui vostri volti, bontà nei vostri occhi, bontà nel vostro sorriso, bontà nel vostro cordiale saluto.

Ai bambini, ai poveri, a tutti coloro che soffrono e sono abbandonati, date sempre un gioioso sorriso. Date a loro non solo le vostre cure, a ma anche il vostro cuore.

Madre Teresa

 

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LA DIFESA 1/2

Ora, come conclusione, vorrei ag­giungere poche frasi sul perché San Paolo abbia scelto la Carità come il bene supremo. E' un perché de­gno di nota. Eccolo in una parola: perché la Carità è durevole. « La Ca­rità, insiste San Paolo, non viene mai meno ». Quindi San Paolo ini­zia un altro dei suoi mirabili elenchi di cose considerate grandi e le spie­ga una ad una. Egli accenna alle cose che gli uomini pensavano dovessero durare e dimostra come sia­no tutte effimere, temporanee, tran­sitorie.

« Le profezie passeranno ». Era la grande ambizione delle madri di quei tempi, che il loro ragazzo di­ventasse un profeta. Da secoli Dio non aveva parlato per bocca di un profeta e a quei tempi il profeta era più grande del re. Gli uomini aspettavano ansiosamente la venuta di un altro messaggero e pendevano dal suo labbro quando egli appariva, come dalla voce stessa di Dio. San Paolo dice: « Le profezie passeran­no ». La Bibbia è piena di profezie. Una dopo l'altra sono « passate », cioè essendosi avverate, il loro com­pito si è esaurito e non hanno altro compito che alimentare la fede dei credenti.

Poi San Paolo parla delle lingue. Quella era un'altra cosa molto am­bita. « Le lingue scompariranno ». Come tutti sanno, molti secoli sono passati da quando le lingue sono apparse in questo mondo. Eppure sono scomparse. Date alla parola il senso che volete. Anche prendendo la parola « lingua » in senso pura­mente figurato come lingua in gene­rale (che non era affatto il senso che vi dava San Paolo), vi troverete tut­tavia una verità in senso generico. Pensate alla lingua in cui questi capitoli sono stati scritti - il greco - esso è scomparso. Prendete il la­tino, l'altra lingua importante di quei tempi: è scomparso da molto tempo. Guardate la lingua indiana: sta scomparendo. La lingua del Pae­se di Galles, l'irlandese, lo scozze­se delle Highlands, stanno scompa­rendo sotto i nostri occhi. Il libro di lingua inglese più letto in questi anni, a parte la Sacra Scrittura, è una delle opere di Dikens, Il giorna­le di Pickwick. E' scritto nel gergo londinese. Gli esperti ci assicurano che fra cinquuant'anni sarà incom­prensibile per il medio lettore in­glese.

San Paolo va oltre e con audacia anche maggiore aggiunge: « La co­noscenza passerà ». La sapienza de­gli antichi dov'è? del tutto scom­parsa. Uno scolaretto del giorno d'oggi sa più di quanto non sapesse Isacco Newton. La sua conoscenza è scomparsa. Il giornale di ieri che gettate nel fuoco, è conoscenza che svanisce. Le vecchie edizioni delle grandi enciclopedie si comprano per pochi soldi. Le cognizioni che esse contengono sono caduche. Il vapo­re ha sostituito la carrozza, l'elettri­cità ha sostituito il vapore e gettato nell'oblio infinete invenzioni anche recenti. Guglielmo Thomson, una delle persone più autorevoli nel mo­mento attuale diceva l'altro giorno: « La macchina a vapore sta per scomparire ». « Le scienze scompa­riranno ». Nel cortile di ogni offici­na c'è un mucchio di lamiere di ferro, qualche ruota contorta, qualche leva, qualche molla rotta e ar­rugginita: vent'anni fa ciò costitui­va l'orgoglio della città; la gente ac­correva dalle campagne per vedere la grande invenzione, ora è cosa su­perata: ha fatto il suo tempo. E tut­ta la scienza e la filosofia di cui ci vantiamo oggi saranno presto sor­passate. Fino a ieri la più quotata personalità della Facoltà di Medici­na dell'Università di Edimburgo era Giacomo Simpson, lo scopritore del cloroformio. L'altro giorno il Prof. Simpson, suo nipote e successore fu pregato dal bibliotecario dell'Uni­versità di indicargli le pubblicazio­ni sull'argomento che non servivano più: « Togliete e mettete in cantina qualsiasi pubblicazione che ha più di dieci anni » fu la risposta. Gia­como Simpson era un'autorità fino a pochi anni fa: da ogni parte del mondo venivano a consultarlo e ora tutto l'insegnamento di quell'epoca è dal più al meno superato dalla scienza. attuale. E così per ogni ra­mo della scienza. « Ora la nostra co­noscenza è parziale. Noi vediamo attraverso un vetro, oscuramente ».

Potreste citarmi qualcosa che è destinata a durare? Di molte cose San Paolo nemmeno si è degnato parlare. Non ha menzionato né il denaro né la fortuna né la gloria, ma ha scelto tra quelle che i più grandi uomini del suo tempo rite­nevano avessero qualche valore, e le ha decisamente scartate. San Pao­lo non aveva niente da obiettare contro tali cose, considerate in sé, egli si limita a dire che non avreb­bero durato. Erano cose grandi, ma non cose supreme. Ci sono cose che vanno più in là. Ciò che siamo, va al di là di ciò che facciamo, di ciò che possediamo. Molte cose che l'uomo dichiara peccaminose non lo sono; ma hanno un valore tempo­raneo. Questo è uno dei temi essen­ziali del Nuovo Testamento. San Giovanni dice del mondo, non che è nell'errore, ma semplicemente che « passa ». Ci sono tante cose splen­dide e piacevoli in questo mondo, cose grandi e nobili, ma non dure­ranno. Tutto ciò che è di questo mondo, il piacere degli occhi, il pia­cere della carne, l'orgoglio della vi­ta hanno una breve durata. Quindi, non amate il mondo. Nessuna cosa al mondo merita che un'anima im­mortale si dedichi a lei o dia la vita per lei. L'anima che non muore deve dedicarsi a qualcosa che non muore ed ecco le sole cose che non muoiono: «Ora rimangono la fede, la speranza e la Carità - ma la più grande di tutte è la Carità». Continua domani…

 

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L'ANALISI 4/4

Magnanimità e Sincerità. Magna­nimità è la grazia di accostamento verso la gente sospettosa. E il suo possesso è il gran segreto dell'in­fluenza personale. Scoprirete, riflet­tendo un momento, che la gente che ci influenza è quella che crede in noi. In un'atmosfera di sospetto la gente si chiude mentre in un'atmo­sfera di fiducia si espande, si sente incoraggiata, e si educa alla vita so­ciale. E' meraviglioso che in questo mondo duro e ostile esista ancora qua e là qualche rara creatura che non pensa male. La Carità « non pensa male », non cerca il movente, vede il lato buono di ogni azione, lo spiega con benevolenza. Delizioso vivere con questa mentalità. Che stimolo, che benedizione incontrarla anche per un giorno solo! Godere fiducia significa essere salvati. Se cerchiamo di influenzare o di solle­vare gli altri, ci accorgeremo presto che il successo è proporzionale alla loro fiducia nella nostra fiducia in loro poiché nessun uomo potrà ri­trovare il rispetto di se stesso finché non si sentirà rispettato dal pros­simo; la figura ideale che ci faccia­mo di lui diventa per lui la speran­za e il modello di quello che po­trebbe divenire.

 

«La Carità non si rallegra dell'in­giustizia, ma gode della verità ». Esprimo con « sincerità » il concetto contenuto nelle parole: « gode della verità». Poiché per colui che ama, la Verità sarà l'oggetto del suo amo­re non meno del prossimo. Egli ac­cetterà solo quello che è vero, sarà in cerca della verità con umiltà di spirito e senza pregiudizi e amerà quello che avrà scoperto a costo di qualsiasi sacrificio. Nelle parole di San Paolo è implicito più esatta­mente il dominio di sé, che rifugge dall'approfittare dei peccati altrui, la Carità che non si delizia nel rende­re pubbliche le debolezze altrui ma « copre ogni cosa », la sincerità di propositi che si sforza di vedere le cose come sono e si rallegra se le trova migliori di quanto il sospetto lasciasse temere o la calunnia insi­nuasse.

Quanto precede esprime il nostro tentativo di fare un'analisi dell'Amore. Ora, si tratta proprio di inserire queste cose nel nostro carattere. Questo è il lavoro supremo cui dob­biamo impegnarci in questo mon­do, per imparare la Carità. Forse che la vita non è piena di occa­sioni per imparare la Carità? Ognu­no di noi, uomini e donne, ha ogni giorno migliaia di queste occasioni. Il mondo non è un ricreatorio ma una palestra. La vita non è una va­canza, ma una educazione. E la so­la eterna lezione per tutti noi è come possiamo amare meglio. Che cosa fa dell'uomo un buon giocatore di foot-ball? L'esercizio. Che cosa fa dell'uomo un vero artista, un vero scultore, un vero musicista? L'eser­cizio. Che cosa fa dell'uomo un buon linguista, un buon stenografo? L'e­sercizio. Non c'è niente di capriccio­so nella religione. Valgono per lo spirito le stesse leggi, gli stessi si­stemi che per il corpo e per l'anima. Se l'uomo non tiene in esercizio le braccia non ne svilupperà i muscoli; e se non tiene l'anima in esercizio, non ne irrobustirà le fibre, non acquisterà né forza né bellezza spi­rituale. La Carità non è frutto di una emozione entusiastica. E' la ric­ca, solida, robusta, vigorosa espres­sione dell'intero compiuto carattere cristiano, è la natura simile a Cri­sto nel suo pieno sviluppo. E gli elementi che costituiscono questo carattere superiore si possono solo comporre con pratica incessante.

Non imprecate contro la vostra sorte. Non lamentatevi delle preoc­cupazioni incessanti, delle meschi­nità contingenti, delle vessazioni che dovete sopportare, delle piccole e sordide anime con cui siete in con­tatto per ragioni di lavoro od altro. Soprattutto non nutrite risentimen­to per le tentazioni che vi sono pro­poste; non siate perplessi se vi sem­bra che vi stringano sempre più da vicino, incessanti, nonostante la agonia, gli sforzi, le suppliche. Questo è l'esercizio che Dio ha vo­luto per voi, e questo esercizio compie la sua funzione rendendovi pazienti e umili e generosi e altrui­sti e buoni e cortesi. Non serbate rancore verso la mano che plasma l'immagine informe che ancora sta dentro di voi. Essa cresce in bel­lezza anche se non ve ne accorgete in mezzo alla vita. Non isolatevi. Rimanete in mezzo agli uomini, al­le cose, ai fastidi, alle difficoltà, agli ostacoli. Ricordatevi delle parole di Goethe: Es bildet ein Talent sich in der Stille, Doch ein Character in dem Strom der Welt. «Il talento si sviluppa nella solitudine - il talento della preghiera della fede della me­ditazione soprannaturale, - ma il Ca­rattere si forma nel turbine dei con­trasti umani ». E' lì soprattutto che gli uomini devono imparare la Cari­tà. Ma in qual modo? Per rendere la cosa meno difficile ho fatto cenno ad alcuni elementi della Carità. Ma sono solo elementi. La Carità in sé non si potrà mai definire. La luce è qualcosa di più che la somma dei suoi componenti: un etere ardente, abbagliante, tremolante. La Carità è qualcosa di più della totalità dei suoi elementi, una cosa palpitante, vibrante, sensibile, vivente. Mediante la sintesi di tutti i colori l'uomo può ottenere il colore bianco, non la luce. Mediante la sintesi di tutte le virtù possiamo ottenere la virtù, non la Carità.

Ma allora, come può questo tra­scendente complesso vivente essere convogliato nelle nostre anime? Noi impegniamo la nostra volontà per impossessarcene, cerchiamo di imi­tare coloro che lo posseggono, legi­feriamo intorno ad esso; vegliamo, preghiamo. Ma tutto questo da solo non riuscirà a portare la Carità nel­la nostra natura. La Carità è un ef­fetto: solamente se adempiremo le vere condizioni potremmo ottenere l'effetto. Volete che vi dica quale ne è la causa?

Cercate nella prima Epistola di San Giovanni: troverete le parole: « Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo ». Perché: ecco la causa: « perché Egli ci ha amati per primo »: e l'effetto è che noi amiamo, che Lo amiamo, che amia­mo tutti gli uomini, non potendo farne a meno. Egli ci ha amati, noi amiamo, amiamo tutti. Il nostro cuo­re si è lentamente modificato. Contemplate l'Amore di Cristo e sarete pieni di Carità. Mettetevi di fronte a quello specchio, nel riflesso del carattere di Gesù e vi trasformerete in quella stessa immagine, in tene­rezza da tenerezza. Non c'è altra via. Non si può amare su comando. Si può solo contemplare l'oggetto amabile, e innamorarsene e venire ad assomigliargli. Perciò osservate questo Carattere Perfetto, questa Vi­ta Perfetta. Guardate all'immenso sacrificio, a come Egli ha dato se stesso in olocausto, durante tutta la Sua vita, fino alla Croce del Calva­rio e sarete costretti ad amarlo. E amandolo, sarete costretti a diven­tare simili a Lui. Amore produce amore. E' un processo di induzione.

Mettete un pezzo di ferro in presenza di un corpo magnetico: quel pezzo di ferro si magnetizzerà per un certo tempo. Si carica di una forza di at­trazione semplicemente in presenza della forza originaria e finché li la­scerete uno accanto all'altro saran­no ambedue magnetizzati. Rimane­te a fianco di Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi e voi pu­re diverrete un centro, una forza di attrazione permanente; e come Lui, attirerete tutti gli uomini a voi, come Lui sarete attratti da tutti gli uomini. Questo è l'effetto inevitabile della Carità. Ogni individuo che sod­disfi a quella condizione non può non vedere realizzarsi quell'effetto in sé. Cercate di abbandonare l'idea che la religione ci viene misteriosa­mente, a caso, a capriccio. Essa ci viene per legge soprannaturale, di­vina. Eduardo Irving andò un giorno a trovare un ragazzo moribondo: entrato nella stanza, posò sempli­cemente la mano sul capo del ma­lato dicendo: Figlio mio, Dio ti ama, - e se ne andò. E il giovane si al­zò dal letto e prese a chiamare i famigliari dicendo: Dio mi ama! Dio mi ama! Quel ragazzo era trasfor­mato: La senszione che Dio lo aveva dominato, slegato e aveva incominciato a creare in lui un cuore nuovo. Così l'amore di Dio scioglie i cuori umani che non sanno amare e crea in loro l'uomo nuovo, che è paziente e umile e mite e altruista. E non c'è altra via per ottener­lo. Non c'è niente di misterioso: amiamo il prossimo, amiamo tutti, noi amiamo i nostri nemici perché Egli ci ha amati per primo.

 

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L'ANALISI 3/4

L'altro ingrediente è molto impor­tante: il Buon umore. «La Carità non si lascia provocare». Ben strano trovare qui questa affermazione. Si considera abitualmente il malumore come una debolezza molto innocua. Ne parliamo come di una semplice infermità di natura, una tara, una questione di temperamento, non una cosa da prendere in seria considera­zione nel giudicare il carattere di un individuo. Eppure qui, proprio nel centro di questa analisi della Carità, esso trova il suo posto: e la Bibbia a più riprese torna a condannarlo come uno degli elementi più distrut­tivi della natura umana.

Quando c'è un vizio nelle persone cosiddette virtuose, questo è il cat­tivo carattere. E' spesso la sola pec­ca in un carattere nobile sotto ogni altro aspetto. Conosciamo uomini e donne che sarebbero del tutto perfet­ti se non fosse di quella loro tenden­za ad essere facilmente rannuvolate, impulsive, suscettibili. Questa possi­bilità di coesistenza tra cattivo ca­rattere e alte qualità morali è uno dei più dolorosi problemi dell'etica. La verità è che esistono due grandi categorie di peccati: i peccati del corpo e i peccati di intenzione. Il Figliol Prodigo può servire di esem­pio per la prima, il Fratello Maggio­re per la seconda categoria. La so­cietà non ha dubbi nel giudicare che cosa sia peggio. Il vituperio cade, senza esitazione, sul Figliol Prodigo. Ma sarà poi così giusto? Noi non ab­biamo una bilancia per pesare i no­stri rispettivi peccati e i giudizi com­parativi non sono altro che parole umane, ma le deficienze della parte più elevata della nostra natura pos­sono essere meno veniali di quelle della parte più bassa e agli occhi di Colui che è Amore un peccato con­tro la Carità può apparire cento volte più spregevole. Nessuna forma di vizio - né il materialismo, né la sete di ricchezze, né l'ubriachezza - può scristianizzare la società come il cattivo carattere. Per amareggiare 1' esistenza, per disgregare le comu­nità, per distruggere i rapporti più sacri, per avvilire uomini e donne, per contrastare l'infanzia, insomma per causare dolori a titolo assoluta­mente gratuito, non c'è di meglio che il cattivo carattere. Osservate il Fra­tello Maggiore, morale, - laborioso, paziente, ligio al suo dovere - rico­nosciamogli tutte le sue qualità - osservate quest'uomo, questo fan­ciullo che se ne sta imbronciato fuo­ri della porta della casa paterna: « Era pieno di rabbia, sta scritto, e non voleva entrare ». Osservate l'ef­fetto di questo suo atteggiamento sul padre, sui servi, sulla gioia degli in­vitati. Pensate all'effetto sul Prodi­go: e quanti prodighi sono tenuti lontani dal Regno di Dio per colpa della mancanza di Carità di coloro che professano di esserci dentro? Come studio di carattere, analizzate il temporale a mano a mano che si addensa sulla fronte del Fratello Maggiore. Di che cosa è fatto? Di ge­losia, di rabbia, di orgoglio, di man­canza di Carità, di crudeltà, di sicu­rezza, di sé, di suscettibilità, di osti­nazione di musoneria: ecco gli in­gredienti di quest'anima buia e pri­va di Carità. Cambiando le propor­zioni, questi sono gli ingredienti di qualsiasi cattivo carattere. Dite voi se i peccati del corpo siano più condannabili che vivere in questi peccati di intenzione e imporli al prossimo? Forse che Cristo medesi­mo non ha precisamente risposto a questa domanda quando disse: « Io vi dichiaro che i pubblichiani e le donne perdute entreranno prima di voi nel Regno dei Cieli »? In verità non c'è posto in cielo per un atteg­giamento di questo genere. Un indi­viduo in queste disposizioni non sa­prebbe far altro che rendere il Pa­radiso insopportabile a tutti. Pertan­to, se un individuo di quel genere non rinasce di nuovo, non può, vera­mente non può entrare nel Regno dei Cieli. Infatti è assolutamente cer­to - e non dovete fraintendermi - che per entrare in Paradiso un uo­mo deve portarlo con sé.

Vedete dunque perché il cattivo carattere è significativo, non tanto per quel che è in sé, ma per quello che rivela. Ecco perché mi permetto di parlarne in termini così crudi. E' un banco di prova per la Carità, la rivelazione di una natura fondamen­talmente poco caritatevole. E' la feb­bre intermittente che mette in luce un malessere interno cronico; la bol­licina occasionale che, salendo alla superficie, tradisce un'avaria in pro­fondità, un campione dei più recon­diti prodotti dell'anima involontaria­mente lasciato sfuggire in un mo­mento di abbandono; in una paro­la, la prova lampante di ogni sorta di peccati orrendi e anticristiani. In­fatti un solo scatto di malumore sim­boleggia istantaneamente una man­canza di pazienza, una mancanza di gentilezza, di generosità, di cortesia.

Non basta perciò combattere il cat­tivo carattere. Bisogna risalire alla fonte e modificare il fondo della pro­pria natura, e gli umori rabbiosi scompariranno di per sé. Il cuore si ammorbidisce, non cacciandone via gli umori acidi, ma mettendovi den­tro qualcosa: un grande Amore, uno Spirito nuovo, lo Spirito di Cri­sto. Cristo, lo Spirito di Cristo com­penetrandosi con il nostro stesso spi­rito, raddolcisce, purifica, trasforma ogni cosa: solo questo può sradicare quello che è falso, può operare una trasformazione chimica, rinnovare, rigenerare e riabilitare l'uomo inte­riore. Gli uomini non si trasformano per azione del tempo o di un atto di volontà, ma per opera di Cristo.

Perciò lasciate che sia in voi lo spi­rito che era in Gesù Cristo.

Una volta di più, ricordatevi che questa è una questione di vita o di morte. Non posso fare a meno di in­sistere per voi, per me: non date scandalo col vostro cattivo carattere poiché: « Chi avrà scandalizzato uno, meglio sarebbe per lui che si met­tesse una pietra da macina intorno al collo e si gettasse nel mare pro­fondo ». In altre parole, il chiaro verdetto del Signore Gesù è questo: meglio non vivere piuttosto che vi­vere senza Amore. Meglio non vivere piuttosto che non amare.

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L'ANALISI 2/4

Generosità. « La Carità non è in­vidiosa ». Questa è la Carità in gara con altri. Qualunque opera buona in­traprendiate troverete sempre chi fa la stessa cosa e probabilmente me­glio di voi. Non siate invidiosi. L'in­vidia è un sentimento di astio verso coloro che sono sulla nostra stessa linea, un sentimento di rapacità e di detrazione. Molto spesso nemmeno l'attività cristiana costituisce una protezione contro i sentimenti poco cristiani. Questo, che di tutti i senti­menti indegni che oscurano l'anima cristiana è il più riprovevole, ci aspetta inevitabilmente sulla soglia di qualsiasi impresa, se non siamo fortificati dalla grazia della genero­sità. Una cosa sola dovrebbe vera­mente invidiare il cristiano, ed è il cuore aperto, ricco, generoso che « non invidia ».

 

E poi, dopo aver imparato tutto questo, un'altra cosa dovete impa­rare: l'Umiltà, per mettere un sug­gello sulle vostre labbra e dimen­ticare quello che avete fatto. Dopo aver fatto del bene, dopo che la Carità è penetrata nel mondo e ha fatto il sino magnifico lavoro, rien­trate nell'ombra e non dite niente di quanto è avvenuto. La Carità si na­sconde anche ai suoi stessi sguardi. La Carità ha persino ragione della verità. « La Carità non si vanta, non si gonfia ».

Il quinto ingrediente di questo summum bonum, in certo qual modo inaspettato, è la

 

Cortesia. Questa è Carità nella società, Carità in rap­porto al norme di buona educazio­ne. « La Carità non si comporta in modo sconveniente ». Si è detto che la buona educazione è Carità nelle quisquilie. " cortesia si può defini­re Carità nelle piccole cose. E il solo segreto della buona educazione è la Carità. La Carità non può compor­tarsi in modo sconveniente. Potete introdurre la persona più rozza nella migliore società: se ha nel cuore un fondo di Carità non si comporterà in modo sconveniente. Caryle ha detto di Roberto Burns che in Europa non c'era gentiluomo più autentico del poeta contadino. E ciò perché egli amava ogni cosa, il topo, la mar­gherita e ogni cosa, grande o pic­cola, che Dio ha creato. Così, con quel semplice passaporto, egli pote­va mescolarsi a gente di qualsiasi ambiente e frequentare i principi e re, quando non era nella sua casetta sulle rive dell'Ayr. Conoscete il si­gnificato della parola gentiluomo. Si­gnifica un uomo gentile: un uomo che fa le cose con gentilezza, con Carità. Tutto il mistero sta lì. L'uo­mo gentile non può, per la sua stes­sa natura, fare una cosa non gentile, non da gentiluomo. L'anima non gen­tile, l'essere insensibile agli altri, in­capace di simpatia non può fare al­trimenti. «La Carità non si compor­ta in modo sconveniente ».

 

Altruismo. « La Carità non cerca il proprio interesse ». Notate bene.

Nemmeno l'interesse proprio. L'uo­mo si preoccupa, e giustamente, dei suoi diritti. Ma viene il giorno in cui l'uomo può esercitare un diritto superiore: quello di rinunziare ai suoi diritti. San Paolo non ci invita a rinunziare ai nostri diritti. La Ca­rità va molto oltre. La Carità esige che noi non li ricerchiamo affatto, che li ignoriamo, che noi eliminiamo qualsiasi elemento personale dai no­stri calcoli. Non è difficile rinun­ziare ai nostri diritti. Sono spesso esteriori. La difficoltà è di rinun­ziare a noi stessi. Ancora più diffici­le è il non volere nulla per noi stessi. Dopo aver cercato, acquisito, guada­gnato, meritato qualcosa, per quanto ci concerne, ne abbiamo già preso la crema. Piccolo sacrificio allora, for­se, rinunciarci. Mentre il non cerca­re, il considerare ogni individuo non per quello che ha ma per quello che gli altri hanno, id opus est. « Cerchi grandi cose per te stesso? » dice il profeta, « non cercarle ». Perché? Perché non c'è grandezza alcuna nel­le cose, le cose non possono essere grandi. La sola grandezza sta nel­l'Amore non egoista. Persino il rin­negamento di se stessi è nullo di per sé, anzi è quasi un errore. Solo un grande scopo o un Amore più poten­te può giustificare questo rinnega­mento. Non esistono difficoltà per l'Amore, niente è difficile. Credo che il giogo di Cristo sia leggero, il « giogo » di Cristo è solo il Suo at­teggiamento più facile, più felice di qualsiasi altro. La lezione più evi­dente dell'insegnamento di Cristo è che non c'era felicità nel possedere o nel ricevere, ma solo nel dare. Ri­peto, non c'è felicità nel possedere o nel ricevere ma solo nel dare. E metà dell'umanità segue una pista sbagliata nell'inseguire la felicità. Essi credono che la felicità consista nel possedere, nell'ottenere e nel far­si servire dal prossimo. Mentre con­siste nel dare e nel servire gli altri. Quello di voi che vuole essere più degli altri, dice il Cristo, si metta al servizio degli altri. Chi vuole essere felice ricordi che c'è una sola via: è fonte di maggiore benedizione, di maggiore felicità il dare che il ricevere.

 

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L'ANALISI 1/4

Dopo aver confrontato la Carità con queste cose, San Paolo ci presenta in tre versetti molto brevi una analisi impressionante di quella « co­sa suprema ». Ascoltate. La Carità, egli ci dice, è una cosa complessa.

Come la luce. Allo stesso modo che lo scienziato prende un raggio di luce e lo fa passare attraverso un prisma e voi lo vedete uscire dal­l'altro lato del prisma diviso nei co­lori che lo compongono, rosso, bleu, e giallo e viola e arancio e gli altri colori dell'iride, così San Paolo fa passare questa cosa, la Carità, attra­verso il meraviglioso prisma del suo intelletto ispirato ed essa esce dal­l'altra parte divisa nei suoi elemen­ti. E in quelle poche parole noi ab­biamo quello che si potrebbe chia­mare lo Spettro della Carità, l'ana­lisi della Carità. Osservate gli ele­menti che la compongono. Vi accor­gerete che hanno dei nomi comuni, che sono virtù di cui si parla ogni giorno, che sono cose che possono essere messe in pratica da ogni indi­viduo, qualunque sia il posto che oc­cupa nella vita; vi accorgerete che sono tante piccole cose, tante virtù ordinarie, quelle che costituiscono il summum bonum. Lo Spettro della Carità ha nove componenti:

Pazienza « La carità sopporta ogni cosa »

Benevolenza «La Carità è benevola»

Generosità «La Carità non invi­dia»

Umiltà «La Carità non si van­ta, non si gonfia»

Cortesia «La Carità non si com­porta in modo sconve­niente»

Magnanimità «Non sospetta il male»

Altruismo «Non cerca il proprio interesse»

Buon carattere «Non si inasprisce»

Sincerità «Non gode dell'ingiu­stizia, ma gioisce nel­la verità».

 

Pazienza, benevolenza, generosità, umiltà, cortesia, altruismo, buon ca­rattere, magnanimità, sincerità: co­stituiscono il dono supremo, la sta­tura dell'uomo perfetto. Notate che tutte sono in rapporto con l'uomo, in rapporto con la vita, in rapporto con l'oggi che ben conosciamo e col domani che ci aspetta e non con la misteriosa eternità. Taluni parlano solo dell'amore verso Dio; ma Cristo parlò pure molto della Carità verso il prossimo. La religione non è una cosa strana o una sovrastruttura, ma l'ispirazione della vita secolare, il respiro dello spirito eterno attraver­so il mondo temporale. La cosa su­prema, in breve, non consiste in una « cosa » ma nell'ulteriore rifinitura dei molteplici gesti e parole che co­stituiscono la somma di ogni sin­gola giornata.

Il tempo stringe, e non posso che accennare sorvolando a ognuno di questi ingredienti. La Carità è Pa­zienza. Questo è l'atteggiamento nor­male della Carità. La Carità è pas­siva, aspetta a cominciare, non ha premura; è calma, è pronta a fare il suo lavoro quando viene chiama­ta, ma nel frattempo dà prova di uno spirito mite e quieto. La Carità soffre ogni cosa, sopporta ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa. Perché la Carità capisce e quindi aspetta.

 

Benevolenza. Carità fattiva. Avete mai notato quanta parte della Sua vita Cristo ha trascorsa facendo cose buone, semplicemente facendo cose buone? Datevi una scorsa, tenendo presente questo pensiero, e scopri­rete che Egli ha trascorso gran par­te del Suo tempo semplicemente fa­cendo felice la gente, beneficando la gente. C'è una sola cosa al mon­do più grande della felicità, ed è la santità: e non dipende da noi; ma quello che Dio ha messo nelle nostre mani è la felicità degli esseri che ci circondano e questo dipende in gran parte dal nostro atteggiamento be­nevolo verso di loro.

« La cosa più grande, che un uo­mo possa fare per il Padre celeste, dice qualcuno, è di essere gentile verso gli altri Suoi figli ». Mi chiedo come mai noi non siamo tutti più buoni di quel che siamo. Quanto ve ne sarebbe bisogno! Che cosa faci­le! Come agisce istantaneamente! Co­me rimane indelebile! Come si ri­paga generosamente. Poiché non c'è debitore al mondo più stimabile, più superbamente stimabile della Cari­tà. « La Carità non viene mai me­no ». Carità significa successo, feli­cità, vita. «La Carità, dice il poeta Browning, è energia vitale».

« Poiché la vita con le sue gioie e (i suoi dolori) Le sue speranze i suoi timori Non altro è che la nostra possibi­lità di conoscere l'amore Quale potrebbe essere, è stato «ed è ».

Dove c'è Amore c'è Dio. Chi vive nell'Amore vive in Dio. Dio è amo­re, dunque amate. Senza calcoli, sen­za distinzioni, senza rinvii, amate. Date a piene mani, ai poveri, cosa molto facile, ma anche ai ricchi, che spesso ne hanno ancora più bisogno; e ancor più ai vostri pari, cosa dif­ficilissima, e per i quali ciascuno di noi fa forse meno che per qualsia­si altro. C'è una differenza tra il cer­care di far piacere e rendere felici. Rendete felici. Questo è l'inesauribi­le e anonimo trionfo di uno spirito che ama realmente. « Viviamo una volta sola; qualsiasi cosa buona pos­siamo fare per un essere umano, qualsiasi servizio possiamo rendere, rendiamolo adesso. Non tardiamo, non trascuriamo alcuna possibilità perché non passeremo mai più per quella strada ».

 

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LA COSA PIU' GRANDE DEL MONDO di Enrico Drummond

Ognuno di noi si è posto il gran­de problema di tutti i tempi, dall'antichità ad oggi: qual'è il summum bonum, il bene supremo? Tu hai la vita davanti: puoi viverla una volta: qual'è la cosa più nobile, il dono supremo da deside­rare?

Molti ritengono che la cosa più grande in campo religioso sia la Fede. Per essi questa grande parola è la nota dominante della religio­ne. Io vi ho condotti, invece, nel ca­pitolo che ho letto or ora, alla sor­gente della Cristianità: e abbiamo visto: « la più grande di tutte è la Carità » San Paolo parlava della fe­de proprio un momento prima: « An­che se io avessi una fede tale da smuovere le montagne, se non ho la carità, non sono nulla ». Lungi dal­l'ignorarla, San Paolo fa di proposi­to il confronto: ora rimangono la fede, la speranza e la Carità e, sen­za un attimo di esitazione, « la più grande di tutte è la Carità ».

Non è un partito preso. L'uomo è portato a raccomandare ai suoi si­mili il lato più caratteristico del suo temperamento: l'amore non era il lato caratteristico di Saulo. L'osser­vatore attento scoprirà nella perso­nalità di San Paolo una meraviglio­sa dolcezza che cresce e matura col passar degli anni; ma la mano che scrisse: « la più grande di tutte è la Carità », è macchiata di sangue quando l'incontriamo per la prima volta, persecutore dei cristiani.

L'epistola ai Corinti non è la sola a designare la Carità come il summum bonum. Gli autori fondamen­tali della Cristianità sono d'accordo su questo punto. San Pietro dice: « Soprattutto usatevi reciprocamente una fervida Carità ». Soprattutto. E San Giovanni va anche oltre: « Dio è Carità ». Ricordate un'altra profonda osservazione di San Pao­lo: « L'amore è l'adempimento della legge ». Avete mai pensato che co­sa intendeva dire con questo? Per gli uomini di quel tempo la strada che portava al Paradiso consisteva nell'osservare i Dieci Comandamen­ti e gli altri cento e più comanda­menti derivati, che essi si erano fabbricati. Gesù Cristo disse: « Io vi insegnerò una via più semplice. Vi basterà fare una cosa sola e fa­rete queste cento e più altre cose senza bisogno di pensarci. Amando adempirete interamente la legge senza, accorgervene. Potete subito rendervi conto da voi stessi che non può essere diversamente. Prendete uno qualunque dei comandamenti: « Non avrai altro Dio al mio cospet­to ». Se un uomo ama Dio non oc­corre dirgli una cosa del genere. L'amore è l'adempimento di quella legge. « Non nominare il nome di Dio invano ». Chi, amando Dio, so­gnerebbe di nominarlo invano? « Ri­cordati del giorno di festa per san­tificarlo ». Non sarebbe egli ben fe­lice di avere un giorno su sette da dedicare più esclusivamente all'og­getto del suo amore? L'amore adem­pirebbe tutte queste leggi che ri­guardano Dio. Allo stesso modo non sogneresti mai di dire a chi amasse il suo prossimo di onorare suo padre e sua madre. Non potrebbe farne a meno. Sarebbe assurdo dirgli di non uccidere. Sarebbe un insulto sugge­rirgli di non rubare. Come si può de­rubare colui che si ama? Superfluo pregarlo di non dir falsa testimo­nianza contro il vicino. Se lo ama è l'ultima cosa che farebbe. E non vi verrebbe in mente di sconguirarlo di non desiderarne i beni; stanno me­glio in mano loro che nella sua. Per­tanto: « l'Amore è l'adempimento della legge ». E' la regola per mette­re in pratica tutte le regole, il nuovo comandamento per osservare tutti i vecchi comandamenti, il segreto del­la vita cristiana svelato da Cristo.

Ora San Paolo l'aveva imparato; e in questo superbo elogio egli ci ha dato la più meravigliosa e originale descrizione esistente del summum bonum. Possiamo dividerlo in tre parti. All'inizio del breve capitolo troviamo la Carità confrontata, al centro la Carità analizzata, verso la fine la Carità difesa come dono su­premo.

IL CONFRONTO

San Paolo incomincia con il con­fronto tra la Carità e altre cose mol­to apprezzate dagli uomini di quel tempo. Non cercherò di esaminare queste cose in dettaglio. La loro in­feriorità è già evidente.

San Paolo confronta la Carità con l'eloquenza. Nobile dono, quello di far vibrare l'anima e la volontà del­l'uomo spronandolo ad alteazioni e ad imprese sacre. San Paolo dice: « Quand'anche io parlassi il linguag­gio degli uomini e degli angeli, se non ho la Carità, sono come un ra­me risonante e un tintinnare cem­balo ». E sappiamo tutti perché. Tutti abbiamo provato l'aridità delle parole senza emozione, il vuoto, l'in­dicibile inutilità dell'eloquenza che non sia fondata sulla Carità.

San Paolo la confronta con il dono di profezia. La confronta con la co­noscenza dei misteri. La confronta con la fede. La confronta con la be­neficenza.

Perché mai la Carità vale più del­la fede? A che serve aver fede? La fede è il legame intellettuale tra l'anima e Dio. E qual'è il fine di questo legame tra l'uomo e Dio? Rendere 1'uomo simile a Dio. Ma Dio è Carità. Dunque la fede si compie nella Carità che è fine di tutte le virtù. E' quindi evidente che la Carità vale più della fede.

Così pure la Carità vale più della beneficenza perché il tutto vale più di una parte. La beneficenza è solo una piccola porzione della Carità, una delle infinite vie della Carità, e può anche esistere ed esiste di fatto, molta beneficenza senza Carità. E' molto facile gettar una moneta a un mendicante per la strada; di soli­to è più facile darla che rifiutarla. Eppure ci può talvolta essere Carità in un rifiuto. Noi cerchiamo di libe­rarci per mezzo di quella moneta dai sentimenti di compassione che na­scono in noi dallo spettacolo della miseria. E' troppo a buon mercato, troppo a buon mercato per noi e spesso troppo caro per il mendican­te. Se noi lo amassimo realmente, faremmo per lui molto di più o molto di meno.

In seguito San Paolo confronta la Carità col sacrificio e col martirio. E qui mi rivolgo al piccolo gruppo di futuri missionari - vorrei chia­mare alcuni di voi con questo appel­lativo per la prima volta - e vi in­vito a tener presente che, anche se darete il vostro corpo per essere ar­so, se non avete la Carità non vi servirà a nulla, a nulla! Non potete portare al mondo pagano niente di più grande dell'impronta e del ri­flesso della Carità Divina sul vostro carattere. Quello è il linguaggio uni­versale. Vi occorreranno anni per parlare il cinese o a dialetti dell'In­dia. Dal giorno in cui sbarcherete, quel linguaggio della Carità, capito da tutti, spanderà inconsapevolmen­te il fiume della sua eloquenza. Mis­sionario è l'uomo, prima ancora di ciò che dice. Il suo carattere è il suo messaggio. Nel cuore dell'Afri­ca, nella regione dei Grandi Laghi, ho incontrato dei negri, uomini e donne che ricordavano il solo uomo bianco che avessero mai visto, Davi­de Livingstone, e sulle orme dei suoi passi nel Continente Nero, il viso degli uomini ancora si illumina parlando del buon Dottore pietoso che passò da quelle parti anni ad­dietro. Essi non potevano capire le sue parole, ma sentivano che il suo cuore era vibrante di Carità. Portate ciel nuovo campo di lavoro, dove in­tendete anche fissare la vostra esistenza quel fascino semplice e la vostra missione sarà un successo. Non potete portare niente di più co­me non dovete portare niente di me­no. Inutile partire portando meno di questo. Potrete raggiungere qualsiasi perfezione, essere pronti a qualsiasi sacrificio, ma se date il vostro cor­po per essere arso e non avete la Carità, tutto sarà inutile a voi e alla causa di Cristo.